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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Valentina Schiavinato

Valentina Schiavinato

Centro Interdipartimentale di ricerca per gli studi interculturali sulle migrazioni - C.I.R.S.I.M.
Università degli Studi di Padova
valentina.schiavinato@unipd.it

Valentina Schiavinato, dottore di ricerca in psicologia sociale e della personalità, è psicologa clinica e di comunità e psicoterapeuta. I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente: pluralismo culturale e religioso; comunicazione e mediazione interculturale nei contesti istituzionali e nelle interazioni quotidiane; costruzione delle identità e pratiche di posizionamento. Si è specializzata in metodi qualitativi di ricerca sociale e, in particolare, nell’analisi del discorso e della conversazione e nell’approccio etnografico. Insegna psicologia sociale, psicologia di comunità e comunicazione interculturale all’Università degli Studi di Padova, dove ha collaborato anche al coordinamento del Master in Studi sull’Islam d’Europa. Da dieci anni si occupa di formazione negli ambiti della mediazione interculturale, della comunicazione e delle competenze relazionali. È membro dell’Interaction & Culture Lab (Università di Padova) e del FIDR (Forum Internazionale Democrazia e Religioni – Centro Interuniversitario Culture, Diritti e Religioni) e socio fondatore e responsabile dei rapporti con le Università del FEMCI (Forum Euro Mediterraneo delle Competenze Interculturali).

Articoli di Valentina Schiavinato:

Riassunto

In Italia, negli ultimi anni, la figura del mediatore interculturale è stata investita dalle istituzioni del delicato compito di facilitare l’accesso e la comunicazione nei servizi del welfare, assumendo su di sé la responsabilità di gestire le sfide poste dal pluralismo culturale e religioso. A lungo, infatti, pur nella vivacità del dibattito scientifico, la situazione italiana si è distinta da altre realtà europee per l’assenza di un modello istituzionale di gestione delle differenze e per un ritardo normativo, cui sono state contrapposte, tuttavia, soluzioni ed iniziative locali sperimentali e di successo. In questo contributo, l’autrice intende presentare alcune esperienze di ricerca-azione condotte da un centro di ricerca universitario nel contesto padovano, che hanno permesso di proporre un modello originale di intercultura e mediazione, basato sul superamento dello scarto esistente tra i diversi ordini del discorso (accademico, istituzionale, pratico) e fondato sulle dimensioni dialogica e riflessiva.

DOI: 10.17386/SA2015-001019

LA MEDIAZIONE INTERCULTURALE, TRA TEORIE, POLITICHE E PRATICHE:
PER UN MODELLO DIALOGICO E RIFLESSIVO

Valentina Schiavinato*

*Centro Interdipartimentale di Ricerca per gli Studi Interculturali sulle Migrazioni, Università degli Studi di Padova

Riassunto: In Italia, negli ultimi anni, la figura del mediatore interculturale è stata investita dalle istituzioni del delicato compito di facilitare l’accesso e la comunicazione nei servizi del welfare, assumendo su di sé la responsabilità di gestire le sfide poste dal pluralismo culturale e religioso. A lungo, infatti, pur nella vivacità del dibattito scientifico, la situazione italiana si è distinta da altre realtà europee per l’assenza di un modello istituzionale di gestione delle differenze e per un ritardo normativo, cui sono state contrapposte, tuttavia, soluzioni ed iniziative locali sperimentali e di successo. In questo contributo, l’autrice intende presentare alcune esperienze di ricerca-azione condotte da un centro di ricerca universitario nel contesto padovano, che hanno permesso di proporre un modello originale di intercultura e mediazione, basato sul superamento dello scarto esistente tra i diversi ordini del discorso (accademico, istituzionale, pratico) e fondato sulle dimensioni dialogica e riflessiva.

Parole chiave: mediazione interculturale, approccio interculturale, discorso istituzionale, pratiche sociali, riflessività.  

Abstract: Intercultural Mediation, between Theories, Policies and Practices: For a Dialogic and Reflexive Model. In Italy, in recent years, the figure of intercultural mediator has been invested by the institutions of the delicate task of facilitating access and communication in welfare services, taking upon him the responsibility to manage the challenges posed by cultural and religious pluralism. For long, in fact, despite the vivacity of the scientific debate, the Italian situation has been different from other European countries because of the absence of an institutional model of difference management and of a legislative delay. However some local solutions and initiatives has been experimental and successful. In this paper, the author intends to present some examples of action research, conducted by a university research center in the context of Padua, that allowed to propose an original model of interculture and mediation, based on the overcoming of the gap between different orders of discourse (academic, institutional, practical) and based on the dialogical and reflexive dimension.

Keywords: intercultural mediation, intercultural approach, institutional discourse, social practices, reflexivity.


 

1. Ordini e piani del discorso sulla mediazione interculturale


Negli ultimi anni, in Italia come in altri paesi europei, le istituzioni pubbliche hanno affrontato le sfide poste dalle migrazioni e dalla presenza ‘in casa’ delle differenze culturali e religiose, con l’impiego di mediatori interculturali, cui hanno attribuito e ancora oggi affidano, e in alcuni casi delegano, il delicato compito di facilitare l’accesso e la fruizione dei servizi del welfare e di favorire in essi una comunicazione efficace e soddisfacente per tutte le parti in causa. Il tema della mediazione si situa nell’ambito di un più ampio campo semantico, costituito da termini ormai molto diffusi e utilizzati, più o meno propriamente e più o meno consapevolmente, come risorse linguistiche tra loro intercambiabili, alternative oppure contrapposte, per costruire il discorso pubblico sulla mediazione. Si parla, quindi, di inclusione sociale o di integrazione[1] (espressione che ricorre in alcune retoriche pubbliche ed è stata oggetto di dibattito accademico) e di pluralismo culturale, articolato nelle diverse declinazioni della multicultura e del multiculturalismo, da una parte, e dell’intercultura e dell’interculturalismo dall’altra.
    Nel tentativo di portare un po’ di ordine nell’intreccio delle argomentazioni, spesso vivaci e talvolta accese, che definiscono il discorso pubblico sulle modalità di interfacciarsi ed interagire con la diversità culturale e sullo strumento della mediazione in particolare, possiamo riconoscere diversi ordini e diversi piani del discorso. Innanzitutto è possibile distinguere due ordini del discorso, distinti dal punto di vista metodologico e concettuale, anche se tra loro connessi e mutualmente influenzantisi: uno di tipo normativo, valutativo e assiologico, e un altro di tipo descrittivo, empirico e analitico. Con il primo ci si riferisce ad una trattazione che riguarda come ‘le cose (…) dovrebbero essere’ (Gimenez, 2008, p. 158) e propone modelli ideali e auspicati, con il secondo all’analisi e all’interpretazione della realtà sociale, di ‘ciò che le cose sono’ (Ibidem). Possiamo riconoscere, inoltre, diversi piani discorsivi, che spaziano dalla elaborazione accademica (teorica, metodologica, analitica e, in parte, applicativa), alla formulazione e all’attuazione di modelli espliciti ed impliciti, e di interventi ed iniziative sul piano politico (nazionale, regionale e locale) e istituzionale e, infine, alla riflessione che si sviluppa sul piano delle esperienze e delle pratiche, in specifici contesti operativi e con il coinvolgimento dei partecipanti e degli ‘addetti ai lavori’. Nel corso del tempo, questi diversi piani del discorso hanno proceduto in parte su strade separate, e talvolta parallele, ma hanno saputo produrre risultati particolarmente apprezzabili nelle occasioni in cui sono entrati proficuamente in dialogo tra loro.
    Giménez (Ivi) propone di distinguere i due ordini del discorso, descrittivo e normativo, rispetto al tema delle differenze culturali, utilizzando espressioni diverse: da una parte multicultura e intercultura, per riferirsi alle categorie descrittive, e dall’altra multiculturalismo e interculturalismo, per designare la prospettiva normativa. Nelle retoriche del senso comune, delle politiche e del discorso scientifico, non si riscontra frequentemente questa distinzione lessicale (-cultura vs –cultu-ralismo) ma si tende piuttosto ad utilizzare le diverse formulazioni in maniera interscambiabile. Più rappresentata, invece, pur con la variabilità delle elaborazioni individuali ed una certa quota di confusione concettuale (in particolar modo nelle formulazioni del senso comune e nelle retoriche istituzionali, ma non solo), risulta essere la contrapposizione tra la prospettiva multiculturale,[2] centrata sul riconoscimento e sulla valorizzazione, ma anche sull’esasperazione delle differenze, in chia-ve conflittuale rivendicativa e repressiva nei confronti delle differenze individuali (Mantovani, 2004), e quella interculturale, focalizzata sulla relazione e sullo scambio, e proposta come alternativa e superamento di modelli altri, basati sull’esclu-sione o sulla netta divisione. L’approccio interculturale, infatti, permette non solo di riconoscere e di valorizzare le differenze culturali, ma anche di liberarsi da una visione reificata delle culture (Baumann, 1999), come entità definite ed omogene (Benhabib, 2002) che ‘determinano’ il comportamento umano, a favore di una ‘concezione complessa e dinamica’ (Giménez, 2008) delle culture, intese come repertori di risorse e di artefatti (Cole, 1996), oppure ancora come narrazioni (Benhabib, 2002), ossia come sistemi per una continua (ri)costruzione di significati, che permette di rendere conto del ruolo dell’agency individuale (Mantovani, 2004, 2008) e del cambiamento. In questo senso, è nella dimensione quotidiana che, dall’incontro ‘tra differenze’, possono crearsi, per le persone, inedite occasioni di confronto, anche conflittuali, ma potenzialmente creative ed arricchenti.

 

2. Istituzioni territoriali e pratiche della mediazione

Sul piano politico, le istituzioni italiane sono state ‘sorprese’ dall’incremento dei flussi migratori che si è verificato a partire dagli anni Novanta e hanno risposto alle sfide poste alle differenze culturali e religiose ai loro assetti consolidati mettendo in campo iniziative e provvedimenti basati per lo più su logiche emergenziali. Per un lungo periodo, quindi, lo scenario italiano si è contraddistinto da quelli proposti da altri paesi europei (la Francia, il Regno Unito e la Germania in primis) per l’assenza di una riflessione politica volta all’elaborazione un proprio ‘modello’ di ‘integrazione’ o di ‘inclusione sociale’, al punto che, ancora oggi, per il caso italiano, si parla piuttosto di ‘modello implicito’ (Ambrosini, 2012). è in questa situazione di impasse, come poi vedremo, che alcuni luoghi di produzione accademica, e tra questi l’Ateneo di Padova, con la sua tradizione consolidata negli studi interculturali e sul pluralismo religioso, hanno colto la necessità di formulare nuove chiavi di lettura e di azione, epistemologicamente fondate, per ridefinire le cornici per interpretare i processi in atto.
    Il ‘non-modello’ italiano si è retto in modo particolare sulla formula dell’impiego ad ampio raggio della mediazione culturale nei diversi ambiti del sistema del welfare: dall’istruzione alla sanità, dai servizi sociali a quelli giudiziari e penitenziari, dall’accoglienza all’orientamento. Osservando allo stesso tempo le esperienze concrete di mediazione che sono proliferate e si sono diffuse in maniera differenziata nei territori locali, e le riflessioni e le iniziative normative e legislative formulate a livello istituzionale, si può percepire con evidenza una forte discontinuità che, solo in epoca più recente, è stata problematizzata e presa in carico dalle stesse istituzioni. Sintomatica, in questo senso, è, ad esempio, l’estrema variabilità delle etichette linguistiche adottate, per definire le esperienze di mediazione, nelle descrizioni dei diversi progetti, iniziative di formazione, bandi di selezione delle amministrazioni regionali e locali: si parla, quindi, di mediatori culturali, linguistico-culturali, interculturali, di mediatori sociali o socio-culturali, di facilitatori linguistico-culturali o culturali, più genericamente di operatori interculturali e ancora, più recentemente, di tecnico qualificato in mediazione linguistica o linguistico-culturale.
 

2.1 Provvedimenti legislativi sulla mediazione interculturale in Italia

Un altro indice della scollatura tra piano operativo e piano dell’elaborazione concettuale e normativa in ambito istituzionale è il ritardo con cui si sta giungendo ad una elaborazione normativa della figura del mediatore a livello regionale e a livello nazionale. Trascurando in questa sede la complessa articolazione dei provvedimenti regionali, ci soffermeremo brevemente sul piano nazionale. Il primo accenno è avvenuto, con la Circolare Ministeriale n. 205 del 26 luglio 1990 del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), nel settore dell’istruzione e nell’ambito di un provvedimento per la promozione dell’educazione interculturale nelle scuole dell’obbligo. Nel testo, si parla infatti di:

(…) impiego di “mediatori” di madre lingua per agevolare la comunicazione nell'ambito scolastico ed i rapporti scuola-famiglia, nonché l'utilizzo di "esperti" di madre lingua per attuare le iniziative per la valorizzazione della lingua e cultura d’origine (Capo 5).

Sempre in ambito educativo, un altro provvedimento del MIUR (Circolare Ministeriale n. 24 del 2006, Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri) si riferisce alla figura del “mediatore linguistico-culturale”.
    Con la promulgazione della legge n. 40 del 1998 (Disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, anche nota come Legge Turco-Napolitano), si giungerà a nominare i ‘mediatori culturali qualificati’, sempre in riferimento all’ambito educativo, con il ruolo di sostegno nelle pratiche di riconoscimento dei titoli di studio straniero e ‘dei criteri e delle modalità di comunicazione con le famiglie degli alunni stranieri’ (art. 36, Istruzione degli stranieri. Educazione interculturale, comma 6, lettera b). Più avanti, nel medesimo provvedimento, nella trattazione delle ‘Misure di integrazione sociale’, si parlerà invece finalmente di ‘mediatori interculturali’, con riferimento ai soli requisiti dello status di ‘straniero’ e della titolarità della presenza nel territorio nazionale  (‘stranieri, titolari di carta di soggiorno o di permesso di soggiorno di durata non inferiore a due anni’) e con il compito di ‘agevolare i rapporti tra le singole amministrazioni e gli stranieri appartenenti ai diversi gruppi etnici, nazionali, linguistici e religiosi’ (Capo IV, art. 40, comma 1, lettera d). Ancora otto anni più tardi, con il Decreto del Ministero della Salute del 12 dicembre 2006 che istituiva la Commissione ‘Salute e Immigrazione’ fu prevista la ‘valorizzazione dell’utilizzo dei mediatori interculturali’ in ambito sanitario (art. 2, comma 2).
    Ancora, nel ‘Documento Programmatico relativo alla politica di immigrazione e degli stranieri nel territorio dello stato per il triennio 2004-2006’ è prevista la figura del ‘mediatore culturale’ nelle strutture carcerarie con la funzione di ‘coadiuvare gli operatori penitenziari’. Nello stesso documento, inoltre, al capitolo 4 dedicato alle ‘politiche di integrazione’, viene riconosciuto l’ampio utilizzo di ‘figure di mediazione linguistico – culturale’ nei diversi ambiti della Pubblica Amministrazione, valorizzati i risultati ottenuti e auspicato un ‘riconoscimento formale delle competenze della figura professionale del mediatore culturale e della promozione del ricorso alla mediazione a vantaggio di una più efficace interazione tra stranieri e amministrazione pubblica’. Il testo si spinge fino a sostenere la necessità di adottare ‘modalità diversificate per la collaborazione del mediatore, dal servizio a chiamata alla presenza fissa’, prevedendo, quindi, la possibilità di una sua strutturazione nell’organico delle istituzioni e dei servizi.
    A partire dal 2000, possiamo notare come si sia verificata un’intensificazione della riflessione istituzionale sul ruolo, sulle funzioni e sulle competenze del mediatore interculturale, anche al fine di promuoverne il riconoscimento come figura professionale.[3] Questo impulso ha portato, nel 2011, all’inserimento ufficiale della figura del Mediatore Interculturale nella Classificazione delle Professioni ISTAT, tra le ‘Professioni tecniche’ della ‘Filiera professionale sociale’, tra i ‘Tecnici del reinserimento e dell’integrazione sociale’[4] (Classificazione delle Professioni 3.4.5.2.0). Anche se la classificazione non prevede una descrizione specifica della figura del mediatore, ponendola allo stesso livello di altre professioni tecniche del sociale, in ogni caso ne definisce, in riferimento alla classificazione generale, alcuni tratti in particolare, quali compiti e attività, conoscenze, skills, consente di tracciare l’evoluzione nel tempo delle condizioni lavorative e di porre le basi per la definizione dei requisiti di accesso alla professione e delle necessità formative.
    Se il piano delle politiche nazionali si è sviluppato lungo un lento e tortuoso processo di analisi e di normazione della mediazione interculturale e, in particolare, della figura del mediatore, è sul piano regionale e ancor più locale, che sono state cercate le soluzioni e realizzate le sperimentazioni più interessanti e differenti, anche in relazione alle peculiarità dei contesti sociali e culturali. Nel paragrafo che segue, tracceremo alcuni elementi di un’esperienza avviata nella città di Padova, che ha proposto un proprio modello interculturale di ricerca e di azione, basato sulla interazione tra i diversi attori sociali e istituzionali in campo.
 

3. La mediazione tra politiche, operatività e riflessività: il ruolo dell’Univer-sità nell’esperienza padovana

Nel 2004, all’Università degli Studi di Padova, un gruppo di studiosi afferenti a nove diversi Dipartimenti dell’Ateneo accomunati dall’interesse per il campo dell’Intercultura, e tra questi in particolare i teorici dell’intercultura Adone Brandalise, Giuseppe Mantovani e Giangiorgio Pasqualotto e il sociologo della religione e dei processi culturali, Enzo Pace, fondarono il centro che, più avanti, diverrà il C.I.R.S.I.M.[5] Centro Interdipartimentale di Ricerca per gli Studi Interculturali e sulle Migrazioni. Il Centro, che fin dalla sua fondazione ha declinato il suo impegno di studio e di azione nell’ambito della mediazione interculturale, ha lavorato per costruire un modello teorico che potesse sostenere l’analisi delle dinamiche sociali e dei mutamenti legati ai processi interculturali, in generale, e alle pratiche della mediazione, e guidare azioni e interventi in stretto dialogo con gli stessi protagonisti dei processi studiati.
    Per presentare l’approccio teorico e metodologico utilizzato come guida per la lettura o, come diremmo con un linguaggio delle scienze sociali,[6] per la costruzione della realtà, accenneremo brevemente ad alcuni esempi di interventi di ricerca-azione messi in campo nell’ambito delle attività del C.I.R.S.I.M., negli ultimi anni, nel territorio padovano, offrendo così anche una visione situata dei processi analizzati, in coerenza con le basi epistemologiche dello stesso approccio. Per ragioni di spazio, abbiamo invece sacrificato di altre esperienze significative, che rivelano dimensioni diverse, originali e ‘di confine’ della mediazione. Ci riferiamo, in particolare, alla formazione nella mediazione socio-sanitaria, attuata dal C.I.R.S.I.M. nell’ambito di un importante progetto nazionale[7] e all’analisi del progetto sperimentale ‘Affido Omoculturale’,[8] che ha permesso di mettere in luce una nuova forma di mediazione, che valorizza le risorse della comunità e genera processi di partecipazione e di empowerment (Rhazzali, 2015).
 

4. Un modello situato, in dialogo con esperienze nazionali e internazionali: il progetto ‘facilitatori culturali’.

Il primo progetto di ricerca-azione che vorremmo qui introdurre si riferisce a un’esperienza di collaborazione strutturata tra Università e Amministrazione Locale, il Comune di Padova, in particolare la Polizia Locale e l’Unità di Progetto Accoglienza e Immigrazione (U.P.A.I.), che si è espressa nell’ambito della realizzazione di un intervento innovativo e sperimentale[9] (nel biennio 2007-2009)[10] centrato sulla figura del ‘facilitatore interculturale’.[11]
    In questa sede vorremmo soffermarci brevemente su due aspetti particolarmente interessanti del progetto. In primo luogo, ci sembrano rilevanti le modalità con cui si è realizzata la collaborazione tra i ricercatori dell’Università,[12] i dirigenti e i referenti amministrativi dell’Istituzione, e i protagonisti del progetto, i facilitatori interculturali, che, in qualche modo, possono essere paragonate all’esperienza positiva del Servizio di Mediazione Sociale Interculturale (Ayuntamiento de Madrid, 2002), nato nel 1997 dalla convenzione tra il Comune di Madrid e l’Università Autonoma di Madrid. Il coinvolgimento dei ricercatori, infatti, ha permesso di integrare una funzione di accompagnamento e di supervisione nelle fasi di progettazione e della prima implementazione del servizio, con un’attività di ricerca, focalizzata sull’analisi delle pratiche di significazione e dei processi sociali innescati nel territorio dall’introduzione e dalla presenza, divenuta poi continuativa, della figura del facilitatore interculturale.
    In secondo luogo, il progetto permette di esplorare le caratteristiche, le funzioni e i ruoli di una forma originale di mediazione, quella della facilitazione interculturale, che si lascia ricondurre alle definizioni classiche della mediazione linguistica o culturale, ma potrebbe essere descritta come un’ «attività di mediazione di strada”, di “mediazione urbana” o come un “servizio di prossimità” che permette di articolare una risposta, in termini di vigilanza, alle esigenze di sicurezza espresse dalla cittadinanza e interpretate dalle istituzioni, con la “realizzazione di modelli di convivenza sostenibile» (Rhazzali, 2015 p. 100).
 


5. Intercultura e territorio: mediazione agli sportelli come interfacce istituzionali

Un elemento che potremmo tracciare per descrivere la prospettiva interculturale utilizzata, come risulta anche dalla scelta del nome del Centro, riguarda la relazione tra intercultura e processi migratori. Questi ultimi possono essere considerati come solamente un aspetto, seppur di innegabile rilevanza (se non altro sul piano dei discorsi pubblici e del senso comune) dei processi interculturali (Mantovani, 2008) e sono considerati non tanto in riferimento ai possibili esiti, favorevoli o negativi, dei così detti ‘processi di acculturazione’ della persona migrante nella ‘società ospitante’ (Berry, 2011, 1974; Bourhis et al., 1997), ma piuttosto come contesti privilegiati di incontro e, in quanto tali, come opportunità di cambiamento, sia per i migranti che per le istituzioni e le società che li ricevono. In modo particolare, nell’accesso ai servizi pubblici, la presenza migrante aiuta a fare emergere le discrasie e le incoerenze del sistema,[13] le zone grigie e quelle non praticabili e, se si è disposti ad ‘approfittare’ di questo prezioso sguardo, permette di attivare processi di ripensamento e di rinnovamento (Schiavinato, Mantovani, 2005).
    Nell’ambito del C.I.R.S.I.M. si è sviluppato un filone di ricerca dedicato allo studio del territorio,[14] inteso non come ‘luogo della cristallizzazione e del confinamento delle culture’ (Schiavinato, Soru, 2008, p. 86), bensì dell’incontro culturale, e rivolto alle ‘zone di contatto’ (Hermans, 2001; Hermans, Kempen, 1998). In particolare sono state condotte delle ricerche focalizzate sull’analisi dell’accesso e della comunicazione agli sportelli di servizio pubblico, considerati come luoghi per eccellenza della comunicazione interculturale. Da questo punto di osservazione privilegiato, è stato possibile analizzare una particolare forma di mediazione, quella da sportello, che si configura come una sorta di ‘interfaccia istituzionale’ che media la comunicazione tra gli utenti, migranti ma non solo, e l’istituzione. I mediatori allo sportello, infatti, non affiancano generalmente un collega, ma agiscono in prima persona come operatori amministrazione, assumendo su di sé delle funzioni che sfumano nella distinzione con quelle degli altri colleghi del servizio. La ricerca ha permesso, inoltre, di formulare delle riflessioni sui processi di posizionamento dialogico dei mediatori, in interazione con gli utenti, con i colleghi e con l’Istituzione (Schiavinato et al., 2012, 2008; Soru et al. 2013, 2012).

 

6. Dalla teoria all’esperienza, e ritorno: la riflessività nella formazione

Gli studi condotti agli sportelli di servizio pubblico hanno posto le basi per una forma di collaborazione ulteriore con le istituzione del territorio (Amministrazioni locali e provinciale, Questura, Prefettura, parti sociali) che ha permesso, in un secondo momento, di elaborare dei progetti di ricerca-azione per la formazione dei mediatori e degli operatori dei servizi. In particolare, sono stati progettati e realizzati: nel 2010, un primo percorso formativo sperimentale, attuato in collaborazione con il Comune di Padova, U.P.A.I. Unità di Progetto Accoglienza e Immigrazione;[15] un progetto di ricerca-azione, condotto in partnership la Provincia di Padova, Settore Lavoro e Formazione, e rinnovato due volte nel triennio 2013-2015,[16]finalizzato ‘all’applicazione di strumenti e modelli operativi innovativi nei percorsi di Formazione per la Figura del Mediatore/Operatore Interculturale’.
    Anche in questi, casi, l’esperienza è stata stimolata dal desiderio di sperimentare un’applicazione e un adattamento alle specificità del contesto italiano, e padovano in particolare, del modello spagnolo del S.E.M.S.I., che potesse agire in favore del superamento dello scollamento tra la formazione universitaria e quella professionale e, parallelamente, tra la considerazione di saperi più teorici e più pratici, allo scopo di avvicinare il mondo accademico all’operatività quotidiana e di mettere a dialogo il piano dell’elaborazione teorica e metodologica con quello delle pratiche quotidiane all’interno dei servizi, attraverso la collaborazione tra Accademia, Istituzioni del territorio, mediatori interculturali e operatori delle Pubbliche Amministrazioni e del privato sociale.
    Un primo aspetto di originalità del progetto risiede nella scelta di rivolgere le iniziative formative sia ai mediatori interculturali che agli operatori dei servizi, rispondendo così a due esigenze principali segnalate dalla ricerca più recente sulla mediazione interculturale. In primo luogo, per quanto riguarda l’offerta formativa, è messa in luce una carenza dell’investimento delle amministrazioni pubbliche sulla formazione delle équipe di lavoro già in essere, a favore della formazione di nuovi mediatori (Belpiede, 2006). Viene sottolineata, quindi, l’importanza di prevedere di percorsi di accompagnamento formativo, attraverso la supervisione del lavoro quotidiano nei servizi. In secondo luogo, con un’espressione particolarmente efficace, si afferma che la mediazione ‘è un dispositivo di intervento, e non solo una figura professionale’ (Ibidem) e, in questo senso, viene promossa una formazione interculturale trasversale e diffusa, anche per gli operatori (non mediatori) dei servizi pubblici.
    Un secondo aspetto rilevante è riconducibile agli obiettivi posti e alle metodologie scelte per perseguirli, con particolare riferimento all’obiettivo di un empowerment professionale, da realizzarsi attraverso una pratica riflessiva, scientificamente fondata, sulle competenze, sulle risorse personali e professionali e sulle prassi operative dei mediatori e degli operatori interculturali, che possa portarli ad acquisire una sempre maggiore consapevolezza delle proprie professionalità e identità professionali. La proposta formativa, infatti, ha previsto l’utilizzo di metodologie centrate su: la valorizzazione della professionalità e dell’expertise sviluppate sul campo dai partecipanti, secondo il modello teorico delle ‘comunità di pratiche’; l’analisi delle esperienze quotidiane di lavoro dei partecipanti; la partecipazione attiva dei alle attività formative in presenza e online, attraverso la sperimentazione di pratiche riflessive (Fabbri, 2007). In modo particolare è stato adottato lo strumento del focus-group che ha permesso ai partecipanti di riflettere assieme, a partire dalla narrazione e dall’analisi delle proprie esperienze pregresse, su alcune questioni fondamentali riguardanti: i contesti e i setting degli interventi di mediazione;  i dispositivi tecnici e gli strumenti operativi adottati; le competenze che definiscono la propria professionalità; l’identità professionale del mediatore interculturale; le relazioni e modalità di interazione con le altre figure professionali; la visibilità e il riconoscimento della figura professionale del mediatore interculturale.

 

7. Conclusioni

In questo contributo abbiamo presentato, in primo luogo, uno stato dell’arte della riflessione teorica, delle politiche pubbliche e della dimensione legislativa, e delle pratiche concrete messe in atto nel territorio nell’ambito della mediazione interculturale, intesa sia come dispositivo sia come figura professionale.
    In secondo luogo, ci siamo soffermati sulla presentazione di alcune esperienze di ricerca-azione, maturate nel contesto padovano, che ci hanno permesso di proporre un modello originale della mediazione interculturale, sviluppato in ambito accademico, ma fondato sulla dimensione dialogica e riflessiva, del confronto continuo con i diversi ordini e piani discorsivi.
    In modo particolare, si è voluto dimostrare come, per fare fronte alle continue e sempre nuove sfide poste dalle differenze culturali, i diversi attori sociali in campo (il mondo della ricerca e accademico, le istituzioni e i ‘professionisti dell’inter-cultura’) possano adoperarsi per colmare le distanze che li separano e li pongono su ordini e piani del discorso diversi e lontani fra loro e, in questo modo, tentare di produrre delle proposte, di interpretazione e di azione, innovative ed efficaci.

 

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Documenti di indirizzo

CNEL, Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione Sociale degli Stranieri (2000). Politiche per la Mediazione Culturale. Formazione ed impiego dei Mediatori Culturali.
CNEL, Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione Sociale degli Stranieri (2009). Mediazione e mediatori interculturali: indicazioni operative”
Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome (2009). Mediatore interculturale: riconoscimento della figura professionale.
ISTAT Nomenclatura e Classificazione delle Unità Professionali. http://cp2011.istat.it ultima consultazione 25/01/2016

 

Note biografiche sull’autore

Valentina Schiavinato dottore di ricerca in psicologia sociale e della personalità, è psicologa clinica e di comunità e psicoterapeuta. I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente: pluralismo culturale e religioso; comunicazione e mediazione interculturale nei contesti istituzionali e nelle interazioni quotidiane; costruzione delle identità e pratiche di posizionamento. Si è specializzata in metodi qualitativi di ricerca sociale e, in particolare, nell’analisi del discorso e della conversazione e nell’approccio etnografico. Insegna psicologia sociale, psicologia di comunità e comunicazione interculturale all’Università degli Studi di Padova, dove ha collaborato anche al coordinamento del Master in Studi sull’Islam d’Europa. Da dieci anni si occupa di formazione negli ambiti della mediazione interculturale, della comunicazione e delle competenze relazionali. È membro dell’Interaction & Culture Lab (Università di Padova) e del FIDR (Forum Internazionale Democrazia e Religioni – Centro Interuniversitario Culture, Diritti e Religioni) e socio fondatore e responsabile dei rapporti con le Università del FEMCI (Forum Euro Mediterraneo delle Competenze Interculturali).


About the author

Valentina Schiavinato PhD in Social and Personality Psychology, is a clinical and community psychologist and a psychotherapist. Her main research interests are: cultural and religious pluralism; communication and intercultural mediation in institutional settings and in everyday interactions; construction of identities and positioning practices. She is specialized in qualitative methods of social research and, in particular, in discourse and conversation analysis and ethnographic approach. She teaches social psychology, community psychology and intercultural communication at the University of Padova, where she also collaborated in the coordination of the Master in studies on European Islam. Since ten years she is teaching in training courses of intercultural mediation, communication and relationship skills. She is member of Interaction & Culture Lab (University of Padova) and FIDR (International Forum for Religions and Democracy - Interuniversity Center Culture, Religions and Law) and founding member in charge of University relations of FEMCI (Euro Mediterranean Forum of intercultural Competences).

 


[1] Per una analisi del dibattito scientifico attorno al termine ‘integrazione' si vedano, tra gli altri: Ambrosini, 2007; Boccagni, Pollini, 2012.

[2] Da qui in poi, per semplicità, si utilizzeranno le espressioni ‘multicultura’ e ‘intercultura’ in un senso più generale, che non contempla la distinzione sul piano descrittivo vs normativo proposto da Giménez.

[3] Si vedano, in modo particolare, i documenti di indirizzo sulla mediazione in Italia prodotti dall’Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione Sociale degli Stranieri, in seno al CNEL, sui temi “Politiche per la Mediazione Culturale. Formazione ed impiego dei Mediatori Culturali” (2000) e “Mediazione e mediatori interculturali: indicazioni operative” (2009) e il documento “Mediatore interculturale: riconoscimento della figura professionale” della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome (2009) che ha presentato lo “Standard professionale della figura del mediatore interculturale”.

[4] I Tecnici del reinserimento e dell’integrazione sociale vengono così definiti: “Le professioni classificate in questa unità forniscono servizi finalizzati a prevenire il disagio di adulti in difficoltà di inserimento sociale e lavorativo, a rimuovere l'emarginazione sociale di bambini e adolescenti, a riabilitare adulti e minori in prigione, in libertà vigilata e fuori dal carcere e a recuperare alla vita attiva adulti scoraggiati o ritirati dal lavoro” (ISTAT, Classificazione delle Professioni, 2011).

[5] Il centro, alla sua fondazione, si chiamava C.I.R.S.S.I. Centro Interdipartimentale di Ricerca e Servizi per gli Studi Interculturali, poi divenuto CIRSIM, in seguito alla ridefinizione dei centri interdipartimentali conseguente alla nuova organizzazione dipartimentale e di Ateneo.

[6] Ci riferiamo qui ad un’epistemologia di stampo costruzionista (Berger, Luckmann, 1991; Gergen, 1998).

[7] Ci si riferisce al Progetto PASS - Promozione dell’accesso della popolazione immigrata ai servizi sociosanitari e lo sviluppo delle attività di informazione ed orientamento socio-sanitario nelle ASL italiane. È sostenuto dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, realizzato dall’Istituto Nazionale Salute Migranti e Povertà - INMP - Ospedale San Gallicano e attuato a livello territoriale con la collaborazione di 48 strutture sanitarie locali (http://www.inmp.it/index.php/ita-/Progetti/Archivio-progetti/Progetto-PASS;  ultimo accesso 29/01/2015).

[8] Il Progetto ‘Affido Omoculturale’, realizzato dal settore Servizi Sociali del Comune di Padova, prevede, in alternativa al collocamento in comunità, l’affidamento temporaneo di minori non accompagnati a famiglie originarie dalla stessa zona geografica e costituisce una esperienza sperimentale di innovazione del sistema del welfare locale.

[9] Progetto finanziato dalla Regione Veneto.

[10] Il servizio dei “Facilitatori interculturali” è stato mantenuto fino al giugno 2014.

[11] Per una trattazione più approfondita degli obiettivi, delle fasi di realizzazione e dei risultati del progetto, si rimanda al volume Romania, Zamperini, 2009, e al saggio ivi contenuto di Rhazzali, 2009.

[12] Nel progetto sono stati coinvolti in primo piano il prof. Adriano Zamperini, del Dipartimento di Psicologia Applicata, e il prof. Vincenzo Romania, del Dipartimento di Sociologia.

[13] Su questo punto si veda l’articolo di Sayad (1996, p. 10): ‘Pensare l’immigrazione significa pensare lo Stato ed è lo Stato che pensa se stesso pensando l’immigrazione’.

[14] Ci si riferisce in modo particolare a due ricerche tra loro collegate: la prima condotta nell’ambito del Progetto di Ateneo ‘Costruzione di un centro di ricerca interculturale’, dell’Università degli Studi di Padova, coordinato dal professor Giuseppe Mantovani, e finanziato per gli anni 2007-2009; la seconda, finanziata dalle istituzioni coinvolte nella progettazione e nella gestione dei servizi C.I.S.I. (Centro informazione e servizi per gli immigrati) del territorio padovano e finalizzata al monitoraggio degli accessi e alla valutazione del grado di soddisfazione dell’utenza dei servizi.

[15] Progetto finanziato dal Comune di Padova.

[16] L’iniziativa è stata realizzata, per i primi due anni, con il contributo della Regione Veneto nell'ambito del Programma regionale di iniziative e di interventi in materia di immigrazione, anno 2011 e anno 2012.

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