ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Rossana Trifiletti

Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Firenze

Articoli di Rossana Trifiletti:

Riassunto: L’articolo descrive le recenti trasformazioni del percorso di formazione e dell’ingresso nel mercato del lavoro degli assistenti sociali in Italia basandosi su dati di Almalaurea e su dati di ricerche recenti: il quadro che emerge è di una rapida perdita del vantaggio occupazionale della categoria rispetto all’insieme delle altre lauree triennali con un effetto della crisi economica più marcato che in altri ambiti. I posti di lavoro garantiti nel settore pubblico sono diminuiti molto velocemente portando a diminuzioni sensibili della retribuzione e della tenure oltre che alla ricerca di lavori lontani dalla propria formazione. Si esaminano le probabili ricadute di queste trasformazioni sulle pratiche professionali della relazione di aiuto e i principi fondamentali della professione di Assistente sociale.

DOI: 10.1400/250262

LE TRASFORMAZIONI DELLA PROFESSIONE DI ASSISTENTE SOCIALE NELLA CRISI ECONOMICA

 

Laura Bini*, Rosanna Trifiletti*

*Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Firenze

 

 

 

 

Riassunto: L’articolo descrive le recenti trasformazioni del percorso di formazione e dell’ingresso nel mercato del lavoro degli assistenti sociali in Italia basandosi su dati di Almalaurea e su dati di ricerche recenti: il quadro che emerge è di una rapida perdita del vantaggio occupazionale della categoria rispetto all’insieme delle altre lauree triennali con un effetto della crisi economica più marcato che in altri ambiti. I posti di lavoro garantiti nel settore pubblico sono diminuiti molto velocemente portando a diminuzioni sensibili della retribuzione e della tenure oltre che alla ricerca di lavori lontani dalla propria formazione. Si esaminano le probabili ricadute di queste trasformazioni sulle pratiche professionali della relazione di aiuto e i principi fondamentali della professione di Assistente sociale.

 

Parole chiave: Assistenti sociali, precarizzazione lavorativa, lavoro sociale nella crisi, relazione di aiuto, fiducia.

 

Abstract: Trasformation of the social workers career. The paper describes the recent transformation of the training and entry into the labor market of social workers in Italy relying on Almalaurea data and on recent survey data: the picture that emerges is of a rapid loss of employment advantage of the category compared to all the other three-year degrees with a more pronounced effect of the economic crisis than in other areas. The places of guaranteed public sector employment fell very quickly leading to sharp drops in remuneration and tenure, as well as looking for work away from their training. The likely impact of these changes on the professional practices of the helping relationship and the basic principles of the Social Worker profession is analyzed.

Key words: Social workers, precarious work; social work in the crisis; helping relationship; trust.

 

 

 

1.1 Le garanzie decrescenti del percorso di formazione[1]

La professione di Assistente sociale si è sempre appoggiata nel nostro paese, come nella maggior parte dei paesi europei (Campanini 2015), su un percorso di formazione marcatamente professionalizzante che, però, nel caso dell’Università italiana pre-riforme e pre Processo di Bologna[2], si collocava ai margini dell’accademia con il suo forte investimento nei tirocini (Lorenz 2009; Tognetti Bordogna 2015) e l’elevato numero di insegnamenti professionali. Questo percorso è stato, così, a lungo “diverso” e relativamente immune dai difetti classici dell’Università italiana su cui la riforma si proponeva di intervenire ed è, poi, effettivamente intervenuta con un qualche iniziale successo: l’eccessivo prolungamento degli studi oltre il corso legale e l’occupabilità a titolo conseguito. Paradossalmente oggi la traiettoria di graduale accademicizzazione dei corsi di laurea di Servizio sociale (cfr. Facchini e Tonon Giraldo 2010) sembra farli muovere in direzione evolutiva contraria al complesso delle altre lauree: cioè sembra di assistere ad una netta perdita dei vantaggi di questo percorso in termini di tempestività dell’inserimento nel mercato del lavoro ed anche di occupabilità più in generale; questo avviene non solo per una comprensibile convergenza dovuta all’introduzione dei tirocini nelle altre aree disciplinari, che così recuperano nelle due direzioni, ma va molto oltre, come cercherò di mostrare.

Il relativo successo delle riforme è testimoniato dal calo dell’età media alla laurea di oltre due anni nei primi 10 anni della riforma nella totalità dei settori, se considerata al netto dei ritardi nell’immatricolazione (Cammelli 2010, p.19). E si è anche visto, verso la fine della crisi economica, un qualche minimo effetto di diminuzione della disoccupazione ad un anno dalla laurea (oltre tre punti percentuali per la coorte dei laureati del 2014 rispetto a quella del 2013), sempre considerando l’insieme dei corsi di laurea e pur dopo la macroscopica perdita di occasioni di occupazione negli anni della crisi (Consorzio Almalaurea 2016, p. 63 ). L’effetto della riforma di produrre una quota crescente di laureati nei termini legali del corso di laurea è visibile anche nel caso di Servizio sociale, ma i vantaggi occupazionali di questo percorso formativo si sono dileguati con la crisi in misura assai più marcata che per l’insieme delle lauree triennali:

 

Tab. 1 Lavorare ad un anno dalla laurea

 

Tutte le triennali

Di cui maschi

Di cui femmine

 Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

Di cui femmine

Lavorava nel 2009

 45,9

 45,6

 46,2

  54,9

 56,5

54,7

Lavorava nel 2015

 38,4

 37,5

 39,0

  38,7

 49,7

37,9

 

differenza

  -7,5

  -8,1

 - 7,2

 -16,2

 -6,8

-16,8

 

Disoccupato nel 2009

 20,4

 18,5

 21,6

 24,2

 24,5

 24,2

Disoccupato nel 2015

 25,3

 23,1

 26,7

 37,4

 26,0

 38,2

differenza

+ 4,9

 + 4,6

 + 5,1

+13,2

 +1,5

 +14,0

Fonte Almalaurea 2010 e 2016[3]

 

Come si evince dalla tab.1, infatti, mentre l’insieme dei laureati triennali con la crisi ha meno facilmente un’occupazione ad un anno dalla laurea, perdendo 7 punti percentuali e mezzo in sei anni (con lievi differenze di genere, comunque a favore delle femmine), i triennalisti di servizio sociale ne perdono oltre il doppio, 16,2% e vedono un netto vantaggio dei pochissimi laureati maschi, che evidentemente godono di uno specifico effetto token[4], che li favorisce, mentre le laureate, che sono sempre la stragrande maggioranza nel corso di laurea, sono passate da un consistente vantaggio in termini di occupazione, rispetto all’insieme delle altre laureate, ad uno svantaggio, per la prima volta, di oltre due punti percentuali rispetto alle colleghe di altri indirizzi di studio; allo stesso tempo il loro tasso di disoccupazione esplicito[5] è aumentato in questi stessi anni di 14 punti percentuali e non di 5, come nell’insieme delle laureate triennali di tutti gli indirizzi.

 

1.2 Le difficoltà in aumento nel mercato del lavoro

Trattandosi, nel caso di Servizio sociale, di corsi che sicuramente hanno potuto profittare in tutte le sedi, nel loro percorso di graduale accademicizzazione successivo alla riforma, di insegnamenti sempre più interni all’Università e tenuti da docenti incardinati, per il taglio, ovunque, degli incarichi esterni, le aumentate difficoltà nel passaggio al lavoro vanno riportate in misura verosimilmente maggiore alle dinamiche del mercato del lavoro che non alla formazione in sé, anche se si segnala un inevitabile effetto di riduzione della vicinanza alla professione (Tonon Giraldo 2005). L’ambito lavorativo degli assistenti sociali infatti, in precedenza tradizionalmente garantito dalla sicurezza del settore pubblico, ha visto un aumento consistente degli assistenti sociali attivi nel terzo settore (De Cataldo e Sala 2015, p. 147), anche se questo sembra essere lo sbocco più frequente dei laureati in Servizio sociale che, di fatto, poi fanno gli educatori (Niero et al 2015, p. 169). Nel complesso delle professioni del sociale, infatti, il Censimento Dell’Industria e dei servizi già al 2011 rilevava un aumento intercensuario di 26.604 posti di lavoro dipendente nelle imprese sociali attive nel settore dell’assistenza (Istat 2014). Non si tratta evidentemente di una cifra riferita esclusivamente ai ruoli di assistente sociale, ma di tutti gli addetti con le più diverse qualifiche[6], che li ricomprende.

 Lo dimostra inequivocabilmente la ricerca condotta dall’Università Milano Bicocca nel 2014 su 6 coorti di laureati in servizio sociale di tutta Italia[7], che ha rilevato una percentuale ormai sotto il 30% di laureati triennali che svolgono effettivamente un lavoro di assistente sociale (29%), con quote più elevate nel Nord-Ovest e fra i laureati da oltre 5 anni, che lasciano ancora più scoperti il Centro e Mezzogiorno e le coorti più recenti (Niero et al. 2015, pp. 158-161). E il dato simmetrico più preoccupante rilevato da questa stessa ricerca, in quanto dato che approssima una tendenza di flusso, è il 67% dei triennalisti di tutte le coorti considerate insieme che non hanno mai lavorato come Assistenti sociali (Cacioppo e May 2015, p. 118). La ricerca dimostra, però, anche che l’imprinting culturale e la forza identitaria del percorso professionalizzante non sembrano poi disperdersi troppo, dal momento che la maggior parte delle altre professioni in cui si accetta di lavorare sono comunque nel settore sociosanitario e dei servizi sociali (educatore, formatore, ASA, OSS…), mentre le occupazioni sicuramente fuori dal settore, presumibilmente accettate opportunisticamente, sono solo il 13,3% con una varianza molto minore fra territori (e anche un po’ minore fra le diverse coorti di laurea) ed una tendenziale coincidenza con i lavori nel settore privato for profit (Niero et al. 2015, p. 168).

Va inoltre sicuramente tenuto conto, negli anni più recenti, del progressivo esaurimento fra i laureati triennali di servizio sociale dei diplomati che già lavoravano come assistenti sociali prima della costituzione del percorso universitario, sulla base di titoli di Scuola a fini speciali o di vari tipi di diplomi, universitari e non; questi sceglievano di laurearsi come forma di aggiornamento, spesso con consistenti abbreviazioni di percorso e spesso, quindi, ad un anno dalla laurea triennale semplicemente proseguivano un lavoro precedente, prevalentemente già nel pubblico (Facchini 2010).

 

Tab. 2 Il lavoro nei diversi settori ad un anno dalla laurea

 

Tutte le lauree triennali

 

Di cui maschi

 

      

Di cui femmine

        

Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

 

 

Di cui femmine

   

Lavorava nel pubblico nel 2009

24,3

21,9

25,8

31,9

24,3

32,6

Lavorava nel pubblico nel 2015

13,2

 

 

12,4

 

 

13,7

 

       

13,8

 

 

8,5

 

     

14,3

 

 

Diff.2009/2015

     -11,1

       -9,5

     -12,1

     -18,1

    -15,8

     -18,3

Lavorava nel privato nel 2009

75,6

78,0

74,1

68.0

75,7

67,3

Lavorava nel privato nel 2015

38,4

37,5

39,0

60,8

59,2

61,0

Lavorava nel no profit nel 2015

 7,8

 5,3

 9,5

24,8

31,9

24,3

               

 

Come evidenzia la tab.2, anche i dati Almalaurea illustrano molto chiaramente come sia la perdita dell’accesso privilegiato al lavoro nel settore pubblico che spiega lo svantaggio occupazionale dei laureati di servizio sociale per effetto della crisi, uno svantaggio molto maggiore di quello accumulato dai triennalisti in genere. Al tempo stesso si rileva, nello stesso arco di anni, una maggior tenuta del settore privato per i triennalisti di servizio sociale; quest’ultimo non era distinto dal terzo settore alla misurazione Almalaurea del 2010[8] e rimanda evidentemente a casi di lavori non coerenti o non del tutto coerenti con la formazione ricevuta[9] (cfr. infra). Le occasioni di lavoro nel settore no profit sono, simmetricamente, aumentate assai di più, come è logico, per i laureati di servizio sociale, ma, come già accennato, richiederebbero un’analisi più dettagliata delle situazioni contrattuali più frequenti oltre che dei contenuti del lavoro. Va comunque tenuto conto del fatto che, anche nel settore pubblico, per effetto del blocco delle assunzioni e del taglio dei fondi agli Enti locali si assiste ad una generalizzazione dei contratti a termine (sempre più brevi) e delle sostituzioni come prima forma di accesso al mercato del lavoro, che poi spesso rimangono a lungo l’unica forma accessibile:

 

 

 

Tab.3 La condizione contrattuale nel lavoro

 

Tutte le lauree triennali

 

Di cui maschi

 

      

Di cui femmine

        

 Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

 

 

Di cui femmine

   

Lavorava con contratto stabile nel 2009

38,0

43,8

34,2

40,9

52,7

39,9

Lavorava con contratto stabile nel 2015

 35,7

 41,0

32,3

30,8

43,7

29,6

Diff.2009/2015

      -2,3

       -2,8

     -2,1

     -10,1

     -9,0

     -10,3

 

Anche in questo caso lo svantaggio che i laureati (laureate) in servizio sociale accumulano negli anni della crisi in termini di perdita di posizioni garantite non si può considerare “convergente” con l’insieme delle lauree: risulta evidente che perdono tutto il loro vantaggio iniziale e sono colpite da uno svantaggio consistente che, anche in questo caso, risparmia, almeno un poco, il privilegio di mercato del lavoro della minoranza dei maschi. La diminuzione così marcata di contratti stabili va poi anche spiegata con le accresciute presenze nel terzo settore, dove i laureati che anche lavorino come assistenti sociali, pur godendo, paradossalmente, di qualche margine di autonomia e responsabilità in più che nel settore pubblico, sono nelle ultime coorti assai più lavoratori dipendenti che non soci fondatori di imprese sociali (Fazzi 2013);

 

Tab. 4 Il guadagno medio mensile ad un anno dalla laurea in euro

 

Tutte le lauree triennali

 

Di cui maschi

 

      

Di cui femmine

        

Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

 

 

Di cui femmine

   

Guadagno medio nel 2009

964

1083

888

850

1226

819

Guadagno medio nel 2015

931

 

 

1047

 

 

857

 

       

726

 

 

947

706

 

Diff.2009/2015

      -33

       -36

     -31

     -124

     -279

     -113

 

La verosimile precarietà dei contratti e soprattutto la loro volatilità in termini di brevi durate intervallate da periodi spesso lunghi di disoccupazione, sono ben testimoniate da un forte calo della media dei guadagni dei triennalisti di Servizio sociale che, in questo caso, hanno sempre avuto anche in passato, guadagni inferiori agli altri laureati, ma che, con la crisi, denunciano una perdita molto più consistente, che questa volta colpisce fortemente anche i maschi token; un possibile elemento di spiegazione si può riconoscere nel fatto, già rilevato da Carla Facchini, che i rari maschi si iscrivono a Servizio sociale in misura maggiore che non le loro colleghe come seconda laurea (2010, p. 43), dato forse interpretabile come scelta vocazionale tardiva. In questo senso la loro preziosità di soggetti token, che era verosimilmente anche legata ad un più elevato background familiare (cfr. infra tab. 6) è abbattuta dalla crisi che ha reso in generale meno ricercato dai datori di lavoro il capitale culturale, con effetti di paradossale avvicinamento fra i generi (Reyneri e Pintaldi 2013, pp. 64-74).

 

Tab. 5 quote di coloro che non utilizzano per niente nel lavoro le competenze acquisite nella triennale

 

Tutte le lauree triennali

 

Di cui maschi

 

      

Di cui femmine

        

Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

 

 

Di cui femmine

   

nel 2009

26,4

24,2

27,9

30,2

28,4

30,4

nel 2015

26,6

24,7

 

27,8

36,7

 

26,8

37,6

Diff.2009/2015

0,2

0,5

0,1

6,5

1,6

7,2

 

Un altro indizio aggiuntivo della costrizione ad accettare lavori lontani dal proprio percorso formativo si può trarre dalla tabella 5: anche in questo caso accettare lavori in settori diversi da quelli di elezione vuol dire più chiaramente fare lavori spesso completamente diversi, con l’aggravante che i laureati di servizio sociale (di tutti e due i livelli) sono fra tutti i laureati nelle rilevazioni di Almalaurea quelli che più tradizionalmente apprezzano il percorso universitario seguito e rifarebbero la stessa scelta.

 

1.3 Un primo tentativo di bilancio del declino e dell’impatto sulle pratiche professionali

L’insieme di queste trasformazioni sembra collegarsi a quella proliferazione di professioni del sociale, con cui gli assistenti sociali si trovano a competere, e che si collocano a livelli sempre più bassi di qualificazione, moltiplicandosi negli ultimi anni, spesso come esito di corsi professionalizzanti mirati al reinserimento di disoccupati, disposti a lavorare per compensi sempre più limitati (Gardini e Ferraro 2015, p. 108; cfr. Cipolla et al 2013). Quello che non sembra cambiare negli anni, tuttavia, è la caratterizzazione della scelta del corso di laurea in servizio sociale come tragitto di riscatto sociale di figlie di genitori di classe operaia, e quindi in un certo senso l’effetto della crisi aggrava la trasformazione, poiché, come abbiamo visto, sembra essersi interrotta la tradizionale funzione di mobilità sociale ascensionale (Facchini 2010) del percorso. Eppure l’origine sociale medio bassa sembra continuare a motivare queste laureate nella scelta ed a spiegare l’accettazione di un lavoro purchessia dopo la laurea: si tratta spesso di soggetti, in particolare nel caso delle femmine, che hanno studiato grazie ad un investimento di sacrificio delle loro famiglie, che pervicacemente continuano a cercare lavoro, ad accettare quelli disponibili e non ricadono, a differenza degli altri laureati, nella situazione di giovani “choosy”. La condizione di Neet, infatti, è meno accettata fra loro, la quota di laureati che non ha mai lavorato dopo la laurea è il 42,2% contro il 46,7 dell’insieme dei laureati[10] (Almalaurea 2016; cfr. Galesi et al. 2015) e i percorsi di matrimonio e adultizzazione più precoci sembrano restare simili a quando le garanzie di stabilizzazione lavorativa erano molto più facili da ottenere:

 

Tab. 6 percentuale di laureati con genitori di classe medio-bassa[11]

 

Tutte le lauree triennali

 

Di cui maschi

 

      

Di cui femmine

        

Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

 

 

Di cui femmine

   

Di classe operaia nel 2009

 25,1

23,8

 26,0

34,9

32,9

35,1

di classe del lavoro esecutivo nel 2015

 23,9

21,3

 

 25,7

35,4

29,9

35,8

Diff.2009/2015

  -1,2

 -1,5

  -0,3

+ 0,5

-2,8

+ 0,7

 

In definitiva si potrebbe riassumere con efficacia la trasformazione attuale della professione di assistente sociale, da occupazione che, pur a livelli di retribuzione abbastanza modesti, garantiva un veloce inserimento nel mercato del lavoro di ragazze del ceto medio-inferiore e - in tempi più lunghi, una buona quota di approdi a posizioni più stabili - a professione in corso di inferiorizzazione e frammentazione, inserita progressivamente in modo sempre più stabile ai margini del mercato del lavoro, in concorrenza con molte figure similari e più variamente qualificate.

Non c’è dubbio che queste trasformazioni incidano sulla possibilità del lavoro sociale di produrre “capitale sociale di reciprocità” (Pizzorno 1999), cioè quello che si produce nella relazione di una qualche durata tra due o più persone, costruendo sull’aspetto cooperativo della relazione e il riconoscimento reciproco, in altri termini capitalizzando l’esistenza precedente della relazione: basti pensare allo stravolgimento del processo di aiuto, visto con gli occhi dell’utente, se iniziato con assistenti sociali che poi vengono sostituite ogni tre mesi, se non addirittura, più di recente, anche più spesso.

Va inoltre sicuramente segnalata, come dato preoccupante in questo stesso senso, una quota non banale di giovani laureate che, superato l’Esame di Stato e, iscrittesi all’Ordine seguendo il percorso tradizionale, si trovano successivamente costrette dalle difficoltà occupazionali e verosimilmente anche dai costi dell’aggiornamento professionale e della formazione permanente ora obbligatori (Campanini 2010) - senza il supporto di un lavoro di durata accettabile - a rinunciare all’iscrizione: un dato in crescita per come lo si avverte a livello regionale e un campanello d’allarme che CNOAS potrebbe facilmente rilevare a livello nazionale ed aggiornare con regolarità come indicatore importante della crisi della professione.

In conclusione, non si può non rilevare come questa evoluzione de-professionalizzante vada sicuramente in controtendenza a fenomeni emergenti che richiederebbero, proprio al contrario, professionalità più solide e articolate; l’aumento dei bisogni indotto dalla crisi economica contestuale ai tagli nelle risorse degli Enti locali (incremento della povertà assoluta e dei senza fissa dimora, introduzione del SIA, proposte alternative di redditi minimi), ma anche una trasformazione dei rischi sociali emergenti che si è via via imposta all’attenzione dell’opinione pubblica; basti pensare al ruolo dell’Assistente sociale nelle calamità naturali su cui di recente si à cominciato a riflettere in modo più sistematico, nei suoi rapporti con la Protezione civile (Dente 2013; Di Rosa 2012; Tichi 2014) o nel sistema SPRAR, in cui il lavoro è davvero appena agli inizi (Cittalia 2016). O ancora, nelle iniziative di quartiere che si cominciano a sperimentare in alcune città, per sburocratizzare il servizio sociale (come l’esperienza di RAB e Agorà a Milano).

E tutto questo si verifica proprio quando, paradossalmente, il segretariato sociale è forse l’unico ambito delle politiche di assistenza abbastanza diffuso nella realtà dei servizi territoriali, che potrebbe approssimare effettivamente un LEA (Mirabile 2005) facilmente definibile nello spirito della L.328/2000. Vale la pena quindi di delineare le ricadute di questa trasformazione della professione di assistente sociale sulle prassi professionali in modo più articolato.

 

2.1 La precarietà del rapporto lavorativo e la frammentarietà della relazione di aiuto.

Per tentare di chiarire meglio le ricadute di queste trasformazioni della formazione e del mercato del lavoro sulla pratica professionale degli assistenti sociali saranno ricordati qui di seguito, nei loro aspetti fondamentali, alcuni riferimenti teorici rivolti all’analisi della situazione e alcune classiche indicazioni di metodologia professionale, senza, peraltro, tralasciare i principi fondamentali del servizio sociale e le responsabilità derivanti dal codice deontologico.

La precarietà lavorativa non si limita a procurare disagi nell’organizzazione di vita degli assistenti sociali, ma va ad incidere sulla efficacia dei loro interventi. Per esaminarne con attenzione gli effetti per prima cosa è necessario segnalare che la relazione nel processo di aiuto è definita, nelle rappresentazioni degli assistenti sociali, il cuore della professione: l’attività di servizio sociale è, prima di tutto, connotata da contenuti relazionali. I riferimenti del codice deontologico sono chiari e pongono l’accento sulla dimensione promozionale del processo di auto, indicando il rispetto dell’individualità e dell’autodeterminazione quali fondamenti della relazione di aiuto. Da questa evidenza possono derivare alcune considerazioni circa la dimensione metodologica e i fondamenti sui quali poggia la relazione di aiuto.

L’analisi procede dal presupposto che i differenti attori sulla scena del welfare, secondo questa prospettiva, siano tutti compartecipi della realizzazione del processo di aiuto. In particolare l’organizzazione non può essere considerata solo un ambito all’interno del quale si svolgono le pratiche professionali, ma un soggetto attivo che svolge un’importante influenza con le proprie regole di funzionamento e la gestione del rapporto di dipendenza funzionale con l’assistente sociale. Gli altri attori: l’assistente sociale e le persone che si rivolgono ai servizi sono, per definizione, in relazione tra di loro. Si viene così a delineare un sistema all’interno del quale la comunicazione e la posizione occupata da ciascuno sono reciprocamente condizionanti.

Per riferirsi ad una prospettiva sociologica particolarmente stringente nell’interpretazione dei fenomeni che si svolgono nel sistema welfare e cercare di dare un quadro coerente dei processi che si possono attivare nelle situazioni di precarietà lavorativa degli assistenti sociali, sono stati presi a riferimento gli studi sull’applicazione del concetto di “campo”, come definito da Bourdieu, all’attività di servizio sociale da parte dei suoi allievi Emirbayer e Williams (2005). Essi ci ricordano che il welfare e i servizi socio – assistenziali si configurano come un “campo” che, nella specifica concezione bourdieusiana, di “una rete di relazioni effettive tra posizioni definite oggettivamente dalla loro esistenza e nei loro condizionamenti, che impongono poteri diversi a chi le occupa, siano essi agenti o istituzioni” (Marsiglia,2002) individua lo spazio sociale con le caratteristiche di elementi strutturali, derivanti dalle posizioni attribuite a ciascun attore, e l’intreccio relazionale, tipico del rapporto di aiuto che si instaura tra assistenti sociali e le persone che accedono ai servizi.

Il campo è, in questa prospettiva, evidentemente rappresentato, quando si fa riferimento all’assistente sociale, dai servizi intesi come sede, organizzazione e ambito all’interno del quale si svolge l’azione e la strutturazione del welfare per la definizione delle posizioni ricoperte. Mentre le strutture presenti sono, in quanto tali, di difficile modifica e condizionate dalla stratificazione sociale, la dimensione relazionale riporta l’attenzione sulle modalità con le quali i due soggetti entrano in rapporto. Sempre secondo gli Autori citati, lo scambio relazionale implica due aspetti di contenuto diverso: un capitale economico e un capitale simbolico. Entrambi sono strettamente connessi, anche se non sovrapponibili e distinguibili, ai fini dell’analisi oggetto di questo lavoro. L’assioma consente di rendere evidente come nel corso della relazione di aiuto l’assistente sociale scambi con le persone utenti dei servizi una dimensione economica, facilmente individuabile nelle sue diverse articolazioni, e una dimensione simbolica da riconnettere ai processi identitari.

Se l’aspetto di capitale economico è da sempre preso in considerazione dalla letteratura e dalla pratica professionale, quello identitario è rimasto sotto traccia, coperto da riferimenti valoriali ed etici. Se l’attitudine definitoria dell’identità dell’Altro è una prerogativa imprescindibile di qualsiasi relazionale interpersonale, è certo che la posizione asimmetrica, caratteristica di tutte le relazioni di aiuto, pone importanti differenze pur nella reciprocità, riconoscendo il potere simbolico esercitato dagli assistenti sociali nei confronti degli utenti dei servizi. La definizione di “gate-keeper”, attribuita agli assistenti sociali, ben caratterizza il livello di asimmetria presente nelle relazioni di aiuto: l’assistente sociale si pone, strutturalmente, come essenziale tramite nell’accesso alle risorse che il welfare mette a disposizione di coloro che si trovano in situazione di fragilità, ma ha anche contemporaneamente una capacità di intervento sul capitale simbolico.

 

2.2 La metodologia di servizio sociale

Dopo aver chiarito la posizione da un punto di vista della struttura sociale, è necessario riferirsi ai temi tipici del servizio sociale e di come alcuni autori abbiano elaborato e proposto l’argomento della relazione di aiuto, caratterizzandola come fondata sulla conoscenza e sulla fiducia.

Gli autori dei testi di metodologia di servizio sociale individuano la relazione come lo strumento principale e imprescindibile del processo di aiuto. Se ne può dedurre che è proprio nel corso della relazione che gli aspetti economici scambiati sono sovrapposti ad aspetti identitari: nella relazione di aiuto sono scambiati contemporaneamente valori economici e definizioni identitarie. Si può sostenere, a buona ragione, che lo scambio identitario sia sovrastante quello economico, anche quando quest’ultimo rappresenta un importante contributo alla soluzione di problemi di autonomia. L’accesso stesso ai servizi è vissuto da coloro che vi arrivano per la prima volta con una forte ambivalenza per il sentimento di fallimento connesso e di squalifica rispetto alla propria capacità di autonomia.

La premessa è necessaria per poter cogliere come la precarietà e la frammentarietà del rapporto con l’assistente sociale costituiscano una perdita di relazione e di “riparazione” identitaria per le persone che si rivolgono ai servizi. La frequente sostituzione dell’operatore di riferimento diventa, in questa rappresentazione, un vulnus relazionale e identitario. Il soggetto, già di per sé fragile, è posto in una situazione nella quale il suo bisogno primario di riconoscimento identitario prima che economico non è preso in considerazione.

Quale riferimento nel panorama della letteratura di servizio sociale la scelta, che è apparsa come la più congruente con l’obiettivo, mi sembra quella dell’assistente sociale Pittaluga che ha analizzato la relazione di aiuto ponendo in evidenza la funzione di affiancamento e definendo precise indicazioni metodologiche capaci di sostenere il processo di aiuto e sostegno. (Pittaluga, 2000). Più vulnerabile si presenta la situazione più necessaria diventa la continuità della relazione di aiuto affinché il soggetto possa sentirsi identificato come persona “degna” di considerazione. A questo proposito Pittaluga, nel suo testo, propone l’assistente sociale come “l’estraneo di fiducia” perché la persona in difficoltà possa “identificarsi” come meritevole di fiducia. Sono, infatti, due le strategie, complementari tra di loro, che l’A. indica per raggiungere quest’obiettivo: “decolpevolizzazione” per gli eventi e i comportamenti del passato, “responsabilizzazione” per le azioni del futuro.

 

2.3 L’impatto sull’organizzazione e sui mondi vitali

La logica burocratica, fondamento delle organizzazioni, in primis quelle pubbliche, sembra non riconoscere questa dimensione necessaria per un processo di aiuto che abbia come obiettivo il più alto livello di autonomia raggiungibile dal soggetto.

Il tema della frammentazione relazionale, conseguenza inevitabile della precarietà dei rapporti di lavoro in ambito di servizio sociale, va ricollegato alle ricorrenze ben note nelle storie di vita di molti utenti dei servizi. Frequentemente le traiettorie di questi soggetti si presentano con la caratteristica delle fratture relazionali e della conseguente perdita di relazioni familiari e amicali capaci di svolgere funzioni di sostegno: la vulnerabilità attuale ha frequentemente, come correlato, una “desertificazione” relazionale che occorre contrastare avviando relazioni durature all’interno di un progetto.

L’argomento “progetto” introduce un altro elemento spesso richiamato nell’attività e nel metodo del servizio sociale, la cui realizzazione richiede due condizioni preliminari: la continuità del rapporto e la competenza del professionista per la conduzione. La continuità del rapporto richiede la capacità di “stare” in una relazione di aiuto e di fronteggiare richieste e criticità che emergono solo quando si è avviata una dimensione fiduciaria. Dal punto di vista dell’assistente sociale la competenza può essere riassunta nella preparazione e nell’esperienza. Non si può dimenticare che il sapere professionale, definito prassico o esperenziale, si sviluppa a partire da queste due dimensioni che si intrecciano per la definizione di un “saper essere” necessario per fronteggiare gli eventi spiazzanti che connotano particolarmente le traiettorie di vita delle persone in carico ai servizi.

In particolare non si devono dimenticare le famiglie che hanno una permanenza, che può essere definita trans generazionale, nei servizi socio- assistenziali e che presentano un alto livello di vulnerabilità socio-economica, correlata a identità culturalmente definite proprio attraverso la dipendenza dal sistema assistenziale. Queste situazioni, caratterizzate da una relazione di aiuto coinvolgente e duratura, richiedono relazioni di contesto in grado di svolgere un’azione di sostegno all’assistente sociale affinché possa mantenere una prospettiva professionale, relazioni certamente non realizzabili senza una continuità anche con il gruppo professionale di riferimento.

Molti altri potrebbero essere gli spunti intorno ai quali argomentare il rapporto tra precarietà e gli esiti negativi dei processi di aiuto di servizio sociale. A mero titolo indicativo vale ricordare il lavoro di tutela dei soggetti fragili, in particolare dei minori, che richiede conoscenze anche di tipo procedurale e normativo che possono essere acquisite solo nel tempo e con il sostegno della comunità professionale.

La frammentarietà e la precarietà del rapporto di lavoro dell’assistente sociale, in una prospettiva organizzativa, implicano necessariamente un processo di burocratizzazione con un aumento dei costi degli interventi, una permanenza nei servizi delle fasce di popolazione socialmente più vulnerabili che, non ricevendo adeguate risposte di progettazione e accompagnamento, tendono a permanere nell’ambito dell’assistenza sviluppando un’identità connotata in tal senso.

Infine, occorre non dimenticare che la frammentazione del processo di aiuto dà luogo più frequentemente a manifestazioni di violenza nei confronti degli assistenti sociali. Alcuni studi hanno fatto emergere che comportamenti aggressivi nei confronti degli assistenti sociali sono messi in atto più facilmente da chi non ha un rapporto e non ha niente da perdere (Bini e Peruzzi 2016), perché, seguendo la premessa di Bourdieu, l’identità scambiata ha un significato negativo. La scarsa conoscenza della storia dell’individuo e dei suoi stili relazionali possono più facilmente indurre in errori comunicativi che innescano una escalation di aggressività, considerato che allo stesso momento le persone si trovano a doversi rapportare con professionisti diversi e a dover avviare sempre da capo una relazione, connotata dalla riservatezza, spesso caratterizzata da tratti di sofferenza.

 

2.4 Conclusioni

Il processo di precarizzazione della condizione occupazionale degli assistenti sociali ha un evidente impatto sulla organizzazione che si troverà a fronteggiare gli esiti di processi di aiuto non adeguatamente condotti che si presenteranno con domande ripetute di interventi economici o asilari e comunque con crescenti richieste di accesso alla dirigenza e ai decisori politici, creando un circolo vizioso contraddistinto da reciproche squalifiche nel tentativo di legittimazione della propria posizione e del proprio operato. Tale processo ha anche evidenti ricadute di inefficacia e messa in fluttuazione dei principi fondamentali della professione.

Nel panorama appena descritto di semplificazione delle tematiche relative alla fragilità, il servizio sociale diventa l’unico soggetto portatore di complessità sia nelle rappresentazioni del problema sia in termini di operatività. Situazione peraltro ipotizzata da Bourdieu che, utilizzando il concetto di doxa, ben rappresentava come coloro che versano in situazioni di vulnerabilità/fragilità assumano la definizione di coloro che si situano nelle posizioni più alte del potere decisionale.

L’assistente sociale, nella sua posizione intermedia, rischia di essere oggetto di squalifica da parte di entrambi e di assumere su di sé la responsabilità di mancati percorsi di contrasto alla marginalità. Affinché il tema della precarietà lavorativa e degli effetti di questa sulla comunità assuma una rilevanza nella programmazione delle organizzazioni è importante che non rimanga una riflessione all’interno della professione, ma trovi le vie per essere assunta come ottica di analisi anche dai soggetti pubblici, amministratori e decisori, perché la questione, come si è tentato di dimostrare, influenza in maniera determinante la qualità dei servizi rivolti ai cittadini in situazione di disagio e di vulnerabilità sociale con un processo perverso di squalifica e di spinta verso forme di assistenzialismo, del tutto contrari al rispetto della persona e alla domanda di autonomia rivolta ai servizi.            In definitiva la trasformazione del mercato del lavoro, danneggiando la stabilità occupazionale dell’assistente sociale rischia di danneggiare il suo capitale simbolico e la sua funzione di “diffusore della fiducia” nel tessuto sociale (Mutti 1998).

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

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Note biografiche sull’autore

 

Laura Bini, assistente sociale con esperienza ultraventennale nei servizi territoriali, è dottore di ricerca in sociologica della comunicazione, esperta in supervisione, docente a contratto nei corsi di laurea di servizio sociale e laurea magistrale in Disegno e gestione degli interventi sociali dell’Università degli Studi di Firenze.

Rossana Trifiletti è professore associato di Politiche sociali nella Facoltà di Scienze politiche "Cesare Alfieri", Università di Firenze. I suoi interessi di ricerca principali sono la sociologia qualitativa, le politiche sociali, i gender studies, il lavoro delle donne, i metodi qualitativi di comparazione e analisi dei dati. Si occupa anche di storia del pensiero sociologico. Ha partecipato all'Osservatorio nazionale sulla famiglia e a numerosi networks Europei di ricerca su Family obligations, Working and Mothering, Soccare, Workcare, Social Quality and the Changing Relationships between Work, Care and Welfare in Europe, Workcare Synergies.

 


[1] La rivista si propone di analizzare successivamente la condizione dei diversi operatori del sociale, oltre agli assistenti sociali, per la complessità e la diversificazione dei percorsi. I paragrafi 1,1, 1.2 e 1.3 sono di Rossana Trifiletti, i parr. 2.1, 2.2, 2.3 di Laura Bini, le conclusioni sono comuni.

[2] Per processo di Bologna si intende la graduale costruzione di uno spazio Europeo dell’istruzione superiore con l’introduzione di un sistema di titoli comprensibili e comparabili su tre cicli di diverso livello e crescenti possibilità di riconoscimento fra stati.

[3] Tutte le tabelle, ove non diversamente indicato, sono ricavate dal confronto fra la XI e la XVIII Indagine sulla condizione occupazionale dei laureati; www.almalaurea.it

[4] Riprendo qui il concetto di tokenism nell’accezione di Rosabeth Moss Kanter (1993), non tanto nel senso delle assunzioni di individui appartenenti alle minoranze per simulare le pari opportunità, quanto della peculiarità di svantaggio/vantaggio organizzativo dei gruppi di genere fortemente minoritari nelle corporations USA, più esposti alla visibilità ed agli stereotipi ma anche, nel caso in esame, avvertiti come una piacevole eccezione alla strabordante femminilizzazione. Del resto Kanter si riferiva a gruppi token sotto il 15%, qui la proporzione è di molto inferiore.

[5] La rilevazione Almalaurea utilizza qui il tasso di disoccupazione Istat cioè il rapporto sulle forze di lavoro dei soggetti in cerca di occupazione che abbiano effettuato almeno una ricerca di lavoro attiva nei 30 giorni precedenti e si dichiarino disponibili ad accettare un lavoro offerto entro due settimane: va quindi pesato il fatto che si tratta di un corso di laurea a conclusione del quale ci si aspetta in misura maggiore che in altri, di poter lavorare, come indicano le alte quote di laureati che tentano l’Esame di Stato e quelle comparativamente basse di coloro che proseguono nella laurea magistrale in tutte le rilevazioni.

[6] Vale la pena di sottolineare come la errata collocazione della professione nella classificazione Istat delle professioni impedisca un’elaborazione più precisa, oltre ad aver creato negli anni problemi seri ai regolamenti universitari dei Corsi di laurea che la dovevano utilizzare.

[7] La ricerca ha coinvolto 21 sedi universitarie e il 59% dei laureati triennali di Servizio sociale negli anni dal 2006 al 2012 (Sala Decataldo e Respi 2015, pp. 98-100).

[8] E quindi il confronto va condotto nella tabella 2 fra settore privato al 2009 e privato + terzo settore al 2015 con un consistente aumento per i triennalisti di servizio sociale in questi due ambiti sommati, del tutto corrispondente alla diminuzione di occupazioni nel pubblico.

[9] Visto che si possono trascurare per i numeri ancora molto bassi gli assistenti sociali liberi professionisti.

[10] Non sembra opportuno paragonare la classe di chi non studia e non lavora a causa del tasso molto diverso di iscrizioni alla magistrale.

[11] Non vi è differenza di definizione della classe fra le due rilevazioni anche se cambia il termine utilizzato.

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