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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Elenco autori

N° 3/2015 Dicembre 2015

Volume 1


Sommario:

Care lettrici e cari lettori,

questo terzo numero della rivista Il seme e l’albero chiude praticamente il primo volume dell’anno 2015. Anno che ha coinciso con il passaggio della pubblicazione della rivista da cartaceo a online dopo un periodo di assenza. Inevitabile allora per noi direttori tracciare un breve consuntivo. Sul piano della comunicazione e tra tutti coloro interessati ai contenuti della rivista, spicca il nuovo sito web con l’iscrizione che rende accessibile gratuitamente al navigatore tutti gli articoli e la possibilità di ricevere via mail gli aggiornamenti. Il nostro desiderio di renderlo una piazza di incontri si è avverato. A dirlo sono anche le incoraggianti statistiche numeriche di accesso al sito, segnalando lettori sin da oltre Oceano: dal lontano Canada. Dando spazio così non solo a chi è lontano, accorciando le distanze fisiche, a chi è già è sensibile e interessato ai nostri temi, ma anche per coloro i quali si avvicinano per la prima volta ad una piattaforma interdisciplinare, e vi trova al suo interno contenuti provenienti da diversi ambiti disciplinari, se pur complementari. Necessità quanto mai stringente oggi per leggere, interpretare, affrontare, attraverso differenti competenze la complessità odierna. Continua..

DOI: 10.17386/SA2015-001016

EDITORIALE

Marialuisa Menegatto*, Adriano Zamperini**

*Dipartimento di Scienze Umane, Università di Verona
**Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, Università di Padova


Care lettrici e cari lettori,

questo terzo numero della rivista Il seme e l’albero chiude praticamente il primo volume dell’anno 2015. Anno che ha coinciso con il passaggio della pubblicazione della rivista da cartaceo a online dopo un periodo di assenza. Inevitabile allora per noi direttori tracciare un breve consuntivo.

Sul piano della comunicazione e tra tutti coloro interessati ai contenuti della rivista, spicca il nuovo sito web con l’iscrizione che rende accessibile gratuitamente al navigatore tutti gli articoli e la possibilità di ricevere via mail gli aggiornamenti. Il nostro desiderio di renderlo una piazza di incontri si è avverato. A dirlo sono anche le incoraggianti statistiche numeriche di accesso al sito, segnalando lettori sin da oltre Oceano: dal lontano Canada. Dando spazio così non solo a chi è lontano, accorciando le distanze fisiche, a chi è già è sensibile e interessato ai nostri temi, ma anche per coloro i quali si avvicinano per la prima volta ad una piattaforma interdisciplinare, e vi trova al suo interno contenuti provenienti da diversi ambiti disciplinari, se pur complementari. Necessità quanto mai stringente oggi per leggere, interpretare, affrontare, attraverso differenti competenze la complessità odierna. Ci sentiamo quindi di affermare che l’obiettivo proposto circa la diffusione della conoscenza, la circolazione ampia delle idee, con riduzione del Cultural Divide, in questo primo anno lo abbiamo raggiunto con successo.

Ma il 2015, purtroppo, è stato un anno particolarmente scandito da violenze estreme. E una riflessione su questo tema si è resa quanto mai fondamentale e inderogabile. A farlo ci ha pensato Sergio Manghi. Il suo contributo gira attorno all’analisi di tre figure ‘violente’ del nostro tempo: Amedy Coulibaly, legato ai fratelli Kouachi, responsabili della strage di Charlie Hebdo, ne chiede la liberazione barricandosi in un supermercato Kosher con alcuni ostaggi; Luigi Preiti, colpevole nell’aprile 2013 di aver sparato davanti a Palazzo Chigi colpendo in modo grave alcuni carabinieri tra cui Giuseppe Giangrande; e infine Travis Bickle, un reduce del Vietnam che intende colpire a morte il senatore di New York Charles Palantine.

Con Alessandro Maculan, giovane Dottore in Scienze Sociali, l’attenzione si focalizza all’interno del carcere. Luogo ove la violenza dovrebbe trovare una rispota educativa. Il ricercatore analizza in dettaglio la narrativa prodotta dalla polizia penitenziaria per descrivere i detenuti. Quello che emerge è la figura del detenuto disumanizzata e stigmatizzata.

L’argomento dei migranti, altro tema assai dibattuto nel contesto della politica europea, e che impatta a valle con le migliaia di morti per naufragio e per i respingimenti alle frontiere via terra, entra nel nostro dialogo grazie al contributo di Valentina Schiavinato membro del Centro Interdipartimentale di Ricerca per gli Studi Interculturali e sulle Migrazioni presso l’Università di Padova. Una realtà nata investendo fin dalla sua fondazione sull’impegno, tra studio e di azione, nell’ambito della mediazione interculturale.

Per la sezione Interventi di comunità, Francesca Safina presenta un percorso di formazione empowering pensato per badanti e caregiver attorno al tema della cura. Un percorso ormai consolidato sul territorio fiorentino che da 4 anni mette assieme associazioni, enti, istituzioni in una rete capace di offrire risposte concrete di sostegno strutturale e psicologico.

Chiude la rassegna dei contributi il saggio di Melania Pavan sul progetto Awakening-Xianun Pix: un movimento collettivo di fotografi che usa grandi foto affisse in vari punti delle città per sensibilizzare la comunità sul alcuni temi di rilevanza sociale.

La sezione Recensioni conclude il numero.

Come sempre vi auguriamo una buona lettura! E un grazie di cuore a chi è venuto a conoscerci (seppur virtualmente) iscrivendosi e visitando il sito della rivista!

I direttori: Marialuisa Menegatto e Adriano Zamperini. 


Riassunto

L’articolo evidenzia alcune importanti analogie fra tre traiettorie biografiche molto diverse tra loro in termini di luogo e di tempo, che hanno condotto al medesimo esito: impugnare un’arma con intenzioni omicide, motivate in termini politici. In particolare, si sottolinea il carattere individualistico, da ‘lupo solitario’, in tutti e tre i casi, del gesto ‘terroristico’ compiuto, e il sentimento di ferita personale, o ‘risentimento’, che connota in tutti e tre i casi l’azione violenta. Tale azione non viene considerata come tipologia ‘patologica’ separata dall’ordinaria quotidianità del nostro tempo, ma come estremizzazione di una condizione sociale propria di un novero crescente di biografie individuali. La nozione demartiniana di ‘fine del mondo’ aiuta a cogliere il carattere apocalittico di questa nuova, diffusa condizione.

DOI: 10.17386/SA2015-001017

LUPI SOLITARI FERITI. FIGURE DELLA FINE DEL MONDO[1]

Sergio Manghi*

* Dipartimento di Lettere, Arti, Storia e Società, Università degli Studi di Parma

Riassunto: L’articolo evidenzia alcune importanti analogie fra tre traiettorie biografiche molto diverse tra loro in termini di luogo e di tempo, che hanno condotto al medesimo esito: impugnare un’arma con intenzioni omicide, motivate in termini politici. In particolare, si sottolinea il carattere individualistico, da ‘lupo solitario’, in tutti e tre i casi, del gesto ‘terroristico’ compiuto, e il sentimento di ferita personale, o ‘risentimento’, che connota in tutti e tre i casi l’azione violenta. Tale azione non viene considerata come tipologia ‘patologica’ separata dall’ordinaria quotidianità del nostro tempo, ma come estremizzazione di una condizione sociale propria di un novero crescente di biografie individuali. La nozione demartiniana di ‘fine del mondo’ aiuta a cogliere il carattere apocalittico di questa nuova, diffusa condizione.

Parole chiave: lupo solitario, terrorismo, risentimento, violenza, fine del mondo.

Abstract: Lone injured wolves. Figures of the end of the world. The article highlights some important analogies between three biographical trajectories that look very different in terms of place and time, which led to the same outcome: hold weapon with murderous intentions, motivated politically. In particular, it highlights the individualistic character ('lone wolf'), in all three cases, of the 'terrorist' act, and the feeling of personal wound, or 'resentment', which connotes in all three cases the violent action. Such action is not to be considered as a 'pathological' type, separated from the ordinary everyday life of our time, but as a type of action leading to extremes a biographical condition of our time increasingly widespread. The De Martino’s notion of 'end of the world' helps to understand the apocalyptic character of this new, widespread

Keywords: lone wolf, terrorism, resentment, violence, end of the world. 


Tutto litigherà con tutto,
l’acqua dell’alveo strariperà oltre la riva
e il solido globo ridurrà a fanghiglia.
W. Shakespeare, Troilo e Cressida

Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno;
vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi;
ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. […]
Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato.
Matteo, 24, 8-9 e 13.

 

1. Introduzione

Descriverò dapprima tre figure-limite del nostro tempo, scelte fra le tante possibili, assunte come ‘antenne profetiche’ di un immaginario apocalittico oggi in crescita, pare a me, più di quanto in genere siamo disposti a vedere. Cercherò poi di motivare in tre brevi commenti il titolo, lupi solitari feriti, e l’espressione fine del mondo – non semplicemente di un mondo – posta nel sottotitolo. Assumerò questa espressione nel significato di rischio antropologico permanente, secondo le parole di Ernesto de Martino:

Come rischio antropologico permanente il finire [del mondo] è semplicemente il rischio di non poterci essere in nessun mondo culturale possibile, il perdere la possibilità di farsi presente operativamente al mondo, il restringersi – sino all’annientarsi – di qualsiasi orizzonte di operabilità mondana, la catastrofe di qualsiasi progettazione comunitaria secondo valori (de Martino, 2002, p. 219).


2. Figure della fine del mondo

2.1 Prima figura: Amedy Coulibaly

Sette gennaio 2015, Epifania. Parigi è teatro del sanguinoso attentato che sappiamo. Seguito, l’8 e il 9, da altre azioni armate, terroristiche e controterroristiche. Venti morti, vari feriti. Sulla parte avuta nella vicenda dal francese di origine maliana Amedy Coulibaly, Wikipedia scrive:

La mattina dell'8 gennaio 2015, nella città di Montrouge, a sud di Parigi, un altro terrorista armato di mitra, il trentaduenne Amedy Coulibaly, ha aperto il fuoco contro la polizia francese, chiamata per un incidente stradale. L'attacco ha provocato la morte di una poliziotta, Clarissa Jean-Philippe, e il ferimento di un altro agente. Dopo che inizialmente era stato smentito ogni rapporto tra le vicende, è stato rilevato che Coulibaly era legato ai fratelli Kouachi, responsabili della strage nella redazione di Charlie Hebdo. Coulibaly è fuggito e il giorno successivo si è deliberatamente barricato in un supermercato Kosher, prendendo alcuni ostaggi e chiedendo per il loro rilascio la liberazione degli attentatori dello Charlie Hebdo, nel frattempo asserragliatisi in una tipografia. […]. È stato ucciso, a Porte de Vincennes, nella zona est di Parigi, durante la […] irruzione delle forze speciali francesi all'interno del supermarket.[2](www.wikipedia.org)

Amedy Coulibaly era nato nella Grande Borne, periferia sud di Parigi, classificata significativamente come zona sensibile, e aveva alle spalle una storia di cosiddetta delinquenza comune, con diverse esperienze carcerarie, una delle quali nella più grande prigione d’Europa, Fleury-Mérogis: 3.800 detenuti. Vi entra nel 2004, ne esce nel 2007. È lì che incontra il franco-algerino Chérif Kouachi, convertendosi insieme a lui all’Islam radicale dopo l’incontro con il militante di al-Qaeda, pure franco-algerino, Djamel Beghal. Con la sua compagna, Hayat Boumedienne, 26 anni, partita per la Siria pochi giorni prima, si era sposato nel 2009. Rito religioso.
    Un consulente psichiatrico di tribunale gli ha attribuito una personalità immatura e psicopatica. In una video-rivendicazione diffusa subito dopo l’attentato, nella quale si dice militante dell’Isis, dichiara: «Voi e la vostra coalizione […] siete voi che decidete cosa succede nel mondo e sulla terra. Perché? No. Non possiamo lasciarvelo fare».


2.2 Seconda figura: Luigi Preiti

La mattina del 28 aprile 2013, a Roma, nasce il Governo Letta. Secondo dei tre governi, fino ad oggi, che cercano di lasciarsi alle spalle la lunga era berlusconiana, euforicamente inaugurata, come si ricorderà, dallo slogan La forza di un sogno. Mentre a Palazzo Chigi si sta svolgendo la cerimonia del giuramento, nel piazzale antistante un uomo spara diversi colpi di pistola verso le forze dell’ordine che stanno presidiando la zona. Ferisce alcuni carabinieri, uno dei quali, Giuseppe Giangrande, molto gravemente. Si chiama Luigi Preiti, ha 49 anni, e un passato disastroso alle spalle. Svuota il caricatore. Non potrà sparare a se stesso, come forse intendeva fare. È un ‘diversamente settentrionale’, come lo definisce ironicamente un sito internet. Nato a Rosarno, Calabria, era emigrato al nord, nell’alessandrino, dopo il fallimento della ditta di demolizioni che aveva cercato di avviare. Poi era tornato al paese d’origine, dai genitori pensionati, dopo aver perso il nuovo lavoro, da muratore, ed essersi separato da moglie e figli, rimasti al nord. Era ‘affetto da ludopatia’, come si dice in gergo. D’estate, da giovane, cantava nei locali del lido. In un’intervista a La Repubblica, resa nel carcere di Rebibbia, ha dichiarato:  

Li volevo colpire anche se non sapevo bene in che modo. Non avevo un piano. I nomi? Berlusconi, Bersani e Monti. Ognuno aveva delle colpe. La destra poteva cambiare le cose e non l'ha fatto. La sinistra non faceva altro che litigare: e anche quando ha vinto, ha perso.[3]

In carcere ha ricevuto numerose lettere di solidarietà. Contrasti psichiatrico-legali intorno alle sue capacità di intendere e di volere al momento dello pseudo-attentato.


2.3 Terza figura: Travis Bickle

Facciamo un passo indietro nel tempo, a quando forse le cose hanno preso la piega che stiamo cercando di capire. O più che la piega, una sua vertiginosa accelerazione. Prima metà degli anni 70, sessantotto ancor caldo. Il senatore di New York Charles Palantine, candidato alle elezioni presidenziali, sta tenendo un affollato comizio nel quale promette grandi cambiamenti sociali. Tra la folla c’è un uomo di 26 anni armato di pistola. È lì per ucciderlo. Si chiama Travis Bickle. Reduce del Vietnam. Ora fa il tassista, e trovandosi addosso un’insonnia cronica lavora di notte. Il giorno lo passa in solitudine: televisione, un diario. Ogni tanto esce per rintanarsi in un cinema a luci rosse. Si trova lì, in quel momento, dopo che un suo goffo corteggiamento a una graziosa impiegata dello staff del senatore è finito male. E dopo che è finito ancor peggio il suo nobile tentativo di salvare una giovanissima prostituta, salita per caso sul suo taxi. Due tentativi di tirarsi fuori dalla palude, due cocenti delusioni. È in questo stato d’animo che Travis compie il terzo tentativo, questa volta politico. Compra delle pistole, e si taglia i capelli nello stile dei pellerossa Mohawk, come certi marine usavano fare nel Vietnam. Il senatore Palantine è il bersaglio che ai suoi occhi meglio incarna l’intera spiegazione del mondo, l’ipocrisia delle promesse di cambiamento e di progresso allora in auge. Mentre sta per passare all’azione, tuttavia, le guardie del corpo del senatore lo individuano, e fallisce nuovamente. Riesce fortunosamente a fuggire, e seguiranno altre vicende, alquanto complesse, incluso un tentativo di suicidio non riuscito perché i caricatori, anche per lui, si erano svuotati. Ma noi ci fermeremo qui, per brevità.  Chiunque può conoscere il finale della storia guardando il celebre film Taxi driver, di Martin Scorsese. Protagonista il giovane De Niro. Una Jodie Foster ancora minorenne agli esordi.


3. Primo commento: la sindrome da lupo solitario ferito

Non parlo qui di sindrome nel senso più usuale del termine, un senso unicamente ‘patologico’, e tutto concentrato su quel che accade dentro l’epidermide del singolo individuo isolato dal suo contesto: stress, depressione, psicosi e così via. Mi riferisco a una ‘sindrome sociologica’, potremmo dire. Ovvero, un copione narrativo trans-individuale e trans-culturale, nel quale sempre più persone cercano un senso possibile alla loro esistenza, un modo per, direbbe de Martino ‘farsi presente operativamente al mondo’. Copione transculturale, in quanto permeabile a motivi culturali anche molto diversi, di ordine tecnico, religioso, ideologico, morale, politico.
    Mi è venuto di adottare il termine ‘lupo solitario’, per definire questa ‘sindrome’, dopo aver letto alcuni studi sulle diverse ‘ondate’ di terrorismo che si sono succedute dalla fine dell’800 ai nostri giorni (Rapoport, 2002; Kaplan, 2008; Brighi, 2015). Studi nei quali viene impiegato il termine lone wolf terrorism per sottolineare la novità della cosiddetta ‘quinta ondata’, la più recente, del terrorismo. Caratterizzata, appunto, dal diffondersi di azioni armate intraprese da singoli individui. ‘Operatori solitari’ e individui ‘autoradicalizzati’, li ha chiamati Barak Obama in un’importante intervista del 2011.
    Anche nel loro esibire in pubblico le insegne di un’impresa collettiva, come nel caso di Coulibaly, queste figure mantengono il segno prevalente degli ‘autoreclutati’. Degli auto-inscritti, fosse anche solo per un attimo, nella élite dei vincenti, in uscita repentina dalla palude dei perdenti, delle vite di scarto, direbbe Bauman. Intendo qui i vincenti per come vengono rappresentati sugli schermi della società-mondo in vorticosa gestazione. La società dello spettacolo a capitalismo narciso-liberista, che ha cominciato a prender forma negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Sempre più simile a uno sconfinato reality show planetario per ottenere i fatidici 5 minuti di celebrità di cui diceva Andy Wharol.
    La video-intervista ricordata sopra, nella quale fra l’altro Coulibaly appare vestito in tre modi diversi, uno dei quali in corsetto mimetico da marine, a me pare dire questo. Anche se, va da sé, non solo questo. Ma poco a che vedere, in ogni caso, con il terrorismo individualistico di matrice anarchica a cavallo tra l’800 e il ’900, che gli studiosi classificano come ‘prima ondata’. Questa interveniva su condizioni societarie compattamente strutturate e gerarchizzate, ben lontane dall’individualismo mimetico di massa e dalla polverizzazione dell’esperienza soggettiva del nostro tempo.  (Le tre ‘ondate’ intermedie sarebbero, per intenderci, quella anti-coloniale, quella di nuova sinistra e quella religiosa).
    A me pare insomma che il ‘diversamente parigino’ Amedy Coulibaly, pur con la differenza di aver incontrato un giorno (per caso) un reclutatore di vittime sacrificali per cause religiose, richiami assai più un Luigi Preiti e un Trevis Bickle, che un Michail Bakunin. Non che il disegno politico dell’Isis, e più in generale l’uso politico della religione, non meriti una sua attenzione specifica (anzi, e ci torneremo). Ma qui vorrei sottolineare che nella traiettoria biografica di Coulibaly, l’ade-sione a un ordine di valori sopraindividuale è in buona misura posta al servizio della potenza individuale ferita. Una potenza misconosciuta e umiliata da un mondo che – beffardamente – proprio la potenza individuale invita a esprimere in massima libertà, in forme creative, disinibite e trasgressive. In competizione ‘meritocratica’, come si dice, con sciami di individui animati da aspirazioni analoghe.
    Una competizione dalla quale pochissimi escono vincenti e tantissimi, fatalmente, perdenti. Perdenti, e pure colpevolizzati e autocolpevolizzati per la loro sconfitta, poiché nell’immaginario narciso-liberista, un immaginario maniacalmente psicologistico, non c’è più posto per spiegazioni sociologiche di quel che ci accade. Non c’è più posto per accogliere il carattere lacerante – Gregory Bateson (2000) direbbe doppiovincolante – del conflitto tra la moderna promessa egualitaria di espansione della soggettività di tutti, da un lato, e una realtà fattuale, dall’altro, che comunica l’insormontabilità delle disuguaglianze sociali e delle barriere alla mobilità ascendente. Un conflitto esplosivo e implosivo insieme. Terreno quanto mai fertile, per la sindrome del lupo solitario ferito.


4. Secondo commento: la globalizzazione del sottosuolo

Il copione da lupo solitario ferito è mimeticamente contagioso, ma nella maggioranza dei casi non viene condotto fino all’acme ‘apocalittico’. Cioè fino al vertice rivelatore che s’immagina illuminare di colpo la scena del mondo, profeticamente, per effetto dell’azione violenta, sacrificale, sulle ostinate menzogne di questo stesso mondo.  
    In tanti, tra alti e bassi, sostano nella sala d’aspetto di una ‘stazione’, per così dire, precedente la profezia. È quella ‘stazione’ che nel nostro paese Stefano Tomelleri (1999, 2009) studia da anni con particolare acume, e che Friedrich Nietzsche per primo ha chiamato risentimento. In un’accezione del termine, vorrei qui sottolineare, non psicologizzante, psichiatrizzante o moraleggiante, ma pienamente sociologica, nel senso che è espressamente associata all’avvento delle società democratiche di massa. Società, come già dicevamo, per un verso animate da aspettative egualitarie crescenti, e per l’altro ampiamente frustrate nell’aspettativa che tali aspettative vengano esaudite.
    Il genio premonitore di Fedor Dostoevskij ha tratteggiato questo copione un secolo e mezzo fa, dapprima con l’uomo del sottosuolo, fermo alla ‘stazione’ del risentimento, e poi con il giovane studente Raskolnikoff di Delitto e castigo, che invece passa all’atto, uccidendo per avere la prova provata, una volta per tutte, del proprio distinguersi sull’anonimato della massa. Una massa che oggi, com’è evidente, si è fatta incomparabilmente più vasta. Globalizzata, come si dice. E insieme, antropologicamente inedita. Non più scoraggiata o contenuta dallo spirito del tempo, come nell’Europa moraleggiante di centocinquant’anni fa, o ancora fino a mezzo secolo fa, ma al contrario apertamente incoraggiata, iperstimolata, nei propri desideri di liberare dal sottosuolo gli animal spirits del capitalismo, le inclinazioni all’auto-affermazione individualistica, raffigurate come inclinazioni naturali, ovvero preculturali, ‘zoologicamente’ universali.
    Quello che Boltanski e Chiappello hanno chiamato il nuovo spirito del capitalismo (1999) invita a indossare sempre più rischiosamente, senza la protezione di narrazioni culturali collettive, raffigurate ormai come pesanti zavorre moralistiche, la divisa ‘autoradicalizzata’ dell’‘operatore solitario’, potremmo dire evocando le parole di Obama, al di là del riferimento al terrorismo. L’invito del nuovo spirito del capitalismo è a immergersi post-modernamente nel vortice della promessa narciso-liberista, come nel più naturale dei mondi possibili. Un invito paradossale, intrinsecamente autodeludente, come ha mostrato il sociologo tedesco Ulrich Beck, in quanto spinge a cercare, scrive, «una soluzione biografica a contraddizioni sistemiche» (Beck, 2000, p. 137). Frustrazione assicurata. Via maestra, diremo qui, per sviluppare i prerequisiti da lupo solitario ferito.  
    In passato, le teorie comuniste, socialiste e anarchiche, e in seguito anticoloniali, avevano elaborato grandi ‘copioni’, antagonisti o riformisti, che si proponevano di trasformare la carica crescente del risentimento moderno in orizzonti comuni di trasformazione del mondo. E nella stessa direzione andava l’espansione straordinaria conosciuta dagli ideali democratici nei primi decenni del secondo dopoguerra. È nel vuoto lasciato dalla caduta di queste ‘grandi promesse’ che si è insediata la nuova ‘grande promessa’ libertario-liberista, fattasi narciso-liberista, con l’inevi-tabile accumularsi di amarezza distruttiva che essa favorisce, dove il confine tra sete di giustizia e brama di vendetta, tra rivolta e risentimento, tende a svanire.
    Ma neppure gli attuali progetti fondamentalistico-religiosi, dobbiamo dire, sfuggono a quel vuoto. Mimano il discorso che fu rivoluzionario senza riprodurne il codice simbolico di alternativa all’esistente. Come scrive Slavoj Žižek, questo nuovo fondamentalismo non è motivato al fondo dal desiderio di affermare un’identità alternativa, come proclama, ma dal desiderio segreto, e frustrato, di essere come noi. Scrive Žižek (2015, pp.16-17):

Contrariamente ai veri fondamentalisti, i terroristi pseudo-fondamentalisti sono profondamente turbati, intrigati e affascinati dalla vita peccaminosa dei non credenti. Si intuisce che nel peccatore, essi combattono la loro stessa tentazione; segretamente, hanno già interiorizzato i nostri valori, e giudicano sé stessi a partire da questi stessi valori.

C’è dunque anzitutto una fragilità, da comprendere, il sospetto di essere figli di un dio minore, sotto la maschera sanguinaria della potenza mediaticamente ostentata dall’Isis. «Quanto fragile dev’essere la fede di un musulmano – si chiede Žižek – se può essere minacciata da una stupida caricatura di un settimanale satirico?» (Ivi, p. 17).
    Posta in questa cornice, la figura-limite di Coulibaly, militante dell’Isis, è a maggior ragione significativa, come indicatore di quanto si vada globalizzando, insieme al nuovo spirito del capitalismo, il dostoevskjiano sottosuolo.


5. Terzo commento: notizie dalla fine del mondo

Deculturazione, individualizzazione. E insieme, aggiungiamo ora, capillare mediatizzazione: ovvero, trasferimento dalla cultura alla tecnica del compito antropologico di interconnettere le traiettorie individuali. Il compito, nel linguaggio démodé di de Martino, di favorire la «progettazione comunitaria secondo valori».
    Passaggio, dunque, dalla centralità della cultura alla centralità della tecnica. Dal primato dei valori al primato dei mezzi, intesi come mezzi a disposizione dei singoli per la loro autoaffermazione. In questo movimento non è in gioco semplicemente la fine di un mondo, sulla base dell’ingenuo presupposto per cui morto un mondo ne nascerà un altro, come se fosse una legge fisica. In questo movimento sembra essere in gioco piuttosto la fine del mondo. L’affievolirsi, a tempo indeterminato, della demartiniana ‘possibilità di farsi presente operativamente al mondo’. Una fine da intendersi come processo che può durare anche molto a lungo, diversamente da come i primi cristiani la immaginavano, attendendola peraltro con gioia, in quanto avvento della salvezza.
    Di passaggio, è interessante notare che l’annuncio apocalittico il tempo s’avvicina, contenuto nel Vangelo di Matteo, diede il titolo al quotidiano del Sud – Mo’ che lo tienpo s’avvicina – che Lotta Continua pubblicò negli anni ‘70 – gli stessi di Taxi driver.
    Ma quel che vorrei sottolineare, venendo più vicino a noi, è che l’attesa religiosa della rivelazione finale, della fine della storia, illumina apertamente la ‘grande promessa’ reagan-thatcheriana, la forza travolgente del sogno libertario-liberista germogliato nella crisi di quegli anni. Quello che de Martino chiamava ‘rischio antropologico permanente’ divenne un valore apertamente onorato, per non dire idolatrato. Il nuovo spirito del capitalismo, non più compensato da vincoli istituzionali, ideologici e comunitari, ma danzante sull’onda sensoriale del desiderio, assistito da tecnologie di ogni genere, sempre più efficaci e a portata di mano, ha apertamente e sistematicamente perseguito la decostruzione radicale della mediazione culturale. In nome, ecco l’annuncio apocalittico, dell’avvento di un’esperienza finalmente immediata e trasparente: l’esperienza leggera del sentire puntiforme e continuo, in un qui e ora iperstimolato e senza storia, libero dalle pesanti ipoteche del pensare, del faticoso ricostruire nessi tra passato, presente e futuro.
    Mi avvicino ora alla conclusione. Primato, abbiamo detto, dell’immediato sensoriale sul mediato simbolicamente. Immanentizzazione radicale di ogni trascendenza, laica o religiosa che sia (Magatti, 2009, 2012). Frammentazione del tempo storico vissuto, del tempo come durata, che va annullandosi in una sorta di puntiforme eterno presente. Dove il tempo, tuttavia, non passa mai, come si dice. Ovvero, non si fa mai passato. E dunque, non apre al futuro. Istituisce, anzi, il presente come eterno non-futuro, evidente nelle figure di lupo solitario ferito descritte sopra. Oppure, come nell’acme della loro traiettoria, balza direttamente in un’altra modalità del senza tempo, quella costituita dall’attimo rivelatore una volta per sempre. Dal gesto fatale che di colpo strappa al disordine del mondo la sua maschera menzognera.
    O così ci s’immagina, vanamente. Poiché si tratta ormai di un mero simulacro, ahimè, per quanto spettacolare, di antiche ritualità sacrificali. Creatrici, un tempo, ma ora non più, di ordine simbolico. Il simulacro attuale di quelle arcaiche ritualità amplifica, all’opposto, il disordine simbolico che vorrebbe magicamente guarire. E che segretamente, abbiamo detto, lo affascina.
    Tuttavia, è proprio nel loro fallimento che le traiettorie biografiche pubbliche di Amedy Culibaly, Luigi Preiti e Travis Bickle, e di tanti altri lupi solitari feriti che ciascuno può richiamare da sé (compreso il giovane pilota tedesco Andreas Lubitz, o il milanese ‘Conte Tacchia’), sono in grado di comunicarci notizie preziose sul finire del mondo con cui ci è dato misurarci. Sulle ferite dell’anima dalle quali soltanto ci è dato poter trasformare ‘il dolore in bellezza’. Ricordando una volta di più il verso di Hœlderlin: Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva.
    E insistendo su queste ‘notizie dalla fine del mondo’, passo alla conclusione, in forma di tre domande.


6. Tre domande per concludere: profezia, speranza, libertà.

Prima domanda.
Sulla profezia. Dobbiamo considerare l’attentatore solitario del nostro tempo come una figura marginale, fuori dal mondo, alla quale sfugge lo stato reale delle cose, oppure come una sorta di inconsapevole profeta che avverte l’urto del reale più acutamente di quanto noi, a partire da noi occidentali ma non solo, siamo disposti a vedere, bendati come siamo da ottimismi compulsivi, economici, tecnologici e ipersoggettivisti?

Seconda domanda.
Sulla speranza. Di fronte alla catastrofe del nostro tempo, catastrofe simbolica, nucleare, ambientale, economica e relazionale, saremo più inclini a rimboccarci le maniche della speranza se classificheremo l’idea di fine del mondo qui evocata tra le fantasie eccessive e i millenarismi di ritorno, oppure se la prenderemo sul serio, assumendo con rigore il ‘gramsciano’ pessimismo della ragione e l’umano prenderci cura delle nostre fragilità?

Terza domanda.
Sulla libertà. O sul sentirsi Charlie Coulibaly. Come qualcuno ricorderà, l’11 gennaio, dopo la grande manifestazione di Parigi in difesa della libertà di espressione, il noto umorista francese Dieudonné M’bala M’bala, padre camerunense e madre francese, pubblicò su Facebook questo commento: «Dopo questa marcia storica, ma che dico… Leggendaria! Istante magico come il Big Bang che ha creato l’Universo! […], rientro finalmente a casa. Sappiate che questa sera, per quanto mi riguarda, mi sento Charlie Coulibaly». La frase gli è costata la condanna a due mesi per apologia del terrorismo. Ma le parole dei buffoni, dovremmo sapere, non vanno prese alla lettera. Vanno prese sul serio, piuttosto, e meditate, come segni dei tempi. Segnali dall’invisibile.

La domanda con la quale vorrei concludere è allora questa: quale libertà si stava proteggendo orgogliosamente, in quella manifestazione? Dove stava il confine, se mai c’era, tra la libertà democratica della triade francese liberté, egalité, fraternité (inclusa la libertà religiosa, con i suoi simboli), e la libertà qui definita narciso-liberista, matrice di non-futuro e di lupi solitatri feriti?

 

Bibliografia

Bateson G. (2000). Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi.
de Martino E. (2002). La fine del mondo. Torino: Einaudi.
Beck U. (2000). La società del rischio. Verso una seconda modernità. Roma: Carocci.
Boltanski L., Chiappello E. (1999). Le nouvel esprit du capitalisme. Paris: Gallimard.
Brighi E. (2015). The Mimetic Politics of Lone-wolf Terrorism. Journal of International Political Theory, 11(1), 145-64.
Magatti M. (2009). Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista. Milano: Feltrinelli.
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Žižek S. (2015). L’islam e la modernità. Firenze: Ponte alle Grazie.

 

Note biografiche sull’autore

Sergio Manghi è docente di Sociologia dei Processi culturali e comunicativi presso l’Università degli Studi di Parma. I suoi interessi di ricerca vertono sull'analisi delle relazioni sociali, con particolare attenzione alle relazioni di cura, educative e d’aiuto, alle dinamiche vittimarie e alle trasformazioni della soggettività nell’epoca contemporanea. È curatore del blog Il terzo incluso. Tra i suoi volumi: L’altro uomo. Violenza sulle donne e condizione maschile, Pazzini, 2014, Il soggetto ecologico di Edgar Morin. Verso una società-mondo, Erickson, 2009, Lo sguardo della vittima. Nuove sfide alla civiltà delle relazioni (a cura, con A. Bosi), Angeli, 2009, Zidane. Anatomia di una testata mondiale, Città Aperta, 2007, Il medico, il paziente e l’altro, Angeli, 2005, La conoscenza ecologica. Attualità di Gregory Bateson, Raffaello Cortina, 2004.


About the author

Sergio Manghi is Professor of Sociology of Cultural and Communication Processes at the University of Parma. His interests of research include: analysis of social relations, with special attention to relations of care, education and help, dinamics of victimization and subjectivity transformation in the contemporary age. He is editor of the blog Il terzo incluso. His recent books are: L’altro uomo. Violenza sulle donne e condizione maschile, Pazzini, 2014, Il soggetto ecologico di Edgar Morin. Verso una società-mondo, Erickson, 2009, Lo sguardo della vittima. Nuove sfide alla civiltà delle relazioni (Eds., with A. Bosi), Angeli, 2009, Zidane. Anatomia di una testata mondiale, Città Aperta, 2007, Il medico, il paziente e l’altro, Angeli, 2005, La conoscenza ecologica. Attualità di Gregory Bateson, Raffaello Cortina, 2004.


[1] Testo della relazione al convegno “Fine di un mondo”, Parma, 21 aprile 2015, nell’ambito della rassegna Dolore in bellezza, promossa dall’Università degli Studi, dall’Azienda Sanitaria Locale e dal Teatro Due.


[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Attentato_alla_sede_di_Charlie_Hebdo consultato il 20 dicembre 2015.

[3] http://www.repubblica.it/cronaca/2014/07/15/news/luigi_preiti_chiede_perdono-91592818/ consultato il 20 dicembre 2015.

 

Keywords:

Riassunto

Con questo contributo si vuole affrontare lo studio del rapporto fra personale di polizia penitenziaria e popolazione reclusa concentrandosi sia sul modo attraverso il quale gli operatori rappresentano i detenuti, sia su come ritengono dovrebbe essere il rapporto con essi. Il materiale empirico raccolto nel corso di un’etnografia svolta in un carcere del nord Italia ha evidenziato fra gli operatori la diffusione di rappresentazioni che tendono a stigmatizzare e disumanizzare i detenuti. Secondo il personale il rapporto con la popolazione reclusa dovrebbe basarsi principalmente sul ‘rispetto reciproco’, che pare nascere da motivazioni prettamente strumentali, e sul mantenimento della “giusta distanza” per non apparire collusi con essi. In conclusione a questo contributo si evidenzierà come il contesto penitenziario costituisca un terreno particolarmente fertile per la costruzione e diffusione di rappresentazioni del genere, rispetto alle quali risulta particolarmente difficile, per il personale, prendere le distanze.

DOI: 10.17386/SA2015-001018

GUARDIE IMPRIGIONATE? 
UNO STUDIO SULLA POLIZIA PENITENZIARIA E LE RAPPRESENTAZIONI DEI DETENUTI

Alessandro Maculan*

* Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, Università degli Studi di Padova

Riassunto: Con questo contributo si vuole affrontare lo studio del rapporto fra personale di polizia penitenziaria e popolazione reclusa concentrandosi sia sul modo attraverso il quale gli operatori rappresentano i detenuti, sia su come ritengono dovrebbe essere il rapporto con essi. Il materiale empirico raccolto nel corso di un’etnografia svolta in un carcere del nord Italia ha evidenziato fra gli operatori la diffusione di rappresentazioni che tendono a stigmatizzare e disumanizzare i detenuti. Secondo il personale il rapporto con la popolazione reclusa dovrebbe basarsi principalmente sul ‘rispetto reciproco’, che pare nascere da motivazioni prettamente strumentali, e sul mantenimento della “giusta distanza” per non apparire collusi con essi. In conclusione a questo contributo si evidenzierà come il contesto penitenziario costituisca un terreno particolarmente fertile per la costruzione e diffusione di rappresentazioni del genere, rispetto alle quali risulta particolarmente difficile, per il personale, prendere le distanze.

Parole chiave: polizia penitenziaria, detenuti, etnografia, stigmatizzazione, deumanizzazione.

Abstract: Imprisoned Guards? A Study on Prison Officers and the Representations on Prisoners. This essay examines staff-prisoners relationship focusing both on prison officers view towards prisoners and on how they think the relationship with them should be. Data from an ethnography on prison officers carried out in a Northern Italy prison highlighted the spread of stigmatizing and dehumanizing representation about prisoners. According to prison officers the relationship with them should be founded on “mutual respect”, that is related to instrumental motivations, and on keeping the “correct distance”. In conclusion we'll discuss the role of the prison context in the construction and diffusion of these prisoners' representations.

Keywords: prison officers, prisoners, ethnography, stigmatization, dehumanization.


1. Introduzione

I rapporti fra il personale addetto alla sicurezza degli istituti di pena e popolazione reclusa rappresentano senz’ombra di dubbio un aspetto centrale della vita all’inter-no delle carceri (Liebling et al., 2011). Cercare, tuttavia, di descrivere e compren-dere questo particolare aspetto dell’universo penitenziario è un’impresa tutt’altro che semplice (Crawley, 2011) non solo perché tali rapporti possono presentarsi in maniera molto diversa a seconda del particolare istituto preso in considerazione, delle differenti aree di uno stesso carcere, degli attori sociali coinvolti ecc. ma anche perché il loro studio richiede delle garanzie d’accesso al campo che, specialmente in Italia, spesso vengono negate (cfr. Degenhardt, Vianello, 2010; Ferreccio, Vianello, 2014). Possiamo, tuttavia, provare ad avvicinarci a questo tema ripercorrendo diversi contributi empirici i quali, pur nella loro diversità, pos-sono fornirci una descrizione abbastanza generale e comune a diverse esperienze detentive riguardo le basi sulle quali si fondano i rapporti fra staff penitenziario e popolazione detenuta.
    I pioneristici prison studies che sono stati svolti negli Stati Uniti a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso hanno sottolineato come il rapporto fra gli addetti alla sicurezza delle carceri e popolazione reclusa sia basato su un’inevitabile contrapposizione. Questa contrapposizione sarebbe la conseguenza dei differenti ruoli e status di cui sono portatori agenti e detenuti (Weinberg, 1942), dei reciproci stereotipi fortemente ostili (Goffman, 1963) e dei codici culturali tipici dell’uni-verso penitenziario che prescrivono sia ai detenuti che al personale una forte oppo-sizione nei confronti dell’altro gruppo (Clemmer, 1940; Kauffman, 1988). Un altro aspetto caratteristico del rapporto fra staff e detenuti è sicuramente la grande asim-metria di potere che li caratterizza. A differenza però di quello che si potrebbe immaginare il (presunto) potere ‘totalizzante’ dello staff non sempre otterrebbe come conseguenza un’automatica obbedienza alle regole da parte dei detenuti (Sy-kes, 1958). Una forma di potere che non si basa sull’autorità, infatti, faticherebbe a trovare legittimità (cfr. Sparks, Bottoms, 1995) in una popolazione continuamente esposta a deprivazioni e sofferenze (cfr. Sykes, 1958; Crewe, 2011). La strutturale opposizione fra gruppi, la loro forte asimmetrie di potere ed il profondo deficit di legittimità dello staff rappresentano dei fattori tipici e caratteristici del contesto penitenziario. Un contesto che, come hanno sottolineato Haney et al. (1973, p. 90), può persino rivelarsi ‘patologico’, contribuendo alla produzione di comportamenti aberranti ed antisociali nei confronti della popolazione internata da parte di coloro che occupano delle posizioni di forte potere al suo interno (cfr. Zimbardo, 2007).
    I contributi che hanno visto la luce nel mondo anglosassone a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, pur riconoscendo la persistenza dei fattori citati poc’anzi, hanno fornito dei resoconti molto eterogenei riguardo i rapporti fra questi due gruppi sociali (cfr. Maculan, 2014). Alcuni studi hanno evidenziato come all’inter-no di specifiche strutture penitenziarie caratterizzate da una forte ‘cultura della violenza’ (cfr. Scraton et al., 1991) l’utilizzo della coercizione fisica da parte del personale possa arrivare a ricoprire un ruolo centrale nella gestione della quoti-dianità carceraria (cfr. Marquart, 1986; Edney, 1997). Altri, invece, hanno riscon-trato buoni livelli di rispetto, disponibilità e comprensione fra staff e detenuti (Lombardo, 1981; White et al., 1991).[1]  
    I rapporti fra questi due gruppi sociali possono essere studiati anche concen-trandosi su come gli operatori di polizia penitenziaria guardano alla popolazione reclusa e su come essi ritengono dovrebbe essere il loro rapporto con i detenuti (cfr. Liebling et al., 2011; Crawley, 2011). Queste rappresentazioni, infatti, contribui-scono in maniera importante (anche se non in maniera esclusiva)[2] a definire le basi sulle quali prendono forma quotidianamente le interazioni fra questi due gruppi sociali. In questo contributo ci focalizzeremo sullo studio di questi aspetti riportan-do i risultati di una ricerca etnografica della durata di due anni condotta in un istituto di pena del Nord Italia.[3]


2. Come il personale di polizia penitenziaria rappresenta i detenuti

Rappresentazioni stigmatizzanti
    Il personale di polizia penitenziaria che ha partecipato a questo studio ci ha consegnato una rappresentazione della popolazione reclusa molto diversificata al suo interno. Esistono, infatti, numerose differenze relative al modo attraverso il quale gli operatori guardano ai detenuti. Differenze che sono riconducibili sia alle particolari attitudini personali dei singoli operatori (cfr. Gilbert, 1997; Scott, 2008), sia alle diverse esperienze che agenti, assistenti ecc.. hanno avuto nel corso della propria carriera lavorativa. Parallelamente a queste differenze è emerso, tuttavia, un particolare modo di rappresentare la popolazione reclusa che sembra essere comune – pur con le ovvie differenze da operatore a operatore – alla maggior parte del personale in servizio presso questo istituto. Trattasi di rappresentazioni tenden-zialmente negative e stigmatizzanti[4] (Goffman, 2003) che sono riconducibili in prima istanza all’equazione ‘detenuto uguale criminale’:

Spesso li ha chiamati ‘delinquenti, mafiosi, criminali..’, e successivamente ha aggiunto: «Non usciranno mai e si comportano bene per questo, perché se si devono far tanta galera è meglio che la facciano bene..!»
(Nota etnografica)
Parlando dei detenuti, li ha chiamati anche ‘criminali’ e ‘delinquenti’, utilizzando un tono particolarmente dispregiativo ma sottolineando al contempo che non sta a loro giudicarli. Piuttosto ha detto che sarebbe preferibile non sapere cosa hanno fatto. Si rischierebbe, infatti, di non vederli più nello stesso modo rendendo più difficile il proprio lavoro.
(Nota etnografica)

L’equazione ‘detenuto uguale criminale’ è un assunto molto diffuso fra il personale di polizia penitenziaria, è dato per scontato e accettato a-problematicamente come se rappresentasse un’ovvietà che non necessita d’esser messa in discussione.
    Diversi detenuti sono stati dipinti anche come dei ‘delinquenti nati’ per i quali non vi sarebbe alternativa ad un’inevitabile carriera deviante e criminale. Per loro la rieducazione risulterebbe impossibile e quindi totalmente inutile:

Un assistente ha cominciato a denigrare pesantemente la popolazione detenuta assieme al principio della rieducazione del detenuto. Ha detto che la maggior parte di loro non potrà mai essere rieducata perché sono nati criminali e tali resteranno.
(Nota etnografica)

Un’altra rappresentazione fortemente diffusa fra il personale è quella che dipinge i detenuti come degli individui ‘furbi’ ed ‘approfittatori’ (cfr. Goffman, 1968; Crawley, 2011) pronti a raggirare chiunque per ottenere dei benefici personali:

I detenuti quando vedono che sei indaffarato con altre cose ne potrebbero approfittare per fare qualcosa che magari (…). Se uno deve nascondere qualcosa o fare. Quando trova questa opportunità lo fa con una maggiore sicurezza.
(Intervista Assistente Capo)
Anche perché la maggior parte della giornata stanno ad osservarti, loro riescono a capire gli orari, i tempi.. ogni agente come lavora… ti studiano!
(Intervista Assistente Capo)

Questo modo di porsi dei detenuti si presenterebbe anche nei rapporti con i ‘civili’ (educatori, medici, infermieri, volontari ecc..) che fanno esperienza della realtà carceraria:

Ha detto (n.d.r. l’assistente) che «Solo 1 su 1000 esce rieducato. Fanno tutti i buoni per poter avere dei benefici ma in realtà sono pronti a mettertelo nel culo!», e questo succederebbe sia con loro, sia con gli educatori, sia con i volontari. Inizierebbero ‘tastando’ il campo per capire se è possibile chiedere favori e poi comincerebbero a chiede cose che non si potrebbero fare.
(Nota etnografica)
Ha poi ribadito il fatto che con noi (volontari) e con gli educatori si mostrano tanto buoni e bravi, ma che in sezione non parlano dell'università, ma di chi ammazzare... di chi rapire… Ha anche aggiunto che «Loro studiano noi, come noi studiamo loro..». Secondo lui, la mattina saprebbero riconoscere chi è l'agente di servizio sentendo solo il rumore dei passi.
(Nota etnografica)

Anche le questioni che risultano essere particolarmente problematiche e dramma­tiche in carcere, come per esempio la salute personale dei detenuti o i loro tentativi di suicidio, in diversi casi possono essere lette dal personale attraverso la lente del comportamento strumentale:

Durante la mattinata il detenuto M. è andato in ambulatorio probabilmente per una visita. Si tratta di un detenuto anziano che è considerato ‘problematico’ nel senso che sembra abbia il vizio di aggredire verbalmente un po’ tutti: educatori, direttore, magistrati ecc.. Mentre lo vedevo tornare in sezione seduto su una carrozzina accompagnato da un'infermiera un paio d'agenti che erano a fianco a me si sono detti «Questo sta più bene di me e te..!».
(Nota etnografica)
Poi ho parlato un po' con l'assistente che ho visto per la prima volta oggi. Mi ha parlato dei detenuti che vanno controllati a vista, quelli, cioè, che hanno tentato il suicidio. Lui però non l'ha chiamato suicidio ma ‘finzione di suicidio’. Io gli ho chiesto a che scopo farebbero questi atti. Mi ha detto che lo farebbero per attirare l'attenzione dell'ufficio comando, ma anche quella del magistrato di sorveglianza. Secondo lui per lo stesso motivo molti farebbero anche lo sciopero della fame. Sia quest’ultimi che coloro che tentano il suicidio sono stati chiamati ‘furbetti’.
(Nota etnografica)

Infine, le rappresentazioni dei detenuti possono assumere dei connotati ulterior-mente negativi. Ciò può accadere in riferimento a coloro che hanno commesso dei reati particolarmente biasimabili nei confronti, per esempio, di donne e bambini, ma non solo:

L'agente con il quale mi sono intrattenuto per diverso tempo mi ha parlato di diverse questioni, in particolare della condanna che hanno molti detenuti in quella sezione, i cosiddetti sex offenders, ‘merde’ li ha anche chiamati.
(Nota etnografica)
Non è come in fabbrica, questi qua son gli scarti della popolazione. Non è un lavoro da tutti.
(Intervista Assistente Capo)
L’agente era molto arrabbiato e si è rivolto più volte (anche in presenza dell’ispet-tore) nei confronti di questi detenuti chiamandoli ‘immondizia’, ‘monnezza’.
(Nota etnografica)

Le etichette stigmatizzanti a cui abbiamo appena accennato rappresentano l’inevi-tabile conseguenza sia del processo di degradazione di status (Garfinkel, 1956) a cui sono esposti i detenuti non appena effettuano il loro primo ingesso in carcere sia delle numerose deprivazioni che subiscono nel corso della detenzione (Sykes, 1958). Queste etichette costituiscono delle ‘lenti’ attraverso le quali il personale di polizia penitenziaria tende a guardare quotidianamente la popolazione reclusa. Esse forniscono una rappresentazione monolitica e fortemente essenzializzata dei dete-nuti. Una rappresentazione che tende a misconoscere e negare la complessità e la ricchezza delle loro esperienze di vita pregressa al di fuori del carcere. Una rappre-sentazione rigida, standardizzata e fortemente negativa dalla quale risulta molto difficile, non solo per chi la subisce ma anche per chi la veicola, riuscire a distanziarsi.


Una disumanizzazione “banale”?
    Si prendano ora in considerazione i prossimi estratti dal diario etnografico che mettono in luce un particolare modo di guardare ai detenuti:

Verso la fine del nostro colloqui ci siamo fermati a parlare del più e del meno, soprattutto dei loro colleghi che hanno tentato il suicidio. Uno dei due agenti ha detto “Scusa se non parlo del suicidio dei detenuti, ma loro sono in carcere perché hanno commesso un reato, noi siamo in carcere per lavorare.. è diverso..!”
(Nota etnografica)
Mi ha riportato (un sottoufficiale) un modo di dire che a detta sua vige tra loro. Ha sottolineato che è particolare: “Meglio un morto in cella che un detenuto evaso”. Parafrasando, a loro creerebbe meno problemi un suicidio o un omicidio consumato in carcere piuttosto che un’evasione.
(Nota etnografica)
L’assistente capo mi stava parlando delle modalità di controllo notturno in sezione che vengono fatti ciclicamente guardando attraverso lo spioncino della cella per verificare se un detenuto sta dormendo oppure se è morto (verificando se sta respirando). Ha detto che mentre fai questi controlli può essere che si dia anche fastidio ai detenuti e che vengano svegliati con loro disappunto.. Detto ciò ha affermato: “Ma mica sei venuto qui in carcere per dormire!”.
(Nota etnografica)

Nel primo caso l’intervistato ha individuato due differenti ‘livelli del cordoglio’ riconducibili ai suicidi consumati che hanno visto come vittime sia i propri colleghi che la popolazione detenuta. Le sue parole, oltre a manifestare una più che ovvia maggiore vicinanza ai primi che rappresentano il suo gruppo d’appartenenza, ci dicono che il suicidio di un ‘lavoratore’ sarebbe un evento più grave rispetto al suicidio di un detenuto. Dalle sue parole si evince come, sia lo status del detenuto stesso a porlo ad un livello inferiore d’umanità rispetto a tutti coloro che non hanno subito una degradazione di status. Il secondo estratto sottolinea esattamente il concetto appena espresso, cioè la tendenza a disumanizzare la popolazione dete-nuta poiché considerata appartenente ad un'altra ‘sfera morale’ caratterizzata da valori e norme differenti rispetto a quelle adottate nella vita di tutti i giorni fuori dal carcere (Scott, 2008, 2009). Affermare che sia meglio un detenuto morto piut-tosto che uno evaso significa misconoscere l’umanità della popolazione ristretta a favore di un freddo calcolo razionale dove assumono un ruolo centrale le conse-guenze che tali azioni (suicidio oppure evasione) possono avere esclusivamente nei termini delle proprie responsabilità lavorative e nei conseguenti carichi di lavoro che tali episodi possono comportare. L’ultimo estratto esprime un concetto decisamente meno drammatico rispetto ai precedenti ma ugualmente eloquente. Le parole dell’assistente capo negano il diritto dei detenuti di veder rispettate le proprie necessità e bisogni, anche quelli fisiologici come il poter riposare e dormire senza essere disturbati, a favore delle attività di controllo e di sorveglianza poste in essere dal personale di polizia penitenziaria. Ancora una volta nell’immaginario del mio interlocutore lo status degradato del detenuto ha legittimato una visione maggiormente ristretta dei diritti dei detenuti rispetto a quelli di cui generalmente sono portatori coloro che non hanno subito una condanna detentiva.
    Se il binomio carcere-disumanizzazione di primo acchito può richiamare alla mente episodi di violenza, abusi e maltrattamenti[5] (cfr. Haney et al., 1973; Zamperini, 2004; Zimbardo, 2008) in questo contributo si vuole sottolineare come la disumanizzazione dei detenuti possa vedere la luce in carcere anche in una maniera quasi ‘banale’ (Arendt, 1964), attraverso le modalità ‘quotidiane’, ‘date per scontate’ ed ‘ingenue’ che caratterizzano le pratiche lavorative del personale ed il loro modo di vedere ed interpretare il mondo carcerario. Come abbiamo potuto osservare la disumanizzazione della popolazione reclusa si può manifestare attraverso semplici giudizi nei confronti dei detenuti, attraverso modi di dire che appartengono al diffuso ‘folklore del personale di polizia penitenziaria’, attraverso precisazioni nel corso di colloqui informali, attraverso lo svolgimento delle proprie mansioni quotidiane ecc. Le rappresentazioni stigmatizzanti, degradanti e disuma-nizzanti dei detenuti appartengono, infatti, al ‘senso comune degli operatori penitenziari’, ossia quel tipo di conoscenza e pensiero che sospende il dubbio riguardo alle definizioni della realtà che sono condivise all’interno di un determinato gruppo sociale, in relazione alle necessità pratiche della vita di ogni giorno (cfr. Schutz, 1979). Una forma di conoscenza, in altre parole, data per scontata, accettate acriticamente come ‘normalità’ e riprodotta giorno dopo giorno attraverso le routine lavorative del personale.[6]
 

Distanziarsi da queste rappresentazioni
    È interessante osservare, tuttavia, come la rappresentazione stigmatizzante e disumanizzante dei detenuti possa, in alcuni casi specifici, attenuarsi o, addirittura, scomparire del tutto. I prossimi estratti ci introducono il primo di questi, quello in cui gli operatori penitenziari passino molto tempo a stretto contatto con dei detenuti nel corso delle attività lavorative dedicate a quest’ultimi:

Io vivo con loro (…). Per quanto riguarda la mia esperienza ti dico che hanno un cuore grande… io… è brutto da dire ma io mi trovo più a mio agio con loro delle volte che con delle persone fuori. La differenza il carcere la fa sul fatto della bontà di cuore (…). Io, è il mio cavallo di battaglia: se un detenuto ha una sigaretta la spezza a metà! Poi fuori va a fare il delinquente magari ma io ti porto la mia esperienza, con loro mi son sempre trovato a mio agio… ho instaurato un rapporto di collaborazione. Io sono una guardia a metà.
(Intervista Assistente Capo)
Poi l'assistente capo mi ha parlato della sua fiducia nei confronti dei ‘suoi lavoranti’ (cioè i detenuti che lavorano con lui), di come loro possano entrare tranquillamente in ufficio e fare le loro cose, liberamente. «Da uno che non conosce come ci siamo organizzati potrebbe apparire strano!», mi ha detto, «..ma va bene così perché si lavora bene senza che vi siano problemi!».
(Nota etnografica)  

La ripetuta vicinanza spaziale fra operatori e detenuti assieme alla condivisione di un qualsiasi tipo di attività può contribuire al superamento della rappresentazione monolitica e degradante del detenuto stesso. Ciò non significa che agli occhi del personale questi smettano di essere etichettati come ‘criminali’, ‘furbi’ o ‘approfittatori’. Piuttosto, la rappresentazione del detenuto tende ad arricchirsi attraverso anche altri particolari non solo negativi e stigmatizzanti.
    Il secondo caso è simile al primo e coinvolge gli agenti e gli assistenti che hanno passato molto tempo a stretto contatto con gli stessi detenuti. Ciò può aver luogo soprattutto nelle sezioni detentive che ospitano detenuti condannati a delle pene molto lunghe:

Sia ieri che oggi ho assistito a diversi colloqui informali tra operatori di polizia penitenziaria  e detenuti. In particolare ho osservato un assistente capo che, mentre parlava con dei detenuti del settore A, al di là del cancello, aveva il piede appoggiato al cancello e le braccia oltre le sbarre. Tale postura sembrava dimostrare quasi un superamento delle sbarre che li dividevano, come se non ci fosse un cancello del carcere, ma la ringhiera di un giardino al quale una persona si appoggia per dialogare con il proprio vicino di casa.
(Nota etnografica)
La mattinata si è movimentata quando è arrivata la torta assieme ai dolcetti che l'assistente capo ha deciso di offrire a tutti (era il giorno del suo compleanno). A questo banchetto sono stati invitati alcuni colleghi, un paio di educatrici, un'insegnante che in quel momento era in pausa tra una lezione e l’altra ed, ovviamente, il sottoscritto. Il festeggiato ha offerto delle fette di torta, fuori dall'ufficio, anche a tre detenuti che si trovavano lì in quel momento. Uno era un detenuto abbastanza anziano, l'altro era di un'altra sezione ma era lì perché è l’addetto a portare il sopravvitto e poi a SS, il detenuto che conosco molto bene, il quale l'ha mangiata molto avidamente.
(Nota etnografica)

Anche la condivisione per molti anni dello stesso ambiente (chi per lavoro, chi per condanna) può portare alcuni di questi attori sociali ad avvicinarsi contribuendo al superamento di quei pregiudizi che sono la conseguenza non solo dello stigma del detenuto ma anche di una cultura penitenziaria che prescrive, in maniera simile agli operatori e ai detenuti, una forte contrapposizione nei confronti dell’altro gruppo (cfr. Clemmer, 1940; Kauffman, 1988; Crawley, Crawley, 2008; Vianello, 2015).
    Infine, il terzo caso specifico nel quale la rappresentazione disumanizzata e stigmatizzante della popolazione reclusa può attenuarsi fino a scomparire coin-volge il rapporto tra personale e detenuti che vengono considerati innocenti o che hanno commesso dei reati giudicati ‘comprensibili’:

In quell'istante l'agente scelto ha portato in ufficio un detenuto (…). Questo detenuto si è dimostrato davvero in sintonia con gli agenti, quasi come se fosse un loro amico. L'agente scelto rideva moltissimo per quello che diceva ed aveva un modo di porsi nei suoi confronti assolutamente amichevole (si vedeva che con quel detenuto c'era un legame speciale). Poi mi hanno detto che lui è dentro per l'omicidio di (omissis) ma che non credono sia stato lui, lo giudicano innocente. Anche la madre della vittima lo considererebbe tale. È un detenuto per il quale hanno un occhio di riguardo.
(Nota etnografica)
L’assistente con il quale stavo parlando ha fatto, però, una distinzione tra i criminali veri, per i quali la rieducazione sarebbe inutile e quelli che sono come me e come lui. I padri di famiglia, che magari son tornati a casa ed hanno trovato la moglie a letto con un altro. A su avviso loro non sarebbero dei criminali veri.
(Nota etnografica)    

Nel primo dei due estratti la portata negativa dello stigma è stata neutralizzata dalla convinzione che il detenuto sia innocente e, quindi, una sorta di ‘martire’ che non apparterrebbe pienamente al ‘mondo’ dei detenuti. Nel secondo estratto, invece, emerge come il concetto di ‘criminalità’ sia una costruzione socio-culturale (Sbraccia, Vianello, 2010) che si riproduce in maniera diversa a seconda dei contesti e degli attori sociali coinvolti. È ipotizzabile, infatti, che in un ambiente tendenzialmente machista come il carcere (cfr. Fleisher, 1989; Crawley, Crawley, 2008) l’omicidio passionale della ‘moglie traditrice’ e/o dell’amante possano essere considerati dal personale dei reati, se non propriamente accettabili, sicuramente comprensibili per i quali non si può escludere che, in determinate condizioni, anche loro stessi potrebbero commettere.
 

3. Come il personale ritiene dovrebbe essere il loro rapporto con i detenuti

Rispetto reciproco
    Generalmente gli agenti ed assistenti intervistati hanno sottolineato come il ‘rispetto reciproco’ ricopra un ruolo importante nel rapporto fra personale di polizia penitenziaria e popolazione detenuta:

Io rispetto loro e loro rispettano me. Non ci sono mai stati. Se qualcuno si è azzardato di alzare la voce non è che subito ci attacchiamo con calma verrà a chiedere scusa lui! Del resto noi qua non ne abbiamo avuti, c’è un buon rapporto, veramente.
(Intervista Assistente Capo)
Allora, ti parlo dell’esperienza del primo perché ormai i detenuti. Mha… il rapporto a livello personale è sempre stato buono io faccio il mio, rispetto i detenuti, loro rispettano me. Mai avuto grandi problemi con i detenuti, perché alla fine capiscono anche loro la persona che sei. Se sei uno che viene là per lavorare o se vai solo per rompergli le scatole… lo capiscono anche loro. Con me non ci son mai stati problemi, poi ti dico, c’è sempre la litigata, ma è normale è il lavoro nostro. Loro sono detenuti, noi siamo agenti.
(Intervista Agente Scelto)

Un’eventuale mancanza di rispetto dei detenuti nei confronti del personale di polizia penitenziaria può comportare delle sanzioni che possono implicare anche l’utilizzo della forza:

Riguardo al fatto di saper stare in carcere, l’assistente capo con il quale mi sono intrattenuto per diversi minuti mi ha detto che in alcuni casi può capitare di ‘menare’ un detenuto che, magari appena arrivato, non sa come comportarsi e manca loro di rispetto. Ha detto che tali botte servono per fargli capire chi comanda.
(Nota etnografica)
Poi, tornando alle aggressioni da parte di detenuti, mi hanno detto che ti prendi offese anche pesanti da parte dei detenuti, ma che non puoi fargli nulla, se non un rapporto disciplinare che, ha detta loro, non varrebbe nulla (soprattutto per coloro non hanno nulla da perdere…). Hanno parlato anche di sberle che ‘volano’ nei confronti dei detenuti, quando se le meritano.
(Nota etnografica)

Questi estratti evidenziano come la coercizione fisica ricopra sia una funzione sanzionatoria sia una funzione deterrente allo scopo di prevenire comportamenti  ed atteggiamenti considerati inaccettabili (cfr. Marquart, 1986; Edney, 1997):

Riguardo le aggressioni nei confronti del personale l’assistente capo mi ha detto che se avvengono il detenuto viene immediatamente spostato in un altro carcere, anche per incolumità sua. Ha sottolineato inoltre che è importante che gli agenti gli diano una bella lezione, in modo tale da far passare a tutti i detenuti  il messaggio che ogni tentativo di aggressione nei confronti del personale verrà punito in maniera pesante. Tale fermezza sarebbe necessaria anche alla luce del fatto che sono numericamente inferiori rispetto alla popolazione detenuta..
(Nota etnografica)

 

Non possiamo, tuttavia, parlare di ‘rispetto reciproco’ fra personale di polizia penitenziaria e popolazione reclusa senza problematizzare questa tema alla luce non solo della rappresentazione stigmatizzante dei detenuti fornita dagli operatori, ma anche della profonda relazione di potere asimmetrico che caratterizza i due gruppi. Una relazione di potere che non può essere messa in discussione da nes-suno, tantomeno dai detenuti stessi. Ma per quale motivo l’asimmetria di potere presente tra personale di polizia penitenziaria e popolazione reclusa rende la questione del rispetto reciproco particolarmente problematica in carcere? In primo luogo perché questa relazione si sviluppa all’interno di un’istituzione la cui finalità immediata non risulta essere il benessere dei detenuti (Goffman, 1968), i quali ven-gono reclusi contro la propria volontà e quindi obbligati a permanervi forzata-mente. La vita detentiva, inoltre, porta con sé una grande quantità di deprivazioni che contribuiscono a molte delle sofferenze della popolazione reclusa (cfr. Sy-kes,1958; Cohen, Taylor,1972; Crewe, 2011). Il personale di polizia penitenziaria in tutto ciò non ricopre un ruolo neutrale poiché è chiamato a controllare i detenuti e a gestire le loro numerose richieste spesso anche attraverso il divieto (Sarzotti, 2000), limitando, cioè, tutti quei casi in cui tendano a mettere in discussione le restrizioni caratteristiche della propria posizione sociale. In altre parole sarebbero proprio gli operatori di polizia penitenziaria coloro che nella dimensione quotidiana devono garantire che le deprivazioni caratteristiche dell’esperienza detentiva vedano davvero la luce. Quanto detto influisce decisamente sul mancato riconoscimento da parte della popolazione detenuta dell’autorità incarnata dal per-sonale contribuendo, così, a misconoscerne la legittimità (cfr. Sparks, Bottoms, 1995).
    Alla luce di tutto ciò il personale di polizia penitenziaria dimostrerebbero ri-spetto nei confronti dei detenuti principalmente allo scopo di mantenere una convi-venza pacifica in carcere, per non creare tensioni e conflitti e quindi non rischiare di mettere in pericolo l’ordine e la sicurezza dell’istituto (cfr. Drake, 2008). Anche la popolazione reclusa lo dimostrerebbero principalmente da un punto di vista stru-mentale: il rispetto delle regole formali ed informali del carcere può contribuire, infatti, a far ottenere loro dei benefici legati alla buona condotta ma non solo. Il rispetto nei confronti del personale può costituire anche un modo attraverso il quale dimostrare, soprattutto agli altri detenuti, di ‘sapersi far bene la propria galera’ (cfr. Torrente, 2012; Vianello, 2015) senza creare troppi problemi a sé stessi e agli altri.
    Si potrebbe obiettare che il rispetto sia per il personale che per i detenuti non nasca solamente da dei bisogni utilitaristici ma da un senso di rispetto vero e pro-prio nei confronti degli altri ‘esseri umani’, indipendente dal fatto che essi appar-tengano al mondo della polizia penitenziaria o a quello dei detenuti. Ovviamente questa possibilità non può essere esclusa a priori. Sicuramente ci potranno essere casi del genere ma che, tuttavia, sembrano essere decisamente secondari rispetto a quelli appena esplicitati. Sono, infatti, le caratteristiche del contesto nel quale sono immersi quotidianamente gli operatori ed i detenuti a limitare fortemente questa possibilità.
 

Mantenere la giusta distanza
    Personale di polizia penitenziaria e detenuti rappresentano due gruppi struttu-ralmente ed inevitabilmente contrapposti, caratterizzati da una particolare ‘distanza’ che deve essere mantenuta e negoziata giorno dopo giorno: 

Io che sono a contatto con i detenuti tutti i giorni, ci rido, ci faccio la battuta clas-siche cose, puoi parlare di calcio non devi creare un clima pesante e rigido. Rispet-to, la giusta confidenza, non possono prendersi la confidenza che passano ‘Oh amico’ e pacca sulla spalla, là si va per eccesso,  non fa bene a loro, non fa bene a noi, non fa bene a nessuno (…). Questa troppa confidenza rovina determinati mecca-nismi perché non si riesce più a lavorare correttamente perché quando entra troppa confidenza con una persona risulta difficile imporre qualcosa o dire di no. Perché il dire di no è la cosa più difficile perché non sempre si riesce a dire di no ed è lì che non devi cascare, se bisogna dire di no bisogna dire di no. Sono le regole che te lo impongono è il tuo status che te lo impone perché se ci sono delle regole sono fatte per essere seguite!
(Intervista Agente Scelto)
Poi io sono più della nuova generazione, ho avuto già dalla scuola questa cosa di non essere coinvolta, distaccata. Quindi, nel tempo, ho sempre evitato di farmi chia-mar per nome, di far sapere il mio nome. Anche perché ho sentito persone che lo facevano per me già dalla scuola era sbagliato, ho sempre cercato di evitarlo, però io non sono nessuno per dire che quella collega o quello fanno male o bene. Per me è sbagliato perché mi è stato insegnato così.
(Intervista Agente Scelto)

Secondo gli operatori un po’ di confidenza con i detenuti può essere accettabile poiché può contribuire a rendere il clima in carcere meno pesante. L’importante, però, è che non vengano superati determinati limiti. Il rischio, infatti, sarebbe quel-lo di perdere d’autorità agli occhi del detenuto non riuscendo più ad imporsi anche attraverso il divieto (cfr. Sarzotti, 2000). L’atteggiamento distaccato con i detenuti per evitare qualsiasi forma di coinvolgimento corrisponde anche ad una prescri-zione che troverebbe le sue origini nei corsi di formazione per gli operatori di polizia penitenziaria. In questo senso, nascondere il proprio nome ai detenuti e chiamarli solamente per cognome contribuirebbe al mantenimento della ‘giusta distanza’ tra personale addetto alla sorveglianza e popolazione ristretta.

Pensa a chi ne ha settanta di detenuti è quasi impossibile stabilire un rapporto non di amicizia, non ci deve mai essere, ma non per un discorso di… proprio come figura professionale perché comunque tutte e due, sia la polizia penitenziaria sia il detenuto devono sapere quali sono i limiti da rispettare. Noi da questo punto di vista profes-sionale e loro da un punto di vista. Noi rappresentiamo lo Stato, quindi non ci può essere amicizia.
(Intervista Assistente Capo)

Nel contributo appena riportato viene esclusa totalmente ogni possibilità di ami-cizia tra personale di polizia penitenziaria e detenuti (cfr. Crawley, 2011). Questi due gruppi apparterrebbero, infatti, a due mondi completamente differenti ed opposti: i primi, nell’immaginario del personale di polizia penitenziaria, al mondo della legalità mentre i secondi, sempre nel loro immaginario, a quello dell’illega-lità. Sarebbe proprio il ruolo istituzionale incarnato dagli agenti stessi a vietare la possibilità che si sviluppi una relazione amicale.
    Si prenda in considerazione ora il prossimo estratto dal diario etnografico.  Risulta particolarmente efficace la metafora dei ‘binari’ utilizzata dal mio interlo-cutore per descrivere come, a suo parere, dovrebbe essere il rapporto tra personale di polizia penitenziaria e popolazione detenuta:

Ha detto che bisogna stare attenti perché i detenuti ti studiano per poterti manipolare ed ottenere delle cose, dei benefici. Cominciano ‘tastando’ il terreno per capire fino a quanto potersi spingere e poi appena possono ‘te lo mettono in culo’. Per questo ritiene importante non superare mai quella ‘linea di confine’ che li separa dai dete-nuti. Ha usato la metafora dei binari: agenti e detenuti viaggerebbero parallelamente ma bisogna fare attenzione affinché questi due binari non si incontrino ma che conti-nuino a seguire la stessa direzione a distanza.
(Nota etnografica)

Proseguire parallelamente andando verso la stessa direzione senza mai, però, incontrarsi. Questa metafora sembra racchiudere la mission del personale di polizia penitenziaria poiché evidenzia come tra loro e i detenuti via sia inevitabilmente un destino condiviso legato ai compiti di mantenimento della sicurezza e dell’ordine che non possono far altro che porre questi due gruppi nella continua condivisione di spazi ed esperienze. Secondo il personale tale condivisione deve, però, essere caratterizzata da dei limiti, da dei confini, che preservino la loro ‘purezza’ istituzionale scongiurando qualsiasi possibilità di ‘contagio’. Si veda a proposito il prossimo estratto:

L’assistente mi ha parlato della conoscenza che hanno dei detenuti, una conoscenza molto più approfondita di quella che possono avere gli educatori o persino i sottuf-ficiali che passano poco tempo a stretto contatto della popolazione ristretta. Il fatto di passare molti anni con loro può portare un operatore ad ‘accamosciarsi’, cioè co-minciare a ragionare e prendere dei comportamenti tipici della popolazione detenuta. Rappresenta un grande rischio al quale tali agenti sono esposti e che non è facile da fronteggiare.
(Nota etnografica)

‘Accamosciarsi’, avvicinarsi alla popolazione detenuta diventando dei ‘camosci’. Nello slang del carcere è un modo dispregiativo per indicare chi ha superato il confine che ci deve essere tra personale di polizia penitenziaria e popolazione ristretta avvicinandosi, nel bene e nel male, ad un modo di vedere e vivere il mondo carcerario tipico dei detenuti (cfr. Sarzotti, 2000). 
    È evidente come il richiamo alla ‘giusta distanza’, al distacco ed ovviamente al rifiuto di un qualsiasi rapporto di amicizia, se da un lato può essere giustificato dalla necessità di portare a compimento i propri compiti in maniera efficiente, dall’altro rivela ulteriormente un diffuso biasimo nei confronti dei detenuti. Una popolazione stigmatizzata che secondo il personale deve essere sempre mantenuti a distanza poiché appartenente ad un’altra ‘sfera morale’, che potrebbe corrompere sia materialmente che moralmente l’operatore di polizia penitenziaria, il rappre-sentante dell’istituzione penitenziaria e dello Stato.    

 

4. Conclusioni

In questo contributo ci siamo concentrati sullo studio dei rapporti fra il personale addetto alla sicurezza degli istituti di pena e la popolazione reclusa focalizzandoci, nello specifico, sia sul modo attraverso il quali gli operatori rappresentano i detenuti sia su come ritengono debba essere il loro rapporto con essi. Dai dati raccolti abbiamo potuto osservare fra gli operatori di polizia penitenziaria la diffusione di diverse rappresentazioni che tendono a stigmatizzare e disumanizzare la popolazione reclusa. Trattasi di rappresentazioni che se da un lato non esauriscono il complesso e variegato modo attraverso il quale gli operatori guardano alla popolazione ristretta, dall’altro sembrano essere particolarmente diffuse fra la maggior parte del personale. Profondamente legato a questo modo di guardare la popolazione reclusa è anche il richiamo alla ‘giusta distanza’ che deve essere continuamente mantenuta fra operatori e detenuti. Se, infatti, da un lato la ‘giusta distanza’ è stata rappresentata come un fattore imprescindibile del proprio lavoro poiché permetterebbe di svolgere i propri compiti nella maniera migliore, dall’altro sembra rivelare il forte timore di perdere la propria ‘purezza istituzionale’ a seguito di un avvicinamento ad una popolazione fortemente biasimata. Infine abbiamo potuto osservare come secondo il personale il loro rapporto con i detenuti dovrebbe basarsi sul ‘rispetto reciproco’. Un ‘rispetto reciproco’, però, che sembra rispondere soprattutto ad esigenze strumentali sia per gli uni che per gli altri.
    Ma da dove traggono origine questi specifici modi di guardare la popolazione reclusa e le relazioni interpersonali fra operatori e detenuti? È evidente che il contesto sociale all’interno del quale questi due gruppi sociali sono quotidianamente immersi ricopre un ruolo assolutamente centrale (cfr. Buffa, 2013). Un contesto sociale che stigmatizza i detenuti a partire dal loro ingresso in carcere, dove l’etichetta del ‘detenuto’ crea un profondo senso di alterità che spinge gli operatori a percepirli come un gruppo di individui inevitabilmente diversi da tutti coloro che non hanno subito una condanna carceraria (Scott, 2009, p. 141). Un contesto dove le forme di resistenza (cfr. Goffman, 1968; Cohen, Taylor, 1972) che i detenuti attivano continuamente per far fronte alle numerose deprivazioni che caratterizzano loro condizione di vita (Sykes, 1958) portano inevitabilmente il personale ad interpretarli come degli individui ‘furbi’ ed ‘approfittatori’ da trattare con profondo sospetto. Un contesto che prescrivendo una netta separazione (e contrapposizione) fra operatori e detenuti non solo genera numerose conflittualità ed ostilità ma esaspera la necessità del personale di distanziarsi dalla popolazione reclusa per non apparire colluso con essa. Un contesto pervaso da un particolare ‘senso comune’ dato, ovviamente, per scontato che legittima e diffonde fra gli operatori rappresentazioni stigmatizzanti e disumanizzanti dei detenuti. Ma, come abbiamo potuto osservare, è anche possibile non farsi travolgere completamente dal ‘potere’ del contesto penitenziario distanziandosi, quantomeno in parte, dalle rappresentazioni che si sviluppano al suo interno. Esistono, infatti, delle condizioni che possono limitare o far scomparire la portata dei processi di stigmatizzazione e disumanizzazione dei detenuti. Tali condizioni, però, sembrano costituire delle eccezioni all’interno del mondo penitenziario poiché risultano essere circoscritte a specifiche situazioni che coinvolgono in maniera limitata sia gli operatori che i detenuti. Con ciò non si vuole affermare che la soggettività degli attori sociali che operano negli istituti di pena scompaia completamente come se venisse sovrastata dalla struttura che ospita le loro azioni. Piuttosto, all’interno del mondo penitenziario sembra che «l’ampiezza della porta per la soggettività» (Zamperini, 2004, p. 130), che può permettere la messa in discussione dello status quo carcerario, sia particolarmente ristretta.
    In quest’ottica possiamo guardare agli operatori di polizia penitenziaria come se anch’essi fossero metaforicamente ‘imprigionati’. Non solo perché, come i detenuti, trascorrono gran parte della propria vita confinati in un istituto di pena e neppure, come sottolineava Lombardo (1981), solamente perché non riescono ad emanciparsi dalle rappresentazioni pregiudizievoli, stereotipate ed anacronistiche diffuse fra l’opinione pubblica. L’esperienza sul campo ci ha detto che gli operatori di polizia penitenziaria possono ritrovarsi imprigionati all’interno di rigidi ruoli professionali che rendono particolarmente difficile un ripensamento del tipo di relazioni interpersonali che vedono la luce all’interno delle mura delle carceri. Imprigionati in modelli di comportamento che prevedono poco spazio per la messa in discussione di ciò che quotidianamente viene fatto. Imprigionati in forme mentis che sembrano essere troppo legate a dinamiche relazionali basate sulla distinzione noi/loro, dove lo stigma sociale di cui è portatore il detenuto ricopre una funzione cruciale nella definizione della situazione. Imprigionate, infine, all’interno di un’istituzione che può trasformarsi per il personale di polizia penitenziaria in una ‘prigione della mente’ (Zamperini, 2004) che fornisce delle rappresentazioni profondamente rigide riguardo il mondo carcerario nel suo complesso e rispetto alle quali risulta estremamente complicato prendere davvero le distanze.

 

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Note biografiche sull’autore

Alessandro Maculan è dottore di ricerca in “Scienze Sociali: Interazioni, Comunicazione, Costruzioni Culturali” presso l’Università degli Studi di Padova. Collabora con l’osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone ONLUS ed ha lavorato allo “European Prison Observatory” coordinato sempre dall’Associazione Antigone. I suoi interessi di ricerca si sono rivolti principalmente allo studio dell’istituzione carceraria, del personale di polizia penitenziaria e dei processi di criminalizzazione dei migranti.

 

About the author

Alessandro Maculan is PhD in “Social Sciences: Interactions, Communication, Cultural Construction” at the University of Padua. He collaborate to the Association Antigone’s National Observatory on the detention condition in Italy and worked for the “European Prison Observatory” that was coordinated by Antigone. His main research interests are the study of the prison, prison officers and the migrant criminalization processes.  

 

[1] È importante sottolineare come i risultati di tali ricerche risultino essere profondamente influenzati sia dalle diverse possibilità d’accesso al campo - che inevitabilmente selezionano i dati ai quali il ricercatore può accedere - sia dagli obiettivi specifici della ricerca stessa (cfr. Scott, 2015).

[2] Nel definire le modalità attraverso le quali il personale interagisce con i detenuti ricoprono un ruolo importante anche le caratteristiche degli attori sociali coinvolti e quelle del contesto all’interno del quale tali interazioni vedono la luce.

[3] Questa etnografia è stata svolta attraverso un periodo di osservazione partecipante (sia “coperta” che “scoperta”) ed interviste etnografiche. Il nome dell’istituto di pena non verrà riportato per garantire ulteriormente l’anonimato degli operatori che con molta pazienza e disponibilità hanno partecipato allo studio.

[4] Rappresentazioni simili sono state riscontate per esempio anche nei lavori di Scott (2009) e Crawley (2011).

[5] Trattasi di episodi che, purtroppo, avvengono nelle nostre carceri come ci ricordano diversi fatti di cronaca. Si veda a proposito il contributo di Lanza di Scalea (2013).

[6] Parlare di disumanizzazione della popolazione detenuta non significa affermare che il personale di polizia penitenziaria, o parte di esso, sia privo di alcun senso morale. Piuttosto, all’interno dell’universo penitenziario, i suoi dettami possono essere neutralizzati facendo ricorso a specifiche tecniche (cfr. Sykes, Matza, 1957; Bandura, 1999; Cohen, 2001) attraverso le quali il personale di polizia penitenziaria, o chiunque accetti tali rappresentazioni, può giustificare e quindi accettare la costruzione del carcere come un “regno morale differente rispetto al mondo esterno” (Scott, 2008: 183).

Keywords:

Riassunto

In Italia, negli ultimi anni, la figura del mediatore interculturale è stata investita dalle istituzioni del delicato compito di facilitare l’accesso e la comunicazione nei servizi del welfare, assumendo su di sé la responsabilità di gestire le sfide poste dal pluralismo culturale e religioso. A lungo, infatti, pur nella vivacità del dibattito scientifico, la situazione italiana si è distinta da altre realtà europee per l’assenza di un modello istituzionale di gestione delle differenze e per un ritardo normativo, cui sono state contrapposte, tuttavia, soluzioni ed iniziative locali sperimentali e di successo. In questo contributo, l’autrice intende presentare alcune esperienze di ricerca-azione condotte da un centro di ricerca universitario nel contesto padovano, che hanno permesso di proporre un modello originale di intercultura e mediazione, basato sul superamento dello scarto esistente tra i diversi ordini del discorso (accademico, istituzionale, pratico) e fondato sulle dimensioni dialogica e riflessiva.

DOI: 10.17386/SA2015-001019

LA MEDIAZIONE INTERCULTURALE, TRA TEORIE, POLITICHE E PRATICHE:
PER UN MODELLO DIALOGICO E RIFLESSIVO

Valentina Schiavinato*

*Centro Interdipartimentale di Ricerca per gli Studi Interculturali sulle Migrazioni, Università degli Studi di Padova

Riassunto: In Italia, negli ultimi anni, la figura del mediatore interculturale è stata investita dalle istituzioni del delicato compito di facilitare l’accesso e la comunicazione nei servizi del welfare, assumendo su di sé la responsabilità di gestire le sfide poste dal pluralismo culturale e religioso. A lungo, infatti, pur nella vivacità del dibattito scientifico, la situazione italiana si è distinta da altre realtà europee per l’assenza di un modello istituzionale di gestione delle differenze e per un ritardo normativo, cui sono state contrapposte, tuttavia, soluzioni ed iniziative locali sperimentali e di successo. In questo contributo, l’autrice intende presentare alcune esperienze di ricerca-azione condotte da un centro di ricerca universitario nel contesto padovano, che hanno permesso di proporre un modello originale di intercultura e mediazione, basato sul superamento dello scarto esistente tra i diversi ordini del discorso (accademico, istituzionale, pratico) e fondato sulle dimensioni dialogica e riflessiva.

Parole chiave: mediazione interculturale, approccio interculturale, discorso istituzionale, pratiche sociali, riflessività.  

Abstract: Intercultural Mediation, between Theories, Policies and Practices: For a Dialogic and Reflexive Model. In Italy, in recent years, the figure of intercultural mediator has been invested by the institutions of the delicate task of facilitating access and communication in welfare services, taking upon him the responsibility to manage the challenges posed by cultural and religious pluralism. For long, in fact, despite the vivacity of the scientific debate, the Italian situation has been different from other European countries because of the absence of an institutional model of difference management and of a legislative delay. However some local solutions and initiatives has been experimental and successful. In this paper, the author intends to present some examples of action research, conducted by a university research center in the context of Padua, that allowed to propose an original model of interculture and mediation, based on the overcoming of the gap between different orders of discourse (academic, institutional, practical) and based on the dialogical and reflexive dimension.

Keywords: intercultural mediation, intercultural approach, institutional discourse, social practices, reflexivity.


 

1. Ordini e piani del discorso sulla mediazione interculturale


Negli ultimi anni, in Italia come in altri paesi europei, le istituzioni pubbliche hanno affrontato le sfide poste dalle migrazioni e dalla presenza ‘in casa’ delle differenze culturali e religiose, con l’impiego di mediatori interculturali, cui hanno attribuito e ancora oggi affidano, e in alcuni casi delegano, il delicato compito di facilitare l’accesso e la fruizione dei servizi del welfare e di favorire in essi una comunicazione efficace e soddisfacente per tutte le parti in causa. Il tema della mediazione si situa nell’ambito di un più ampio campo semantico, costituito da termini ormai molto diffusi e utilizzati, più o meno propriamente e più o meno consapevolmente, come risorse linguistiche tra loro intercambiabili, alternative oppure contrapposte, per costruire il discorso pubblico sulla mediazione. Si parla, quindi, di inclusione sociale o di integrazione[1] (espressione che ricorre in alcune retoriche pubbliche ed è stata oggetto di dibattito accademico) e di pluralismo culturale, articolato nelle diverse declinazioni della multicultura e del multiculturalismo, da una parte, e dell’intercultura e dell’interculturalismo dall’altra.
    Nel tentativo di portare un po’ di ordine nell’intreccio delle argomentazioni, spesso vivaci e talvolta accese, che definiscono il discorso pubblico sulle modalità di interfacciarsi ed interagire con la diversità culturale e sullo strumento della mediazione in particolare, possiamo riconoscere diversi ordini e diversi piani del discorso. Innanzitutto è possibile distinguere due ordini del discorso, distinti dal punto di vista metodologico e concettuale, anche se tra loro connessi e mutualmente influenzantisi: uno di tipo normativo, valutativo e assiologico, e un altro di tipo descrittivo, empirico e analitico. Con il primo ci si riferisce ad una trattazione che riguarda come ‘le cose (…) dovrebbero essere’ (Gimenez, 2008, p. 158) e propone modelli ideali e auspicati, con il secondo all’analisi e all’interpretazione della realtà sociale, di ‘ciò che le cose sono’ (Ibidem). Possiamo riconoscere, inoltre, diversi piani discorsivi, che spaziano dalla elaborazione accademica (teorica, metodologica, analitica e, in parte, applicativa), alla formulazione e all’attuazione di modelli espliciti ed impliciti, e di interventi ed iniziative sul piano politico (nazionale, regionale e locale) e istituzionale e, infine, alla riflessione che si sviluppa sul piano delle esperienze e delle pratiche, in specifici contesti operativi e con il coinvolgimento dei partecipanti e degli ‘addetti ai lavori’. Nel corso del tempo, questi diversi piani del discorso hanno proceduto in parte su strade separate, e talvolta parallele, ma hanno saputo produrre risultati particolarmente apprezzabili nelle occasioni in cui sono entrati proficuamente in dialogo tra loro.
    Giménez (Ivi) propone di distinguere i due ordini del discorso, descrittivo e normativo, rispetto al tema delle differenze culturali, utilizzando espressioni diverse: da una parte multicultura e intercultura, per riferirsi alle categorie descrittive, e dall’altra multiculturalismo e interculturalismo, per designare la prospettiva normativa. Nelle retoriche del senso comune, delle politiche e del discorso scientifico, non si riscontra frequentemente questa distinzione lessicale (-cultura vs –cultu-ralismo) ma si tende piuttosto ad utilizzare le diverse formulazioni in maniera interscambiabile. Più rappresentata, invece, pur con la variabilità delle elaborazioni individuali ed una certa quota di confusione concettuale (in particolar modo nelle formulazioni del senso comune e nelle retoriche istituzionali, ma non solo), risulta essere la contrapposizione tra la prospettiva multiculturale,[2] centrata sul riconoscimento e sulla valorizzazione, ma anche sull’esasperazione delle differenze, in chia-ve conflittuale rivendicativa e repressiva nei confronti delle differenze individuali (Mantovani, 2004), e quella interculturale, focalizzata sulla relazione e sullo scambio, e proposta come alternativa e superamento di modelli altri, basati sull’esclu-sione o sulla netta divisione. L’approccio interculturale, infatti, permette non solo di riconoscere e di valorizzare le differenze culturali, ma anche di liberarsi da una visione reificata delle culture (Baumann, 1999), come entità definite ed omogene (Benhabib, 2002) che ‘determinano’ il comportamento umano, a favore di una ‘concezione complessa e dinamica’ (Giménez, 2008) delle culture, intese come repertori di risorse e di artefatti (Cole, 1996), oppure ancora come narrazioni (Benhabib, 2002), ossia come sistemi per una continua (ri)costruzione di significati, che permette di rendere conto del ruolo dell’agency individuale (Mantovani, 2004, 2008) e del cambiamento. In questo senso, è nella dimensione quotidiana che, dall’incontro ‘tra differenze’, possono crearsi, per le persone, inedite occasioni di confronto, anche conflittuali, ma potenzialmente creative ed arricchenti.

 

2. Istituzioni territoriali e pratiche della mediazione

Sul piano politico, le istituzioni italiane sono state ‘sorprese’ dall’incremento dei flussi migratori che si è verificato a partire dagli anni Novanta e hanno risposto alle sfide poste alle differenze culturali e religiose ai loro assetti consolidati mettendo in campo iniziative e provvedimenti basati per lo più su logiche emergenziali. Per un lungo periodo, quindi, lo scenario italiano si è contraddistinto da quelli proposti da altri paesi europei (la Francia, il Regno Unito e la Germania in primis) per l’assenza di una riflessione politica volta all’elaborazione un proprio ‘modello’ di ‘integrazione’ o di ‘inclusione sociale’, al punto che, ancora oggi, per il caso italiano, si parla piuttosto di ‘modello implicito’ (Ambrosini, 2012). è in questa situazione di impasse, come poi vedremo, che alcuni luoghi di produzione accademica, e tra questi l’Ateneo di Padova, con la sua tradizione consolidata negli studi interculturali e sul pluralismo religioso, hanno colto la necessità di formulare nuove chiavi di lettura e di azione, epistemologicamente fondate, per ridefinire le cornici per interpretare i processi in atto.
    Il ‘non-modello’ italiano si è retto in modo particolare sulla formula dell’impiego ad ampio raggio della mediazione culturale nei diversi ambiti del sistema del welfare: dall’istruzione alla sanità, dai servizi sociali a quelli giudiziari e penitenziari, dall’accoglienza all’orientamento. Osservando allo stesso tempo le esperienze concrete di mediazione che sono proliferate e si sono diffuse in maniera differenziata nei territori locali, e le riflessioni e le iniziative normative e legislative formulate a livello istituzionale, si può percepire con evidenza una forte discontinuità che, solo in epoca più recente, è stata problematizzata e presa in carico dalle stesse istituzioni. Sintomatica, in questo senso, è, ad esempio, l’estrema variabilità delle etichette linguistiche adottate, per definire le esperienze di mediazione, nelle descrizioni dei diversi progetti, iniziative di formazione, bandi di selezione delle amministrazioni regionali e locali: si parla, quindi, di mediatori culturali, linguistico-culturali, interculturali, di mediatori sociali o socio-culturali, di facilitatori linguistico-culturali o culturali, più genericamente di operatori interculturali e ancora, più recentemente, di tecnico qualificato in mediazione linguistica o linguistico-culturale.
 

2.1 Provvedimenti legislativi sulla mediazione interculturale in Italia

Un altro indice della scollatura tra piano operativo e piano dell’elaborazione concettuale e normativa in ambito istituzionale è il ritardo con cui si sta giungendo ad una elaborazione normativa della figura del mediatore a livello regionale e a livello nazionale. Trascurando in questa sede la complessa articolazione dei provvedimenti regionali, ci soffermeremo brevemente sul piano nazionale. Il primo accenno è avvenuto, con la Circolare Ministeriale n. 205 del 26 luglio 1990 del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), nel settore dell’istruzione e nell’ambito di un provvedimento per la promozione dell’educazione interculturale nelle scuole dell’obbligo. Nel testo, si parla infatti di:

(…) impiego di “mediatori” di madre lingua per agevolare la comunicazione nell'ambito scolastico ed i rapporti scuola-famiglia, nonché l'utilizzo di "esperti" di madre lingua per attuare le iniziative per la valorizzazione della lingua e cultura d’origine (Capo 5).

Sempre in ambito educativo, un altro provvedimento del MIUR (Circolare Ministeriale n. 24 del 2006, Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri) si riferisce alla figura del “mediatore linguistico-culturale”.
    Con la promulgazione della legge n. 40 del 1998 (Disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, anche nota come Legge Turco-Napolitano), si giungerà a nominare i ‘mediatori culturali qualificati’, sempre in riferimento all’ambito educativo, con il ruolo di sostegno nelle pratiche di riconoscimento dei titoli di studio straniero e ‘dei criteri e delle modalità di comunicazione con le famiglie degli alunni stranieri’ (art. 36, Istruzione degli stranieri. Educazione interculturale, comma 6, lettera b). Più avanti, nel medesimo provvedimento, nella trattazione delle ‘Misure di integrazione sociale’, si parlerà invece finalmente di ‘mediatori interculturali’, con riferimento ai soli requisiti dello status di ‘straniero’ e della titolarità della presenza nel territorio nazionale  (‘stranieri, titolari di carta di soggiorno o di permesso di soggiorno di durata non inferiore a due anni’) e con il compito di ‘agevolare i rapporti tra le singole amministrazioni e gli stranieri appartenenti ai diversi gruppi etnici, nazionali, linguistici e religiosi’ (Capo IV, art. 40, comma 1, lettera d). Ancora otto anni più tardi, con il Decreto del Ministero della Salute del 12 dicembre 2006 che istituiva la Commissione ‘Salute e Immigrazione’ fu prevista la ‘valorizzazione dell’utilizzo dei mediatori interculturali’ in ambito sanitario (art. 2, comma 2).
    Ancora, nel ‘Documento Programmatico relativo alla politica di immigrazione e degli stranieri nel territorio dello stato per il triennio 2004-2006’ è prevista la figura del ‘mediatore culturale’ nelle strutture carcerarie con la funzione di ‘coadiuvare gli operatori penitenziari’. Nello stesso documento, inoltre, al capitolo 4 dedicato alle ‘politiche di integrazione’, viene riconosciuto l’ampio utilizzo di ‘figure di mediazione linguistico – culturale’ nei diversi ambiti della Pubblica Amministrazione, valorizzati i risultati ottenuti e auspicato un ‘riconoscimento formale delle competenze della figura professionale del mediatore culturale e della promozione del ricorso alla mediazione a vantaggio di una più efficace interazione tra stranieri e amministrazione pubblica’. Il testo si spinge fino a sostenere la necessità di adottare ‘modalità diversificate per la collaborazione del mediatore, dal servizio a chiamata alla presenza fissa’, prevedendo, quindi, la possibilità di una sua strutturazione nell’organico delle istituzioni e dei servizi.
    A partire dal 2000, possiamo notare come si sia verificata un’intensificazione della riflessione istituzionale sul ruolo, sulle funzioni e sulle competenze del mediatore interculturale, anche al fine di promuoverne il riconoscimento come figura professionale.[3] Questo impulso ha portato, nel 2011, all’inserimento ufficiale della figura del Mediatore Interculturale nella Classificazione delle Professioni ISTAT, tra le ‘Professioni tecniche’ della ‘Filiera professionale sociale’, tra i ‘Tecnici del reinserimento e dell’integrazione sociale’[4] (Classificazione delle Professioni 3.4.5.2.0). Anche se la classificazione non prevede una descrizione specifica della figura del mediatore, ponendola allo stesso livello di altre professioni tecniche del sociale, in ogni caso ne definisce, in riferimento alla classificazione generale, alcuni tratti in particolare, quali compiti e attività, conoscenze, skills, consente di tracciare l’evoluzione nel tempo delle condizioni lavorative e di porre le basi per la definizione dei requisiti di accesso alla professione e delle necessità formative.
    Se il piano delle politiche nazionali si è sviluppato lungo un lento e tortuoso processo di analisi e di normazione della mediazione interculturale e, in particolare, della figura del mediatore, è sul piano regionale e ancor più locale, che sono state cercate le soluzioni e realizzate le sperimentazioni più interessanti e differenti, anche in relazione alle peculiarità dei contesti sociali e culturali. Nel paragrafo che segue, tracceremo alcuni elementi di un’esperienza avviata nella città di Padova, che ha proposto un proprio modello interculturale di ricerca e di azione, basato sulla interazione tra i diversi attori sociali e istituzionali in campo.
 

3. La mediazione tra politiche, operatività e riflessività: il ruolo dell’Univer-sità nell’esperienza padovana

Nel 2004, all’Università degli Studi di Padova, un gruppo di studiosi afferenti a nove diversi Dipartimenti dell’Ateneo accomunati dall’interesse per il campo dell’Intercultura, e tra questi in particolare i teorici dell’intercultura Adone Brandalise, Giuseppe Mantovani e Giangiorgio Pasqualotto e il sociologo della religione e dei processi culturali, Enzo Pace, fondarono il centro che, più avanti, diverrà il C.I.R.S.I.M.[5] Centro Interdipartimentale di Ricerca per gli Studi Interculturali e sulle Migrazioni. Il Centro, che fin dalla sua fondazione ha declinato il suo impegno di studio e di azione nell’ambito della mediazione interculturale, ha lavorato per costruire un modello teorico che potesse sostenere l’analisi delle dinamiche sociali e dei mutamenti legati ai processi interculturali, in generale, e alle pratiche della mediazione, e guidare azioni e interventi in stretto dialogo con gli stessi protagonisti dei processi studiati.
    Per presentare l’approccio teorico e metodologico utilizzato come guida per la lettura o, come diremmo con un linguaggio delle scienze sociali,[6] per la costruzione della realtà, accenneremo brevemente ad alcuni esempi di interventi di ricerca-azione messi in campo nell’ambito delle attività del C.I.R.S.I.M., negli ultimi anni, nel territorio padovano, offrendo così anche una visione situata dei processi analizzati, in coerenza con le basi epistemologiche dello stesso approccio. Per ragioni di spazio, abbiamo invece sacrificato di altre esperienze significative, che rivelano dimensioni diverse, originali e ‘di confine’ della mediazione. Ci riferiamo, in particolare, alla formazione nella mediazione socio-sanitaria, attuata dal C.I.R.S.I.M. nell’ambito di un importante progetto nazionale[7] e all’analisi del progetto sperimentale ‘Affido Omoculturale’,[8] che ha permesso di mettere in luce una nuova forma di mediazione, che valorizza le risorse della comunità e genera processi di partecipazione e di empowerment (Rhazzali, 2015).
 

4. Un modello situato, in dialogo con esperienze nazionali e internazionali: il progetto ‘facilitatori culturali’.

Il primo progetto di ricerca-azione che vorremmo qui introdurre si riferisce a un’esperienza di collaborazione strutturata tra Università e Amministrazione Locale, il Comune di Padova, in particolare la Polizia Locale e l’Unità di Progetto Accoglienza e Immigrazione (U.P.A.I.), che si è espressa nell’ambito della realizzazione di un intervento innovativo e sperimentale[9] (nel biennio 2007-2009)[10] centrato sulla figura del ‘facilitatore interculturale’.[11]
    In questa sede vorremmo soffermarci brevemente su due aspetti particolarmente interessanti del progetto. In primo luogo, ci sembrano rilevanti le modalità con cui si è realizzata la collaborazione tra i ricercatori dell’Università,[12] i dirigenti e i referenti amministrativi dell’Istituzione, e i protagonisti del progetto, i facilitatori interculturali, che, in qualche modo, possono essere paragonate all’esperienza positiva del Servizio di Mediazione Sociale Interculturale (Ayuntamiento de Madrid, 2002), nato nel 1997 dalla convenzione tra il Comune di Madrid e l’Università Autonoma di Madrid. Il coinvolgimento dei ricercatori, infatti, ha permesso di integrare una funzione di accompagnamento e di supervisione nelle fasi di progettazione e della prima implementazione del servizio, con un’attività di ricerca, focalizzata sull’analisi delle pratiche di significazione e dei processi sociali innescati nel territorio dall’introduzione e dalla presenza, divenuta poi continuativa, della figura del facilitatore interculturale.
    In secondo luogo, il progetto permette di esplorare le caratteristiche, le funzioni e i ruoli di una forma originale di mediazione, quella della facilitazione interculturale, che si lascia ricondurre alle definizioni classiche della mediazione linguistica o culturale, ma potrebbe essere descritta come un’ «attività di mediazione di strada”, di “mediazione urbana” o come un “servizio di prossimità” che permette di articolare una risposta, in termini di vigilanza, alle esigenze di sicurezza espresse dalla cittadinanza e interpretate dalle istituzioni, con la “realizzazione di modelli di convivenza sostenibile» (Rhazzali, 2015 p. 100).
 


5. Intercultura e territorio: mediazione agli sportelli come interfacce istituzionali

Un elemento che potremmo tracciare per descrivere la prospettiva interculturale utilizzata, come risulta anche dalla scelta del nome del Centro, riguarda la relazione tra intercultura e processi migratori. Questi ultimi possono essere considerati come solamente un aspetto, seppur di innegabile rilevanza (se non altro sul piano dei discorsi pubblici e del senso comune) dei processi interculturali (Mantovani, 2008) e sono considerati non tanto in riferimento ai possibili esiti, favorevoli o negativi, dei così detti ‘processi di acculturazione’ della persona migrante nella ‘società ospitante’ (Berry, 2011, 1974; Bourhis et al., 1997), ma piuttosto come contesti privilegiati di incontro e, in quanto tali, come opportunità di cambiamento, sia per i migranti che per le istituzioni e le società che li ricevono. In modo particolare, nell’accesso ai servizi pubblici, la presenza migrante aiuta a fare emergere le discrasie e le incoerenze del sistema,[13] le zone grigie e quelle non praticabili e, se si è disposti ad ‘approfittare’ di questo prezioso sguardo, permette di attivare processi di ripensamento e di rinnovamento (Schiavinato, Mantovani, 2005).
    Nell’ambito del C.I.R.S.I.M. si è sviluppato un filone di ricerca dedicato allo studio del territorio,[14] inteso non come ‘luogo della cristallizzazione e del confinamento delle culture’ (Schiavinato, Soru, 2008, p. 86), bensì dell’incontro culturale, e rivolto alle ‘zone di contatto’ (Hermans, 2001; Hermans, Kempen, 1998). In particolare sono state condotte delle ricerche focalizzate sull’analisi dell’accesso e della comunicazione agli sportelli di servizio pubblico, considerati come luoghi per eccellenza della comunicazione interculturale. Da questo punto di osservazione privilegiato, è stato possibile analizzare una particolare forma di mediazione, quella da sportello, che si configura come una sorta di ‘interfaccia istituzionale’ che media la comunicazione tra gli utenti, migranti ma non solo, e l’istituzione. I mediatori allo sportello, infatti, non affiancano generalmente un collega, ma agiscono in prima persona come operatori amministrazione, assumendo su di sé delle funzioni che sfumano nella distinzione con quelle degli altri colleghi del servizio. La ricerca ha permesso, inoltre, di formulare delle riflessioni sui processi di posizionamento dialogico dei mediatori, in interazione con gli utenti, con i colleghi e con l’Istituzione (Schiavinato et al., 2012, 2008; Soru et al. 2013, 2012).

 

6. Dalla teoria all’esperienza, e ritorno: la riflessività nella formazione

Gli studi condotti agli sportelli di servizio pubblico hanno posto le basi per una forma di collaborazione ulteriore con le istituzione del territorio (Amministrazioni locali e provinciale, Questura, Prefettura, parti sociali) che ha permesso, in un secondo momento, di elaborare dei progetti di ricerca-azione per la formazione dei mediatori e degli operatori dei servizi. In particolare, sono stati progettati e realizzati: nel 2010, un primo percorso formativo sperimentale, attuato in collaborazione con il Comune di Padova, U.P.A.I. Unità di Progetto Accoglienza e Immigrazione;[15] un progetto di ricerca-azione, condotto in partnership la Provincia di Padova, Settore Lavoro e Formazione, e rinnovato due volte nel triennio 2013-2015,[16]finalizzato ‘all’applicazione di strumenti e modelli operativi innovativi nei percorsi di Formazione per la Figura del Mediatore/Operatore Interculturale’.
    Anche in questi, casi, l’esperienza è stata stimolata dal desiderio di sperimentare un’applicazione e un adattamento alle specificità del contesto italiano, e padovano in particolare, del modello spagnolo del S.E.M.S.I., che potesse agire in favore del superamento dello scollamento tra la formazione universitaria e quella professionale e, parallelamente, tra la considerazione di saperi più teorici e più pratici, allo scopo di avvicinare il mondo accademico all’operatività quotidiana e di mettere a dialogo il piano dell’elaborazione teorica e metodologica con quello delle pratiche quotidiane all’interno dei servizi, attraverso la collaborazione tra Accademia, Istituzioni del territorio, mediatori interculturali e operatori delle Pubbliche Amministrazioni e del privato sociale.
    Un primo aspetto di originalità del progetto risiede nella scelta di rivolgere le iniziative formative sia ai mediatori interculturali che agli operatori dei servizi, rispondendo così a due esigenze principali segnalate dalla ricerca più recente sulla mediazione interculturale. In primo luogo, per quanto riguarda l’offerta formativa, è messa in luce una carenza dell’investimento delle amministrazioni pubbliche sulla formazione delle équipe di lavoro già in essere, a favore della formazione di nuovi mediatori (Belpiede, 2006). Viene sottolineata, quindi, l’importanza di prevedere di percorsi di accompagnamento formativo, attraverso la supervisione del lavoro quotidiano nei servizi. In secondo luogo, con un’espressione particolarmente efficace, si afferma che la mediazione ‘è un dispositivo di intervento, e non solo una figura professionale’ (Ibidem) e, in questo senso, viene promossa una formazione interculturale trasversale e diffusa, anche per gli operatori (non mediatori) dei servizi pubblici.
    Un secondo aspetto rilevante è riconducibile agli obiettivi posti e alle metodologie scelte per perseguirli, con particolare riferimento all’obiettivo di un empowerment professionale, da realizzarsi attraverso una pratica riflessiva, scientificamente fondata, sulle competenze, sulle risorse personali e professionali e sulle prassi operative dei mediatori e degli operatori interculturali, che possa portarli ad acquisire una sempre maggiore consapevolezza delle proprie professionalità e identità professionali. La proposta formativa, infatti, ha previsto l’utilizzo di metodologie centrate su: la valorizzazione della professionalità e dell’expertise sviluppate sul campo dai partecipanti, secondo il modello teorico delle ‘comunità di pratiche’; l’analisi delle esperienze quotidiane di lavoro dei partecipanti; la partecipazione attiva dei alle attività formative in presenza e online, attraverso la sperimentazione di pratiche riflessive (Fabbri, 2007). In modo particolare è stato adottato lo strumento del focus-group che ha permesso ai partecipanti di riflettere assieme, a partire dalla narrazione e dall’analisi delle proprie esperienze pregresse, su alcune questioni fondamentali riguardanti: i contesti e i setting degli interventi di mediazione;  i dispositivi tecnici e gli strumenti operativi adottati; le competenze che definiscono la propria professionalità; l’identità professionale del mediatore interculturale; le relazioni e modalità di interazione con le altre figure professionali; la visibilità e il riconoscimento della figura professionale del mediatore interculturale.

 

7. Conclusioni

In questo contributo abbiamo presentato, in primo luogo, uno stato dell’arte della riflessione teorica, delle politiche pubbliche e della dimensione legislativa, e delle pratiche concrete messe in atto nel territorio nell’ambito della mediazione interculturale, intesa sia come dispositivo sia come figura professionale.
    In secondo luogo, ci siamo soffermati sulla presentazione di alcune esperienze di ricerca-azione, maturate nel contesto padovano, che ci hanno permesso di proporre un modello originale della mediazione interculturale, sviluppato in ambito accademico, ma fondato sulla dimensione dialogica e riflessiva, del confronto continuo con i diversi ordini e piani discorsivi.
    In modo particolare, si è voluto dimostrare come, per fare fronte alle continue e sempre nuove sfide poste dalle differenze culturali, i diversi attori sociali in campo (il mondo della ricerca e accademico, le istituzioni e i ‘professionisti dell’inter-cultura’) possano adoperarsi per colmare le distanze che li separano e li pongono su ordini e piani del discorso diversi e lontani fra loro e, in questo modo, tentare di produrre delle proposte, di interpretazione e di azione, innovative ed efficaci.

 

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Documenti di indirizzo

CNEL, Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione Sociale degli Stranieri (2000). Politiche per la Mediazione Culturale. Formazione ed impiego dei Mediatori Culturali.
CNEL, Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione Sociale degli Stranieri (2009). Mediazione e mediatori interculturali: indicazioni operative”
Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome (2009). Mediatore interculturale: riconoscimento della figura professionale.
ISTAT Nomenclatura e Classificazione delle Unità Professionali. http://cp2011.istat.it ultima consultazione 25/01/2016

 

Note biografiche sull’autore

Valentina Schiavinato dottore di ricerca in psicologia sociale e della personalità, è psicologa clinica e di comunità e psicoterapeuta. I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente: pluralismo culturale e religioso; comunicazione e mediazione interculturale nei contesti istituzionali e nelle interazioni quotidiane; costruzione delle identità e pratiche di posizionamento. Si è specializzata in metodi qualitativi di ricerca sociale e, in particolare, nell’analisi del discorso e della conversazione e nell’approccio etnografico. Insegna psicologia sociale, psicologia di comunità e comunicazione interculturale all’Università degli Studi di Padova, dove ha collaborato anche al coordinamento del Master in Studi sull’Islam d’Europa. Da dieci anni si occupa di formazione negli ambiti della mediazione interculturale, della comunicazione e delle competenze relazionali. È membro dell’Interaction & Culture Lab (Università di Padova) e del FIDR (Forum Internazionale Democrazia e Religioni – Centro Interuniversitario Culture, Diritti e Religioni) e socio fondatore e responsabile dei rapporti con le Università del FEMCI (Forum Euro Mediterraneo delle Competenze Interculturali).


About the author

Valentina Schiavinato PhD in Social and Personality Psychology, is a clinical and community psychologist and a psychotherapist. Her main research interests are: cultural and religious pluralism; communication and intercultural mediation in institutional settings and in everyday interactions; construction of identities and positioning practices. She is specialized in qualitative methods of social research and, in particular, in discourse and conversation analysis and ethnographic approach. She teaches social psychology, community psychology and intercultural communication at the University of Padova, where she also collaborated in the coordination of the Master in studies on European Islam. Since ten years she is teaching in training courses of intercultural mediation, communication and relationship skills. She is member of Interaction & Culture Lab (University of Padova) and FIDR (International Forum for Religions and Democracy - Interuniversity Center Culture, Religions and Law) and founding member in charge of University relations of FEMCI (Euro Mediterranean Forum of intercultural Competences).

 


[1] Per una analisi del dibattito scientifico attorno al termine ‘integrazione' si vedano, tra gli altri: Ambrosini, 2007; Boccagni, Pollini, 2012.

[2] Da qui in poi, per semplicità, si utilizzeranno le espressioni ‘multicultura’ e ‘intercultura’ in un senso più generale, che non contempla la distinzione sul piano descrittivo vs normativo proposto da Giménez.

[3] Si vedano, in modo particolare, i documenti di indirizzo sulla mediazione in Italia prodotti dall’Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione Sociale degli Stranieri, in seno al CNEL, sui temi “Politiche per la Mediazione Culturale. Formazione ed impiego dei Mediatori Culturali” (2000) e “Mediazione e mediatori interculturali: indicazioni operative” (2009) e il documento “Mediatore interculturale: riconoscimento della figura professionale” della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome (2009) che ha presentato lo “Standard professionale della figura del mediatore interculturale”.

[4] I Tecnici del reinserimento e dell’integrazione sociale vengono così definiti: “Le professioni classificate in questa unità forniscono servizi finalizzati a prevenire il disagio di adulti in difficoltà di inserimento sociale e lavorativo, a rimuovere l'emarginazione sociale di bambini e adolescenti, a riabilitare adulti e minori in prigione, in libertà vigilata e fuori dal carcere e a recuperare alla vita attiva adulti scoraggiati o ritirati dal lavoro” (ISTAT, Classificazione delle Professioni, 2011).

[5] Il centro, alla sua fondazione, si chiamava C.I.R.S.S.I. Centro Interdipartimentale di Ricerca e Servizi per gli Studi Interculturali, poi divenuto CIRSIM, in seguito alla ridefinizione dei centri interdipartimentali conseguente alla nuova organizzazione dipartimentale e di Ateneo.

[6] Ci riferiamo qui ad un’epistemologia di stampo costruzionista (Berger, Luckmann, 1991; Gergen, 1998).

[7] Ci si riferisce al Progetto PASS - Promozione dell’accesso della popolazione immigrata ai servizi sociosanitari e lo sviluppo delle attività di informazione ed orientamento socio-sanitario nelle ASL italiane. È sostenuto dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, realizzato dall’Istituto Nazionale Salute Migranti e Povertà - INMP - Ospedale San Gallicano e attuato a livello territoriale con la collaborazione di 48 strutture sanitarie locali (http://www.inmp.it/index.php/ita-/Progetti/Archivio-progetti/Progetto-PASS;  ultimo accesso 29/01/2015).

[8] Il Progetto ‘Affido Omoculturale’, realizzato dal settore Servizi Sociali del Comune di Padova, prevede, in alternativa al collocamento in comunità, l’affidamento temporaneo di minori non accompagnati a famiglie originarie dalla stessa zona geografica e costituisce una esperienza sperimentale di innovazione del sistema del welfare locale.

[9] Progetto finanziato dalla Regione Veneto.

[10] Il servizio dei “Facilitatori interculturali” è stato mantenuto fino al giugno 2014.

[11] Per una trattazione più approfondita degli obiettivi, delle fasi di realizzazione e dei risultati del progetto, si rimanda al volume Romania, Zamperini, 2009, e al saggio ivi contenuto di Rhazzali, 2009.

[12] Nel progetto sono stati coinvolti in primo piano il prof. Adriano Zamperini, del Dipartimento di Psicologia Applicata, e il prof. Vincenzo Romania, del Dipartimento di Sociologia.

[13] Su questo punto si veda l’articolo di Sayad (1996, p. 10): ‘Pensare l’immigrazione significa pensare lo Stato ed è lo Stato che pensa se stesso pensando l’immigrazione’.

[14] Ci si riferisce in modo particolare a due ricerche tra loro collegate: la prima condotta nell’ambito del Progetto di Ateneo ‘Costruzione di un centro di ricerca interculturale’, dell’Università degli Studi di Padova, coordinato dal professor Giuseppe Mantovani, e finanziato per gli anni 2007-2009; la seconda, finanziata dalle istituzioni coinvolte nella progettazione e nella gestione dei servizi C.I.S.I. (Centro informazione e servizi per gli immigrati) del territorio padovano e finalizzata al monitoraggio degli accessi e alla valutazione del grado di soddisfazione dell’utenza dei servizi.

[15] Progetto finanziato dal Comune di Padova.

[16] L’iniziativa è stata realizzata, per i primi due anni, con il contributo della Regione Veneto nell'ambito del Programma regionale di iniziative e di interventi in materia di immigrazione, anno 2011 e anno 2012.

Keywords:

Riassunto

La Fondazione Andrea Devoto si occupa dal 1995 della promozione del benessere e della salute dei cittadini. Il progetto ‘Prendersi cura di chi si prende cura’ è nato dal bisogno di integrare in un percorso di riappropriazione del proprio benessere, parte della cittadinanza che come cergiver si prende cura di persone non autosufficienti. Con questo progetto si è voluto promuovere un percorso di informazione, formazione, fino alla creazione di un luogo fisico in cui poter coinvolgere nuovi caregiver e sostenerli attraverso la relazione tra pari. Sulla base della Psicologia di comunità si è attivata una rete di associazioni e istituzioni che hanno costruito laboratori di empowerment individuale e collettivo sul tema della cura. Così da aumentare il senso di potere (individuale e collettivo) unitamente alla capacità di leggere e interpretare i sistemi sociali. La sfida è quella di coniugare l’esigenza del prendersi cura di un disagio grave con il benessere della cittadinanza.

DOI: 10.17386/SA2015-001020

IL CAREGIVER AL CENTRO DEL PROPRIO BENESSERE:
PERCORSI DI SELF EMPOWERMENT E COMMUNITY CARE

Francesca Safina*

* Fondazione Istituto Andrea Devoto Onlus

Riassunto: La Fondazione Andrea Devoto si occupa dal 1995 della promozione del benessere e della salute dei cittadini. Il progetto ‘Prendersi cura di chi si prende cura’ è nato dal bisogno di integrare in un percorso di riappropriazione del proprio benessere, parte della cittadinanza che come cergiver si prende cura di persone non autosufficienti. Con questo progetto si è voluto promuovere un percorso di informazione, formazione, fino alla creazione di un luogo fisico in cui poter coinvolgere nuovi caregiver e sostenerli attraverso la relazione tra pari. Sulla base della Psicologia di comunità si è attivata una rete di associazioni e istituzioni che hanno costruito laboratori di empowerment individuale e collettivo sul tema della cura. Così da aumentare il senso di potere (individuale e collettivo) unitamente alla capacità di leggere e interpretare i sistemi sociali. La sfida è quella di coniugare l’esigenza del prendersi cura di un disagio grave con il benessere della cittadinanza.

Parole chiave: empowerment, caregiver, benessere, cittadinanza, psicologia di comunità.

Abstract: The Caregiver at the Center of his Well-being. Self Empowerment and Community Care Paths. From 1995 the Andrea Devoto Foundation deals in the promoting well-being of citizens. The project 'Caring for carers' stems from the need to integrate into a path of re-appropriation of own well-being caregivers of dependent persons. With this project we wanted to promote a process of information, training up to the creation of a physical space in which to engage new caregivers and support them through the relationship of peer. On the basis of Community Psychology, a network of associations and institutions has been activated in order to built laboratories of individual and collective empowerment. So as to increase the sense of individual and collective power, with the ability to read and interpret social systems. The challenge is to combine the need of taking care of a severe discomfort with the well-being of the citizenship.

Keywords: empowerment, caregiver, well-being, citizenship, Community Psychology.



1. Introduzione

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 1987), per promozione della salute si intende ogni azione intrapresa da persone comuni (non solo professionisti della salute) per mobilitare le risorse necessarie a promuovere, mantenere e ristabilire la salute degli individui e della comunità.
    Sempre per l’OMS la salute va intesa come ‘stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia’ (Ibidem). In questa introduzione ci sembra interessante cominciare dalla seconda definizione ormai molto conosciuta che sottolinea la profonda differenza tra una concezione tradizionale della salute, l’assenza di malattia, ed una molto più ampia che fa riferimento all’integrità dell’individuo nei confronti di sé stesso e della comunità in cui vive: benessere fisico, psichico e sociale. Ma oltre a questa evidenza, sulla quale ormai è stato detto tutto, ci sembra importante sottolineare il carattere dinamico della definizione stessa. In una società in perenne movimento, sempre più rapido, ma non sempre né costante né coerente, la ricerca di uno stato completo di benessere si rivela come una tensione ‘verso’ una ricerca continua, un impegno destinato ad un continuo rinnovamento. Una ricerca che deve necessariamente attingere ad ogni possibile risorsa per trovare nuove energie, continue disponibilità, tanto più in uno scenario socio politico in cui la crisi dello stato sociale manifesta in maniera crescente la sua evidenza, sia in termini di risorse economiche che di risorse umane.
    In questo contesto ci sembra che l’OMS si assuma il compito di sottolineare che la salute, sia quella degli individui, sia quella della comunità nella quale essi agiscono, è responsabilità di tutti. Dalla prima definizione, infatti, ci sembra importante evidenziare prima di tutto il richiamo a riappropriarsi della delega sulla propria salute. Perché se la salute è il risultato della ricerca del benessere individuale e sociale, ciascuno dei protagonisti ha il diritto e il dovere di promuovere azioni finalizzate al suo mantenimento. Ciascuno di noi è chiamato attraverso il proprio stile di vita e la propria testimonianza nella comunità a ‘concorrere’ per il benessere proprio e altrui. Ed è evidente, nel contesto appena citato di crisi dello stato sociale, come sia fondamentale che l’azione di servizi istituzionalmente ‘delegati’ alla tutela della salute sia in qualche modo ‘costretta’ a integrarsi fortemente con l’azione civile di auto promozione della salute espresso dalla comunità a cui si riferiscono. Non è casuale, infatti, che tutti i documenti di pianificazione sociosanitaria, da quelli di Zona al Piano Regionale Sociosanitario, facciano inevitabilmente esplicito riferimento all’integrazione tra pubblico e privato chiamando l’associazionismo e il Privato Sociale a concorrere alla stesura dei piani stessi.
    I caregiver, intesi come coloro che si prendono cura di un familiare non autosufficiente, sono una fascia della popolazione piuttosto fragile poiché raramente si trovano ad essere sostenuti e riconosciuti nell’assistenza al proprio caro. La cura, soprattutto tra le mura di casa, è un processo che viene dato spesso per scontato dalla comunità, come rappresentasse un dovere insito nel percorso familiare, senza bisogno di esprimere le potenzialità di disagio o fatica conseguenti.
    Il benessere dei caregiver, inteso come aspetto multidimensionale composto da salute fisica e mentale, risorse finanziarie e partecipazione sociale, sembra essere compromesso in molti dei suoi aspetti durante il percorso di cura di un familiare non autosufficiente. In particolare, gli aspetti psicologici e sociali sembrano essere le dimensioni più colpite (George, Gwyther 1986).  Che i caregiver e le caregiver siano portatori di potenziali malesseri e disagi legati alla cura del familiare non autosufficiente è una realtà che emerge ormai da ricerche scientifiche e dati empirici confermati nel corso degli anni (Fauth, Gibbons, 2013; Clyburn et al., 2000; George, Gwyther, 1986). Alcuni ricercatori hanno addirittura individuato alcuni elementi negativi conseguenti al processo di cura come depressione, percezione peggiore del proprio stato di salute, aumento del rischio di mortalità (Schultz et al, 1995; Schultz, Beach, 1999). Dall’altra parte altri autori hanno individuato anche la presenza di aspetti positivi del percorso di cura, riferiti dai caregiver stessi (Cohen, Colantonio, Vernich, 2002) ricordando come la cura comporti anche aspetti di valorizzazione di sé, reciprocità, soddisfazione nella cura stessa (Nolan et al., 1996). Sebbene la presenza di questi aspetti positivi, l’esperienza clinica ci indica come la pesantezza e la fatica del prendersi cura prendano spesso il sopravvento e pervadano la percezione della propria vita in chi si prende cura di un familiare non autosufficiente.
    Sul territorio italiano, da molti anni oramai, sono nate e si sono sviluppate numerose associazioni di volontariato a sostegno alle disabilità, agli anziani con decadimento cognitivo, a chi ha subito un evento neurologico traumatico che ha portato alla perdita dell’autosufficienza, ecc. Le associazioni si occupano prevalentemente di sostegno alle famiglie e ai familiari coinvolti nella cura, attraverso informazione e, talvolta, attraverso un sostegno psicologico vero e proprio. In tutti i casi il cittadino vive un’esperienza di aiuto passivo, ricevendo assistenza dall’associa-zione o dal servizio pubblico deputato. All’interno delle istituzioni la situazione è molto simile, infatti il servizio sanitario nazionale fornisce strumenti per la cura, medicinali, legislazione di supporto, medici generali e specialisti, ecc. In tutti i casi il caregiver è un utente passivo dei servizi che vengono offerti da associazioni e istituzioni, oltre a ricevere sostegno soprattutto in aspetti pratici di diagnosi e cura fisica della persona non autosufficiente. Il panorama dei caregiver è spesso molto distante da chi, del processo di cura, ne ha fatto un lavoro come badanti e assistenti familiari: l’Istat, nel suo rapporto del 2015,[1] documenta numeri molto elevati, per un totale di circa 365.000 persone che per lavoro si occupano della cura di una persona non autosufficiente. Censire badanti e collaboratori familiari in Italia è molto difficile a causa del sommerso e del non dichiarato, quindi possiamo immaginare che i numeri siano effettivamente più alti. L’interazione tra caregiver e badante, il riconoscimento reciproco di bisogni, difficoltà e risorse è molto spesso difficoltoso e non sempre le istituzioni e le associazioni di volontariato tutelano i/le badanti, sia italiani che stranieri, con la stessa precisione con cui tutelano i caregiver. La lontananza di questi due mondi che ruotano attorno alla cura, seppur così vicini nell’operatività quotidiana, contribuisce a rendere ancora più difficoltoso il percorso di cura, sotto molti punti di vista.

 

2. Il progetto ‘Prendersi cura di chi si prende cura’

Come Fondazione Devoto, da vent’anni, ci poniamo primariamente l’obiettivo della promozione del benessere e della salute dei cittadini. La prevenzione al disagio fece  nascere in Andrea Devoto, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta (Devoto, 1993) l’idea di progetti di sensibilizzazione per l’appropriazione della salute personale attraverso percorsi di gruppo autonomi. Andrea Devoto vedeva come un diritto e dovere di ciascun cittadino la riappropriazione della cura e della premura verso sé stessi e verso gli altri: un cittadino competente sul proprio stato di salute e consapevole rispetto agli strumenti a disposizione per fronteggiare eventuali stati di malessere e disagio che gli si potrebbero presentare. Le linee guida tracciate da Andrea Devoto vent’anni fa orientano ancora oggi il nostro lavoro nello sviluppo di percorsi di sensibilizzazione per tutti i cittadini della comunità toscana.
    L’obiettivo generale del nostro progetto è stato quello di attivare quella parte di cittadinanza che si prende cura di persone non autosufficienti, in un percorso di riappropriazione del proprio benessere come caregiver, fino alla creazione di un luogo fisico in cui poter coinvolgere nuovi caregiver e sostenerli attraverso la relazione tra pari.
    Gli obiettivi specifici del progetto, che prende il nome di ‘Prendersi cura di chi si prende cura’, sono stati quelli di attivare una rete di associazioni e istituzioni che progettassero percorsi di empowerment individuale e di comunità attorno al tema della cura. Così da aumentare il senso di potere individuale e collettivo, unitamente alla capacità di leggere e interpretare i sistemi sociali (Francescato, Tomai, Ghirelli, 2002).
    E proprio dall’unione delle intuizioni di Andrea Devoto con la psicologia di comunità è stato possibile tracciare il percorso attuale.


3. Cornice teorica e metodi

La metodologia utilizzata si ispira al paradigma di conduzione dei gruppi formativi di Andrea Devoto (Devoto 1993), che mette al centro l’attivazione delle Life Skills Education.
    Il percorso di gruppo favorisce un’educazione tra pari, attraverso la metodologia della Peer Education, che permette la scoperta di sé stessi nell’altro condividendo l’apprendimento e la sua interiorizzazione. L’utilizzo del gruppo come confronto favorisce la percezione della propria responsabilità e lo sviluppo come cittadino competente nella propria comunità. La metodologia del Community Care (Francescato, Tomai, Ghirelli, 2002) fa da cornice all’intero percorso, sostenendo il cambiamento di ciascuno all’interno di una visione di comunità consapevole e competente.
    La cornice teorica di riferimento per la metodologia di gruppo, quindi, è relativa alla Psicologia di Comunità e ai concetti di empowerment individuale e di sviluppo di comunità. L’empowerment è un concetto multidimensionale che vede l’attivazione individuale attraverso più dimensioni che vanno da quella personale, interpersonale, organizzativa e macro-ambientale o sociopolitica (Cox, Parsons, 1994): l’empowerment è un processo dinamico attraverso il quale gli individui rafforzano la propria capacità di controllare e influenzare le loro stesse vite, e di conseguenza la propria salute. È un modello focalizzato sulla forza personale, sulle abilità e competenze, atte a mobilitare le risorse personali attraverso capacità di problem solving e attivazione sociale (Cox, Parsons 1994; Zimmerman, 1995). L’utilizzo del processo di empowerment come attivazione sociale è una risorsa per l’intera comunità, poiché si esce dalla logica dell’apprendimento passivo e si co-costruiscono sapere e competenze in modo partecipato, generando una naturale attivazione della persona all’interno della propria comunità (Zimmerman, 2000).
    Attraverso l’empowerment individuale è possibile realizzare una profonda promozione della salute e del benessere degli individui nei loro contesti (Francescato 2002) che sia realmente un’azione trasformativa e non soltanto formativa in quanto tale.
 

4. L’esperienza

La creazione dei Circoli di Cura per badanti e caregiver può essere definita come un percorso, compiuto da un certo numero di persone e di associazioni del territorio fiorentino, nell’arco di quattro anni, allo scopo di creare un luogo autogestito dalle famiglie e dalle badanti, dove poter trovare sostegno, informazioni e formazione. Il Circolo di Cura fin da subito è stato pensato come un crocevia di informazioni, persone, opportunità, protagonismo, partecipazione.
    Nel percorso, aperto a chiunque avesse avuto in casa una persona non autosufficiente a cui prestava le cure, non è stata fatta alcuna distinzione tra disabilità diverse o situazioni specifiche, poiché il focus non era centrato sulla patologia ma sul caregiver, le sue risorse e i suoi bisogni.
    Il percorso che ha preceduto l’apertura del primo circolo, nel dicembre 2015, si è sviluppato nei tre anni precedenti vedendo la progettazione di due percorsi formativi e la partecipazione di circa 80 persone di età compresa tra i 37 e i 75 anni. L’80% dei partecipanti è costituito da donne, di cui straniere per la maggior parte degli assistenti domiciliari. Grazie ad un finanziamento del centro Servizi Volontariato della Toscana è stato possibile realizzare il secondo percorso formativo, sviluppato in cinque incontri, all’interno del quale familiari di persone non autosufficienti e assistenti domiciliari si sono messi in gioco su bisogni, paure, risorse. Gli incontri si sono svolti inizialmente in modo parallelo tra badanti e caregiver, ciascuno affrontando gli stessi temi in modo diverso. Raccogliendo somiglianze e differenze si è poi programmata l’unificazione dei due gruppi che, attraverso il racconto delle storie di vita, hanno potuto incontrarsi e venirsi in contro in una specie di ricongiungimento emotivo. Dopo il dodicesimo incontro il gruppo esteso ha cominciato a lavorare insieme per una progettazione congiunta, fino all’apertura vera e propria del Circolo a dicembre 2015.
    Tra le difficoltà maggiori, riscontrate durante la fase di costituzione di gruppo, senza dubbio vi è la scarsa partecipazione. Ogni caregiver vive una situazione familiare molto precaria e riuscire a partecipare con continuità a tutti gli incontri non è sempre facile. Stessa cosa per gli assistenti domiciliari, specialmente per le persone già occupate, che dovevano richiedere il permesso alla famiglia presso cui lavoravano. Rispetto al percorso di empowerment fatica e scoraggiamento hanno rappresentato dei fattori negativi. I caregiver, unitamente agli assistenti familiari, sentono il peso quotidiano dell’accudire persone con gravi disagi motori e/o psichici. Questo sottrae energia a qualsiasi altra attività quotidiana, poiché ogni momento di vita viene gestito in base ai bisogni della persona non autosufficiente. È come se il ‘malato’ diventasse il centro del mondo della famiglia o dell’assistente familiare, catalizzando energie e risorse, risucchiando qualsiasi altra opportunità di vita. Si è riscontrato che i caregiver portano con sé un forte senso di solitudine aggravata dall’assenza di un sostegno sociale o dalla presenza dei servizi sociali. Inoltre, i bisogni personali non sono spesso riconosciuti. E quandanche lo sono, difficilmente vengono esauditi poiché per il cargiver non c’è il tempo, lo spazio, di pensare a sé oltre al proprio familiare.
    Anche le difficoltà di comunicazione con l’assistente domiciliare spesso sono un ostacolo al quotidiano e questo è percepito in maniera bidirezionale: entrambi riconoscono nell’altro una scarsa considerazione degli aspetti umani della cura, del lavoro svolto, del malato. Sostanzialmente familiari e badanti vorrebbero una maggiore valorizzazione del loro impegno all’interno della famiglia, da parte dell’altro, ma nessuno riesce a chiederlo apertamente. Anche i conflitti sui diritti di base sono spesso presenti: dalla parte delle famiglie si esprime nel bisogno di potersi fidare della badante, sia nell’impegno per la cura sia per gli aspetti lavorativi burocratici; dalla parte degli assistenti domiciliari è presente il bisogno di essere trattati con rispetto sia negli aspetti personali che lavorativi e contributivi. La chiarezza e il rispetto degli accordi preliminari di lavoro sembrano essere elementi che facilitano questo rapporto.
    Tra le buone pratiche riscontrate nelle famiglie in cui il clima tra assistenti e familiari era migliore, si è visto come fosse sempre presente un riconoscimento reciproco delle storie di vita: nelle case in cui il clima è collaborativo molto spesso tra badante e familiari vige una relazione affettuosa e di stima, una conoscenza personale che va oltre il mero accudimento del malato e, spesso, è presente un certo livello di confidenza e condivisione sulle fatiche relative alla cura e all’assistenza. Il sentirsi riconosciuti dall’altro favorisce anche una migliore collaborazione e cooperazione verso la persona non autosufficiente e questo porta, solitamente, a una minore sensazione di fatica percepita, oltre che di minore isolamento.
    Il percorso emozionale e relazionale emerso nel gruppo di lavoro potrebbe essere tracciato secondo i seguenti passaggi:

    - incertezza iniziale;
    - bisogno di aiuto;
    - confronto fra individui;
    - diminuzione del senso di esclusione;
    - feedback positivi;
    - maggiore sicurezza;
    - accettazione reciproca;
    - espressione di sentimenti;
    - intensità emotiva;
    - maggiore spazio;
    - sicurezza.

Riassumendo potremmo dire che per far parte a pieno titolo di un gruppo che permette la capacità di progettare soluzioni positive e percorribili, è necessario superare l’incertezza iniziale per approdare ad una sicurezza emergente del senso del “noi”. Attraverso ogni fase del percorso diminuisce progressivamente il senso di fragilità, impotenza e solitudine, mentre aumenta proporzionalmente la consapevolezza dell’essere insieme per progettare, costruire un ‘mondo migliore’ dentro e fuori il gruppo.
    Tra i bisogni emersi maggiormente da parte delle persone ci sono stati il bisogno di tempo, di serenità e di sostegno. Lo svago, inteso come momenti di leggerezza, di ricreazione, di viaggio, è uno degli elementi più sentiti sia da famiglie che dagli assistenti familiari, anche se quasi mai vengono impiegate risorse personali ed economiche per ricercarlo. Il problema economico è un problema che affatica molte famiglie, anche se molto spesso si affianca alla scarsità di conoscenza dei servizi pubblici e di volontariato disponibili sul proprio territorio, che potrebbero alleviare in parte le difficoltà sia economiche che organizzative. Impegno economico e scarsa conoscenza dei servizi a disposizione si combinano spesso in miscele complesse che minano la serenità e la quotidianità dei caregiver.
    Il percorso formativo ha permesso di far emergere all’interno di piccoli gruppi tutti questi elementi, permettendo una condivisione e acquisizione di consapevolezza di essi. La prima parte del percorso è servita a costruire e solidificare alcuni elementi centrali per lo sviluppo di comunità (McMillan, Chavis, 2006), che sono l’appartenenza e identificazione con il gruppo, la soddisfazione dei propri bisogni e la condivisione emotiva.
    Attraverso i dodici incontri, compresi quelli a gruppi unificati, sono state buttate le basi per la promozione di un gruppo che progettasse nella pratica il Circolo di Cura. Il gruppo, formato da circa dieci partecipanti attivi, ha proseguito nei mesi successivi individuando il luogo per l’apertura, i contenuti del circolo e una specie di Carta d’identità del Circolo stesso che narrasse all’esterno obiettivi, modalità, attività specifiche. Le Associazioni sono sempre state al fianco del gruppo, facilitando i contatti con le istituzioni e fornendo il sostegno economico essenziale per l’apertura.
    A due anni dall’inizio del progetto si è vista l’apertura del Circolo il 5 dicembre 2015, all’interno dello Spazio Soci della Coop di Ponte a Greve a Firenze. La scelta della presenza del Circolo all’interno di un centro commerciale è stata presa per facilitare gli spostamenti dei partecipanti, abbinando alla formazione anche la semplice azione di fare la spesa, un momento quindi che fa parte dell’organizzazione familiare di ciascuno. Ottimizzare i tempi di caregiver e badanti, come abbiamo visto dai momenti formativi, è essenziale per facilitarne la partecipazione. Il Circolo è attualmente aperto ed è stata progettata una programmazione dettagliata di appuntamenti formativi e informativi con professori universitari e relatori illustri che approfondiranno temi quali la disabilità, la comprensione degli stati emotivi dei familiari, aspetti medici di patologie specifiche ecc. Agli incontri formativi si alterneranno, così come deciso dal gruppo promotore, momenti di formazione personale attraverso laboratori e spazi di condivisione. Ogni incontro formativo sarà preceduto da un breve momento di scambio e condivisione di stati d’animo attraverso un pannello delle emozioni.
 

4. Conclusioni

Per favorire un percorso di cittadinanza attiva come i Circoli di Cura e come la presa in carico del proprio benessere attraverso la risorsa della comunità è necessario tenere sempre presente, favorire e potenziare alcuni elementi. Dall’esperienza di questi anni con i caregiver riteniamo necessario condividere questi elementi che possono rappresentare una base di atteggiamenti utili per percorsi futuri.

1. Atteggiamento di sfondo: lo stare in relazione per tradursi in un agire di cura, care, deve essere nutrito della capacità empatica di co-sentire il sentire l’altro, atteggiamento fondamentale dell’attività di cura nei bisogni di chi è estraneo a noi.

2. Attenzione sensibile: per dialogare occorre saper ascoltare. Dedicare tempo all’ascolto è una pratica essenziale di cura, come l’essere ascoltati è bisogno di molti. In questo l’empatia e la condivisione dell’esperienza favoriscono l’emersione di un’attenzione utile alla relazione.

3. L’apertura all’altro: il tenersi aperto all’esterno e individuare il proprio spazio personale, mentale e fisico come permeabile e disponibile a mettersi in gioco. Vuol dire essere disponibili all’imprevisto, quasi una forma di avventura esistenziale poiché quando si decide di prendersi cura di una persona in condizioni di emergenza si sa quando l’esperienza inizia ma non quando finisce.

4. La capacità di reinterpretare le situazioni: fra gli atteggiamenti di sfondo che sono emersi va messo in conto questo elemento. Sembrava infatti più semplice fare volontariato come azione esterna al mondo personale, senza condividere emozioni e sentimenti comuni. Per queste buone prassi non esiste un sapere ben definito che si apprende sui libri, ma dall’esperienza si impara a ‘conoscere’ e ‘intervenire’ in maniera costruttiva lasciando sedimentare impulsi, emozioni e istinti.

5. Il saper chiedere aiuto: questo si è rilevato un atteggiamento importante quando si sente di non farcela più, ed è inutile continuare da soli. Da qui può nascere altro e ci si attiva per aiutarsi in un atteggiamento di reciprocità. Costruendo catene di solidarietà nella creazione di spazi relazionali nuovi. Si tratta di rompere il muro che la nostra cultura dell’efficienza ha innalzato contro le fragilità. Queste ultime considerate cose da tenere celate allo sguardo degli altri: la sofferenza fisica e psichica, le azioni non riuscite, i fallimenti quotidiani.

6. Infine una valutazione dell’impatto con le istituzioni ci sembra doverosa: da parte di tutte le persone che hanno partecipato ai nostri percorsi è stata sottolineata la necessità di un’attiva collaborazione con le istituzioni e si è auspicato una qualche forma di coordinamento tra servizio sociale e sanitario.

Nell’introduzione abbiamo parlato delle definizioni dell’OMS. I servizi presenti sul territorio dovrebbero aiutare le famiglie con malati non autosufficienti nei processi di non-emarginazione sia nell’ambiente domestico sia nella propria comunità. In certi casi è stata lamentata la latitanza delle istituzioni. Quando la situazione problematica non viene affrontata tempestivamente può diventare insostenibile e provocare il fallimento dell’azione intrapresa. Le persone che hanno fatto questo percorso hanno acquistato un livello di riflessività su se stessi e sui modi di costruire le relazioni negli ambienti e nella comunità in cui vivono e agiscono. Da questo sfondo riflessivo ricaviamo dati utili per il rapporto con i servizi istituzionali: rendere disponibili le informazioni; favorire la conoscenza delle risorse di comunità; favorire l’organizzazione dei contesti di incontro; etica della cura e reti di Welfare. Nel dettaglio:

1. Rendere disponibili le informazioni: la somministrazione di questionari permette di rilevare la necessità che i servizi forniscano ai cittadini le informazioni necessarie per individuare i punti di criticità in cui si vive.

2. Favorire la conoscenza delle risorse di comunità: molte sono le persone che non sono a conoscenza delle situazioni in cui agisce il Circolo di Cura e, mancando queste conoscenze, non sanno a chi appoggiarsi nel momento in cui avvertono il bisogno di aprirsi all’esterno. Va sottolineato, nel caso del Circolo di Cura, che il mettere a conoscenza da parte dei servizi non può essere inteso nella forma dell’apprendimento astratto, ma nell’invio ad esperienze dirette che creino contatti e diano avvio a buone pratiche per la comunità di appartenenza. Ascoltare, raccontare, fare incontrare le persone, è importante non solo per ‘vedere quello che si può fare’ ma anche per ‘sentire come si può essere’. Si tratta di promuovere un atteggiamento positivo nei confronti della vita.

3. Favorire l’organizzazione dei contesti di incontro: questi spazi vanno trovati all’esterno del contesto familiare e amicale; favoriti dalle municipalità e dalle istituzioni. Nei Circoli di Cura ciascuno può trovare risorse affettive, cognitive, relazionali e politiche per la soluzione di tutti i problemi.

4. Etica della cultura e del Welfare: ciò che è essenziale nel rapporto con le istituzioni è il concetto di rete che deve essere riconosciuta come risorsa in una visione dinamica e non statica utilizzata nel suo significato di trasformazione e cambiamento. Dall’individuo alla comunità la rete si prefigura come arricchimento scambievole rispetto alle differenze e specificità, tecniche, istituzionali, formali, perseguendo la crescita e il rafforzamento del tessuto sociali. Il lavoro di rete è il superamento del lavoro settoriale per target e capace di creare un’organizzazione di servizi più complessa. Assumere le connessioni e le reciprocità su cui si fonda la cultura istituzionale dei servizi facendo perdere di vista la complessità dei cambiamenti del contesto. Le consuetudini hanno ‘erogato prestazioni’ ma hanno anche prodotto separatezza tra servizi e cittadini. È una distanza che si rischia di far diventare incolmabile.

Nel nostro percorso è stata colta la sfida del cambiamento per costruire nuove prassi di lavoro utili a sostenere una complessità che continuamente ci chiama ad essere presenti. Tutto questo si chiama ‘cittadinanza attiva’.

 

Bibliografia

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Note biografiche sull’autore

Francesca Safina è psicologa e psicoterapeuta, formatrice e consulente libera professionista per alcune associazioni di volontariato a livello locale e nazionale, tra cui l’Associazione Italiana Celiachia. Ricercatrice in ambito di benessere sociale e di comunità, presso la Fondazione Andrea Devoto Onlus di cui ne coordina le attività. È Membro della Commissione Pari Opportunità della Regione Toscana e svolge attività clinica in ambito familiare e individuale. Tra le sue recenti pubblicazioni: Nota finale (con J. Ceramelli Papiani), in M. Menegatto e A. Zamperini (eds.) Memoria Viva, Fup, Firenze 2015; Curatrice (con M. Silano, S. Neuhold, M. Cornicell)  dell’edizione italiana di Vivere senza glutine for dummies, Hoepli, Milano 2015.

 

 

[1] http://www.istat.it/it/files/2015/05/Rapporto-Annuale-2015.pdf consultato 20 dicembre 2015.

Keywords:

Riassunto

#Awakening-XianPix è un collettivo fotografico internazionale nato con lo scopo di ‘risvegliare’ l’opinione pubblica e creare consapevolezza su temi sociali, attraverso la pratica del fotogiornalismo nello spazio urbano. Tramite l’affissione di grandi fotografie sui muri della città, il progetto non è solo immagini ma racconta temi di cronaca locali e globali. L’immagine del formato 3x2 metri cattura l’attenzione dello spettatore, riducendo l’indifferenza individuale e collettiva. Le immagini solo in bianco e nero hanno un effetto catalizzatore, annullando la sovrastimolazione dei colori. Il tutto è accompagnato da una breve didascalia. La città si trasforma come un grande giornale usufruibile da tutti i cittadini.

DOI: 10.17386/SA2015-001021

#AWAKENING-XIANPIX: #SAVETHEPHOTOJOURNALISM

Melania Pavan*

*Collettivo #Awakening-XianPix

Riassunto: #Awakening-XianPix è un collettivo fotografico internazionale nato con lo scopo di ‘risvegliare’ l’opinione pubblica e creare consapevolezza su temi sociali, attraverso la pratica del fotogiornalismo nello spazio urbano. Tramite l’affissione di grandi fotografie sui muri della città, il progetto non è solo immagini ma racconta temi di cronaca locali e globali. L’immagine del formato 3x2 metri cattura l’attenzione dello spettatore, riducendo l’indifferenza individuale e collettiva. Le immagini solo in bianco e nero hanno un effetto catalizzatore, annullando la sovrastimolazione dei colori. Il tutto è accompagnato da una breve didascalia. La città si trasforma come un grande giornale usufruibile da tutti i cittadini.

Parole chiave: Awakening-XianPix, azione collettiva, empowerment, indifferenza, spazio urbano.  

Abstract: #Awakening-XianPix: #Savethephotojournalism is a collective international photography. It was born with the aim ‘to reawaken’ public opinion and create awareness on social issue through the practice of photojournalism in the urban space. By putting up large photographs on the urban walls, the project is not only images, but it tell about local and global topics. The large format of the images (3x2 meters) captures the citizens’ attention reducing individual and collective indifference. The black and white images have a catalytic effect, cancelling the over-stimulation of the colors. The city is transformed as a great newspaper habitable by all citizens.

Keywords: Awakening-XianPix, collective action, empowerment, indifference, urban space.


 

1. Introduzione

Nel 2015 un gruppo di fotogiornalisti decide di creare un collettivo fotografico chiamato “#Awakening”, ora “#Awakening-XianPix”, prendendo spunto dal movimento francese “#Disturb”.
    #Awakening, come #Disturb,[1] ritiene che per rendere i lettori consapevoli, non basti leggere le notizie dai giornali, bensì serva fare di più coinvolgendo il più ampio numero di cittadini, con immagini dirette, di grandi dimensioni, attaccate direttamente sui muri della città. Dopo di che, grazie anche al contributo e alla popolarità di piattaforme sociali come Facebook e Instagram, creare il proprio pubblico, libero da qualsiasi controllo editoriale.
    L’obiettivo è di riportare la fotografia documentaria alle sue radici di attivismo; spinti dal desiderio di rendere le informazioni ‘reali’, attraverso immagini liberamente accessibili utilizzando l'occupazione degli spazi urbani. Impegnandosi nello stesso tempo alla tutela del medesimo spazio, per esempio utilizzando adesivo a base di acqua per non danneggiare gli immobili. Infine, concentrandosi su storie locali e sociali per aumentare la consapevolezza.
    La metodologia a cui si ispira il collettivo fa riferimento alla tecnica del ‘photovoice’ (Mastrilli, Nicosia, Santinello, 2013) un metodo impiegato per promuovere lo sviluppo di comunità, utilizzando la fotografia come strumento di narrazione e documentazione. Attraverso la fotografia i partecipanti raccontano un proprio punto di vista su un problema della comunità permettendo l'emergere di una visione condivisa. È una tecnica, sviluppata negli anni ’90 da Wang, una ricercatrice statunitense, che si avvale delle immagini fotografiche per raggiungere tre scopi principali:

a) individuare i bisogni di una comunità;
b) rendere protagonisti attivi i membri di quella comunità;
c) attivare dei cambiamenti influenzando, attraverso le immagini, politici e amministratori locali.

Negli anni, si è rivelata un metodo efficace per analizzare esperienze di vita quotidiana, sviluppare empowerment (Zimmerman, 2000) e dare voce a soggetti emarginati. Attraverso una combinazione di fotografia e discussioni di gruppo Photovoice consente di attivare i membri della comunità, accompagnandoli nell’identifi-care i loro punti di vista e utilizzarli come leve per promuovere il cambiamento sociale. Attraverso Photovoice il linguaggio dell’immagine viene coniugato con quello testuale dando luogo ad una originale e innovativa metodologia di ricerca. Ma attenzione, non deve essere considerato un semplice ‘laboratorio’ o un work-shop di fotografia, all’interno del quale apprendere tecniche fotografiche. Lo scopo principale di Photovoice non è produrre immagini piacevoli, originali, di impatto, o favorire l’espressione individuale. Attraverso le immagini, photovoice si pone l’obiettivo ambizioso di attivare processi di cambiamento sociale nei quali le immagini diventano i catalizzatori.
    Anche se in questo caso #Awakening non consegna direttamente nelle mani dei cittadini lo strumento fotografico, ma il prodotto finale, le immagini stampate a dimensione di tre metri per due arricchite di brevi ma efficaci didascalie, la finalità è certamente sociale, in quanto dando la possibilità alla persone di accedere direttamente alla notizia ci si aspetta un qualche tipo di reazione, che porti ad una maggiore consapevolezza per innescare un cambiamento sociale.


2. Modalità operative

La modalità con cui #Awakening entra in contatto con la comunità è molto semplice. Immagini di grandi dimensioni (6 mq.), con oggetto una campagna che si sceglie di rendere pubblica, vengono attaccate su impalcature o pannelli urbani (anche per non danneggiare edifici anche di patrimonio storico) e messe a disposizioni dei cittadini.
    La scelta di questa modalità operativa è di rendere direttamente e immediatamente accessibile la notizia ai passanti, in modo tale che, attraverso l’impatto visivo e delle poche righe presenti come didascalia, costruiscano prontamente una rappresentazione del tema trattato, e siano spinti ad informarsi senza essere condizionate dalla stampa locale.
    L’accesso diretto alla notizia per il collettivo è di fondamentale importanza per #Awakening il cui motto è ‘save photojournalism’, poiché in una società in cui siamo bombardati di notizie (molto spesso tendenziose e di parte) si sta forse lasciando troppo spazio alla superficie più che alla sostanza, rischiando così di rinunciare ad un’opinione più approfondita e o a prendere una posizione circa gli eventi.
    Non è casuale nemmeno la scelta di stampare le foto in bianco è nero. In un mondo tempestato da stimoli sensoriali, quali la moltitudine di colori, pare opportuno canalizzare l’attenzione sull’informazione e non solo sull’estetica. Il bianco e nero focalizzano il messaggio evitando la dispersione percettiva che il colore potrebbe provocare.
    Infine, ma non meno importante, tutte queste scelte non cercano solo di rendere più diretta l’informazione ma hanno come effetto correlato una reazione comportamentale da parte di chi si sofferma a guardare l’immagine. Nelle diverse campagne proposte dal collettivo di fotografi, nei ‘laboratori a cielo aperto’, si è assistito a diverse reazioni: chi guardava con ammirazione e sostegno; chi ha strappato o vandalizzato le foto; chi guardava stupito senza capire il senso; chi ignorava quello che vedeva, come fosse un normalissimo cartello affisso per la città.


3. Le Campagne di #Awakening-XianPix

3.1 Campagna ‘No Grandi Navi’

Nel febbraio 2015 la città di Venezia è stata invasa dalle immagini delle proteste del comitato No Grandi Navi contro le navi da crociera che da diversi anni attraccano in Laguna, portando, a detta del comitato, gravi e irreparabili danni ambientali.
    L’idea di sostenere e portare avanti questa campagna è nata dal bisogno di sensibilizzare e far riflette i cittadini Veneziani (ma non solo), sulla reale necessità di accogliere nel bacino veneziano queste navi dalle enormi dimensioni e dall’annesso turismo di massa che ad esse è collegato. Le immagini si sono rivelate un potente strumento di sensibilizzazione a livello sociale. Naturalmente non sono mancate le voci dissonanti di chi ha manifestato il proprio pensiero ‘pro grandi navi’ (poco importa se a livello ambientale rischiano di far affondare l’isola!) scrivendolo direttamente sulle foto, accompagnato da frasi poco consone. Tuttavia la campagna fotografica, unita alle proteste continue del comitato No Grandi Navi ha avuto dei ritorni mediatici, sollevando accese polemiche, ma anche discussioni a livello comunale, anche con la proposta (da parte di una nota azienda di crociere) della possibilità di intervenire scavando il canale Contorta Sant’Angelo - per mediare il passaggio delle navi. Proposta poi bocciata dal Tar in quanto non eco-sostenibile. L’iniziativa inoltre è finita su alcune testate giornalistiche locali dove appunto veniva sottolineato come le “Grandi Navi fossero sbarcate nelle calli”. Insomma, la prima campagna di #Awakening è servita a riaccendere gli animi all’interno dell’isola per quanto riguarda la battaglia ambientale e non solo per quanto riguarda l’attracco delle navi da crociera in laguna.


3.2 Campagna ‘Contro ogni forma di razzismo’.

Nel marzo 2015 in contemporanea tra Venezia e Genova si è tenuta la campagna ‘Contro ogni forma di razzismo’. Nella città lagunare con la solita formula dell’attacchinaggio nelle calli, a Genova invece sotto forma di mostra presso Palazzo Ducale. I temi ovviamente di questa volta furono centrati sul mostrare come l’integrazione in Italia sia già in atto e soprattutto a risvegliare le coscienze dei liberi cittadini che rischiano di cadere in facili pregiudizi dati soprattutto da certi modi scorretti di fare giornalismo. Quei modi scorretti di articoli che dovrebbero essere sanzionati dopo la Carta di Roma del 2008 e che invece si continuano a scrivere.

Questa campagna, preceduta da quella sulle grandi navi, e grazie soprattutto alla mostra di Genova, ha portato dei riscontri anche a livello nazionale. Facendo comparire il nome del collettivo fotografico sull’inserto cultura del quotidiano La Repubblica di marzo 2015.
    L’articolo dal titolo ‘#Awakening, una foto cambierà il mondo’, descriveva quanto messo in campo dal collettivo in quel momento, e le motivazioni che avevano spinto i fotografi ad entrare così in polemica con il fotogiornalismo e con la società in generale.


3.3 Campagna ‘OPEN#7’

Dopo la campagna sulle discriminazioni razziali, tra il collettivo e ed alcuni studenti dell’Accademia delle belle arti di Venezia è nata una collaborazione chiamata OPEN#7. Questa campagna messa in atto nell’aprile 2015, mirava in vista dell’open day dell’Accademia, a mostrare quali fossero i problemi quotidiani che gli studenti dovevano affrontare, come ad esempio le aule non adeguate o il difficile accesso ai laboratori. #Awakening torna quindi ad una tematica locale e i primi segni di cambiamenti si vedono proprio nel fatto che si inizia a collaborare anche con altre realtà del territorio.


3.4 Campagna sull’edilizia

I temi locali rimangono anche nel maggio 2015 quando il collettivo unitamente ad associazioni per la casa e centri sociali del veneziano decidono di dare il via alla sensibilizzazione sullo stato degli immobili tra case dell’Ater sfitte ed edifici storici in vendita a privati esteri. Si rimane dunque sul territorio per rendere noto alla popolazione cosa sta succedendo nello città lagunare in tema di edilizia popolare.


4. Esposizioni itineranti 

Nel giugno 2015 #Awakening espone al S.a.L.E. Docks di Veniza una mostra intitolata: “Awakening – Immagini per il risveglio sociale”. Per l’occasione si sceglie di mostrare accanto ai tradizionali poster di grandi dimensioni (tre mertri per due) in bianco e nero, le immagini delle reazioni degli spettatori al cospetto di esse. Così, affianco alle ristampe delle foto a dimensioni da attacchinaggio vengono esposte le foto in formato più piccolo delle persone immortalate davanti a tali immagini.
    Il collettivo così decide di incontrare direttamente la città, con l’inaugu-razione dell’happening avvenuta il 20 giugno. I numeri e commenti dei visitatori superano ogni aspettativa. Si registrano sempre più persone che prendono posizione contro le grandi navi e contro il razzismo dilagante di questi tempi.

Il collettivo di Awakening decide inoltre di far diventare il pubblico protagonista attraverso un contest nel quale ogni persona può inviare una foto sullo stile ‘provocatorio’ con lo scopo di affiggere sui muri della città la foto vincitrice. Quest’ulti-ma iniziativa un vero e proprio esempio dello strumento per l’epowerment sociale descritto in apertura: photovoice.

Sempre nel giugno 2015 presso il festival Sherwood a Padova, vengono allestiti 3 pannelli che a rotazione ospiteranno tutte le foto significative delle campagne affrontate da #Awakening durante l’anno, aggiungendo in solidarietà al popolo Kurdo le immagini di Kobane, tornata ad essere minacciata dal terrore dell’Isis proprio nel mese di giugno. 
    Le foto vengono posizionate all’ingresso del festival per dar modo al pubblico, ancora una volta, di soffermarsi su tematiche attuali quali l’ambiente, le grandi navi appunto, il razzismo, la speculazione edilizia ed infine come citato sopra la battaglia dei Kurdi.


2016. Il collettivo, per mantenere viva l’attenzione, decide di ripartire con la stagione 2016 organizzando un incontro pubblico nel gennaio 2016 presso il ristorante ‘Al Carbon’ di Venezia, nei pressi del ponte di Rialto, dal titolo: #Awakening, incontro con i fotografi. L’incontro si apre in una serata in cui espongono quattordici foto di fotografi attualmente attivi sul campo. Contemporaneamente vengono presentate le idee progettuali per il 2016. In questo modo si è inteso riaffermare la presenza del collettivo in città (ma non solo). L’evento viene accolto con entusiasmo dai presenti sebbene non manchino come sempre alcune polemiche su questa nuova forma di fotogiornalismo. Soprattutto da parte di giornalisti iscritti all’ordine che non vedono di buon occhio l’iniziativa intrapresa ormai da più di un anno dal collettivo.

 

5. Conclusioni

La fonte di partenza del collettivo #Awakenig come già detto all’apertura di questo contributo è il fenomeno #Dysturb nato in Francia, ma si può notare come il progetto italiano riesca a declinarsi anche a livello sociale interagendo, attraverso gli incontri e le collaborazioni, direttamente con le persone. Esso non si limita quindi solo a salvare il fotogiornalismo presentando le notizie nude sui muri, ma coinvolge la popolazione locale, sollecitando alla riflessione ed al cambiamento. Incontra il pubblico vis à vis, ed è alla continua ricerca della migliore declinazione possibile dell’immagine in modo tale che essa sia motore di discussione e cambiamento.
    E proprio in questo, #Awakening incarna i tre punti principali dello strumento photovoice:

a) individua i bisogni di una comunità;
b) rendere protagonisti attivi i membri di quella comunità;
c) attiva dei cambiamenti influenzando, attraverso le immagini, politici e amministratori locali.

Si può dire che il progetto meglio riuscito in questo ambito, fin a ora senza nulla togliere alle altre campagne sia quello sulle grandi navi, poiché ha fatto discutere sia i membri della comunità che l’ambito politico amministrativo. Dopo le foto di Awakening vi sono state diverse rimostranze nell’accettare in laguna la mostra di Berengo Gardin. Ciò mette in luce che il divieto di transisto delle navi da crociera è un bisogno molto sentito dai cittadini a cui non può più tacere nemmeno il livello decisorio amministrativo.
    Va detto anche che questo è il primo esperimento italiano di tale portata e forse un limite va riscontrato: è prematuro parlare di risultati concreti basandoci solo sulla stagione 2015. È un fenomeno che andrebbe studiato su lunga percorrenza per toccare con mano gli effetti che #Awakening può produrre nei diversi livelli dell’esperienza umana: individuale e socio-politico. Poiché è uno strumento ricco di potenziali e di idee.
    Qualcuno potrebbe altresì obbiettare di essere un progetto di parte, poco obbiettivo e forse arrogante perché “impone” le immagini sul suolo pubblico. A questi si può rispondere, che certo il collettivo fotografico parteggia per la comunità ed i suoi bisogni, parteggia per gli emarginati ed esclusi, parteggia per il diverso e offeso. Si può anche aggiungere che il metodo è sicuramente scenografico ed è assolutamente voluto ma non necessariamente arrogante. Se lo scopo è svegliare le coscienze non può certo essere qualcosa che passa in sordina o inosservato.
    Non resta quindi rimandare altre analisi più approfondite magari aspettando le campagne che questi fotografi hanno in serbo per il 2016.

 

Bibliografia

Mastrilli P., Nicosia R., Santinello M. (2013). Photovoice. Dallo scatto fotografico all’azione sociale. Milano: FrancoAngeli.
Zimmerman M.A. (2000). Empowerment Theory. Psychological, Organizational and Community Levels of Analysis. In Rappaport J. & Seidman E. (Eds.). Handbook of Community Psychology. New York: Kluwer Academic/Plenum Press, pp. 43-63.


Sitografia

#Awakening-XianPix:  
https://www.facebook.com/awakeninginfo/ 
https://www.facebook.com/events/1519808361682330/

S.a.L.E. Docks:
https://www.facebook.com/Sale-Docks-252159510748/?fref=ts
https://www.facebook.com/events/431901093655633/


Note biografiche sull’autore

Melania Pavan è laureanda magistrale in Psicologia di Comunità presso l’Università degli Studi di Padova. Appassionata di fotografia è membro attivo del collettivo fotografico #Awakening-XianPix. Tra i suoi interessi di ricerca: giustizia sociale e diritti umani, movimenti collettivi e protesta, sviluppo di comunità e lavoro sociale.

About the author

Melania Pavan is a final year undergraduate in Community Psychology at the University of Padua. She is passionate about photography and she is an active member of #Awakening-XianPix. Her research interests include: social justice and human rights, collective movements and protests, community development and social work.

 


[1] Collettivo di fotografi nato in Francia nel 2014. 

Keywords:

Marialuisa Menegatto

Resistenze. Pratiche e margini del conflitto quotidiano.
Pietro Saitta (2015). Resistenze. Pratiche e margini del conflitto quotidiano. Verona: Ombre Corte, 120 pp. ISBN 9788869480133 euro 10,00

DOI: 10.17386/SA2015-001022

RECENSIONE

Marialuisa Menegatto*

* Dipartimento di Scienze Umane, Università degli Studi di


Pietro Saitta (2015). Resistenze. Pratiche e margini del conflitto quotidiano. Verona: Ombre Corte, 120 pp. ISBN 9788869480133 euro 10,00

Sappiamo bene che i rapporti di dominio sono anche rapporti di resistenza, poiché chi si issa sopra un pie-distallo non può mantenere la sua posizione privilegiata da solo. L’azione del dominante crea inevitabilmente attrito nel momento in cui incontra (e si scontra con) il dominato. E il dominante dovrà fare ampio ricorso a un cerimoniale pubblico e a uno storytelling egemone per mantenere la posizione raggiunta. Darà così vita a una messa in scena del proprio potere su un palcoscenico sociale dove i dominati possono al massimo aspirare al ruolo di comparse, chiamate a rappresentare un copione compiacente e senza presa di parola.
    Il libro di Pietro Saitta, ricercatore di sociologia presso l’Università di Messina, affronta il tema delle resistenze (rigorosamente al plurale, poiché molteplici sono le forme assunte dall’opposizione al potere nella quotidianità) sottolineando il loro porsi come “contro-discorsi praticati” in contesti carichi di ambivalenza. Infatti, l’autore rimarca come nel campo della quotidianità il ruolo del più debole non è statico bensì dinamico, dove l’oppresso può essere a sua volta oppressore, innescando così una spirale ricorsiva di posizionamenti che rendono scivoloso il riconoscimento ora dell’una ora dell’altra rivendicazione.
    Restituendo dignità alle tante tattiche (legali e illegali) con cui i subordinati si oppongono (apertamente e nascostamente), l’autore si inoltra nel percorso delle dinamiche emotive nel determinare resistenze all’ordine costituito. Il ruolo delle emozioni nelle esperienze di resistenza appare ancora più rilevante alla luce della lunga storia di addomesticamento del sentire individuale per asservirlo agli assetti dominanti. Basti qui richiamare il progetto culturale di controllare la rabbia all’ interno di una società trasformata dalla rivoluzione industriale e scossa dai tumultuosi movimenti di massa di fine Ottocento e d’inizio Novecento. Per esempio, a fronte delle crescenti preoccupazioni per le agitazioni sindacali e per un movimento dei lavoratori sempre più organizzato e rivendicativo, esperti di risorse umane, provenienti dai ranghi degli psicologi del lavoro, furono chiamati a elaborare metodi per convincere i dipendenti che la rabbia era sbagliata, che le rimostranze in azienda e in fabbrica andavano evitate e possibilmente trattate in modo pacato. La rabbia, emozione marcatamente morale, segnala la soggettiva indignazione e mobilitazione verso situazioni percepite alla stregua di ingiustizie sociali, e come tale diventa il momento genetico di cambiamenti imprevisti e imprevedibili. Lungi dal pensare alla rabbia e ad altre emozioni che fanno alzare la testa dal suolo ai subalterni come sinonimo di infantilismo, segno d’insicurezza e basso autocontrollo, siamo invitati a soffermarci sulle variegate sfumature del sentire umano come epifania identitaria che immette nell’esistente una nuova idea di mondo.
    Emozioni che, grazie a un peculiare lavoro emozionale, possono anche trasformarsi in tattiche espressive per far fronte a una palese disparità di forze, ri-allineandosi all’ordine appena infranto oppure per assoggettarsi consapevolmente all’autorità, al fine di ottenere un qualche beneficio (pensiamo alle condizioni dei giovani migranti nei confronti della polizia del Paese ospitante).
    Al lettore viene quindi offerto e chiesto un approccio situazionista, capace di abbracciare i significati generati dagli attori sul campo. Le emozioni non sono infatti qualcosa di privato ma sono sempre e contemporaneamente una questione pubblica. Solo in tal modo è possibile comprendere le esperienze di resistenza e ribellione poste sul crinale della legalità e dell’illegalità.
    L’autore continua il suo percorso di ricerca conducendoci nel mondo delle economie informali, là dove forse diventa più evidente la summenzionata ambivalenza delle resistenze. Infatti, se in molti casi siamo in presenza di tattiche di sopravvivenza, d’altro canto possono prendere la forma di arricchimento. E anche qui ritorna il tema della concatenazione delle posizioni, come nell’esempio dei sub-appalti: qui i “padroncini” sono spesso sfruttatori dei loro subordinati ma sono essi stessi schiacciati da altri attori sociali (appaltatori, banche, eccetera).
    Il libro termina con una disamina sullo spazio pubblico come campo di battaglia e pratiche di resistenza. Architettura e pianificazione urbana sono viste alla stregua di armi capaci di costringere lo spazio dentro vincolanti e vincolate traiettorie identitarie che tengono al guinzaglio le esistenze umane che vi dimorano.
    Non potendo qui sviluppare compiutamente i temi trattati nel volume, per rendere evidente al lettore, con una pennellata finale, il posizionamento dell’autore rispetto ai tanti fenomeni di resistenza analizzati, non c’è di meglio che richiamare le proprie parole, quando afferma che il suo libro è un tributo agli “eroi” del presente: “i resistenti visibili e invisibili che, per così dire, rendono più complicata la vita a questo ordine e alle disuguaglianze di cui è amplificatore”.


Valeria Verdolini

Per uno stato che non tortura. Diritto, saperi e pratiche.
Caterina Peroni, Simone Santorso (a cura di) (2015). Per uno stato che non tortura. Diritto, saperi e pratiche. Milano/Udine: Mimesis, 197 pp. ISBN 9788857531649 euro 20,00

DOI: 10.17386/SA2015-001023

RECENSIONE

Valeria Verdolini*

*Dipartimento di Scienze Giuridiche Cesare Beccaria, Università degli Studi di Milano


Caterina Peroni, Simone Santorso (a cura di) (2015). Per uno stato che non tortura. Diritto, saperi e pratiche. Milano/Udine: Mimesis, 197 pp. ISBN 9788857531649 euro 20,00

Il volume curato da Caterina Peroni e Simone Santorso propone un tema centrale nel dibattito della sociologia del diritto penale e della criminologia critica in Italia ossia la permanente assenza di una definizione normativa nel codice penale italiano del reato di tortura e la costante riproduzione delle pratiche di abuso.
    I due autori, tuttavia, nella scelta dei saggi e degli interventi, propongono implicitamente una proposta ribaltata: se riconoscere il reato sarebbe ammettere l’azione e successivamente punirla, la provocazione nel titolo è quella di immaginare uno Stato che non torturi più. Per questo la riflessione sulla tortura va ben oltre l’assenza di una tutela formale dalle violazioni: come dichiarano programmaticamente, non si tratta di un libro, ma di un progetto politico e di studio: «Ciò che abbiamo voluto denunciare durante il convegno, e ora con questo non-libro, è che la tortura e gli abusi in divisa sono una conseguenza intrinseca del sistema di segregazione e contenimento istituzionale, particolarmente in questo paese» (p. 8).
    Ed è il sottotitolo a definire chiaramente le finalità del testo: quei saperi /poteri/corpi foucaultiani diventano qui il diritto/la violenza/le resistenze.  Potremmo quindi dire che il testo attinge al filone di riflessione e critica sui c.d. “Crimini di Stato” in chiave post-strutturalista.
    Le proposte di analisi sugli “State Crimes” formulate dalla criminologia, dalla filosofia del diritto, dalla sociologia del diritto e della devianza sono state sporadiche e discontinue, più concentrate sugli abusi presenti nelle grandi dittature che nelle piccole, neonate democrazie. Tuttavia, se dovessimo trovare una doppia paternità ideale per questo volume i richiami fondamentali (seppur non esplicitati nel testo) sono due: il lavoro di Otto Kirchheimer Political Justice. The use of legal procedure for political ends (1961) e Diritto e Ragione (1987) di Luigi Ferrajoli. Muovendosi dalle riflessioni novecentesche sulle forme di abuso di potere nelle dittature europee, Kirchheimer estende l’analisi, giungendo a sostenere che la giustizia politica consista nell’utilizzazione di procedure giudiziarie per raggiungere fini politici: uno su tutti, l’eliminazione dell’avversario tramite la sua criminalizzazione. Secondo l’autore, infatti, questa pratica avviene tanto nei regimi totalitari, quanto in quelli governati dallo stato di diritto. In questi ultimi, infatti, diventa il dispositivo fondamentale nei processi di crisi del potere politico e di incertezza della democrazia.
    Ferrajoli, invece, riprendendo Hobbes, racconta di come l’artificio normativo costruito per uscire dalla condizione dell’homo homini lupus, alla base del contratto sociale, abbia prodotto, nel corso degli anni, dei “lupi artificiali” che agiscono contro le persone che dovrebbero proteggere: i cittadini. È in questa traiettoria teorica che possiamo leggere il bel volume Per uno stato che non tortura e la coraggiosa proposta dei saggi: non solamente una riflessione più accademica sul diritto e i limiti dello stesso (nei contributi di Mosconi, Passione e Marchesi, pp. 21-76) ma anche un tentativo di narrazione delle molte forme della violenza. Partendo dalla postmodernità liberista (raccontata nel saggio di Palidda, pp. 77-89) , in cui si inseriscono anche i fatti di Genova del 2001, analizzati sul versante psicosociale dello shock di cittadinanza che ha colpito i manifestanti anti-G8 per le violenze compiute nella detenzione “emergenziale” del Bolzaneto (Menegatto e Zamperini, pp. 89-107), il lavoro prosegue con un’analisi della quotidianità della violenza. Infatti, sono analizzate quelle pratiche che nell’Italia di oggi individuano l’avversario nelle figure più marginali (e marginalizzate) della società, eccedenze che diventano il bersaglio costante degli abusi. Sono i ristretti in carcere, sottoposti a pratiche di violenza strutturale quotidiana (come narra Santorso, pp. 107-124); sono i migranti trattenuti, soggetti alla detenzione amministrativa (abusi più difficili da intercettare ma ben presenti, come narra Bonzano pp. 125-138); sono le persone che presentano una forte fragilità psichica, esposte al dispositivo psichiatrico della contenzione (ritenuta assimilabile alla tortura da Giovanna del Giudice, pp. 139-144).
    Infine, la terza e ultima parte, rispettando la riflessione foucaultiana sui poteri, racconta le resistenze quotidiane alla violenza di Stato. In questi capitoli si evidenzia il coraggio dei cittadini che tentano quotidianamente di riabilitare quelle stesse istituzioni che hanno umiliato, ferito, o in alcuni casi ucciso i loro cari; ma anche i limiti intrinseci alle forme di produzione e riproduzione della sovranità, che rendono particolarmente difficile, da parte dello Stato, l’assunzione piena di responsabilità e la critica severa dei propri apparati violenti.
    Sono i racconti del gruppo ACAD riportati da Rossana Noris (pp. 163-172); sono le analisi e la ricostruzione genealogica di Checchino Antonini (pp. 145-162); sono le quotidiane esperienze di resistenza contro gli abusi di polizia (Peroni e Santorso, pp. 173-183) che emergono dal racconto vivo dei protagonisti: Ilaria Cucchi, Fabio Anselmo, Lorenzo Guadagnucci.
    Nello spazio democratico, sono quelle resistenze la linfa da cui attingere per contenere la crisi del politico: la domanda costante di verità e giustizia a quelle stesse istituzioni che l’hanno negata e travisata rappresentano l’appiglio su cui ricostruire il legame politico alla base degli stati moderni, e, soprattutto, la richiesta allo Stato, agli organi che lo compongono, di rendere meno incerta la democrazia combattendo con una cultura della non violenza e del rispetto dei cittadini le forzature, gli abusi, la tortura. Perché, come sostiene Gonnella nella postfazione, «in mancanza di tutto questo la teoria delle mele marce non funziona, non è applicabile. In mancanza di tutto questo vi è sempre una responsabilità istituzionale che non scagiona il singolo ma che si aggiunge alla responsabilità individuale. In una società democratica non vi deve essere spazio per lo spirito di corpo, il quale è alla base dell’impunità di diritto e di fatto dei torturatori» (p. 188).