ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Patrizia Meringolo

Patrizia Meringolo

Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia
Università degli Studi di Firenze
patrizia.meringolo@unifi.it

Patrizia Meringolo è professore di Psicologia sociale presso l’Università degli Studi di Firenze, titolare dell’insegnamento di Psicologia dei Gruppi e di Comunità e di Psicologia dell’Empowerment sociale. I temi principali della sua ricerca riguardano la comunicazione nei gruppi, le reti sociali formali e informali, la promozione della salute e la prevenzione dei comportamenti a rischio in età giovanile, i conflitti intergruppi emergenti nei fenomeni migratori, gli studi di genere e la qualità della vita nei contesti territoriali. Ha svolto attività di ricerca-intervento, monitoraggio di progetti e formazione degli operatori per Enti Pubblici e di Terzo Settore. Tra le sue pubblicazioni: Effetti della povertà”, in A chi importa degli esclusi? Percorsi di empowerment individuale e sociale per cittadini senza fissa dimora, in “Il seme e l’albero”, Agosto 2007; Giovani, creatività, città (a cura di) (con S. Bertoletti, M. Chiodini) Unicopli, Milano 2009; Interventi psicosociali sul carcere e sul reinserimento, in S. Guetta (a cura di), Saper educare in contesti di marginalità, Koiné, Roma 2010; I minori stranieri immigrati di seconda generazione: Aspetti pedagogici e psicologici dell'inclusione (con G. Di Bello), in “Minori e Giustizia”, 2010 (n. 2); Adolescenti e dipendenze, in “Rassegna Bibliografica. Infanzia e Adolescenza”, 2011 (n. 2); Fra emarginazione e infamia. La legittimazione sociale del rifiuto, in “Storia delle Donne”, 2011 (n. 6/7); Terre di confine. Soggetti, modelli, esperienze dei servizi a bassa soglia (a cura di) (con P. Bertoletti, M. Stagnitta, G. Zuffa), Unicopli, Milano 2011.

Articoli di Patrizia Meringolo:

Riassunto

La nuova uscita della rivista Il seme e l’albero può costituire l’occasione per interrogarsi sul significato di una nuova pubblicazione scientifica oggi e sul senso che può avere il punto di vista della psicologia di comunità, in un periodo in cui i bisogni sociali sono più pressanti che nel passato. I contributi teorici che ci provengono da studiosi, non solo del nostro Paese ma anche di altre regioni nel mondo, sottolineano l’importanza di una ridefinizione di giustizia, solidarietà, etica, politica e psicologia. Un professionista che voglia essere participant conceptualizer (teorico partecipante) deve valorizzare concetti quali partecipazione, potere e coscientizzazione, come modalità per promuovere il cambiamento nelle nostre comunità, in vista di una maggiore inclusione sociale e di strategie finalizzate all’empowerment. E se la nostra comunicazione è cresciuta negli anni per diventare più efficace, non abbiamo diminuito l’impegno nel costruire reti aperte e dolate di significato.

DOI: 10.17386/SA2015-001002

CI VUOLE UN SEME. COSCIENTIZZAZIONE E LAVORO DI COMUNITA’

Patrizia Meringolo*

*Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia, Università degli Studi di Firenze

Riassunto: La nuova uscita della rivista Il seme e l’albero può costituire l’occasione per interrogarsi sul significato di una nuova pubblicazione scientifica oggi e sul senso che può avere il punto di vista della psicologia di comunità, in un periodo in cui i bisogni sociali sono più pressanti che nel passato. I contributi teorici che ci provengono da studiosi, non solo del nostro Paese ma anche di altre regioni nel mondo, sottolineano l’importanza di una ridefinizione di giustizia, solidarietà, etica, politica e psicologia. Un professionista che voglia essere participant conceptualizer (teorico partecipante) deve valorizzare concetti quali partecipazione, potere e coscientizzazione, come modalità per promuovere il cambiamento nelle nostre comunità, in vista di una maggiore inclusione sociale e di strategie finalizzate all’empowerment. E se la nostra comunicazione è cresciuta negli anni per diventare più efficace, non abbiamo diminuito l’impegno nel costruire reti aperte e dolate di significato.

Parole chiave: psicologia di comunità, impegno, reti sociali, coscientizzazione, comunicazione scientifica

Abstract: We Need a Seed. Coscentization and Community Work. The new edition of the journal Il seme e l’albero (The Seed and the Tree) may be an occasion to wonder about the meaning of a new scientific publication, now, and the opportunity of the community psychology point of view, particularly at a time when people are more needed than in the past. Lessons learned by relevant scholars, coming from not only our country but also from other regions of the world, underline the importance of a new definition of justice, solidarity, ethics, policies and psychology. A professional who wants to be a participant conceptualizer has to take into account concepts like participation, power, and coscientization, as ways to promote changes in our communities, aimed to social inclusion and empowering strategies. And if our communication has grown up over the years to be more effective, we didn’t reduce our commitment in building meaningful and open networks.

Keywords: community psychology, commitment, social networks, coscientization, scientific communication


Introduzione

Questo contributo è una strana via di mezzo tra una riflessione teorica, come ci si aspetterebbe dalla mia professione, e una riflessione politica, come forse si adatta meglio alla mia storia. Appartengo a una generazione topica nelle vicende contemporanee, che ha attraversato la propria epoca cercando di navigare tra movimenti e istituzioni, portando qualcosa di nuovo e di creativo (l’immaginazione di un potere diverso, per esempio, per i generi e le generazioni), combattendo molte battaglie (e perdendone un certo numero), stando quasi sempre dalla parte giusta (cioè di quella dei perdenti, il che non significa di quelli che necessariamente perdono) e qualche volta lasciando dei segnali importanti, come le leggi sui diritti e contro le marginalità. Credo che ne sia valsa la pena: in ogni caso l’attivazione delle coscienze ha lasciato un segno, o meglio, un seme – in omaggio al nome della rivista – che magari è germogliato in altro luogo o con altre caratteristiche, ma sempre portando qualcosa di nuovo.

 

1. Perché serve una rivista

Il seme e l’albero riprende il via con un processo di rinnovamento, di ridefinizione e di arricchimento nelle risorse e nei contributi. Ho collaborato alle edizioni precedenti, ed è con grande emozione che ne vedo l’evolversi.
    La rivista serve. Serve perché è uno stimolo alle coscienze. Negli ultimi anni abbiamo assistito a importanti discussioni sulla qualità della produzione scientifica. Molte discipline, e la psicologia in particolare, sono state attraversate dal dibattito sui parametri in base ai quali un contributo si può definire di qualità. Non tutto quello che si è concluso però è pienamente soddisfacente: il ranking di un prodotto non può essere stabilito solo dal consenso che incontra in una comunità scientifica (stabilita a priori), e il suo valore non può essere stabilito (sempre a priori) in base al modo con cui viene disseminato. Se ci attenessimo a un criterio così rigido di dignità culturale, rischieremmo di produrre solo conformismo e appiattimento sui valori esistenti, non necessariamente ‘euristici’, utili cioè per arrivare ad una soddisfacente esplorazione e ricerca di senso nella realtà.
    Non ci dimentichiamo che – nella maggioranza dei temi che in questa sede saranno affrontati – stiamo parlando di ‘problemi umani in comunità di massa’ (Amerio, 2004), che hanno un impatto drammatico sulla vita di tutti i giorni per ognuno di noi, che hanno bisogno di una riflessione non solo psicologica, ma anche filosofica ed etica, capace di prendere in esame gli individui come soggetti storici, con i loro problemi, i loro comportamenti e le loro passioni.
    Passioni: quanto poco si sente questo termine nei nostri studi, sostituito da emozioni (che sono un’altra cosa), impulsi, motivazioni. La passione è qualcosa di più profondo, relativa alla propensione all’azione, o meglio all’azione collettiva, e alla coscientizzazione (su cui torneremo più avanti). Una psicologia, quella proposta da Amerio, che sentiamo molto nostra, che è un ponte tra la clinica, intesa come capacità di farsi carico delle sofferenze e dei disagi umani, e la politica, intesa in modo forse oggi desueto (e qui gli anni Sessanta tornano a farsi sentire) e cioè come modalità di elaborare collettivamente le possibilità di rispondere ai problemi e di cercare la via migliore per fronteggiarli. Una psicologia capace di superare i limiti dell’Equity Theory nel campo della giustizia (Homans, 1961; e successivamente Lerner, 1980), ancora di marcata impronta individualistica, fino al concetto di una ‘pluralità dei criteri di giustizia’ (Deutsch, 1985) e fino a concepire modelli più complessi alla base di una equità dei rapporti, che intersechino fattori soggettivi e oggettivi, considerando il bisogno del pane e le rose (Martin, Harder, 1994), di diritti materiali e di dignità e rispetto.
    Dobbiamo inoltre all’elaborazione di Amerio (2004) una riformulazione scientificamente fondata e politicamente adeguata del concetto di solidarietà, che esce dagli angusti limiti del volontarismo individuale, per collocarsi in un ambito di comunità, implicando «una forma di riconoscimento [il corsivo è di Amerio] attraverso il quale l’altro diviene come noi, “uguale” non come generico essere vivente di questo pianeta ma come soggetto: nella sua libertà, individualità, identità» (Amerio, 2004, p. 311). In tal modo la solidarietà può diventare principio fondante di un’etica della cura e uno strumento per indurre cambiamenti positivi nella giustizia e nella politica.
    Una volta un amico, chiedendomi a quale settore scientifico-discipinare appartenessi, ha detto: «Psicologia sociale… ma se non è sociale, che psicologia è?». Già, che psicologia sarebbe se non ci fosse questa tensione verso le domande che provengono dal collettivo, questo bisogno di offrire all’esterno non una giustificazione o una soluzione, ma piuttosto un’esplorazione dei possibili significati dell’agire umano, anche in condizioni difficili, anche in situazioni incongrue. Se la psicologia non fosse anche sociale potrebbe essere un ottimo esercizio stilistico, una buona tecnica di intervento, talvolta sacralizzata dall’essere evidence based (dove le evidences sono spesso prove numeriche e non sempre situazioni reali e sperimentate), spesso efficiente e qualche volta perfino efficace, ma non realmente trasformativa. Una psicologia ‘bella senza anima’.
    Ma non di sola psicologia vive questa rivista. Perché quando si affrontano mondi reali è difficile tracciare steccati rigidi tra le discipline: al lavoro solitario dello scienziato specialistico diventa preferibile un coordinato lavoro di squadra, dove i saperi si integrano e si fondono, con una maggior rispetto per la ri-definizione del problema che per l’appartenenza ad una categoria professionale. La tradizionale divisione tra problemi umani, soggettivi, e questioni di tipo sociopolitico ha mostrato la sua debolezza: le complesse situazioni alla fonte dei disagi sempre più dimostrano non solo i dati oggettivi che ne sono alla base ma anche i sistemi di percezione con cui le persone le interpretano e le valutano. È quindi una rivista che va per problemi e non per divisioni disciplinari, perché questo è quello che può servire oggi per affrontare la realtà, che presenta il conto di tanti errori e di tante omissioni derivanti anche da chiavi di lettura passate, chiedendo alla scienza – se vuole essere tale, se vuole essere non neutra, ma adeguata – di indicare parametri per percorsi più salutogeni, in senso individuale, collettivo e politico.

 

2. Perché il punto di vista della psicologia di comunità

Due delle maggiori studiose di psicologia di comunità nel nostro paese (Francescato, Zani, 2010) hanno sostenuto, qualche anno fa, che questo approccio sta attraversando un periodo di particolare complessità: da una parte i problemi che richiederebbero un’analisi non meramente individuale, ma sociale e collettiva, sono aumentati: le nuove (e vecchie) povertà, le convivenze conflittuali, la marginalizzazione di tutta una generazione giovanile, i gap di genere… dall’altra le forme di sostegno –  economico e politico – si fanno progressivamente più scarse. A fronte di tutto ciò la partecipazione attiva della comunità locale alla promozione del proprio benessere e alla vivibilità dei luoghi sembra costituire una possibile via per fronteggiare una crisi che è politica, oltre che finanziaria.
    La comunità ha titolo per intervenire nei dibattiti che la riguardano e può proporre soluzioni innovative. Pensiamo a tutto il dibattito sul sociale di iniziativa, presente in particolare nei progetti di alcune regioni italiane. Ma di cosa parliamo quando parliamo di comunità?
    La comunità cui ci riferiamo non è qualcosa di utopico, una dimensione localistica del bene comune (posto che esista o sia mai esistita), non è un qualcosa fondato sulla supremazia del collettivo, azzerando self-interest, esigenze di valorizzazione e desideri personali, intimità. È invece qualcosa che può dare il giusto valore alla relazione umana in sé, come «luogo in cui la soggettività può esprimersi insieme con la soggettività degli altri [… ] al riparo dalle negazioni e dagli impedimenti cui è stata sovente oggetto. In questo senso la “clinica” può divenire anche “politica”. […] la comunità della partecipazione paritaria» (Amerio, 2004, p.370-371), in cui il bene comune si realizza attraverso la cooperazione, gli scambi, ma anche attraverso il conflitto delle opinioni, se necessario. Non una comunità necessariamente e totalmente coesa, non necessariamente ‘sicura’, ma aperta al cambiamento e all’inclusione.
    Una studiosa latinoamericana, Montero (2012) ha evidenziato il carattere ‘politico’ della psicologia di comunità, nel senso sia del suo collocarsi in uno spazio pubblico sia del suo obiettivo di produrre cambiamenti agendo sul potere e sul controllo delle circostanze di vita. Il suo ‘albero di idee’, che parte dalla considerazione della complessità dei problemi e dall’esigenza di giustizia sociale, si sviluppa attraverso tre episteme, che l’autrice tratta come idee capaci di sviluppare sapere: la relazione, l’alterità e il potere simmetrico. Il fine ultimo del percorso di pensiero proposto è quello di arrivare ad un’azione condivisa e partecipata, che genera una prassi comune e una coscienza critica riflessiva. Montero si rifà all’idea di coscienza sviluppatasi in America Latina, attraverso il lavoro dell’educazione popolare di Freire (1970), della sociologia critica di Fals Borda (1979, 1985) e di tutto il filone della teologia e della filosofia della liberazione (Dussel, 1977, 1998). Ne deriva quindi l’elaborazione del costrutto di ‘coscientizzazione’ (Montero, 2009), inteso come un «cambiamento della coscienza che amplia il suo campo cognitivo e affettivo, realizzando azioni trasformatrici […] per considerare situazioni e fatti prima non considerati, e per ridefinire situazioni e fatti prima considerati come naturali e inevitabili» (Montero, 2012, p. 131).
    Prospettiva di lavoro, oltre che costrutto teorico, la coscientizzazione ipotizza di coniugare l’aspetto storico della conoscenza dei fenomeni con la valorizzazione delle competenze individuali e collettive, per poter realizzare azioni trasformatrici e capacità di problematizzare gli eventi in continua evoluzione. Un percorso dinamico, che vede impegnati sia gli attori sociali esterni alla comunità sia gli interni, dove il senso dello psicologo di comunità come participant conceptualizer raggiunge il suo senso più profondo.
    Di fronte a suggestioni culturali di questo livello, si impone una riflessione poiché  spesso le scienze sociali italiane ed europee mutuano teorie, strumenti e metodi dal Nord del mondo, in particolare dagli Stati Uniti, per vari motivi: una sorta di sudditanza scientifica rispetto al paese culturalmente egemone (che i latinoamericani chiamano anche colonizzazione), la maggiore possibilità di divulgazione scientifica, attraverso la lingua inglese (linguaggio universale) e la proprietà dei mezzi di disseminazione (prime tra tutte le riviste). Con il risultato che vengono pedissequamente mutuati approcci anche quando negli USA stanno diventando obsoleti, che non ci si accorge neppure che gli Estados Unidos sono diventati un paese diverso (o, almeno, abbastanza diverso) da quello dei piani Marshall e ERP, con molte più differenze scientifiche di quante ne tollera la nostra accademia. E soprattutto con il risultato che conosciamo poco delle eccellenze che sono maturate più a Sud, e che in certi settori della psicologia – la psicologia di comunità in particolare – sono basilari.
    È in America Latina che si parla, e da tempo, di psicologia della liberazione e di meninos de rua, che si fanno importanti sperimentazioni nella salute mentale (anche senza avere la nostra legge 180), che nei contesti sociali l’approccio di comunità è cultura diffusa, e che si fanno perfino programmi innovativi sulle sostanze psicotrope. Ancora meno conosciamo, peraltro, quello che sta succedendo in Oriente, nei paesi asiatici, della cui presenza ci accorgeremo forse tra qualche anno (si vedano, ad esempio, i contributi di Bhatia, 2012; Li, Sun, He, Sun Chan, 2011; Xu, Perkins, Chun-Chung Chow, 2010).
    Se cerchiamo di uscire dai nostri limiti culturali e politici, intendendo il ‘pensare globalmente’ in modo più esteso di uno slogan sullo sviluppo sostenibile, applicandolo ai saperi e alle forme di lettura della realtà, non possiamo ignorare la lezione che arriva da mondi diversi, che sono sempre meno ‘altri’, e rispetto ai quali è difficile continuare a considerarci più saggi e più ricchi.

 

3. Quanto siamo cresciuti in questi anni

La rivista Il seme e l’albero non è giovanissima. È nata come esigenza di diffusione di una cultura elaborata e promossa dagli operatori impegnati contro ogni forma di esclusione e di marginalità. La principale esigenza dell’esperienza è stata quella di valorizzare le competenze nate da una prassi inclusiva, e di offrirla alla discussione collettiva.
    Se si ripercorrono le annate della rivista, tuttavia, è evidente l’evolversi dei contributi e del modo in cui vengono esposti (e posso parlare anche in prima persona): i testi si fanno più precisi, il metodo è più chiaro e il risultato non solo è più rispondente alle caratteristiche che si attendono da una rivista scientifica, ma influisce positivamente anche sulle modalità di partecipare ad altri quanto si è sperimentato. In altre parole, alla comunicazione – talvolta semplificata, talvolta criptica – di contenuti in qualche modo interni ad un gruppo, molto legata all’esposizione di una sapere performativo (come si è fatto qualcosa), si va sostituendo un metalivello più alto, in cui si pone l’obiettivo di proporre un sapere più generale e generalizzabile, di una conoscenza dichiarativa (cosa si è imparato facendo). Influisce probabilmente anche la presenza sempre più estesa della rete di soggetti – pubblici e di privato sociale – che costituiscono un riferimento importante per la Fondazione Andrea Devoto: le amministrazioni comunali e regionali, l’università, il volontariato e l’associazionismo.
    Non è vero che questi enti richiedano una conoscenza semplificata della realtà, come qualcuno potrebbe pensare. E se l’università richiede di non abbassare il livello della produzione scientifica e delle conoscenze prodotte, gli enti chiedono che alle competenze maturate corrisponda una possibile traduzione in linee guida per ‘buone prassi’ sperimentabili ed efficaci.
    Non è un compito di poco conto, per cui i contributi sono sempre più precisati rispetto all’obiettivo, al metodo, alla strumentazione e alle tecniche richieste per ottenere un risultato apprezzabile. Il target rimane quello di elezione: quanti lavorano nel sociale con diverse professionalità, ma progressivamente va precisandosi e consolidandosi l’esigenza di prendere la parola anche su temi di complessità maggiore, rivolgendosi a ricercatori e a decisori politici. Questo ha comportato una precisazione dei linguaggi, un affinamento delle tecniche, un’attenzione ai mezzi di comunicazione e diffusione. E la ‘rifondazione’ odierna può segnare un nuovo passaggio in questo senso.

 

4. Quanto non siamo cambiati

Se si parlasse di un’organizzazione, il cambiamento verso una forma più ‘alta’ e specialistica di produzione potrebbe avere come conseguenza uno snaturamento dei caratteri peculiare del produrre.
    Uno studio, non recentissimo ma di grande interesse, dei modi con cui si esprime il non profit (Converso, Piccardo, 2003) ha esaminato diverse forme produttive di terzo settore. Una considerazione – tra le altre – riguarda la storia di queste esperienze, nella quale si rileva spesso la presenza di un momento critico, pur non necessariamente negativo, che si verifica quando si passa dalla prima generazione dei ‘produttori’, quella caratterizzata da uno o più leader carismatici, da alte tensioni ideali e da forme meno precise di organizzazione, alle generazioni successive, in cui gli organismi direttivi sono un po’ meno carismatici e un po’ più operativi, in cui le tensioni utopiche vengono messe a dura prova dalle esigenze del mercato e in cui è necessaria una ridefinizione di ruoli e mansioni per non essere travolti dal cambiamento. Accettando, in qualche caso, modalità diverse e talvolta più rigorose di essere nel sociale. Ovviamente il problema che si pone riguarda la ‘quantità’ e la natura del cambiamento che il sistema può sopportare senza snaturare i valori fondanti e le caratteristiche originarie. Fatte le debite proporzioni, l’interrogativo si può porre anche per una rivista.
    Quale cambiamento può essere ‘sopportabile’ e anzi auspicabile per una rivista di questo genere? Premesso che di riviste ‘belle senz’anima’ (di cui all’inizio di questo contributo) ce ne sono forse anche troppe, nel nostro Paese e non solo, su cosa si può fondare l’anima di una rivista? sulla sua qualità, indubbiamente. Ma anche sul capitale di ‘legami’ che riesce a intessere.
    La definizione di Putnam (2000) di capitale sociale ha distinto tra legami bonding, fondanti, coesivi, supportivi, e legami bridging, di valenza emozionale ridotta, deboli (secondo la definizione di Granovetter, 1983) che però permettono la connessione tra diversi, assicurando rispetto e solidarietà e rendendo possibile la connesione tra reti che altrimenti non sarebbero collegate. Szreter e Woolcock (2004) hanno parlato infine di linking social capital, che non si riferisce a reti orizzontali ma a collegamenti verticali, con le istituzioni e le strutture politiche, per consentire la mobilitazione di risorse e la condivisione di potere.
    Come concludere? forse di legami bonding ne abbiamo abbastanza, le nostre identità sono fin troppo coese e appagate da appartenenze determinate. Quello di cui abbiamo bisogno sono, probabilmente, i legami bridging, per crescere confrontandosi con i diversi da noi per caratteristiche individuali e collettive, per modi di pensare e per strategie di azione, per essere aperti al cambiamento e alle novità. E dei legami linking, per tradurre le buone prassi scientificamente studiate in strategie politiche attuabili.

 

Bibliografia

Amerio P. (2004). Problemi umani in comunità di massa. Una psicologia tra clinica e politica. Torino: Einaudi.
Bhatia S. (2012). Mental Health and Community Psychology in India. In Walker C., Johnson K., Cunningham L. (Eds.). Community Psychology and the Socio economics of Mental Distress: International Perspectives. Palgrave: Macmillan, pp. 80-89.
Converso D., Piccardo C. (2003). Il profitto dell'empowerment. Formazione e sviluppo organizzativo nelle imprese non profit. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Deutsch M. (1985). Distributive Justice. New Haven: Yale University Press.
Dussel E. (1977). Introduccion a una filosofia de la liberacion latinoamericana. Bogota: Nueva America.
Dussel E. (1998). La etica de la liberacion. Ciudad de Mexico: UNAM.
Fals Borda O. (1979). Investigating Reality in Order to Transform It: The Colombian Experience. Dialectical Anthropology, 4, 33-55.
Fals Borda O. (1985). Conocimiento y poder popular. Bogotà: Sieglo XXI (trad. ing.: Knowledge and People’s Power: Lessons with Peasants in Nicaragua, Mexico and        Colombia. New Delhi-New York: Indian Social Institute and New Horizons Press, 1988).
Francescato D., Zani B. (2010). Community Psychology in Europe: More Needed, Less Wanted? Journal of Community & Applied Social Psychology, 20, 445-454.
Freire P. (1970). Pedagogia del Oprimido. Lima: Ediciones Universitarias (trad. it.: La pedagogia degli oppressi. Torino: EGA, 2002).
Granovetter M.S. (1983). The Strenghts of Weak Ties: A Network Theory Revisited. Sociological Theory, 1, pp. 201-233 (trad. it.: La forza dei legami deboli e altri saggi. Napoli: Liguori, 1998).
Homans, G.C. (1961). Social Behavior: Its Elementary Forms. New York: Harcourt Brace (trad. it.: Le forme elementari del comportamento sociale. Milano: Franco Angeli, 1975).
Lerner M.J. (1980). The Belief in a Just World. New York: Plenum.
Li Y., Sun F., He X., Sun Chan K. (2011). Sense of Community and Depressive Symptoms among Older Earthquake Survivors Following the 2008 Earthquake in Chengdu China. Journal of Community Psychology, 39, 7, 776–785.
Martin J., Harder J.W. (1994). Bread and Roses. Justice and the Distribution of Financial and Socioemotional Rewards in Organisations. Social Justice Research, 7, 241-264.
Montero M. (2009). Methods for Consciousness. In Montero M., Sonn C. (Eds.). Psychology of Liberation. New York:  Springer.
Montero M. (2012). Dalla complessità e giustizia sociale alla coscienza: idee che hanno costruito la psicologia di comunità. In Zani B. (a cura di), Psicologia di Comunità. Prospettive, idee, metodi. Roma: Carocci, pp. 115-133.
Putnam R. (2000). Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community. New York: Simon & Schuster (trad. it.: Capitale sociale e individualismo. Crisi e                rinascita della cultura civica in America. Bologna: Il Mulino, 2004).
Szreter S., Woolcock M. (2004). Health by Association? Social Capital, Social Theory, and the Political Economy of Public Health. International Journal of     Epidemiology, 33, 4, 650-667.
Xu Q., Perkins D.D., Chun-Chung Chow J. (2010). Sense of Community, Neighboring, and Social Capital as Predictors of Local Political Participation in China.   American Journal of Community Psychology, 45, 3-4, 259-271.

 

Note biografiche sull’autore

Patrizia Meringolo è professore di Psicologia sociale presso l’Università degli Studi di Firenze, titolare dell’insegnamento di Psicologia dei Gruppi e di Comunità e di Empowerment di comunità e metodi qualitativi di ricerca. I temi principali della sua ricerca riguardano la psicologia sociale e di comunità, la promozione della salute, le differenze di genere, i conflitti intergruppi, il rischio in età giovanile, le dipendenze e la qualità della vita nei contesti territoriali. Ha svolto attività di ricerca-intervento, monitoraggio di progetti e formazione degli operatori per Enti Pubblici e di Terzo Settore. Tra le sue pubblicazioni: Effetti della povertà, in Il seme e l’albero, Agosto 2007; Giovani, creatività, città (a cura di, con S. Bertoletti, M. Chiodini, Unicopli, 2009); Interventi psicosociali sul carcere e sul reinserimento (in S. Guetta (a cura di), Saper educare in contesti di marginalità, Koiné, 2010); I minori stranieri immigrati di seconda generazione: Aspetti pedagogici e psicologici dell'inclusione (con G. Di Bello, in Minori e Giustizia, 2010); Adolescenti e dipendenze, in Rassegna Bibliografica. Infanzia e Adolescenza, 2011); Fra emarginazione e infamia. La legittimazione sociale del rifiuto, in Storia delle Donne, 2011); Terre di confine. Soggetti, modelli, esperienze dei servizi a bassa soglia (a cura di, con P. Bertoletti, M. Stagnitta, G. Zuffa, Unicopli, 2011).

 

About the author

Patrizia Meringolo is Professor of Group Psychology and Community Psychology, and of Psychology of Social Empowerment and Qualitative Methods of Research at University of Florence. Her research concerned issues about social and community psychology, health promotion, gender differences, intergroup conflicts, risky behavior in young people and substance use and misuse and quality of life in local communities. She carried out research-intervention and monitoring of projects and training of operators to public bodies and third sector. Her recent publications include: Effetti della povertà, in Il seme e l’albero, Agosto 2007; Giovani, creatività, città (edited, with S. Bertoletti, M. Chiodini, Unicopli, 2009); Interventi psicosociali sul carcere e sul reinserimento (in S. Guetta (Ed.), Saper educare in contesti di marginalità, Koiné, 2010); I minori stranieri immigrati di seconda generazione: Aspetti pedagogici e psicologici dell'inclusione (with G. Di Bello, in Minori e Giustizia, 2010); Adolescenti e dipendenze, in Rassegna Bibliografica. Infanzia e Adolescenza, 2011); Fra emarginazione e infamia. La legittimazione sociale del rifiuto, in Storia delle Donne, 2011); Terre di confine. Soggetti, modelli, esperienze dei servizi a bassa soglia (edited, with P. Bertoletti, M. Stagnitta, G. Zuffa, Unicopli, 2011).

 

Keywords:

Riassunto: Questo contributo, prodotto dalla professoressa Patrizia Meringolo, si concentra sulla valutazione partecipata, di cui viene proposto un modello di ricerca in ambito socio-sanitario. Nella prima parte del testo viene data una definizione di questo tipo di valutazione e ne sono definite le specificità, criteri, criticità e obiettivi. Nella seconda parte vengono esaminati alcuni “casi di studio”, in particolare quelli nei distretti di Firenze, Pistoia e Livorno, dove è stata messa in pratica questa metodologia valutativa, in relazione ad alcuni casi di dipendenza. Infine l’autrice compie una riflessione sui risultati ottenuti da questa analisi.

 

DOI: 10.1400/248404

 

METODI E STRUMENTI PER LA VALUTAZIONE PARTECIPATA

IN AMBITO SOCIO-SANITARIO:

UN MODELLO DI RICERCA

 

Patrizia Meringolo*

*Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia

Università degli Studi di Firenze

 

 

Riassunto: Questo contributo, prodotto dalla professoressa Patrizia Meringolo, si concentra sulla valutazione partecipata, di cui viene proposto un modello di ricerca in ambito socio-sanitario. Nella prima parte del testo viene data una definizione di questo tipo di valutazione e ne sono definite le specificità, criteri, criticità e obiettivi. Nella seconda parte vengono esaminati alcuni “casi di studio”, in particolare quelli nei distretti di Firenze, Pistoia e Livorno, dove è stata messa in pratica questa metodologia valutativa, in relazione ad alcuni casi di dipendenza. Infine l’autrice compie una riflessione sui risultati ottenuti da questa analisi.

 

Parole chiave: valutazione partecipata, casi di studio, criticità, empowerment, metodo.

 

 

Abstract: Methods and instruments for a participatory evaluation in social and health context: a research model. This text focuses on participatory evaluation applied to social and health research. The author discusses at first the definition of this kind of evaluation, considering its peculiarity, criteria, critical issues and purposes. In the second part she presents some “case studies” concerning the districts of Florence, Pistoia and Livorno, where this method of evaluation has been applied with reference to specific types of addiction.

 

Key words: participatory evaluation, case studies, critical issues, empowerment, method.

 

 

 

 

 

[1]Nel presente intervento propongo una riflessione sulla valutazione partecipata, tema che è stato al centro di una ricerca in ambito socio-sanitario che stiamo ultimando in questo periodo. Si parla molto di valutazione, a volte anche limitandola a parametri che non le sono propri. L’esigenza di valutare nasce, da una parte, con una funzione conoscitiva, per sapere se i cambiamenti possano essere messi in relazione con l’intervento che è stato proposto, dall’altra, con una funzione comunicativa, perché consente di confrontare i risultati ottenuti con altre ricerche o interventi svolti in contesti diversi a partire da elementi comparabili. Esiste anche una funzione di replicabilità, che – se fosse pienamente esplicitata – darebbe visibilità a una grande ricchezza di idee, sia nelle reti formali del servizio pubblico, sia in quelle del terzo settore. Molte volte ci sono degli ottimi interventi che danno esiti positivi, ma, in assenza di parametri di valutazione, non c’è modo di replicarli successivamente e di capire perché i risultati si siano rivelati positivi.

La ricerca valutativa è quindi un punto nodale di tali aspetti: è stata definita da Rossi e Freeman (1985) come una applicazione sistematica delle procedure proprie della ricerca sociale per valutare la concettualizzazione, il disegno, l’implementazione e l’utilità di un programma di intervento sociale. Data la complessità e l’articolazione dei programmi da valutare, si propende ad utilizzare una attività valutativa “su misura” per ciascuno di essi (tailored evaluation). In ambito scientifico quindi non si parla solo di risultati espressi in termini di numeri e di esiti statisticamente significativi, o di evidence based practices, ma si cerca di avere una visione metodologicamente più ampia. Va tuttavia notato che gli stessi studi evidence based non sono nati per dare supremazia al numero in quanto tale, ma al rapporto tra ricerca e pratica clinica (compresa la medicina narrativa). Voglio citare a questo proposito un modello valutativo, chiamato “Getting to Outcomes”, realizzato dal gruppo di lavoro statunitense di Abraham Wandersman, (2000). Si tratta di un “modello logico” che esplicita una roadmap per mettere in grado gli interventi di analizzare i bisogni e di pianificare strategie, attraverso l’utilizzo di una valutazione di processo (e non semplicemente di un confronto prima-dopo). Una modalità di procedere si basa sulla valutazione “Empowering”, volta a promuovere l’empowerment di tutti gli attori sociali coinvolti. Si basa sulla premessa che tutti gli stakeholder (portatori di interessi) e quindi gli operatori, gli utenti e la comunità locale, possano dotarsi di strumenti per valutare. La valutazione non è, quindi, appannaggio esclusivo di alcuni esperti. I criteri con cui si valuta non vengono mantenuti “oscuri”, ma anzi resi chiari e trasparenti, in modo che gli attori sociali abbiano la possibilità di vedere il processo che si sta svolgendo, discutendone, criticandolo se è necessario, ed entrando nel merito delle singole tappe e degli esiti parziali e finali. Questa non è solo un’esigenza di trasparenza da parte del ricercatore esterno, ma è anche un elemento che rafforza ciascun attore sociale, un’acquisizione di competenze per gli operatori, per i professionisti, per gli utenti, e infine anche per i decisori politici dei territori coinvolti. In questo approccio, inoltre, la valutazione è vista come una parte centrale della pianificazione e della gestione di un progetto.

Se nei decenni passati il ruolo dell’esperto – e il suo carisma – risiedeva nell’essere il solo che aveva la chiave “tecnica” dello strumento, non accessibile se non nei risultati, un processo di cambiamento culturale e politico ha determinato l’elaborazione di strumenti per cui il tecnico, ossia l’esperto-ricercatore, ha una funzione nell’aiutare a esplicitare in maniera scientifica sia gli obiettivi sia le strategie di implementazione, acquisendo una funzione di facilitatore e di coach. Il termine facilitatore è preso dai gruppi di autoaiuto, nei quali questa figura ha una funzione specifica nel cambiamento di prospettiva, e l’obiettivo è quello di sviluppare competenze finalizzate ad auto-valutarsi. L’auto-valutarsi non vuol dire valutarsi da soli, ma possedere strumenti per padroneggiare il monitoraggio dell’intero processo. Un approccio di questo tipo si traduce in una valutazione partecipata, che promuove competenze e consapevolezza dei propri bisogni e delle strategie per soddisfarli. In questo processo è importante il raggiungimento degli standard di qualità, a cui tutti siamo interessati, non solo come professionisti ma – e soprattutto – come cittadini. Questo non è disgiunto dalla costruzione di competenze nei partecipanti, una questione di metodo in cui si intrecciano psicologia e politica, intesa come costruzione di policies o strategie politiche, perché solo incrementando i saperi valutativi si può ottenere la sostenibilità futura delle buone prassi sperimentate. La valutazione nasce dagli step precedenti di un progetto o di una ricerca: in quest’ambito un aspetto importante riguarda il rapporto tra gli obiettivi e la valutazione. Se non si pongono degli obiettivi chiari e determinati, non ci possono essere dei parametri per valutarli.

Emergono quindi due possibili criticità: i contenuti e il metodo. La criticità di contenuto è presente quando si crea una sorta di circolo vizioso sul “come se”, nel senso che gli obiettivi proposti non sono quelli ritenuti i più adatti o i più praticabili, ma quelli che si ritengono desiderabili da parte del committente, sia esso l’Ente Locale o l’Unione Europea. In questo modo viene presentato un progetto come se l’interesse fosse centrato su argomenti ritenuti auspicabili dalla committenza, mentre in realtà l’idea che si vorrebbe portare avanti è forse meno precisa ma di maggior impatto innovatore. Di conseguenza non si stabiliscono parametri su ciò che si intende fare, ma su ciò che si pensa venga richiesto. Questo diventa un circolo vizioso perverso a livello di contenuto, per cui si sviluppano ricerche e interventi (anche quando approvate) i cui aspetti di maggior pregio risultano collaterali, e quindi meno valutabili e apprezzabili. L’altro aspetto di criticità risiede nel metodo, perché spesso la verifica viene percepita come rendiconto (con obbligatoriamente il bilancio in attivo), con la conseguente insufficienza di definizione degli obiettivi, dei tempi, e – ancora di più – dei parametri di misura (Meringolo, 2011). In altre parole si ha un nuovo circolo vizioso basato su una sorta di verifica contabile che non dà ragione dei risultati emersi e del loro perché, ma dimostra solo che è stato realizzato qualcosa con le risorse disponibili. Così non si fa scienza e non si ottiene neanche una verifica socialmente fondata.

Alcune considerazioni tra psicologia e politica: a cosa serve valutare? Si valuta, in definitiva, per incrementare nuove possibilità o per acquisire nuove risorse? Maritza Montero (2009) sottolinea, introducendo il Venezuelan Constellation Program, il carattere politico degli interventi di psicologia di comunità, che promuovono coscientizzazione e partecipazione come «esercizio critico di de-naturalizzazione di alcuni processi», un processo che deriva anche dall’opera di Paulo Freire e che si fonda sulla rielaborazione critica di credenze e pratiche, considerate normali ma invece socialmente determinate, che condizionano fortemente la vita dei target più marginali.

Aver parlato di valutazione introduce al Progetto, promosso dalla Regione Toscana e dalla Fondazione Andrea Devoto, che abbiamo curato come Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia e come spin-off accademico LabCom (Remaschi, Fratti, de Wet, Meringolo, 2015). L’obiettivo è stato quello di svolgere una ricerca valutativa su un campione delle strutture residenziali della salute mentale e delle dipendenze. Lavorando in stretto contatto con i referenti della Regione Toscana, abbiamo studiato i modelli teorici ed operativi, sia espliciti che impliciti, che sono alla base delle attività nelle strutture residenziali; il trattamento del paziente, il suo «funzionamento» sociale e personale, la qualità della vita; le modalità di lavoro del gruppo degli operatori; il livello di soddisfazione di utenti e di operatori; il lavoro di rete con le altre strutture territoriali. Le strutture selezionate dalla Regione Toscana, relative ad una pluralità di aree geografiche, sono state 15 per la salute mentale e 10 per le dipendenze. Ognuna di esse è stata esaminata attraverso uno “studio di caso”, con strumenti sia di tipo qualitativo che di tipo quantitativo e con schede di osservazione.

In questa sede sono mostrati solo alcuni esempi, per evidenziare il metodo che è stato seguito. Vengono illustrate, quindi, le caratteristiche della strutture delle dipendenze dell’area di Firenze. L’analisi qualitativa ha messo in luce il pensiero dei responsabili e degli operatori, i quali hanno delineato punti di forza e di criticità delle strutture stesse. Il punto di forza che emerge con particolare rilevanza è il lavoro d’equipe, uno degli aspetti che denota molta più ricchezza di contenuti di quanto se ne abbia consapevolezza. Le criticità sono date dalla problematicità dell’utenza, di complessa definizione (in cui si intrecciano i problemi psichiatrici con quelli dell’abuso di sostanze) e la carenza di risorse. I modelli espliciti di trattamento si basano prevalentemente sul sostegno e l’accompagnamento, e sull’elaborazione di un programma personalizzato (anch’esso maggiormente presente nella pratica che nella valorizzazione e diffusione delle caratteristiche della struttura). La “Scala dell’Empowerment”, utilizzata con gli operatori, ha mostrato un alto livello di percezione della significatività del loro lavoro.

Abbiamo indagato la percezione della qualità della rete (espressa attraverso un’analisi quantitativa, con un questionario ad hoc), da cui sono emerse criticità nella gestione penale delle dipendenze, che appare riferita ad un nodo debole della rete, accanto a servizi come il centro per l’impiego, mentre un nodo forte è costituito dall’Associazionismo, Volontariato, esperienze di Servizio Civile. Per quanto riguarda gli utenti, i risultati del focus group svolto sottolineano l’importanza della relazione che viene creata con gli operatori, mostrando la centralità dell’aspetto relazionale in un percorso di trattamento, non limitato all’abbandono della sostanza, ma finalizzato al recupero della propria vita, senza il quale non avrebbe senso un processo di cambiamento. Risultati simili emergono dalle strutture per le dipendenze della Provincia di Pistoia, l’altro esempio che portiamo. Si può tuttavia notare in queste ultime la presenza di un modello di riferimento teorico, quello sistemico-familiare, più chiaramente espresso, che tuttavia non esclude altre modalità di trattamento. Per quanto riguarda la percezione della rete, punti di forza e di criticità sono sovrapponibili alle strutture prima illustrate. Gli utenti pongono l’accento, anche in questo caso, sull’importanza delle relazioni che stabiliscono nel gruppo e con le figure degli operatori, evidenziando ancora una volta l’importanza di avere strutture compensative e di ri-socializzazione piuttosto che contenitive e di controllo.

Strutture per la salute mentale: viene portato l’esempio dell’area di Livorno, in cui lo studio è stato condotto con modalità analoghe. L’esempio porta a riflessioni interessanti (emergenti sia dagli obiettivi espliciti del lavoro sia dai punti di forza percepiti), che riguardano la promozione dell’autonomia negli utenti, il collegamento di rete, la riabilitazione e l’importanza del gruppo di lavoro.

E a questo proposito, data la peculiarità del presente Convegno, ci sembra doveroso ricordare come il gruppo di lavoro sia un tema centrale negli studi psicologici di Devoto. Nella ricerca con gli operatori viene spesso citato sia perché motiva la loro percezione di efficacia del servizio, sia perché viene realizzato e rafforzato nei momenti di supervisione ed in altre occasioni di confronto. La supervisione è, infatti, un momento essenziale per il lavoro che gli operatori compiono su loro stessi, prendendosi cura del proprio gruppo.

Anche in questa fase della ricerca sono stati svolti focus group con gli utenti, dimostrando come anche nei servizi di salute mentale essi possano avere opinioni esprimibili, registrabili e valutabili. È stata inoltre utilizzata una Scala (STORI), impiegata nei servizi psichiatrici, che indica il percorso di recupero di sé svolto dal paziente, i cui risultati sembrano confermare il processo evolutivo espresso attraverso l’indagine qualitativa. Solo un breve cenno, in questa sintesi, alle strutture della salute mentale esaminate nell’area di Firenze, che sottolineano di nuovo l’importanza dei percorsi di autonomia, socializzazione e cura di sé per gli utenti, e alcune criticità di collegamento con le reti formali territoriali.

Quali conclusioni possiamo trarre da questa ricerca?

Si trattava di studi di caso, la finalità pertanto non era quella di “misurare” la loro efficienza o efficacia su una scala data a priori, quanto piuttosto quella di esplorare il senso e i nessi tra obiettivi e strategie, nel tentativo di definire più precisamente quale possa essere il “funzionamento adeguato” dei servizi. In alcuni casi, ad esempio, una struttura pensata per le dipendenze diviene, di fatto, una residenza per utenti con doppia diagnosi. Oppure, una struttura per patologie psichiatriche meno severe diventa una struttura per patologie più gravi. Chiaramente, gli obiettivi dati in precedenza sono inapplicabili, e – al di là delle situazioni di emergenza e delle (spesso notevoli) capacità dei professionisti nel rispondervi – bisogna rendersi conto di come e dove fallisce il processo. Altro elemento riguarda l’importanza di dare voce a tutti i soggetti. La consapevolezza delle risorse esistenti e delle criticità è quindi qualcosa di cui parlare e che deve essere padroneggiato da tutti gli attori sociali del processo.

L’altro tema basilare è la qualità della rete, auspicata da tutti, ma spesso studiata in maniera piuttosto approssimata. Anche in questo caso bisognerebbe analizzare approfonditamente i “nodi” che funzionano e quelli che non funzionano e il perché dello stesso funzionamento. Una delle criticità delle reti può risiedere nel fatto che alcuni ruoli centrali non sono sufficientemente stabili o sono legati ad un’unica persona, per cui basta che un professionista si sposti o vada in pensione per bloccare l’intera rete. In altri casi la rete non comprende i decisori politici, gli assessori, i funzionari direttivi di un’azienda ASL, …, che rimangono “scissi” dai professionisti, per cui le decisioni vengono prese da un nodo che non è in collegamento con gli altri. O, infine (ed è un caso che si verifica abbastanza sovente), la rete ha un carattere episodico, si attiva quando c'è un problema o nelle emergenze, mentre potrebbe essere infinitamente più produttiva e meno dispendiosa di risorse e di energie se avesse una modalità programmatica di funzionamento.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Meringolo, P. (2011). La valutazione in un’ottica di psicologia di comunità: alcuni nodi critici e specificità dell’intervento sulle marginalità. In S. Bertoletti, P. Meringolo, M. Stagnitta, G. Zuffa (a cura di). Terre di confine. Soggetti, modelli, esperienze dei servizi a bassa soglia. pp. 107-126, Milano: UNICOPLI.

 

Montero, M. (2009). Community Action and Research as Citizenship Construction. American Journal Of Community Psychology, (43)1-2, 149-161.

 

Rossi, P.H., Freeman, H.E. (1985). Evaluation: A Systematic Approach (III ed.). Sage, Beverly Hills (CA).

 

Remaschi, L., Fratti, M., de Wet, D., Meringolo, P. (2015). Ricerca valutativa di strutture residenziali per la salute mentale in Toscana.. In: Santo Di Nuovo (a cura di). Psicologia della salute e salute della psicologia. Acireale - Roma: Bonanno Editore, ISBN:978-88-6318-008-4.

 

Wandersman, A., Imm, P., Chinman, M., Shakeh, K (2000). Getting to outcomes: a results-based approach to accountability. Evaluation and Program Planning, 23, 389-395.

 

 


[1] Il seguente contributo di Patrizia Meringolo è stato presentato al convegno “Silenziose rivoluzioni culturali. Educarsi con la mediazione del mondo”, Firenze, 7-8 maggio 2015.

Keywords:

Riassunto: l’autrice fa riferimento ad alcuni modelli di inclusione dei migranti: l’acculturazione e l’inculturazione (preferita alla prima perché comprende valori acquisiti dinamicamente e non considerando solo quelli della cultura maggioritaria), nonché l’assimilazione segmentata, per cui l’integrazione dei giovani stranieri avviene a partire dalle caratteristiche economiche e sociali dei gruppi d’appartenenza. Si sottolinea come i giovani migranti di prima generazione abbiano maggiore successo scolastico rispetto a quelli di seconda generazione, che vedono deluse le aspettative di inclusione. Seguono due esempi di ricerche svolte in Toscana, in ambito scolastico e ospedaliero, in cui si evidenzia l’importanza del supporto istituzionale ai programmi di sensibilizzazione e formazione interculturale. L’inclusione è dunque praticabile: un Paese sicuro è inclusivo e non “blindato”.

DOI: 10.1400/250259

STRATEGIE INCLUSIVE PER IL BENESSERE DEI CITTADINI MIGRANTI

 

Patrizia Meringolo*

* Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia, Università di Firenze

 

Riassunto: l’autrice fa riferimento ad alcuni modelli di inclusione dei migranti: l’acculturazione e l’inculturazione (preferita alla prima perché comprende valori acquisiti dinamicamente e non considerando solo quelli della cultura maggioritaria), nonché l’assimilazione segmentata, per cui l’integrazione dei giovani stranieri avviene a partire dalle caratteristiche economiche e sociali dei gruppi d’appartenenza. Si sottolinea come i giovani migranti di prima generazione abbiano maggiore successo scolastico rispetto a quelli di seconda generazione, che vedono deluse le aspettative di inclusione. Seguono due esempi di ricerche svolte in Toscana, in ambito scolastico e ospedaliero, in cui si evidenzia l’importanza del supporto istituzionale ai programmi di sensibilizzazione e formazione interculturale. L’inclusione è dunque praticabile: un Paese sicuro è inclusivo e non “blindato”.

 

Parole chiave: migranti, inclusione, inculturazione, assimilazione segmentata, formazione interculturale.

 

Abstract: Migrants and wellness. The author refers to some inclusion models for migrants: acculturation and inculturation, as well as segmented assimilation, which means integration of young migrants starting from socio-economic features of the ethnic group. She highlights the migrant paradox and how the scholastic careers of second generation’s migrants make worse; this is due to disappointed expectations of inclusion. Then she illustrates two researches, developed in Tuscany, in a school and in a hospital: the importance of the institution support is highlighted. The inclusion is possible, a safe nation is inclusive and not a locked country.

 

Key words: migrants, inclusion, inculturation, segmented assimilation, intercultural training.

 

 

 

 

1. Una premessa necessaria

Come ho avuto modo di dire in occasioni recenti (Meringolo, 2016), la migrazione è un fenomeno, e non un problema. La specie umana abita il pianeta, e del resto tutte le specie si spostano per cercare condizioni di vita accettabili.

Può essere però un problema negli antecedenti (guerre, povertà, intolleranza…) e nelle conseguenze (ancora intolleranza, discriminazioni, difesa del territorio…).

Certamente i processi migratori nel nostro contesto hanno specifiche difficoltà storiche e geografiche: geografiche perché il nostro paese è il primo incontrato nel viaggio dei migranti, spesso un paese di transito, con le tragiche difficoltà che conosciamo, e storiche perché siamo diventati negli ultimi venti anni un paese “ospite”, dopo essere stati un paese di partenza nei secoli passati, e questo porta a peculiari difficoltà di tipo relazionale.

La psicologia sociale e di comunità, di cui mi occupo, non si sostituisce alle analisi storiche, economiche, politiche e anche urbanistiche, di cui peraltro si avvale e con cui dialoga, ma si occupa degli aspetti psicologici che rendono difficoltosa la convivenza:

- come il fatto che in tempi di crisi il migrante, il rifugiato, il richiedente asilo diventa un capro espiatorio, a cui si attribuiscono caratteristiche e reati che hanno altra origine e altre caratteristiche;

- come il fatto che forzare una omologazione di tipi diversi di persone si è già dimostrato una scelta perdente, che origina pregiudizio e discriminazione;

- come il fatto che le ricerche dimostrano che la città sicura è quella inclusiva e non quella “blindata” (si pensi al cosiddetto “modello toscano” di accoglienza, piccoli gruppi, in piccole città, supportati dal coinvolgimento delle comunità locali).

 

2. I numeri del fenomeno

E’ sempre difficile dare dati certi per un fenomeno complesso e in gran parte sommerso. I numeri possono prestarsi ad interpretazioni controverse, fuorvianti e spesso manipolabili per indurre una sorta di sindrome da accerchiamento.

Tuttavia alcuni cenni (e fonti) possono essere forniti. Il Dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione riporta i dati mensili sulle presenze dei migranti (2016) nei centri di accoglienza, nei Cie, nelle strutture temporanee, nell'ambito del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e sull'andamento degli sbarchi. I dati della primavera 2016 indicano come presenze totali 111.081 persone (di cui il 7% in Toscana), di cui circa 12.000 richiedenti asilo.

Secondo i dati di Caritas e Fondazione Migrantes (2015), che spesso offrono una visione più articolata, accedendo anche a dati provenienti direttamente dalle strutture associative, il numero degli stranieri residenti in Europa è continuato a crescere giungendo, nel 2015, a circa il 7% della popolazione totale. Tra i paesi europei l’Italia è all’undicesimo posto per presenze di cittadini migranti, preceduta dalla Germania (che ha il numero più consistente) e dal Regno Unito.

Ovviamente – considerando le grandi aree a livello mondiale – la migrazione più consistente è quella dal Sud al Nord del mondo, seguita da un flusso Sud-Sud, che noi probabilmente non avvertiamo, ad esempio quando riguarda le migrazioni all’interno del continente africano, ma che pure è consistente.

 

3. Il punto di vista della psicologia sociale e di comunità

Nell’incontro tra culture diverse, conseguente a eventi migratori, emergono alcuni modelli basilari per costruire ricerche ed interventi. In particolare il tema dell’identità sociale (come, cioè, l’individuo percepisce se stesso in relazione all’appartenenza ad un gruppo emozionalmente significativo, cfr. Tajfel e Turner, 1979) si interseca su questa questione con gli studi sulle strategie di acculturazione. Il processo di «acculturazione» non viene considerato dagli studiosi come un percorso individuale, ma come la risultante di fattori psicologici e sociali.

Citiamo, tra i modelli maggiormente utilizzati, l’Acculturative Stress Theory (Berry, Kim, Minde, Mok, 1987; Berry, Phinney, Sam, Vedder, 2006), l’Interactive Acculturation Model (Bourhis, Barrette, El-Geledi, Schmidt, 2009; Bourhis, Moise, Perreault, Senécal, 1997). Va tuttavia anche citata l’importanza della scolarizzazione e del livello di istruzione per i giovani migranti (Hurd, Zimmerman, 2010) per favorire l’inclusione (Birman, 1998; Di Bello, Meringolo, 2010; Gonzales et al., 2008; Portes, Rumbaut, 2001, 2005; Portes, Zou, 1993). E ci sono infine studi recenti, che inquadrano il fenomeno in una nuova luce, sul coinvolgimento di immigrati in attività di civic engagement (Alfieri, Marzana, Marta, Martinez, 2016).

Alcuni nodi teorici sono tuttora aperti e in discussione: ad esempio la distinzione tra “acculturazione” e “inculturazione”. Nonostante le precisazioni che sia Berry (cit.) che Bouhris (cit.) sottolineano, in particolare specificando che acculturazione non significa aderenza alla cultura di maggioranza, questo termine è stato criticato, preferendo quello di inculturazione (Weinreich, 2009). Quest’ultimo, infatti, comprende valori che vengono acquisiti dinamicamente, per cui a elementi della propria cultura si intrecciamo aspetti provenienti da altre culture, compresi alcuni derivati da quella del gruppo sociale di maggioranza.

Un ulteriore dibattito si è aperto su quello che viene detto il “paradosso del migrante”(migrant paradox), riferendosi al fatto che i giovani migranti, pur vivendo in condizioni socioeconomiche svantaggiate, sembrano avere minori problemi di trasgressioni, carenza di rendimento scolastico (la cosiddetta esternalizzazione dei problemi) e di disagi psicologici o psichiatrici (l’internalizzazione) (Garcia Coll, 2005; Georgiades, Boyle, Duku, 2007) dei coetanei autoctoni.

La situazione tenderebbe a peggiorare nella seconda generazione, quando le aspettative di inclusione vengono deluse, come si è visto in molte situazioni verificatesi nella grandi città europee. A questo proposito Ahmed Djouder ha analizzato, all’indomani delle prime rivolte nelle banlieue parigine, la condizione psicologica e sociale dei figli dei migranti, divisa tra le aspettative dei genitori, spesso diverse e più elevate rispetto a quelle di un qualsiasi genitore francese, e le condizioni reali della loro vita quotidiana. I loro genitori danno grande importanza agli studi, perché l’accesso al sapere da parte dei figli è lo scopo della loro vita e della loro migrazione: “... il loro sogno inconfessato è vedere i figli che riscattano il loro onore, il loro onore ferito […]. Vederli dimostrare […] che non erano dei buoni a nulla, visto che i loro figli ce l’hanno fatta” (Djouder, 2006, trad. it. 2007, p.59-60).

Nel nostro paese i giovani migranti sembrano invece uniformarsi maggiormente ai loro coetanei, seguendo l’esempio dei pari per alcuni comportamenti a rischio per la salute (anche in presenza di famiglie con alte competenze educative) (Cristini, et al. 2011). Sono comunque ancora relativamente pochi quelli di seconda generazione, se non per alcune etnie come quella cinese, e i dati sono quindi ancora molto imprecisi.

E, infine, l’ “assimilazione segmentata”: si tratta di un concetto che ha l’obiettivo di descrivere l’integrazione dei giovani stranieri a partire dalle caratteristiche sociali ed economiche dei singoli gruppi etnici. Prende in considerazione sia la prospettiva economica sia le caratteristiche personali e di gruppo, basate sulle competenze dei singoli e sul capitale sociale posseduto (e cioè le reti di relazioni formali e informali che sono di supporto durante l’evento migratorio). In generale, come è logico aspettarsi, le persone meno istruite e con una rete di relazioni debole hanno più difficoltà ad integrarsi. La possibilità di inclusione è pertanto collegabile alle risorse e alle relazioni a disposizione della famiglia del giovane e non soltanto alle sue scelte individuali (Portes, Rumbaut, 2001, 2005).

 

4. Alcuni esempi di ricerche svolte in Toscana: la prima in un contesto scolastico e la seconda in un contesto ospedaliero.

L’interesse che tali ricerche possono rivestire risiede nel loro essere svolte in contesti reali – e non di laboratorio o tra gli studenti di psicologia – e nella possibilità di chiarire il senso dei modelli teorici di riferimento.

Il primo contesto a cui ci riferiamo è una scuola superiore toscana con alta presenza di alunni immigrati (Remaschi et al., 2012). Si tratta di un Istituto Superiore statale della periferia fiorentina, caratterizzato dall’avere la più alta percentuale di studenti stranieri del territorio, in genere alunni cinesi, nati in Italia da cittadini immigrati, integrati a livello economico e abitativo. Gli alunni presentano importanti dati di drop out scolastico, spesso indipendente dal loro successo negli studi e legato piuttosto alle necessità economiche della famiglia.

La ricerca faceva parte del Progetto “Fondamenta sicure di cittadinanza”, finanziato dal MIUR e realizzato dalla scuola in collaborazione con il nostro Dipartimento.

I partecipanti sono stati 124 studenti, di cui le femmine erano il 65%, e gli alunni stranieri il 48%, con una età media di 16 anni (min.14 e max 19).

I risultati hanno rilevato – tra l’altro – che le attività svolte nel tempo libero erano sostanzialmente simili nei due gruppi. Tra di esse le più frequenti apparivano: trascorrere tempo con gli amici, navigare su Internet e partecipare a social network (sebbene siano gli studenti italiani a possedere significativamente più computer), e guardare la televisione. Generalmente gli studenti stranieri hanno indicato un tempo minore degli italiani dedicato alle attività di tempo libero. Per quanto riguardava le relazioni tra pari, se da una parte erano gli alunni immigrati a dichiarare un maggior numero di amici, provenienti soprattutto della stessa nazione di origine, dall’altra sono stati gli italiani a dichiarare di percepire un supporto sociale più consistente da parte loro.

La prima questione di cui presentiamo i dati in questo contributo riguarda l’interesse degli studenti intervistati per la loro cultura di origine. Riteniamo importante tale aspetto, perché qualsiasi programma di integrazione non può prescindere – se non vogliamo ottenere una mera omologazione al nostro stile di vita, che peraltro, come vedremo più avanti, viene valutato negativamente dagli stessi studenti – dalla conoscenza delle proprie origini.

Come possiamo osservare (le risposte andavano da 1= per niente a 5= moltissimo) in genere sono le studentesse che percepiscono un maggior senso di appartenenza alla propria cultura di origine (che raggiunge una differenza significativa, la cui rilevanza è indicata da uno o più asterischi, per quanto riguarda la ricerca di informazioni):

 

 

Media

Maschi

Media

Femmine

Documentarsi

3,20

3,55

Percepire appartenenza

3,44

3,87

Percepire una appartenenza significativa

3,52

3,72

Comprendere maggiormente la cultura di origine

2,92

3,45

* Informarsi

2,80

3,45

Sentirsi legati al gruppo di origine

3,28

3,66

 

 

Un altro dato interessante – che può essere una indicazione di futuro disagio – riguarda la loro percezione di discriminazione:

 

 

Media

Maschi

Media

Femmine

Non sentirsi aiutati

2,40

2,09

Non riuscire a distinguersi dagli altri

2,68

2,81

Non ottenere i voti meritati

2,48

1,98

Percepire pregiudizi

2,64

2,51

Sentirsi esclusi dalle attività

2,16

1,74

Incontrare più ostacoli degli altri

2,40

2,60

* Non riuscire ad esprimersi

3,00

2,34

Sentirsi derisi

3,38

3,55

 

 

Notiamo come sia importante, soprattutto per i ragazzi, il non riuscire ad esprimersi, e – per tutti – il sentirsi derisi. E possiamo notare anche il disagio legato al non riuscire “a distinguersi dagli altri” (come avviene in una acculturazione omologante).

E infine le dimensioni specificatamente psicologiche del fenomeno.

Mentre non sembrano particolarmente evidenti le manifestazioni esteriori di disagio, notiamo invece i comportamenti “internalizzati” (sempre in una scala da 1= per niente a 5= moltissimo). Pur non essendo clinicamente rilevanti, hanno tuttavia caratteristiche che dovrebbero indurre ad attente riflessioni:

 

 

Media

Maschi

Media

Femmine

*** Problemi alimentari

1,28

2,04

Non riuscire ad allontanare la malinconia

1,48

1,56

Sentire di valere come gli altri

1,72

2,02

Percepire qualsiasi cosa come uno sforzo

1,84

1,79

Avere speranze per il futuro

2,12

2,48

* Avvertire la vita come fallimento

1,28

1,79

** Avere paura

1,40

2,00

Sentirsi felici

2,28

2,77

Difficoltà a comunicare

1,80

2,02

** Sentirsi solo/a

1,32

2,06

Non percepire le persone amichevoli

1,24

1,46

* Divertirsi nel tempo libero

2,04

2,58

** Pianto

1,40

2,06

** Sentirsi tristi

1,48

2,10

Percepire di non piacere agli altri

1,32

1,69

 

 

Il secondo contesto derivante dai nostri studi riguarda il contesto sanitario (Dolfi, Redolfi, Meringolo, 2014).

Mentre molte ricerche e interventi si sono riferiti, in particolare in Toscana, agli ambiti scolatici, pochissimi studi hanno come scenario i luoghi della salute.

Il contributo di cui illustriamo alcuni dati (presentati a conferenze internazionali e in fase di pubblicazione) è relativo agli esiti psicologici di un training, unico – a quanto ci risulta - nella nostra regione, sulle competenze interculturali del personale infermieristico.

La ricerca si è basata sugli studi relativi alla Cultural Competence svolti negli Stati Uniti (Balcazar, Suarez-Balcazar, Taylor-Ritzler, 2009; Suarez-Balcazar, Balcazar, Taylor-Ritzler, Portillo, Rodakowski, & Martinez, 2011) ed è stata svolta in occasione del corso “L’assistenza Transculturale”, realizzato all’Azienda Universitaria Ospedaliera Careggi di Firenze.

L’obiettivo è stato quello di indagare il livello delle competenze interculturali nel personale infermieristico, verificandone eventuali differenze in tre condizioni: a) nessun corso di formazione; b) prima del corso; c) dopo il corso.

I partecipanti sono stati 332, di cui 175 con nessun training, 81 nel momento Pre-training 81, e 76 Post-training.

Dall’indagine sono emersi alcuni aspetti rilevanti. In primo luogo l’efficacia del training, che si manifesta non solo nel confronto tra prima e dopo la frequenza al corso, ma già tra coloro che decidono di seguirlo e coloro che non lo fanno (sia per carenza di motivazione che per mancanza di possibilità). Si rileva infatti che il cambiamento di atteggiamento sembra verificarsi fin dalla decisione di partecipare ad un corso – non obbligatorio – su queste tematiche.

Presentiamo in questa sede, per brevità, le correlazioni maggiormente rilevanti e significative da un punto di vista statistico.

 

 

 
 


 

 

Vediamo nel grafico che acquisire una maggior consapevolezza e competenza in ambito interculturale cambia il rapporto con i pazienti non autoctoni, incrementando significativamente le emozioni positive nei loro riguardi (empatia, interesse, sentirsi “a proprio agio”) e diminuendo quelle negative (sentirsi ansioso/a, insicuro, e talvolta perfino diffidente).

Vediamo inoltre, nella figura successiva, come una formazione interculturale porti a un maggior empowerment delle figure professionali infermieristiche.

                

 

Altra cosa da segnalare, è l’emergere della necessità del sostegno istituzionale a qualsiasi programma di sensibilizzazione e di formazione interculturale.

Con un intervento formativo aumentano dunque le conoscenze, le abilità e la sensibilità al problema, ma anche la percezione di inadeguatezza del supporto fornito dall’organizzazione.

Una politica di integrazione non può, infatti, prescindere da una politica della salute che includa questi temi nelle proprie strategie di intervento, fornendo sostegno e adeguando il proprio funzionamento organizzativo all’esistenza di utenti che provengono da paesi diversi dal nostro.

L’attenzione al tema e la formazione in quest’ambito costituiscono quindi un’esigenza ormai irrinunciabile per le nostre comunità locali, e dovrebbero essere al centro degli interventi di tutela della salute della cittadinanza in tutte le sue articolazioni e complessità.

 

5. Osservazioni conclusive

Sulle politiche della salute esistono esempi e strumenti scientificamente fondati e socialmente di grande utilità per il ricercatore, lo scienziato sociale, il policy maker, ma anche il cittadino sensibile e coinvolto sul tema.

Il primo che vorrei citare è il Corso online su Salute globale e equità nella salute, a cura dell’Università degli Studi di Firenze, prodotto nell’ambito del progetto “Equal opportunities for health: action for development” e realizzato da Medici con l’Africa Cuamm, con il supporto dell’Unione Europea (Maciocco, Santomauro, 2014).

Il secondo si riferisce a “The Migrant Integration Policy Index (MIPEX)” (MIPEX, 2015), uno strumento che misura e offre dati relativi alle misure politiche di integrazione in tutti gli stati Europei e in altri paesi, quali l’Australia, il Canada, il Giappone, la Nuova Zelanda e gli USA. Il sito fornisce una quantità notevole e sistematizzata di notizie, suddivise per grandi tematiche e comprendenti – accanto alle politiche per il lavoro, la famiglia, la partecipazione politica, l’accesso alla nazionalità e alla residenza, il contrasto alla discriminazione – anche le politiche sulla salute. Ogni singolo aspetto viene valutato in base a indici di rilevanza che permettono una comparazione tra le situazioni dei diversi paesi.

 

Le ricerche e le esperienze sembrano quindi dimostrare che l’inclusione è praticabile, governabile e che può avere esiti positivi di vivibilità per tutti.

Il paese sicuro, in sostanza, appare essere quello inclusivo e non quello “blindato”: maggiori sono le possibilità di crescita che vengono offerte e migliori saranno le relazioni intergruppi che si stabiliscono.

Costruire l’inclusione e il rispetto per le differenze vuol dire lavorare su questo tema con intelligenza e con volontà, accettando di ri-pensare vecchi paradigmi per considerare approcci nuovi. E soprattutto con la consapevolezza che il rispetto per chi porta una storia e una cultura diversa è, in definitiva, il rispetto verso il diritto di ognuno di noi alla propria diversità e unicità.

 

 

 

 

 

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Note biografiche sull’autore

 

Patrizia Meringolo fa parte del Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze, ed è Ordinaria di Psicologia dei gruppi e di comunità e di Empowerment di Comunità e Metodi qualitativi di ricerca nella Scuola di Psicologia. La sua ricerca degli ultimi anni ha riguardato gli stili di vita e la promozione della salute, e aspetti psicosociali legati alle migrazioni, alle differenze di genere, al rischio in età giovanile. Fa parte del Comitato scientifico dello spin-off accademico LabCom.

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