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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Marina Lalatta Costerbosa

Dipartimento di Filosofia e Comunicazione
Università di Bologna

Articoli di Marina Lalatta Costerbosa:

L’autrice di questo contributo cerca di dare una risposta alla domanda di fondo “Perché vollero?”, risposta che secondo lei va estrapolata dal suo contesto mentale e psicologico e riformulata in chiave non deterministica, dando quindi importanza ai contesti, situazioni ed elementi funzionali, per capire in profondità come e cosa si sia scatenato nella mente delle persone per dare consenso ai regimi nazisti.

DOI: 10.17386/SA2017-003005

 

 

CONTESTI, PASSIONI, RESPONSABILITÀ.

PER UNA RICERCA NON DETERMINISTICA

 

 

Marina Lalatta Costerbosa*

*Dipartimento di Filosofia e Comunicazione, Università di Bologna

 

 

Riassunto: L’autrice di questo contributo cerca di dare una risposta alla domanda di fondo “Perché vollero?”, risposta che secondo lei va estrapolata dal suo contesto mentale e psicologico e riformulata in chiave non deterministica, dando quindi importanza ai contesti, situazioni ed elementi funzionali, per capire in profondità come e cosa si sia scatenato nella mente delle persone per dare consenso ai regimi nazisti.

 

Parole chiave: nazismo, responsabilità, non determinismo, “pedagogia nera”, bisogno di legalità.

 

Abstract: Contexts, passions, responsibilities. This text and its author try to give an answer to the fundamental question of this day, “Why they would?”, answer that in her opinion must be deducted by his mental and psychological context, and reformulated in a not deterministic key, giving importance to contexts, situations and functional elements, to understand what happened in the mind of people to give agreement to Nazism regimes.

Key words: Nazism, responsibilities, not determinism, “black pedagogy”, legality need.

 

 

 

 

Vorrei ringraziare la Fondazione Devoto e le due Scuole dell’Università di Firenze per questa iniziativa che a mio avviso si configura come non celebrativa, non superficiale.

Ho trovato molto interessante in particolare i riferimenti al testo “La Tirannia Psicologica” perché, a mio modo di vedere, è piuttosto sorprendente che si tratti, in un libro uscito nel ’60, del tema del ricordo e del tema del pensiero, cioè dell’assenza del ricordo e dell’assenza di pensiero come di due elementi dirimenti per il generarsi della violenza. Questi sono infatti i due aspetti che di solito si attribuiscono innanzitutto a Hannah Arendt, la quale li pone al centro della sua riflessione, ma in anni successivi. Tale aspetto è quanto meno una conferma molto interessante della correttezza di tale direzione di analisi, una direzione da non lasciar cadere nel tentativo sincero di comprendere.

Per parte mia, vorrei aggiungere poche cose ricollegandomi all’ultimo punto appena trattato, perché è indispensabile muovere dal presupposto dei presupposti del libro che oggi viene presentato: un presupposto non dimostrato, ma sostanzialmente assunto, quello del non determinismo. Mi riferisco all’idea secondo la quale è fondamentale ricostruire gli elementi di contesto, gli elementi situazionali, gli elementi funzionali, parti indispensabili per rispondere alla domanda attorno alla quale stiamo ragionando; tuttavia essi debbono essere trattati con cautela, non perché di per sé non essenziali ma perché possono, effettivamente, porgere il fianco a conclusioni, magari non dichiarate come tali, ma che in definitiva diventano conclusioni deterministiche. Spiegare condotte d’azione umane che, per il loro tasso di eccesso di oscenità, difficilmente riusciamo a guardare negli occhi, diventa più semplice se se ne sposta la causa in un certo senso fuori dalla mente, dalla psiche, dal sentimento, dal pensiero, dalla ragione di singoli individui agenti. Ecco, questo che pure è corretto, se lo assolutizziamo ci porta a una conclusione che è di tipo deterministico. E a quel punto la china diventa scivolosa, perché se noi spostiamo questa prospettiva e ci affidiamo senza riserve a spiegazioni di contesto, poi la comprensione potrebbe restare parziale, monca, insufficiente. Meglio allora, almeno in ipotesi, sospenderla e porsi la domanda se questi elementi siano il tutto oppure ci sia un residuo. E questo è decisivo, perché se ci consegniamo alla conclusione deterministica, il piano dell’analisi si inclina diventa fatalmente lungo verso esiti deterministici che neutralizzano o quantomeno pregiudicano il larga misura la questione della responsabilità.

Questo non significa che non si possano ricostruire responsabilità di ordine penale, di ordine giudiziario, di ordine storico, di ordine politico, questo si può fare; diventa però complicato mantenere saldo il punto sulla responsabilità di ordine morale. Se noi accettiamo che la spiegazione sia di tipo deterministico, stiamo anche accettando che si possa assumere una prospettiva che deresponsabilizza individualmente, personalmente e moralmente. Quindi vale la pena quanto meno di indagare meglio perché il punto cruciale è proprio questo.

Nello spettro ampio degli spettatori carnefici, in quello spettro che va sicuramente ampliato con fattispecie di complicità molteplici, che vanno dal silenzio compiaciuto alla delazione, ci sono tantissimi profili che è interessante ricostruire, in quanto non si tratta di automi e non si tratta di mostri. Si tratta di individui, questo sì, che hanno variamente voluto qualcosa di mostruoso. Quindi il “mostruoso” c’è, ma non è mostruoso il soggetto che ha potuto volere qualcosa di mostruoso. Il nocciolo quindi diventa: Perché vollero? Come è stato possibile che abbiano potuto volerlo? Che cosa gli è capitato?

Esiste un episodio, un po’ paradigmatico in questo senso, un luogo, tra i tanti, un luogo di quella lunghissima intervista a Franz Stangl che la giornalista Gitta Sereny ha poi pubblicato nei primi anni Settanta. Gitta Sereny a un certo punto di questa bella intervista, con molta sensibilità, secondo me, chiede a Stangl: “ma scusi, quando lei vedeva quei bambini, a Treblinka, non le venivano in mente i suoi figli?”. “No”, la risposta. O è un mostro, o è un automa, oppure bisogna capire che cosa gli è capitato. Gli è capitato, cioè come mai ha potuto volerlo, come è stato possibile che non vedesse i suoi figli in quei bambini. Si è “inceppato” qualcosa in lui. In qualche modo, parzialmente quindi, le risposte che rimandano a elementi storici ricostruttivi di contesti situazionali sono una parte di una composita risposta. Ci sono poi elementi che rimandano più a profili soggettivi cioè volti a capire anche la mente di queste persone, l’anima di queste persone, che cosa è loro successo. E qui, a mio giudizio, di nuovo la risposta, a grappolo, si complessifica. Ci sono tanti elementi, alcuni li abbiamo individuati, ce ne saranno senz’altro altri ancora, i quali colmano in parte i momenti di silenzio, i dubbi, nelle spiegazioni via via offerte.

Come mai a quella testa lì è capitato questo? Uno di questi elementi, sicuramente, è stato più volte oggi evocato, è l’elemento che rinvia a fattori di psicologia di massa, di attivazione collettiva, di formazione di consenso, che sfruttano dinamiche psicologiche anche inconsce, che si generano proprio all’interno di una società che è una società di massa; in congiunzione, evidentemente, con tutti i meccanismi anche di propaganda, ma non solo di propaganda, cioè con tutto quell’apparato di tecniche che contribuisce a favorire il generarsi di questi processi psicologici di adesione. Questo è uno degli elementi. Un altro elemento che si combina con questo, è l’elemento che insiste maggiormente - qui forse un aspetto di modernità che era già stato sottolineato prima – nella messa diabolicamente a valore di alcune passioni negative. Ne indico due - su questo è molto utile tra gli altri Max Scheler per approfondire. La prima è la passione della paura e la seconda è la passione dell’invidia. Ma non semplicemente o più immediatamente, l’invidia che viene intuitivamente in mente. Scheler parla di un profilo dell’invidia che si può ricostruire in quella società alla quale stiamo pensando ora: l’”invidia esistenziale”. Cioè l’invidia che rimanda alla figura dell’altro come a colui che mi costringe a guardarmi allo specchio, dell’altro come la misura della mia persona. Questa fastidiosa presenza dell’altro che mi impone di guardarmi allo specchio, alimenta un sentimento negativo di ostilità che si combina con la paura e che si combina chiaramente con gli altri elementi che abbiamo già più volte sottolineato, e che effettivamente portano pian piano a cedere, ad allentare i freni e a mollare un poco gli ormeggi rispetto all’ancoraggio ai valori morali tradizionali che sino a quel momento erano il proprio punto di riferimento etico.

A questi aspetti se ne aggiungono altri, sono un po’ schematica inevitabilmente, perché è tutto un insieme di cose che si intrecciano nella mente. Ma un altro aspetto, secondo me molto significativo, è quello che ha a che fare con il modello pedagogico, cioè a elementi che sono riferibili a quella che tradizionalmente viene definita pedagogia nera, o anche, con un’espressione felice, pedagogia velenosa, cioè a quel modello educativo che poi diventa una sorta di circolo vizioso che, in modo esponenziale, produce violenza. È un meccanismo perverso che, attraverso una relazione autoritaria con la figura genitoriale, ma non solo, anche ovviamente con la scuola e più in generale con la società, pone - secondo l’analisi di Alice Miller - radici, germi, di violenza che si svilupperanno e diffonderanno poi in società. Sicuramente questo aspetto era in quel contesto dominante, un modello che dal Settecento in poi diventò il modello educativo prevalente. Questo modello educativo, per altro, ancora - diciamolo - non superato, era in quel contesto il modello dominante.

L’ultimo aspetto che vorrei considerare è l’elemento che concerne il senso, il bisogno di legalità. Come caratteristica della società tedesca, come bisogno e sentimento della società tedesca; e non è una proiezione ex post, esso è ricostruibile in termini documentali, in quanto veniva reiteratamente esplicitato e manifestato dalle gente comune. Tale elemento effettivamente ha svolto un ruolo molto significativo, e credo si possa sostenere che lo abbia svolto rispetto a tutti i profili del coinvolgimento nelle responsabilità. Lo ha svolto per i carnefici, e qui basta ritornare alle più ricorrenti giustificazioni, autoassoluzioni, dei gerarchi nazisti, uno per tutti Eichmann: “io ho eseguito gli ordini”, “la legge è la legge”. Questo elemento però è stato un elemento non soltanto riferibile ai cosiddetti carnefici o gerarchi ma molto più pervasivo, molto più presente diffusamente in società. Il bisogno di legalità e il ruolo che poi il diritto ha giocato in quel contesto, è stato un ruolo verosimilmente molto efficace sull’intera popolazione tedesca. E’ stato estremamente efficace perché ha giocato su due fronti: ha giocato sul fronte della legittimazione, della rassicurazione, per cui “tutto è a posto”, “c’è una legge che prevede si possa agire in questo modo” ecc. Una forma di esterna legittimazione e razionalizzazione, da un lato, e, dall’altro lato, però una deresponsabilizzazione generale, un condono morale. Molto esplicita e ricorrente era l’idea che ci fosse qualcuno responsabile di ciò che stava accadendo, quindi tutto era sotto controllo, qualcuno ne era responsabile, come un padre lo è, un padre responsabile, secondo una sorta di paternalismo. Tutto questo, in connessione con la coeva idea di giustizia e di diritto dominante, ha contribuito a rassicurare, deresponsabilizzare, quindi anche a convogliare maggiormente il consenso.

Ecco, questi sono fondamentalmente gli aspetti che cercano di affrontare almeno in parte la questione della responsabilità morale. L’idea di responsabilità con riferimento alla vicenda del nazionalsocialismo è un’idea che occorrerebbe rendere ancora più composita e più complessa di così, poiché non è solo una questione di responsabilità morale o di colpa, che da un punto di vista giudiziario si può accertare, ma anche una responsabilità che va oltre l’individuo, che chiama in causa una collettività, che chiama in causa anche una cultura. Quindi una responsabilità morale che si aggiunge a una responsabilità collettiva che a sua volta è sia responsabilità storica, sia responsabilità di individui in quanto però individui in società.

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