ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Cerca (per autore, titolo, contenuto, tag)

Elenco autori

N° 3/2018 Maggio 2019

Volume 4


Sommario:

EDITORIALE

Nuove famiglie e trasformazione del servizio sociale

 

 

 

 

Questo numero de Il Seme e l’albero si propone di focalizzare una problematica specifica che ha però una importante risonanza più generale, e più tradizionale sul tema della famiglia, un tema comunque da sempre difficile da metabolizzare per gli operatori del sociale: si mettono a fuoco in specifico le domande che i soggetti LGBT+ e le nuove famiglie same sex, di recente riconosciute nel nostro ordinamento (L. 76/2016), pongono all’intervento sociale di tutela delle marginalità. È un tema che mette bene in luce come non vi sia sufficiente consapevolezza, oggi nel nostro paese, delle vecchie e nuove declinazioni delle problematiche legate alla genitorialità. Questo avviene con maggiore evidenza nei contesti che hanno da poco assunto una nuova visibilità, ma finisce per implicare anche come, in generale, il tema delle famiglie che cercano il sostegno sociale sia da sempre frequentato da semplificazioni e stereotipi difficili da superare.

[...]

DOI: 17386/SA2018-004006

EDITORIALE

Nuove famiglie e trasformazione del servizio sociale

 

 

 

 

Questo numero de Il Seme e l’albero si propone di focalizzare una problematica specifica che ha però una importante risonanza più generale, e più tradizionale sul tema della famiglia, un tema comunque da sempre difficile da metabolizzare per gli operatori del sociale: si mettono a fuoco in specifico le domande che i soggetti LGBT+ e le nuove famiglie same sex, di recente riconosciute nel nostro ordinamento (L. 76/2016), pongono all’intervento sociale di tutela delle marginalità. È un tema che mette bene in luce come non vi sia sufficiente consapevolezza, oggi nel nostro paese, delle vecchie e nuove declinazioni delle problematiche legate alla genitorialità. Questo avviene con maggiore evidenza nei contesti che hanno da poco assunto una nuova visibilità, ma finisce per implicare anche come, in generale, il tema delle famiglie che cercano il sostegno sociale sia da sempre frequentato da semplificazioni e stereotipi difficili da superare.

Il contributo di Benedetto Madonia, infatti, in un certo senso comincia dal principio e mette a tema l’inadeguatezza delle pratiche sociali, ma anche della formazione, degli assistenti sociali che si confrontino con soggetti LGBT+[1]. E’ abbastanza ovvio che una categoria di operatori sociali che lavora consapevolmente con la relazione di aiuto, basata sull’empatia, dovrebbe imparare ed essere formata a superare le barriere di invisibilità sociale di questi utenti. In questo, naturalmente la crescita di efficacia della professione potrebbe utilmente basarsi sul proprio sapere esperienziale che ha storicamente già superato le invisibilità di molti altri soggetti marginali, portatori di bisogni; ma l’ottimismo della proposta forse sottovaluta la permanenza di stereotipi che investono in modo caratteristico le capacità familiari degli utenti in genere e che tuttora stentano a scomparire nella mentalità degli assistenti sociali. Il contributo si focalizza infatti sui due casi in cui è più semplice ipotizzare oggi in Italia un intervento: una difesa delle vittime di omofobia e bullismo che sia capace anche di fare prevenzione. Da questo punto di vista il contributo sottolinea giustamente l’importanza della collaborazione con le associazioni di advocacy del territorio e la loro inclusione nella rete, ma forse sovraccarica un poco il servizio sociale di un compito di maturazione culturale nella promozione della visibilità dei soggetti LGBT+ che eccederebbe le sue forze attuali. E anche sul problema della selettività degli accessi al servizio sociale nel nostro paese, il giusto richiamo di Madonia a farne un luogo sicuro e amichevole ha una valenza nuovamente più generale e ci richiama al molto lavoro che c’è ancora da fare nel nostro paese per l’accesso non stigmatizzante all’assistenza per tutti gli utenti.

Nel secondo contributo di Chiara Bertone e Beatrice Gusmano, che si focalizza sulle buone prassi che gli Enti Locali hanno già messo in campo contro la discriminazione fondata sull’identità di genere e contro l’omofobia, si ricostruisce una breve stagione di attivismo dei Comuni nel nostro paese, di cui purtroppo si intravedono già anche i sintomi di esaurimento. E tuttavia, la ricostruzione di questa esperienza verifica molto bene l’importanza dello spazio di riconoscimento pubblico che si è venuto a costituire all’incrocio fra lo sviluppo della governance multilivello e gli stimoli provenienti dall’Unione Europea in forma di raccomandazioni: la sola possibilità di nominare la tutela delle persone LGBT+ ha aperto uno spazio di collaborazione fra il livello sovranazionale e quello infra-nazionale che ha potuto, in molti casi, sostituire l’inerzia del livello nazionale. Si tratta di un’ottica che ci aiuta a vedere concretizzati con semplicità molti degli auspici del saggio di Madonia. Uno dei risultati più importanti di questa stagione è stata anche la costituzione di una rete di importanza nazionale di collaborazione fra Enti Locali, la rete Re.a.dy, che però non è esente dai pericoli di riflusso attuali.

Il confronto con esperienze simili di paesi che hanno preceduto l’Italia negli anni ’90 in questi processi di riconoscimento identifica altre strategie di legittimazione possibili e anche qualche loro rischio. In particolare si sottolinea come nel Regno Unito esperienze simili di interventi e progetti degli Enti Locali siano state in origine inquadrate nelle linee di azione sulle pari opportunità e il multiculturalismo: solo un decennio prima questo piano di legittimazione era praticabile in diversi paesi europei e molto meno ambiguo degli altri che gli succederanno, ma il timing dell’intervento ha verosimilmente ormai chiuso queste strade per l’Italia. Nel caso del Regno Unito si rileva oggi piuttosto la leva utilitaristica del diversity management nella riqualificazione urbana, che però non sembra avere molte possibilità nel nostro paese. Resta la via maestra, già emersa nel saggio precedente, di utilizzare come tramite legittimante il tema della sicurezza: qui tuttavia, le autrici avvertono giustamente il rischio di appoggiarsi proprio sulle tematiche securitarie che sono oggi un tema privilegiato delle destre populiste in tutta Europa.

L’ultimo saggio di Luca Trappolin entra ancor di più nel merito della questione posta da Madonia, aggredendola da un altro punto di vista e dimostrando, con una convincente ricostruzione del dibattito e delle ricerche condotte nel nostro paese sulle nuove famiglie dello stesso sesso, che l’immagine di senso comune che si è costruita nel discorso pubblico non coincide che in parte con la realtà. Trappolin, infatti, muovendosi entro il nesso con il ruolo delle associazioni, già sottolineato in precedenza, dimostra in modo convincente che l’ingresso nel discorso pubblico del tema è avvenuto con la mediazione dell’associazione Famiglie Arcobaleno e quindi enfatizzando l’approccio ‘rigorista’ delle planned parented families o families of choice, cioè le famiglie dello stesso sesso che hanno fatto un esplicito progetto generativo, rispetto alle famiglie same sex che si formano dopo la rottura di una coppia eterosessuale. Queste ultime hanno visto solo molto più di recente la costituzione di un’associazione che le rappresenta e che quindi comincerà a esercitare un diritto di voice. Ancora più sottilmente Trappolin rileva che questa stessa distorsione selettiva si è riproposta anche nella ricerca sociologica, che in prevalenza ha selezionato i suoi intervistati - tranne una sola eccezione che non ha avuto grandi ricadute nel discorso pubblico, nonostante fosse perfettamente consultabile (Lelleri et al. 2008) – appoggiandosi alle associazioni convintamente opposte all’eteronormatività (Bottino e Danna 2005; Saraceno 2006; Cavina e Danna 2009; Bosisio e Ronfani 2013; Baiocco et al. 2013; Trappolin e Tiano 2015).

Nel confronto con la questione dell’accoglienza delle diversità familiari da parte del servizio sociale se ne deduce il rischio di interloquire con una sola diversità della famiglia same sex, isolata dalle molte altre esistenti e questo potrebbe comportare il pericolo, ancora una volta, di un eccesso di stereotipizzazione. È infatti la family of choice quella che richiede di affrontare le tematiche più controverse dell’accesso alla fecondazione assistita o della gestazione per altri e che quindi, come rileva Trappolin, tende poi a silenziarle nel suo percorso di ‘normalizzazione’. Anche nel saggio di Bertone si sottolinea che la comunità LGBT+ inglese, pur appoggiata dai governi locali si è dovuta adattare a confini discorsivi più moderati, riducendo anche la complessità. Questa torsione rischia di mettere in ombra altri bisogni nuovi, molto più direttamente vicini alle competenze consolidate degli assistenti sociali come l’accesso all’affidamento e all’adozione o alla stepchild adoption, il cui stralcio dalla legge Cirinnà, senza che ci sia stato un vero dibattito, ben esemplifica quanto il discorso pubblico sia ancora preda nel nostro paese di blocchi, stereotipi e azzeramenti della complessità.

Da questo punto di vista si potrebbe arrivare quasi a comprendere come sia potuto succedere che si sia inventata una inesistente ‘ideologia del gender’ (Garbagnoli 2014), come reazione a paure indistinte e non riflettute sulle trasformazioni delle famiglie[2]. Al contrario le trasformazioni che investono le famiglie tutte non sono in realtà troppo diverse da quella affrontate dalle famiglie same sex come ci ha insegnato Irène Thery (1993): rimandano tutte al prevalere della centralità della filiazione rispetto alla tutela della coppia nella variegata e impegnativa costruzione sociale delle famiglie contemporanee, purché si prenda atto che la filiazione non è soltanto quella biologica.

Non è un caso, infatti, che proprio dalla rimeditazione del lungo percorso storico francese di evoluzione della politica familiare, condotta con ottica interdisciplinare da esperti di molte diverse competenze chiamati a stendere, in sede istituzionale, un documento sulla sua evoluzione possibile (Théry 2014), sia venuto un richiamo alla necessità di re-inventare un sistema giuridico funzionante di obbligazioni familiari e di parentela non più fondato biologicamente, ma capace di rispondere a tutte le variant family forms. E appunto, il documento chiede di equiparare perfettamente in una riforma possibile filiazione biologica, adozione e filiazione con terzo donatore: tutte equivalenti nella responsabilità genitoriale, di cui nessuna è da intendersi come il modello perfetto. E non è un caso che, nuovamente, da questo punto di vista i rimandi al sapere di esperienza del servizio sociale possano essere scontati nella vicinanza proprio a questi temi.

 

Rossana Trifiletti

 

 

 

 

Bibliografia

Bosisio, R. and Ronfani, P. (2016), «“Who is in Your Familiy?” Italian Children with Non-Heterosexual Parents Talk about Growing Up in a Non-Conventional Household», Children & Society, 3(6), pp. 455-466.

Bottino, M. (2008), «Genitori omosessuali, omogenitorialità e nuclei omogenitoriali», in L. Trappolin (a cura di), Omosapiens 3. Per una sociologia dell’omosessualità, Roma: Carocci, pp. 194-208.

Bottino M., Danna D. (2005), La gaia famiglia. Che cos’è l’ omogenitorialità?, Trieste: Asterios.

Cavina, C. Danna, D., (a cura di), Crescere in famiglie omogenitoriali, Milano: Franco Angeli.

Garbagnoli S. (2014), “L’ideologia del genere”: l’irresistibile ascesa di un’invenzione retorica vaticana contro la denaturalizzazione dell’ordine sessuale, in AG - AboutGender, 3(6), pp. 250-263.

Lelleri R., Prati G., Pietrantoni L. (2008), Omogenitorialità: i risultati di una ricerca italiana, in Difesa sociale, 4, pp. 71-84.

Saraceno C. (a cura di) (2006), Diversi da chi? Gay, lesbiche, transessuali in un’area metropolitana, Milano: Guerini.

Théry I. (1993), Le démariage, Paris: Odile Jacob.

Théry I. (2014), La filiation, les origines et la parentalité, Rapport du groupe de travail pour Madame la Ministre de la famille, http://www.justice.gouv.fr/include_htm/etat_des_savoirs/eds_thery-rapport-filiation-origines-parentalite-2014.pdf.

Trappolin, L. e Tiano A. (2015), [Same-sex families e genitorialità omosessuale] Controversie internazionali e spazi di riconoscimento in Italia, in Cambio, 5(9), pp. 47- 62.

 

 

[1]Scegliamo questa sigla rispetto alle altre in uso in quanto acronimo più conosciuto e comprensibile, uniformando anche quelle usate nei contributi.

[2]Sulla stessa linea di quasi inesplicabile allontanamento irrealistico dalla conoscenza della quotidianità delle famiglie si colloca il DDL. 735/2018 a prima firma Pillon sull’affido condiviso, che non possiamo discutere qui, ma che sembra per fortuna ormai destinato a essere abbandonato.


Buone pratiche per il servizio sociale?

Riflessione dell’autore sull’atteggiamento della professione del servizio sociale nei riguardi della comunità LGBT+. Propone un approccio fondato su un atteggiamento critico e autoriflessivo, teso alla comprensione e alla formazione sui temi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. L’assistente sociale deve avere competenze atte a fronteggiare le dinamiche psicosociali relative allo stigma di genere e all’omofobia; l’autore invita, quindi, a sviluppare e produrre buone pratiche, anti-oppressive e includenti.

DOI: 17386/SA2018-004007

ORIENTAMENTO SESSUALE, IDENTITÀ DI GENERE:

BUONE PRATICHE PER IL SERVIZIO SOCIALE?

 

Benedetto Madonia*

*Assistente sociale

 

Riassunto: Riflessione dell’autore sull’atteggiamento della professione del servizio sociale nei riguardi della comunità LGBT+. Propone un approccio fondato su un atteggiamento critico e autoriflessivo, teso alla comprensione e alla formazione sui temi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. L’assistente sociale deve avere competenze atte a fronteggiare le dinamiche psicosociali relative allo stigma di genere e all’omofobia; l’autore invita, quindi, a sviluppare e produrre buone pratiche, anti-oppressive e includenti.

 

Parole chiave: Assistente sociale, omofobia, identità di genere, LGBT+, affirmative practice.

 

Abstract: Sexual orientation, gender identity: good practice for social work? The author reflects on the social workers attitude towards LGBT+ and introduces a critical approach aimed to the comprehension and education about sexual orientation and gender identity. The social worker have to be good to face psychosocial dynamics related to gender’s stigma and to homophobia; so the author exhorts to develop and produce good practices that must be not-oppressive and including.   

 

Key words: Social worker, homophobia, gender identity, LGBT+, affirmative practice.

 

 

 

1. Una professione specchio della società di cui fa parte

 

Il lavoro sociale è lo specchio della società in cui viene realizzato. Si tratta di un ambito professionale il cui contesto operativo è una società intrisa di disuguaglianze, che egli stesso contribuisce a produrre e a rinforzare. […] Se gli operatori vogliono riorientare la professione e puntare veramente alla promozione del benessere, li aspetta un impegno notevole: decostruire le politiche e le pratiche professionali inadeguate, che si rispecchiano nelle concezioni del loro lavoro e del modo in cui viene svolto. (Dominelli, 2005, p. 295)

 

Quali pratiche professionali sono state sviluppate relativamente alla popolazione Glbtqi+[1]? Quale spazio e visibilità la professione ha offerto in Italia alla riflessione circa l’opportunità di includere i temi LGBT+ accanto agli altri ambiti tradizionalmente oggetto dell’intervento dell’assistente sociale?

Chi oggi decide di intraprendere un percorso formativo per diventare assistente sociale in Italia o lo ha già concluso, si è formato, è cresciuto e maturato in un contesto socio-culturale permeato da eteronormatività ed eterosessismo quale matrice culturale e ideologica di riferimento per tutti e dunque non è esente dall’assumere tale prospettiva come unica valida ed essere portatore o portatrice, al pari di altri cittadini, di atteggiamenti e comportamenti stereotipati, stigmatizzanti, misconoscenti che contribuiscono a perpetrare oppressione e malessere nelle persone LGBT+.

È indicativo il fatto che sinora nulla o poco, troppo poco, sia stato scritto, dibattuto e affrontato dalla stessa comunità professionale italiana in merito alla realtà dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Se confrontata ad altre realtà straniere, dove il modello statunitense e anglosassone è assolutamente di riferimento, quella italiana appare arretrata e latitante per certi versi riguardo a queste tematiche.

 Questo non può essere accettabile poiché una professione come quella del servizio sociale, che tra i suoi principi fondanti pone al centro del suo intervento la persona e il suo diritto alla piena realizzazione e partecipazione alla vita sociale e democratica, non può tacere sui processi di oppressione e ostilità verso la comunità LGBT+. Anzi, siamo chiamati piuttosto in prima linea ad assumerci sino in fondo il nostro ruolo di advocacy e farci portavoce, in nome di quell’ideale di giustizia sociale che deve ispirare la nostra professione, di chi come in questo caso appartiene a gruppi di minoranze sessuali. Abbiamo un’enorme responsabilità poiché nei nostri contesti lavorativi, negli enti pubblici e privati nei quali prestiamo servizio, nelle relazioni professionali tra colleghi e in ogni sfera dove da sempre l’assistente sociale si trova a operare, le persone omosessuali o con un’identità di genere non normativa, sono rese invisibili, non vengono riconosciute, i bisogni specifici che possono avere non vengono accolti, poiché non si è spesso capaci di leggerli e ciò anche a causa di una generale disinformazione, che può solo arrecare ulteriore danno a vite spesso condannate all’infelicità e alla repressione.

L’approccio professionale che vogliamo condividere in questo articolo è fondato, prima di tutto, su un atteggiamento critico e autoriflessivo nei confronti della professione. Vogliamo metterci in discussione con spirito di confronto costruttivo e interrogarci su come sinora l’intervento sociale professionale sia stato troppo spesso colluso con pratiche oppressive istituzionalizzate e sia stato fagocitato da apparati burocratici, amministrativi, economici che riducono l’assistente sociale a un anonimo ingranaggio dentro l’enorme catena di montaggio (o smontaggio?) del welfare e separano i cittadini utenti in meritevoli e non meritevoli. Saperci mettere in discussione è faticoso e rischioso, perché significa spesso scontrarci contro uno status quo che, forse per inerzia o per comodità, smette di vedere dinanzi a sé l’utente persona, con la sua individualità, identità e unicità, per sostituirlo con l’utente contenitore, messo a tacere, giudicato, bene che vada, “meritevole” appunto di ricevere un’assistenza.

Ma i gay e le lesbiche non sono persone come tutte le altre? Perché dovrebbe interessare il lavoro degli assistenti sociali? Avrebbero bisogni diversi e particolari? Tutto ciò non contribuisce forse a perpetrare ancora una ghettizzazione? Se vogliono essere trattati come tutti gli altri non sarebbe il caso forse che la smettessero di manifestare e fare richieste che suonano più come privilegi? E poi si tratta in definitiva di privilegi o diritti?

Le domande, che possono sembrare retoriche, sono domande alle quali spesso nella nostra vita quotidiana siamo sottoposti e che danno voce al “senso comune”, a quello che “si sente dire in giro” talvolta intriso di stereotipi e pregiudizi.

 

Knowledge is a powerful tool for understanding oneself and one’s society. Most people - including GLB people - have not been educated about sexual orientation diversity and sexual minority people. […] Therefore, old myths and other misinformation about sexual orientation and sexual minority people tend to be perpetuated generation after generation (Morrow, Messinger, 2006, p.100)

 

Le persone LGBT+ oggi, in Italia, sono portatrici di bisogni e diritti che, per una precisa situazione socio-culturale e politica, non hanno ancora ricevuto una risposta adeguata e un inserimento nell’agenda politica e sociale del Paese e se, come professionisti delle politiche sociali non ci assumeremo la responsabilità di comprendere e formarci sui temi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, contribuiremo solamente a perpetrare, generazione dopo generazione, disinformazione e oppressione.

Di quali istanze sono portatrici le persone omosessuali, bisessuali e transessuali nei confronti della comunità degli assistenti sociali italiani e cosa hanno, o dovrebbero, offrire gli assistenti sociali alla comunità LGBT+? È una forzatura affermare che l’orientamento sessuale e l’identità di genere possano rientrare tra gli ambiti d’intervento del servizio sociale? E se sì, in che modo?

Ci sembra necessaria una presa di consapevolezza dei pregiudizi e degli stereotipi che possono corrompere la valutazione e la comprensione di una situazione da parte dell’assistente sociale per giungere all’assunzione di un modello d’intervento anti oppressivo e fondato su uno spirito critico e sulla competenza culturale del professionista. Vedremo quanto l’esistenza di pregiudizi, anche sottili, possa interferire nella relazione d’aiuto professionale dell’assistente sociale. Determinante è il ruolo giocato dall’informazione e dalla formazione su questi temi senza le quali qualsiasi intervento rischia di essere alimentato solo da buone volontà e buone intenzioni.

 

 

2. Esigenze formative

 

Non è possibile conoscere un soggetto - e la realtà in cui esso è coinvolto - se non a partire dall’esperienza di un altro soggetto che in un processo interattivo gli consente di svelarsi.

In questa prospettiva la conoscenza è un processo di progressiva rivelazione di sé e della propria esperienza ad un altro soggetto che si gioca in una dinamica di reciproca comprensione. È un dinamismo che prende dentro un io e un tu, cioè due identità distinte in una relazione carica di significato per entrambi. Se conoscere il bisogno vuol dire andare al cuore delle difficoltà, esse non sono che l’emergenza del vero centro affettivo della persona, che è fondamentalmente costituito da un desiderio, profondo, di felicità. (Sanicola, 1989, pp.63-64)

 

Conoscenza come rivelazione di sé e della propria esperienza a un altro soggetto nell’ottica di una reciproca comprensione. Significa allora partire non da nostre idee prefissate o da schemi concettuali rigidi, ma lasciare che sia la vita, l’esperienza, il vissuto delle persone a influenzare la nostra prassi e, da lì, la nostra percezione e costruzione teorica della realtà. In altre parole, è fondamentale essere formati in modo adeguato e congruo ai temi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere non solo in quanto dimensioni essenziali e di assoluta rilevanza per la persona, ma anche per svincolarli dalla struttura stereotipata e stigmatizzante nella quale sono inseriti e che, senza occasioni di confronto, studio e formazione, rischiano altrimenti di essere applicati senza essere messi in discussione da parte del singolo assistente sociale.

 

In merito alle specificità culturali e socio-educative legate allo stigma di genere e all’omofobia, tematiche su cui molti Atenei nel resto del mondo possono già contare una più ampia esperienza, nelle Università italiane le problematiche relative alla discriminazione e alla violenza legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere sono ancora quasi del tutto trascurate: nei contesti accademici italiani pare che si propongano modelli normativi che non contemplano la presenza di identità sessuali “altre” o di percorsi differenziali relativi ai ruoli di genere. (Cappotto, 2013, p. 237)

 

Siamo davvero sicuri che l’assistente sociale sia “ampiamente preparato” nell’intervento con una persona che vive un problema, un disagio, una situazione di omofobia? Perché l’assistente sociale dovrebbe esserlo, se non gli vengono forniti strumenti per comprendere tale realtà e le dinamiche socio-culturali che sottintendono il fenomeno dell’omofobia e della stigmatizzazione? Può bastare dire a se stessi di possedere una generale attitudine di accoglienza e apertura nei confronti dell’altro?

 

Homophobia may lead social workers to minimize or exaggerate the importance of sexual orientation in the gay or lesbian person’s life. According to these authors, minimizing may be reflected in statements such as “It doesn’t matter who one sleeps with”. Underestimating the role of sexual orientation “ignores that for many lesbians and gay men, sexual orientation has a profound impact on their lives which must be taken into account when providing social work services” (Lau Crisp, 2002, p.31)

 

Sottostimare e minimizzare il ruolo che l’orientamento sessuale o l’identità di genere possono avere nei processi di oppressione e discriminazione può essere frutto di una visione che trascura la natura stessa dell’oppressione per vedere solamente un dato psicologico individuale e come tale da trattare solo in sedi di terapia o comunque distanti dalle arene pubbliche e politiche.

Due appaiono allora i versanti sui quali agire: da una parte un lavoro sul proprio sé professionale per riflettere su se stessi con uno spirito critico e onesto capace di far emergere resistenze e difficoltà, dall’altra una maggiore attenzione alla formazione e informazione su questi temi che sembrano sinora per lo più affidati all’iniziativa privata e alla sensibilità del singolo professionista.

 

Social work knowledge and practice need to be grounded in the lives of those we serve, assessed in relation to critical approaches in order to ensure that we are building lasting change and not unintentionally reproducing various kinds of oppression. (Baines, 2011, p.7).

 

L'assistente sociale, sia chiaro, non deve spingere l'utente a dire quello che non vuol dire di sé, ma non deve neppure scoraggiarlo a parlare di sé o porlo in una situazione in cui si potrebbe sentire inibito dal dire cose che potrebbero essere importanti per capire come poterlo aiutare nel migliore dei modi. Il professionista deve possedere competenze e concetti per fronteggiare le dinamiche psicosociali relative allo stigma di genere e all’omofobia:

 

  • Competenze relative alla dimensione socio-affettiva, con riferimento alle differenze di genere e di orientamento sessuale.
  • Competenze per lavorare all’interno di strutture di prevenzione e sostegno con soggetti LGBT+ adolescenti e adulti.
  • Competenze orientate al lavoro di rete integrato tra strutture pubbliche e agenzie del privato sociale.
  • Competenze nel progettare e attuare interventi mirati di prevenzione, attraverso la predisposizione di idee progettuali che rispondono alle esigenze del territorio utilizzandone le risorse.
  • Competenze tecniche per la programmazione di progetti d’intervento sociale promossi dalle amministrazioni pubbliche.
  • Competenze nel progettare e realizzare eventi, dibattiti e incontri tematici sulle differenze relative all’orientamento sessuale e all’identità di genere. (Cappotto, 2013, p. 244)

 

Il rischio che l’agenzia formatrice può correre è quello di trascurare la dimensione sociale, culturale e anche formativa dei processi che portano ad atteggiamenti e comportamenti discriminanti e oppressivi nei confronti delle persone LGBT+. Ritenere che “sono persone come tutte le altre, perché considerarle diverse?” e che focalizzare meglio l’attenzione su tale minoranza significhi aumentare un processo di “auto-ghettizzazione” a nostro avviso è uno dei pregiudizi moderni che preclude ogni analisi del fenomeno che miri a un riconoscimento delle identità altre.

 

Non basta affermare valori egalitari: è necessario modificare le squilibrate relazioni di potere che i decision makers tendono a perpetuare. Gli operatori sociali hanno un ruolo importante da giocare nel mettere in campo queste tematiche. (Dominelli, 2002, p. 92)

 

 

3. Pratiche inclusive e competenza culturale

 

Immaginate che invece di escludere le realtà degli altri come assurde, o pericolose, stupide, eretiche, io desiderassi esplorare e conoscere questa realtà. E supponete di avere anche voi lo stesso desiderio. Che tipo di conseguenze sociali si avrebbero? Penso che la nostra società non sarebbe più basata sul cieco affidamento ad una causa, una fede o una concezione del mondo, ma su un impegno comune a riconoscersi reciprocamente il diritto ad essere persone separate, con realtà distinte. La naturale tendenza umana a prendersi cura del prossimo non suonerebbe più “mi preoccupo di te perché tu sei uguale a me”, bensì apprezzo e valorizzo la tua persona perché tu sei diverso da me. (Rogers, 1980, p.237)

 

Quello che noi cercheremo di affrontare qui, - nell’ ambito culturale nel quale questa pratica è nata e si è affermata - è denominato “affirmative practice” termine che in italiano non ha un corrispettivo del tutto congruente; ecco perché abbiamo scelto in modo discrezionale di utilizzare nella traduzione il termine, più semanticamente vicino, di “pratica inclusiva” che ci permette di connotare quest’ambito in termini di dinamiche sociali e istituzionali che determinano esclusione/inclusione sociale dei cittadini: contribuiscono a ciò le stesse strutture istituzionali e sociali che causano oppressione ed esclusione e che vengono corroborate da modelli culturali e sociali che le ispirano.

 

Gay affirmative practice “affirms a lesbian, gay, or bisexual identity as an equally positive human experience and expression to heterosexual identity” (Lau Crisp C., 2002, p. 36)

 

È un mutamento di prospettiva e di approccio quello proposto che non può prescindere da un mutamento di posizione e atteggiamento dell’assistente sociale e che lo coinvolge nella sua persona, nei suoi modelli di riferimento e nei valori che orientano il suo agire professionale. Riconoscere l’identità, i percorsi, le esperienze, le vite LGBT+ quali aventi stessa dignità, valore, riconoscimento delle identità e dei vissuti che, rientrando in un modello (etero)normativo, non sono messi in discussione e riconosciuti sinora come gli unici validi e accettabili. C’è un impegno in più in ciò ed è quello non solo di riconoscere come ontologicamente presente questa dimensione, ma quello di assegnare a essa un valore positivo, affermando con i propri gesti, linguaggi, azioni la positività dell’esprimere un’identità altra e accoglierla come tale.

 

Practitioners have struggled with how to define gay affirmative practice [...] and there is no how-to list for conducting gay affirmative practice. Despite these limitations, the central concept of gay affirmative practice is the acknowledgement that a gay or lesbian identity is equal to a heterosexual identity and should be embraced as such. Furthermore, gay affirmative practitioners work to challenge the negative messages that clients may have internalized as a consequence of their identities as gays and lesbians. (Lau Crisp, 2002,p.44)

 

Un’effettiva pratica inclusiva si realizza solo poggiando su due assi costituiti dalla competenza culturale e dall’empowerment. Se di quest’ultimo se ne parla da anni ed è un concetto abbastanza familiare per l’assistente sociale, meno invece si sente parlare di competenza culturale, con la quale intendiamo:

 

“a set of congruent behaviours, attitudes, and policies that come together in a system, agency, or among professional, and enables that system, agency, or those professionals to work effectively in cross-cultural situations”. Social workers, therefore, can learn the skills and acquire the knowledge necessary to engage in and facilitate culturally competent practice with populations who are different from themselves. (Morrow, Messinger, 2006, p. 461)

 

Si tratta, per gli assistenti sociali, di apprendere le abilità e le competenze necessarie per facilitare un intervento sociale con una popolazione che è differente da loro.

La letteratura professionale in merito sembra indicare che la prospettiva d’intervento più appropriata sia quella della competenza culturale nei confronti delle persone LGBT+. Ecco, è il metodo di best practice più adeguato nel lavoro con membri di culture e “mondi” diversi dai nostri.

«Social workers must acquire the attitudes, knowledge and skills conducive to working effectively with minorities to be culturally competent» (Zamora, 2011, p.5). Pratica affermativa è dunque il nome dato all’agire professionale culturalmente competente da parte dell’assistente sociale.

 

Absence of Homophobia and practice without discrimination is not enough to work effectively with gay and lesbian clients. Gay affirmative practice requires workers to celebrate and validate the identities of gay men and lesbians and actively work with these clients to confront their internalized homophobia to develop positive identities as gay and lesbian individuals (Ibidem, p. 5).

 

È soltanto fornendo un supporto affermativo e incondizionato che si può realizzare quel rapporto di fiducia ed empatia tra il professionista e l’utente che è alla base di ogni progetto e intervento d’aiuto. Tutte le azioni di contrasto reale dell’omofobia (anche interiorizzata) e di realizzazione di una pratica affermativa devono passare necessariamente attraverso la promozione della visibilità delle persone LGBT+.

 

In order to work in a culturally competent manner with gay and lesbian clients, workers must first be willing and able to acknowledge to their clients the difficulties they face from living in a homophobic society. This includes the propensity for gays and lesbian to internalize homophobia that results in self stigma (Ibidem, p. 12).

 

Primo passo necessario, lo abbiamo detto più volte, è quello di diventare consapevoli di quelle aspettative e credenze culturali che si possiedono come parte della propria cultura che potrebbero inibire lo sviluppo di una relazione positiva con l’utente. Per esempio, se gli assistenti sociali sono cresciuti con la comprensione che le relazioni eterosessuali siano l’unica struttura moralmente buona per una famiglia, questa credenza potrebbe inibire il loro lavoro con coppie dello stesso sesso e le loro famiglie (Cfr. Morrow, Messinger, 2006, p. 461).

 

It is not simply enough to have an open mind about clients’ sexual orientation. Social workers and other practitioners should attempt to convey this openness in different ways such as by using gender neutral terminology when inquiring about relationship status and asking about clients’ sexual orientation on intake forms. Behaviours such as these convey support and affirmation for the client’s identity as a gay or lesbian person (Lau Crisp, 2002, p.38).

 

 

4. Il lavoro con le associazioni del territorio

 

Il raccordo e il lavoro di rete, il supporto delle associazioni LGBT+ locali e territoriali è indispensabile per pensare un intervento inclusivo e non discriminante. Le associazioni hanno appreso negli anni quel know how, quell’expertise che può essere risorsa fondamentale per i servizi sociali territoriali locali che volessero iniziare a pensare interventi inclusivi e accoglienti verso le persone LGBT+. Bisogna iniziare a fornire supporto alle iniziative nazionali e locali delle associazioni LGBT+ ovvero farsi alleati nel proprio ruolo professionale di advocate e diventare così promotori di cambiamento. Il lavoro di rete allora si traduce in un circolo virtuoso nel quale le competenze, le prassi, le conoscenze, le abilità vengono trasmesse, rese fruibili e accessibili non solo agli addetti ai lavori, ma a qualsiasi cittadino mostri interesse e necessità di apprendere, confrontarsi e formarsi.

Un’azione che senza dubbio spetta anche all’assistente sociale nei confronti della propria organizzazione di lavoro riguarda elementi apparentemente elementari, ma di forte impatto, che spesso assumono la forma del non detto, della sfida a modalità relazionali tra colleghi basate su machismo e denigrazione verso gli omosessuali in particolare. Allora ecco alcune semplici mosse che potrebbero essere intraprese: mostrare messaggi chiari di accoglienza della popolazione “non eterosessuale” attraverso depliant, volantini e locandine; usare sempre un linguaggio non sessista e non eterosessista, fornire occasioni di riflessione e confronto, mettere in discussione l’organizzazione dell’ente presso il quale si lavora (è inclusivo? Permette l’accesso di tutti? Cosa posso fare io con il mio ruolo qui dentro? Che linguaggio si usa? Che messaggi vengono dati?).

Ecco alcune delle azioni concrete che la professione può mettere in atto e che possono avere un impatto significativo sul territorio e che responsabilizzano il servizio sociale locale in modo chiaro e preciso:

  • Protocolli d’intesa con le associazioni LGBT+ locali e nazionali.
  • Partecipazione e patrocinio ai pride nazionali e locali.
  • Comunicati stampa puntuali in occasione di atti omofobi di particolare rilevanza mediatica.
  • Organizzazione di eventi formativi e informativi rivolti a professionisti, colleghi e cittadini, patrocinati e sostenuti dagli ordini professionali regionali.
  • Formazione obbligatoria e accreditata su tali tematiche a carico delle e degli assistenti sociali iscritti all’albo.
  • Petizioni, interrogazioni, azioni politiche, attività di lobbing affinché i diritti e la tutela delle persone LGBT+ vengano inseriti nella programmazione nazionale e locale dei servizi sociali.

È importante ricordare che gli individui ai livelli più bassi dello sviluppo dell’identità omosessuale potrebbero ritrovarsi a più alto rischio per problemi correlati allo stress, come ad esempio abuso di sostanze, depressione e suicidio (cfr. Morrow, Messinger, 2006, p.101). Ora questo, oltre ad arrecare un evidente malessere e stato di bisogno nell’individuo, in un’ottica di programmazione di politiche sociali coerenti non può non influire sui costi sociali ed economici che uno Stato deve sostenere per rispondere a questi bisogni. In altre parole, investire sulla prevenzione del malessere causato da discriminazione e omofobia verso i soggetti LGBT+ o così creduti, significa evitare una ricaduta successiva in termini di spese mediche, sociali e psicologiche. Se lo Stato inizia a occuparsi della rimozione delle cause di stigmatizzazione che riducono al silenzio e all’invisibilità i soggetti LGBT+, questi potrebbero essere stimolati a fare coming out, allontanare così fattori di ansia e stress e vivere una vita affettiva e relazionale integrata e risolta.

 

 

5. Conclusione

 

Sviluppare e produrre buone prassi non significa, dunque, individuare un modello statico one-fit-all nel quale includere in modo acritico e impersonale ogni persona LGBT+. Significa piuttosto produrre un mutamento di prospettiva, un’azione critica verso se stessi e un’apertura dal basso alla realtà così com’è e non come mi immagino dovrebbe essere. Competenza culturale, pratiche anti oppressive e includenti per le persone LGBT+ sono fondamentali da questo punto di vista, prima di tutto per fare in modo che la popolazione LGBT+ possa rivolgersi ai servizi senza timori.

A ciò contribuisce la presunzione di eterosessualità che pervade ogni relazione, struttura sociale e dimensione sociale. Se un servizio si mostrasse accogliente, anche in modo visibile (attraverso manifesti, messaggi scritti, carta dei servizi, ecc.), verso le persone che non si riconoscono in un orientamento sessuale esclusivamente eterosessuale, allora è evidente che potrebbe diventare un luogo sicuro, un luogo nel quale possa esprimere la mia identità senza utilizzare in sostituzione modelli o esempi eterosessuali falsi e lontani dall’esperienza personale. Sviluppare buone prassi allora significa già pensare, predisporre se stessi e i servizi in modo che siano inclusivi e accoglienti verso anche la popolazione LGBT+.

Dovrebbe essere considerato fondamentale, per tutti gli assistenti sociali di tutti i paesi, il compito di sviluppare metodi per assicurare l'inclusione delle tematiche LGBT+ in tutte le attività che riguardano lo sviluppo e la crescita della professione, così come dovrebbero essere promosse e sviluppate conoscenze, teorie e pratiche e una riflessione comune sulle strategie utili a contrastare ed eliminare pratiche professionali omofobiche.

Prendere atto, quindi, dell’esistenza di atteggiamenti e sentimenti portatori di pregiudizi richiede di sapersi mettere in discussione ed è propedeutico all’acquisizione di abilità professionali funzionali a un intervento competente con la popolazione LGBT+. Alcune di queste, nello specifico, fanno riferimento a:

  • Ridurre e contenere la paura o il senso di vergogna degli utenti per il loro orientamento sessuale o identità di genere.
  • Aiutare l’utente a sviluppare un’identità positiva come gay, lesbica, etc.
  • Contrastare la disinformazione, i pregiudizi e gli stereotipi (a partire già dal luogo di lavoro e tra colleghi).
  • Creare un servizio accogliente, inclusivo e sicuro per le persone LGBT+, anche utilizzando materiale informativo e comunicativo che faccia chiaro riferimento all’orientamento sessuale e identità di genere.
  • Verbalizzare (ove occorra) rispetto per le persone LGBT+ e i loro stili di vita, dandone visibilità e riconoscimento.
  • Ricordare agli altri colleghi il loro ruolo e responsabilità al fine di agire quali operatori culturalmente competenti e professionisti delle relazioni d’aiuto e contrastare in modo assoluto qualsiasi gesto, espressione, atteggiamento, battuta che disprezzi le persone LGBT+.

Confrontarsi, apprendere, sviluppare nuove buone prassi e apprendere da esperienze virtuose già realizzate, allora, è un’esigenza professionale che non può più essere rimandata e che permetterà a ogni singolo assistente sociale di saper intervenire in modo competente e adeguato. Troppo lungo è stato il silenzio della comunità italiana degli assistenti sociali e non possiamo più permetterci di rimandare un sistematico ripensamento delle modalità, degli spazi e delle occasioni di confronto dedicate alla tematica dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. È giunto il momento di assumerci la responsabilità di dare risposte coerenti e chiare nel solco della nostra storia professionale, una storia che ha assunto come propria e inderogabile mission quella di valorizzare, riconoscere e dare dignità a ogni donna e ogni uomo e di sostenerlo nel cammino verso una piena realizzazione di sé, verso la felicità.

L'orientamento sessuale e l’identità di genere in quanto dimensioni esistenziali e imprescindibili della persona e della sua storia devono quindi assumere rilevanza per il servizio sociale. È un dovere deontologico ed etico porre attenzione a questi temi che, nella prassi quotidiana, si traducono nel dare visibilità, spazi, riconoscimento - quello che la pratica inclusiva si propone come obiettivi - a questa dimensione della persona che influisce nella sua costruzione di rapporti, legami, conflitti e risorse.

Quello dell’omofobia, lo abbiamo ripetuto più volte, è un fenomeno che ha forti radici sociali, educative e culturali e che, nelle sue forme più o meno eclatanti, continua a riversare ostilità, disgusto, sentimenti ed emozioni negative, pensieri, atteggiamenti squalificanti sulla vita di tante donne e uomini. Nessuno può ritenersi indenne e al sicuro, nessuno può dire di non avere responsabilità, nessuno può dire di non giocare una parte, ogni giorno, su come la società, il territorio dove viviamo, i servizi nei quali lavoriamo, le nostre reti relazionali diano visibilità e riconoscimento alle persone LGBT+, oppure si facciano complici e coautori di gesti, azioni, pensieri, decisioni che mantengono invisibilità, misconoscimento e oppressione.

Sono, infatti, proprio le politiche, la progettazione e l’organizzazione di tavoli di discussione tecnici che bisogna promuovere per un’azione competente, strutturata, duratura ed efficace. Noi, come comunità italiana di assistenti sociali, dobbiamo colmare il gap rispetto ad altre categorie professionali che negli ultimi anni hanno detto la loro, in modo ufficiale e pubblico, sulle tematiche dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere.

Una società che voglia dirsi democratica e civile deve riconoscere, amare, gioire dei risvegli felici di uomini e donne i cui desideri, le cui attese, i cui sogni sono dati dal poter realizzare vite pienamente umane, vite possibili, capaci di amare ed essere amati così come si è e proprio per come si è. Quello di cui vorremmo essere capaci come persone e assistenti sociali è saperci riconoscere membri di una stessa umanità, mai estranei al grido di dolore e di speranza di chi lotta ancora oggi solamente per essere riconosciuto nella sua dignità e nel suo valore di persona umana, imparare a saperci aprire al mondo e ad accogliere la vita nelle sue più inattese espressioni e nelle sue più colorite sfumature.

 

 

 

 

Bibliografia

Baines D. (2011). An overview of anti-oppressive practice – roots, theory, tensions, in Ead. (a cura di), Doing-Anti-Oppressive-Practice-Social-Justice-Social-Work, Blak Point, Nova Scotia, Fernwood Publishing Co Ltd.

Cappotto C. (2013). Bullismo omofobico e stigma di genere: intervenire nei contesti universitari, in Rinaldi C. (a cura di), La violenza normalizzata. Omofobie e transfobie negli scenari contemporanei, Torino, Kaplan, pp. 237-248.

Dominelli L. (2005). Il servizio sociale, una professione che cambia, Mori (TN), Centro Studi Erickson.

Dominelli L. (2002). Values in Social Work: Contested Entities with Enduring Qualities, in Adams R, Dominelli L, Payne M, Critical Practice in Social Work, Suffolk, Palgrave, pp. 15-27

Lau Crisp C. (2002). Beyond Homophobia: Development and Validation of the gay affirmative Practice Scale (GAP), Austin, University of Texas.

http://www.lib.utexas.edu/etd/d/2002/crispcl026/crispcl026.pdf (consultato il 13 marzo 2015)

Morrow D. F., Messinger L. (2006). Sexual orientation and gender expression in social work practice – working with gay, lesbian, bisexual and transgender people, New York, Columbia University Press.

Rogers C.R. (1980). A way of being, Boston, Houghton Mifflin Company, in Rinaldi C. (a cura di), (2013). La violenza normalizzata. Omofobie e transfobie negli scenari contemporanei, Torino, Kaplan, p. 237.

Sanicola L. (1989). Processi interattivi tra discipline professionali e discipline di base nel servizio sociale, in Cellentani O, Ramoscelli R (a cura di), 1989, Il Servizio sociale tra identità e prassi quotidiana, Milano, Franco Angeli, pp. 43-70.

Zamora J. (2011). An exploratory study on social workers’ attitudes and practices with gay and lesbian clients thesis, Fresno, California State University.

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Benedetto Madonia, svolge dal 2015 un incarico presso il Comune di Firenze come assistente sociale nell’area adulti, famiglia e inclusione sociale.

 

[1] Acronimo più aggiornato che sta per gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, transgender, queer e intersessuali, con il simbolo positivo che vuole includere anche altre variabili e sfumature non contenute nelle sei lettere. Di seguito per semplicità useremo il più noto LGBT+.

Keywords:
Opportunità e limiti del contesto neoliberista

Le due autrici, in un momento a rischio di arretramento delle politiche antidiscriminatorie relative a orientamento sessuale e identità di genere, conducono un’analisi delle politiche locali registrate in Italia negli ultimi decenni, volte a supplire alle mancanze legislative nella tutela dei diritti LGBT+. Segue un confronto con il modello anglosassone, all’avanguardia a partire dagli anni Ottanta del Novecento, in cui le politiche LGBT+ non si configurano come una scelta possibile, ma come un dovere imprescindibile delle amministrazioni locali. Al contrario in Italia manca un quadro normativo nazionale e le politiche antidiscriminatorie hanno una diffusione capillare, ma disomogenea.

DOI: 17386/SA2018-004008

 

 

SPAZI LOCALI PER LE POLITICHE ANTIDISCRIMINATORIE LGBT+:

OPPORTUNITÀ E LIMITI DEL CONTESTO NEOLIBERTISTA

 

Chiara Bertone*, Beatrice Gusmano**

*Università del Piemonte orientale, **Assegnista di ricerca

 

Riassunto: Le due autrici, in un momento a rischio di arretramento delle politiche antidiscriminatorie relative a orientamento sessuale e identità di genere, conducono un’analisi delle politiche locali registrate in Italia negli ultimi decenni, volte a supplire alle mancanze legislative nella tutela dei diritti LGBT+. Segue un confronto con il modello anglosassone, all’avanguardia a partire dagli anni Ottanta del Novecento, in cui le politiche LGBT+ non si configurano come una scelta possibile, ma come un dovere imprescindibile delle amministrazioni locali. Al contrario in Italia manca un quadro normativo nazionale e le politiche antidiscriminatorie hanno una diffusione capillare, ma disomogenea.

 

Parole chiave: Enti locali, LGBT+, identità di genere, omofobia, diversity management.

 

Abstract: Local space for LGBT+ nondiscriminatory politics: opportunities and limits in neoliberalist contest. Chiara Bertone and Beatrice Gusmano present an analysis of the Italian local politics oriented to LGBT+ rights. They also make a comparison between the Italian and English model, which is progressive since 80s; in the English local administrations LGBT+ politics are a duty, not a choise, as all the citizens are equal. On the contrary, Italy needs a national legal frame for LGBT+ rights, so the local politics are common but irregular.

 

Key words: Local institutions, LGBT+, gender identity, homophobia, diversity management.

 

 

 

Stiamo assistendo, in questi tempi, in Italia come in molti altri paesi, a un forte rischio di arretramento delle politiche antidiscriminatorie relative a orientamento sessuale e identità di genere, con un ruolo rilevante di amministrazioni locali attente a ottenere visibilità adottando misure, simboliche o reali, di disconoscimento e discriminazione, nel segno di una ri-naturalizzazione delle gerarchie sociali.[1]

In questo contesto, è utile ripercorrere il ruolo opposto che le politiche locali hanno avuto negli ultimi decenni in molti contesti del nostro paese, trovandosi a dover supplire alla mancanza di un quadro legislativo e di intervento nazionale per la tutela dei diritti delle persone LGBT+. È, infatti, un percorso che ci può consentire di mettere a fuoco sia gli spazi di riconoscimento che sono stati aperti in questi anni, sia i loro limiti, come contributo a ragionare su possibili strategie per affrontare le attuali difficoltà.

Le considerazioni che seguiranno si fondano su ricerche sugli spazi di azione per gli attori pubblici locali nel contrasto alle discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale e l'identità di genere. La prima, una ricognizione su esperienze europee e sulla Provincia di Trento (Bertone e Cappellato 2006). La seconda, a cui farò soprattutto riferimento, è stata realizzata nel 2011 come parte del progetto europeo AHEAD (Contro l’omofobia. Strumenti delle Amministrazioni Locali Europee),[2] sulle politiche locali per contrastare le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (Gusmano e Bertone 2011). In quest'ultima sono state analizzate le esperienze di cinque città italiane in cui la pubblica amministrazione ha promosso, in forma più o meno organizzata, attraverso propri uffici o tavoli di coordinamento, politiche antidiscriminatorie in relazione a orientamento sessuale e identità di genere: si trattava, nel 2010, dell'Ufficio delle Politiche delle Differenze a Bologna, dei Tavoli di coordinamento tra Comune e associazioni a Roma e Napoli, del Servizio LGBT del Comune di Torino e dell'Osservatorio LGBT di Venezia. È stata anche indagata una situazione territoriale, quella Piemontese, in cui si sono sviluppate forme di collaborazione verticale tra Comuni, Province e Regione. Il progetto, infine, ha incluso un’analisi della rete Re.a.dy,[3] una rete nazionale di enti locali e regionali, creata con l’obiettivo di «promuovere culture e politiche delle differenze e sviluppare azioni di contrasto basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere»[4] e che raccoglie attualmente oltre cento enti, tra Comuni e Regioni. Lanciata nel 2006 con un incontro internazionale tra amministrazioni locali, organizzato a Torino in occasione del Pride nazionale, la rete ha avuto periodi di forte espansione, mentre gli ultimi mesi sono segnati dall’uscita di diverse amministrazioni regionali e locali.

Esplorando gli spazi discorsivi possibili per le politiche LGBT+, quando sono realizzate da amministrazioni locali, è emersa come centrale la questione della incerta legittimazione di queste politiche in Italia: incerta e reversibile, come oggi ben si può constatare. Sostenere la legittimità delle azioni antidiscriminatorie è quindi un passaggio sempre necessario, mai scontato, ma le strategie utilizzate dai movimenti LGBT+ e dalle amministrazioni locali per ottenerla sono diverse e sono cambiate nel tempo.

 

  1. Governance e protagonismo locale nel contrasto alle discriminazioni

 

L'iniziativa delle amministrazioni locali nel contrasto alle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere ha trovato particolari spazi negli ultimi due decenni, divenendo il motore fondamentale delle politiche pubbliche LGBT+ in Italia. Due condizioni possono spiegare questa situazione (Bertone e Cappellato 2006).

Da un lato, ci sono le forme specifiche della regolazione pubblica dell'omosessualità in Italia, caratterizzata dall'invisibilizzazione più che dalla criminalizzazione. L'orientamento alla "tolleranza repressiva", a negare l'esistenza dell'omosessualità non nominandola, piuttosto che riconoscerla anche attraverso la sua persecuzione come avveniva in altri paesi, ha accomunato i codici penali dell'Italia unita e l'azione della Chiesa cattolica (Dall’Orto, 1988). Anche nel periodo fascista l'inasprirsi della repressione si è realizzata evitando comunque di nominare l'omosessualità nel codice penale (Benadusi, 2005; Goretti e Giartosio, 2006).

Questo orientamento è continuato, pur con un allentarsi della repressione, nella Repubblica. Soltanto nel 2003, anno in cui l'Italia ha dovuto attuare una direttiva europea (2000/78/CE) per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro con il decreto legislativo n.216, le discriminazioni per orientamento sessuale sono state nominate in una legge italiana, seppure soltanto in ambito lavorativo, e con molti limiti rispetto alle eccezioni nell'applicabilità e all'incertezza sulle possibilità di sanzione (Fabeni e Toniollo, 2005). È in questo quadro che si è aperto lo spazio per un protagonismo delle amministrazioni locali e regionali, nello sviluppo di azioni e forme organizzative, ma anche nel nominare la tutela dei diritti delle persone LGBT+ in leggi regionali, regolamenti, linee guida. Una delle pratiche più visibili di sostituzione simbolica delle amministrazioni locali al silenzio della legislazione nazionale è stata l'istituzione di Registri comunali delle unioni civili, che hanno preceduto di molti anni l'approvazione della legge nazionale del 2016 (Corbisiero, 2013).

L'altra condizione di contesto che ha favorito il protagonismo delle amministrazioni locali riguarda le trasformazioni neoliberiste delle politiche pubbliche europee negli ultimi decenni. In quello che viene descritto come passaggio dal governement alla governance, vi è una rottura con la concezione dello stato come autorità pubblica che in nome dell'interesse pubblico definisce le regole e tutela i diritti, imponendosi agli attori pubblici e privati che operano in un sistema nazionale (Mayntz, 1999). Attraverso trasformazioni generate per parte importante dall'Unione Europea, con riforme istituzionali e la redistribuzione di competenze, si è creato piuttosto un sistema di multi-level governance basato sulla negoziazione tra attori pubblici e privati, e fra livelli nei poteri pubblici che operano su diverse scale territoriali. Queste trasformazioni hanno inciso anche sulle nuove forme che hanno assunto la tutela dei diritti di cittadinanza e il contrasto alle discriminazioni, con l'interazione tra istituzioni transnazionali, nazionali e locali. Nel campo delle discriminazioni legate a orientamento sessuale e identità di genere, l'assenza di iniziativa nazionale ha significato una forte interazione tra azione dell'Unione Europea e livello locale.

La centralità che l'Unione Europea si è assegnata nella lotta alle discriminazioni (Borrillo, 2005), e il cruciale passaggio del Trattato di Amsterdam, che nel 1997 consolida l’Unione Europea, in cui sono state incluse anche le discriminazioni fondate sulle "tendenze sessuali" - inclusione confermata poi nell'art.21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea del 2003[5] - fornisce un quadro di legittimazione istituzionale alle politiche locali italiane. A questo si è associato un chiaro orientamento dell'Unione Europea a promuovere un decentramento delle politiche pubbliche, stabilire relazioni e canali di finanziamento diretti con il livello locale. Lo stesso progetto AHEAD, da cui sono tratti molti dei risultati di ricerca qui discussi, si può considerare parte di questo processo, come molti altri progetti che, soprattutto nel decennio passato, hanno alimentato lo sviluppo di reti tra associazionismo, amministrazioni locali ed enti di ricerca e hanno ampliato gli spazi per la loro azione.

 

  1. Esperienze europee: negoziare i confini del possibile.

 

Il nuovo ruolo assegnato alle amministrazioni locali nel contrasto alle discriminazioni non è quindi limitato all'Italia, ed è utile riprendere analisi su altri contesti per mettere a fuoco gli interrogativi con cui guardare alla realtà italiana.

Analisi illuminanti su come si ridefiniscono le relazioni tra livelli di governo e tra attori pubblici e privati nello sviluppo delle politiche locali LGBT+ riguardano il caso inglese, e mettono in luce come i mutamenti delle definizioni del problema corrispondano a più ampie trasformazioni neoliberiste non soltanto del sistema di governance locale, ma anche dei modi in cui sono costruiti i soggetti a cui le politiche antidiscriminatorie si rivolgono (Gusmano, 2017).

Per quel che concerne il sistema di governance, in Gran Bretagna, verso la metà degli anni Ottanta, le autorità municipali, prevalentemente metropolitane, iniziano a occuparsi delle tematiche LGBT+ in un momento di forte attenzione, da parte dei governi laburisti, nei confronti delle pari opportunità e del multiculturalismo (Lansley, Gos e Wolmar, 1989; Lent, 2001). L’obiettivo di questo primo periodo è, da un lato, rimuovere i presupposti eteronormativi da linee guida, politiche e procedure degli enti locali al fine di ridurre la discriminazione sia diretta che indiretta; dall’altro, appoggiare lo sviluppo della comunità LGBT+ attraverso iniziative simboliche e finanziamenti pubblici.

Questa attenzione comincia a declinare alla fine del decennio quando, non solo in Gran Bretagna, si affermano orientamenti più conservatori e l’economia inizia a diventare il perno delle scelte politiche. Un aspetto non trascurabile di questo periodo è l’emergere di una scena commerciale omosessuale attraverso la quale le tematiche LGBT+ irrompono legittimamente all’interno del governo locale, economicamente interessato a quello che viene definito “pink pound”, identificato prevalentemente con la capacità di spesa di uomini gay bianchi ed economicamente agiati (Cooper e Monro, 2003). Contemporaneamente, le stesse associazioni LGBT+ spostano il focus delle rivendicazioni dall’affermazione di un’identità sessuale non normativa ai diritti individuali, uno spostamento che è stato interpretato come conseguente alle premesse del ‘sistema neoliberista’ (Carabine e Monro, 2004).

Negli anni Novanta, dunque, le iniziative maggiormente appoggiate dalle istituzioni riguardano la violenza omofobica, riferita alla più generale preoccupazione inerente la sicurezza, parola chiave, come vedremo, delle politiche dell’inizio del XXI secolo e filtro attraverso cui le tematiche LGBT+ iniziano a fare organicamente il loro ingresso all’interno della programmazione locale.

Per concretizzare questi propositi vengono utilizzate le competenze e le conoscenze degli attivisti di movimento, inizialmente riconosciuti come consulenti esterni della governance locale; nel processo di ristrutturazione del welfare, questi rapporti di consulenza acquisiscono sempre maggior formalità, dando luogo a delle partnership in cui l’ente locale valorizza le risorse presenti sul territorio promuovendo una forma di empowerment delle comunità locali. Tale processo non è però così lineare e presenta delle criticità - prima fra tutte la de-radicalizzazione delle istanze LGBT+ – il cui peso viene esperito in maggior misura dagli strategic brokers (Larner e Craig 2005). Con questa espressione vengono definiti i ‘mediatori strategici’, ovvero attivisti funzionali alle partnership in quanto capaci di promuovere il cambiamento attraverso un lavoro di rete tra associazioni ed enti locali. In letteratura troviamo la distinzione tra chi lavora dentro l’ente, facendosi portavoce delle istanze della comunità LGBT+, e chi invece mantiene il proprio profilo di attivista nelle associazioni e si prodiga nel coordinamento con l’ente locale. Al di là di questa prima dimensione organizzativa spicca anche una seconda dimensione, quella relazionale, presentata come imprescindibile ai fini di una partnership efficace. La doppia presenza all’interno della pubblica amministrazione e dei movimenti LGBT+ comporta, però, anche dei fenomeni di burn out dovuti al carico emotivo conseguente al portare avanti delle istanze identitarie all’interno di un’istituzione caratterizzata da rigidità burocratica, formalità di procedure, non conoscenza del fenomeno che si può tradurre in aperta ostilità, e limiti imposti dalla presenza di forze politiche che faticano a riconoscere la legittimità delle istanze LGBT+.

 

  1. Esperienze europee: legittimare l'azione.

 

Analizzando il caso inglese, Cooper (2006) sostiene che per ottenere da parte dei governi locali risposte alle proprie richieste, i movimenti LGBT+ hanno accettato di adattarsi ad alcune condizioni, o confini discorsivi, allontanandosi da posizioni più radicali di sfida ai rapporti di potere esistenti tra i generi e tra le sessualità e rinunciando a mettere in discussione il primato dell’eterosessualità come forma naturale delle relazioni sessuali e affettive. La “differenza” LGBT+ viene piuttosto ridefinita in termini di bisogni di una parte della comunità locale a cui le amministrazioni devono rispondere, o presentando situazioni di discriminazione da affrontare in nome dell’uguaglianza dei cittadini. In questo modo, all’amministrazione locale viene assegnato un ruolo di tutela della popolazione LGBT+ che può essere presentato non come frutto di una scelta politica, ispirata a un certo modello di società da realizzare, ma come un aspetto tecnico, parte dei compiti di gestione del territorio.

Questi compiti non sono tuttavia per nulla scontati, dato che la percezione di cosa deve e può fare l’amministrazione locale cambia a seconda di come sono definiti i bisogni della popolazione LGBT+.

A partire dall’esempio britannico, ma con uno sguardo più generale sui paesi occidentali, Cooper e Monro (2003) mettono bene a fuoco come queste definizioni siano cambiate in relazione ai più generali mutamenti delle possibilità di azione delle amministrazioni locali negli ultimi decenni. Un primo spostamento riguarda il rapporto con i servizi di competenza degli enti locali: dall’attenzione a politiche di accesso ai servizi che garantiscano uguaglianza anche per le persone LGBT+, con la loro crescente privatizzazione l’accento si è spostato sull’impegno a erogare servizi di qualità in una logica competitiva, di cui fa parte anche l’attenzione a rispettare le specificità dei bisogni dei consumatori.

Al tempo stesso, altri bisogni, meno legati all’erogazione di servizi, hanno assunto centralità nel legittimare e orientare le azioni delle amministrazioni locali. Riguardano da un lato la questione simbolica del riconoscimento, ovvero il bisogno delle persone LGBT+ di veder riconosciuta la propria identità, negata e squalificata da pregiudizi diffusi: assegnando alle amministrazioni il ruolo di garanti di un territorio rispettoso delle differenze e delle minoranze, si richiede un’azione culturale di contrasto a questi pregiudizi. Alla sempre maggiore importanza assunta dalle politiche sulla sicurezza a livello locale corrisponde invece il crescente accento sul bisogno di sicurezza delle persone LGBT+ in quanto potenziali vittime di violenza omofobica. Tra le principali risposte delle politiche spicca la formazione, declinata in ottica non discriminatoria, anche in chiave di anti-bullismo all’interno dei contesti scolastici.

Il rischio è tuttavia che l’attenzione ai soggetti LGBT+, in quanto vittime, oscuri una visione più positiva e rivendicativa delle loro esperienze. Infine, con l’affievolirsi della distinzione tra logica pubblica ed economia privata, si sono affermate forme di giustificazione di azioni di governo locale a sostegno della popolazione LGBT+ che fanno riferimento a un discorso di diversity management. In questa prospettiva, il contrasto alle discriminazioni viene ridefinito in termini di utilità economica, in quanto la tutela e la gestione delle differenze sono considerate mezzi importanti per promuovere la competitività economica del territorio (Florida 2003). Squires (2008) individua alcune implicazioni problematiche di questo discorso, che centra l’attenzione sugli individui piuttosto che sulle condizioni strutturali che producono situazioni di svantaggio per gruppi sociali. Inoltre, ridefinendo le differenze in termini di stili di vita più che di diseguali opportunità, ci si concentra sulle disuguaglianze culturali e sociali, separandole da quelle materiali. E si distingue tra chi può contribuire - i meritevoli, la classe creativa che porta soldi alle città - e chi, non potendo garantire ritorni economici, è relegato a rifiuto sociale, da espellere, criminalizzare o patologizzare.

Queste diverse forme di costruzione del problema, e delle soluzioni possibili, nelle politiche LGBT+ si intrecciano, infine, con la questione del loro grado di autonomia o integrazione all’interno di più ampie azioni di contrasto alle discriminazioni, direzione quest’ultima sollecitata dall’Unione Europea e intrapresa in diverse forme dai governi centrali (Takács 2007). Soprattutto in tempi di riduzione delle risorse pubbliche, nella competizione tra interventi su diverse dimensioni di discriminazione, è proprio un ambito a bassa legittimazione come questo a rischiare maggiormente la marginalizzazione e l’invisibilità (Kantola e Nousiainen 2009).

 

  1. Strategie di legittimazione delle politiche LGBT+ locali in Italia

 

Dalla ricerca AHEAD è emerso come le associazioni, ma soprattutto gli attori che dall’interno delle amministrazioni promuovono le politiche LGBT+ abbiano cercato forme di legittimazione attorno a cui vi possa essere un consenso politico sufficientemente ampio da consentire non solo la realizzazione di singoli interventi, ma una continuità di impegno della governance locale in questo ambito. Le strategie utilizzate presentano questo impegno non come frutto di una scelta politica, ispirata a un certo modello di società da realizzare, ma come un aspetto tecnico, parte dei compiti di gestione del territorio. Il riferimento all’universalità dei diritti di cittadinanza e dunque all’eguaglianza di tutti i cittadini sembra avere la capacità di presentare le politiche LGBT+ non come una scelta possibile, ma come un dovere imprescindibile delle amministrazioni, con l’attribuzione di una forte responsabilità pubblica nel garantire e promuovere questi diritti.

Se il discorso dei diritti fonda una generale legittimazione per politiche antidiscriminatorie che affrontano tutte le dimensioni riconosciute dal Trattato di Amsterdam, sembra tuttavia scontrarsi con il rischio di stabilire tra queste una gerarchia che rende invisibili le questioni LGBT+, dato che esse restano in Italia un ambito di politiche a bassa legittimazione.

Questa debolezza rifletteva la mancanza, in Italia, di un quadro nazionale di diritti formali: non solo il riconoscimento giuridico delle relazioni di coppia tra persone dello stesso sesso, arrivato soltanto nel 2016, ma anche una legislazione generale di contrasto alle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere che, come avviene in altri paesi, costituisca una pressione dall’alto per l’implementazione di politiche a livello locale; come si è detto, in Italia, infatti, tale tutela antidiscriminatoria è prevista soltanto per l’ambito lavorativo.

Il terreno per la specifica legittimazione di interventi su queste discriminazioni deve quindi essere cercato dagli attori locali, che lo costruiscono definendo quali sono i particolari bisogni delle persone LGBT+, legati alla loro condizione di minoranza discriminata. In questo modo, le amministrazioni possono attribuirsi un ruolo di tutela di questa minoranza, attraverso il contrasto all’omofobia.

Che cosa ciò significhi varia tuttavia in base ai bisogni a cui si fa riferimento: due ambiti in particolare emergono come cruciali. Il primo riguarda il bisogno di riconoscimento, ossia di vedere riconosciute dalla società le diverse esperienze e soggettività LGBT: su questo viene fondata la giustificazione di politiche culturali, che agiscano sul contrasto agli stereotipi e ai pregiudizi che costruiscono invece etichette astratte e stigmatizzate delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali.

D’altra parte, negli ultimi anni ha acquisito sempre maggiore importanza il riferimento alla sicurezza delle persone LGBT+: l’omofobia da contrastare assume in questo caso piuttosto la forma di atti concreti di discriminazione e violenza di cui le persone LGBT+ sono, o rischiano di essere, vittime. Data la più generale centralità acquisita dalle politiche di sicurezza in ambito locale, con un consenso trasversale rispetto agli schieramenti politici, questo modo di giustificare le politiche LGBT+ è riconosciuto dai soggetti coinvolti, in tutte le città studiate nel progetto AHEAD (Roma, Napoli, Bologna, Venezia e Torino) come una fonte molto efficace, forse la più efficace, per una legittimazione che può anche essere presentata come politicamente neutra.

Le diverse declinazioni dell’omofobia come questione di riconoscimento negato e di insicurezza si trovano spesso legate nelle argomentazioni che accompagnano le iniziative antidiscriminatorie. Spesso, tuttavia, la denuncia della violenza e la presentazione delle persone LGBT+ come possibili vittime paiono assumere la funzione di legittimazione fondamentale, sulla quale si possono poi innestare obiettivi più ampi di cambiamento culturale.

Si tratta in realtà di un mutamento più generale che negli ultimi decenni ha investito anche le politiche di genere, come viene messo in luce nel caso dell’allora Ufficio Politiche delle Differenze a Bologna. Sebbene collocato all’interno del settore Istruzione, politiche delle differenze e politiche di genere, l’attività dell’ufficio era informata dall’emergere di una «declinazione securitaria della tematica della violenza», di genere e omofobica. Il contrasto alla violenza ne rappresentava infatti la risorsa principale di legittimazione, il fondamento del lavoro di rete e del legame tra politiche LGBT+ e politiche di genere, e la base di partenza per altre politiche antidiscriminatorie.

In questo modo, tuttavia, paradossalmente, le politiche antidiscriminatorie rischiano di riprodurre e alimentare proprio quel discorso securitario su cui si sono costruite, e si costruiscono, le fortune politiche delle destre europee e globali, che hanno tra gli obiettivi prioritari quello di contrastare queste stesse politiche.

Più marginale, come giustificazione delle politiche locali LGBT+, appare invece il riferimento a bisogni legati all’accesso ai servizi, che richiedono quindi all’amministrazione non solo un ruolo culturale, ma di sostegno materiale, ossia di responsabilità rispetto a una più equa distribuzione delle risorse. In alcuni casi, si tenta di perseguire questo obiettivo attraverso la formazione, mirata a modificare anche la dimensione organizzativa dei servizi. Per quel che concerne invece la richiesta di servizi dedicati, questa emerge soprattutto per alcuni soggetti particolarmente discriminati, in particolare le persone transessuali, per le difficoltà che incontrano nell’accesso al lavoro e nel fronteggiare i costi della transizione.

Anche i riferimenti ai bisogni legati alla salute sono marginali, soprattutto come fondamento di politiche di accesso ai servizi. Sono piuttosto presenti sotto forma di responsabilizzazione e informazione sulla sessualità, anche per questioni strategiche e organizzative: è infatti spesso il referente alla salute il punto di ingresso per attività di formazione su tematiche LGBT+ nelle scuole. La questione salute tende dunque a essere declinata in termini di rischio (comportamenti a rischio, comportamenti di protezione), evocando quindi anche il discorso della sicurezza.

Infine, emergeva ancora timidamente nella ricerca AHEAD una risorsa di legittimazione che ha avuto maggiore fortuna negli anni successivi: il riferimento al diversity management, che sostiene l’utilità economica, per un territorio, di valorizzare le differenze di identità e stili di vita. Il discorso del diversity management sembra richiedere, però, una esplicita e pubblica costruzione positiva delle identità non eterosessuali, condizione che in Italia non sembra facilmente realizzabile e che, soprattutto, non si presta a una condivisione trasversale agli schieramenti politici. Dunque, anche se se ne può cogliere un'espansione in Italia, anche per le spinte dell'imprenditoria multinazionale, resta pur sempre una tendenza più limitata rispetto ad altri contesti.

 

  1. Conclusioni

 

In questo quadro possiamo cogliere complessivamente i grandi passi avanti realizzati attraverso la diffusione, capillare anche se disomogenea, di politiche antidiscriminatorie sul territorio italiano. Le azioni delle amministrazioni locali si sono inserite nel processo di localizzazione delle politiche sociali e nelle trasformazioni neoliberiste della governance, con un arretramento del ruolo dello stato nella garanzia universalistica dei diritti e nella redistribuzione delle risorse. Per il periodo in cui si sono sviluppate, queste politiche hanno quindi trovato un contesto che ha offerto importanti opportunità, ma ha anche condizionato la definizione del problema e le risposte possibili (Bertone e Gusmano 2015; Gusmano 2017).

Attraverso la collaborazione con le associazioni del territorio e un'attenzione a riconoscere spazi di soggettivazione, anche conflittuali, con cui mediare e rispetto a cui operare una traduzione in iniziative istituzionali, alcune di queste esperienze hanno mantenuto un orientamento alla promozione dei diritti civili e sociali. Le tendenze prevalenti, tuttavia, che anche queste esperienze hanno dovuto integrare per garantire legittimazione alla propria esistenza e alle proprie iniziative, sono state soprattutto la crescente attenzione alla sicurezza e, più limitatamente, la diffusione della logica del diversity management. Entrambe spostano il focus dalla promozione dei diritti e delle possibilità di autodeterminazione e di azione collettiva, alla soddisfazione dei bisogni di soggetti normalizzati e individualizzati, e per molta parte vittimizzati.

Questa esplorazione solleva dunque una domanda importante per le azioni di contrasto alle discriminazioni in ambito LGBT+: a fronte delle tendenze a depoliticizzare, individualizzare e patologizzare le istanze avanzate dai soggetti non conformi all'eterosessualità, quali alleanze sono possibili per fare spazio, nelle azioni antidiscriminatorie, anche alle possibilità trasformative di cui esperienze più conflittuali di azione collettiva sono portatrici?

 

 

 

 

Bibliografia

Benadusi, L. (2005) Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario fascista, Milano, Feltrinelli.

Bertone, C. e Cappellato, V. (2006) La promozione delle pari opportunità per i diversi orientamenti sessuali: spazi di azione per gli enti locali, Commissione Provinciale Pari Opportunità tra uomo e donna, Provincia Autonoma di Trento.

Bertone, C. e Gusmano, B. ( (2013) Queerying the public administration in Italy: local challenges to a national standstill", in Taylor, Y. e Addison, M.  (a cura di) Queer Presences and Absences, Basingstoke, Palgrave Macmillan.

Borrillo, D. (2001) Homofobia, Barcelona, Bellaterra.

Carabine, J. e Monro, S. (2004). Lesbian and Gay Politics and Participation in New Labour’s Britain, Social Politics, 11: 2, 312-327.

Cirsde e Servizio LGBT della Città di Torino (a cura di) Politiche locali LGBT: l’Italia e il caso Piemonte, Torino, Città di Torino.

Coll-Planas, G. (ed.) (2011) Combating Homophobia. Local Policies for Equality on the grounds of Sexual Orientation and Gender Identity. A European White Paper, Barcelona, Ajuntament de Barcelona, Direcciò Drets Civils.

Cooper, D. e Monro, S. (2003). Governing from the margins: queering the state of local government, Contemporary Politics, 9, 229-255.

Corbisiero, F. (2013) Città arcobaleno. Politiche, servizi e spazi Lgbt nell'Europa dell'uguaglianza sociale, in Corbisiero, F. (a cura di) Comunità omosessuali. Le scienze sociali sulla popolazione LGBT, Milano, Franco Angeli.

Cooper, D. (2006) Active citizenship and the governmentality of local lesbian and gay politics. Political Geography, 25(8): 921-943.

Cooper, D. and Monro, S. (2003) Governing from the margins: queering the state of local government. Contemporary Politics, 9: 229-255.

Dall’Orto, G. (1988) La ‘tolleranza repressiva’ dell’omosessualità, in Arcigay (a cura di), Omosessuali e stato, Bologna.

Cassero, Di Feliciantonio, C. (2015) The Sexual Politics of Neoliberalism and Austerity in an 'Exceptional' Country: Italy. ACME: An International E-Journal for Critical Geographies, 14(4).

Fabeni S., Toniollo M.G. (a cura di) (2005) La discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, Roma, Ediesse.

Florida, R. (2003) The rise of the creative class: how it’s transforming work, leisure, community and everyday life, North Melbourne, Pluto Press.

Goretti, G., Giartosio, T. (2006), La città e l'isola, Roma, Donzelli.

Gusmano, B. (2017) Uncomfortable Bargains? Networking between Local Authorities and LGBT Associations in the Contest of Neoliberalism, in King, A., Santos, A.C. e Crowhurst, I. (a cura di) Sexualities Research: Critical Interjections, Diverse Methodologies, and Practical Applications. Routledge.        

Gusmano, B. e Bertone, C. (2011) Partnership e legittimazione nelle politiche locali LGBT, in Florida, R. (2003) The rise of the creative class, North Melbourne, Pluto Press.

Kantola, J., e Nousiainen, K. (2009) Institutionalizing intersectionality in Europe, International Feminist Journal of Politics, 11: 4, 459-477.

Lansley, S., Goss, S. e Wolmar, C. (1989) Councils in Conflict: the rise and fall of the municipal left, Basingstoke, Macmillan.

Larner, W. e Craig, D. (2005). After Neoliberalism? Community Activism and Local Partnerships in Aotearoa New Zealand, Antipode, 37: 3, 402-424.

Lent, A. (2001). The labour left, local authorities and new social movements in Britain in the eighties, Contemporary Politics, 7, 7-25.

Mayntz, R. (1999) La teoria della governance: sfide e prospettive, Rivista italiana di scienza della politica, 24(1), pp. 3-20.

Squires, J. (2008) Intersecting inequalities: reflecting on the subjects and objects of equality. The Political Quarterly, 79(1): 53-61.

Takács, J. (2007). How to put equality into practice. Anti-discrimination and equal treatment policymaking and LGBT people, Budapest, New Mandate.

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Chiara Bertone, Ph.D., è Professoressa Associata di Sociologia della Cultura all'Università del Piemonte Orientale, dove insegna Sociologia della Famiglia. Si occupa di sessualità, genere e famiglie ed ha lavorato su cittadinanza sessuale, esperienze e relazioni familiari non eterosessuali e studi critici sull'eterosessualità, in particolare sulla sessualità maschile.

 

Beatrice Gusmano, Research fellow nel progetto "INTIMATE - Citizenship, Care and Choice: The Micropolitics of Intimacy in Southern Europe" (2014-2019), finanziato dall' European Research Council.

 

[1] Sara Garbagnoli, Matteo Salvini, o della rinaturalizzazione delle frontiere razziali e sessuali della democrazia, in http://www.euronomade.info/?p=11198 (29/05/2019 17:55).

2 Realizzato nell’ambito del Programma Specifico dell’Unione Europea “Fundamental Rights and Citizenship (2007-2013)”, è stato coordinato dal Comune di Barcellona e ha visto collaborare come partner pubbliche amministrazioni e università europee: il Comune di Torino, il Comune di Colonia, il CIRSDe dell’Università di Torino, l’IGOP dell’Università Autonoma di Barcellona e il CEPS di Barcellona, il MTASzKI di Budapest, il Centre for Youth Work Studies della Brunel University (UK). Partner associati a livello locale torinese erano la Regione Piemonte, la Provincia di Torino e il Coordinamento Torino Pride GLBT. I principali obiettivi comuni del progetto sono stati la pubblicazione di un Libro bianco sulle politiche pubbliche LGBT+ da parte delle amministrazioni locali europee (Coll-Planas 2011) e l’avvio della costruzione di una Rete di Città europee impegnate nel contrasto all’omofobia e alla transfobia. I materiali del progetto sono reperibili a questo indirizzo http://www.comune.torino.it/politichedigenere/lgbt/ahead/index.shtml (29/05/2019 17:56).

[3] Quanto segue è una rielaborazione aggiornata del testo sui risultati del progetto, cfr. Gusmano e Bertone (2011).

[5] Art.13 del Trattato di Amsterdam "(...) il Consiglio (...) può prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali". Art.21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea: “É vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche e di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali.

Keywords:

L’autore affronta il tema dell’omogenitorialità in Italia, in cui il contesto normativo è poco favorevole e ancora poco recettivo rispetto alle istanze sovranazionali; tuttavia la visibilità raggiunta dai genitori omosessuali di “nuova generazione” (cioè genitori al di fuori dell’eterosessualità) ha avuto risvolti importanti sia nella ricerca sociale che nel dibattito politico.

DOI: 17386/SA2018-004009

 

 

LA GENITORIALITÀ OMOSESSUALE NELLA RICERCA E NEL DIBATTITO POLITICO ITALIANI

 

Luca Trappolin*

*Università degli studi di Padova

 

Riassunto: L’autore affronta il tema dell’omogenitorialità in Italia, in cui il contesto normativo è poco favorevole e ancora poco recettivo rispetto alle istanze sovranazionali; tuttavia la visibilità raggiunta dai genitori omosessuali di “nuova generazione” (cioè genitori al di fuori dell’eterosessualità) ha avuto risvolti importanti sia nella ricerca sociale che nel dibattito politico.

 

Parole chiave: Famiglia, Famiglie Arcobaleno, omogenitorialità, LGBT+, Legge Cirinnà.

 

Abstract: Homosexual parenthood in the Italian studies and political debate. The author deals with homosexual parenthood in Italy, where the institutional framework is less favourable than European Institutions invite to. However gay fathers and lesbian mathers of the “new generation” (whose children were born not in a heterosexual family) raised an exposure that involves important consequences both in social studies and in the political debate.

 

Key words: Family, Famiglie Arcobaleno, homosexual parenthood, LGBT+, Legge Cirinnà.

 

 

 

In Italia la visibilità sociale, politica e scientifica delle coppie di persone dello stesso sesso con figli conviventi – le cosiddette famiglie omogenitoriali – è una conquista recente. Fino alla fine del secolo scorso i media nazionali erano poco interessati a raccontare le vicende delle donne lesbiche e degli uomini gay che, in un modo o nell’altro, erano diventati genitori e crescevano i loro figli da soli o assieme alle/ai loro partner. Ciò rifletteva il tenore di un dibattito politico in cui la genitorialità omosessuale veniva per lo più discussa come un’ipotesi astratta (Trappolin 2009; 2011) anche da parte delle principali organizzazioni gay e lesbiche (Trappolin 2004).

Nelle celebrazioni dell’orgoglio gay svoltesi a Milano nel 2005 venne presentata pubblicamente la neonata associazione Famiglie Arcobaleno che, assieme al Gruppo Genitori Gay dell’Arcigay milanese, decise di far partecipare al corteo anche i figli e le figlie delle attiviste e degli attivisti. Oltre a sollevare diverse accuse di sfruttamento dell’infanzia, ciò scatenò un aspro dibattito contro la richiesta del movimento LGBT+ di aver accesso alla fecondazione eterologa e all’adozione (Trappolin 2006). Da allora, Famiglie Arcobaleno dà voce ai disagi e alle istanze delle madri lesbiche e dei padri gay. Essa interviene nel dibattito politico sul riconoscimento delle famiglie formate da persone dello stesso sesso e propone alle istituzioni, all’opinione pubblica e alla stessa comunità LGBT+ la convinzione che l’orientamento sessuale dei genitori non incide negativamente nel funzionamento del sistema familiare, né tantomeno nello sviluppo e nel benessere dei figli.

Nel corso del suo sviluppo, Famiglie Arcobaleno ha focalizzato sempre di più i suoi interventi sulle esperienze delle madri e dei padri che sono diventati genitori «al di fuori dell’eterosessualità». Si tratta di donne e uomini che hanno progettato e realizzato la transizione alla genitorialità nell’ambito di una relazione di coppia omosessuale e non dentro convivenze – matrimoniali o meno – con partner dell’altro sesso che successivamente sono state abbandonate. Relativamente al tema della maternità lesbica, questa focalizzazione si colloca in linea di continuità con le precedenti mobilitazioni per l’autodeterminazione delle donne attivate dalle organizzazioni lesbiche. Ad esempio, negli anni Novanta del secolo scorso Arcilesbica invitava pubblicamente le donne a intraprendere la gravidanza praticando l’auto-inseminazione, liberandosi quindi dal giogo patriarcale rappresentato sia dalla relazione con l’altro sesso, sia dal controllo che il sapere medico esercita sul corpo femminile.

Questa «nuova generazione» di genitori omosessuali ricorre essenzialmente alle tecniche di fecondazione assistita per realizzare i progetti di maternità o paternità e viene considerata come il segmento più innovativo della popolazione di madri e padri omosessuali. La visibilità e la voice guadagnate da tali esperienze hanno attirato l’attenzione delle studiose e degli studiosi impegnati nell’indagine delle trasformazioni della famiglia e della parentela. Agli occhi di questi ultimi Famiglie Arcobaleno è diventato un partner indispensabile per il reclutamento dei soggetti da coinvolgere nelle ricerche.

Dopo il 2005, il coinvolgimento di questa associazione nel processo di produzione della conoscenza scientifica ha giocato quindi un ruolo importante. Seppure in modo non intenzionale, la partnership con i ricercatori ha portato a una sotto-rappresentazione dei nuclei con figli nati in precedenti relazioni eterosessuali, di quelli con un solo genitore o che si basano su soluzioni di parenting alternative alla coppia. L’attuale ricerca psicologica sulle dinamiche interne delle famiglie lesbiche e gay o sul benessere dei loro figli si trova a riflettere su campioni composti principalmente da planned parented families sia femminili che maschili, reclutati attraverso l’aiuto di Famiglie Arcobaleno (Cavina e Carbone 2009; Baiocco, Santamaria, Ioverno et alii 2013; 2015). Allo stesso modo, la ricerca sociologica più recente analizza le trasformazioni delle strutture familiari e dei networks in cui si inseriscono prendendo come riferimento principale le medesime tipologie di formazioni sociali e le stesse strategie di reclutamento (Trappolin e Tiano 2015; Bosisio e Ronfani 2016; Guizzardi 2016).

Eppure, fino ai primi anni del nuovo secolo – e in minor misura anche dopo – la presenza della «nuova generazione» di genitori omosessuali nella ricerca scientifica era trascurabile. Le traiettorie di genitorialità che venivano più facilmente intercettate erano quelle della «vecchia generazione» di madri lesbiche e padri gay, divenuti tali all’interno di relazioni con partner dell’altro sesso, sposati o meno, successivamente interrotte per crescere i propri figli da soli o assieme a una/un partner dello stesso sesso. L’esempio forse più significativo si riferisce alla nota ricerca Modi di realizzata nel 2005 da Arcigay con il sostegno dell’Istituto Superiore di Sanità che la incluse nelle iniziative di prevenzione e contrasto dell’aids. L’aspetto più rilevante ai fini della nostra analisi è che i dati raccolti senza l’aiuto dell’associazione Famiglie Arcobaleno – che al tempo doveva ancora nascere – permisero uno studio autonomo su vasta scala dedicato alle esperienze genitoriali «oltre i confini dell’eterosessualità» (Lelleri, Prati e Pietrantoni 2008), tutt’ora citato da chi vuole stimare il numero di minori italiani che crescono con uno o più genitori non-eterosessuali[1]. Nel campione della ricerca vennero inclusi 230 padri e 98 madri, circa il 5% del sotto-campione maschile e di quello femminile. Si trattava di uomini e donne che nella maggior parte dei casi erano stati (e in molti casi lo erano ancora) sposati. Infatti, solo una madre su quattro era nubile, mentre era celibe solo un padre su sette.

Tuttavia, le traiettorie e i problemi della «vecchia generazione» di genitori omosessuali sono stati raramente messi al centro dell’analisi scientifica, non solo italiana (cfr. Giunti and Fioravanti 2017; Trappolin 2016; 2017). L’impatto più rilevante nella ricerca sociale e nel dibattito pubblico è stato prodotto soprattutto dalla visibilità raggiunta dalle madri lesbiche e dai padri gay appartenenti alla «nuova generazione» di genitori, anche quando più difficilmente intercettabili nei campioni delle ricerche.

Naturalmente, la scelta di perseguire un progetto di genitorialità senza «scendere a patti» con le aspettative sociali dell’eterosessualità obbligatoria ha anche sollevato – e continua a sollevare – molte perplessità in un Paese come l’Italia. Per quanto parziali (cfr. Trappolin e Gusmeroli 2019), gli indicatori dell’ostilità anti-omosessuale disponibili dipingono infatti un contesto decisamente poco favorevole a scelte di questo tipo. Per citare qualche dato recente, l’Istat (2012) ha rilevato che circa un quarto degli italiani ritiene che l’omosessualità sia una malattia (25,2%) o che sia una pratica immorale (27%). A questi dati si possono affiancare quelli prodotti dalla rete internazionale delle organizzazioni lesbiche e gay, l’ILGA. Da un rapporto del 2017 emerge che l’11% degli italiani sarebbe d’accordo con l’idea che relazioni o rapporti omosessuali andrebbero criminalizzati, mentre un ulteriore 15% si dice «né in accordo né in disaccordo» con tale proposta (Carroll and Robotham 2017). Non stupisce dunque che la World Values Survey del 2005 (D’Ippoliti e Schuster 2011) indichi che una fetta non trascurabile di italiani (24%) non vorrebbe vicini di casa omosessuali, e nemmeno che qualche anno più tardi l’Istat (2012) la riduca «solo» al 17,2%.

In anni recenti la voce pubblica dei genitori omosessuali si è fatta più articolata. Nel 2011 è nata infatti la Rete Genitori Rainbow per rappresentare il punto di vista delle donne lesbiche e degli uomini gay «con figli da precedenti relazioni eterosessuali». Il progetto Italian Rainbow Families’ Census supportato da ILGA Europe e coordinato dal Centro Risorse LGBTI di Torino è il primo esempio di indagine italiana che ha scelto di integrare le reti dell’associazione Famiglie Arcobaleno con quelle della Rete Genitori Rainbow nella distribuzione dei questionari[2]. Questa integrazione ha permesso di intercettare un campione ampio ed eterogeneo di quasi 400 nuclei familiari con figli. La grande maggioranza di essi è composta da coppie di genitori, per i tre quarti donne; ma il campione include anche 66 nuclei di genitori soli che rappresentano circa il 5% del totale. Inoltre, il 20% di tutti i figli che vivono nei nuclei coinvolti è nato da precedenti relazioni eterosessuali. Il che significa che una parte non trascurabile dei genitori – indipendentemente dal tipo di nucleo in cui vivono – ha dovuto o deve negoziare un rapporto soddisfacente con il genitore dell’altro sesso.

Naturalmente, dal censimento del Centro Risorse LGBTI restano escluse alcune forme di genitorialità che invece comparivano nelle ricerche italiane condotte tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo. Ci riferiamo qui alla genitorialità realizzata in relazioni stabili con un partner dell’altro sesso, oppure alle traiettorie di co-genitorialità tra più nuclei familiari. I genitori coinvolti in questi nuclei non sono molto visibili nelle reti associative, ragion per cui risulta difficile coinvolgerli nelle indagini.

Ad ogni modo, la pluralizzazione delle esperienze di genitorialità che si rendono visibili nello spazio pubblico mostra inequivocabilmente che i percorsi della genitorialità omosessuale sono tanto variegati quanto lo sono i modi di intendere e di vivere l’omosessualità. Come scrive Alessandro Pratesi (2018, 209, nostra traduzione):

ci sono tanti modi di essere lgbt quanti ce ne sono di essere eterosessuali, e le persone omosessuali affrontano tante sfide, scelte e crisi quante ne affrontano quelle eterosessuali; esse variano profondamente anche nel grado in cui le loro sessualità diventano il principio organizzatore delle loro vite.

La visibilità raggiunta dai genitori omosessuali di «nuova» e «vecchia» generazione ha avuto risvolti importanti nella ricerca sociale e nel dibattito politico. Dal punto di vista della ricerca, anche in Italia – come in altri Paesi occidentali – è oggi molto difficile indagare le comunità LGBT+ senza prestare attenzione al tema delle strategie di famiglia e delle scelte di genitorialità dei soggetti che le compongono. Allo stesso modo, è difficile tentare di comprendere le trasformazioni nei modi più generali di dire e fare famiglia senza considerare le aspettative di genitorialità delle persone omosessuali o la presenza di figli nei nuclei che esse formano (cfr. Ruspini e Luciani 2010). L’Istat, ad esempio, ha aggiornato i propri strumenti di rilevazione delle strutture familiari qualche anno prima dell’approvazione della legge 76/2016 – quella che ha istituito le unioni civili tra partner dello stesso sesso – allo scopo di permettere ai conviventi dello stesso sesso di rendersi visibili. Il risultato è la certificazione nel censimento del 2011 della presenza di 7.531 coppie dello stesso sesso, di cui 529 con minori residenti (cfr. Bosisio e Ronfani 2015; Bertocchi 2017).

Rimanendo sul piano della ricerca scientifica, un effetto significativo è anche l’invenzione di nuove categorie analitiche per includere nell’analisi – in posizioni più o meno centrali – i genitori omosessuali e i loro percorsi di transizione alla genitorialità, come indica chiaramente la recente pubblicazione di un testo italiano che intende fissare il «nuovo alfabeto» della relazione tra famiglie, omosessualità e genitorialità (Corbisiero e Parisi 2016). A fare da apripista è stata l’etichetta di family of choice elaborata da Kath Weston all’inizio degli anni Novanta per distinguere gli «stili» familiari delle lesbiche e dei gay da quelli delle persone eterosessuali (Weston 1991). Successivamente, le nuove etichette si sono moltiplicate per abbracciare uno spettro di esperienze molto ampio che include la stessa definizione di «nuclei omosessuali con figli». La distinzione tra le diverse generazioni di genitori omosessuali – a cui sopra ci siamo riferiti usando le categorie di «nuova» e «vecchia» generazione – ha stimolato l’elaborazione delle etichette di «famiglie ricomposte» e «famiglie pianificate» o «intenzionali» (cfr. Bottino 2008). La necessità di nominare i partner dei genitori legali dei figli che crescono in questi nuclei ha sollecitato l’uso delle categorie di «genitore sociale», «genitore intenzionale» e «co-genitore». Più recentemente, la visibilità dei padri gay che ricorrono ai cosiddetti contratti di maternità surrogata all’estero ha prodotto un forte dibattito sul modo di nominare il contratto e i soggetti coinvolti (cfr. Danna 2014; 2017; Corradi 2017). «Maternità surrogata», «surrogazione di maternità», «gestazione per altri», «madre di nascita», «madre biologica», «genitori intenzionali», «genitori committenti»: sono alcune delle etichette utilizzate in queste analisi, spesso non in modo intercambiabile dal momento che le diverse sfumature riflettono approcci interpretativi tra loro disomogenei.

Sul piano del dibattito politico, la visibilità dei genitori omosessuali e delle loro «domande di famiglia» ha in primo luogo modificato il vocabolario e i contenuti della mobilitazione LGBT+. Da qualche tempo anche le organizzazioni italiane inseriscono i temi legati al riconoscimento della genitorialità nelle loro piattaforme e nelle proposte legislative negoziate con i referenti politici più sensibili a queste istanze. Il noto stralcio della possibilità di adottare il figlio della/del partner, inizialmente previsto dal disegno di legge Cirinnà, fa prevedere che la lotta per avere un pari accesso all’adozione e alle tecniche di fecondazione assistita rimarrà a lungo centrale nell’azione delle organizzazioni LGBT+. Tuttavia, occorre anche osservare che la visibilità della «nuova generazione» di padri gay ha generato una spaccatura nell’area di movimento, all’interno della quale emergono diversi approcci in rapporto alla cosiddetta gestazione per altri. Le organizzazioni mainstream propendono per dare parziale legittimità a contratti che vengono interpretati come espressione della libera volontà delle donne che partoriscono per altri[3]. Altri gruppi, invece, rivendicano una netta contrarietà nei confronti di una pratica che riproduce – seppure in modo mascherato – lo sfruttamento del corpo delle donne e la svalorizzazione della funzione riproduttiva.

Se la lotta delle organizzazioni LGBT+ non ha prodotto i risultati sperati in rapporto alla legge sulle unioni civili, essa è riuscita a incidere in modo rilevante nell’azione di governo delle istituzioni dello Stato. Diversi enti locali e specifici segmenti dell’apparato centrale hanno infatti incluso la tutela dei bambini e delle bambine che crescono nelle «famiglie arcobaleno» tra i loro interventi (Gusmano e Bertone 2011; Gusmano 2017). Al tempo stesso, nel confronto politico tra opposte visioni dell’omosessualità, le «paure» generate dalla genitorialità lesbica e gay sono state efficacemente utilizzate per limitare la concessione di diritti (Lasio and Serri 2017). Nel più recente dibattito parlamentare sulla proposta di legge contro l’omofobia, ad esempio, le forze politiche contrarie alla criminalizzazione dell’ostilità anti-omosessuale hanno avuto buon gioco nell’ipotizzare che l’eventuale approvazione di una legge contro i reati di opinione a sfondo omofobico avrebbe impedito la libera espressione del dissenso nei confronti della funzionalità delle madri lesbiche e dei padri gay (cfr. Trappolin 2015).

In un testo di recentissima pubblicazione (Tiano e Trappolin 2019) abbiamo affrontato tutti gli aspetti sopra considerati. In primo luogo, abbiamo mostrato come la ricerca sociologica abbia costruito nel tempo la «nuova generazione» di madri lesbiche e padri gay. Attraverso un’analisi critica dei principali studi pubblicati in lingua inglese sui genitori omosessuali e sulle same-sex families with children e di un vasto corpo di ricerche italiane sui medesimi temi, abbiamo ricostruito i processi attraverso i quali lo sguardo dei ricercatori ha ridotto la complessità delle esperienze di genitorialità intercettate, concentrandosi solo su quelle ritenute più innovative. L’ipotesi principale che sostiene questo tipo di indagine è che le scelte metodologiche e interpretative della ricerca su un dato argomento contribuiscono a determinare il modo in cui esso viene socialmente percepito. Si tratta di presupposti tipici dell’auto-riflessività delle scienze sociali, in particolare della sociologia, ma che negli studi sulle same-sex families with children fanno più fatica a concretizzarsi. Da questo punto di vista riteniamo che gettare luce sui modi con cui la ricerca ha privilegiato alcune esperienze di genitorialità ai danni di altre possa svelare l’ambivalenza del rapporto tra ricerca sociale e mobilitazione politica anche a beneficio delle persone direttamente coinvolte. Infatti, come sappiamo, per le donne lesbiche e soprattutto per gli uomini gay l’elaborazione del desiderio di diventare genitori poggia in modo significativo sui risultati acquisiti dalle ricerche e sugli schemi interpretativi diffusi attraverso le pubblicazioni scientifiche (cfr. Trappolin e Tiano 2015).

Per altro verso, abbiamo utilizzato i risultati di una survey on-line alla quale hanno risposto 88 genitori omosessuali e 27 interviste in profondità con madri lesbiche e padri gay per indagarne le pratiche familiari e il modo con cui la transizione alla genitorialità viene narrata. Ciò che emerge sono le strategie di integrazione dei nuclei same-sex nelle reti familiari allargate e l’ampio ricorso al frame della normalizzazione nel racconto di traiettorie genitoriali all’interno delle quali è sempre coinvolta una «persona dell’altro sesso necessaria al raggiungimento dell’obiettivo di avere un bambino» (Dempsey 2010, 1146, nostra traduzione). Ad esempio, le esigenze di conciliazione tra lavoro e famiglia vengono soddisfatte ricorrendo alle reti di sostegno delle famiglie di provenienza e alle aspettative di genere dominanti. Allo stesso tempo, la normalizzazione della propria famiglia – a beneficio di sé e a tutela di tutti i membri che la compongono – si raggiunge mettendo in ombra il ruolo dei donatori e delle donatrici di gameti e le cosiddette madri surrogate (cfr. Carone 2016), ma anche attribuendo un’importanza e una flessibilità ai legami di sangue nella legittimazione della parentela, soprattutto da parte dei padri gay.

Nel dibattito sociologico internazionale queste strategie di normalizzazione sono discusse soprattutto in relazione all’ambivalenza dei risultati che permettono di raggiungere, i quali garantiscono visibilità e cittadinanza alle soggettività gay e lesbiche più docili e assimilabili dalle strutture dell’eterosessualità, escludendo proposte politiche e culturali alternative. Tuttavia, trattandosi dell’Italia, tali strategie non sono interpretabili solamente in riferimento alle dinamiche di omonormatività attivate da segmenti specifici della comunità lesbica e gay. Occorre tenere in considerazione anche i limiti delle politiche nazionali di riconoscimento delle famiglie omosessuali, con e senza figli, che alimentano l’esclusione subita da tutte le madri lesbiche e tutti i padri gay. Da questo punto di vista, la strada della normalizzazione che i genitori omosessuali tentano di percorrere si collega anche a una forma di mobilitazione dal basso orientata a conquistare spazi di riconoscimento formalmente non previsti, in cui «diventare genitori» favorisce la legittimazione dei loro modi di «fare famiglia».

L’Italia infatti rimane poco ricettiva nei confronti degli inviti provenienti dal contesto sovranazionale. Dalla metà degli anni Novanta il Parlamento Europeo include stabilmente il divieto di discriminare le famiglie formate da gay e lesbiche tra i principi fondativi del suo intervento. Ne sono un esempio la risoluzione A3-0028/94 sulla «parità dei diritti degli omosessuali nella Comunità», la relazione del 2003 sulla «situazione dei diritti fondamentali nell’Unione Europea» curata dalla Commissione per la libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni del Parlamento Europeo (A5-0281/2003), la risoluzione «sull’omofobia in Europa» del 2006 (C 287/E) e la risoluzione del 2012 sulla «lotta all’omofobia in Europa» (2012/2657-RSP). A ciò si affianca l’azione del Consiglio d’Europa che ha recentemente denunciato il diverso trattamento subito dalle famiglie gay e lesbiche e dai soggetti che le compongono nelle politiche e nelle rappresentazioni mediatiche dei Paesi membri (Council of Europe 2011).

Queste esortazioni, assieme alle informazioni divulgate nei rapporti di istituzioni come l’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali rientrano in un discorso più generale finalizzato a definire l’orizzonte morale della vita sessuale e affettiva nello spazio europeo (Gerhards 2010; Trappolin e Gusmeroli 2019). Il principio del riconoscimento delle famiglie gay e lesbiche accompagna quello della protezione dalla violenza omofobica nella costruzione di una serie di distinzioni culturali, come quella tra Paesi più «moderni» e Paesi «meno moderni» dentro il contesto europeo (Stulhofer e Rimac 2009). All’interno di questi discorsi l’Italia occupa una posizione scomoda (Trappolin e Gusmeroli 2019). La limitazione nel riconoscimento formale delle coppie gay e lesbiche e delle loro aspirazioni genitoriali, unita al sostanziale rifiuto delle ipotesi omogenitoriali nelle opinioni dei cittadini, rafforzano l’immagine dell’Italia come uno tra i Paesi «meno moderni» della vecchia Europa. È anche contro questa arretratezza che le madri lesbiche e i padri gay italiani rivendicano la normalità delle proprie famiglie, correndo con ciò il rischio di contribuire alla riproduzione di vecchie e nuove esclusioni.

 

 

 

 

Bibliografia

Baiocco, R., Santamaria, F., Ioverno et alii (2013), Famiglie composte da genitori gay e lesbiche e famiglie composte da genitori eterosessuali: benessere dei bambini, impegno nella relazione e soddisfazione diadica, Infanzia e Adolescenza, Vol. 12, N. 2, pp. 99-112.

Baiocco, R., Santamaria, F., Ioverno, S. et alii (2015), Lesbian Mothers Families and Gay Father Families in Italy: Family Functioning, Dyadic Satisfaction, and Child Well-Being, Sexuality Research and Sexual Policy, 12, pp. 202-212.

Bertocchi, F. (2017), The State of Studies and Research on the Homosexual Parent Families in Italy, Italian Sociological Review, 7(3), pp. 275-300.

Bosisio, R. and Ronfani, P. (2016), “Who is in Your Familiy?” Italian Children with Non-Heterosexual Parents Talk about Growing Up in a Non-Conventional Household, Children & Society, Volume 3, Issue 6, pp. 455-466.

Bosisio, R. e Ronfani, P. (2015), Le famiglie omogenitoriali. Responsabilità, regole, diritti, Roma, Carocci.

Bottino, M. (2008), Genitori omosessuali, omogenitorialità e nuclei omogenitoriali, in L. Trappolin (a cura di), Omosapiens 3. Per una sociologia dell’omosessualità, Roma: Carocci, pp. 194-208.

Carone, N. (2016), In origine è il dono. Donatori e portatrici nell’immaginario delle famiglie omogenitoriali, Milano, Il Saggiatore.

Carroll, A. and Robotham, G. (2017), Minorities Report 2017: attitudes to sexual and gender minorities around the world. The ilga-riwi Global Attitudes Survey on sexual, gender and sex minorities in partnership with Viacom, Logo and Sage.

Cavina, C. e Carbone, R. (2009), L’eccezionale quotidiano: le famiglie con madri lesbiche, in C. Cavina e D. Danna (a cura di), Crescere in famiglie omogenitoriali, Milano, Franco Angeli, pp. 43-63.

Corbisiero, F. e Parisi, S. (a cura di) (2016), Famiglia, omosessualità, genitorialità. Nuovi alfabeti di un rapporto possibile, Velletri, pm Edizioni.

Corradi, L. (2017), Nel ventre di un’altra. Una critica femminista delle tecnologie riproduttive, Roma, Castelvecchi.

Council of Europe (2011), Discrimination on Grounds of Sexual Orientation and Gender Identity in Europe (2nd edition), Strasbourg, Council of Europe Publishing.

D’Ippoliti, C. e Schuster, A. (a cura di) (2011), DisOrientamenti. Discriminazione ed esclusione sociale delle persone lgbt in Italia, Roma, Armando Editore.

Danna, D. (2014), ‘It’s not their pregnancy’. L’aborto nei contratti di maternità surrogata statunitensi, AG-AbourGender, Vol. 3, No. 5, pp. 139-173.

Danna, D. (2017), Fare un figlio per altri è giusto (Falso!), Bari-Roma, Laterza.

Dempsey, D. (2010), Conceiving and Negotiating Reproductive Relationships: Lesbian and Gay Men Forming Families with Children, Sociology, Vol. 44(6), pp. 1145-1162.

Gerhards, J. (2010), Non-Discrimination towards Homosexuality: The European Union’s Policy and Citizens’ Attitudes towards Homosexuality in 27 European Countries, International Sociology, Vol. 25(1), pp. 5-28.

Giunti, D. and Fioravanti, G. (2017), Gay Men and Lesbian Women Who Become Parents in the Context of a Former Heterosexual Relationship: An Explorative Study in Italy, Journal of Homosexuality, Vol. 64, No. 4, pp. 523-537.

Guizzardi, L. (2016), “Moi aussi, alors, je serai grand-mère”. La construction de la parenté dans les familles homosexuelles, International Review of Sociology-Revue Internationale de Sociologie, 26, pp. 295-321.

Gusmano, B. (2017), Uncomfortable Bargains? Networking Between Local Authorities and lgbt Associations in the Context of Neoliberalism, in I. Crowhurst, A. King and A.C. Santos (eds.), Sexualities Research: Critical Interjections, Diverse Methodologies and Practical Applications, London, Routledge, pp. 153-166.

Gusmano, B. e Bertone, C. (2011), Partnership e legittimazione nelle politiche locali lgbt, in Politiche locali lgbt: l’Italia e il caso Piemonte, a cura di cirsde e Servizio lgbt della Città di Torino, Torino, Città di Torino, pp. 13-62.

Istat (2012), La popolazione omosessuale nella società italiana, Statistiche Report, Roma, Istituto Nazionale di Statistica.

Lasio, D. and Serri, F. (2017), The Italian Public Debate on Same-Sex Civil Unions and Gay and Lesbian Parenting, Sexualities, December 2017.

Lelleri, R., Prati, G. e Pietrantoni, L. (2008), Omogenitorialità: i risultati di una ricerca italiana, Difesa Sociale, 4/08, pp. 71-83.

Marchi, S. (2017), Mio Tuo Suo Loro. Donne che partoriscono per altri, Roma, Fandango Libri.

Pratesi, A. (2018), Doing Care, Doing Citizenship. Towards a Micro-Situated and Emotion-Based Model of Social Inclusion, Basingstoke and New York, Palgrave Macmillan.

Ruspini, E. e Luciani, S. (2010), Nuovi genitori, Roma, Carocci.

Stulhofer, A. and Rimac, I. (2009), Determinants of Homonegativity in Europe, Journal of Sex Research, Vol. 46(1), pp. 24-32.

Tiano, A. e Trappolin, L. (2019), Diventare genitori, diventare famiglia. Madri lesbiche e padri in Italia tra innovazione e desiderio di normalità, Milano, Wolters Kluwer Italia.

Trappolin, L. (2004), Identità in azione. Mobilitazione omosessuale e sfera pubblica, Roma, Carocci.

Trappolin, L. (2006), Omogenitorialità. Frontiere, regole, routines, in F. Bimbi e R. Trifiletti (a cura di), Madri sole e nuove famiglie. Declinazioni inattese della genitorialità, Roma, Edizioni Lavoro, pp. 305-324.

Trappolin, L. (2009a), Quanto e come si parla oggi di omogenitorialità in Italia», in Cavina e Danna (2009, pp. 117-130).

Trappolin, L. (2011a), L’homoparentalité et l’horizon de la modernité. Mères lesbiennes, péres gays dans les discours de la presse italienne, in E. Ruspini (ed.), Monoparentalité, Homoparen­talité, Transparentalité en France et en Italie, Paris, L’Harmattan.

Trappolin, L. (2015), Punire i prepotenti, difendere l’eteronormatività. Un’analisi del dibattito parlamentare italiano sulla violenza omofobica, Ragion pratica, n. 45, pp. 423-442.

Trappolin, L. (2016), The Construction of Lesbian and Gay Parenthood in Sociological Research. A Critical Analysis of the International Literature, Interdisciplinary Journal of Family Studies, Vol. xxi, No. 2, pp. 41-59.

Trappolin, L. (2017), Pictures of Lesbian and Gay Parenthood in Italian Sociology. A Critical Analysis of 30 Years of Research, Italian Sociological Review, Vol. 7(3), pp. 301-323.

Trappolin, L. e Gusmeroli, P. (2019), Raccontare l’omofobia in Italia. Genesi e sviluppi di una parola chiave, Torino, Rosenberg & Sellier.

Trappolin, L. e Tiano, A. (2015), Same-sex families e genitorialità omosessuale. Controversie internazionali e spazi di riconoscimento in Italia, Cambio, Anno V, N. 9, pp. 47-62.

Weston, K. (1991), Families We Choose: Gays, Lesbians and Kinship, New York, Columbia University Press.

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Luca Trappolin, ricercatore confermato in Sociologia generale  presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata (FISPPA) dell’Università degli Studi di Padova.

 

[1] L’ampiezza del campione di genitori di questa ricerca è stata superata – seppur di poco – solo dall’indagine del Centro Risorse lgbti di Torino presentata nel 2017 e di cui parleremo nelle righe seguenti.

[2] Il report è consultabile all’indirizzo http://www.risorselgbti.eu/contiamoci-famiglie-lgbtqi (29/05/2019 19:48).

[3] I testi di carattere divulgativo che – come quello di Serena Marchi (2017) – sono costruiti attorno alle narrative di donne che scelgono di partorire per altri per motivi altruistici, danno un forte impulso alla diffusione di questo tipo di interpretazione.

Keywords: