ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Cerca (per autore, titolo, contenuto, tag)

Elenco autori

Valeria Verdolini

Valeria Verdolini

Dipartimento di Scienze Giuridiche Cesare Beccaria
Università degli Studi di Milano
valeria.verdolini@unimi.it

Valeria Verdolini è ricercatrice precaria all’Università degli Studi di Milano. Sociologa del diritto e attivista, è presidente di Antigone Lombardia. Dentro e fuori l’’Università, si è occupata di processi di: democratizzazione, movimenti sociali, primavere arabe, carcere, politiche di sicurezza, migrazioni, giustizia penale, femminismi.

Articoli di Valeria Verdolini:

Valeria Verdolini

Per uno stato che non tortura. Diritto, saperi e pratiche.
Caterina Peroni, Simone Santorso (a cura di) (2015). Per uno stato che non tortura. Diritto, saperi e pratiche. Milano/Udine: Mimesis, 197 pp. ISBN 9788857531649 euro 20,00

DOI: 10.17386/SA2015-001023

RECENSIONE

Valeria Verdolini*

*Dipartimento di Scienze Giuridiche Cesare Beccaria, Università degli Studi di Milano


Caterina Peroni, Simone Santorso (a cura di) (2015). Per uno stato che non tortura. Diritto, saperi e pratiche. Milano/Udine: Mimesis, 197 pp. ISBN 9788857531649 euro 20,00

Il volume curato da Caterina Peroni e Simone Santorso propone un tema centrale nel dibattito della sociologia del diritto penale e della criminologia critica in Italia ossia la permanente assenza di una definizione normativa nel codice penale italiano del reato di tortura e la costante riproduzione delle pratiche di abuso.
    I due autori, tuttavia, nella scelta dei saggi e degli interventi, propongono implicitamente una proposta ribaltata: se riconoscere il reato sarebbe ammettere l’azione e successivamente punirla, la provocazione nel titolo è quella di immaginare uno Stato che non torturi più. Per questo la riflessione sulla tortura va ben oltre l’assenza di una tutela formale dalle violazioni: come dichiarano programmaticamente, non si tratta di un libro, ma di un progetto politico e di studio: «Ciò che abbiamo voluto denunciare durante il convegno, e ora con questo non-libro, è che la tortura e gli abusi in divisa sono una conseguenza intrinseca del sistema di segregazione e contenimento istituzionale, particolarmente in questo paese» (p. 8).
    Ed è il sottotitolo a definire chiaramente le finalità del testo: quei saperi /poteri/corpi foucaultiani diventano qui il diritto/la violenza/le resistenze.  Potremmo quindi dire che il testo attinge al filone di riflessione e critica sui c.d. “Crimini di Stato” in chiave post-strutturalista.
    Le proposte di analisi sugli “State Crimes” formulate dalla criminologia, dalla filosofia del diritto, dalla sociologia del diritto e della devianza sono state sporadiche e discontinue, più concentrate sugli abusi presenti nelle grandi dittature che nelle piccole, neonate democrazie. Tuttavia, se dovessimo trovare una doppia paternità ideale per questo volume i richiami fondamentali (seppur non esplicitati nel testo) sono due: il lavoro di Otto Kirchheimer Political Justice. The use of legal procedure for political ends (1961) e Diritto e Ragione (1987) di Luigi Ferrajoli. Muovendosi dalle riflessioni novecentesche sulle forme di abuso di potere nelle dittature europee, Kirchheimer estende l’analisi, giungendo a sostenere che la giustizia politica consista nell’utilizzazione di procedure giudiziarie per raggiungere fini politici: uno su tutti, l’eliminazione dell’avversario tramite la sua criminalizzazione. Secondo l’autore, infatti, questa pratica avviene tanto nei regimi totalitari, quanto in quelli governati dallo stato di diritto. In questi ultimi, infatti, diventa il dispositivo fondamentale nei processi di crisi del potere politico e di incertezza della democrazia.
    Ferrajoli, invece, riprendendo Hobbes, racconta di come l’artificio normativo costruito per uscire dalla condizione dell’homo homini lupus, alla base del contratto sociale, abbia prodotto, nel corso degli anni, dei “lupi artificiali” che agiscono contro le persone che dovrebbero proteggere: i cittadini. È in questa traiettoria teorica che possiamo leggere il bel volume Per uno stato che non tortura e la coraggiosa proposta dei saggi: non solamente una riflessione più accademica sul diritto e i limiti dello stesso (nei contributi di Mosconi, Passione e Marchesi, pp. 21-76) ma anche un tentativo di narrazione delle molte forme della violenza. Partendo dalla postmodernità liberista (raccontata nel saggio di Palidda, pp. 77-89) , in cui si inseriscono anche i fatti di Genova del 2001, analizzati sul versante psicosociale dello shock di cittadinanza che ha colpito i manifestanti anti-G8 per le violenze compiute nella detenzione “emergenziale” del Bolzaneto (Menegatto e Zamperini, pp. 89-107), il lavoro prosegue con un’analisi della quotidianità della violenza. Infatti, sono analizzate quelle pratiche che nell’Italia di oggi individuano l’avversario nelle figure più marginali (e marginalizzate) della società, eccedenze che diventano il bersaglio costante degli abusi. Sono i ristretti in carcere, sottoposti a pratiche di violenza strutturale quotidiana (come narra Santorso, pp. 107-124); sono i migranti trattenuti, soggetti alla detenzione amministrativa (abusi più difficili da intercettare ma ben presenti, come narra Bonzano pp. 125-138); sono le persone che presentano una forte fragilità psichica, esposte al dispositivo psichiatrico della contenzione (ritenuta assimilabile alla tortura da Giovanna del Giudice, pp. 139-144).
    Infine, la terza e ultima parte, rispettando la riflessione foucaultiana sui poteri, racconta le resistenze quotidiane alla violenza di Stato. In questi capitoli si evidenzia il coraggio dei cittadini che tentano quotidianamente di riabilitare quelle stesse istituzioni che hanno umiliato, ferito, o in alcuni casi ucciso i loro cari; ma anche i limiti intrinseci alle forme di produzione e riproduzione della sovranità, che rendono particolarmente difficile, da parte dello Stato, l’assunzione piena di responsabilità e la critica severa dei propri apparati violenti.
    Sono i racconti del gruppo ACAD riportati da Rossana Noris (pp. 163-172); sono le analisi e la ricostruzione genealogica di Checchino Antonini (pp. 145-162); sono le quotidiane esperienze di resistenza contro gli abusi di polizia (Peroni e Santorso, pp. 173-183) che emergono dal racconto vivo dei protagonisti: Ilaria Cucchi, Fabio Anselmo, Lorenzo Guadagnucci.
    Nello spazio democratico, sono quelle resistenze la linfa da cui attingere per contenere la crisi del politico: la domanda costante di verità e giustizia a quelle stesse istituzioni che l’hanno negata e travisata rappresentano l’appiglio su cui ricostruire il legame politico alla base degli stati moderni, e, soprattutto, la richiesta allo Stato, agli organi che lo compongono, di rendere meno incerta la democrazia combattendo con una cultura della non violenza e del rispetto dei cittadini le forzature, gli abusi, la tortura. Perché, come sostiene Gonnella nella postfazione, «in mancanza di tutto questo la teoria delle mele marce non funziona, non è applicabile. In mancanza di tutto questo vi è sempre una responsabilità istituzionale che non scagiona il singolo ma che si aggiunge alla responsabilità individuale. In una società democratica non vi deve essere spazio per lo spirito di corpo, il quale è alla base dell’impunità di diritto e di fatto dei torturatori» (p. 188).