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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Paola Marcucci


Articoli di Paola Marcucci:

Le Città invisibili di Italo Calvino

Paola Marcucci, medico chirurgo-arteterapeuta, e lo psichiatra Giovanni Bonelli presentano un laboratorio di arteterapia svolto con l’associazione Riabilita presso un atelier di pittura, con la collaborazione di altre figure professionali, quali un’antropologa, un’architetto e una filosofa. Il tema è tratto da Le città invisibili di Italo Calvino: ai partecipanti al progetto è stato chiesto di dipingere le città rappresentate da Calvino, ma poi anche le proprie città, della memoria e della fantasia; quindi di rappresentarle anche attraverso una pianta, in un percorso parallelo di scoperta interiore.

DOI: 10.17386/SA2018-004005

 

 

ATELIER DI ARTETERAPIA:

LE CITTÀ INVISIBILI DI ITALO CALVINO[1]

 

 

Giovanni Bonelli (psichiatra), Azzurra Iacopini (architetto), Paola Marcucci (medico chirurgo-arteterapeuta), Sonia Marzullo (antropologa), Annalisa Rossi (filosofa)*

 

*Riabilita

 

 

Riassunto: Paola Marcucci, medico chirurgo-arteterapeuta, e lo psichiatra Giovanni Bonelli presentano un laboratorio di arteterapia svolto con l’associazione Riabilita presso un atelier di pittura, con la collaborazione di altre figure professionali, quali un’antropologa, un’architetto e una filosofa. Il tema è tratto da Le città invisibili di Italo Calvino: ai partecipanti al progetto è stato chiesto di dipingere le città rappresentate da Calvino, ma poi anche le proprie città, della memoria e della fantasia; quindi di rappresentarle anche attraverso una pianta, in un percorso parallelo di scoperta interiore.

 

Parole chiave: Riabilitazione psicosociale, arteterapia, Le città invisibili, memoria, immaginazione.

 

Abstract: Art therapy atelier: Italo Calvino’s Le città invisibili. The art therapist Paola Marcucci and the psychiatrist Giovanni Bonelli present an art therapy project that involved the association Riabilita and a painting atelier, but also an architect, an anthropologist, a philosopher and other professional figures. The subject was taken by a Italo Calvino’s book, Le città invisibili, and the laboratory consisted in painting the cities described, then each one painted his own cities of memory, of fantasy, and, in the end, the maps of these cities, in a parallel internal journey.

 

Key words: Psichosocial rehabilitation, art therapy, Le città invisibili, memory, imagination.

 

 

 

Introduzione

Ci proponiamo di presentare un’esperienza di riabilitazione alla vita di relazione (inclusione sociale) in soggetti con disabilità psichica che frequentano l’Associazione Riabilita, attraverso l’utilizzazione di tecniche artistiche antroposofiche (Scuola di Luca-Firenze) e del modello polisegnico (Achille De Gregorio-ArTea). L’esperienza pittorica si é arricchita successivamente con un’esperienza di scrittura e un confronto con la fotografia.

Per raggiungere l’obiettivo abbiamo utilizzato un atelier di arteterapia che non avesse rapporti con il mondo istituzionale e che fosse frequentato anche da persone libere da questi problemi.

L’incontro con il sociale è stato realizzato attraverso mostre di elaborati pittorici, fotografici e convegni di confronto fra vari esperti quali sociologi, filosofi psichiatri, psicologi, antropologi, arteterapeuti, operatori e inoltre attraverso il confronto con un gruppo di fotografi amatoriali e professionisti che si sono espressi, con la fotografia, sui temi trattati nel percorso di arteterapia.

La produzione degli elaborati è studiata in modo tale da realizzare un percorso di conoscenza dei propri vissuti e della vita di relazione attraverso lavori che, proprio nel loro svolgimento, possono aiutare a orientarsi nei propri pensieri così come nei bisogni e nelle scelte (lavori certamente riconducibili al proprio modo di essere e di relazionarsi con il mondo esterno) e incoraggiare il senso di appartenenza, riducendo la paura dell’altro e facilitando il confronto, rinforzando nel contempo la propria identità.

Si stimolano in questo modo anche immaginazione e creatività (capacità spesso assenti e/o in parte perdute nella malattia, in particolare nella malattia mentale) attingendo alla parte sana dell'individuo.

L’intento è inoltre quello di sviluppare empatia e senso di partecipazione (che nasce dalla condivisione della stessa esperienza e dal confronto) e favorire la comprensione, nelle persone afferenti all’area benessere, delle problematiche legate alla salute mentale.

Ancora, si intende approfondire, attraverso l’Arteterapia, la relazione tra scrittura e immagine. Il lavoro di condivisione delle immagini e la loro elaborazione può al contempo produrre una maggiore definizione di sé e una maggiore leggerezza nell’atto creativo, oltre a una rinnovata consapevolezza della propria ricchezza emotiva, cognitiva e affettiva.

La fotografia inserita nell’ambito di un percorso di arteterapia acquisisce un ruolo solo se perde il significato di mera riproduzione della realtà o di bellezza estetica, ma si fa, essa stessa, contenitore di ricordi, emozioni, storie di vita vissuta che devono essere recuperati all’interno di una relazione. In questa ottica, la foto è spazio di confronto; l’istante fotografato è emozione condivisibile.

Raccontiamo la nostra esperienza attraverso la visione di uno dei partecipanti al progetto: Marco.

 

L’esperienza di Marco[2]

Luciana ci ha introdotto al percorso attraverso la lettura del libro di Italo Calvino Le città invisibili. Il viaggio del veneziano Marco Polo, come spiega Calvino, attraverso le cinquantacinque città immaginarie con nomi di donna, non è altro che il percorso attraverso la nostra vita, e così anche il mio viaggio in compagnia di questo bellissimo libro iniziò quando Patrizia mi disse: «Perché non leggi Le città invisibili?». Lessi il libro per la prima volta molto tempo fa e più volte l’ho ripreso. Ogni volta che lo rileggevo vedevo attraverso le parole nuove immagini, e scoprivo frasi che erano origine di ricordi e riflessioni. Le città invisibili ci rappresentano, rappresentano il nostro passato, i nostri sogni, le nostre paure, le nostre speranze e i nostri desideri. Siamo noi dentro alle città un tesoro invisibile custodito dentro edifici più o meno stabili. Anche il mio viaggio è stato lungo dal giorno che ebbe inizio, fra rotte comode e non, fra itinerari conosciuti e altri improvvisi. Patrizia è rimasta a Milano, Paola è qui, sono il punto di partenza e di arrivo, un arrivo arrichito da Roberto, Augusto, Lucia, Gerardina, Sara e i cari ragazzi dell’Associazione Bellemme (Riabilita), che hanno conosciuto con me il piacere di lavorare su questo splendido libro.

 

L’arteterapeuta parla di:

arteterapia, immaginazione e memoria

Prima di illustrare il lavoro su Le città invisibili di Italo Calvino, devo fare una confessione: il merito di quanto è stato fatto va a Luciana. Lei è stata la “musa ispiratrice”. È stata lei a parlarmi per la prima volta, ormai tre anni fa, di questo libro, del quale si era innamorata e del quale, da artista, aveva già cominciato a realizzare alcune opere. Deve esserci stato un passaparola, perché a sua volta Luciana era stata ispirata da Patrizia e chissà Patrizia da chi era stata consigliata. Comunque sia, il nostro progetto è partito.

Il libro è stato letto, commentato e in parte illustrato da tutte le persone che hanno partecipato al progetto, non solo dagli utenti dell’Associazione Riabilita. Infatti, hanno aderito, oltre agli utenti e ai soci dell’Associazione Riabilita, anche operatori, medici, psicologi, artisti, volontari. Tutti sono stati, o meglio siamo stati, fruitori di questa esperienza. La nostra scelta è andata su “le città e la memoria”: Diomira, Zora, Zaira, Isidora, Maurilia.

Il primo obiettivo del nostro lavoro è stato quello di creare un ponte di comunicazione tra persone diverse usando una metodologia che ha sia valore diagnostico che terapeutico: l’arteterapia. L’arteterapia usa come mezzo di comunicazione le immagini. Si avvale perciò di un linguaggio semplice e diretto che proprio per queste sue caratteristiche risulta facilmente comprensibile. Ma la comunicazione è fatta anche di parole. Per questo abbiamo cercato un codice di connessione tra parola e immagine e poi tra immagine e parola, in un gioco a doppio senso che ha conferito dinamicità al nostro lavoro. Questa diversità di linguaggi ha prodotto a sua volta una maggiore capacità espressiva che ha permesso il fluire di emozioni, ricordi, sogni e desideri, accelerando o rallentando una vita immaginativa tanto diversa in ciascuno di noi. L’arteterapia ha tradotto in immagini fantasie e pensieri di tutti noi che abbiamo lavorato insieme e che ci siamo avventurati nell’esplorazione di un libro, all’inizio quasi incomprensibile, ma che si è pian piano svelato quando, nelle sue città, ognuno ha ritrovato se stesso.

La condivisione di elementi comuni ha creato a sua volta un clima di solidarietà, assenza di giudizio, libertà, spregiudicatezza. La lettura de Le città invisibili ci ha permesso di parlare del nostro mondo immaginario e di renderlo visibile, osservabile e commentabile. Questo clima di condivisione si è fatto più intimo nel momento stesso in cui ognuno ha lavorato sulla propria biografia, ricercando e immaginando la propria città. Tutti noi abbiamo il ricordo di un luogo, un piccolo paese, una strada di campagna, una casa, una via, una piazza, una città, anche solo un’emozione, qualcosa da raccontare rispetto al nostro passato. Coltiviamo una memoria “emotiva” che ci fa tornare indietro nel tempo e ci permette di rivivere situazioni ed eventi legati a periodi diversi della nostra vita interpretandone il significato con gli occhi del presente. Ripensare il nostro passato con la sensibilità del presente ci ha permesso di ripartire immaginando di vivere la nostra città del futuro in un turbinio di pensieri, ricordi, immagini, emozioni che sono tutti presenti nello stesso tempo.

Alla fine il nostro viaggio è stato un percorso interiore, nella propria città invisibile: invisibile anche a noi stessi talvolta, e perciò non riconoscibile. Una volta “messa in forma” però possiamo vederla e confrontarla con le altre città. Il gioco ha permesso di ridimensionare il proprio vissuto riproponendolo sotto un altro aspetto. Esprimendo con forza le proprie peculiarità, l’esperienza si è alleggerita. Ci siamo riappropriati di un mondo immaginario che non sapevamo di avere o che non potevamo esprimere perché troppo confuso, doloroso o pesante. L’arteterapia ci ha permesso di immergerci nel racconto della nostra vita dove in realtà non c’è passato, presente o futuro da rappresentare, perché le immagini che nascono attingono a un tempo unico. E per ogni “città del tempo” alcuni di noi hanno cercato di rappresentare un momento speciale, un oggetto, una situazione particolarmente importante sia per attribuzione di significato sia per la sua connotazione emotiva.

Abbiamo fatto ancora di più: abbiamo descritto e rappresentato le nostre città fantastiche e abbiamo dato loro un nome, proprio come ha fatto Italo Calvino. Lo scrittore parla di «città come stati d’animo». Questa affermazione è tanto più vera quando si osservano quelle che in realtà sono le nostre città fantastiche: stati d’animo. Sentimenti sinceri quanto può essere sincero il contenuto di un’immagine che nasce attingendo dalla propria interiorità. Le immagini sorgono dall’interno in modo spesso inconsapevole, e quando le osservi, solo allora, a volte, ne puoi capire il significato nascosto: in questo modo ne è possibile l’elaborazione. D’altra parte, l’immaginazione è una facoltà che ciascuno possiede in modo diverso. Ci sono persone con poca immaginazione (più portate a esperienze relazionali di tipo conoscitivo/razionale), e persone invece con una immaginazione così ricca da riempire la quotidianità in ogni sua occasione: nel lavoro, nelle esperienze personali e in qualsiasi attività, talvolta anche in modo eccessivo e non costruttivo come avviene per alcune patologie nelle quali si perde del tutto il senso della realtà. In altre, invece, manca la capacità creativa: come nella depressione e nella psicosi, dove è difficile esprimersi attraverso la fantasia e l’immaginazione. È più facile invece rimanere invischiati nei propri pensieri, quelli cupi e distruttivi della depressione, o quelli piccoli e ripetitivi dell’ossessivo, o quelli deliranti e assolutamente non aderenti alla realtà di alcune patologie psicotiche.

L’«inferno che abitiamo tutti i giorni», l’inferno di cui parla Calvino nelle sue città, è lo stesso inferno che abita la malattia. La complessità della nostra quotidianità è fatta essenzialmente di relazioni: relazioni con gli altri e con il mondo esterno; relazioni che troviamo nella famiglia, tra gli amici, nel mondo del lavoro, nella quotidianità. Tutto questo può essere reso visibile in un segno, una forma, un colore. Con la sola immaginazione si può sfuggire alla realtà, ma se la nostra immaginazione è resa visibile in immagini, diventa reale, tangibile. Così, la possibilità di osservare il proprio lavoro ne rende possibile il distacco: da fuori e non più invischiati nel processo è più facile vedere la realtà e conoscere/conoscersi. Possiamo anche rifiutarci di vedere o di riconoscere certe produzioni come nostre: a volte proprio non ne siamo capaci. Ma la salute e la possibile guarigione passano per il riconoscimento e l’elaborazione del problema, non per la sua negazione.

L’arteterapia è utile ed efficace anche perché consente una lettura delle proprie immagini interiori, attraverso un processo di elaborazione che è indolore, perché mediato dal mezzo artistico: in questo modo facilita il superamento dei sentimenti di tristezza, solitudine, paura, rabbia, incoraggiando le relazioni e il contatto con il mondo esterno. Alla fine è la possibilità di scegliere che rende liberi.

 

Lo psichiatra parla di:

psicopatologia e memoria

La psicopatologia è comunemente intesa come la branca della psichiatria e della psicologia clinica che si occupa genericamente dello studio dei disturbi mentali e delle patologie a essi connessi, servendosi di criteri diagnostici e classificativi per i vari disturbi. Più specificatamente la psicopatologia è definibile come la teoria delle funzioni psichicamente disturbate della coscienza; esse possono essere attribuite alle diverse funzioni cognitive: coscienza, attenzione, sensopercezione, pensiero, affettività, memoria.

La memoria è la capacità del cervello di conservare informazioni, ovvero quella funzione psichica o mentale volta all’assimilazione, alla ritenzione e al richiamo, sotto forma di ricordo, di informazioni apprese durante l’esperienza o per via sensoriale. Apprendimento e memoria vanno di “pari passo”, se c’è una qualche forma di apprendimento vi è anche una qualche forma di memoria. Come tutte le funzioni cognitive, anche la memoria segue un percorso di sviluppo durante l’arco della vita. In particolare ciò che distingue il bambino dall’adulto è proprio la memoria... e il ricordo. Il ricordo, spiegava Soren Kierkegaard nell’opera In Vino veritas, non è la memoria. Il vecchio, ad esempio, perde la memoria, ma gli resta qualcosa di profetico e poetico: i ricordi. Il ricordo suscita il sentimento della perdita, la nostalgia. Memoria e ricordo sono due parole che hanno affinità, ma sostanzialmente indicano due effetti della nostra interiorità. Cosa vuol dire? La “memoria” intesa come capacità di ricordare è un fatto prettamente di testa, scollegato dalla sfera sentimentale. Il “ricordo” invece è la parte nostalgica del nostro essere che, sfruttando proprio la memoria, ci fa rivivere spezzoni di vita. È innegabile che le esperienze lascino una traccia obiettiva e immutabile nella mente. Esiste invece una rielaborazione, prevalentemente inconscia, che rimodella di continuo i nostri ricordi e le nostre percezioni: memoria e fantasia si intrecciano e si sovrappongono. Non esiste, dunque, una memoria priva di quanto la nostra mente “immagina” sui propri ricordi, così come non esiste un’immaginazione “pura” che nasce dal nulla. A questo punto è possibile affermare che la memoria è alla base della vita relazionale e sociale; senza memoria non c’è futuro e, a guardar meglio, senza memoria anche il presente ci sfugge. Per poter pensare al presente devo dilatarlo, farlo durare quanto basta affinchè acquisti una certa consistenza. Pensare, come anche progettare, significa ricordare: il pensiero è memoria che si fa progetto. La psicopatologia della memoria sorge nel momento in cui si presenta un’assenza di essa nel passato, nel presente o nel futuro. Gustave Flaubert scriveva: «Il futuro ci tormenta, il passato ci trattiene, ecco perché il presente ci sfugge» (Lettere a Louise Colet, 1846/55). Era il 1846, è buffo dirlo, ma il suo “aforisma” riconduce a diversi disturbi che in qualche modo sono collegati alle epoche che scandiscono inevitabilmente l’esistenza di ogni uomo: depressione (vivere nel passato), psicosi (cristallizzazione del passato e del futuro nel presente), ansia (vivere nel futuro). La memoria, inoltre, non serve solo a creare il ricordo, ma anche a creare immaginazione/immaginario. Dice la Psicologa:

...non so se l’ho capita bene questa parte, ma ragionavo e pensavo che se non ci fosse memoria non ci sarebbero entrambi. Ad esempio non riuscirei a immaginarmi il futuro senza memoria di esperienza passata, oppure non riuscirei a possedere l’immaginario della mia infanzia senza memoria.

Commenta lo Psichiatra:

...credo che abbia capito. Quindi nella depressione l’immaginario è bloccato, in quanto il depresso è fermo nel passato, la memoria non lavora per progettare il suo futuro. Nella patologia psicotica la memoria lavora in modo accelerato con una fluente immaginazione, ma l’immaginario non è reale; la memoria non è finalizzata alla progettazione del futuro, ma si trova in una condizione statica del presente “non reale”. Anche nel disturbo d’ansia la memoria è attiva, ma finalizzata a evitare l’elemento ansiogeno nel futuro. Anche in questo caso l’immaginario risulta essere bloccato. Anche se affetta da deficit la memoria è l’elemento che sostiene la nostra esistenza e garantisce le funzioni cognitive che sono alla base della vita sociale e relazionale, ma nella psicopatologia sono alterate.

Parlando quindi della nostra esperienza potremo dire che, partendo dall’immaniginario di Italo Calvino (le città della memoria), abbiamo preso lo spunto per stimolare l’immaginazione dei nostri soggetti per produrre un’immagine (immaginario) che racchiude bisogni e problemi della vita giornaliera. Tale pratica, attraverso la condivisione dell’esperienza e l’ascolto delle parole scritte e dette durante il lavoro, ha favorito lo sviluppo di strumenti utili a migliorare la vita di relazione attraverso la creazione di immagini, l’elaborazione dei contenuti, la interattività del gruppo. Quindi l’utilizzazione della memoria, stimolata lungo questo viaggio, fatto di passato, presente e futuro, ha dato nuove energie che hanno portato a questa giornata. Come avete notato non ho parlato di psicopatologia perché, all’esperienza, ha partecipato l’ansioso, lo psicotico, il depresso, l’arteterapeuta, l’operatore, lo psicologo, il volontario e molte altre persone, e da psichiatra posso dire che, durante tutto il percorso, non ho riscontrato psicopatologia, ma desiderio di condivisione, confronto, affetto, conoscenza, disponibilità e amicizia.

 

La visione filosofica:

immaginazione e memoria

Da una parte possiamo avere l’idea che i contenuti del nostro pensiero siano immagini, che si sommano dando luogo a ciò che chiamiamo memoria e immaginazione. Dall’altra parte possiamo pensare l’immaginazione e la memoria come capacità dell’io. Poi, si possono evidenziare gli elementi di distinzione fra la memoria e l’immaginazione, ad esempio in relazione al passato e al futuro, al vuoto e al pieno. Così come si può riflettere sul senso in cui esse sono strettamente correlate. Il contributo filosofico si offre come analisi critica dei concetti di immaginazione e memoria ed esplicitazione di presupposti teorici. Connette questo piano di astrazione al piano dell’esperienza personale con l’obiettivo di accrescere la consapevolezza e la chiarezza del pensiero.

1) Che cosa ci può venire più spontaneamente da pensare quando parliamo di memoria e di immaginazione (o immagine)? Nella conclusione del saggio su L’immaginazione (1936), lo sguardo fenomenologico di Sartre richiama la nostra attenzione sul problema dato dall’idea di partire dall’immagine come elemento, per poi trovarne la sintesi. Non esita a definire questa prospettiva teorica un vero e proprio “guaio” nell’affrontare questo tema di interesse psicologico. In base a essa le immagini puntuali andrebbero a comporre quei segmenti o serie che chiamiamo memoria e immaginazione. Il linguaggio ordinario può spingerci in questa direzione; infatti usiamo espressioni come “avere un’immagine fissa o impressa nella memoria”, così come nell’immaginazione, un’immagine cioè che, ancora con un modo di dire familiare, “non riusciamo a toglierci dalla testa”. In generale, il riferimento al linguaggio ordinario è importante, poiché in esso è sedimentata un’interpretazione condivisa. In questa concezione memoria e immaginazione si collocano in due tempi diversi, anzi si spartiscono il tempo: il segmento della memoria è il passato, il segmento dell’immaginazione è il futuro. Ma, come ci avverte Zaira: «ogni segmento [è] rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole» (I. Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 2015, p. 11). Perché un segmento è un’architettura complessa e non una semplice costruzione lineare. La misura di ogni segmento è un avvenimento. E ancora, memoria e immaginazione sarebbero due cose divise dal presente e al presente non apparterrebbero. Potremmo infatti identificare il presente con la percezione, e dire che essa si distingue da entrambe. Chiederci se viviamo più di memoria o di immaginazione corrisponderebbe al chiederci se viviamo più nel passato o nel futuro. Ma quando vivo nel presente e percepisco qualcosa, non è forse richiesta una qualche forma di memoria e di immaginazione? E di nuovo possiamo essere portati a mettere in questione la suddivisione iniziale tra segmenti nel tempo. Ad esempio, il presente ce lo possiamo immaginare? Sì, quando immaginiamo di essere qualcun altro o qualcos’altro, oppure quando immaginiamo chi possa esserci dall’altra parte di un muro o, nella nostra epoca tecnologica, di uno schermo. Ancora, con le parole del poeta, a cosa ci rimanda la siepe di leopardiana memoria? Ciò che immaginiamo dall’altra parte non è un punto. La siepe de L’infinito ci viene offerta come possibilità di rimando a un orizzonte.

2) Calvino dedica una sezione della sua opera a “Le città e i segni”. Se pensiamo l’immagine nell’orizzonte e nella rete, cioè come sintesi e segno (segno non vuol dire punto), ecco che lo scenario cambia. Proprio come, per fare un esempio, un segno stradale smette di essere nulla più che un disegno, tra i tanti, per una persona che lo sappia leggere, cioè non (più) estranea al codice dei segni stradali. All’interno di un’interpretazione del segno come rimando, immaginazione e memoria sono atti o modi della coscienza e non esistono come isolati l’uno dall’altro. Sono capacità: inesauribili, virtuali, possibili. E tanto sono entrambe nel passato, quanto sono entrambe nel futuro. Basti pensare al fatto che ricorriamo all’immaginare il passato ogni volta che non lo ricordiamo: dal bambino che colma la sua memoria attraverso la memoria del genitore all’idea di una costruzione sociale della memoria. La stessa dimensione sociale appartiene alla costruzione dell’immaginario collettivo. E ancora, per quanto riguarda il futuro, possiamo riferirci alla Memoria del futuro nel senso di Bion, alla memoria prospettica, alla memoria delle intenzioni. È così che Isidora ci si consegna nelle sue parole più famose: «I desideri sono già ricordi» (Le città invisibili, p. 8). Non solo i desideri passano e sono già ricordi, ma anche non c’è desiderio che non sia fatto costitutivamente di ricordo. Se accettiamo questa interpretazione, la città ci offre accanto a una concezione del tempo fluido una dimensione relazionale originaria. Io non sono mai da sola, nel ricordare e nell’immaginare, perché sono in una rete di significati che fa sì che io mi riconosca nel mondo e nel linguaggio, cioè in relazione con altri. Il ripetere la domanda: “viviamo più di memoria o di immaginazione?” può suscitare ora una risposta diversa, che vada a identificare quale delle due capacità prevale in noi e quale è il percorso che compio nel passare dall’una all’altra. Dalla memoria all’immaginazione alla memoria… Queste capacità si attivano in me ancora secondo il modo del rimando. Si possono concentrare in un’unica capacità, il pensiero, un nodo che Diomira ci invita a riconoscere nella potenza della sintesi, quando dice: «ora pensano d’aver già vissuto una sera uguale a questa» (Op. Cit., p. 7). Che può voler dire: “ora sanno d’aver già vissuto una sera uguale a questa”, “ora ricordano d’aver già vissuto una sera uguale a questa”, “ora immaginano di aver già vissuto una sera uguale a questa”.

3) La capacità non è dunque un segmento, in quanto non è una cosa né un insieme di cose. Non appartiene al paradigma della cosa, appartenendo invece al paradigma dell’evento, per dirla con Heidegger. Della capacità non disponiamo, piuttosto da essa siamo abitati. L’essere capaci di fare qualcosa, cioè l’avere una determinata capacità, non si esaurisce nella prestazione o nell’azione singola, esattamente come la capacità che ha un fornaio di fare il pane non si esaurisce in nessuna delle pagnotte che sforna. In quanto capacità, immaginazione e memoria finiscono per poter essere interpretate come due lati dello stesso. L’ambivalenza emerge rivisitando alcuni luoghi del nostro linguaggio ordinario. Pensiamo ai contrari pieno/vuoto. Ci sono familiari espressioni come “un vuoto di memoria”, “non mi viene in mente niente”, quest’ultima nello specifico vale per il passato, ma anche nell’immaginazione, basti pensare al blocco dello scrittore. Le situazioni possono essere le più varie, anche semplicemente uno stress da esame o interrogazione. Ebbene, il vuoto di memoria in questo caso è un buco, un fotogramma mancante e anche un pieno che va riconosciuto, ad esempio come un pieno emotivo. Nel non venirci in mente niente, la nostra mente è proprio vuota? E ancora, la mente piena sarebbe quella in cui si immagazzinano le cose come in una macchina pensante, magari imparandole a memoria. Eppure, anche nel memorizzare si creano eventi inaspettati, Heidegger direbbe che questa è la phantasia dell’essere, come la cantilena o la figura, l’associazione simbolica, ecc. Zora era rimasta immobile punto per punto, così da non poter essere cancellata. In realtà proprio nello stare immobile si corruppe suo malgrado e «La Terra l’ha dimenticata» (Op. Cit., p. 16). Nell’identificare un’altra coppia di contrari: visibile/invisibile, il linguaggio ordinario dice che si immagina solo ciò che non si vede o non si è ancora realizzato: “immagina se…”; se vedi non hai immaginazione, ad esempio il denudato come tale “non lascia spazio all’immaginazione”. Le città invisibili sono invisibili dunque perché sono immaginate, eppure in esse troviamo “Le città e la memoria”: la memoria che quelle città ha visto e che ci porta nell’ambivalenza virtuosa dell’immaginare anche ciò che si vede. Come nel caso del nudo artistico, per riprendere la sollecitazione precedente: ciò che si vede è un segno a partire dal quale, nel rimando, si può immaginare. In questo senso potremmo chiamare queste città “Le città visibili”.

4) Vorrei concludere sottolineando la fecondità dell’incontro tra pratica filosofica e arteterapia nella riabilitazione psichiatrica, e rivolgendo un sentito ringraziamento agli amici organizzatori per l’invito a contribuire nel programma della conferenza finale di questo interessante progetto. Il metodo filosofico aiuta a muovere attraverso le parole la capacità di pensiero e l’autoconsapevolezza, a riconoscere che l’identità è anche estraneità, come in Maurilia. Si è estranei a se stessi sia sul piano di un vissuto lontano, come quando in una nostra vecchia foto non ci riconosciamo più. Sia sul piano dell’astrazione, quando un determinato concetto usato per descriverci assume una dimensione assoluta e totalizzante in cui per l’appunto, di nuovo, ci potrebbe risultare estremamente difficile riconoscerci. La traduzione fra segni e linguaggi che si scambiano l’uno nell’altro, filosofico e arte terapeutico, ripropone lo scambiarsi di immaginazione e memoria a cui ho accennato. Non c’è immaginazione senza memoria e non c’è memoria senza immaginazione. Il percorso di lettura della memoria nell’opera di Calvino e di immaginazione per la creazione artistica di tutte le città della mostra può portare ciascuno, autori e fruitori, a leggere ora queste immagini per ricordare chi si è.

 

La mia esperienza:

Isidora

Fig.1 - Isidora

All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene il desiderio di una città. Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno le scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto fra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città. Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isadora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi. (Le città e la memoria, in Italo Calvino, Le città invisibili)

 

Zaira

Fig.2 - Zaira

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descrivere la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quale lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che si infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all’improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato lì in fasce sul molo. Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi seghettature intagli, svirgole. (Le città e la memoria, in Italo Calvino, Le città invisibili)

 

La mia città del passato:

Morgana

Fig.3 - Morgana

Questa città è vecchia, antica. Probabilmente siamo nel passato. È tetra. Qui le fabbriche non ci sono, non ha un lato moderno. La città è sicuramente fondata alla vecchia maniera, le sue origini sono solide e antiche. Costruita con il duro lavoro manuale degli uomini. A quei tempi, non esistendo la tecnologia di oggi, l’uomo sfruttava al massimo le sue capacità intellettive per costruire delle opere meravigliose che durano nel tempo e che possono essere ammirate anche tutt’oggi. Non c’è inquinamento, intorno c’è un grande bosco pieno di qualsiasi tipo di animale. I cittadini lavorano duramente nei campi aiutandosi a vicenda e traendo beneficio dalle risorse della terra. Non ci sono automobili, mezzi di trasporto, le donne lavorano tutte insieme e si occupano delle faccende domestiche e si occupano di crescere i bambini, condividendo con gli altri paesani gioie e dolori. La cosa più bella di questa città sono i bambini, perché sono felici, si divertono e riescono a creare giochi con quel poco che hanno. È una città contadina, nelle case le persone si siedono tutte intorno al camino e discutono di quello che è successo nel giorno che è appena passato.

 

La mia città del presente:

Tecnica

Fig.4 - Tecnica

La città è composta da grattacieli, case, negozi. Ci sono tutti i tipi di confort. All’interno delle abitazioni ci sono degli ascensori, c’è tanta luce, c’è molta tecnologia. Il silenzio è rotto dal rumore delle auto. All’interno della città c’è una gran confusione, c’è un gran viavai di persone e di auto. Ci sono semafori e lampioni a quasi tutti gli angoli della città. La tecnologia che c’è permette di avere qualsiasi cosa che si voglia, di qualsiasi genere. C’è tanto smog, è diversa dalle città di una volta, qui si sta peggio a causa dell’inquinamento. I mezzi di trasporto sono cambiati, qui ci si può spostare via terra, via mare e via aerea e nel sottosuolo con le metropolitane. I mezzi di comunicazione sono migliorati tanto grazie allo sviluppo della tecnologia.

 

La mia città del futuro:

Marte

Fig.5 – Marte

La città è composta da palazzi in stile futuristico: siamo in un’altra epoca. Le tecnologie sono avanzatissime. Siamo nello spazio: se alzi la testa verso l’alto vedi o una stella o un pianeta. In questa città ci si sposta con le navicelle che volano a bassa quota… Il cielo è diverso, puoi mangiare solo roba colorata e strana. Le persone girano per la città con una tuta spaziale. Ovunque vai vedi solo cose fantastiche e le giornate scorrono pacificamente. Nel centro città c’è molta gente, da tutte le parti c’è un’insegna dalle forme strane e spaziali. In questa città passano a volte anche persone di altri pianeti che rimangono lì per qualche giorno. I palazzi sono colorati e hanno una forma particolare. Tutto questo fa capire che siamo in una città del futuro.

 

La mia città fantastica:

Anastasia

Fig.6 – Anastasia

La città appare a impatto bella, silenziosa, pulita. La vita in città scorre normalmente e ogni cittadino si aiuta a vicenda svolgendo ad uno ad uno le faccende di tutti i giorni. Ci sono ampi spazi di verde tutto intorno alla città, dietro grandi montagne; nel centro della città una fontana. Le case della città sono buffe, strane, hanno un loro fascino. In città l’aria è fresca, ci sono piccole vie e la gente ti accoglie in maniera splendida. Non c’è rumore, pare che ci siano i fantasmi. All’interno della città ci sono botteghe e i vari mestieri; tutto scorre bene, è una sensazione bella, avvolgente, vorresti non venire più via.

 

Ho continuato la mia esperienza con la pianta della città e ho disegnato diverse piante della stessa città:

Figg.7, 8, 9, 10 e 11 – La pianta di Anastasia

 

Ho continuato la mia esperienza addentrandomi nelle città con in mano la pianta!

 

La visione dell’arteterapeuta:

Lo spazio della relazione

La nostra esperienza corporea nell’ambiente risponde a caratteristiche fisiche, psicologiche ed emozionali molto personali e suscettibili di cambiamenti nell’arco della vita e nelle diverse età evolutive. Le tante espressioni del linguaggio quotidiano ci confermano quanto sia importante per l’uomo e per la sua sopravvivenza, non solo fisica, la percezione del proprio corpo e del suo rapporto con lo spazio. Come afferma H. F. Mallgrave: «I nostri corpi rispondono in maniera davvero diretta alle condizioni spaziali di cui facciamo esperienza». Ci abbassiamo per raccogliere qualcosa o per nasconderci, ci alziamo con il busto per arrivare più in alto, ci distendiamo per riposare e ci chiudiamo a riccio per difenderci o ci mostriamo come un libro aperto quando non abbiamo paura di esprimere i nostri sentimenti: il corpo parla e ci parla con un linguaggio che gli è proprio. Così, l’esperienza corporea ed emotiva può avere tonalità diverse: di paura, di gioia, di libertà, di leggerezza, di rabbia, di dolore. Ma anche i luoghi o le città possono avere colori diversi e generare sentimenti ed emozioni: ci sono città chiuse e città aperte, città dispersive o caotiche oppure fredde o opprimenti; ci sono città sicure e città pericolose o luoghi oscuri e ci sono ridenti cittadine. Come un’opera d’arte plasmata nel tempo dalle mani dell’uomo, le città mostrano, nella loro struttura, il continuo rinnovarsi della società e le sue trasformazioni nelle varie epoche storiche assecondando la necessità dell’uomo di adattarsi all’ambiente naturale e sociale e, allo stesso tempo, di proteggersi da esso. Si tracciano confini e si costruiscono mura allo scopo di creare uno spazio il più possibile ben definito “in modo da creare ordine nella propria esperienza umana” e ben visibile, all’interno del quale esprimersi nella comunità. Le abitazioni, le strutture pubbliche, i monumenti, i luoghi di culto e gli spazi aperti sono dunque espressione della creatività dell’uomo e della sua capacità di adattarsi a un ambiente esterno. La loro tonalità può dipendere da tanti fattori intrinseci alla struttura stessa della città: le dimensioni, il grado di espansione, le misure degli spazi interni, i rapporti tra gli elementi della città, le strade, le piazze, i quartieri.

L’alternarsi di pieni e di vuoti, di abitazioni o di piazze e vie e la loro diposizione conferisce alle città forme a volte molto curiose che non sempre suggeriscono una pianificazione, ma esprimono semplicemente la capacità di adattamento dell’uomo nel suo territorio, rispetto alla natura. Alcune città hanno strade molto dritte e regolari con un orientamento ben definito; in altre le strade sono disposte come i raggi di una ruota a partenza da un nucleo principale (un castello per esempio, un monumento di alto valore storico o sociale); altre si snodano seguendo le pendici di una collina o il letto di un fiume oppure partono dai piedi di una montagna dirigendosi verso terreni meno impervi. Così, la pianta della città mostra come tutti questi elementi contribuiscano a costruire un ambiente abitabile più o meno bello o funzionale o sicuro e ci permetta di averne conoscenza visiva immediata. Quanto sopra descritto è stato il filo conduttore del nostro progetto. Siamo partiti da una città immaginaria e ci siamo dati l’obiettivo di produrre la cartina della città stessa: dalla immaginazione alla organizzazione del pensiero. Un’opportunità di crescita ulteriore e di esplorazione di se stessi.

Disegnare la pianta della nostra città immaginaria ci ha portato, nel processo, a prendere consapevolezza del nostro rapporto rispetto a ciò che siamo o che sogniamo di essere e a ciò che vogliamo, ma anche di sperimentarci nella relazione. E descriverle è stato un ulteriore passo avanti nel processo di terapia verso la conoscenza di se stessi. È stato possibile e necessario pianificare, esplorare i propri pensieri in modo giocoso e partecipativo prima di passare all’atto creativo in sè e produrre la pianta della nostra città, ed è stato necessario stabilire regole costruttive per garantire ordine ed equilibrio nello spazio, facilitare gli scambi e la convivenza tra i cittadini, anche in funzione di rapporti sociali o commerciali con le altre città. Mentre disegniamo le piante facciamo anche ordine dentro di noi e questo ci permette di muoverci con maggiore sicurezza e tranquillità nelle strade e nella società, di rispettarne, conoscendole, le norme (perchè ne abbiamo fatta esperienza interiore) senza averne paura. Possiamo crearci anche delle zone franche nelle quali perdersi o ritrovarsi ogni volta che ne sentiamo la necessità; entrare oppure uscire, sentirsi liberi di scegliere. E la scelta è un elemento primario per la crescita di un individuo e per la sua salute psico-fisica. Le piante in sostanza ci hanno portato a fare chiarezza dentro di noi e a mettere punti fermi attraverso un processo creativo che mette in atto tutte le sue risorse per adeguarsi all’ambiente esterno, fisico e sociale.

La progettualità implica sapere vedere oltre, immaginare, mettere insieme, costruire: significa esserci. Man mano che il progetto andava sviluppandosi, con la nascita delle prime piante ci siamo accorti come queste assomigliassero (e non poteva essere diversamente) alle tante città che abbiamo visitato e come potessero esprimere nella loro struttura le caratteristiche di ciascuno di noi. Come le nostre città immaginarie, le piante riflettono la nostra esperienza umana. Hanno piazze, strade, fiumi, ponti e giardini. Sono chiuse o aperte, circondate da mura o dal verde; hanno forme talvolta bizzarre o particolari adattandosi all’ambiente circostante; a volte le strade si distribuiscono in modo regolare a partire dalle piazze o dalle colline o si disperdono sui litorali. Alcune piante sono austere, composte, ordinate; altre sono caotiche e vivono soprattutto di emozioni, altre ancora sono così indefinite da perdersi nell’ambiente e annullarsi nella sua atmosfera. Possono esprimere desideri o esplorare i ricordi dell’infanzia o di luoghi nei quali abbiamo studiato o lavorato o abitato.

Nel processo quindi si è potuto anche giocare con noi stessi costruendo e modificando mentalmente la progettazione della pianta della città: un altro elemento di dinamicità, fondamentale nel processo di cura e di guarigione. In alcuni casi, infatti, la ripetizione dell’esercizio sulla stessa pianta ha prodotto un percorso terapeutico che si è rivelato efficace proprio per la sua potenzialità di trasformazione, come un accurato piano di ristrutturazione e riposizionamento del proprio mondo interiore che ha reso più propositivi e sicuri in se stessi. Rispetto al nostro lavoro di arteterapia, possiamo veramente dire che ogni pianta, così come ogni città disegnata, è metafora della nostra esperienza umana: il suo linguaggio è chiaro, immediato, comprensibile. Certo non è facile descriverne gli angoli più belli o più nascosti o gli scorci più interessanti: ci ha sostenuto in questo l’emozione, il nostro vero lato artistico. Le immagini che nascono sono poetiche, fantasiose, capaci a loro volta di innescare nel fruitore una realtà immaginativa che consente di condividere con empatia l’esperienza. D’altra parte, qualunque lavoro di progettazione di una città e, nel nostro caso, di una pianta della città, porta con sé una connotazione emotiva, un marcatore, uno stile potremmo dire che è peculiare: lo spazio, il ritmo, le misure, le forme, i vuoti e i pieni, la loro organizzazione e distribuzione. Ma accade spesso che abitiamo le nostre città, ne frequentiamo le strade, le strutture e le aree verdi senza conoscerle veramente. Siamo presi da un vivere quotidiano che spesso ci fa percorrere le stesse strade e gli stessi “giri” intorno alla città. Può capitare allora di alzare lo sguardo e scoprire un particolare di un palazzo che non avevamo mai visto pur abitandoci da tanti anni, pur essendoci nati in quella città. Può capitare di girare l’angolo di una strada e di entrare in un vicolo che quasi non conoscevi: ci sarai passato si e no due-tre volte in tutta la tua vita, ma ora ti sembra diverso… hanno restaurato quella abitazione, li c’era un giardino mi pare… Le cose cambiano o restano le stesse e tu spesso nemmeno te ne accorgi, perchè sei da un’altra parte.

Allora, disegnare la pianta della nostra città immaginaria è stato un po' come “ridisegnare i nostri pensieri”, resettare. Qualcuno l’ha immaginata diversa o l’ha riproposta con gli stessi spazi, le stesse panchine o luoghi saturi di ricordi. Altri hanno immaginato o sognato una città nuova la cui pianta ti conduce attraverso percorsi improbabili, ma sempre la nostra città. Anche i punti di vista sulla mia città possono essere tanti e molto diversi tra loro. Ci sono piante che ci mostrano la città da lontano e possiamo solo immaginarla; ci sono piante così particolareggiate che ti viene voglia di entrare nella panetteria o di prenotare la visita in mongolfiera o corsi di acquagym al centro sportivo. Ci sono piante visibili non nei quartieri o nei selciati, ma nella qualità della loro atmosfera e nelle emozioni che ne scaturiscono osservandole e vivendole. I colori sono tenui e leggeri oppure materici e saturi di pigmento; i contorni, quasi assenti o ben definiti. A volte si possono intravedere, nelle forme che nascono dal colore, accenni di abitazioni lontane che siamo invogliati a scoprire tanto sono misteriose. Alla fine, è proprio il mistero dell’essere umano che abita le sue città esplorandone gli spazi fisici, contenendone l’espansione, rispettandone i limiti, a volte anche costretto nei propri limiti, che ci piace conoscere. Con la pianta della città in mano il turista potrà entrare in strade piene di caseggiati, ben distribuiti, ordinati, talvolta tutti uguali che possono suscitare un senso di ordine e di pulizia, di sicurezza. Strade troppo piene o troppo regolari ci possono dare un senso di soffocamento, di oppressione: viceversa strade poco definite o confuse, che si chiudono in luoghi impensati, che prospettano una direzione e d’improvviso la cambiano, che hanno uno stop in un punto nel quale ci viene spontaneo andare... ci spiazzano e ci confondono. Ma anche la pianta di una città che vive delle sue emozioni, può essere difficile da conoscere se non siamo pronti a lasciarci andare.

Senza entrare troppo in spiegazioni tecniche o pseudoscientifiche, è interessante notare come l’osservazione soltanto delle nostre piante conduca anche i non addetti ai lavori verso un atteggiamento mentale ed emozionale di comprensione della originalità dell’essere umano, sano o malato, e di condivisione. È evidente, in questa nostra esperienza, il valore dell’arteterapia come strumento di stimolo della cognitività rispetto alle capacità logico-costruttive e di organizzazione. Essa ci ha permesso di dare un ordine ai nostri pensieri, di favorire la relazione, di migliorare la consapevolezza di sé e di ritrovare il centro o i centri di riferimento nello spazio e nel tempo, lasciandosi alle spalle, in questo modo, le barriere dello stigma e della malattia.

 

Antropologa:

Praticare lo spazio, antropologia dell’abitare

Il modo in cui noi uomini siamo sulla terra è l’abitare. Esser uomo significa essere mortale sulla terra e cioè abitarla. L’uomo è in quanto abita, che significa rimanere e trattenersi, custodire e coltivare il campo [...] Il luogo apre l’accesso in un posto sulla terra e così il luogo dispone il posto nel mondo. Il luogo è una dimora e i luoghi danno dimora al soggiornare dell’uomo. (Marcello Archetti, Lo spazio ritrovato: antropologia della contemporaneità)

Secondo una definizione dell’antropologo francese Marc Augé, il luogo antropologico è una costruzione concreta e insieme simbolica dello spazio; è un principio di senso per coloro che lo abitano, e possiede una caratteristica di intelligibilità per coloro che lo osservano. Il luogo è anche lo spazio dell’incontro, è l’insieme fisico delle strade che i nostri passi percorrono, lo snodo, l’incrocio, l’intersecarsi delle umanità, ma anche il mescolamento, l’ibridazione dei significati che ogni individualità e ogni comunità assegna allo spazio che occupa, che abita.

Ogni luogo è dotato di una sua dimensione storica, identitaria e relazionale; un esempio di luogo è la città, lo spazio dedicato all’insediamento umano che per eccellenza permette di essere mappato, ordinato secondo strade, quartieri, piazze, monumenti che ne tracciano la biografia, e in cui gli individui tessono legami, relazioni, scambi, in cui la società si fa tramite permessi e interdizioni, dove si decide cosa è lecito e cosa non lo è in un determinato vivere insieme, in una particolare forma di società; è lo spazio della contemporaneità in cui “si fa comunità”. Il processo di mappatura dello spazio, la necessità di creare delle cartografie, è interconnessa alla nascita degli insediamenti umani: le pratiche della rappresentazione ordinata del territorio, il desiderio di tracciare, rendere più intellegibile una data area, sono funzionali alla necessità umana di adattamento; il processo che si mette in atto non è unilaterale, l’uomo si adatta all’ambiente e contemporaneamente tenta con i mezzi di cui dispone di adattare l’ambiente alle proprie esigenze, fisiche e simboliche: crea strutture che rendano confortevole il proprio stare e so-stare quotidiano, modifica l’ambiente circostante in modo che sia il più possibile di riparo dalle intemperie naturali, è parte attiva di un’opera incessante di creazione di senso, di simbolo. Tali interazioni non sono fisse, né definite una volta per tutte: esse mutano col mutare del tempo, dello spazio e dell’umanità che le attraversa e che le vive; è un processo sempre attivo, potenzialmente infinito, poiché la società si organizza, “prende forma” nel tempo e nello spazio che le sono propri, e nel fare questo organizza, modifica e dà forma allo spazio stesso; possiamo dire che, a livello antropologico, lo spazio si configura come una costruzione sociale dinamica. Michel De Certeau[3] considera lo spazio come un luogo praticato, un incrocio di mobilità: un luogo, una città non è mai un contenitore neutro, è bensì la dimensione della mobilità e della mescolanza, dell’interazione. La città è il teatro dell’uomo. Marcello Archetti in Lo spazio ritrovato: antropologia della contemporaneità, ricorda che «Il modo in cui noi uomini siamo sulla terra è l’abitare»; esistere significa infatti essere, ma anche stare, occupare uno spazio definito: lo spazio abitato dall’uomo è riempito fisicamente, ma è anche significato, riempito cioè non solo da un corpo, ma anche da oggetti, manufatti, azioni, emozioni che riflettono una peculiarità di chi li costruisce o li porta in sé, un’estroflessione, un uscire dell’uomo da se stesso, un fornire un’interpretazione arricchendo il mondo circostante di singolarità plurime. L’analisi del concetto di luogo antropologico rientra nel comune procedimento culturale in base al quale tutte le società simbolizzano, marcano, ordinano lo spazio che intendono occupare, dando vita a un’attività di simbolizzazione che rinvia a un’urgenza di senso. Si tratta di un’attività che costruisce un’identità relativa in opposizione a un’alterità esterna e in funzione di un’alterità interna. Anche Merleau-Ponty in Fenomenologia della percezione sottolinea che i viventi, gli uomini, con la loro semplice presenza nel mondo, danno allo spazio un senso che esso non ha naturalmente; anche il senso infatti è costruito, così come la categoria stessa di senso è tutta umana. Lo spazio antropologico è qui inteso come spazio esistenziale, luogo e sede di un’esperienza di relazione con il mondo da parte di un essere essenzialmente situato «in rapporto ad un ambiente».

L’uomo, di fronte allo straniamento, allo spaesamento del suo essere nel mondo, tenta di costruire una bussola, di creare punti di riferimento, - osserva il muschio sugli alberi, legge e ordina le stelle, costruisce pannelli con i nomi delle città -; tenta di dare un orientamento al proprio esistere, scandisce il tempo, mappa le aree su cui costruisce, indossa un orologio al polso, lascia indicazioni fruibili per se stesso e per chi verrà. Lo spaesamento è un’attività percettiva, fondata sul risveglio dello sguardo e la sorpresa che provoca la visione,cercando di osservare il più attentamente possibile tutto ciò che l’uomo incontra, ivi compreso e forse soprattutto i comportamenti in apparenza più anodini, gli aspetti accessori del comportamento, “alcuni piccoli incidenti”, i gesti, le espressioni corporee, gli usi alimentari, i silenzi, i sospiri, i sorrisi, le smorfie, i rumori della città e i rumori dei campi.

 

Architetto:

piante urbane in ambito sociale e relazionale

La forma della città è data dagli edifici, o per meglio dire, dal rapporto tra la parte costruita (gli edifici) e gli spazi vuoti (le vie, le piazze, i giardini).

Le piante urbane non si limitano a delineare la topografia della città, ma restituiscono anche una determinata visuale della città sia essa sociale sia essa relazionale. In base alla pianta della città si distinguono tre tipologie fondamentali derivate da antichi canoni costruttivi, tre modelli che hanno ispirato la costruzione della città, guidando gli urbanisti nello sviluppo e nel rinnovamento: la città con pianta a scacchiera, la città con pianta radiocentrica, la città a struttura lineare.

La pianta a scacchiera ha origini antichissime, si pensi al cardo maximus e il decumanus dei Romani, essa si caratterizzava per le strade a sviluppo lineare, parallele tra loro, che si andavano a incrociare ad angolo retto (ad esempio Aosta, Torino). In epoca moderna questa struttura è stata adottata nel disegno di città pianificate e nel disegno di nuovi quartieri di espansione urbana. E’ stata esportata nelle aree di colonizzazione, soprattutto nel Nuovo Mondo (come nella città di Chicago). Questa forma di città è stata presa ad esempio perché le vie rettilinee sono adatte sia alla sorveglianza militare, ma anche alla circolazione e all’orientamento. In queste città infatti è difficilissimo perdersi e l’uomo si sente protetto e libero. Il senso di protezione deriva dal sentirsi parte di un insieme uniforme, il senso di libertà invece deriva dalla possibilità di crearsi percorsi e punti di riferimento che diventano punti fermi.

La pianta radiocentrica, con le strade divergenti a raggiera da un nucleo centrale, si ritrova all’incrocio di strade terrestri o di vie fluviali ed è il risultato di un’evoluzione urbana tipica dell’Europa medievale. La città comincia a svilupparsi intorno al crocevia che è la ragion d’essere del suo mercato, o si afferma all’ombra di un castello posto al centro di una cerchia di mura difensive. L’anima della città è costituita dalla chiesa o dalle sedi del potere civile. Nelle città moderne i tracciati delle mura abbattute hanno dato luogo agli anelli di viali di circonvallazione, si vengono così a formare della aureole edilizie concentriche che si intersecano con gli assi viari divergenti dal centro. La maggior parte delle città europee si sono sviluppate attorno a un punto che fungeva da riferimento fisico o sociale; nelle città italiane questo riferimento poteva essere un castello piuttosto che una chiesa o un municipio (ad esempio Milano, Bologna). In questo caso l’uomo si sente al centro di un qualcosa ed è quindi accentuato il suo senso di protezione, ma dall’altra parte, anche il senso di reclusione. Ci si orienta con più difficoltà e i percorsi sono sicuramente molto più complicati e lunghi.

La pianta lineare è caratterizzata dalle città sorte lungo un asse generatore (arteria di traffico, un corso d’acqua, una dorsale o uno sprone), sul quale si innestano le vie trasversali. La città lineare, nella sua forma più semplice, corrisponde all’immagine del vecchio borgo con le strade affacciate ai bordi della strada maestra. Gli abitanti sono dipendenti da un qualcosa. Si creano però comunicazioni scorrevoli e la struttura urbana penetra facilmente nel contesto rurale.

Le forme della città siano esse con sviluppo a scacchiera, radiocentrico o lineare, sono facilmente riconducibili a elementi esistenti in natura; l’autore Oswald Mathias Ungers nel volume Morphologie: City Metaphors, tramite delle metafore mette a confronto delle piante di città con delle forme e degli oggetti che ne sottolineano i caratteri fondamentali di sviluppo. Questi paragoni ci aiutano a capire meglio le varie tipologie di forme della città e i vari tipi di crescita urbana.

La prima è la crescita per accumulazione che può essere paragonata alla struttura tridimensionale di una molecola; questa città ha infatti uno sviluppo che solo all’apparenza sembra dettato dal caso, ma che in realtà cela una serie di sudditanze che fanno sì che un’area non possa esistere senza l’altra e viceversa.

 

Fig. 12 – Crescita per accumulazione

La crescita ad anelli concentrici può essere paragonata a una sezione di tronco; tale città proprio come per la crescita dell’albero, si sviluppa a partire da un nocciolo interno e centrale e va via via allargandosi mantenendo comunque una pianta radiale dove gli anelli, che si sviluppano a seconda della crescita della città, dipendono da quelli che si sono sviluppati in precedenza, allargandosi mantenendo comunque una pianta radiale dove gli anelli, che si sviluppano a seconda della crescita della città, dipendono da quelli che si sono sviluppati in precedenza.

Fig. 13 – Crescita ad anelli concentrici

Possiamo individuare anche una crescita per dipendenza, per la quale possiamo usare la metafora della gatta che allatta i piccoli gattini. Nelle città che seguono questo tipo di sviluppo si creano delle arterie che dipendono da un'arteria principale, che senza di essa non esisterebbero in quanto risulterebbero totalmente scollegate tra loro.

Fig. 14 – Crescita per dipendenza

La crescita ramificata è riassunta dall’immagine della foglia. La struttura ramificata della foglia diventa la struttura urbanistica della città. Si crea una sorta di gerarchia tra le arterie: non solo si crea una direttrice di sviluppo principale, ma anche delle arterie secondarie dalle quali si diramano poi vie, strade molto più strette e con uno sviluppo frastagliato.

Fig.15 – Crescita ramificata

La crescita aperta, può essere paragonata al palmo di una mano, parte da una zona già edificata, il palmo appunto, e si sviluppa seguendo delle direttrici secondarie che sono rappresentate dalle dita della mano.

Fig.16 – Crescita aperta

Da questa analisi si evince che qualunque sia stato lo sviluppo delle città nel

corso degli anni, esse si sono adeguate principalmente al contesto morfologico

e topografico e, in un secondo momento, alle esigenze della popolazione. Tale

forma cambia a seconda delle culture, della società e dal momento storico della

formazione.

 

La visione filosofica:

punti di vista e consulenza filisofica

Con il tema “punti di vista” desidero proporre un’analogia tra la città e il pensiero in quanto organizzazione di idee. Vivo la mia città orientandomi tra le sue strade attraverso la bussola dell’abitudine. Molte sicurezze regolano i miei movimenti in questi spazi e gli effetti di sorpresa sono ridotti al minimo. Posso tuttavia fermarmi e leggerla attraverso una carta della città, che costituisce un punto di vista astratto su di essa e ha la funzione di riposizionare in griglie i suoi elementi, morfologici e urbanistici, e di ri-orientarmi. Posso fare la stessa esperienza con il mio pensiero, che prevalentemente vivo considerando ovvie le cose che penso e ovvi i significati che do alle parole, lasciandomi guidare da questi nelle scelte, nelle azioni, nelle relazioni. Anzi, generalmente non mi fermo nemmeno a riflettere sul fatto che ciò che penso sia alla base di ciò che scelgo e che faccio. Ebbene anche nel pensiero mi posso fermare, per provare a leggerlo come attraverso una carta. Posso cioè assumere il punto di vista dell’astrazione ed esaminare alcune mie idee, metterle in questione per riposizionarle o eventualmente abbandonarle, e con ciò riorientarmi. Si tratta di un movimento del pensiero che caratterizza la consulenza filosofica. La quale tesse una rete in cui il punto di vista dell’esperienza ordinaria delle idee e delle parole e il punto di vista della riflessione concettuale si alimentano reciprocamente, generando maggiore consapevolezza e capacità, non senza attraversare l’ambivalenza emotiva dello spaesamento che così si produce. Infatti, abbandonare un riferimento centrale del proprio ordine di idee, proprio come nel caso dell’abbandono del proprio spazio esistenziale, può assumere i connotati angoscianti che ci racconta Ernesto De Martino ne La fine del mondo con un esempio famoso, quello del campanile di Marcellinara e del vecchio pastore del paese. I punti dai quali si scorge il campanile tanto delimitano il quotidiano spazio di vita del vecchio, che un momentaneo allontanarlo oltre quei punti e il conseguente sparire del campanile alla vista sovvertono in lui la struttura di pensiero e stato d’animo. Oppure, con un accento diverso, lo spaesamento può ingenerare il positivo ordine della scoperta seppure nella vertigine tra illusione e realtà, come nell’esempio letterario di Paul Auster nella Città di vetro. Uno dei personaggi passa intere giornate aggirandosi per le vie di New York in modo apparentemente casuale, e solo ripercorrendo la linea continua dei suoi passi tracciandola sulla mappa chi lo osservava può ottenere qualcosa di straordinario: la composizione di una lettera dell’alfabeto per ognuna delle giornate, un codice dunque, forse realmente intenzionato in quei movimenti tra le vie oppure forse la sola illusione dell’interprete, tuttavia così generativa di significato negli effetti. Accade, con la città e con la mente, di poter sostare in un punto diverso dal solito. In entrambi i casi uno spazio a me noto mostra qualche nuova peculiarità. Vedo chiaramente che forma ha una porzione di città o la città stessa – Venezia è un pesce –, vedo distanze e disposizioni – più a nord di –, proporzioni – quant’è lunga la via che arriva giù giù fino a… –, scopro l’esistenza di un giardino interno dietro quel muro sulla strada, ecc. E come vedo sulla carta la profondità di un palazzo, così per analogia posso vedere nel mio pensiero la profondità di un’idea. Per esempio la mia idea di giustizia: su quali basi concettuali poggia, cioè in che modo la definisco, quali sono i significati a cui per me primariamente rimanda, quali le assunzioni implicite quando ragiono e mi esprimo a partire da questa idea. E così via. Si tratta di una postura investigativa, al modo del protagonista della Città di vetro, che è possibile assumere con la lente del dialogo e dell’argomentazione filosofici e il cui risultato, per l’individuo o per il gruppo che vi si dispone, è una sensibile crescita del pensiero.

 

L’esperienza dello psichiatra[4]

 

L’esperienza fotografica relativa alla pianta della città mi ha spinto, da sano, nello spazio della malattia; mi sono confrontato con il dolore e il disagio presente nell’essere malato. Tale stato riduce lo spazio della relazione con coseguenti difficoltà relazionali che possono essere abbattute utilizzando lo strumento foto come oggetto transazionale verso le emozioni. Questo semplice strumento è percepito dall’altro, disturbato, come non pericoloso per la propria identità e diviene cosi un elemento che apre lo spazio del confronto.

Fatte queste premesse ho cercato di vedere in termini metaforici/fografici la mia città malata e il curare attraverso le piante delle città, portando, la mia esperienza di psichiatra, all’interno del percorso intrapreso nell’atelier di pittura.

Sono partito dalla mia città immaginaria.

La mia città immaginaria:

come entrare nel brutto/bello, casuale/voluto, disarmonico/regolare, perfetto/incompiuto, vezzoso/sgraziato, attraente, seducente, incantevole, accattivante ordine della mia persona. Ma, forse, costruendo una mappa, una pianta della mia città immaginaria: intima, interiore, malata.

“I punti di vista dello psichiatra”

La mia città immaginaria ha un profilo da definire. Una città da creare da scoprire, progettare, vivere, condividere, conoscere, padroneggiare… Ecco la pianta della mia città immaginaria: (il significato va da planimetria a suola, da sofferenza a gioia).

 

Figg.17a e 17b

Ha una pianta regolare dove posso leggere la forma, l’ordine, la produttività. È una città ricca di vita lavorativa, di fantasia e creatività, dove si sta bene. Dove ci sono spazi aperti e luoghi di lavoro dove sorridi se incontri qualcuno e trovi comprensione se sei triste (Fig. 17b).

Ma se non fosse cosi, mi sono chiesto? Se dovessi disegnare la pianta della mia città immaginaria “malata”? Un paziente, alla domanda mi ha risposto: «È meglio non pensare a ciò che non vedo». Ho pensato, la malattia è una condizione, specie se psichiatrica, che va tenuta nascosta, esorcizzata, ridotta a sola patologia; ancora oggi è presente questo retaggio (stigma). Le nostre aspettative finiscono, si perdono nel nulla, nella sofferenza e nel dolore, è necessario fare ricorso ai rimedi.

Oggi è facile, esiste la città della farmacologia: interessante, rassicurante, ricca di prospettive, ma… fredda, priva di amore e di interesse per l’essere umano, dove prevale l’insegnamento che mira all’educazione dei comportamenti, dove si perde l’affettività e molto spesso la persona (Figg. 18a e 18b).

 

Figg.18a e 18b

Questa città ha una pianta dove è impossibile distinguere un tempo e uno spazio; ci viene indicato, ma non è definito, la condivisione è difficile, talvolta impossibile. Ci troviamo di fronte a un muro: la malattia, solo la malattia con la solitudine, la sofferenza, il dolore, la mancanza di relazione. E’ una pianta da ricostruire attraverso la conoscenza, la comprensione, l’accettazione, in una parola dobbiamo prenderci cura della persona con il solo obbiettivo del recupero dell’identità personale e sociale di questa.

Ogni città ha la sua pianta che deriva dalle necessità temporali, dai luoghi, dai bisogni, dai pericoli e da molto altro che contraddistingue l’epoca in cui è stata costruita, passiamo dalle grotte alle tende, dalla città medievale alla città attuale.

 

Da qui le piante delle città viste dallo psichiatra:

La città organizzata, disordinata: la definirei moderna, saprofita… senza elementi fondamentali o non facilmente identificabili (nucleo centrale, centri di potere).

Squilibrata e dissociata: sei dentro la città ma non la vivi a pieno, ha grandi spazi e poca condivisione, è in continua espansione, senza confini. Il confine e il nome: Città (nella malattia la diagnosi?).

E’ una città bipolare: iperattiva e sofferente (stato misto del DSM).

NW: città facile, sai sempre dove sei, ma non con chi sei, ognuno ha i suoi interessi: vai nei grattacieli a lavoro, nei dormitori, in borsa o nei centri commerciali, a passeggiare al central park o a pattinate al Rokffeler. Ti senti a casa ma sei solo, io qui, chi sono? Sono persona o cosa…

Dubai: grande vita, organizzazione, lavoro, divertimento, la pianta è come un batterio, molto bello al microscopio, ma portatore di malattia.

 

L’uomo vive queste città in maniera autistica, fantastica, fiabesca, utopica, caotica, disordinata, confusa, indistinta fuori dal tempo e dallo spazio. Questo mi fa venire alla mente un atteggiamento psicotico dove spazio tempo, immaginazione e fantasia, pensiero ed emozione, malattia e benessere non hanno confini (Figg. 19a e 19b).

 

Figg.19a e 19b

La città chiusa: dove tutto si svolge intorno a un colle o al centro di una cerchia di mura. Ci sono spazi comuni di benessere (taverne e giostre) e di punizione (capestri ed editti). E’ un mondo confinato dove i rapporti fuori dalle mura sono scarsi e le relazioni esterne mantenute dall’ autorità. È una comunità chiusa con tendenza all’isolamento, al sospetto, alla scarsa gratificazione, alla sfiducia.

Città medievale: verticale nella forma e nel potere, la vita si svolge per vivere, sopravvivere e difendersi, dove tutto è fatto per il vertice. La tribolazione e l’angoscia, la chiusura e la non soddisfazione, la solitudine e la scarse possibilità di relazione, mi fanno pensare a una… città depressiva (Figg. 20a e 20b).

 

Figg.20a e 20b

La città a misura d’uomo: città barocca. Regolare nella pianta, dove tutto è a misura d’uomo, le vie d’uscita e i centri di interesse sono ben messi e reperibili, molto definita: bella ma indifferente.

Vi possiamo camminare liberamente ma abbiamo bisogno di avere attenzioni, la città dell’indifferenza: città isterica (Figg. 21a e 21b).

 

Figg.21a e 21b

La città bella: a pianta egiziana, razionale e precisa, direi ossessiva, dove la comunicazione è falsata da ossessioni e compulsioni (Figg. 22a e 22b).

 

Figg.22a e 22b

Vorrei entrare nell’ultima città dove è difficile trovare l’entrata, dove è pericoloso avventurarsi, dove non so cosa troverò: la città pazza. Ha una pianta inimitabile, un po’ ondeggiante. Sento la città insicura, incomprensibile, ho terrore ad andare dentro. È priva di affettività e di comunicazione: è la città dei matti (Figg. 23a e 23b).

 

Figg.23a e 23b

Oggi non esistono più, sono scomparsi… o li abbiamo rinchiusi dentro un libro, il libro delle diagnosi! La diagnosi ci porta a nascondere delle realtà che sono proprie dell’uomo, ci porta a rendere tutto curabile con terapie mediche e psicoterapie che definirei farmacologiche. I farmaci sono molto rassicuranti, ma ci allontanano da emozioni e sentimenti del soggetto. Ci allontanano dai contesti socio-relazionali. I farmaci sono utili e non ne possiamo fare a meno; ci offrono la possibilità di superare la fase critica della malattia senza ricorre a sistemi coercitivi e inumani, ma non devono far dimenticare la persona e il suo mondo. Ci sono terapie combinate (farmacologiche - psicoterapiche), dove la relazione è conservata e la persona mantiene un proprio ruolo. Non dimentichiamo che dietro a un mondo alterato o immaginario esiste sempre una realtà fatta di dolore, sofferenza, ma anche di desideri, sogni e speranze.

 

Il centro

                                           

La prosecuzione del lavoro di arteterapia di questi anni ci porta ad approfondire il significato della nostra pianta per conoscere il centro della nostra città (persona), centro che può essere la persona stessa, ma anche il nostro "centro" della relazione.

Se, come dice Yung, centro è conoscere se stessi per poi relazionarsi, in maniera efficace, con gli altri il centro non è più solo il centro della città, ma anche il centro della periferia.

Mentre il centro della città sembra acquisire un senso di sanità, alla periferia possiamo trovare di tutto: solitudine, isolamento, l‘ accettazione, il rifiuto, la sanità e la malattia. Trovare il centro dalla periferia è fare un percorso attraverso la conoscenza consapevole e raggiungere il centro (della città) dove io sono e mi sento bene in mezzo agli altri che divengono non più i miei nemici, persecutori, padri, mostri, ecc. ma gli interlocutori e gli elementi con i quali confrontarsi.

 

Il centro della consulenza filosofica

Quando riflettiamo filosoficamente su qualcosa, prendiamo qualcuna o una delle nostre idee, la sottoponiamo a un trattamento specifico e poi ce la restituiamo. Tale trattamento dell'idea è la sua messa a tema o problematizzazione e si svolge a partire da quel modo di essere e di pensare che non considera l'idea come una cosa tra le altre cose.

Sara, la bambina della favola di Ermanno Bencivenga Un posto per un'idea, aveva conservato una coccinella e una conchiglia come cose tra le cose. Quest'ultima, in particolare, l'aveva poggiata tra le calze morbide in un cassetto. Dovremmo ricordarci, quando utilizziamo l'espressione “idea nel cassetto”, che questo modo non si addice all'idea. Perché il cassetto è la tomba dell'idea sognante, che così rimane scollegata e congelata rispetto alle possibilità dell'esistenza umana. Lo stesso accade a chi resta imprigionato nel ripetuto accarezzare il proprio cassetto. Sara aveva avuto una bella idea. “Trovato! Ho trovato!” diciamo, quando stavamo cercando di farci venire un'idea cioè di praticare l'attività-passività del pensiero. La testa non è un cassetto, perciò l'idea non vi si ferma per sempre, ma vola via. Eppure la testa conserva e custodisce l'idea in altro modo, liberandola e riaccogliendola, lavorandola con la filosofia. Certo, c'è l'idea che si ferma in noi più a lungo tanto da diventare centrale nella nostra visione del mondo, così come c'è l'idea passeggera; entrambe care o anche insopportabili, nostre e non solo nostre. Bisognerebbe saper scrivere davvero e far sì che l'idea si trattenga tra i segni della scrittura, farne più che segni. Vorrei dire farli essere movimento per nuovi significati. Perché altrimenti, pensa Sara, anche i segni delle parole diventano come cassetti di carta e non fermano l'idea: non vanno bene come posto per l'idea. Sara dubita che i mezzi che abitualmente si hanno a disposizione per conservare le cose siano adeguati per aver cura di un'idea e questo è l'atteggiamento filosofico della scepsi, che l'ordine della scoperta accompagna alla paura di perdere l'idea.

La consulenza filosofica tratta la nostra esperienza quotidiana di idee e le indaga. Si presenta come «filosofia nel quotidiano», come dice Stefano Zampieri, e allo stesso tempo come «forma di sospensione del quotidiano», come sostiene Roberto Frega. Infatti, le due espressioni dicono lo stesso piuttosto che escludersi a vicenda. E questo è il centro che vorrei suggerire.

La bella idea è quell'idea della quale sono stati analizzati e riconfermati o rivisti i fondamenti (principi e fini) e che rimane ancora potenzialmente aperta. Dopo un giro riflessivo e critico di pensiero che si produce nel dialogo filosofico, l'idea di partenza inevitabilmente non è più la stessa perché maturata e cambiata, come un vecchio amico che vive in mezzo al mondo e liberamente torna a farti visita, e tu sorridi, dice il nonno di Sara. E insieme, per altro verso, nell'idea di ritorno troverai ancora la stessa idea di prima. È la metafora del viaggio che risignifica il luogo di partenza attraverso il luogo di arrivo, anche qualora essi vengano a coincidere – perfino un salto sul posto, oltre che un giro ad anello, non è un “essere rimasti lì”.

Il centro è quella postura razionale che interroga e argomenta a partire dall'orizzonte di senso del nostro quotidiano, insistendo sulla sospensione del quotidiano divenuto abitudine a considerare le idee come cose. E che non separa l'idea dalla sua messa e rimessa in movimento - riapre i cassetti dei sogni e della memoria riconducendo i concetti a presupposti filosofici, chiedendo che cosa significa una certa cosa e quale nesso logico la leghi a un'altra, oppure da essa la distingua. Si potrebbe dire che il centro è l'idea come possibilità di un nuovo movimento del pensiero ed è il movimento del pensiero come possibilità di una nuova idea.

 

L’arteterapeuta

Nella malattia siamo sovrastati dalla paura, dalla confusione, dall'incertezza: non sappiamo più chi siamo né dove ci troviamo, tanto i nostri pensieri sono dispersi. E come cellule impazzite ci muoviamo tra emozioni contrastanti che ci fanno perdere la via. È necessario recuperare l’equilibrio e la calma per pensare e progettare nuove strategie. È indispensabile ritrovare “il centro”.

Per questo, la realizzazione del centro é stata la conclusione, inevitabile, del cammino intrapreso con la lettura de Le città invisibili di Italo Calvino. Nel processo, abbiamo compreso che il centro può essere ovunque, che può anche non essere al centro. Dove mi trovo bene, dove riesco a trovare la mia serenità e la mia forza, lì è il mio centro. Possiamo ritrovarlo nel passato, per esempio, perchè noi siamo la nostra memoria e proprio nel passato possiamo trovare quegli elementi che ci possono aiutare a ricomporre la nostra unità perduta. Ricordi di luoghi familiari, dell’infanzia, di relazioni e contrasti con i coetanei, prove indispensabili per superare l’ambivalenza adolescenziale, contenere l’ansia, mitigare le asperità, proteggere le fragilità, ricomporre i propri cocci quando necessario e restituire dignità alle proprie esperienze anche se negative. In questo senso, l'andare in centro, ricordando il passato, può essere allora inteso come andare alla ricerca di se stessi.

Abbiamo rappresentato “le città e la memoria” di Calvino (Zaira, Zora, Maurilia, Isidora, Diomira) e le nostre città della memoria (Romina, Ottilia, Ricordanza, Morgana, Ero, Dorina, Ospitalità, Istantanea, Tecnica, Benzorico, Violetta, Sono, Acquapietra, Argentaria, Nebbia, Rureless, Orth, Perla, Borèa, La città sospesa…) riproducendo nei segni e nei colori pensieri ed emozioni legati si al nostro vissuto, ma attualizzati nel presente. È possibile riconoscere negli elaborati le stesse persone: bambini prima, adolescenti e poi adulti e anziani.

Noi siamo le nostre città.

Tutte le città sono costruite a partire da un piccolo nucleo intorno al quale si distribuiscono pian piano altre residenze. È quel nucleo (embrione) che diventerà in seguito la piazza centrale o il monumento più importante di quella città e ne rimarrà sempre la parte più rappresentativa: la cattedrale, il municipio…

È al centro quindi che dobbiamo tornare, perchè da lì siamo partiti: lì é il nostro nucleo originario. Abbiamo compreso, man mano che il lavoro andava avanti, che il centro è davvero punto di partenza e di arrivo o viceversa: questo emerge in modo chiaro dagli elaborati prodotti e dalle riflessioni della maggior parte delle persone che hanno partecipato al progetto.

 Nella condivisione di questa esperienza, abbiamo anche compreso (ed era nostro obiettivo) quanto sia importante riconoscere nel processo terapeutico (arteterapeutico) questo aspetto del “fare insieme”. Abbiamo condiviso pensieri, dubbi; abbiamo riflettuto sull’importanza dell’essere al centro e del muoversi da esso (per crescere nella libertà) o verso esso (per ritrovarsi in sé). Solo in questo dinamismo possiamo sperimentare la libertà, la scelta, la creatività come risorsa dell’essere umano che sa gestire con fantasia e immaginazione la sua posizione all’interno della relazione.

Rispetto alla nostra esperienza di arteterapia, possiamo anche dire che “il centro non é solo un punto al centro del foglio” e che non necessariamente lo troviamo al centro. Quando parliamo di centro parliamo di noi, parliamo del nostro essere, del nostro stare in una situazione oppure uscire e mettersi in relazione con gli altri… E come l’essere umano, il centro é in continuo divenire. «Il centro sono io», qualcuno ha detto. E infatti, ogni centro è diverso. Ognuno è un centro.

Se stiamo al centro, stiamo bene: così bene che a volte che ci rimaniamo. Ma abbiamo la necessità di spostarsi per crescere, di entrare nella relazione. La nostra capacità di andare verso il mondo esterno, di accoglierlo nella sua diversità, ci permette di sperimentare la libertà. Perché non siamo liberi se abbiamo paura di affrontare l’altro, se non sperimentiamo… il principio e la fine.

Al centro c’è ritmo, c’è tensione. Il centro è dinamico; non può morire. E la salute sta nel centro proprio come luogo dinamico e di scambio: pensiamo alle città, alle piazze, ai mercati o alle vecchie aie, nelle campagne. Se non c’é interazione non c’é vita. E non c’é città, non c’é centro senza la sua periferia.

Ancora, il confronto rispetto al concetto di centro, ci ha portato a esplorare “chi siamo”, senza possibilità di fuga nella fantasia, come era accaduto nei precedenti lavori sulle città invisibili e sulle piante della città. Anche questa volta, ci siamo confrontati con le nostre emozioni, imparando a non eludere le difficoltà, sperimentando in questo modo, con leggerezza, la libertà di esprimere il proprio io. L’esperienza, non più vissuta in solitudine, ma partecipata e condivisa, ci ha offerto la possibilità di riflettere e di comprendere il nostro centro, parlando delle sensazioni suscitate dai lavori, delle associazioni visive di ciascuno di noi, dei temi ricorrenti, dei racconti, tutti diversi ma tutti accomunati dallo stesso principio, appunto.

E ancora una volta, abbiamo usato linguaggi diversi: la pittura, la poesia, la scrittura, la fotografia. Abbiamo condiviso immagini e riflessioni su un concetto che ci é apparso subito molto complesso; abbiamo riconosciuto la nostra difficoltà nel manifestare emozioni relativamente a domande quali: chi sono? Dove sono o dove vorei essere? Dove vorrei andare? Cosa vorrei fare? Voglio restare qui, al centro? Voglio uscire e poi ritornare? Vorrei fuggire, non tornare più!

Affrontare insieme le nostre paure, porsi domande così semplici ma pregne (ricche) di significato ci ha aiutato a costruire legami ancora più solidi, facilitando l’integrazione e la comprensione dell’altro: obiettivo al quale lavoriamo da tanti anni e nostro primo obiettivo. Volevamo creare salute con leggerezza, migliorare la consapevolezza di sé, favorire la relazione, combattere lo stigma. Abbiamo cercato di farlo “giocando”, divertendoci per non appesantirci. E pensiamo, in fondo, di esserci riusciti.

 

Lo psichiatra

Il “centro” ha creato, nella mia esperienza fotografica e di psichiatra, non pochi problemi legati alla difficoltà di favorire l’immaginario. La fantasia si è bloccata così come la produzione di immagini mentali si è ridotta, nel vedere che il mondo è costituito da centri: dalla cellula ai meridiani, dalle città all’uomo, dalla malattia alla guarigione. Però, se consideriamo il “centro come inizio e fine”, si apre un mondo fatto di desideri, di frustrazioni e paure che sono divenute il centro dell’immaginario: così è sbocciata la mia immaginazione.

E’ iniziata la terza avventura fotografica sul tema il ”centro”. In termini metaforici ho scattato foto a soggetti che a me richiamavano i centri dell’uomo.

 

Fig.24 – La biologia

XX, XY: rappresentano il centro biologico dell’uomo, nel suo essere contenitore di conoscenze, esperienze che si sviluppano attraverso la consapevolezza di sé e la relazione con l’altro e il sociale anche se il percorso e ricco di insidie e “mostri”.

Fig.25 – Il seme

Questi sono fantasie, paure, bisogni, desideri e relazioni che danno corpo a ogni storia di vita e ne sono il centro. Fra i mostri esiste anche la morte: la foto sopra, una bocca di lupo, da una parte fa pensare alla morte, ma nella realtà è un seme dal quale nasce la vita.

E l’inizio della vita ha come centro la famiglia.

Fig.26 – La famiglia

Il ciuco è il simbolo dell'ignoranza, della zotichezza o della caparbietà, ma anche di colui che accompagna l’uomo nella sua crescita attraverso le esperienze della vita. La vita dove la famiglia, rappresentata nella foto successiva dal comignolo e dal tetto, e credere in qualcosa, rappresentato dall’immagine sacra, favorisce la formazione di ideali e desideri propri dell’esistenza.

Fig.27 – Ideali

Questi obbiettivi sono raggiungibili attraverso una crescita personale (montagna nella sua verticalità) e lo sviluppo di relazioni (montagna nel suo sviluppo orizzontale).

Fig.28 – La montagna

Possiamo fare ciò riappropriandoci dei valori della vita (mito del focolare) o attraverso il lavoro inteso come centro della nostra sopravvivenza e della possibilità di esaudire i nostri desideri.

  

Figg.29, 30 – Il focolare, Il lavoro

Il nostro centro ha bisogno anche delle relazioni sociali (nella foto il corbezzolo nel suo significato simbolico di ospitalità e stima).

Fig.31 – Il corbezzolo

Ma se il centro vacilla, tutto è appannato: riemergono sentimenti negativi e conflitti che conducono alla lacerazione dell’identità.

Fig.32 – Lo specchio

Ecco, la malattia psichiatrica con i suoi centri. In psicopatologia il sintomo è inteso come “comunicazione soggettiva, colui che soffre deve essere considerato entro la storia della persona ed entro la sua irripetibile soggettività”.

Fig.33 – La casa

L’ansia: la casa, la natura e lo specchio possono essere considerati centro della vita. Nella foto lo specchio è rappresentativo della difficoltà di un paziente di affrontare il futuro; la finestra chiusa rappresenta la paura di affrontare gli eventi e di vivere la vita; il tirante, la natura non controllabile (ricordo brutto, in questo caso, di un terremoto).

Fig.34 – La galleria

Nella foto l’ansia fobica come agorafobia, claustrofobia.

La depressione, rappresentata nella foto sotto, come il centro trafitto.

Fig.35 – Il dolore

L’impossibilità di sfuggire dalla malattia è contraddistinto da sentimenti di isolamento, incapacità, solitudine, dipendenza, tristezza, melanconia, morte (foto seguente).

Fig.36 – La foglia

La scissione psicotica è rappresentata dal doppio cerchio.

Fig.37 – Il doppio cerchio

Nelle tre foto successive si rappresenta: l’alterazione dell’affettività, la distorsione della realtà, il disturbo del pensiero.

Fig.38 – Le rose

 

Fig.39 – Il centro

 

Fig.40 – La finestra

La foto sopra raffigura una finestra. Nella malattia è una strada bianca senza uscita o un corpo di donna: Il delirio.

Fig.41 – La bottiglia nel bosco

La bottiglia nel bosco può essere rappresentativa del disturbo di personalità borderline. In questo disturbo il centro è variabile e può essere anche ciò che non è centro. Se la bottiglia è il contenitore dell’acqua, centro della vita fisica e psichica, diviene qualcosa di inadeguato se posizionata nel tempo e nello spazio non conforme allo scopo a cui è destinata. Nella malattia psicosomatica, il centro è il corpo. Se questo è vuoto, non compreso, non accettato, senza relazioni, lo riempio, se non trovo alternative, con i sintomi.

Figg.42, 43 – Corpo vuoto, I sintomi

Nella cura è difficile arrivare al centro, se ci arriviamo e questo centro è vero, abbiamo la guarigione; se falso abbiamo la cronicizzazione della malattia.

Fig.44 – Vero-falso

Ciò che ho proposto è una interpretazione personale del centro sano e malato che può essere o non essere condivisa. Parlare e riflettere sul centro è stato stimolante. Ha permesso un confronto su pensieri, interpretazioni e nuove idee intorno all’essere uomo, ai suoi bisogni e alle sue frustrazioni.

 

L’esperienza di Marco: il centro

Fig.45 – Il centro

Ho disegnato cercando di esprimere la parola centro. Ho iniziato dal centro e poi via via su tutto il foglio. Ci sono tanti trattini, linee e segni, che stanno a indicare il centro. Il centro per me è il centro del foglio. Tutto è stato disegnato per il centro.

Fig.46 – Dal centro alla periferia

Fig.47 – Dalla periferia al centro

Ho iniziato dalla periferia per poi finire nel centro. Ho disegnato dei cerchi che poi ho colorato. Mentre disegnavo ho avuto una piacevole sensazione, è stato molto divertente, mi è sembrato di giocare con una palla. Sembrano tanti pianeti, uno accanto all'altro. È un disegno molto buffo.

Fig.48 – Dal centro alla periferia

Ho iniziato dal centro per poi spostarmi verso la periferia. Ho usato tanti colori. Ho iniziato a colorare il centro, poi ho disegnato alcuni oggetti: animali, piante e case astratte che ho voluto aggiungere al disegno. È molto luminoso, ha dei colori accesi.

Fig.49 – Dal centro alla periferia

Mi sono divertito molto. Mi è piaciuto usare gli acquarelli. Sono partito con il verde dal centro e poi mi sono spostato verso la periferia; poi ho usato il rosso, solo nel centro, e poi mi sono spostato verso la periferia. Infine ho usato il blu negli spazi bianchi ancora da colorare.

Fig.50 – Dalla periferia al centro

Ho iniziato a disegnare dalla peiferia e poi mi sono spostato verso il centro. Il colore che ho usato per dipingere la periferia è molto scuro, e poi ho usato altri colori diversi per arrivare al centro. Ha una forma circolare, assomiglia a un vortice. Ha i colori dell’arcobaleno, è molto colorato! A primo impatto si nota subito la varietà dei colori. Ho voluto provare a usare tanti tipi di colore e vedere poi il risultato finale. Mi sono divertito molto, mi ha rilassato. Ho usato i pastelli.

 

Conclusioni

Questo percorso ha fatto sì che con il confronto all’interno dell’atelier, l’organizzazione di convegni e di mostre degli elaborati, si arrivasse alla condivisione di esperienze di vita, ma anche alla condivisione di emozioni.

L’obiettivo del progetto é stato raggiunto grazie:

  • alla stimolazione di facoltà quali fantasia, immaginazione, creatività e memoria, spesso ridotte o alterate nella malattia;
  • favorendo, nell’atto creativo, la consapevolezza delle proprie risorse e delle potenzialità del linguaggio artistico come veicolo di comunicazione;
  • riconoscendo nello strumento dell’arte (linguaggio figurativo), uno strumento di lavoro sulle proprie emozioni e una modalità di comunicazione oltre che di facilitazione delle relazioni, in grado di favorire la riflessione sulla propria ricchezza emotiva, cognitiva e affettiva;
  • promuovendo la diffusione della lettura, sfruttando le potenzialità di comunicazione di questo strumento, ancora poco usato nell’ambito della malattia psichiatrica, al fine di una maggiore conoscenza delle proprie abilità e come strumento di confronto con altre realtà;
  • favorendo la conoscenza delle dinamiche che si esprimono nella malattia mentale e allo stesso tempo riducendo l'impatto della discriminazione e dello stigma, riscoprendo le risorse che ciascuno di noi può spendere con e per gli altri e migliorando la capacità di relazione attraverso la comprensione di potenzialità e limiti personali;
  • aprendosi all’esterno in momenti conviviali, utilizzando strumenti comuni, confrontandosi con altre professionalità.

Ciò ha portato a un miglioramento relazionale e a un miglioramento della qualità di vita dei soggetti con disturbi psichiatrici e non solo.

In questo articolo abbiamo riportato solo gli aspetti relativi all’arteterapia, alla filosofia, alla antropologia, alla psichiatria relativamente all’esperienza riportata. Nell’ambito del progetto era previsto anche il confronto e la condivisione con altre figure professionali quali architetti, sociologi, giornalisti, fotografi professionali e amatoriali.

Infine, la fotografia è stata un ulteriore elemento di stimolo e di confronto sul tema delle città e dei suoi elementi di relazione. Parlare di fotografia con chi ha un disagio può apparire in un primo momento un esercizio banale e inutile. Lo spazio e il tempo incorniciati in una fotografia rappresentano un momento di elaborazione di comportamenti, sentimenti, emozioni. Questi momenti delineano i significati del concetto di relazione attraverso lo strumento fotografico. La fotografia nella sua funzione di “feudo” e nello stesso momento di “dominio” di emozioni e storie, ne diviene il significante. In questo senso la fotografia è lo spazio di scambio e comunicazione di bisogni e desideri e in quanto tale perde, in questo ambito, la sua banalità e inutilità.

Questo articolo deriva da un lavoro svolto presso l’atelier di arte terapia della dott. Marcucci in collaborazione con l’associazione Riabilita e il dott. Bonelli. Questa esperienza ha portato alla publicazione degli atti del primo convegno “Le citta invisibili. Immaginazione e memoria nella malattia psichiatrica” e in corso di pubblicazione gli atti della seconda e treza esperienza: “le piante della città. Lo spazio della cura” e “Il centro: principio e fine”.

 

 

 

 

Bibliografia

Sonia Marzullo (antropologa)

Augè M.(2008), Non luoghi. Introduzione a una antropologia della modernità, Milano: Eleuthera.

Archetti M. (2003), Lo spazio ritrovato. Antropologia della contemporaneità, Roma: Meltemi Editore.

Merleau-Ponty M. (2003), Fenomenologia della percezione, Milano: Bompiani.

Laplantine F. (1996), La description ethnographique, Parigi: Nathan Université.

Azzurra Iacopini (architetto)

Ungers O. M. (1982), Morphologie City Metaphors, Alemania: Verlag der Buchhandlung Walter König.

Annalisa Rossi (filosofa)

De Martino E. (1977), La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Torino: Einaudi.

Auster P. (1998), Città di vetro, in Trilogia di New York, Torino: Einaudi.

Paola Marcucci (medico-arteterapeuta)

Mallgrave H. F. (2015), L’empatia degli spazi, Milano: Raffaello Cortina editore.

 

[1] Questo articolo rappresenta una sintesi di tre convegni realizzati fra il 2016 e il 2018: “Le città invisibili. Immaginazione e memoria nella malattia psichiatrica. Esperienza di arteterapia” – Poggibonsi (SI), 9 aprile 2016; “La pianta della città immaginaria. Lo spazio della cura in arteterapia” – Casole d’Elsa (SI), 8 aprile 2017; “Il centro: principio e fine. Il linguaggio delle immagini. Esperienza di arteterapia” – Poggibonsi (SI), 7 aprile 2018. Gli atti del primo convegno sono stati pubblicati in P. Marcucci, Città invisibili, Lampi di Stampa, Milano, 2018; gli atti del secondo e terzo convegno sono in via di pubblicazione.

[2] Marco è il nome di fantasia dell’utente che ha seguito tutto il percorso di riabilitazione nelle tre esperienze. Marco racconta in prima persona la sua esperienza e si rivolge ad altri componenti dell’associazione (lo psichiatra, la filosofa, l’arteterapeuta, l’architetto…) per avere il loro parere rispetto al tema trattato.

[3] Antropologo, linguista e storico francese.

[4] Le fotografia presenti in questo paragrafo sono dello stesso dott. Bonelli, scattate nel contesto del laboratorio.

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