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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Saverio Migliori

Fondazione Giovanni Michelucci

Articoli di Saverio Migliori:

Il terzo settore e, in particolare, il volontariato, sono divenuti in questi ultimi anni fondamentali per il sistema penitenziario nel suo complesso. Le trasformazioni penali, penitenziarie e sociali, non hanno impedito una crescita del terzo settore, anzi ne hanno valorizzato il dinamismo, le capacità di progressivo riadeguamento, lo sviluppo di nuove e più articolate competenze. Il sistema dell’esecuzione penale non potrebbe oggi rinunciare a questo apporto: molte delle principali funzioni cui il carcere deve adempiere subirebbero pesantissimi ridimensionamenti, fino al definitivo azzeramento, come nel caso di gran parte delle attività rieducative previste dall’articolo 27 della Costituzione che individua nella pena un momento di riscatto e riabilitazione della persona condannata. Sembra, allora, di fondamentale importanza valorizzare e promuovere il ruolo, l’impegno e le prassi del terzo settore operante in carcere, all’interno di un nuovo quadro di relazioni con le istituzioni penitenziarie e territoriali, più maturo, efficace, ed in grado di cogliere le trasformazioni sociali degli ultimi anni ed i nuovi bisogni della popolazione detenuta.

DOI: 10.17386/SA2017-003009

UN NUOVO “STATUTO” PER IL TERZO SETTORE OPERANTE IN CARCERE

 

Saverio Migliori*

* Fondazione Giovanni Michelucci

 

Riassunto: Il terzo settore e, in particolare, il volontariato, sono divenuti in questi ultimi anni fondamentali per il sistema penitenziario nel suo complesso. Le trasformazioni penali, penitenziarie e sociali, non hanno impedito una crescita del terzo settore, anzi ne hanno valorizzato il dinamismo, le capacità di progressivo riadeguamento, lo sviluppo di nuove e più articolate competenze. Il sistema dell’esecuzione penale non potrebbe oggi rinunciare a questo apporto: molte delle principali funzioni cui il carcere deve adempiere subirebbero pesantissimi ridimensionamenti, fino al definitivo azzeramento, come nel caso di gran parte delle attività rieducative previste dall’articolo 27 della Costituzione che individua nella pena un momento di riscatto e riabilitazione della persona condannata. Sembra, allora, di fondamentale importanza valorizzare e promuovere il ruolo, l’impegno e le prassi del terzo settore operante in carcere, all’interno di un nuovo quadro di relazioni con le istituzioni penitenziarie e territoriali, più maturo, efficace, ed in grado di cogliere le trasformazioni sociali degli ultimi anni ed i nuovi bisogni della popolazione detenuta.

 

Parole chiave: Carcere, volontariato, terzo settore, detenuti, reinserimento sociale.

 

Abstract: A new "statute" for the third sector in penitentiary context. The third sector and, in particular, volunteering, have become fundamental in these recent years for the prison system as a whole. Penitentiary and social transformations have not prevented the growth of the third sector, rather they have promote dynamism, resiliency and ability to progressively re-upgrade, developing new and more articulate skills. To this day, the penitentiary system could not give up on this contribution: many of the main functions the prison has to carry out will be heavily re-shaped to the definitive resetting, is the case for most of the re-education activities provided for Article 27 of the Italian Constitution, which identifies the sentence as a time of rehabilitation of the condemned person. It seems fundamental to enhance and promote the role, the engagement and the practices of the third sector in the penitentiary context, within a new framework of relationships between penitentiary and territorial institutions, more mature, effective, and able to understand the social transformations of these recent years and the new needs of held population.

 

Key words: Prison, volunteering, third sector, detainees, social reintegration.

 

 

 

1. Premessa

Le statistiche pubblicate dal Ministero della giustizia, relativamente i soggetti esterni ed i volontari che partecipano alle attività rieducative promosse a favore delle persone in esecuzione penale, siano esse in stato di detenzione o in misura alternativa al carcere, evidenziano, almeno in termini assoluti, una consistente partecipazione della comunità sociale ai percorsi di reinserimento individuali.

Alla fine del 2016 le persone autorizzate ad accedere presso gli istituti penitenziari italiani erano in tutto 15.959. Si tratta di persone diversamente autorizzate dalla Magistratura di sorveglianza o dalle autorità penitenziarie e provenienti da realtà sociali (istituzioni, associazioni) differenti[1]. Rispetto all’inquadramento formale bisogna distinguere infatti tra persone autorizzate ai sensi dell’articolo 17 dell’Ordinamento penitenziario (OP) o ai sensi dell’articolo 78 della stessa legge.

L’articolo 17 apre, nella sostanza, alla partecipazione della comunità sociale esterna all’azione rieducativa e, pertanto, prevede al co. 1, che

la finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati [debba] essere perseguita anche sollecitando ed organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all’azione rieducativa[2].

A tal fine, quindi, al co. 2 si prevede che possano essere

ammessi a frequentare gli istituti penitenziari con l’autorizzazione e secondo le direttive del Magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera[3].

La gran parte delle persone e dei volontari che accedono in carcere per partecipare all’azione rieducativa e di risocializzazione lo fanno ai sensi di questo articolo: delle 15.959 persone poc’anzi richiamate, ben 14.660 sono autorizzate ex art. 17 OP. Queste persone appartengono a realtà sociali differenti che spaziano dalle istituzioni pubbliche, al terzo settore, in modo particolare alle organizzazioni di volontariato, sino ad enti o aziende private o a persone che singolarmente decidono di impegnarsi a favore di quanti si trovano in detenzione. La statistica del Ministero della giustizia evidenzia come tra le 14.660 persone autorizzate ex art. 17 OP, ben 11.291 appartengano ad una qualche organizzazione, associazione od ente (presumibilmente riferibili in larga parte al terzo settore), mentre le altre 3.369 non appartengano a gruppi associati. Le attività e le iniziative che queste persone vanno a promuovere, realizzare o assistere, sono numerosissime: dal sostegno alla persona ed alle relazioni familiari (4.279 persone impegnate); alle attività culturali, ricreative, sportive (ben 5.959 persone impegnate); agli interventi ed alle attività formative e lavorative (1.309 persone); sino alle iniziative di tipo spirituale e religioso (3.113 persone)[4]. Come noto questo complesso di progetti ed attività corrisponde alla cosiddetta offerta trattamentale e rieducativa promossa in carcere, cui appunto la comunità sociale finisce per contribuire in maniera determinante. Appare tuttavia importante rilevare che a fronte di quote consistenti di persone autorizzate ai sensi dell’art. 17 OP che mantengono un impegno di tipo continuativo presso le strutture penitenziarie – entrando e svolgendo cioè attività strutturate, quotidiane o settimanali, all’interno di vere e proprie programmazioni (si pensi alle attività sportive, teatrali, piuttosto che di tipo lavorativo e scolastico) – vi sono molte persone che vengono autorizzate per attività spot o per interventi o partecipazioni ad iniziative ed eventi che non hanno carattere di continuità e non delineano, per quanto importanti, un impegno strutturato e di lungo periodo. Si tratta di un fenomeno abbastanza ordinario che, di fatto, consolida anch’esso lo scambio tra esterno ed interno, ma che dev’essere colto chiaramente allo scopo di interpretare correttamente l’impegno del terzo settore e, in particolare del volontariato, in carcere.

L’articolo 78 dell’Ordinamento penitenziario delinea, invece, la figura dell’assistente volontario, caratterizzandone maggiormente l’impegno all’interno delle strutture detentive o degli Uffici per l’esecuzione penale esterna (UEPE), nonché le caratteristiche operative. Si è dinanzi ad un’attività di tipo volontario prestata in un determinato istituto o in un determinato Ufficio per l’esecuzione penale esterna, coordinata dal direttore e dal relativo personale interno. Anche in questo caso la comunità sociale partecipa al cosiddetto trattamento rieducativo, ma con un profilo – quello del volontario – definito secondo procedure di accesso, impegno, controllo e continuità maggiormente regolate dall’Amministrazione penitenziaria. Al co. 1 dell’art. 78 OP si legge:

l’Amministrazione penitenziaria può, su proposta del Magistrato di sorveglianza, autorizzare persone idonee all’assistenza e all’educazione a frequentare gli istituti penitenziari allo scopo di partecipare all’opera rivolta al sostegno morale dei detenuti e degli internati, e al futuro reinserimento nella vita sociale[5].

Dopodiché, al co. 2, l’articolo chiarisce che

gli assistenti volontari possono cooperare nelle attività culturali e ricreative dell’istituto sotto lo guida del direttore, il quale ne coordina l’azione con quella di tutto il personale[6].

Oltre a stabilire, infine, come dette attività non possano essere retribuite, si estende la collaborazione degli assistenti volontari anche agli Uffici per l’esecuzione penale esterna, allo scopo di supportare le misure alternative, le fasi di dimissione delle persone detenute e le loro famiglie. Gli assistenti volontari ex articolo 78 OP alla fine del 2016 erano 1.299, di cui 1.055 appartenenti ad organizzazioni, associazioni ed enti. Da rilevare come l’impegno di questi volontari si concentrasse principalmente in attività di sostegno alla persona ed alle famiglie con ben 818 persone coinvolte. Vi erano poi 218 persone impegnate nelle attività culturali, ricreative e sportive, 62 nelle iniziative di tipo formativo e lavorativo e 201 in attività religiose[7].

Questi iniziali riferimenti mettono in luce una comunità sociale indubbiamente attenta al mondo dell’esecuzione penale e, d’altra parte, partecipe, nelle sue molte articolazioni e declinazioni, al complesso processo di reinserimento sociale della persona detenuta o in misura alternativa al carcere.

Nel riferirci principalmente al ruolo giocato dal terzo settore – e in modo particolare dal volontariato – appare necessario riflettere oggi sulle trasformazioni che questo ha subito negli ultimi anni e su come ne siano mutati l’identità, i ruoli, gli impegni e le pratiche, anche – o soprattutto – in relazione ad un sistema penale e penitenziario certamente diverso da quello tratteggiato dall’Ordinamento penitenziario del 1975.

 

2. L’identità del terzo settore operante in carcere, tra passato e presente

Gli Stati generali sull’esecuzione penale, indetti dal Ministro della giustizia Andrea Orlando, e conclusisi con la presentazione del Documento finale nell’aprile 2016, consentono una prima riflessione sulle trasformazioni del terzo settore o, più precisamente, del volontariato, operanti in carcere.

L’Ordinamento penitenziario, si afferma nel Documento, è «cronologicamente la prima legge nella quale viene fatta menzione del volontariato » (Ministero della giustizia, 2016, p. 90)[8]. Siamo nel 1975 e solo nel 1991 arriverà la prima legge quadro sul volontariato (L. n. 266/1991). Pur rilevando ciò – elemento certamente non trascurabile ed ulteriore indicatore della validità e lungimiranza della legge penitenziaria italiana – è evidente come quanto allora previsto circa la figura del volontario (inquadramento, ruolo, pratiche) sia oggi soltanto in parte adeguato. Nel Documento si sostiene, infatti, che l’art. 17 OP individuasse nel volontario un «portatore di una competenza o di un progetto» (Ibidem), mentre l’art. 78 OP cogliesse maggiormente la «continuità soggettiva nel fornire [un] contributo [individuale]» (Ibidem). Entrambe le definizioni, per quanto sintetiche, possono essere condivise, alla luce soprattutto dei cambiamenti sociali che si sono succeduti ed ai mutamenti del sistema penitenziario. La figura tradizionale del volontario impegnato nell’assistenza materiale o relazionale della persona detenuta, piuttosto che nel supporto allo studio all’interno del penitenziario, in un rapporto spesso uno ad uno, si è aperta a figure volontarie molto più eclettiche, operanti sia singolarmente che all’interno di gruppi ed organizzazioni, maggiormente collegate con istituzioni ed altre associazioni esterne, con competenze sempre più varie, articolate ed estese. Inoltre il volontariato e, per esteso, il terzo settore – inteso come quel complesso di organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, fondazioni, associazioni di promozione sociale e, comunque, di organizzazioni senza finalità di lucro – negli ultimi decenni ha incrementato moltissimo la presenza all’interno delle strutture penitenziarie e la partecipazione alle attività rieducative e finalizzate al reinserimento sociale. Non vi è ambito ormai, nel quadro del trattamento rieducativo, in cui il terzo settore, nelle sue molteplici forme e definizioni, non intervenga. Si tratta di una partecipazione molto spesso competente, continuativa e fortemente collegata con gli istituti penitenziari e con le istituzioni esterne.

Questa consapevolezza è, dunque, alla base dell’analisi effettuata dai Tavoli degli Stati generali, tant’è che nel Documento finale, sullo specifico punto, si sottolinea – diversamente ed oltre la previsione normativa del 1975 – come:

il volontariato attuale [agisca] in modo associato, [discuta] al suo interno, [progetti].

Le direzioni responsabili dell’esecuzione, sia essa interna o esterna, devono quindi prendere confidenza con questo fatto, anche in relazione ai permessi di accesso e più in generale alle regole per inserire armonicamente l’azione del volontariato all’interno del progetto che l’istituto o l’Ufficio intendono portare avanti (Ibidem).

Dunque un volontariato più maturo; maggiormente articolato; sempre più sovrapposto ed intrecciato alle altre forme associative proprie del terzo settore; non più operante solo all’interno del circuito penitenziario, ma in sinergia anche con gli Uffici per l’esecuzione penale esterna e quindi, a supporto delle misure alternative alla detenzione, della messa alla prova (per i minori ed, oggi, anche per gli adulti), dei lavori di pubblica utilità; sempre più necessario alle istituzioni carcerarie allo scopo di completare l’offerta trattamentale e rieducativa, ma anche alle istituzioni pubbliche territoriali per assicurare le attività ed i servizi necessari alla piena tutela dei diritti delle persone detenute ed all’avvio di processi di reinserimento quanto più efficaci possibile. Il volontariato è così chiamato, diversamente da ieri, a progettare, a costruire reti ed alleanze, a rispondere alle esigenze delle istituzioni carcerarie e territoriali, ai nuovi bisogni della popolazione in esecuzione penale. In funzione di tutto ciò allora il Documento finale degli Stati generali esprime l’esigenza di

rivedere la normativa, in modo che meglio si adatti al ruolo del volontariato moderno, e [di] mettere in atto progetti e convenzioni atte a potenziare la presenza del volontariato negli UEPE e presso gli Uffici di sorveglianza del territorio (Ibidem).

Alla luce di queste considerazioni l’adeguamento normativo appare certamente opportuno, sembrano tuttavia necessarie anche altre valutazioni allo scopo di meglio chiarire – o ridefinire – l’identità ed i ruoli del volontariato e del terzo settore e le relazioni tra questi e le istituzioni territoriali e penitenziarie.

Intanto, come già accennato, non è più possibile parlare di volontariato in via esclusiva, considerando che in carcere entrano organizzazioni diverse, tutte comunque ascrivibili al terzo settore: è un mondo dinamico, piuttosto fluido, che sviluppa iniziative, interventi e progetti in sinergia con il carcere e con le istituzioni territoriali, in grado di sviluppare da un lato reti associative o consortili e, dall’altro, progettazioni dove convivono operatori e professionisti retribuiti, magari all’interno di cooperative o associazioni di promozione sociale, ed operatori volontari.

Il terzo settore, ed in buona parte il volontariato, sono stati investiti negli ultimi vent’anni di compiti ed impegni crescenti che ne hanno ridefinito l’identità ed il ruolo. La progressiva riduzione di risorse professionali e finanziarie in ambito penitenziario, contro l’esponenziale crescita della popolazione detenuta e dei relativi bisogni, assieme all’affievolimento dell’intervento pubblico, soprattutto degli enti locali e regionali, finalizzati al reinserimento dei detenuti, ha contribuito ad elevare il ricorso al volontariato e, in generale, al terzo settore, cui vengono affidati servizi ed interventi. E’ evidente come il peso specifico del terzo settore e del volontariato siano molto aumentati, facendo in qualche modo fronte alle esigenze, anch’esse crescenti, del sistema penitenziario, delle persone detenute e dei processi di reinserimento.

Tuttavia se da un lato è cresciuto il peso specifico del terzo settore, viene da chiedersi se siano effettivamente aumentate anche le capacità di risposta ai bisogni delle persone in esecuzione penale da parte delle istituzioni penitenziarie e delle istituzioni territoriali, ma anche del terzo settore.

Appare inoltre congruente porsi la domanda se a fronte di una crescita degli impegni del terzo settore ne sia cresciuto anche il ruolo rispetto ad istituzioni formalmente e sostanzialmente più strutturate e più forti (sistema carcerario, comuni, regioni, ecc.), riducendo il rischio di un rapporto troppo asimmetrico o subalterno.

Una terza questione riguarda, invece, la capacità del terzo settore di costruire reti efficaci, in grado non solo di progettare sinergicamente, ma anche di porsi come effettivi interlocutori nella messa a punto delle politiche e delle strategie penitenziarie e finalizzate a reinserimento.

Vi è poi la questione legata alla tutela dei diritti delle persone che popolano il sistema penitenziario e che il terzo settore, quale componente, importante, della comunità sociale, deve assicurare. Il volontariato ed il terzo settore nel suo complesso non possono sottrarsi ad un’opera di monitoraggio e valutazione delle condizioni detentive, in sinergia certamente con le direzioni dei singoli penitenziari e con i garanti dei diritti dei detenuti; così come non possono rinunciare a creare una nuova e più diffusa sensibilità sociale attorno a questi temi. Come dire, si tratta di prerogative proprie dell’identità e del ruolo sociale di questi organismi. Ed affinché, dunque, il volontariato e il terzo settore possano adempiere a questo compito, essi stessi debbono, a loro volta, essere tutelati e posti, nell’ambito delle loro funzioni, in grado di poter operare con grande autonomia e serenità.

L’identità, il ruolo e le pratiche del volontariato o, per meglio dire, del terzo settore, sono dunque mutate, da qui l’idea emersa durante i lavori degli Stati Generali di modificare la normativa che rende possibile l’accesso della comunità esterna agli istituti penitenziari (artt. 17 e 78 OP)[9].

Il nuovo profilo identitario, nonostante questi interrogativi, mostra oggi un terzo settore molto più eclettico, articolato ed in grado di operare in maniera organizzata come collettivo. Ne sono cresciute indubbiamente le competenze, le capacità di interagire a livello interistituzionale, di prospettare soluzioni e di progettare. Questi gruppi mantengono oggi un contatto costante con gli enti territoriali e con l’Amministrazione penitenziaria, sono introdotti in tutti gli ambiti del cosiddetto trattamento rieducativo e supportano, talvolta, lo stesso trattamento penitenziario generale. Questa forte ed ormai radicata presenza presso gli istituti penitenziari, richiede comunque uno statuto nuovo del volontariato e del terzo settore, finalizzato a chiarirne ancor più il ruolo, gli spazi di agibilità e, perché no, la forza negoziale[10]. L’importanza di questo settore, di questi gruppi, appare talmente cresciuta che anche gli interlocutori istituzionali devono tenerne conto, promuovendone non solo le capacità concrete di progettazione e di realizzazione degli interventi, ma anche le conoscenze, le valutazioni, le capacità di orientare le politiche e di contribuire all’individuazione di nuove strategie. Gli operatori si muovono ormai dentro e fuori dal carcere in un continuum tra interno ed esterno che forse nessun altro soggetto, anche istituzionale, può realmente garantire. Dal carcere, alle misure alternative, al reinserimento sociale, spesso è proprio il volontario, l’associazione o la cooperativa sociale, ad assicurare una sponda o, più ancora, una rete di relazioni a sostegno del processo individuale di reinserimento. La ricostruzione di reticoli di relazioni più o meno forti, più o meno estesi, ma comunque basilari per il reinserimento, è affidata molto spesso agli operatori esterni che, a partire dal periodo di detenzione, assicurano quel primo nucleo di contatti e di relazioni che domani agevoleranno il reinserimento. Volontari ed operatori del terzo settore contribuiscono, inoltre, fattivamente al rispetto della norma da parte delle istituzioni, poiché sostengono, e sovente agevolano, la realizzazione di servizi e progetti non sempre realizzati a pieno dalle istituzioni preposte. In questa prospettiva detti soggetti contribuiscono a tutelare i diritti della popolazione detenuta.

 

3. Un nuovo “statuto” per il terzo settore

Volontari ed operatori del terzo settore necessitano di un nuovo statuto che assuma queste importanti caratteristiche e che contribuisca a superare i punti di maggior criticità.

Anzitutto, come anticipato, è necessario capire se all’incremento del peso specifico del terzo settore operante nel sistema penitenziario, abbia corrisposto un aumento anche della capacità di risposta di tutti gli altri soggetti coinvolti, a partire dalle istituzioni penitenziarie e dagli enti ed i servizi territoriali, fino ad arrivare agli stessi operatori e volontari. Se da un lato è vero che le capacità di progettazione ed intervento del terzo settore si sono moltiplicate, spinte da un sistema dell’esecuzione penale in forte crescita e da una popolazione detenuta sempre più differenziata e vulnerabile, non sembra vi sia stata una altrettanto pronta crescita delle risorse professionali all’interno del sistema penitenziario e, d’altra parte, delle risorse finanziarie disponibili per il trattamento rieducativo e per i percorsi di reinserimento sociale. La questione è nota da tempo, ma assume un tono allarmante quando anche nei lavori degli Stati generali venga chiaramente sottolineata, senza lasciare troppi equivoci:

Il volontariato certamente deve agire non come supplenza di figure istituzionali né sanare la carenza di figure che è opportuno inserire ufficialmente e con professionalità specifica (valga per tutte la figura del mediatore culturale). Deve agire inserendosi nel percorso progettuale definito in un istituto o nei programmi di esecuzione penale esterna affiancando le altre professionalità, e non in sostituzione a esso; deve, quindi, saper affiancare chi professionalmente opera (Ministero della giustizia, 2016, p. 90).

Il volontario – ma la questione non è così diversa per quegli operatori che mantengano un incardinamento in altre forme associative del terzo settore – non deve sostituire le figure professionali istituzionali specificamente preposte. E’ ovvio che dette figure debbono esserci! Soltanto relativamente al cosiddetto trattamento rieducativo ed ai percorsi di reinserimento sociale le figure drammaticamente sotto organico non riguardano solo i mediatori culturali o linguistici, certamente importanti, ma anche e soprattutto gli educatori penitenziari – dal 2010 ridefiniti, forse non del tutto opportunamente, come funzionari della professionalità giuridico-pedagogica – piuttosto che le figure esperte preposte per l’osservazione della personalità, gli psicologi o gli assistenti sociali, questi ultimi alle prese peraltro con un’area – quella dell’esecuzione penale esterna – in continua crescita, non solo per il progressivo innalzamento del numero delle misure alternative, ma anche per il sommarsi delle misure di probation[11]. L’esigenza di figure professionali competenti ed istituzionalmente inquadrate deriva anche dall’estrema complessità e fluidità della popolazione carceraria, oggi così differenziata per provenienza nazionale e culturale, per posizione giuridica, per profilo di salute, per vulnerabilità personali e sociali. Vi è, dunque, bisogno di una prima, certa ed appropriata, presa in carico della persona da parte delle figure professionali, con le quali potranno cooperare, in affiancamento o in stretta sinergia, tutte le altre figure, coordinate secondo un progetto di reinserimento condiviso ed all’interno di un progetto d’istituto. Troppo spesso accade che compiti istituzionali, previsti dalla norma, servizi o interventi, a causa della mancanza di personale o della carenza di risorse finanziarie, vengano richiesti a volontari ed operatori del terzo settore, quando non entrino in gioco anche tirocinanti universitari o post-universitari e giovani del servizio civile che, per quanto appassionati, disponibili e competenti, sono chiamati a sviluppare un’esperienza formativa di tipo diverso, non certo a surrogare compiti di altri. Appare pertanto necessario una ridefinizione degli ambiti di intervento e collaborazione del volontario o dell’operatore, sovente anche molto professionalizzato, della cooperativa sociale o di un’agenzia formativa, allo scopo di uscire da un quadro che rischia di creare sovrapposizioni di responsabilità, di ruoli e di interventi. A questo processo di ridefinizione devono concorrere tutti gli attori in gioco: l’istituzione penitenziaria, mediante l’immissione di figure professionali oggi mancanti e fortemente sacrificate; gli enti territoriali, mediante l’attivazione di strategie ed interventi finalizzati ad una più efficace presa in carico della persona in esecuzione penale e l’incremento delle risorse finanziarie per l’inclusione sociale; gli operatori del terzo settore ed i volontari, attraverso una maggior disponibilità a coordinarsi, una progressiva differenziazione delle competenze e degli interventi (almeno sul piano locale), un’attività di aggiornamento e formazione continua che permetta loro di rispondere alle esigenze, in continua evoluzione, della popolazione in esecuzione penale, allo scopo di accrescere il ruolo di interlocuzione, attiva e responsabile, con le amministrazioni pubbliche.

Secondariamente risulta importante capire quale sia oggi la relazione intercorrente tra le istituzioni appena richiamate ed il volontariato o il terzo settore. Appare infatti indispensabile superare il rischio che le organizzazioni del terzo settore mantengano ruoli subalterni o troppo asimmetrici rispetto ad istituzioni forti, formalmente e sostanzialmente strutturate, come l’Amministrazione penitenziaria, gli enti locali, la Regione o i servizi pubblici. Il rischio è rilevabile soprattutto nella relazione tra sistema carcerario e volontariato, ma anche tra altri soggetti del terzo settore ed altre amministrazioni, penitenziarie o territoriali. Per fare un paio di esempi: l’associazione di volontariato operante in carcere rappresenta, per così dire, l’ultima frontiera, oltre la quale alla persona detenuta non rimane che affidarsi a se stessa o alla famiglia, quando presente! Questa consapevolezza spinge il volontario a mantenere, al di là dei mille ostacoli che la condizione carceraria produce, una presenza ed un intervento al di là dell’inverosimile. Il volontario non si arrende mai! Figura preziosissima e nobile nel nostro sistema penitenziario e sociale. Tuttavia questa larghissima disponibilità rischia di generare effetti perversi: il primo è rintracciabile in una sostanziale accettazione delle prassi organizzative, ma anche delle resistenze, degli ostacoli, e delle contingenze, proprie delle strutture carcerarie, in grado di condizionare sovente le prassi di quanti dall’esterno entrano ordinariamente per svolgere servizi ed attività (insegnanti, docenti universitari, operatori sportivi, teatrali, ministri di culto, ecc.). L’attenuazione, in un certo momento, del personale di polizia penitenziaria è sufficiente presso una struttura carceraria per chiudere un’attività per giorni; un qualsiasi altro problema organizzativo interno può impedire l’accesso ai locali per molto tempo, condizionando così l’impegno e l’attività di molte altre persone esterne. Dinanzi a queste problematicità, non sempre comprensibili e spiegabili sino in fondo, il volontariato assume una posizione di disponibilità verso la struttura penitenziaria, modificando le proprie prassi, cercando vie alternative, ristrutturando i propri impegni, al fine, precipuo, di non rinunciare alla relazione con la persona detenuta, al servizio o all’attività di sostegno nei confronti di quest’ultima. Il fine è certamente comprensibile e di alto valore, ma certamente rischia di consolidare un atteggiamento unilaterale e direttivo da parte dell’Amministrazione penitenziaria che, forse, andrebbe assolutamente mitigato a favore di un’intesa più matura e cooperante. Un altro effetto perverso può essere rintracciato nell’adesione, da parte di buona parte del terzo settore (cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato), a politiche ed interventi varati dagli enti locali o dalle regioni a favore della popolazione detenuta o a sostegno dei percorsi di reinserimento sociale. Negli ultimi anni si è assistito ad una pesantissima riduzione delle risorse rese disponibili a tal fine da comuni e regioni, complice certamente la crisi economica. Si è trattato di un’attenuazione delle risorse che da un lato ha richiesto la prosecuzione di interventi a costi sempre inferiori, con risorse professionali ridotte, e normalmente di durata definita e contenuta e, dall’altro lato, ha favorito un maggior coinvolgimento del volontariato con il conseguente abbattimento dei costi. Il rischio, anche in questo caso, è di vedere un terzo settore totalmente dipendente da scelte pubbliche, non sempre di ampio respiro, correlate esclusivamente con la disponibilità di risorse. Questa tendenza ha prodotto effetti sulla qualità delle iniziative di reinserimento sociale: gli interventi si sono progressivamente rarefatti, raggiungendo quote di persone sempre inferiori; hanno subito una trasformazione relativamente alla durata: divenendo tutti di breve durata, a tempo determinato o spot, limitando così la realizzazione di percorsi di più ampio respiro, in grado di prendere in carico le persone per periodi più congrui rispetto ai loro percorsi individuali e penali; hanno visto un depotenziamento di tipo professionale, dovendo – a causa della scarsità di risorse – tagliare o contingentare le professionalità necessarie e prevedere quote di lavoro affidate ad operatori volontari. Sembra allora necessario un riposizionamento del terzo settore rispetto alle diverse amministrazioni coinvolte ed agli enti territoriali, allo scopo di partecipare alla messa a punto delle politiche e delle strategie di reinserimento sociale e di innalzare, sin dalle fasi di progettazione, la qualità complessiva delle iniziative e degli interventi di inclusione sociale. La flessibilità, il dinamismo e l’adattabilità del terzo settore, non possono indirettamente avvalorare il rischio di una progressiva deresponsabilizzazione dell’intervento pubblico nei processi di inclusione sociale.

Questi elementi pongono l’ulteriore esigenza per il terzo settore di costruire reti efficaci finalizzate a cooperare e progettare sinergicamente, ma anche ad interagire meno occasionalmente e su piani più generali con le istituzioni penitenziarie e territoriali. Appare evidente che le diverse anime del terzo settore, le diverse forme che lo caratterizzano, i molteplici gruppi che lo compongono, debbano attenuare i singoli punti di vista, gli immediati interessi, anche se legittimi, legati alle progettualità concrete e, quindi, alle prospettive di finanziamento, per divenire anzitutto interlocutori credibili delle istituzioni o delle amministrazioni pubbliche, nell’elaborazione delle politiche e delle strategie generali. L’agire in rete, rinunciano ciascuno, almeno sul piano generale, a piccole quote di sovranità, certamente contribuirebbe a rafforzare un’azione unitaria orientata ad evidenziare le tematiche più urgenti ed a promuovere politiche, strategie ed interventi, probabilmente riuscendo anche ad indirizzare le diverse istituzioni ad accogliere proposte, indirizzi e prospettive progettuali. Per quanto non sia semplice dar vita ad un lavoro di rete responsabile, continuativo ed in grado di portare a sintesi temi e prospettive, sembra oggi un orizzonte indispensabile cui il terzo settore debba tendere. Si tratta di sviluppare un’opera di continua manutenzione delle reti di cooperazione: questi reticoli non si danno una volta per tutte, ma debbono essere curati e sostenuti costantemente, finalizzati a mantenere un’interlocuzione di alto profilo con le istituzioni, orientandone le scelte nel campo penitenziario e del reinserimento sociale. E’ un’opera che non deve apparire come residuale, ma come essenziale per innalzare la qualità complessiva delle attività e degli interventi del terzo settore. Un buon lavoro di rete, ispirato all’intesa, contribuisce ad innalzare i livelli di comunicazione reciproca e, quindi, di cooperazione, sostenendo una più efficace opera di coordinamento, di differenziazione delle competenze e, in ultimo, di partecipazione alle risorse esistenti, magari secondo partenariati meno occasionali e più pertinenti. In una recente ricerca sull’impegno del terzo settore in carcere e, in generale, nei processi di reinserimento sociale delle persone detenute in Toscana, realizzata dal Centro Sociale Evangelico di Firenze, in collaborazione con il Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana e con la Fondazione Giovanni Michelucci, emergeva la grande eterogeneità dei soggetti appartenenti a volontariato e terzo settore e la significativa capacità di intervento, ma – a conferma di quanto detto – anche l’esigenza di un maggior coordinamento e di un lavoro di rete che ancora non appare del tutto maturo[12].

La crescita del volontariato e del terzo settore ne modifica i ruoli e ne accresce anche le responsabilità, soprattutto in un contesto come quello carcerario. E’ evidente che questi operatori, come del resto tutti quelli presenti nel sistema penitenziario (interni all’Amministrazione penitenziaria ed esterni) debbano contribuire a fare del carcere una casa di vetro, un luogo trasparente, in cui i diritti delle persone detenute siano tutelati pienamente. Volontari ed operatori a diverso titolo impegnati debbono allora concorrere, assieme alle direzioni delle strutture penitenziarie, ai garanti dei diritti dei detenuti, agli enti territoriali, al monitoraggio delle condizioni detentive ed all’innalzamento della qualità della vita interna. Ed è principalmente per questo impegno civico, sociale, che volontariato e terzo settore debbono poter operare in carcere con autonomia – anche se in coordinamento con le autorità responsabili – vedendosi riconoscere il giusto ruolo ed i necessari spazi di agibilità, secondo logiche di rete in grado di connettere efficacemente tutti i soggetti in campo. Il mantenimento di un profilo sommario e di relazioni troppo asimmetriche con le istituzioni certamente indebolirebbe questa funzione di monitoraggio e tutela, sacrificando anche quell’opera, altrettanto importante e nobile, di sensibilizzazione sociale che direttamente ed indirettamente il volontariato ed il terzo settore promuovono:

il volontariato penitenziario […] dà un contributo importante alla creazione di una diffusa sensibilità sociale sulle questioni legate alla esecuzione penale e in generale alla legalità e alla giustizia (Ministero della giustizia, 2016, p. 90).

 

4. Conclusioni  

Il ruolo del terzo settore nell’esecuzione penale e, soprattutto, l’impegno del volontariato in carcere, sono divenuti in questi ultimi anni fondamentali per il sistema penitenziario nel suo complesso. Le trasformazioni penali, penitenziarie e sociali, non hanno impedito una crescita del terzo settore, anzi ne hanno valorizzato il dinamismo, le capacità di progressivo riadeguamento, lo sviluppo di nuove e più articolate competenze.

Il sistema dell’esecuzione penale non potrebbe oggi rinunciare a questo apporto: molte delle funzioni principali cui il carcere deve adempiere subirebbero pesanti ridimensionamenti, fino al definitivo azzeramento, come nel caso di buona parte delle attività rieducative previste dall’art. 27 della Costituzione.

Sembra, dunque, di fondamentale importanza valorizzare e promuovere il ruolo, l’impegno e le prassi del terzo settore e, nello specifico, del volontariato in carcere, soprattutto per la flessibilità che questi riescono ad esprimere e per la capacità che manifestano nel corrispondere quotidianamente ai nuovi bisogni che la popolazione detenuta o in misura alternativa esprime: provenienze nazionali differenziate, posizioni penali e penitenziarie diverse, presenza di persone altamente vulnerabili, situazioni sanitarie molto precarie.

Il processo di riconoscimento, valorizzazione e promozione deve avvenire allora entro un rinnovato statuto del terzo settore operante in carcere ed all’interno di un quadro di relazioni con le istituzioni penitenziarie e territoriali più maturo ed efficace. Alle trasformazioni che hanno caratterizzato il terzo settore deve pertanto corrispondere una trasformazione di tutte le istituzioni preposte alla tutela delle persone in esecuzione penale ed al loro reinserimento sociale, orientata ad una maggiore ed effettiva porosità – così come definita dagli Stati generali dell’esecuzione penale – del sistema penitenziario italiano, ma anche ad una maggiore permeabilità delle politiche e delle strategie sociali messe in campo dalle istituzioni pubbliche e dalle amministrazioni territoriali.

 

 

 

 

Bibliografia

AA.VV. (2014), Il carcere al tempo della crisi, Consiglio regionale della Toscana – Fondazione Giovanni Michelucci, Firenze, www.michelucci.it

Centro Sociale Evangelico (2017), Carcere e terzo settore: monitoraggio delle rete di sostegno toscana, Firenze, www.dentrofuorinetwork.org

Corleone F. (2017), Relazione annuale 2017 del Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Regione Toscana, Firenze 2017, www.consiglio.regione.toscana.it/garante-detenuti/

Fondazione Giovanni Michelucci (2016), Riforma del carcere e società, “La nuova città”, IX serie, n. 5, 2016, www.michelucci.it

Ministero della giustizia, Sezione Statistica dell’Ufficio per lo Sviluppo e la Gestione del Sistema Informativo Automatizzato, Soggetti esterni e assistenti volontari che partecipano alle attività rieducative, 31 dicembre 2016, www.giustizia.it

Ministero della giustizia (2016), Stati generali sull’esecuzione penale, Documento finale, 16 aprile 2016, Roma, www.giustizia.it

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Saverio Migliori, giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Firenze, è laureato in Scienze dell’educazione e dottore di ricerca in Qualità della formazione. Lavora come ricercatore presso la Fondazione Giovanni Michelucci dove si occupa di studi, ricerche e progetti sulle condizioni penitenziarie, la formazione in carcere e la tutela dei diritti delle persone detenute.

Collabora con il Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana. Insegna presso la Scuola e Formazione-Lavoro Don Giulio Facibeni di Firenze e collabora con l’Università degli Studi di Firenze per la realizzazione del Polo universitario penitenziario della Toscana sin dalla sua attivazione. E’ impegnato in attività e progetti educativi e di reinserimento sociale con l’Associazione Volontariato Penitenziario Onlus di Firenze. E’ autore di vari saggi e monografie sulla formazione in contesti di marginalità e nell’esecuzione penale.

 

[1] Fonte: Ministero della giustizia, Sezione Statistica dell’Ufficio per lo Sviluppo e la Gestione del Sistema Informativo Automatizzato, Soggetti esterni e assistenti volontari che partecipano alle attività rieducative, 31 dicembre 2016, www.giustizia.it, consultato il 14.07.2017.

[2] Art. 17, co. 1, Legge 26 luglio 1975, n. 354.

[3] Art. 17, co. 2, Legge n. 354.

[4] Fonte: Ministero della giustizia, Sezione Statistica dell’Ufficio, op. cit., www.giustizia.it, consultato il 14.07.2017.

[5] Art. 78, co. 1, Legge 26 luglio 1975, n. 354.

[6] Art. 78, co. 2, Legge n. 354.

[7] Fonte: Ministero della giustizia, Sezione Statistica dell’Ufficio, op. cit., www.giustizia.it, consultato il 14.07.2017.

[8] Il Documento finale degli Stati generali sull’esecuzione penale è stato elaborato dal relativo Comitato scientifico, composto da Glauco Giostra (coordinatore), Adolfo Ceretti, Franco Della Casa, Mauro Palma, Luisa Prodi, Marco Ruotolo, Francesca Zuccari.

[9] Nello specifico le proposte di modifica agli artt. 17 e 78 dell’Ordinamento penitenziario ed all’art. 120 del Regolamento di esecuzione dell’Ordinamento penitenziario (D.P.R. 30 giugno 2000, n. 230), sono espresse nella Relazione del Tavolo 17 – Processo di reinserimento e presa in carico territoriale – degli Stati generali dell’esecuzione penale, al punto 19.2.

[10] Al fine di cogliere più concretamente l’articolazione e l’ampiezza dell’intervento del terzo settore in carcere, soprattutto nell’esperienza toscana, si rimanda alla ricerca effettuata dal Centro Sociale Evangelico di Firenze, in collaborazione con il Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana e con la Fondazione Giovanni Michelucci, presentata il 30 giugno 2017. La ricerca, intitolata: Carcere e terzo settore: monitoraggio della rete di sostegno toscana, può essere consultata al sito: www.dentrofuorinetwork.org .

[11] A fronte delle 56.919 persone detenute (adulte) in Italia alla data del 30 giugno 2017, di cui 2.403 donne (4,2%) e 19.432 di origine straniera (34,1%), il complesso delle misure alternative, lavori di pubblica utilità, misure di sicurezza, sanzioni sostitutive e messa alla prova, interessavano, alla stessa data, altre 46.085 persone. Nello specifico le persone in affidamento in prova ai servizi sociali erano 13.972, 808 erano in semilibertà, 10.431 in detenzione domiciliare, 3.803 in libertà vigilata, 173 in libertà controllata e 10 in semidetenzione. A queste si aggiungevano 9.678 persone in messa alla prova e 7.210 in lavori di pubblica utilità. Fonte: Ministero della giustizia, Sezione Statistica dell’Ufficio per lo Sviluppo e la Gestione del Sistema Informativo Automatizzato, Misure alternative, lavoro di pubblica utilità, misure di sicurezza, sanzioni sostitutive e messa alla prova, 30 giugno 2017, www.giustizia.it, consultato il 14.07.2017.

[12] Centro Sociale Evangelico (2017), op. cit., www.dentrofuorinetwork.org

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