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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Massimo Cervelli

Storico

Articoli di Massimo Cervelli:

Riassunto: il testo tratta delle fondamentali categorie interpretative in relazione ai nuovi fenomeni sociali e la questione della globalizzazione come paradigma storiografico. La demografia e l’emigrazione sono considerate insieme al problema del razzismo istituzionale; infine, l’autore riflette sull’alternativa tra intercultura e multiculturalismo.

DOI: 10.1400/250256

FENOMENI VECCHI E NUOVI:

QUALI CATEGORIE INTERPRETATIVE?

 

Massimo Cervelli*

*Storico

 

Riassunto: il testo tratta delle fondamentali categorie interpretative in relazione ai nuovi fenomeni sociali e la questione della globalizzazione come paradigma storiografico. La demografia e l’emigrazione sono considerate insieme al problema del razzismo istituzionale; infine, l’autore riflette sull’alternativa tra intercultura e multiculturalismo.

 

Parole chiave: Categorie interpretative, razzismo istituzionale, intercultura, multiculturalismo, demografia.

 

Abstract: Old and new phenomena. The text discusses fundamental interpretative categories related to new social phenomena and the question of  globalization as historiographic paradigm.  Demography and migration are considered, at once with the problem of institutional racism; and the alternative choice between  cross-culture and multiculturalism.

 

Key words: Interpretative categories, institutional racism, cross-culture, multiculturalism, demography.

 

 

 

C’è un atteggiamento diffuso, fra chi si occupa di problematiche sociali, che porta a vedere il tempo presente come un tempo da rincorrere, essendo caratterizzato dalla proliferazione di sempre nuove tematiche, spesso emergenziali, e dai cui, potendo, possibilità biologicamente negata, si fuggirebbe volentieri.

I dati del rapporto Oxfam, relativi al 2015, parlano di 62 (sessantadue!) esseri viventi che hanno accumulato la stessa ricchezza della metà degli abitanti della terra - 3,6 miliardi di persone, il 50% più povero del pianeta. Può sembrare un vuoto esercizio, ma ha, invece, un valore indicativo sottolineare la contrazione del numero di persone che detengono la stessa ricchezza di metà dell’umanità: erano trecentottantotto nel 2011, ottanta nel 2014.

Questo avviene in un contesto dove l’1% della popolazione mondiale possiede più del restante 99%. Queste cifre sono, conclude Oxfam, “la prova definitiva che viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza ha raggiunto livelli senza precedenti da oltre un secolo”.

Il fatto di non ritenere il tempo presente un proprio alleato, come la necessaria dimensione temporale in cui comprendere, definire, affrontare, superare positivamente le grosse questioni (ecologiche, di genere, di sfruttamenti) generatrici di disuguaglianze, che crescono esponenzialmente, non è dovuto solo all’evidenza dei dati, sopra riportati, o al pessimismo indotto dal corso delle cose del nostro tempo.

Il primo fattore, quando siamo di fronte a dei fenomeni, è la comprensione. E’ proprio questa appare strabica, disorientata, piena di buoni principi, ma spesso assente di concretezza. Mancano, o sono palesemente inadeguati, gli strumenti necessari per comprendere: le categorie interpretative.

E’ come se un’analista approcciasse alla persona considerandola con le stesse caratteristiche e proprietà che avevano le donne e gli uomini della Vienna dove esercitava Freud, o un antropologo guardasse ai processi metropolitani con il bagaglio dei suoi predecessori di un secolo fa.

Ogni fenomeno necessita, per essere compreso e spiegato, di proprie categorie interpretative. Nel campo delle discipline storiche, ormai da una ventina d’anni, si va operando una rivisitazione di molte delle categorie utilizzate nel campo della storia politica ed economica. E’ stato spostato il punto focale dalla storia: dalle economie e dalla dimensione spaziale nazionale/internazionale, al loro confronto ed interazione nell’ambito di una storia globale. Il campo spaziale non è più l’Occidente, con l’aggiunta di quello che una volta veniva definito il Vicino Oriente, ma il mondo intero: la storia dell’umanità è sempre avvenuta su uno scenario globale. Gli esiti degli studi post coloniali sono il prodotto di questo cambio di paradigma, e la storia di genere offre una categoria interpretativa potentissima per rileggere l'intera storia dell'umanità, nei suoi rapporti di potere e produzione di identità.

Eppure, anche gli storici hanno tardato a fare dei processi di globalizzazione, che hanno definito un mondo sempre più interconnesso e, contemporaneamente, hanno reso imprescindibile la prospettiva della storia globale, una categoria storiografica[1].

 

1. PROCESSI IN ATTO

 

Demografia

Il rapporto Onu, World Population Prospects: The 2015 Revision,[2] sostiene che il tasso di crescita della popolazione mondiale abbia già raggiunto il suo culmine, ma gli effetti non siano ancora finiti, nonostante il rallentamento in atto arriveremo a 8,5 miliardi entro il 2030, e, secondo questa stima, a 9,7 miliardi nel 2050 e 11,2 miliardi nel 2100. Fermiamo l’attenzione sulla progressione: eravamo un miliardo e seicentomila all’inizio del Novecento, un miliardo nel 1820 e seicento milioni nel 1700.

 

Migrazione un fenomeno globale

I dati dell’ONU (International Migrant Report 2015)[3] stimano in 244 (duecentoquarantaquattro) milioni i migranti, ovvero le “persone che vivono in un paese diverso rispetto a quello di origine”, un numero equivalente al 3% della popolazione mondiale. Andando a scoprire quali sono i paesi che danno più vigore a questo flusso, troviamo al primo posto l’India, sedici milioni, ed al secondo il Messico con dodici milioni. Dei venti paesi con maggiore emigrazione ben undici sono asiatici, sei europei e soltanto uno africano.

La migrazione riguarda un doppio fenomeno, i migranti economici, definiti allegramente come “spontanei”, e i migranti forzati, chiamati “sfollati” se restano all’interno di uno stato e “rifugiati” se, invece, hanno attraversato una frontiera.

I dati forniti dal rapporto annuale dell'UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), Global Trends 2015,[4] stimano in 65,3 milioni il numero dei migranti forzati, in crescita rispetto ai 59,5 dell’anno precedente. UNHCR pone l’attenzione sul fatto che, in una popolazione mondiale di 7.349 miliardi di persone, questi numeri significano che una persona su centotredici è oggi un richiedente asilo, uno sfollato o rifugiato – approssimativamente si calcola siano circa quaranta milioni gli sfollati, ventuno i rifugiati e tre milioni i richiedenti asilo (International Migrant Report 2015). La stessa fonte ci dice che ben l’86% di questa moltitudine ha trovato rifugio in paesi in via di sviluppo (Pakistan, Giordania, Kenia).

 

L’impatto delle migrazioni sui paesi UE

L’Italia ha poco meno di cinque milioni di residenti stranieri, dato che la colloca al terzo posto, nell’ambito dell’UE, come numero di presenze, dopo la Germania, sette milioni e mezzo, e la Gran Bretagna prossima ai cinque milioni e mezzo. La visuale cambia, se prendiamo in considerazione la percentuale rappresentata dai residenti stranieri nei singoli paesi: in Italia l’incidenza è dell’8,2%, in Spagna del 10%, in Austria del 13%. I numeri servono a farci capire la dimensione dei flussi migratori che interessano l’Europa: sicuramente massicci, ma molto relativi in termini generali.

 

Italia: l’integrazione subalterna

L’Italia non ha mai definito un proprio modello di accoglienza dell’immigrazione. Quando si sottolinea questo aspetto, viene risposto che è dovuto all’essere divenuta solo recentemente terra d’immigrazione, a differenza della Francia e dell’Inghilterra, potenze coloniali, che hanno sviluppato risposte diverse: quella francese, assimilazionista, e il pluralismo ineguale del Regno Unito. In realtà l’assenza di risposta italiana è stata causata dall’incomprensione del carattere epocale dei flussi migratori, e, soprattutto, dall’aver subordinato tutte le misure ed i provvedimenti legislativi, dalla prima legge Martelli, 1990, ad oggi, al primato del mercato. Il mercato del lavoro, voglioso di liberarsi di “lacci e lacciuoli”, aveva bisogno di manodopera dequalificata, in larga parte irregolare, per abbassare drasticamente il costo del lavoro e distruggere il sistema di tutele e diritti, normativo e contrattuale, statuito nell’epoca fordista. Conseguentemente, gli interventi che si sono susseguiti hanno riproposto l’elemento della sanatoria, e gli ingressi cosiddetti “programmati”, come unici elementi di governo del fenomeno. Discende da qui l’inserimento degli immigrati tramite il mercato del lavoro, praticando un’ “integrazione subalterna”, che ha contrapposto la cittadinanza economica alla cittadinanza reale.

Riepilogando: le proiezioni demografiche definiscono uno scenario futuro, su cui è necessario e possibile agire, per creare le condizioni di tenuta della biosfera; i processi migratori, le grandi migrazioni, non sono un fenomeno limitato ai nostri tempi, bensì una caratteristica della vita umana nella biosfera[5]. Conseguentemente, l’accento non va posto su di essi, ma sui fattori scatenanti: le diseguaglianze, appunto, i vuoti, locali e globali, di diritti e democrazia.

 

2. RAZZISMI

 

Razzismo istituzionale

E’ una definizione immediatamente comprensibile, poiché richiama le politiche, le norme, e le loro applicazioni, penali e amministrative (ordinanze, provvedimenti), che generano misure penalizzanti e discriminatorie nei confronti della popolazione immigrata. Razzismo istituzionale è diventato una categoria interpretativa, ben definita, che riguarda modalità funzionali e comportamenti delle istituzioni, con l’esperienza della Commissione MacPherson. Il 22 aprile del 1993 Stephen Lawrence, diciotto anni, figlio di immigrati giamaicani, era, con un amico, in attesa di un autobus per tornare a casa, zona di Eltham, nel sudest di Londra. Fu aggredito da una banda di ragazzi bianchi che, dopo averlo insultato, lo colpirono con due coltellate al torso. Lawrence cerco di fuggire, ma, dopo pochi metri, crollò a terra e morì per le ferite ricevute. Le successive indagini non dettero nessun esito. La Commissione, guidata dal giudice MacPherson, fu istituita per verificare se il fallimento delle indagini fosse dovuto a pregiudizi razziali presenti nella polizia. Quindi, il compito della Commissione era di chiarire l’eventuale presenza di comportamenti pregiudiziali e discriminatori nella polizia britannica verso la popolazione di origine straniera. La Commissione non guardò il dito, ma la luna, elaborando una definizione del razzismo istituzionale: “quel complesso di leggi, costumi e pratiche vigenti che sistematicamente riflettono e producono le disuguaglianze nella società. Se conseguenze razziste sono imputabili a leggi, costumi e pratiche istituzionali, l’istituzione è razzista sia se gli individui che mantengono queste pratiche hanno intenzioni razziste, sia se non le hanno. […] [Sono istituzioni razziste] strutture, politiche, processi e pratiche organizzative che, spesso senza intenzione o consapevolezza, determinano che le minoranze etniche siano trattate in modo ingiusto e meno ugualmente”. Il criterio di identificazione delle istituzioni razziste riguarda quindi gli effetti discriminatori prodotti, non le intenzioni dell’ente o dei suoi funzionari. Ciò significa che per determinare il razzismo di un’istituzione non è necessario che i funzionari abbiano pregiudizi e finalità oppressive o che vi sia un’esplicita ideologia razzista: basta che una certa legge, una politica, una pratica vigente di fatto crei, perpetui o aggravi la disuguaglianza di minoranze etniche, culturali, religiose o nazionali[6].

 

Ordinari razzismi in cronaca

Quest’estate il settimanale L’Espresso, n. 37, 11 settembre 2016, ha denunciato, con un articolo di Fabrizio Gatti, entrato da clandestino nella struttura, la situazione disumana del Cara di Borgo Mezzanone, vicino a Foggia, Centro d’accoglienza per richiedenti d’asilo, il terzo per dimensioni in Italia. Nel centro, caratterizzato dall’essere zona franca rispetto alle leggi della Repubblica, è consentito libero accesso all’organizzazione e al reclutamento della criminalità organizzata e ai caporali che li mettono al servizio dell’agricoltura locale. La gestione del Cara di Borgo Mezzanone prevede che i soggetti gestori ricevano ventidue euro a persona per complessivi, cifre del settimanale, quindici milioni d’appalto in tre anni. Pochi mesi prima la stampa riportava, nelle cronache sull’inchiesta cosiddetta “Mafia Capitale”, le espressioni, in telefonate intercettate, di Salvatore Buzzi, factotum della cooperativa “29 giugno”: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”, ed in un’altra “Noi quest’anno abbiamo chiuso con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi, gli utili li abbiamo fatti sui zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero”.

 

 

Imprenditori politici del razzismo[7]           

Sull’intero pianeta assistiamo ai successi ed alle nefandezze, con muri realizzati e promessi, deportazioni, ghetti, lager promossi e promessi, degli “imprenditori politici del razzismo”, una categoria esistente da tempo e ben definita, ma che si preferisce oscurare, quasi che le menzogne, le aberrazioni, l’istigazione all’odio razziale appartenessero alla “normale” dialettica politica. I meccanismi sono ben chiari, agiscono con il concorso dei mass media, non necessariamente complici, ma spesso semplici amplificatori di una situazione che si fonda sullo spargimento a piene mani del seme della paura: timore dell’oggi, sotto forma di insicurezza, e del domani, privo di prospettiva. Si fa leva sui disastri, sul fallimento economico dell’Occidente neoliberista che ha prodotto quella concentrazione di ricchezza, riportata nei dati succitati, facendo esplodere le disuguaglianze sociali, deregolando ogni sfera della vita, materiale ed immateriale, distruggendo valori e piegando le istituzioni. La grande crisi del 2008, derivata dai virtuosismi della finanza globalizzata, è stata fatta pagare alle persone comuni dei paesi cosiddetti sviluppati, determinando un diffuso immiserimento e una generale precarizzazione del reddito.

       In questo contesto, non ci vuole un particolare acume per speculare politicamente, basta ridurre la complessità, propria dei processi globali, a una banale semplificazione, indicando il capro espiatorio, gli immigrati che ci “invadono”, per eccitare un corpo sociale, privo di valori e di sicurezze, che trova nel “nemico”, finalmente individuato, la causa di quanto sta producendo, a loro, sofferenza.

Ma, per l’azione degli imprenditori politici del razzismo, è necessaria l’esistenza della materia prima, del razzismo, appunto. Una delle affermazioni che ha fatto socialmente più danno, scambiando quel che si vorrebbe con la realtà, è “l’Italia non è razzista”. Una comica riproposizione postmoderna del vecchio, e drammatico, assunto degli “italiani brava gente”. Eppure i media, giornalmente, danno conto di manifestazioni di ostilità, di un sentimento consolidato di prevenzione e discriminazione verso i neri, in quanto tali, i musulmani, gli ebrei.

 

3. INTERCULTURA E MULTICULTURALITÀ

 

Sinonimi o bivio?

L’immigrazione stanziale richiede delle politiche d’integrazione a 360° con interventi sociali, dalle politiche abitative a quelle socio-sanitarie, dalla scuola agli interventi educativi e culturali, che rappresentano fattori di esclusione ben più potenti dei primi. Sono le sfide, finora disattese, delle politiche di inclusione sociale in una società aperta, orientata al futuro, dove devono essere radicati i diritti di cittadinanza. Sfide difficili e, soprattutto, sfide sensibili.

La società che diventa multietnica e multiculturale è un dato di fatto che, di per sé, non produce nessun livello di integrazione. Al contrario, come osservava Amartya Sen[8], il multiculturalismo, da strategia di integrazione, senza perdita della propria cultura di origine, diventa elemento costitutivo di separatezza, generando “una pluralità di monoculturalismi”.

La società multiculturale può generare e moltiplicare separazione, quando assume come scopo principale la conservazione e la riproduzione della propria cultura, con la chiusura ed il rifiuto del rapporto con gli altri gruppi.

Spesso multicuralismo ed intercultura vengono usati (quasi) come sinonimi, provocando una profonda confusione. La multiculturalità è una situazione di fatto, l’interculturalità è un ponte costruito fra le diverse culture per farle interagire alla ricerca di valori comuni su cui basare la convivenza e la coesione sociale. Letteralmente: intercultura è “l’insieme di attività dirette a favorire la conoscenza e l'incontro fra culture diverse”.

La diversità, la differenza culturale non può essere ridotta a motivo di conflitto, è la fonte di arricchimento e di crescita della società[9], se il mantenimento della propria cultura non impedisce un flusso continuo di scambi e collaborazione. La presenza di più culture nello stesso contesto culturale è tipica dei processi dell’età contemporanea, caratterizzata dalla globalizzazione delle relazioni, dei mercati, delle reti di comunicazione. La cultura contemporanea è il prodotto di questi scambi: è interculturale di default.

Parlare di società interculturale significa imparare a muoversi consapevolmente nella complessità della cultura contemporanea, nei nuovi e vecchi saperi. Significa salvaguardare la diversità culturale[10] a partire dai diritti fondamentali, come la libertà di espressione, e le condizioni per applicarla, poter parlare la propria lingua, poter leggere nella propria lingua segnalazioni e notizie importanti della città dove si vive. Significa garantire possibilità di partecipazione, di accesso e di fruizione nei diversi processi di produzione culturale, di offerta dei servizi a tutte le persone, indipendentemente dal sesso, dall’età e dalla provenienza. L’intercultura non è l’evoluzione spontanea e naturale della realtà multiculturale, della coesistenza di popoli e culture; è il risultato di un impegno intenzionale e condiviso, che oggi va strutturato a vari livelli: politico, sociale, culturale, educativo.

 

L’educazione interculturale

Le azioni educative devono favorire l'integrazione fra le culture, assumendo il meticciato come occasione e molla di sviluppo. Il progetto formativo, nell’epoca della globalizzazione, si basa sull'incontro e sulla reciproca contaminazione tra le culture. L'educazione interculturale prepara l'individuo ad esercitare la cittadinanza democratica e il rispetto dei diritti umani[11].

Ormai da tempo, il Consiglio d’Europa ha definito l’educazione interculturale una linea d’azione pedagogica ed educativa che adatta l’insegnamento (obiettivi, contenuti, metodi) alle nuove esigenze della società pluriculturale, pluriconfessionale, multietnica – contraddistinta dalla eterogeneità linguistica e culturale.

Non si tratta di una materia nuova, in più: coinvolge tutte le materie e tutti gli alunni, comporta la revisione dei programmi e l’apertura all’interazione con le agenzie formative extrascolastiche. I sistemi educativi e formativi hanno il compito di costruire cittadini consapevoli che razzismo, antisemitismo, intolleranza non devono trovare posto nella nostra società.

Le competenze di base per la società della conoscenza sono competenze professionali e tecniche, ma anche relazionali e personali, compresa la sensibilizzazione per l’arte e la cultura, e costituiscono il capitale umano che consente di essere cittadini attivi. Gli stranieri sono i più svantaggiati, ma, paradossalmente, sono protagonisti potenziali della società della conoscenza in cui vivono, il loro bilinguismo di origine può essere trasformato come fattore di potenziale vantaggio e contributo da offrire alla società.

 

La seconda generazione[12] ovvero le aspettative dei giovani

Le figlie ed i figli degli immigrati non hanno scelto, né di partire dai luoghi dove sono nati, né di nascere “da stranieri”. Per quanto possano apparire simili ai loro coetanei, come movenze e abbigliamento, vivono tutte le tensioni della loro età, in particolare la fase adolescenziale, acuite dalla criticità della propria condizione, dalla frequenza degli episodi di discriminazione, anche a bassa e bassissima intensità, subiti; dalle infinite barriere poste dalla società dove sono “ospiti”.

Lo sdoppiamento linguistico, l’italiano fuori e la lingua originaria in casa; la socializzazione su base etnica, l’aggregazione sulla comune origine; la difficoltà di conciliarla con le amicizie di ragazzi autoctoni.

E’ rovesciato il ruolo nella famiglia rispetto ai genitori: sta ai ragazzi esercitare le relazioni sociali, mediare tra gli operatori dei servizi socio educativi ed i genitori. La crescita avviene nella difficoltà del raccontarsi, nel difficoltoso misurarsi con la realtà circostante, costruendo il proprio io tra la conservazione della cultura d’origine e gli usi e i costumi della società dove si vive, in cui si ripone grandi aspettative, che spesso si squagliano come neve al sole, con la volontà di riuscire “qui ed ora” e di non fare la stessa vita, gli stessi lavori dei propri genitori.

Il sistema scolastico è il principale indicatore dell’inserimento sociale. Le rilevazioni evidenziano il ritardo scolastico accumulato dagli alunni stranieri, un ritardo che si amplifica nella secondaria di primo grado ed aumenta ulteriormente in quella di secondo grado. L’esclusione scolastica crea un bacino potenziale di reclutamento nell’illegalità su cui occorrerebbe intervenire prioritariamente.

 

La pratica interculturale, un’innovazione di processo

Proviamo a mettere un po’ di concetti in ordine.

La cultura, il complesso di pratiche e conoscenze collettive, è la materia prima determinante per la crescita e l’innovazione, sia sociale che economica, di una società.

La promozione del diritto alla cultura è un fattore strategico, irrinunciabile, di integrazione sociale e di esercizio attivo della cittadinanza.

L’intercultura non è un settore d’intervento a se stante, ma l’approccio coerente alla natura pluralistica della società contemporanea, indispensabile alla promozione dello sviluppo delle potenzialità umane.

La pratica interculturale rappresenta un motore di innovazione nei processi e nei prodotti culturali, imponendo modalità e strumenti innovativi per la progettazione e la valutazione di iniziative, eventi, servizi, produzioni culturali.

I luoghi. Musei e biblioteche nascono con la caratteristica di essere interculturali. I servizi, la didattica, devono rafforzare e non perdere questo tratto d’origine. Gli istituti culturali hanno un ruolo insostituibile nei processi di integrazione. Devono essere attrattivi per i nuovi cittadini, rappresentare un veicolo di promozione della loro partecipazione alla comunità locale, ideando ed utilizzando app, servizi mobili, percorsi capaci di raggiungere i nuovi cittadini dove vivono e si aggregano.

 

Imparare dall’arte

L’arte contemporanea è, per definizione, il territorio di rappresentazione della deriva dei migranti. Lo stiamo vedendo a Firenze, grazie all’innesco operato da Ai Weiwei, con i ventidue gommoni arancioni appesi sopra le bifore di Palazzo Strozzi. Lo vediamo con le molteplici forme di rappresentazione visuale, diverse da quelle operate dall’informazione giornalistica, perché capaci di dare il segno umano delle tragedie e di cogliere nel vivo i sentimenti di chi “guarda”.

The Mapping Journey Project, creazione dell'artista franco-marocchina Bouchra Khalili, è un esempio di narrazione diretta arrivato, negli scorsi mesi, al MOMA di New York, nell’atrio, a sottolineare l’accoglienza dei visitatori. Otto, uomini e donne, persone che tracciano, con un pennarello indelebile, su una carta geografica i propri viaggi, con tempi, tappe, soste. Ogni racconto ha il proprio video, tutti realizzati tra il 2008 e il 2011, con il pennarello che traccia i punti sulla mappa.

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

L. Balbo, L. Manconi, I razzismi possibili, Feltrinelli, Milano, 1990;

C. Bartoli, Razzisti per legge: L'Italia che discrimina, Laterza, Roma, 2012;

B. Chiarelli, Migrazioni. Antropologia e storia di una rivoluzione in atto, Vallecchi, Firenze, 1992;

T. Detti, G. Gozzini, Globalizzazione e storia contemporanea, in Storia contemporanea: l'Ottocento, Mondadori, Milano, 2011;

A. Sen, Confusione illiberale, in Corriere della sera, 23.08.2006;

United Nations Department of Economic and Social Affairs, International Migrant Report 2015, http://www.un.org/en/development/desa/population/migration/publications/migrationreport/docs/MigrationReport2015_Highlights.pdf;

United Nations Department of Economic and Social Affairs, World Population Prospects: The 2015 Revision, https://esa.un.org/unpd/wpp/Publications/Files/Key_Findings_WPP_2015.pdf;

UNHCR, Global Trends: forced displacement in 2015, http://www.unhcr.org/576408cd7.pdf;

UNESCO, Dichiarazione universale dell'UNESCO sulla diversità culturale, Parigi, 2 novembre 2001, http://www.unesco.org/new/fileadmin/MULTIMEDIA/HQ/CLT/diversity/pdf/declaration_cultural_diversity_it.pdf;

Raccomandazione CM/Rec (2010)7 del Comitato dei Ministri agli stati membri sulla Carta del Consiglio d’Europa sull’educazione per la cittadinanza democratica e l’educazione ai diritti umani, 11 maggio 2010.

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Massimo Cervelli, nato a Firenze il 15 aprile 1955, laureato in Lettere presso l’Università di Firenze, ha lavorato per la Regione Toscana dal gennaio 1979 al marzo 2016, occupandosi, tra le altre cose, di sistemi documentari, promozione della cultura contemporanea, politica della memoria. Giornalista.

 


[1] Tommaso Detti - Giovanni Gozzini, Globalizzazione e storia contemporanea, p. 6-10, in Storia contemporanea l'Ottocento, Bruno Mondadori, 2011.

[2]World Population Prospects: The 2015 Revision https://esa.un.org/unpd/wpp/Publications/Files/Key_Findings_WPP_2015.pdf

[3] International Migrant Report 2015 http://www.un.org/en/development/desa/population/migration/publications/migrationreport/docs/MigrationReport2015_Highlights.pdf

[4] UNHCR, Global Trends 2015 http://www.unhcr.org/576408cd7.pdf

[5] “Migrare é una caratteristica di molte specie animali, uomo compreso. Gli individui umani da tempo immemorabile si sono mossi in gruppi di luogo in luogo alla ricerca di alimenti o per evitare pericoli. Leggende e resti archeologici diversi dimostrano le tracce di antichi movimenti. La diffusione stessa dell'umanità primitiva dalla culla africana all'Eurasia é un fenomeno migratorio che col passare delle generazioni ha plasmato le diverse popolazioni adattandole alle differenti condizioni ambientali. I fenomeni migratori hanno trasformato le terre e i continenti e la composizione biologica, etnica e linguistica dei loro abitanti. Anche se negli ultimi 400 anni le grandi ondate migratorie sono state principalmente operate dalla sottospecie caucasica, altre popolazioni vi hanno contribuito e per il passato esistono documenti che attestano migrazioni di interi popoli”, Brunetto Chiarelli, Migrazioni. Antropologia e storia di una rivoluzione in atto. Firenze, Vallecchi, 1992, p. 5.

[6] Razzisti per legge: L'Italia che discrimina, Clelia Bartoli, Laterza, 2012.

[7] “imprenditori politici del razzismo”, espressione coniata da Luigi Manconi in L. Balbo - L. Manconi, I razzismi possibili, Feltrinelli, Milano, 1990.

[8] Confusione illiberale di Amartya Sen pubblicato sul Corriere della sera del 23.08.2006.

[9] Non è possibile affrontare il confronto di genere tra donne e uomini senza contestualizzarlo nella concreta realtà del multiculturalismo; né è possibile affrontare il confronto tra culture di popoli diversi eludendo le concrete realtà delle donne e degli uomini nell’ambito di ogni cultura; né è possibile affrontare il difficile rapporto tra generazioni ignorando i modelli culturali e i linguaggi che hanno formato e formano ogni generazione.

[10] Dichiarazione universale dell'UNESCO sulla diversità culturale, Adottata all'unanimità a Parigi durante la trentunesima sessione della Conferenza Generale dell'UNESCO, Parigi, 2 novembre 2001 http://www.unesco.org/new/fileadmin/MULTIMEDIA/HQ/CLT/diversity/pdf/declaration_cultural_diversity_it.pdf

[11] Raccomandazione CM/Rec (2010) 7 del Comitato dei Ministri agli stati membri sulla Carta del Consiglio d’Europa sull’educazione per la cittadinanza democratica e l’educazione ai diritti umani.

[12] In letteratura l’espressione seconda generazione è usata in senso ampio per indicare non soltanto i figli di immigrati nati nel paese d’accoglienza, ma anche altre tipologie di minori: arrivati per ricongiungimenti familiari, adottati, minori non accompagnati giunti sul territorio nazionale, nomadi, figli di coppie miste.

Keywords:

Cervelli invita a raccogliere l’eredità culturale e politica di Andrea Devoto, il cui lavoro (La tirannia psicologica) pionieristico sull’universo concentrazionario nella Germania nazista è ricco di indicazioni di ricerca interdisciplinari, comunque rivolti allo studio dei comportamenti collettivi in situazioni estreme. Il lavoro di Devoto è rivolto principalmente alle vittime, le cui voci ha raccolto a memoria della loro storia. La ricerca di strumenti che rendano viva tale memoria deve essere rivolta soprattutto alle nuove generazioni.

DOI: 10.17386/SA2017-003003

 

 

IL PENSIERO DI ANDREA DEVOTO NEL VOLUME

LA TIRANNIA PSICOLOGICA

 

 

Massimo Cervelli*

*Storico

 

 

Riassunto: Cervelli invita a raccogliere l’eredità culturale e politica di Andrea Devoto, il cui lavoro (La tirannia psicologica) pionieristico sull’universo concentrazionario nella Germania nazista è ricco di indicazioni di ricerca interdisciplinari, comunque rivolti allo studio dei comportamenti collettivi in situazioni estreme. Il lavoro di Devoto è rivolto principalmente alle vittime, le cui voci ha raccolto a memoria della loro storia. La ricerca di strumenti che rendano viva tale memoria deve essere rivolta soprattutto alle nuove generazioni.

 

Parole chiave: Andrea Devoto, lager, vittime, memoria, comportamenti collettivi.

 

Abstract: Andrea Devoto’s thought. Cervelli invites to gather the cultural and political heritage of Andrea Devoto. In his book, La tirannia psicologica, - a innovative work about the lager universe in the Nazi Germany – provides interdisciplinary directions of research pointed towards collective behavior in extreme situations. He studied the victims of the concentration camps and collected their history, which memory we have to keep alive for the new generations.

Key words: Andrea Devoto, lager, victims, memory, collective behavior.

 

 

 

 

Mi collego all’intervento di Fabio Bracci che ha, preziosamente, colto le molteplici chiavi di lettura del libro La Tirannia psicologica, sottolineando gli elementi su cui, oggi, quel messaggio rappresenta precise indicazioni di lavoro e di ricerca, oltre che di dibattito. Vorrei trarre delle conseguenze dal e sul lavoro di Devoto. Conseguenze iniziali, per alimentare l’attenzione e la discussione. Il lavoro di Devoto è stato sicuramente pionieristico, un lavoro di grossa anticipazione. Lo è stato nello specifico, perché sessanta anni dopo, in Europa, abbiamo un sapere definito, un impianto storico e scientifico di descrizione su quello che era l’universo concentrazionario; non i lager, non l’epifenomeno, ma tutto il sistema della concentrazione all’interno della Germania nazista. Anticipatore e innovativo, Devoto lo è stato rispetto alle vittime, alla necessità di dar loro la parola, analizzando e consegnando la loro esperienza, con le interviste ai deportati - che rappresentano un big data positivo, fondamentale, quasi unico nella sua originalità e nella sua intensità. E’ un terreno su cui la Fondazione Devoto, gli Istituti Storici della Resistenza, l’Associazione Nazionale degli Ex Deportati lavorano e lavoreranno. Queste sono due forme già visibili, già concrete, già terreno di esercizio pratico, degli insegnamenti di Devoto. Ma ci sono alcuni aspetti che, come è stato detto giustamente nei saluti iniziali, vanno raccolti e rilanciati. Elementi di studio e d’indagine che hanno la caratteristica di essere assolutamente interdisciplinari.

La scelta di Devoto fu eloquente: i comportamenti, individuali e collettivi, si vanno a studiare, ed a cogliere nei momenti peggiori, nei punti più bassi della storia dell’umanità. Così come nella Germania nazista lo si può fare, ad esempio, sulle dinamiche intergenerazionali e familiari che si sono create nell’Argentina sottoposta alla dittatura dei generali: quando venivano sottratti i bambini ai genitori che venivano fatti scomparire, quei bambini, quelle bambine, trovavano dei nuovi genitori che, spesso, offrivano loro amore, e, tragicamente, con amore, li crescevano dopo aver collaborato all’eliminazione dei genitori. Questo è un insegnamento profondo che Devoto ci ha lasciato. Andare a studiare i comportamenti collettivi nelle situazioni estreme, quelli che tanto ci possono svelare sull’umanità, sulle grosse potenzialità negative dell’umanità o, per dirla con gli autori di Orgoglio e Genocidio, con l’aberrante normalità che queste situazioni trasmettono. L’altro aspetto lo abbiamo visto in diretta, anche televisiva, nella dissoluzione della ex Jugoslavia e in tutto quello che è emerso nell’Europa che si costituiva come tale - quanto meno da un punto di vista economico, molto meno da un punto di vista politico - alla fine del Novecento e che vedeva, sul proprio territorio, succedere tutto quello che è successo in Serbia, Croazia, Bosnia, Kosovo. Sarajevo è stato l’emblema del Novecento europeo. Se volessimo, potremmo collegare il 1914 e l’incidente che dà adito alla prima guerra mondiale con quello che è successo a Sarajevo come fine e chiusura del Novecento.

Vorrei mettere l’accento su come la logica della ricerca, ma anche la logica della produzione di strumenti che rendano viva ed usufruibile la memoria, debba essere rivolta alle generazioni più giovani: le generazioni senza memoria sono quelle che hanno più difficoltà a costruire un proprio presente ed a disegnare un proprio futuro. Perché la storia, a cui la memoria è utile come produzione di argomenti, di indicazioni e di riflessioni, ci consegna “il prima”, che aiuta a spiegare, necessariamente, “il dopo”. E’ difficile delineare, costruire un dopo, se non capiamo cosa ci sia stato prima.

Per ritornare all’opera di Devoto, uno studio, dichiarato, di psicologia politica, vi sono alcuni aspetti che stanno in pieno dentro questa riflessione, che ne fissano delle categorie interpretative. Il passaggio dall’inquadramento dei corpi, tipico della produzione industriale, della società che aveva bisogno di forza lavoro in modo intensivo, al biocontrollo, al controllo sulla mente, alla persuasione che diventa manipolazione, una manipolazione che vince e diventa strumento completo solo quando il manipolato non si accorge di essere tale - come è ben argomentato nel testo di Burgio e Costerbosa. Infine, il tema delle guerre. Le guerre sono sempre state giustificate, dice Devoto, eppure, ci sono sempre state ragioni per schierarsi contro le guerre. Negli ultimi venti anni alla guerra abbiamo unito l’ossimoro di “umanitaria”: la distruzione dell’altro, la guerra come forma di risoluzione del conflitto diventa un presunto elemento di umanità. Credo che su questi aspetti, sulla giustificazione della guerra, sulla scienza medica utilizzata contro l’umanità, sulla tortura, che in Italia non vede ancora una legge adeguata, il lavoro sulla memoria e la ricerca psicosociale, ma anche gli studi di scienze politiche debbano fare dei grossi passi in avanti.

Qui sta l’eredità di Devoto. L’eredità di un pensatore, o di un anticipatore, non sta nel ripubblicarlo, ma nell’aggiornarlo, sviluppando le sue indicazioni e declinandole nel mondo di oggi, un mondo dove sono cambiati profondamente i paradigmi. Ne La Tirannia Psicologica quello che stride, ovviamente, è il contesto di riferimento: viene scritto alla fine degli anni Cinquanta, in un mondo diviso in blocchi, un mondo che ha una letteratura particolare, e che rende difficile, per chi non conosce quel periodo, cogliere i riferimenti. Il lavoro che la Fondazione puntualmente sollecita è quello di raccogliere l’eredità politica e culturale di Devoto, sviluppando gli studi interdisciplinari in questa direzione. Partendo dal presupposto che il comportamento collettivo deve essere studiato nei punti più bassi dell’umanità. Come scrive Devoto, il nazismo è morto, ma gli istituti che il nazismo ha creato restano tali. E questo deve essere colto, analizzato, compreso, anche quando è difficile, anche quando è doloroso, anche quando la risposta al “perché vollero” è che “fortissimamente vollero”, perché ci fu una serie di dirigenti pubblici, di medici, di agenti, di soldati, di educatori, di cittadini, che contribuirono a quei crimini, ma di questo ce ne parleranno Burgio e Costerbosa.

Questi incontri, il Giorno della Memoria stesso, hanno un senso solo se ci fanno passare dalla volontà artigianale di produrre strumenti, alla volontà costitutiva e istituzionale. L’Università è l’interlocutore privilegiato con cui la Fondazione Devoto ha già ottimi rapporti, perché questi processi di studio, di ricerca, di riflessione, che rappresentano la formazione dei formatori, diventino un contributo educativo permanente.  

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