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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Pietro Saitta

Pietro Saitta

Dipartimento di Scienze Cognitive, della Formazione e degli Studi Culturali
Università degli Studi di Messina
psait@gmail.com

Pietro Saitta è ricercatore in Sociologia generale presso l’Università degli Studi di Messina. Ha lavorato presso numerose università e centri di ricerca in Italia e all’estero. Si occupa prevalentemente di questione urbana, ambiente e devianza. È autore di numerosi saggi e libri pubblicati da riviste ed editori nazionali e stranieri. Tra i suoi lavori più recenti, Quota zero. Messina dopo il terremoto: la ricostruzione infinita (Donzelli, 2013) e Getting By or Getting Rich. The Formal, Informal and Criminal Economy in a Globalized World (Eleven, 2013).

Articoli di Pietro Saitta:

Riassunto

Il saggio indaga gli intrecci tra la nozione di spazio pubblico e quella di resistenza, basandosi su dati secondari di matrice etnografica. L’idea al centro del lavoro è che lo spazio pubblico nella metropoli contemporanea sia sottoposto a una sostanziale negazione a opera del raccordo tra Stato e impresa privata; qualcosa che conferisce significati molto diversi da quelli ufficiali alle illegalità delle classi subalterne e dei ‘ribelli’, permettendo così di guardare alle azioni di entrambi, volte apparentemente all’appropriazione e a un’indebita privatizzazione, in termini di resistenza e ricerca della ridistribuzione e della giustizia sociale. Vengono così descritte e interpretate varie forme di illegalità e scontri ‘manifesti’ o ‘invisibili’ aventi per oggetto lo spazio, la socialità e il diritto alla città.

DOI: 10.17386/SA2015-001003

SPAZIO PUBBLICO: NOTE SULL’ORDINE URBANO E LA RESISTENZA

Pietro Saitta*

* Dipartmento di Scienze Cognitive, della Formazione e Studi Culturali Università degli Studi di Messina

Riassunto: Il saggio indaga gli intrecci tra la nozione di spazio pubblico e quella di resistenza, basandosi su dati secondari di matrice etnografica. L’idea al centro del lavoro è che lo spazio pubblico nella metropoli contemporanea sia sottoposto a una sostanziale negazione a opera del raccordo tra Stato e impresa privata; qualcosa che conferisce significati molto diversi da quelli ufficiali alle illegalità delle classi subalterne e dei ‘ribelli’, permettendo così di guardare alle azioni di entrambi, volte apparentemente all’appropriazione e a un’indebita privatizzazione, in termini di resistenza e ricerca della ridistribuzione e della giustizia sociale. Vengono così descritte e interpretate varie forme di illegalità e scontri ‘manifesti’ o ‘invisibili’ aventi per oggetto lo spazio, la socialità e il diritto alla città.

Parole chiave: spazio pubblico, città, resistenza, neoliberalismo, conflitto urbano.

Abstract: Public Space: Notes on the Urban Order and Resistance. This essay explores the connections between the notions of public space and resistance, and deploys secondary ethnographic data. The idea at the center of this study is that public space within the contemporary metropolis is exposed to substantial forms of denial, stemming from the partnership of State and private enterprise – something that allows to give meanings much different from the official ones to the illegality of the subaltern classes and the ‘rebels’. In particular, such denial of the public allows to interpret the actions of both these groups, apparently aimed at unlawful appropriations and privatizations of the space, in terms of resistance, and the seek for redistribution and social justice. Over the course of the paper, various forms of illegality and both ‘manifest’ and ‘invisible’ conflicts around space, sociability and the rights to the city are investigated.

Keywords: public space, city, resistance, neoliberalism, urban conflict.


 


1. Introduzione

Il presente saggio indaga, attraverso esempi per lo più etnografici tratti dalla letteratura internazionale, il concetto di spazio pubblico. In particolare, verrà discusso il modo in cui lo spazio pubblico viene conteso, diventando il terreno entro cui si dispiegano pratiche ‘illegaliste’ volte ad affermare differenti ‘diritti alla città’ da parte di attori sociali differentemente marginalizzati. La trattazione, che prenderà a prestito formulazioni e concetti di ordine generale, dovrebbe però potersi agevolmente declinare secondo chiavi ‘locali’, utili a comprendere il modo in cui le problematicità della nozione di spazio pubblico si declinano, parzialmente o tutte insieme, dentro la città contemporanea, sia pure con intensità differente in ragione del grado di penetrazione di politiche regolative di ispirazione ‘neoliberista’, volte a patrimonializzare le aree urbane, accrescere il valore degli immobili, estendere lo spazio del leisure e imporre un’estetica insieme ‘della decenza’ e ‘della sicurezza’.
La tesi sostenuta è che illegalismo delle pratiche sopra menzionate riflette l’intensità delle politiche neoliberiste e si sostanzia dei discorsi prodotti dall’autorità e dai gruppi di interesse impegnati a contendersi lo spazio urbano, producendo asimmetrie. Tale spazio è, in altri termini, il terreno per lo più fisico, ma non soltanto tale, che i poteri pubblici, privati o tra loro ‘combinati’, cercano di controllare e regolare, sottraendolo forzatamente o negoziandone l’uso nel corso di dispute che hanno come controparte la cittadinanza, la quale impiega questo stesso terreno sulla base di consuetudini e aspettative strutturatesi nel tempo e per analogia con pratiche passate. In questa cornice l’illegalità assume un carattere ‘resistenziale’ e oppositivo, che tuttavia non si accompagna necessariamente a formulazioni ideologiche compiute. Più spesso, anzi, il corredo ideologico è preceduto e sopravanzato dalle pratiche stesse, che tuttavia originano da una lettura spesso implicita, eppure profondamente incorporata, dell’organizzazione sociale e dell’ordine sottostante. Un’organizzazione e un ordine, tuttavia, che di illegalismo in illegalismo, non vanno scrutati solo nei tentativi di violarli, ma anche in quelli volti a costituirli. In questa prospettiva lo spazio pubblico va visto come un ‘luogo’, insieme fisico e virtuale, al cui interno si compiono differenti lotte che hanno come posta l’ordine sociale.
    La ricostruzione storica e etnografica di Dines (2012) sulla lotta dell’ammi-nistrazione Bassolino negli anni Novanta del secolo scorso per la ‘riconquista’ di Piazza Plebiscito e Piazza Garibaldi in una Napoli assediata da venditori ambulanti, immigrati, indesiderabili vari e automobilisti indisciplinati, è un buon esempio di quanto asseriamo. Quella Giunta fautrice del ‘rinascimento napoletano’ – così come un’entusiastica retorica giornalistica, in cui confluivano motivi forse ‘post-orientalisti’ su un Sud votato al riscatto, definì i cambiamenti contemporaneamente in atto nella città del Vesuvio, oltre che a Reggio Calabria, Catania e  Palermo – fu un’esemplare giunta neoliberista, munita di un assessorato ‘alla normalità’, che segnò più di tante altre la conversione della sinistra italiana al nuovo modello di città sicuritaria basata sull’occultamento del disagio sociale e la patrimonializzazione dei centri storici.
    Lo scontro in atto in quegli anni verteva, appunto, sull’uso dello spazio pubblico e la necessità di rendere ‘conformi’ aree significative per l’immagine della città come le due piazze summenzionate. Sarebbe a dirsi che le tensioni erano il risultato di una battaglia amministrativa volta a rendere quelle piazze ritenute così sensibili per la ‘risimbolizzazione’ della città, affrancate dalla presenza indesiderata, perché non compatibile con una certa idea di modernità e civiltà, di elementi ‘eccedenti’. Questa lotta – come molti conflitti analoghi – vide contrapporsi la Giunta, i piccoli esercenti contrari alla pedonalizzazione della Piazza e delle vie adiacenti e, naturalmente, gli eccedenti stessi: gli automobilisti, i venditori ambulanti e gli immigrati, tutti impegnati in un sottile gioco tattico consistente nel perdere e riguadagnare quel terreno che il potere locale ciclicamente sottraeva e concedeva, per distrazione, temporanea stanchezza o altro. Una lotta condotta, a seconda dei posizionamenti e dello status individuale e di gruppo, sul filo delle interpellanze consiliari e quindi della rappresentanza politica, su quello giornalistico e mediatico e, infine, su quello delle pratiche; ossia sulla ripetizione di comportamenti legati a un’idea sociale di uso dello spazio per fini legati al tempo libero o alla sussistenza.
In questa prospettiva lo spazio pubblico è, tra molte altre cose, il luogo in cui si scontrano idee relative alla modernità proprie di chi detiene il potere – quello, tra l’altro, di adattare localmente istanze, mode e tendenze configuratesi altrove – e le pratiche e i bisogni di chi vive i luoghi.
    E per quanto risulti quantomeno parziale leggere questa relazione unicamente in termini di scontro, senza sottolineare l’importanza delle convergenze, degli usi tattici e delle funzioni latenti che i provvedimenti celano, è utile notare che lo spazio politico contemporaneo – si caratterizza per la sua ‘assolutezza’ e la sua tendenza a ‘patologizzare’ le istanze eccedenti (Petrillo, 2009; Theodossopoulos, 2014). La storia dello spazio pubblico si presta insomma a essere letto come un campo di battaglia e di resistenze giocate, come sempre, sul filo delle asimmetrie. E della negazione. La negazione del pubblico, per l’appunto.

 

2. Uno spazio negato

Come nota Pask (2010), nella letteratura internazionale il termine ‘spazio pubblico’ ha fatto la sua apparizione in tempi relativamente recenti, con impieghi diversi da quelli attuali. Nei suoi usi precedenti più comuni esso indicava uno specifico oggetto – per esempio una piazza, un parco, una strada, un percorso naturalistico – meritevole di salvaguardia e attenzione nell’interesse generale. Senza smarrire questa valenza originaria, ma estendendola, il termine ha preso a indicare l’accessibilità a un luogo, in relazione alla sua proprietà, agli ostacoli ai suoi impieghi e alla libera fruizione per tutti. Altresì ha finito con il divenire un sinonimo di ‘foro’ o ‘arena pubblica’, denotando così un particolare tipo di presenza e modo di esercizio della cittadinanza nello spazio della comunità politica.
In continuità con quanto notato poco sopra e riprendendo il tema della disneyzzazione della città, Amster (2004) osserva che la città ‘tematica’, una delle molte declinazioni possibili della città neoliberista, si caratterizza per: la dissipazione di tutte le relazioni stabili con la geografia fisica e culturale locale e l’imposizione di un urbanismo generico, che si sviluppa secondo linee globali e innesti; la creazione di aree urbane specializzate, ricalcate per lo più su modelli televisivi e patinati; l’ossessione con la sicurezza, la sorveglianza e la creazione di spazi sempre meno promiscui e socialmente differenziati e, infine, una restrizione della pratica politica (‘non vi sono manifestazioni a Disneyland’).
    Mentre questo quadro appare sicuramente compatibile più con i centri urbani statunitensi e le grandi città globali che le realtà sud-europee, è indubbio riconoscere in esso molti temi comuni alla città italiana. Le ossessive campagne leghiste e berlusconiane degli anni novanta e duemila contro i venditori ambulanti o i graffitari, la diffusione delle telecamere, la creazione di aree pedonali incentrate su tipologie commerciali di livello medio-alto, una socialità incentrata sul consumo e gli aperitivi, le periodiche proposte di vietare le manifestazioni nel centro storico di Roma e, talvolta, di altre città minori fanno parte di un processo isomorfico che vede la periferia inseguire il centro sul piano delle aspirazioni, sia pure con importanti differenze dettate dalle caratteristiche locali.    
    Attingendo da una mole di studi sul tema della privatizzazione dello spazio, Amster (2004) continua notando che le città presentano in modo crescente aree quasi del tutto prive di uno spazio realmente pubblico, oppure organizzate in modo tale da scoraggiare la formazione o l’esercizio di una dimensione autenticamente tale. Nella letteratura specializzata internazionale, così come nelle cronache, si rinvengono molteplici casi di soggetti allontanati da aree commerciali e ‘pubbliche’ per avere indossato magliette con slogan politici, per non avere un aspetto e un abbigliamento giudicati consoni oppure per avere indugiato nello spazio secondo le modalità di un ‘bivacco’ (stando per esempio seduti sul marciapiede o sulle scale di una chiesa o un palazzo). Se i grandi centri commerciali statunitensi, i mall, costituiscono un modello estremo di questo concetto, qualcosa del genere avviene anche nelle aree turistiche di città come Pisa, esposte a consolidati processi di patrimonializzazione, così come mostra un’interessante ricostruzione di Bellinvia (2013) incentrata sulla lotta dei commercianti del centro storico contro gli ambulanti africani e analoghe incarnazioni fisiche del ‘degrado’. Ma l’esempio più eclatante è costituito probabilmente dalle stazioni ferroviarie italiane – prime tra tutte quelle di Roma e Milano – con il loro esercito misto di poliziotti regolari e sorveglianti privati. Non è infatti un caso che solitamente i sottopassaggi e le aree propriamente commerciali dentro quelle stazioni appaiano oggi pressoché prive di presenze ‘irregolari’ stabili, come tossicodipendenti e barboni impegnati a elemosinare, immigrati occupati a vendere, oppure attivisti politici indaffarati a distribuire volantini; e anche che l’attenzione delle forze dell’ordine pubbliche e private si concentri in modo privilegiato su queste categorie allorché si affacciano negli anfratti che ospitano negozi e boutique.
    Il punto, come nota Kohn (2004) in un sofisticato libro che unisce motivi sociologico-giuridici, filosofico-politici e urbanistici, è che il termine ‘pubblico’ è di uso assai problematico. Per esempio, in alcuni contesti le espressioni ‘pubblico’ e ‘privato’ denotano la differenza tra Stato e famiglia, mentre in altri sono sinonimi rispettivamente di Stato e mercato. I teorici politici influenzati da Hannah Arendt usano la parola ‘pubblico’ per descrivere la comunità politica, distinta da quella economica, dalla famiglia e persino dagli apparati amministrativi dello Stato. Altri, infine, la impiegano per descrivere la platea dinanzi a cui, alla maniera di Goffman, si dispiegano rappresentazioni sociali del Sé.
    Questa polisemia rende difficile tanto una definizione del termine ‘pubblico’ quanto l’individuazione di oggetti a cui applicare eventualmente questa stessa definizione. Per esempio se riferiamo l’espressione ‘pubblico’ a un edificio, col fine di suggerire che esso è aperto e accessibile, potremmo scoprire che molti edifici pubblici non lo sono affatto. I palazzi che ospitano Ministeri, direzioni delle amministrazioni dello Stato e le infrastrutture militari sono di proprietà dei governi, o comunque condotti da essi, ma non sono accessibili alla maggioranza dei cittadini. Al contrario i locali pubblici come i bar non sono di proprietà dei governi, ma sono, per lo meno teoricamente, accessibili a tutti. Il punto, allora, è che i reami e le pratiche del pubblico e del privato appaiono intrecciati.
Non è un caso dunque che Kohn (2004) suggerisca che per definire pubblico uno spazio occorra distinguere la proprietà, l’accessibilità e l’intersoggettività. Infatti negli impieghi comuni, a cui abbiamo peraltro già fatto riferimento poco sopra, uno spazio è pubblico quando è di proprietà di un governo, è accessibile a tutti e consente la comunicazione e l’interazione. Ma tornando all’esempio delle stazioni e dei mall, il problema che rinveniamo è che questi sono sempre più caratterizzati da una «privatizzazione ombra» (Amster, 2004, p. 60), caratterizzata da partnership pubbliche e private e da contradditori accordi che fanno in modo che la gestione degli spazi pubblici siano trasferiti a soggetti privati o semi-privati, attraverso una finzione giuridica che fa sì che questi stessi spazi siano da considerarsi ‘quasi pubblici’ o, per meglio dire, sospesi in una sorta di limbo in cui vige più che mai la discrezione e in cui il controllo è, non a caso, sia pubblico che privato.
    In questa prospettiva lo spazio ‘pubblico’ può essere in realtà un luogo di esclusione.  Il fenomeno, come osserva Dines (2012), non è affatto nuovo. Sin dai tempi della civiltà ellenica classica, l’agorà, così centrale per la narrazione democratica, appariva come il luogo fisico del dibattito pubblico in cui la cittadinanza era costruita in opposizione agli stranieri e alle non-persone (donne e schiavi). In questo senso, lo spazio per eccellenza della democrazia era in realtà la ‘comunità dei non esclusi’. E per secoli differenti categorie di individui hanno visto rifiutarsi l’accesso in ragione di motivi razziali, disabilità, genere o classe. Tuttavia, per soffermarci solo su un paio di temi tra i tanti possibili, così come si evince dalla lettura di Rendell (1998) e Gleeson (1998), nel tempo donne e disabili hanno saputo conquistarsi l’accesso a differenti spazi pubblici, come quello della strada e del lavoro, da cui erano proverbialmente esclusi. Con questo intendo dire che quello spazio pubblico così soggetto a tensioni e conflitti è stato a momenti uno spazio aperto o quantomeno ‘apribile’, in cui peraltro un’infinità di attività oggi considerate illegali erano possibili. E se queste trasformazioni ci parlano di mutate sensibilità, di mestieri scomparsi, di nuove garanzie e diritti, di una nuova attenzione per la sicurezza del lavoro e dell’ambiente, oppure degli sviluppi della tecnologia applicata alla produzione di beni e servizi, esse suggeriscono altresì che quella che abbiamo visto declinare negli anni è «l’abbandono delle utopie rivoluzionarie […] il rigetto della politica e uno ‘scetticismo disincantato’» (Chauí, 2011, p. 25 ss.) da parte di coloro che, collocati in una certa posizione nella geografia del foro politico, avrebbero dovuto secondo le attese preservare il comune e che, invece, si sono sforzati di congiungere i valori socialisti (e del pubblico) con il capitalismo. In questa prospettiva, nota ancora Chauí (2011) il restringersi di uno spazio universalmente aperto denota, prima di tutto, l’impossibilità di formulare un discorso pubblico. Dopo di che, vi è certamente l’aspetto ‘fisico’: per l’appunto quello che si manifesta nel declino dello spazio pienamente pubblico e nella crescita di quello privato oppure ‘ibrido’, alimentato dagli imperativi di quella forma di accumulazione, al contempo vecchia e nuova, conosciuta come neoliberismo.
    Una forma di accumulazione e, insieme, un’ideologia e una forma di presenza nello spazio collettivo che ha l’importante caratteristica di trasformare i cittadini in consumatori. Secondo un progetto originario, e ormai tramontato, la democrazia avrebbe dovuto consolidare una cittadinanza quanto più inclusiva possibile, mentre la partecipazione di questi stessi cittadini alla lotta politica avrebbe dovuto costituire uno strumento per la creazione di un contropotere sociale e diffuso, volto a creare e a garantire diritti. Nel momento in cui i diritti vengono privatizzati e trasformati in servizi acquistabili e vendibili come delle merci qualsiasi (sanità e istruzione sono solo gli esempi più marchiani), la democrazia è mortalmente ferita e la depoliticizzazione del sociale appare come un necessario esito di tale processo.
    Da queste osservazioni si evince che la proprietà e l’accessibilità allo spazio non possono costituire da sole le qualità distintive dello spazio pubblico (Kohn, 2004). Una più piena comprensione richiede un’analisi del tipo di relazioni rese possibili dallo spazio. In questa prospettiva, inseguendo motivi habermasiani e debordiani, ciò che la stessa Kohn chiama ‘intersoggettività’ non potrebbe svilupparsi in quegli spazi di consumo che generano forme di isolamento collettivo, siano essi cinema, stadi o centri commerciali, ma solo in quelli in cui è possibile divenire co-creatori di un mondo, attraverso l’esercizio della parola e di forme di intervento diretto sullo spazio. Luoghi come sono tipicamente i centri sociali occupati, oppure come dovevano esserlo quelle osterie e caffé del Sette-Ottocento europeo in cui si pianificavano le ribellioni e che i governi europei non a caso posero sotto attacco col pretesto della lotta all’alcol (Holt, 2006).
    Questo tratto emerge con grande chiarezza nell’interessante comparazione che Simon (2009) fa tra quest’ultimo tipo di spazio pubblico e caffetterie come per esempio Starbucks. Nel ritrovo pubblico ricalcato sul modello della coffeehouse britannica ottocentesca gli avventori sedevano vicino, con pochi filtri legati al ceto o alla classe. Considerato il basso costo del caffè – appena un penny – questi spazi favorivano la lunga permanenza di clienti appartenenti a differenti strati sociali e fungevano da luoghi di riunione, discussione di temi pubblici e centri di trasmissione culturale, al punto di divenire noti nel linguaggio comune come penny university. Essi erano, come si è detto, spazi dell’agitazione, della consapevolezza e di pianificazione della rivolta. Riferendosi invece a Starbucks, e prendendo a prestito un’espressione di Baudrillard, Simon (2009) afferma che quei locali, e una miriade di altri posti non necessariamente appartenenti a catene commerciali, ma ciò nondimeno ricalcati sul modello di spazio ‘pubblico’ proposto da questo tipo di compagnie, sono simulacri: riproduzioni di modelli che non svolgono alcuna delle funzioni dell’oggetto originale. Essi riproducono l’immagine della coffehouse, ma vendono in realtà isolamento. Il design dello spazio, la forma dei tavoli e una molteplicità di ulteriori elementi sono finalizzati a produrre forme di consumo solitario o comunque privato. I clienti vanno da Starbucks per stare soli, forse ‘soli in compagnia’, oppure per avere discussioni riservate; ma non per incontrare sconosciuti o parlare di cose pubbliche. In una curiosa analogia col Fascismo o altri regimi ugualmente autoritari, volantini, riviste e materiali di argomento politico, religioso oppure relativi a temi altrettanto sensibili sul piano pubblico sono apertamente banditi da questo tipo di locali. Starbucks e tutti gli altri spazi ideati per produrre analoghi tipi di esperienza legata al consumo e all’uso del tempo servono a suggerire qualcosa riguardo sé stessi – per esempio l’adesione a un’estetica metropolitana – ma non a favorire l’ascolto, la circolazione di idee e la connessione tra individui e classi.
    In tale prospettiva, avvertitamente o meno, la pianificazione di spazi che neghino il ‘pubblico’ trasformandosi primariamente in luoghi di transito e consumo, oppure di stazionarietà individualista diventa, ancora prima che un obiettivo commerciale razionale, una pratica politica fondamentale di produzione di ambienti e, in qualche misura, tipi umani ‘non-pubblici’[1].

 

3. Pianificazione

In un libro assai istruttivo a cui abbiamo già fatto riferimento, Scott (1998) osserva che il ‘progetto’ dello Stato moderno è essenzialmente volto alla conoscenza del territorio e delle popolazioni: si tratta di ciò che egli chiama un progetto di ‘leggibilità’, volto insieme a produrre e cartografare (‘mappare’) lo spazio. E non è del resto un caso che Abbott (2008) possa raccontare che quando l’architetto e pianificatore Daniel Burnham preparava il suo piano per San Francisco nei primi anni del Ventesimo secolo, lavorasse da uno studio collocato in cima a Twin Peaks, dominando il panorama dell’intera città. Ma dal punto di vista della visione e della proiezione, oltre che da quello utopico di un’estensione delle tipologie di persone potenzialmente coinvolgibili nella progettazione, appaiono ben più impressionanti l’apporto e la capacità delle nuove tecnologie di disegno e pianificazione così come descritte da Levy (1998).
    Se come dice Sudjic (2012) l’architettura è un’arma, la pianificazione non è da meno. Il controllo dei processi di formazione, riscrittura e sviluppo della città, ha perciò impegnato molto élite e pianificatori a partire almeno dall’Ottocento: gli esempi classici e ormai banali di Brasilia, della Parigi del Barone Haussmann o della Chicago successiva al ‘grande incendio’ testimoniano gli estremi dell’invenzione e della reinvenzione della città per fini di controllo, speculativi, monumentali oppure celebrativi di una rinascita successiva a una catastrofe (Pinkney, 1972; Holston, 1989; Rabinow, 1989; Sawislack, 1995).
    La pianificazione e le successive regolazioni volte a colmare le lacune o ad adattare gli spazi ai nuovi interessi e sensibilità emersi nel tempo interpretano un ruolo decisivo per la produzione dello spazio e della vita ivi contenuta. Come nota Thorns (2002) la vicenda della pianificazione come ideale e pratica professionale e politica è tutt’altro che lineare. In generale, e solamente limitandoci al Novecento, essa ha attraversato tre fasi. Essa è stata vista inizialmente come parte dell’agenda dei riformatori sociali interessati a fronteggiare i problemi della rapida e crescente urbanizzazione che ha investito la città europea e americana nei primi decenni del secolo scorso. Lo sviluppo dei piani regolatori, delle normative e degli apparati burocratici di controllo e programmazione su scala nazionale e locale, attraverso processi che sono stati anche di tipo emulativo, è parte di questo progetto. La seconda fase è quella emersa a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, che possiamo definire di critica della pianificazione, tesa a sottolineare gli aspetti conservatori della programmazione con riferimento alle differenze di classe e potere. La terza fase, emersa a partire dagli anni novanta del secolo scorso è per lo meno bicefala, divisa com’è tra la ricerca di una sostenibilità ambientale universalista e istanze neoliberiste. Queste ultime – in generale prevalenti nella pratica – hanno posto rinnovata enfasi sul mercato come luogo dell’allocazione di beni e servizi, inclusi terra, edifici e infrastrutture urbane.
    Secondo Thorns (2002) osserviamo la riduzione degli spazi a disposizione di un’idea di pianificazione intesa come intervento e controllo sulle attività imprenditoriali, a tutto vantaggio di orientamenti volti a inseguire modelli di trasformazione e rigenerazione guidati dal settore privato. In questa cornice la pianificazione diventa un servizio alle imprese e ai ceti connessi – gli stessi, peraltro, responsabili dei mali che la pianificazione dovrebbe correggere. In modo più estremo, potremmo dire anche che la pianificazione stessa diventa un servizio fornito dagli investitori privati a beneficio in primo luogo di sé stessi. E se è vero, come osserva Dines (2012), che certe ricostruzioni apocalittiche non trovano riscontro nelle realtà decentrate perché ispirate dagli spazi iconici della città americana poste ai limiti estremi della ristrutturazione capitalista (qualcosa, peraltro, che si potrebbe affermare di questo stesso saggio), è anche vero che il caso milanese dell’Expo 2015, con la sua moltitudine di grattacieli destinati verosimilmente a restare deserti,  sembrerebbe confermare, se mai ve ne fosse bisogno, uno spostamento di quel modello verso la ‘periferia’ decentrata del nuovo capitalismo.
    E giusto per prevenire possibili obiezioni, è utile rimarcare che non bisogna enfatizzare oltre modo l’efficacia della pianificazione, dacché le lotte prendono spesso le proprie mosse a partire dai processi di riordinamento e pianificazione dello spazio. Storicamente gli sventramenti di Roma o il rifacimento di Milano sono altrettanti esempi di queste lotte generatrici di borgate e di popolazioni improvvisamente in eccesso che vanificheranno gli sforzi di scrittura e pianificazione (Ferrarotti, 1970; Bortolotti, 1978). Tuttavia, come osservano Pile et al. (1999) aree differentemente segregate e deliberatamente isolate come le gated community e i ‘ghetti’ di Los Angeles, Johannesburg o San Paolo (o, per quel che ci riguarda, la Roma di Pierpaolo Pasolini o Walter Siti) sono in realtà estremamente porose e poste in comunicazione tra loro per ragioni economiche (la manodopera di basso profilo dei servizi risiede solitamente nelle aree periferiche e svalutate) o per via di quegli scambi illeciti che, nei termini di Dal Lago e Quadrelli (2003), connettono la ‘città e le ombre’. Senza tenere in conto, inoltre, i processi di ‘de-carto-graficazione’ (unmapping) che caratterizzano la città neoliberista, rendendola esposta a complessi e concatenati fenomeni di deterioramento e speculazione rigenerativa (Roy, 2004). Una tendenza che Roy identifica nella nuova Calcutta, ma che in realtà contraddistingue un ampio numero di città sparse nel mondo. Senza contare l’enorme presenza di uno spazio ‘residuale’, frutto di una cattiva pianificazione, che si traduce in spazio inutilizzato, sottoutilizzato e dimenticato (Franck, Stevens, 2007).  
    Tuttavia, prendendo a prestito le parole di Holston (1989, p. 5) e forzandole in parte, è arduo esimersi dall’osservazione che vi sono molto più che delle affinità «tra il modernismo come un’estetica della cancellazione e della riscrittura e la modernizzazione come un’ideologia dello sviluppo in cui i governi, senza curarsi di persuadere i cittadini, cercano di riscrivere le storie nazionali». Storie come quella della Napoli bassoliniana rammentata in apertura di capitolo si collocano così tra questi estremi e all’interno della dinamica individuata da Holston: pur non cancellando i palazzi, i ‘poteri’ provano a selezionare le forme di vita racchiuse negli spazi, inseguendo le diverse ideologie del presente che si succedono nel tempo e tentando di reprimere il passato.

 

4. La difesa dello spazio pubblico

Non è un caso che Hou, sulla base di una nutrita letteratura, avverta che lo spazio pubblico verte sempre in una sorta di stato di emergenza e che «la lotta è il solo modo affinché il diritto allo spazio pubblico sia mantenuto» (Mitchell, 2003, citato in Hou, 2010, p. 7). Tali ‘lotte’ rappresentano ciò che nel corso di questo saggio chiamiamo resistenze e che, in riferimento allo spazio pubblico, secondo Hou (2010) assumono le forme:

- dell’appropriazione, un termine che indica i modi attraverso cui i significati, la proprietà e la struttura dello spazio pubblico ‘ufficiale’, quello sancito cioè dalla legge, possono essere temporaneamente o permanentemente sospesi;

- della rigenerazione, allorché gli spazi fisici abbandonati o sottoutilizzati possono essere reimpiegati per nuovi usi e funzioni;

- della pluralizzazione, espressione riferita al modo in cui le differenti componenti dell’immigrazione trasformano il significato e le funzioni dello spazio pubblico, producendo una sfera pubblica maggiormente eterogenea;

- della trasgressione, volta a infrangere per mezzo dell’occupazione temporanea i confini ufficiali tra pubblico e privato, così come a intervenire sulla produzione di nuovi significati e relazioni;

- dello svelamento, volto alla produzione e alla riscoperta dello spazio pubblico attraverso la reinterpretazione dei significati nascosti o latenti e delle memorie presenti nel paesaggio urbano;

- della contestazione, intesa nel senso più classicamente ed esplicitamente politico della lotta per gli usi, i significati, i diritti e le identità nel reame del pubblico.

Gli individui e i gruppi impegnati in queste forme di resistenza costituiscono almeno in parte un «contro-pubblico subalterno» (Fraser, 1990, p. 67), ossia «un’arena discorsiva parallela in cui gli appartenenti a gruppi sociali subordinati producono e diffondono controdiscorsi che permettono loro di formulare interpretazioni oppositive delle loro identità, interessi e bisogni» (Id., 1990, p. 81). Dentro questa cornice, tuttavia, le resistenze nello spazio pubblico coinvolgono anche gruppi sociali che non sono esattamente subalterni e che dispongono di strumenti discorsivi, relazioni e capacità di influenza diversi e più visibili.
    Se, come vedremo meglio innanzi, il ‘controdiscorso’ dei subalterni si traduce soprattutto in pratiche di invasione dello spazio pubblico, quello delle classi privilegiate si accompagna in misura maggiore ad azioni di comunicazione e a relazioni con i media. Se di solito l’azione dei subalterni tende – se non all’invisibilità – a una visibilità ridotta, quella delle classi anche soltanto relativamente privilegiate mira più spesso alla massima riconoscibilità possibile.
    Gli occupanti di case e i venditori ambulanti nell’Iran post-rivoluzionario descritto da Bayat sono un esempio del primo tipo e appaiono dediti, non a caso, alla «tranquilla invasione dell’ordinario» (the quiet encroachment of the ordinary, nella definizione originaria dell’autore), ossia «un silenzioso, paziente, protratto e pervasivo avanzamento della gente comune sui possidenti e i potenti, col fine di sopravvivere alle avversità e migliorare le proprie esistenze» (Bayat, 1997, p. 7). Le casupole edificate dal nulla, le baracche munite di allacci irregolari alla linea elettrica pubblica, le bancarelle, i negozi del tutto irregolari e improvvisati che sorgono lungo le strade secondarie sono altrettanti esempi di una mobilitazione pacifica, atomizzata e continua, che assume solo raramente la forma di un’azione collettiva contro le minacce incombenti e che procede senza una chiara leadership, ideologia o organizzazione, eccetto quelle che scaturiscono spontaneamente e secondo modalità ‘intime’ (Herzfeld, 2005). Un modello per nulla dissimile da quanto rinvenuto per esempio nel Meridione d’Italia, dove, anche quando il mondo subalterno incrocia la politica, ciò avviene, per impiegare una formula di Hobsbawm, più spesso con l’intento di ‘lavorarsi il sistema’ che per autentica adesione ideologica a un progetto (Farinella, Saitta, 2013). Esemplare in questo senso il memoriale di Vincenzo Rabito (2007), il contadino siciliano semianalfabeta autore di uno splendido diario che attraversa gran parte della storia del Novecento italiano, il quale, seppure di sentimenti socialisti, nel corso di differenti stagioni non esiterà a farsi fascista e democristiano per navigare nelle turbolenze dell’Italia in perenne transizione.
    Proprio perché costellato di problemi, il quotidiano dei subalterni finisce frequentemente con il determinare un esplicito antagonismo e delle contrapposizioni elementari: in primis, quella tra un ‘noi’ (poveracci, gente senza potere e santi in paradiso) e un ‘loro’ (le istituzioni, i padroni, ecc.), che si traduce di fatto in un rapporto conflittuale con i poteri. In questa cornice interpretativa, l’informalità appare un’interazione strategica con lo Stato, come mostra il caso delle ‘masse’ meridionali che, nei confini della cornice clientelare e dell’inclusione condizionata prodotta dall’autorità, sfruttano ogni interstizio per massimizzare i benefici e conquistare pochi centimetri di libertà (Farinella, 2013).
    Come avverte quest’autrice indagando sul caso di Messina, nelle finte separazioni finalizzate a ottenere benefici fiscali, nell’occupazione di baracche fatte per risalire velocemente le graduatorie per gli immobili popolari, nelle raccomandazioni ricercate per ottenere lavori ecc., si nascondono un’infinità di drammi, ma anche forme di ‘attivazione’ che non sono quelle subordinanti delle politiche del lavoro, ma di tipo spontaneo, finalizzate alla ridistribuzione e all’’emancipazione’. Analogamente il ‘lavoratore povero’ (working poor) abitante in baracca, che, forte del fatto di non avere letteralmente nulla da perdere, tenta una truffa ai danni di una finanziaria al fine di racimolare una somma da distribuire tra i parenti, vive sì una condizione drammatica, ma è anche un individuo che tenta rocambolescamente di liberarsi dalla dipendenza e dalle violenze strutturali che ha subito per tutta la vita in ragione di uno status ascritto che lo colloca in fondo alle gerarchie sociali (Saitta, 2013). In questa prospettiva il ‘pubblico’ – inteso come spazio, sussidio o risorsa di origine statale – così come il ‘privato’ – inteso come luogo di una disuguaglianza originaria (di cui banche e finanziarie sono co-artefici) – appaiono come risorse di cui appropriarsi per ripristinare modelli incorporati di giustizia sociale. Nell’appropriazione e, dunque, nell’apparente privatizzazione dello spazio attuata dalle classi subalterne meridionali si attuano pertanto complicate risignificazioni simboliche e materiali dell’ordine sociale, volte, attraverso forme solo apparentemente paradossali, a conferire nuovi e più cogenti significati al termine ‘pubblico’. Occupare lo spazio a fini abitativi oppure di lavoro è, insomma, anche un modo di conferire ‘dal basso’ un valore realmente universalista a quei beni che si dice siano della cittadinanza, ma il cui accesso è invece impedito da una pluralità di ostacoli strutturali e burocratici che discriminano tra classi e dotazioni economiche e riproducono la stratificazione.
    Analogamente occorrerebbe sottrarre alla retorica del degrado fisco e morale l’occupazione dello spazio esercitato dagli immigrati ghanesi a Castelvolturno osservati da Lucht (2012), rileggendola nell’ottica della ‘pluralizzazione’. Infatti, nella ricostruzione dello studioso, una strage di camorra, consistente nell’uccisione di  sei immigrati ghanesi, diventa  tra molte altre cose  il pretesto per riflettere sulle forme di cittadinanza attiva espressa dai più marginali tra i marginali[2]. Qualcosa di non molto diverso da quanto mostra Mangano (2010) in una ricostruzione della rivolta di Rosarno a opera dei braccianti agricoli africani, in una cornice di sfruttamento lavorativo, segregazione abitativa e oppressione generalizzata. In questo quadro le illegalità divengono un modo di affermare i diritti e ricercare, ancora una volta, la giustizia sociale.
Molto diverso è il caso dei centri sociali, dei teatri occupati, dei comitati civici e di analoghe forme di ‘insorgenza’ urbana. Per quanto la composizione sociale di queste ultime realtà non sia prevalentemente di tipo egemone, essa è sovente variegata, include in molti casi elementi appartenenti a classi medie e superiori e si esprime secondo modalità solitamente precluse ai subalterni. Se è certamente possibile dire che le differenze tra le due tipologie di mobilitazioni e illegalismi sono incentrate sulla natura delle rivendicazioni e delle tecniche per mezzo delle quali queste sono avanzate e, inoltre, che è la presenza di un’ideologia compiuta a costituire un importante marcatore della distinzione, ciò non permetterebbe di cogliere le ulteriori differenze che si rinvengono nei modi attraverso cui le varie pratiche sono definite e interpretate dal ‘sistema’, a partire dal capitale sociale e culturale a disposizione di chi pratica le diverse illegalità.

 

5. Differenti stili di resistenza

Per quanto, sotto il profilo della repressione, gli anni duemila abbiano visto il venire meno di classiche forme di negoziazione nella gestione del disordine (Della Porta, Reiter, 2003; Fernandez, 2008), i movimenti sociali si alimentano in genere della relazione con il pubblico da mobilitare, dell’etica implicita nelle rivendicazioni (per quanto spesso illegali) e, nel caso di alcuni di essi, delle relazioni privilegiate intrattenute con il mondo della cultura o dello spettacolo, oltre che del capitale sociale, a volte di tipo familiare, da impiegare per accedere ai canali istituzionali. E se è vero che non tutti i movimenti dispongono delle risorse simboliche a disposizione di esperienze come per esempio il Teatro Valle di Roma[3], è altrettanto vero che in forme vistosamente ridotte questa disponibilità è parte della dotazione media dei movimenti urbani e si sostanzia frequentemente nella capacità di coinvolgimento di intellettuali, media, artisti e forze politiche di livello locale anziché nazionale.
    È possibile immaginare che questa veloce ricostruzione possa indurre alcuni a storcere il naso e a obiettare che è difficile comparare l’esperienza dei teatri occupati e del movimento per i beni comuni a cui l’analisi precedente dovrebbe almeno in parte calzare, e quella dei centri sociali o dei collettivi controculturali radicali come, per esempio, il Virus di Milano, El Paso di Torino, il Forte Prenestino di Roma, Il Macchia Nera di Pisa, l’Officina 99 di Napoli e l’infinità di altri meno noti sorti e discioltisi in Italia tra gli anni settanta e duemila, sospesi tra ‘separatismo culturale’ punk, produzione di ‘dispositivi controegemonici’ finalizzati all’agita-zione culturale ma ciò nonostante pervasi da atteggiamenti di apertura nei confronti dell’industria culturale mainstream (si pensi alla collaborazione di artisti grafici alternativi con la collana Interzone di Feltrinelli) e, infine, alle prese con pratiche di ‘intreccio e meticciato’ da giocarsi però rigorosamente dentro la galassia culturale antagonista (De Sario, 2009). Senza contare che è difficile parlare, poniamo, delle esperienze originarie skin o mod come forme annidate dentro la borghesia (Cohen, 1972; Hebdige, 2000; Clarke et al., 1993). Tuttavia il punto, peraltro banale, che tento di sostenere è quello per cui le pratiche oppositive e minoritarie che si manifestano nello spazio pubblico, di cui quello culturale è pienamente parte, sono ‘ibride’ dal punto di vista della composizione e improntate al ‘bricolage’ per quanto riguarda gli aspetti tecnico-contenutistici. Esse non impiegano i classici strumenti subalterni perché le loro riconfigurazioni locali, quelle cioè che si rinvengono fuori dall’Inghilterra degli anni Settanta, non sono composte unicamente da subalterni e perché il rapporto con la comunicazione, intesa come insieme di pratiche volte a diffondere valori e fini  politici oppure a provocare, appare come un elemento caratterizzante atto a differenziare articolazioni della ‘resistenza’ votate rispettivamente al silenzio e al rumore.
    A quest’ultimo proposito e in modo coerente con quanto abbiamo già notato in precedenza, secondo una celebre rassegna del complesso dibattito sulle ‘resistenze’ realizzata da Hollander e Einwohner (2004) i conflitti possono essere infatti espliciti o meno, in ragione dei rapporti di forza, delle convenienze e della legalità dei metodi e delle istanze (resistenza aperta o coperta). Possono essere condotti in modo sotterraneo e, teoricamente, non emergere (resistenza non scoperta). Il conflitto può avere altresì una caratterizzazione individuale, come nel caso del criminale isolato o in quello della donna segregata in famiglia; oppure collettiva, nel duplice senso di pratiche atomizzate, territorialmente sparse, condotte con modalità disorganizzate eppure diffuse e simultanee, come nel caso dei contadini isolati o delle cellule terroriste indipendenti; ma lo scontro può essere evidentemente anche pienamente organizzato e sincronico, come accade ai movimenti sociali in senso classico o a certi movimenti virtuali attivi in rete. Conflitti e resistenze, inoltre, possono essere intenzionali come nel caso dei movimenti ambientalisti radicali, oppure essere subiti pur in assenza di una volontà conflittuale e di rivendicazioni preesistenti, come nel caso del ‘popolo della notte’ bersagliato da ordinanze comunali e attività repressive di polizia o delle minoranze etniche non politicizzate (resistenze non intenzionali). Infine gli scontri possono essere ‘nominati’ e definiti da chi resiste, da chi è oggetto dell’opposizione oppure da chi osserva (resistenze definite dall’esterno), generando così ulteriori tipo di discorsi, pratiche e risposte a beneficio di ciascun particolare gruppo.
    Alla luce di quanto detto sinora, cosa sono dunque le ‘resistenze’ nello spazio pubblico? Mi sembra che esse consistano tanto di variegati modi di opposizione alle restrizioni all’uso dello spazio quanto di diversi modi di riscrittura dello stesso. Le resistenze sono modi irregolari di uso e presenza nella strada, solo apparentemente il più pubblico degli spazi, ma anche modi di produzione di spazio collettivo e intersoggettivo in luoghi normalmente chiusi.
    Le due cose peraltro non dovrebbero essere considerate in opposizione o antitetiche in quanto il lavoro di strada è, per definizione, un lavoro intersoggettivo, che include scambi di informazione e forme di reciprocità; e che si configura inoltre come un’attività economica e, insieme, politica (una politica ‘della strada’, per l’appunto) che include negoziazioni, alleanze, scontri e pace.
    Sintetizzando brutalmente, sono modi di resistenza e di evasione quelli degli ambulanti irregolari, degli spacciatori e dei perseguitati a vario titolo – a torto o a ragione, completa o parziale – che si ostinano a sfidare l’autorità pubblica e i suoi ‘segugi’ specializzati nel rendere loro la vita difficile, multandoli, arrestandoli, sequestrando loro le merci o umiliandoli. È l’atto della ripetizione e l’ostinazione, oltre che la necessità di non mollare, che fa della loro presenza una resistenza, che essi la intendono così o meno. Ma non deve essere tuttavia un caso che in siciliano, nel gergo popolare, tra i tanti modi con cui si può genericamente riassumere la quotidianità, accanto a ‘bene’, ‘male’ e ‘discretamente’, ci stia ‘resistiamo!’. In quest’ottica, è la lingua quotidiana che sembra certificare che la dura vita di chi è occupato nei mestieri di strada e, insieme, a fronteggiare o evadere il peso del fisco, delle bollette, dei creditori, dei cattivi pagatori e l’infinito numero di altri ‘oppressori’ possa essere senz’altro rappresentata come una resistenza.
    Ugualmente è resistenza quella di chi non accetta che le città si facciano dormitori e che si oppone una notte dopo l’altra, un fine settimana di seguito all’altro, attraverso pratiche forse inconsapevoli, alle ordinanze volte a rendere la notte un tempo del silenzio e della rigenerazione per il lavoratore salariato. In tal modo, bevitori di alcolici, ‘bivaccatori’ notturni seduti ai piedi dei monumenti, suonatori di bonghi e ubriachi molesti appaiono anch’essi dei resistenti. Per l’esattezza, sono soggetti trasformati in resistenti da quelle (bio)politiche inconsapevolmente reazionarie e anacronistiche che pretendono di ordinare il tempo dell’individuo giovane e precario come se la città in cui questi vive e il ruolo che gli spettasse nella vita fosse ancora quello del paese fordista, in cui il tempo-valore da preservare è quello utile al lavoro e non alla socialità.
Sono resistenti (ed evasori) gli immigrati e le immigrate irregolari, come abbiamo già detto. Gli uomini e le donne impegnati a sfidare ronde, city angel, poliziotti, cittadini delatori, comitati anti-prostituzione, leghisti e razzisti d’ogni sorta, sapendo bene che il terreno in cui ci si muove è ostile e nemico. Ma che si ostinano ciò nonostante a restare migranti, per necessità o per scelta, confidando in futuro migliore per sé e accettando il carcere, la strada e l’elemosina come parte di un diritto al sogno che nessuna autorità pubblica potrà mai fare venire meno.
    Sono resistenti gli ultrà, non tanto perché si ostinano a inseguire un oggetto evanescente come una squadra di calcio malgrado le tessere del tifoso, le cariche dei reparti mobili, i blocchi in autostrada e i benpensanti che li descrivono come bestie o ‘uomini d’affari’ impegnati a stringere strani accordi con le direzioni sportive, ma perché si ostinano a ‘creare comunità’ e a ricercare un modo collettivo per dare senso al proprio tempo libero.
Ugualmente resistono centri sociali autogestiti, movimenti ambientalisti radicali e, in modo forse diverso, occupanti di teatri e di case, impegnati come sono in una sfida frontale, e quasi mai necessaria o conveniente su un piano individuale, all’autorità. Una sfida che può includere il carcere come esito e che essi accettano in nome del diritto a un’idea, a un’estetica e a un’etica, dai risultati per lo più fallimentari dal punto di vista dell’impatto sociale. Ma non è questo quel che davvero importa. È molto più rilevante ostacolare il percorso del nemico, rallentandone l’azione, costringendolo a ritirate tattiche e a diluire i tempi di progetti che hanno per lo più la città, lo spazio e la speculazione come posta. Essere presenze attive nello spazio, ecco quel che conta davvero.

 

Conclusioni

L’elenco fornito sopra, per nulla ‘provocatorio’, come alcuni amano dire quando si introduce il tema delle illegalità legittimandolo, non esaurisce affatto il campionario di lotte presenti nello spazio pubblico contemporaneo. Le forme assunte da queste sono infatti infinite, coinvolgono un enorme numero di soggetti e vengono condotte con enorme creatività. Peraltro, come si è visto nelle pagine precedenti, esse sono spesso invisibili e sfuggono a qualsiasi monitoraggio.
    Per quanto parziale e appena accennato, questo elenco suggerisce tuttavia che lo spazio pubblico suscita forme diffuse di insoddisfazione e che gruppi tra loro variegati hanno differenti ragioni per esprimere disagio e impegnarsi in forme di opposizione alla sua organizzazione, per fini sia materialisti che postmaterialisti.
    Che sia privatizzato, semi-privato o pubblico lo spazio della città appare sottoposto a un eccesso di regolazioni, controlli e limiti all’impiego. Se tutto questo rassicura una cospicua parte della popolazione – quella che percepisce insicurezza, malgrado l’obiettivo calo dei reati gravi e violenti, ed è sensibile al ‘degrado’ e alla diversità – esso determina un’estesa insoddisfazione presso altre sezioni della popolazione. Non solo tra coloro che, con le proprie attività, sono tra le cause di quelle percezioni di insicurezza e perdita del controllo; ma anche tra coloro che, pur non appartenendo in origine a nessuna classe pericolosa, scelgono – attraverso risposte di caso in caso espressive, istintive o compiutamente ideologiche, estetiche e etiche – di opporsi alle prigioni invisibili dello spazio urbano e di diventare militanti del disordine metropolitano.
    Se il neoliberismo esaspera le divisioni di reddito, quelle tra possidenti e ‘aventi nulla’, tra soggetti indebitati e minoranze detentrici di cospicue ricchezze, tra cittadini e non cittadini, esso genera anche reazioni, in ossequio a quel principio per il quale «dove c’è potere c’è resistenza» (Foucault, 2003, p. 125). E mentre sono scettico circa la possibilità di una trasformazione sostanziale di questi rapporti – qualcosa relegato nell’ambito dei tempi e delle aspettative di ordine messianico – credo che nell’attuale organizzazione sociale sia possibile in generale intravedere un’interessante ristrutturazione del tempo e dei rapporti. Se il neoliberismo è infatti l’organizzazione che incarna il tempo presente e gli adattamenti più avanzati del capitalismo, esso assomiglia tremendamente al passato dal punto di vista delle funzioni e delle divisioni di classe e reddito. Qualcosa, del resto, che già Stoler e Cooper (1997) e Mezzadra (2005) avevano in qualche modo notato parlando delle colonie come di ‘laboratori della modernità’ che permettono di osservare la retroazione dalla periferia al centro.
    La precarietà del lavoro, la proiezione della vita su giornate di lavoro o su brevi stagioni, la mediazione di agenzie postmoderne ‘di caporalato’ o mediazione-lavoro, la diffusione di cattivi lavori, la tassazione insostenibile e, dall’altra parte, la ristrettezza del gruppo dei privilegiati, l’arbitrio del potere e la selezione penale assomigliano tremendamente all’ordine postfeudale e al passato così come una ricca storiografia sui mondi rurali li ha presentati. In questa cornice di sovrapposizioni, è ancora possibile definire criminali le illegalità dei poveri. Ma non si capirebbe la ragione per cui dovremmo chiamare così queste pratiche, mentre possiamo accettare che quelle dei contadini fossero resistenze (Hobsbawm, 1966). Allo stesso modo, potremmo chiamare criminali, illegali e addirittura terroriste le resistenze esplicite dei privilegiati per nascita che decidono però di consegnarsi alla causa della ribellione politica e della trasformazione radicale dei rapporti esistenti. Ma non si capirebbe perché celebriamo come eroi gli omologhi che si consegnarono al sogno dell’Unità d’Italia o di qualsiasi altro progetto illegale che appariva foriero di speranza e che, soprattutto, ha vinto. Bene, se tutto ciò appare plausibile questo saggio è un tributo agli ‘eroi’ del presente: i resistenti visibili e invisibili che rendono il processo di consolidamento di un ordine urbano profondamente asimmetrico più complicato di quanto alcuni vorrebbero.

 

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Note biografiche sull’autore

Pietro Saitta è ricercatore in Sociologia generale presso l’Università degli Studi di Messina. Ha lavorato presso numerose università e centri di ricerca in Italia e all’estero. Si occupa prevalentemente di questione urbana, ambiente e devianza. È autore di numerosi saggi e libri pubblicati da riviste ed editori nazionali e stranieri. Tra i suoi lavori più recenti, Quota zero. Messina dopo il terremoto: la ricostruzione infinita (Donzelli, 2013) e Getting By or Getting Rich. The Formal, Informal and Criminal Economy in a Globalized World (Eleven, 2013).

 

About the author

Pietro Saitta is researcher in General Sociology at the University of Messina. He worked in several university and research centers in Italy and abroad. His main research interests are in urban issues, environment and deviance. He is the author of numerous scientific articles and books published on national and international journals and editors. His recent works are Quota zero. Messina dopo il terremoto: la ricostruzione infinita (Donzelli, 2013) and Getting By or Getting Rich. The Formal, Informal and Criminal Economy in a Globalized World (Eleven, 2013).

 

NOTE

[1] Per quanto le persone possono evidentemente fare usi imprevedibili dello spazio ed è dunque possibile che luoghi come per esempio i McDonald possano diventare spazi pubblici per gruppi particolari come per esempio le donne immigrate, le quali possono prendere a utilizzarli per svagarsi nel tempo libero, ma anche per fare circolare informazioni, notizie, ecc. Questo non sarebbe esattamente un uso pubblico, ma qualcosa che limita comunque l’assolutezza degli enunciati precedenti. Ringrazio Pierpaolo Zampieri per questa notazione, tratta peraltro da un lavoro non pubblicato di Angela Bagnato sul McDonald di Reggio Calabria. 


[2] Anche se occorre non prendere troppo sul serio l’espressione ‘marginale’. Infatti, come mostrato decenni orsono dall’importante lavoro di Perlman (1976), «la marginalità è un mito». Al contrario, immigrati, lavoratori poveri e saltuari sono perfettamente integrati nel sistema e costituiscono un esercito operaio di riserva indispensabile alla riproduzione del capitalismo, posto in comunicazione continua con i piani alti del sistema economico e culturale.

[3] Il Teatro Valle è stato occupato il 14 giugno 2011 da un gruppo di lavoratori dello spettacolo, attivisti e liberi cittadini affinché lo stabile fosse mantenuto pubblico attraverso la partecipazione popolare e una gestione caratterizzata da criteri di trasparenza. Nei tre anni di autogestione, terminata nell’agosto del 2014, gli occupanti hanno elaborato nuove proposte di gestione dei teatri pubblici ma più in generale ripensato ‘dal basso’ nuovi modelli di politiche culturali. Nelle intenzioni degli occupanti vi era l’intento di fare sì che questo ‘gesto si trasformi in un processo costituente: per attivare un altro modo di fare politica senza delegare, costruire un altro modo di lavorare creare produrre, affermare un’altra idea di diritto oltre la legalità, sviluppare nuove economie fuori dal profitto di pochi’. È interessante notare che il Teatro Valle ha ricevuto 5 premi internazionali per le proprie attività. http://www.teatrovalleoccupato.it/chi-siamo (consultato il 15.03.2015). Sui teatri occupati in Italia si veda Jop (2012).

 

 


 

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