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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Virginio Colmegna

Fondazione Casa della Carità “Angelo Abriani” Milano

Articoli di Virginio Colmegna:

Riassunto: Il contributo di Don Virginio Colmegna affronta il grande problema dell’esclusione sociale, tema oggigiorno più che mai discusso e di emergenza continua a livello mondiale. Questo fenomeno viene visto e analizzato nelle sue diverse forme e cause. Gli esclusi sociali sono individuati in tutte quelle persone con disagi e limiti di accesso agli ambiti sociali prioritari. Il discordo dell’emarginazione si allaccia anche a quello degli homeless, ossia i senza tetto, condizione oggi in costante e allarmante aumento nelle città. Viene lanciato un monito affinché questo problema venga affrontato in modo più forte e risoluto.

 

DOI: 10.1400/248409

 

 

IL MONDO DEGLI ESCLUSI

 

Don Virginio Colmegna*

*Fondazione Casa della Carità “Angelo Abriani” – Milano

 

Riassunto: Il contributo di Don Virginio Colmegna affronta il grande problema dell’esclusione sociale, tema oggigiorno più che mai discusso e di emergenza continua a livello mondiale. Questo fenomeno viene visto e analizzato nelle sue diverse forme e cause. Gli esclusi sociali sono individuati in tutte quelle persone con disagi e limiti di accesso agli ambiti sociali prioritari. Il discordo dell’emarginazione si allaccia anche a quello degli homeless, ossia i senza tetto, condizione oggi in costante e allarmante aumento nelle città. Viene lanciato un monito affinché questo problema venga affrontato in modo più forte e risoluto.

 

Parole chiave: esclusione, emarginazione, disagio, diritti, sofferenza.

 

 

Abstract: The world of the excluded. Don Virginio Colmegna discusses the problem of social exclusion, a theme extremely urgent and discussed nowadays. This phenomenon is considered in its various forms and causes. People socially excluded suffer disabilities and limits in the access to primary social contexts and services. The homeless suffer a peculiar condition of exclusion, which is becoming more and more common in cities all around the world.

 

 

Key words: exclusion, emargination, desease, rights, suffering.

 

 

 

[1]Mi piacerebbe partire da una citazione dell’OMS: “Senza pace e giustizia sociale, senza cibo e sufficiente acqua, senza una educazione e una abitazione decente, senza che ognuno e tutti abbiano un ruolo da svolgere nella società ed un reddito adeguato, non ci può essere salute, né crescita reale né sviluppo sociale”. Vi è una forte correlazione con l’enciclica “Laudato sii” di Papa Francesco. Partire da questo concetto significa porre come obiettivo prioritario la lotta alla eradicazione di problemi complessi e sicuramente multidimensionali che sono legati all’esclusione di una fetta di persone dai diritti di cittadinanza. Dalla risoluzione del fenomeno della marginalità sociale dipende il benessere non solo dei singoli cittadini ma della comunità globale. Ed è un fenomeno che ci riguarda tutti, che non tocca solamente il sud del mondo ma che è presente anche nelle grandi metropoli ed è proprio per questo che in Casa della Carità, accanto all’accoglienza, portiamo avanti da anni un centro studio che si occupa proprio della sofferenza urbana, dell’esclusione e della conseguente vulnerabilità psicofisica, prodotta dalle grandi metropoli.

Parlando di esclusione pensiamo all’impossibilità, all’incapacità o alla discriminazione di un individuo nella sua partecipazione alle attività sociali e personali ed è una condizione che è determinata da una somma di condizioni di disagio e dal limitato accesso ad ambiti sociali prioritari come l’istruzione, l’alloggio, il lavoro, la vita politica. Il volere del Cardinal Martini fu proprio quello di lasciare un segno alla città di Milano a partire dalla cura degli esclusi, che siano essi persone senza dimora, disabili, detenuti o ex detenuti, persone con dipendenza da gioco o da sostanze, anziani, immigrati, rom, persone sfrattate… insomma tutte le diverse facce degli abitanti di Casa della Carità. La caratteristica comune che lega tutte queste persone come un filo rosso è la perdita del senso di appartenenza ad una determinata comunità e quindi l’esclusione a livelli estremi: avere a che fare con gli homeless, significa proprio entrare nel mondo più emblematico di questa disgregazione di ruoli e di legami.

I concetti di esclusione sociale e povertà non coincidono, ma sono strettamente collegati da un rapporto causa-effetto. La povertà costituisce una delle dimensioni dell’esclusione sociale, che fa riferimento ad una situazione più estesa e complessa. Dagli studi internazionali emerge una definizione del fenomeno dell’esclusione sociale inteso come processo di impoverimento, dovuto all’interazione e alla somma di più fattori di rischio. Secondo questa visione la povertà rappresenta la dimensione a cui un individuo può approdare come stadio finale di tale processo. L’impoverimento non riguarda, quindi, unicamente l’aspetto economico, ma in senso più ampio anche quello relazionale e sociale.

L’esclusione rimanda al concetto di discriminazione e comprende problematiche molto diverse fra loro, ma strettamente correlate, come la marginalità, la precarietà economica, la deprivazione culturale, la solitudine, la carenza di legami familiari e sociali. Per definire queste situazioni di forte disagio, tipiche delle società moderne e in particolare dei contesti urbani, si parla oggi di nuove povertà”. Con questa espressione non si fa riferimento semplicemente ad una deprivazione di tipo economico, oggettivamente quantificabile, ma soprattutto ad un senso di insicurezza sociale, di vulnerabilità, di mancanza di relazioni, di precarietà lavorativa e di inadeguatezza rispetto ad un sistema dominato dalla competitività e dalla produttività.

Le nuove povertà sono la diretta conseguenza di dinamiche dovute al sistema del mercato globale, che possono determinare il repentino cambiamento di fattori economici, demografici e sociali. Questa indeterminatezza fa sì che nessuno sia del tutto esente dal pericolo di precipitare in una situazione di deprivazione nelle diverse fasi della vita. Le categorie più vulnerabili sono maggiormente soggette al rischio. Si tratta di problematiche multidimensionali e in costante divenire che possono, però, essere modificate attraverso adeguate scelte politiche. L’adozione di interventi economici e sociali efficaci, in grado di arrestare il moltiplicarsi dei processi di emarginazione, è la via principale da percorrere per favorire la reintegrazione dei cosiddetti esclusi. Per questo negli ultimi anni il tema della lotta alla povertà e all’esclusione sociale abbia assunto un ruolo centrale all’interno delle agende politiche, sia a livello nazionale che globale. Nei Millennium Development Goals, stabiliti dall’ONU nel 2000, il primo degli otto obiettivi riguarda proprio l’eradicazione della povertà; più precisamente la dichiarazione auspica che il numero di persone che soffrono la fame e vivono in condizioni di estrema povertà venga ridotto del 50%. Il fenomeno ha infatti raggiunto dimensioni tali che ancora oggi circa un miliardo di persone si trova in situazioni di deprivazione materiale e sociale gravissime. Questo obiettivo riguarda anche i Paesi industrializzati, non esenti dal problema della povertà e dell’esclusione sociale. La conferma che questi fenomeni esistono ed hanno una loro specificità anche nel Nord del mondo è evidenziata, ad esempio, dalla crescente importanza assunta dal tema anche all’interno delle politiche comunitarie.

In Italia i dati ISTAT del 2014 riportano una percentuale di persone che vivono in povertà assoluta pari al 6,8%, contro il 3,1 % del 2007, vuol dire che la percentuale si è raddoppiata in soli 7 anni. La lotta alla povertà e all'esclusione sociale è uno degli obbiettivi strategici affermati dal Consiglio Europeo. A Lisbona, nel 2000, è stato avviato un importante tentativo di coordinamento delle politiche nazionali di inclusione, il “processo di inclusione e di protezione sociale”. Gli obbiettivi proposti erano:

  • Assicurare un equo e qualificato livello di assistenza sociale e sanitaria;
  • Prevenire le situazioni di povertà, agendo direttamente sulle cause e sui fattori che le determinano;
  • Promuovere la realizzazione di una rete di servizi, accessibili a tutti, per favorire la prevenzione, l'accompagnamento e il reinserimento sociale;
  • Garantire a tutti la possibilità di esercitare i diritti legati cittadinanza.

Esiste una moltitudine di cittadini, che pur essendo riconosciuti giuridicamente tali, non hanno la possibilità di esercitare i diritti di cui sono titolari, ma sono tenuti ad osservare tutti quelli che sono i doveri legati alla cittadinanza, trovandosi a vivere in situazioni di forte marginalità. Penso per esempio a tanti nostri ospiti, che, non vedendosi riconosciuta la cittadinanza, non hanno la capacità giuridica di far valere i propri diritti. Le conseguenze negative di questo tipo di atteggiamento si ripercuotono sia sugli individui, che sulla comunità cui appartengono. Infatti il perdurare di situazioni di negazione dei diritti determina una forte accentuazione delle tensioni e della conflittualità sociale.

Per affrontare il problema dell’esclusione sociale è fondamentale quindi il ruolo sia delle istituzioni, che della società civile, per l’ideazione e la messa in atto di strategie di contrasto. In questa prospettiva la società civile è chiamata a recuperare la sua natura comunitaria. L’inclusione e la reintegrazione delle persone colpite da situazioni di bisogno di tipo relazionale, infatti, è possibile solo attraverso la società civile. In questa ottica, quindi, viene a modificarsi il ruolo del welfare, che non può più essere una prerogativa unicamente istituzionale. C’è un bel libro di Joseph Stiglitz, ”Il prezzo della diseguaglianza”, che documenta bene il divario che oggi separa l’1% della popolazione dal restante 99%. Il 99% è la stragrande maggioranza che soffre le conseguenze della crisi: con la diminuzione del reddito, spesso con la perdita del lavoro, e conseguentemente della casa. Il restante 1% vive in una realtà parallela, vedendo aumentare in maniera esponenziale la propria ricchezza e d il proprio benessere.

Teniamo conto anche del tracollo della mobilità intergenerazionale: i bambini di oggi hanno speranze molto contenute di poter migliorare la loro situazione di partenza. I poveri rimangono poveri. E lo svantaggio economico si traduce, come spiega Stiglitz in problemi di salute, abbandono scolastico e sempre più spesso nei sintomi tipici della depressione in condizioni di marginalità: alcolismo, ricorso alla compulsione da gioco d’azzardo, patologie mediche da “cibo spazzatura”, obesità e diabete. La povertà ammala: chi è più povero è più esposto al rischio di perdere la salute. E’ documentato come le malattie croniche, nei gruppi più sfavoriti, insorgano prima e siano spesso associate. Lo studio sui determinanti sociali della salute, che in Casa della Carità è una priorità, sia attraverso le ricerche effettuate dal Centro studi Souq (accesso ai diritti di salute) sia attraverso l’aver chiamato sir Michael Marmot ad una conferenza internazionale, riguarda proprio la forte correlazione statistica tra la presenza di esclusione, marginalità occupazionale e l’incidenza di malattie cronico degenerative.

Vorrei ora addentrarmi nel discorso specifico degli homeless avendo subito presente la peculiarità della multidimensionalità del fenomeno. Il termine italiano barbone, che proviene da birbone, cioè delinquente e malfattore (ne parla Federico Bonadonna), rimanda alle situazioni di degrado fisico e mentale delle persone costrette a vivere senza una casa. È comunque inevitabile notare l’assonanza con la parola barba che, pur non costituendone la radice, è in genere associata a poca pulizia, devianza e quindi di fatto alla figura del barbone. Anche il termine francese clochard, da clocher che significa zoppicare, era spesso riferito a persone poco intelligenti.

Parlando di homeless ci sono almeno tre punti di osservazione da cui iniziare:

  • La presenza continua di bisogni e di problemi diversi: da una parte i bisogni primari (casa, cibo), dall’altra condizioni di malattia fisica o mentale, tossicodipendenza o alcolismo, isolamento dalle reti familiari, difficoltà nelle relazioni interpersonali, che si sommano ai bisogni primari. Una grande metropoli anonima, poco affettiva, amplifica queste situazioni;
  • E’ un percorso che nel tempo diventa via via degradante: spesso è un processo di cronicizzazione che si autoalimenta attraverso successive rotture e perdite di ruolo e di riconoscimento nelle relazioni, fino a che, ad un certo punto, il processo di emarginazione non può più essere contrastato;
  • Le difficoltà a trovare risposte nei servizi istituzionali per le elevate barriere di accesso: troppo spesso le persone senza dimora sono state utenti di servizi, finché i servizi le hanno riconosciute come tali, cioè come persone con una residenza e portatrici di un bisogno unico e ben individuabile. L’insorgere contemporaneo di problematiche diverse che si sommano provoca un effetto distorsivo da parte dei servizi e quella che noi abbiamo provato a chiamare “teoria del flipper”.

Noi poi ci occupiamo di quel sottogruppo di persone, tante, che oltre a non avere un’abitazione esterna hanno perso una “abitazione per il sé”, cioè un luogo mentale interno stabile. Sono persone caratterizzate da tanti traumi, dalla loro negazione dei bisogni, da atteggiamenti masochistici o spesso da un sentimento di franca onnipotenza che deriva da tratti narcisistici o psicotici. In questo gruppo di persone, senza casa e con problemi di salute psichica, è rilevata l’aumentata presenza di stranieri, sia regolari che non (si considerino le persone seguite nei centri che, una volta scaduta la convenzione, possono solo tornare per strada). Si notano la diminuzione dell’età media (18/40 anni) e la presenza di diverse donne (plastic bag ladies). La condizione femminile di senza dimora risulta più problematica, rispetto a quella maschile, a causa del maggior numero di patologie psichiche presenti. Per quanto riguarda gli uomini, invece, la spinta verso questa condizione è rappresentata spesso da crisi economiche e dalla perdita del lavoro. Gli uomini sono, inoltre, più coinvolti in situazioni di tossicodipendenza e alcolismo. Si registra inoltre una tendenza alla cronicità e alla presenza di un cosiddetto “zoccolo duro” che rifiuta i centri. L’importanza delle relazioni sociali nell’evitare l’innesco di processi di impoverimento che conducono, in ultima istanza, l’individuo sulla strada, prima ancora che a livello teorico, la si può cogliere nei numeri relativi alla condizione affettivo-relazionale dei senza dimora: oltre i 2/3 dei senza dimora non ha alcuna relazione con la propria famiglia, i 3/5 sono persone celibi o nubili, e ben 1/4 è reduce da un’esperienza di separazione o di divorzio.

Dai dati dei censimenti sugli homeless vediamo come l’homelessness è un fenomeno eminentemente urbano. Mentre nelle campagne la presenza più accentuata di reti di solidarietà e di controllo sociale svolge una funzione di freno riguardo al manifestarsi di forme di anomia e devianza, è la città stessa a produrre povertà e allentamento dei legami sociali. In particolare, per quanto riguarda la realtà italiana, quasi la totalità del fenomeno sarebbe riscontrabile nelle grandi città del centro-nord, mentre nei piccoli e medi centri dell’Italia meridionale il fenomeno sarebbe quasi del tutto assente.

E’ importante pensare, per chi si occupa di homeless, a come sono modificati i concetti di spazio e di tempo nelle persone che vivono per strada. Il tempo in strada è fatto di lunghe attese (l’attesa che apra il dormitorio, che si liberi una panchina, che si possa racimolare qualcosa da mangiare), momenti vuoti, noia, apatia. Ed in una realtà così poco strutturata, i confini fra passato e presente si sfumano, i ricordi si confondono con le esperienze presenti, e senza un ordine cronologico, si finisce col perdere il senso della propria storia. Scriveva Erving Goffman già nel 1959:

 

Se il passato compare in termini di eventi traumatici e rotture dolorose, e il presente è fatto di giornate piene di imprevisti e difficoltà da affrontare, ne deriva che il futuro risulta quasi sempre una dimensione assente. Il presente, sempre uguale a se stesso, si dilata, e la rassegnata accettazione della situazione non dà spazio a progetti e aspirazioni.

 

Oltre alla dimensione temporale, anche quella spaziale è alterata. Lo spazio urbano viene ad essere utilizzato in funzione della possibilità di trovare risorse, creando così degli itinerari che verranno percorsi ogni giorno, continuamente. Un esempio di questi luoghi, scelti dagli homeless per vivere la propria esclusione sociale, sono le stazioni ferroviarie e gli aeroporti, così come tutti quelli che chiamiamo “non-luoghi”, sede delle poche relazioni possibili e di attività che possono garantire un minimo sostentamento. Aree, normalmente di passaggio, che per questi soggetti diventano luogo privilegiato di risorse e protezione. Se lo spazio e il tempo, non più scanditi da eventi significativi, perdono senso, i ricordi vengono sostituiti da storie fantasiose, compaiono i deliri spesso di carattere persecutorio o i comportamenti regressivi, che portano talvolta a stati di passività assoluta. Da qui si sviluppa un ampio spettro di psicopatologie, in particolare psicosi schizofreniche, disordini della personalità, dipendenza da alcol e da altre sostanze.

Sono pochi gli studi epidemiologici sulla popolazione degli homeless pubblicati in Italia. In tutte le indagini, condotte sia in Italia che in altri Paesi, la schizofrenia è indubbiamente la psicosi più rappresentata, seguita dalla depressione conclamata e dal disturbo bipolare. Anche le patologie meno gravi, ma indubbiamente invalidanti, sono presenti: disturbi d’ansia, fobie, attacchi di panico. Tra gli homeless è frequente la comorbidità: psicosi o disturbi dell’umore si riscontrano spesso associati a disturbi di personalità o ad abuso di sostanze.

Sono proprio queste le persone di cui noi ci occupiamo attraverso il progetto Diogene. Come scriveva Franco Basaglia nelle conferenze di Belo Horizonte del 1977:

 

A questo punto comincia una nuova pratica e ogni volta è una perdita ed un acquisto di identità. Io credo che, nel momento in cui si cerca la specificità della psichiatria sei come Diogene che, dentro la botte, andava alla ricerca dell’uomo… Penso che il problema della specificità della psichiatria ed il problema della conoscenza si pongono quando non hai più le certezze delle vecchie conoscenze….

 

Per concludere vorrei sottolineare come la lotta all’esclusione e all’homelessness abbia necessità di un ripensamento di nuove politiche attive, dove la povertà non deve essere vista come fenomeno fastidioso da nascondere o solamente da contenere, dove l’unica azione non può tradursi nel controllo sociale. Da qui nasce la scelta dello stile di accoglienza di Casa della Carità che non vive come una realtà assistenzialistica, ma che è motivata sempre da una spinta al cambiamento, alla ricerca della cura come elemento necessario di emancipazione per il recupero dei primari diritti di cittadinanza.

 


[1] Il seguente contributo di don Colmegna è stato presentato al convegno “Margini, persone, comunità. La salute mentale nel grave disagio sociale”, Firenze, 27 maggio 2016.

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