ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Marialuisa Menegatto

Marialuisa Menegatto

Dipartimento di Scienze Umane
Università degli Studi di Verona
marialuisa.menegatto@univr.it

Marialuisa Menegatto è psicologa clinica e di comunità, psicoterapeuta, dottoranda presso l’Università di Verona, coordinatrice della Sezione Memoria Viva della Fondazione Andrea Devoto e Co-direttrice scientifica della rivista Il seme e l’albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità (http://www.semealbero.it/). I suoi interessi di ricerca sono rivolti a forme di esclusione sociale e violenza, conflitti sociali e pratiche di riconciliazione, relazioni interpersonali e interetniche, vittimologia, psicologia dei diritti umani (per es. tortura), giustizia sociale, guerra e pace. Attualmente si sta occupando anche dei ‘Costi Umani’ della crisi economica e dell'impatto delle politiche di austerità sul benessere psicosociale. Svolge attività di didattica di supporto all'Università di Padova in psicologia della violenza e del disagio sociale; formazione nell’ambito della convivenza civica e in interventi di progettazione partecipata. Ha seguito la progettazione editoriale di volumi dedicati alla psicologia sociale e di comunità. Svolge attività clinica nel campo della violenza, del trauma, della vittimologia e del disagio. Autrice di pubblicazioni nazionali e internazionali, è Vice-Presidente della Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace, di cui è anche ricercatrice. Tra le sue recenti pubblicazioni (con A. Zamperini) Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico, Liguori, Napoli 2011, per lo studio longitudinale sulle violenze degli eventi G8 Genova 2001, (con A. Zamperini) La società degli indifferenti, Carocci, Roma 2011, (con A. Zamperini) Memoria viva, FUP, Firenze 2015.

Articoli di Marialuisa Menegatto:

Care lettrici e cari lettori,

la rivista Il seme e l’albero è ritornata. Fondata nel lontano 1993 da Andrea Devoto, sino al 2010 è stata pubblicata in versione cartacea sotto la direzione di Maria Giovanna le Divelec. Un momento di sosta ai box, in concomitanza con la ristrutturazione dell’Istituto Fondazione Andrea Devoto (il suo editore), e ora la rivista torna con un nuovo sottotitolo: Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità. Il sottotitolo non è la sola novità: la principale riguarda la sua diffusione: online e open access (basta una semplice registrazione e tutti gli articoli sono gratuitamente disponibili in lettura o per il download). In una società che vede il sovvertimento repentino tra chi produce il sapere e chi usufruisce del sapere (sempre più i cittadini sono chiamati come protagonisti nei progetti di ricerca e di intervento sociale), pareva opportuno e insieme necessario che la rivista fosse una rivista aperta. Non solo così da garantire la libera conoscenza tra i cittadini, ma anche per dialogare con i cittadini, invitando i lettori a usare conoscenza ma anche a produrla. Continua...

DOI: 10.17386/SA2015-001001

EDITORIALE

Marialuisa Menegatto*, Adriano Zamperini**

*Dipartmento di Fiolosofia, Pedagogia e Psicologia, Università di Verona
**Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, Università di Padova


Care lettrici e cari lettori,

la rivista Il seme e l’albero è ritornata. Fondata nel lontano 1993 da Andrea Devoto, sino al 2010 è stata pubblicata in versione cartacea sotto la direzione di Maria Giovanna le Divelec. Un momento di sosta ai box, in concomitanza con la ristrutturazione dell’Istituto Fondazione Andrea Devoto (il suo editore), e ora la rivista torna con un nuovo sottotitolo: Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità. Il sottotitolo non è la sola novità: la principale riguarda la sua diffusione: online e open access (basta una semplice registrazione e tutti gli articoli sono gratuitamente disponibili in lettura o per il download). In una società che vede il sovvertimento repentino tra chi produce il sapere e chi usufruisce del sapere (sempre più i cittadini sono chiamati come protagonisti nei progetti di ricerca e di intervento sociale), pareva opportuno e insieme necessario che la rivista fosse una rivista aperta. Non solo così da garantire la libera conoscenza tra i cittadini, ma anche per dialogare con i cittadini, invitando i lettori a usare conoscenza ma anche a produrla. Un solo esempio crediamo sia sufficiente per chiarire questo intendimento: da anni la scuola è massacrata da riforme su riforme elaborate ‘sopra’ gli insegnanti e mai ‘con’ gli insegnanti. A destra e sinistra si pontifica come dovrebbe essere la scuola del futuro, e mai che questi opinionisti della domenica conoscano la scuola del presente. Una scuola ricca di esperienza, basti solo pensare alla mole di lavoro fatta dagli insegnanti con i figli dei migranti, che non solo ha contribuito allo sviluppo della conoscenza di alunne e alunni ma che altresì ha offerto contributi formidabili alla cultura civica di una cittadinanza nazionale non certo in buona salute. Queste buone pratiche sono un sapere che va disseminato.

E poi le nuove povertà, la crisi economica, la precarietà come orizzonte di vita, il destino del welfare, le marginalità, i conflitti urbani, e tanti altri temi che reclamano una presa di parola fondata. Non la semplice parola schiava della tirannia del soggettivo punto di vista, ma quella parola istruita che sa entrare in uno spazio comune per confrontarsi e ascoltare. Una parola che per questa rivista sarà, nella sua accezione più ampia, una parola scientifica. Un pluri-verso fatto di tanti orizzonti di conoscenza che saranno ospitati per offrire contributi decisivi per capire il presente e guidarci nel futuro.

La rivista prevede una sezione di Articoli: in questo numero si inizia con l’articolo di Patrizia Meringolo, presenza costante nel comitato scientifico della rivista sin dalla sua nascita, che, dalla prospettiva della psicologia di comunità,  parla di un professionista del sociale che voglia e sappia essere un ‘participant conceptualizer’ (teorico partecipante). Una figura chiamata a valorizzare concetti quali partecipazione, potere e coscientizzazione, come modalità per promuovere il cambiamento nelle nostre comunità, in vista di una maggiore inclusione sociale e di strategie finalizzate all’empowerment. Segue l’articolo di Pietro Saitta, un sociologo che indaga gli intrecci tra le nozioni di spazio pubblico e di resistenza, permettendo di comprendere in maniera diversa l’azione delle classi subalterne spesso zittita e biasimata con l’etichetta di ‘illegale’. Sempre restando nell’ambito dello spazio cittadino, Claudia Mantovan analizza le trasformazioni della convivenza urbana tra ‘diversi’, che rischia sempre più di non essere un incontro, ma una coesistenza frammentaria di isole che non comunicano; l’accento cade in modo particolare sui processi di criminalizzazione di immigrati e persone marginali, con la relativa creazione di confini materiali e simbolici. Ivo Lizzola ci accompagna dentro la galassia delle nuove generazioni, oggi chiamate a compiere le proprie scelte esistenziali nell’era dell’incertezza e della fragilità. Ragazze e ragazzi sono osservati nella tensione tra la ‘libertà immaginaria’ (propria del ‘capitalismo tecno-nichilista’) e il realismo dell’‘abbassamento dell’orizzonte delle attese’ (proprio di una cultura della rassegnazione). Conclude la sezione degli articoli il saggio di Fabio Berti che prende le mosse dal fallimento del sogno della crescita infinita e della promessa di benessere per tutti, con la conseguente riproposizione della lotta del più forte sul più debole, per indicare linee guida finalizzate all’attivazione di progetti per garantire la coesione sociale.

La sezione Brevi report, pensata per la presentazione di buone pratiche e interventi critici su temi d’attualità, ospita il saggio di Giovanna Del Giudice sulla chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, argomento di cui si parla poco e di cui ancor meno si sa. La sezione Recensioni conclude il numero.

Non ci resta che augurarvi buona lettura e restiamo in contatto.
I nuovi direttori: Marialuisa Menegatto e Adriano Zamperini.


a cura di Marialuisa Menegatto

Lavorare nel sociale. Una professione da ripensare
Giulio Marcon (a cura di) (2015). Lavorare nel sociale. Una professione da ripensare. Roma: Edizioni dell’asino, 188 pp. ISBN 9788863571288 euro 12,00

L'altro uomo. Violenza sulle donne e condizione maschile
Sergio Manghi (2014). L’altro uomo. Violenza sulle donne e condizione maschile. Villa Verucchio (RN): Pazzini Editore, 116 pp. ISBN 9788862571999 euro 10,00

DOI: 10.17386/SA2015-001008

RECENSIONE

a cura di Marialuisa Menegatto*

* Dipartmento di Fiolosofia, Pedagogia e Psicologia, Università degli Studi di Verona


 


Giulio Marcon (a cura di) (2015). Lavorare nel sociale. Una professione da ripensare. Roma: Edizioni dell’asino, 188 pp. ISBN 9788863571288 euro 12,00

Oggi lavorare nel sociale significa dover fare i conti con alcuni peculiari aspetti e cambiamenti che presenta la nostra società contemporanea. La globalizzazione se da un lato ha certamente favorito l’inter-connessione e la mobilità di persone a livello mondiale, ha dall’altro creato nuovi assetti collettivi, non sempre pacifici, dovuti all’improvviso incontro con etnie, religioni e culture diverse. Le nuove società multiculturali hanno messo in luce una serie di nuovi bisogni, istanze complesse, fino pure a sgretolare alcuni legami che un tempo si credevano inossidabili, vedi ad esempio le relazioni di vicinato e di comunità oggi sempre più incerti e precari. La famiglia stessa negli anni si è evoluta passando da struttura patriarcale a famiglia nucleare. Cambiamenti che con forza esercitano una ricaduta sul versante della cura poiché se nel passato a occuparsi dei membri più fragili, anziani e bambini, erano proprio i membri di quella famiglia patriarcale, o le solidali forme di vicinato comunitario, oggi tale compito è delegato esternamente a personale esperto in campo sanitario, assistenziale e sociale, e in strutture idonee, come asili, case di riposo. A tutto ciò non va dimenticato il ruolo del welfare state e del suo progressivo smantellamento subito in questi anni. Da questa complessità prende forma il volume curato dall’attento conoscitore delle tematiche sociali Giulio Marcon, da anni impegnato su questi fronti come l’Associazione per la pace, Lunaria e campagna Sbilanciamoci che, chiamando a convivio più di venti autori, tra educatori, operatori sociali, attivisti dei diritti umani, e professionisti della cura, rappresenta in modo compiuto il lavoro sociale. Un settore professionale che oggi comprende oltre 680 mila lavoratori, come rileva un’indagine Istat del 2011, e che si avvale di decine, centinaia di master, corsi di laurea e qualifiche professionali. Generativo di un’economia che come scrive Marcon è «di grande importanza poggiata su tantissime imprese sociali con enormi bilanci e fatturati». Un terzo settore dunque divenuto un ‘soggetto economico importante’, che dà lavoro a centinaia di migliaia di persone, non scevro da ambiguità e storture, individuate da tempo, tra cui la dipendenza verso i finanziamenti pubblici e quindi a volte assoggettato dalla mediazione della politica e dei partiti, o in epoca più recente discreditato dalla vicende di Mafia Capitale e Cooperativa sociale 29 giugno. Benché accada, va comunque riconosciuto che accanto a tali opacità vi sono realtà che lavorano con forte motivazione, tenacia, generosità, impegno e competenza, arrivando dove, e ben oltre, il welfare state ha ormai ceduto il passo.
    Ed è proprio attraverso gli occhi di chi, giorno dopo giorno, vive un serrato corpo a corpo con il lavoro sociale, e con le nuove e continue sfide che esso comporta, che questo volume si fa manuale, mappa, strumento, guida, non solo di chi già vi opera ma anche per tutti coloro che intendono conoscere più a fondo tale realtà da una prospettiva plurale. Il piano del volume prevede 4 sezioni/contesti attraverso i quali si dipana il lavoro sociale: la prima sezione riguarda la scuola e prende avvio con un’interessante riflessione sulla costruzione di contesti educativi, la relazione educativa, e di cosa significhi oggi lavorare con classi multietniche, bambini e adolescenti; la seconda sezione presenta i diritti umani e la complessità rappresentata dallo stare ‘dentro’ il carcere, o con le minoranze del mondo rom e nomadi, le vittime di tratta, migranti e richiedenti asilo, che oggi sembrano disturbare l’imperante quietismo dei più; segue il welfare con l’invito a ritrovare le relazioni comunitarie attraverso il lavoro di comunità, delle assistenti sociali, per far fronte alle carenze pubbliche dei versanti sanità, disabilità, Aids e dipendenze; e infine la sezione dedicata ai ‘mestieri del mondo’ con la cooperazione internazionale, la finanza etica, e Altra economia. Tra le pagine non mancano segnalazioni di strutture ove è possibile fruire di una buona formazione in campo sociale, riviste per mantenersi aggiornati. Una snella e mirata sitografia e bibliografia consentono poi al lettore eventuali e ulteriori percorsi di approfondimento.
    Pagina dopo pagina emerge un invito collettaneo che lega i vari contributi: la messa al centro di un lavoro che tra l’essere arte, vocazione, etica e motivazione è soprattutto azione di cambiamento collettivo, e proprio per questo gli autori invitano alla costruzione di una ‘buona professionalità’ mettendo in guardia dal rischio di non cadere in un eccessivo tecnicismo che potrebbe inaridire la relazione umana e nel contempo stando in guarda dal semplicismo e spontaneismo del buon samaritano.
    Va detto che l’originalità che scaturisce da questo volume è la ricchezza dei contributi in un momento storico sociale di marcata complessità socio-politica e che consentono di una fonte ricca di spunti sollecitando anche nuovi interrogativi, senza ombra di dubbio un tassello tra le tante pubblicazioni che si pone come un invito per l’ancoraggio di altri contributi. Alla fine non è solo un ‘libro da leggere’ ma un fare esperienza tra le tante e diverse realtà che il lavoro sociale oggi comporta, ci ‘costringe’, e ci impegna a fare.
 


Sergio Manghi (2014). L’altro uomo. Violenza sulle donne e condizione maschile. Villa Verucchio (RN): Pazzini Editore, 116 pp., ISBN 9788862571999 euro 10,00

Secondo il recente rapporto EURES, in Italia, nel 2013, sono state uccise 179 donne, in sostanza un tragico ritmo di una vittima ogni due giorni. In 7 casi su 10 si tratta di omicidi che avvengono tra le pareti domestiche o comunque all’interno della sfera affettiva. Sempre seguendo quanto riportato dal dossier, dal 2000 sino ai giorni nostri, sono oltre 330 le donne uccise a seguito della decisione di lasciare il proprio partner, sia all’interno del matrimonio sia durante il fidanzamento. Per indicare questa tendenza si parla di ‘femminicidi del possesso’, perché l’abbandono scatenerebbe la reazione violenta maschile. In pratica, agli occhi maschili, le donne sarebbero colpevoli di decidere in merito al proprio compagno affettivo.Una simile violenza relazionale è al centro del presente libro di Sergio Manghi, sociologo dell’Università di Parma, e attento conoscitore di pensatori come Gregory Bateson, Renè Girard e Edgar Morin. Manghi muove i suoi passi nella violenza maschile contro le donne assumendo la priorità della relazione quale architrave di ogni vicenda umana. La ‘patologia del volere’, richiamata dal summenzionato fenomeno dei ‘femminicidi del possesso’, deriverebbe da un misconoscimento della relazione come “natura prima” dell’essere umano. Non è certo casuale che Manghi affondi la sua critica fondativa su certe versioni di postmodernismo da salotto, in modo particolare la nozione economicista di “relazione pura” formulata da Anthony Giddens, tutta asservita alla logica di un io proprietario che si muove nel mondo guidato da un bieco tornaconto personale. Il tramonto della norma gerarchico-patriarcale ha aperto la strada a un’illusione libertaria che si trasforma facilmente in una libertà frustrata. Da qui il concretizzarsi del risentimento, delle quotidiane prevaricazioni, sino al punto estremo della violenza. Su questo punto la tesi di Manghi è netta: la libertà o è relazionale oppure non è.
    Laddove le statistiche si traducono in sterminate elencazioni di numeri, la cronaca quotidiana veste queste cifre sotto forma di narrazioni di violenza di uomini che prorompe a fronte di libere scelte agite da mogli e fidanzate. Fanno altre scelte rispetto a quelle desiderate dai compagni: preferiscono dedicarsi al lavoro piuttosto che stare dietro i fornelli, viaggiare per il mondo anziché restare prigioniere nelle anguste pareti domestiche, e magari arrivano persino a lasciare l’attuale partner. Innegabilmente, il backstage di questi atti deliberativi è popolato, e soprattutto per il maschio respinto si profilo l’altro, il rivale nascosto e ora preferito. Un personaggio che, reale o immaginario, sempre, nel teatro interiore maschile, inscena una feroce competizione. Il rivale è colui che svolge una duplice funzione: quella di giudice accreditato a emettere un giudizio di valore sull’oggetto-donna desiderato (se ‘lui’ la desidera, allora vale ed è veramente desiderabile) e insieme quello di concorrente (sta cercando di privarmi di ciò che è davvero desiderabile).
    La via scelta da Sergio Manghi, per affrontare la violenza maschile contro le donne, è allora la triangolazione uomo-donna-uomo. Nello stesso tempo, l’autore non manca di precisare come una simile triangolazione mette in gioco anche il processo psicologico di riduzione della donna a immagine idealizzata, così da oscurarne la singolare soggettività. Pertanto, in una simile dinamica, la donna viene esclusa dalla coppia uomo-uomo nel momento stesso in cui viene inclusa nella triangolazione come mero oggetto da desiderare e possedere.
    Rispetto alla prospettiva prevalente che spiega la violenza di genere come un problema prevalentemente di natura culturale che alimenta una certa psicologia predatoria nei rapporti affettivi, il libro di Manghi, breve ma molto denso di contenuti, offre un punto di vista alternativo: invita a guardare al rapporto tra uomini. E così sembra suggerire l’autore, solo attraverso una rielaborazione e un ripensamento del rapporto tra maschi renderà praticabile e quindi possibile una revisione del rapporto uomo-donna.
    Nell’insieme un libro controcorrente che ha il merito di metterci in guardia sui facili proclami di libertà (in realtà, per l’autore, un mero balbettio nel frastuono di quest’epoca di transizione) e di illuminare con luce diversa fenomeni che non vorremmo mai leggere sulla cronaca quotidiana.


Care lettrici e cari lettori,

con questo secondo numero, la rinnovata rivista Il seme e l’albero torna a bussare alle vostre palpebre con nuovi e interessanti articoli.Si inizia con la crisi economica, ormai una costante della nostra vita. Mentre siamo abituati a guardare alla crisi attraverso le tabelle e i grafici che passano i telegiornali e che stampano i quotidiani, l’articolo di Marialuisa Menegatto invita ad ascoltare le parole che raccontano la crisi. La ricercatrice analizza in dettaglio il ruolo del linguaggio quale strumento per colonizzare le menti dei cittadini, costruendo una certa rappresentazione della crisi e soprattutto offrendo l’indicazione di quali strategie vadano assunte per affrontarla. Quello che emerge è una nuova figura di attore sociale: l’uomo indebitato. Un cittadino che dovrebbe sentirsi in colpa per un passato di dissipazione ed espiare le proprie colpe attraverso il sacrificio (pagamento di imposte e riduzione di servizi). Inoltre, l’articolo si sofferma sulle conseguenze in termini di malessere e disagio prodotti dalle manovre di austerità. Continua..

DOI: 10.17386/SA2015-001009

EDITORIALE

Marialuisa Menegatto*, Adriano Zamperini**

*Dipartmento di Fiolosofia, Pedagogia e Psicologia, Università di Verona
**Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, Università di Padova


Care lettrici e cari lettori,

con questo secondo numero, la rinnovata rivista Il seme e l’albero torna a bussare alle vostre palpebre con nuovi e interessanti articoli.

Si inizia con la crisi economica, ormai una costante della nostra vita. Mentre siamo abituati a guardare alla crisi attraverso le tabelle e i grafici che passano i telegiornali e che stampano i quotidiani, l’articolo di Marialuisa Menegatto invita ad ascoltare le parole che raccontano la crisi. La ricercatrice analizza in dettaglio il ruolo del linguaggio quale strumento per colonizzare le menti dei cittadini, costruendo una certa rappresentazione della crisi e soprattutto offrendo l’indicazione di quali strategie vadano assunte per affrontarla. Quello che emerge è una nuova figura di attore sociale: l’uomo indebitato. Un cittadino che dovrebbe sentirsi in colpa per un passato di dissipazione ed espiare le proprie colpe attraverso il sacrificio (pagamento di imposte e riduzione di servizi). Inoltre, l’articolo si sofferma sulle conseguenze in termini di malessere e disagio prodotti dalle manovre di austerità.

Con Ivo Lizzola cambia il registro, ora l’attenzione si sposta nel dominio della cura, analizzata dalla prospettiva di un inedito paradigma relazionale. Come qualsiasi operatore del sociale sa, nella cura c’è sempre asimmetria: qualsiasi siano i contesti della cura e le prospettive teoriche che guidano gli attori, la cura i non è mai uno scambio alla pari. Chi presta la cura non è nelle stesse condizioni di chi riceve aiuto, mai. Eppure l’autore ci guida lungo sentieri poco esplorati, mostrandoci la ricchezza di quella che egli chiama “reciprocità asimmetrica”. Un invito a non mettere la sordina alla produzione di senso e alla parola del sofferente attraverso un tecnicismo ottuso e sordo alle parole mai addomesticate del (s)oggetto della cura.

Il modo con cui pensiamo e agiamo nei confronti delle famiglie in difficoltà, il modo con cui abbiamo organizzato i servizi socio-sanitari allo scopo deputati, non può non essere debitore di una tradizione di pensiero nota come ‘terapia sistemica’. Una corrente che ha avuto in Italia grandi Maestri, tra questi sicuramente Luigi Boscolo. Un suo allievo (Massimo Giuliani), a pochi mesi dalla scomparsa, offre un ritratto biografico di questo Maestro della terapia della famiglia. L’esito è un percorso dentro una delle menti più brillante che ha illuminato, spesso con grande irriverenza visuale, le zone d’ombra dei sistemi familiari e offerto chiavi di lettura inedite per districare gli umani grovigli relazionali.

Filippo Mazzoni si muove invece nelle macerie della sala d’aspetto della stazione di Bologna squarciata da una bomba. La tristemente nota strage del 2 agosto viene analizzata nel suo percorso temporale. Acclarate le responsabilità personali e la matrice ideologica, lo storico ci invita a soffermarci sulla memoria dell’evento. Una memoria collettiva costruita e continuamente elaborata con artefatti culturali (i siti del ricordo: lapidi, targhe, memoriali) e le iniziative sociali dell’associazione dei familiari delle vittime.

La sezione Brevi report, pensata per la presentazione di buone pratiche e interventi critici su temi d’attualità, ospita il saggio di Antonio Amendola sulla “crowd-photography”: una forma di citizen journalism fatta con la macchina fotografica. Del resto, vista l’importanza assegnata alle immagini nella nostra società, ormai frequente è il ricorso all’immagine per sensibilizzare l’opinione pubblica. Amendola ci parla di volontari della fotografia che operano nella società per fotografare ciò che solitamente non è visto, per produrre foto capaci di innescare una critica visuale all’esistente. Ne discende un processo ricorsivo di mutua influenza, tra i fotografi, che prendono coscienza della realtà sociale fotografata, e i fotografati, coloro che offrono la loro storia e la loro dignità di calpestati, allo sguardo della fotocamera.

Come sempre, la sezione Recensioni, per l’occasione dedicata a un’intera collana di libri, conclude il numero.

Buona lettura! E continuate a sostenere e a diffondere la rivista!

I direttori: Marialuisa Menegatto e Adriano Zamperini. 


Riassunto

La crisi economica è ormai diventata una presenza costante della nostra vita quotidiana. Non passa giorno senza che grafici di ogni sorta vengano diffusi come certificati attestanti uno stato malattia o di salute di intere nazioni. Partendo dalla pervasività dei discorsi sulla crisi, il presente articolo offre un’inedita prospettiva di osservazione, analizzando le forme discorsive dei mass media come strumenti argomentativi per imporre una determinata rappresentazione della crisi economica. Emerge come al centro di tali discorsi vi sia la figura inedita dell’uomo indebitato, il cittadino del presente e del futuro chiamato a una vita di sacrifici per cercare di alleggerire il peso che porta sulla schiena. L’analisi dei mass media, individuando le principali metafore usate per far sentire in colpa il cittadino per un passato di cui è ritenuto responsabile, evidenzia le strategie sinergiche di una violenza strutturale e di una violenza simbolica che stanno schiavizzando i cittadini al tempo della crisi. 

DOI: 10.17386/SA2015-001010

CRISI ECONOMICA E AUSTERITA’. L’ECONOMIA DELLO SCARICO CIVICO 

Marialuisa Menegatto*

* Dipartmento di Filosofia, Pedagogia, Psicologia, Università degli Studi di Verona

Riassunto: La crisi economica è ormai diventata una presenza costante della nostra vita quotidiana. Non passa giorno senza che grafici di ogni sorta vengano diffusi come certificati attestanti uno stato malattia o di salute di intere nazioni. Partendo dalla pervasività dei discorsi sulla crisi, il presente articolo offre un’inedita prospettiva di osservazione, analizzando le forme discorsive dei mass media come strumenti argomentativi per imporre una determinata rappresentazione della crisi economica. Emerge come al centro di tali discorsi vi sia la figura inedita dell’uomo indebitato, il cittadino del presente e del futuro chiamato a una vita di sacrifici per cercare di alleggerire il peso che porta sulla schiena. L’analisi dei mass media, individuando le principali metafore usate per far sentire in colpa il cittadino per un passato di cui è ritenuto responsabile, evidenzia le strategie sinergiche di una violenza strutturale e di una violenza simbolica che stanno schiavizzando i cittadini al tempo della crisi.

Parole chiave: crisi economica, austerità, stato di eccezione, violenza strutturale, violenza simbolica, scarico civico.

Abstract: Economic Crisis and Austerity. The Economy of Civic Discharge. Economic crisis has become a constant presence in our daily lives. Graphic representations are spread everyday as if they were certificates about illness or state of health of entire nations. Starting from the spreading of speeches about crisis, this article offers an unusual perspective of observation by analyzing the discursive forms of mass media as argumentative tools to impose a particular representation of the economic crisis. The results show that from the core of these discourses it emerges the unusual figure of “indebt man”, a citizen of the present and the future called to make a life full of sacrifices trying to lighten its burden on the back. The analysis of the mass media, identifying the main metaphors used to feel guilty citizen, for a past of which he is considered responsible, highlights the mutually supportive strategies of structural violence and symbolic violence that are enslaving citizens at the time of the economic crisis.

Keywords: economic crisis, austerity, state of exception, structural violence, symbolic violence, civic discharge.


Il farmaco «austerity» si propone di ridurre i sintomi del debito e del deficit,
oltre a curare la recessione. Taglia la spesa pubblica per la copertura sanitaria,
i sussidi ai disoccupati e il sostegno alle politiche abitative.
Alla data di avvio della sperimentazione,
i suoi potenziali effetti non sono ancora ben noti.  
David Stuckler e Sanjay Basu (2013, p.15) 

 

1. Crisi economica e ‘terapia dell’austerità’

Di crisi economica si sente ormai parlare dal 2007, quando a seguito del collasso del sistema finanziario statunitense, per i colossali debiti maturati, ha iniziato rapidamente a diffondersi in altri paesi del mondo. Così rapidamente che si parlò pure di ‘contagio’ per evidenziare la stretta correlazione e interdipendenza tra i vari mercati del mondo. Per evitare il fallimento di numerose banche e istituti finanziari, sia privati che pubblici, i governi delle due sponde dell’Atlantico si sono affrettati a sostenere e risanare i conti bancari mediante operazioni di rifinanziamento con elargizione di liquidità anche illimitate. Il costo del salvataggio del sistema bancario globale è stato stimato tra i 3 e i 13 trilioni di dollari, altre fonti parlano anche di almeno 20 trilioni di dollari (cfr. Better Markets, 2012; Gallino, 2013). Il più grande trasferimento di ricchezza nella storia e nello stesso tempo la creazione di un debito pubblico insormontabile (Choussudovsky, Marshall 2010). Perché di fatto, la maggior parte di tali costi sono finiti sui bilanci dei governi. Sono stati i bilanci pubblici ad assorbire i costi di tali manovre, decretando quella che erroneamente è conosciuta come ‘crisi del debito sovrano’. In realtà si è trattato di una crisi bancaria trasmutata e ben mimetizzata (Gallino, op. cit.).
    In Europa, i vertici della Commissione europea, unitamente a quelli della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale – la cosiddetta Troika -, hanno convinto alcuni governi europei a diffondere nella pubblica opinione la convinzione che la crisi dei bilanci pubblici dipendesse dall’eccessiva generosità degli stati negli anni precedenti. In sostanza gli stati avevano speso troppo per i propri cittadini. Pertanto era arrivato il momento di avviare una severa politica di austerità. In Italia, a partire dal 2010, i governi Berlusconi e Monti hanno cercato di persuadere i propri cittadini circa la legittimità delle manovre di austerità. Tale legittimazione è stata particolarmente evidente nella produzione di strategie di storytelling con cui il Governo ha sistematicamente sostenuto che l'eccesso di spesa pubblica era dovuto alla protezione sociale attuata nel passato, facendo gravare la colpa sui cittadini al fine di responsabilizzarli, poiché era la causa principale della crescita del debito pubblico e della crisi economica  (Zamperini, Menegatto, 2015). Inoltre, con una decisione del Parlamento del 18 aprile 2012, venne introdotto nella Costituzione la parità di bilancio. Manovre economiche che di fatto hanno completamente ignorato i ‘costi umani’ della crisi.
    Già nel 2011 il vento delle proteste aveva iniziato a soffiare con il movimento Occupy, a partire dalle manifestazioni a Zuccotti Park a Manhattan, per poi estendersi nei restanti paesi degli Stati Uniti e successivamente in Canada, Australia, Regno Unito, e anche in Italia. Le contestazioni erano sorte principalmente per denunciare gli abusi del capitalismo tradotti in iniquità economiche e sociali, sviluppatesi proprio in seguito alla crisi economica. Iniquità che negli Stati Uniti assumevano le fattezze di una sclerotica crescita del settore privato, una persistente disoccupazione, svuotamento dei diritti, ecc.
    Di per sé una crisi economica o recessione non è un evento negativo. Economisti sostengono della sua costante e normale ciclicità, quasi fosse una condizione ‘ontologica’ del capitalismo, e molti Paesi come la Svezia, la Danimarca e in particolare l’Islanda, sono riusciti a risollevarsi, a dimostrazione che la crisi economica e la recessione possono essere anche condizioni virtuose. La differenza sta in come viene affrontata la crisi e quali sono le scelte politiche messe in campo, possibilmente guidate da analisi scientifiche, dati, monitoraggi. E soprattutto con la consapevolezza e responsabilità che le manovre politiche colpiscono le persone determinando il loro malessere o benessere. Celebre è la dichiarazione del presidente islandese Ólafur Ragnar Grimmson, in occasione del World Economic Forum di Davos:

Siamo stati abbastanza saggi da non seguire l’ortodossia prevalente nel mondo finanziario occidentale degli ultimi trent’anni. Diversamente da quanto successo in altri paesi, non abbiamo introdotto controlli valutari, abbiamo lasciato fallire le banche e sostenuto i poveri, senza ricorrere a misure di austerità (in Stuckler, Basu, 2013, pp. 10-11).

L’austerità tradizionalmente intesa è una forma di riduzione della spesa pubblica, meglio conosciuta anche come ‘tagli di bilancio’ o ‘politica del rigore’, decisa quando il debito pubblico è troppo alto e accompagnata da un aumento delle imposte per riportare i conti in equilibrio. L'economia dovrebbe regolarsi attraverso la conseguente riduzione dei salari, dei prezzi, ripristinando la competitività, e nel caso particolare dell’Europa, dopo il 2008, dare stabilità ai mercati dell’Eurozona. In Italia, come in altri Paesi europei, l’austerità si è ben sintetizzata con l’arbitraria imposizione di prelievi fiscali (riducendo i salari), drastici tagli alle spese sociali (soprattutto le pensioni e welfare), aumento dell’Iva e svendendo ai privati beni di natura pubblica.
    Ma, al di là degli attesi risultati economici, è importante capire come si traduce l’impatto di tali manovre sulla popolazione. Sebbene alcuni studiosi ritengano che sia troppo presto per parlare di una correlazione tra crisi economica e un aumento dei problemi legati alla salute mentale e al benessere, e che i dati finora prodotti siano sovrastimati (Fountoulakis et al. 2013; Liaropoulos, 2012), per l’Organiz-zazione Mondiale delle Sanità (WHO, 2011, 2014) e per altri studiosi, l’austerity sembra essere funesta per la salute e il benessere della cittadinanza, e mietere un elevato numero di vittime (Stuckler, Basu, 2013; Van Hal, 2015; WHO, 2014).
    Già molti economisti keynesiani si sono espressi criticando aspramente le ulteriori restrizioni della spesa pubblica messe in campo in fase di crisi, poiché a loro dire perversi sarebbero gli effetti in termini di recessione. L’economista Mark Blyth, nel suo libro Austerity. The History of a Dangerous Idea (2013) approfondisce il tema dell’austerità affermando che essa si sia dimostrata un fallimento poiché alla base delle teorie dei suoi promotori c’è una fallacy of composition, ossia l’attribuzione di una validità pressoché universale a un concetto la cui validità è invece sul particolare. In altre parole l’austerità funzionerebbe solo in economie chiuse, producendo danni incalcolabili a quelle esposte a scambi commerciali con altri paesi. Giudizi simili sono pervenuti anche da premi Nobel come Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Paul Krugman. Quest’ultimo ritiene che l'inclusione nella Costituzione della parità di bilancio porterà alla dissoluzione dello stato sociale e che l'austerità serve in realtà solo a mantenere le disuguaglianze, senza tra l’altro avere prove scientifiche necessarie per i benefici che questo tipo di misura porterà (Krugman, 2012). Infatti, le conseguenze di questa ‘terapia dell’austerità’ fino ad oggi ha prodotto una disoccupazione di massa, la chiusura di fabbriche ed esercizi per fallimento, ha scavato ulteriormente le differenze di classe con l'impoverimento di milioni di persone, ha costretto molti giovani a lasciare il loro paese, ha favorito il crollo della fiducia da parte dei cittadini verso l'azione politica dei governi. Ne è derivato un grave deterioramento delle economie nazionali, delle istituzioni democratiche, il crollo di programmi sociali e statali, che hanno sancito l’interruzione di parte dei servizi pubblici o la loro privatizzazione, e la creazione di una continua atmosfera di paura e incertezza (Zamperini, Menegatto, 2015) che giustifica ogni stato d'eccezione. Infatti, ci ‘insegnano’ che l’eccessivo debito pubblico porta con sé il rischio del fallimento dello Stato e siamo ‘sedotti’ dall’idea che ‘più tasse’ sono la ricetta per il salvataggio del nostro Paese. Una narrazione (o storytelling) traumatica della crisi incentrata sulla responsabilizzazione del cittadino, facendo leva sulla paura, sul suo senso di colpa e sull’idea di un sacrificio necessario, una forma di governo detto anche ‘governo delle emozioni’ (Zamperini, Menegatto, op. cit.).

 

2. Neoliberismo e schizofrenia di un corpo sociale: il cittadino come “nemico” e lo stato di eccezione

Le recenti scelte politiche di austerità fondano le loro pratiche su di un paradigma neoliberista. La razionalità del modello neoliberista consiste in una serie di concetti che primariamente ruotano attorno all’esaltazione del libero mercato riducendo l’intervento dello stato. In tal modo si raggiungerebbe l’autoregolazione e l’equi-libro del mercato stesso. Naturalmente la teoria non è esaurita da tali concetti; tuttavia, lasciando sullo sfondo gli assiomi meramente economici che lo contraddistinguono, e continuando la nostra esplorazione sul versante umano della crisi, vale la pena focalizzarci sulle implicazioni del neoliberismo in ambito sociale e su alcuni elementi di criticità alla luce di un passaggio d’epoca: l’estensione dell’ approccio economico alla sfera sociale (Chicago Boys)[1].
    Se in alcuni paesi il modello economico del neoliberismo pare abbia funzionato, lo stesso non si può dire per l’Italia. Quello che inizialmente doveva essere la cura per la crisi economica, la ‘terapia dell’austerità’, ha contribuito invece a creare una sorta di ‘schizofrenia collettiva’, al cospetto di un mondo del lavoro divenuto caotico, destabilizzato e frantumato, e alla proliferazione di ampie sacche di disagio sociale. Uno spaesamento collettivo a fronte di un mondo, quello lavorativo, strettamente correlato ai problemi della vita umana, poiché ogni sorta di problematica lavorativa si converte in progettualità esistenziale e benessere sociale.
    Al centro del paradigma neoliberale vi è l’idea dell’essere umano come imprenditore o homo oeconomicus (Friedman, 1953; Foucault, 1978-79, 2005). L’agire imprenditoriale dell’homo oeconomicus è governato dal mero calcolo, da una razionalità strumentale, la cui azione umana deve sottostare a codesti principi in ogni ambito della vita: sociale, familiare, culturale, politica, economica ecc. Ogni parte del sistema sociale è governato e subordinato dal calcolo economico. Questo è un elemento cruciale poiché determina che tutto diventa mercato. Pure la vita umana.  Quasi tutto può essere comprato e venduto, scavalcando qualsiasi principio morale. Sono i valori di mercato a governare le vite umane (Sandel, 2009, 2012). E in un momento di crisi economica, l’intera esistenza umana ne patisce l’ assoggettamento, traducendosi in crisi etico-morale, relazionale, individuale.
    Crisi economica oggi significa colpire l’umanità poiché come abbiamo visto il capitalismo neoliberista governa la vita umana. E non è possibile disgiungere il lavoro nelle sue forme contrattuali dalla vita umana. Per esempio, il contratto part time era stato originariamente pensato e incentivato come un’opportunità di conciliazione tra vita e lavoro. Anche la flessibilità doveva essere un passaggio verso l’emancipazione, la liberazione dell’esistenza dalla routine della monotonia di un lavoro sempre uguale a se stesso, con la conseguente creazione di più occupazione, del rilancio economico. Forme di lavoro che dovevano garantire soprattutto alle donne di potersi occupare della propria famiglia, specialmente in presenza di prole. In tempo di crisi tali contratti sono aumentati ma sono diventati ‘involontari’. Ciò significa che sono svolti da lavoratori (per parità di genere) che in mancanza di prospettive lavorative a tempo pieno e stabili devono accettare queste forme di occupazione precaria.
    Inoltre, oggi il lavoratore gode di minori diritti rispetto al passato. Il progressivo smantellamento della classe operaia ha comportato lo smantellamento di un potere politico che operava per la giustizia, la dignità e il benessere del lavoratore. Quel potere politico che un tempo contrattava per i diritti dei lavoratori e per la loro protezione: contratti con diritti retribuiti in caso di malattia, vacanze, maternità. La caduta del potere operaio ha aperto la strada alla demolizione della classica suddivisione delle classi dei lavoratori, portando a una trasformazione radicale delle categorie con cui eravamo abituati a pensare: operai, impiegati, ecc. Oggi invece si parla di esodati, stagisti, interinali, partite Iva, a tempo determinato, co.co.pro, falliti, e una lunga lista di ex: ex muratori, ex impiegati, ex dirigenti. In aggiunta, i tagli del welfare hanno limitato, se non addirittura bloccato, la pronta e gratuita assistenza a cittadini bisognosi; condizione resa ancora più grave alla luce di nuovi bisogni emergenti in tempo di crisi, incrementando il rischio personale di disagio e malessere. Più stringenti sono diventati i controlli fiscali, affidando alla ‘famigerata’ Equitalia il recupero dei crediti verso il cittadino debitore, diventato una sorta di ‘nemico’ da stanare.
    Crisi economica, neoliberismo e austerità sono le leve che hanno creato pesanti smottamenti all’ordine del mondo, generando un caos generalizzato. È come se un mattino ci alzassimo dal nostro letto, come sempre ci preparassimo per uscire e andare al lavoro, e al volante della nostra auto, nel percorrere la strada che ci separa dalla sede del nostro ufficio, scoprissimo che i segnali stradali son tutti cambiati. Improvvisamente, la segnaletica che fino a quel momento aveva garantito una corretta circolazione dei veicoli, permettendo un certo ordine urbano e l’incolumità di automobilisti, passeggeri, ciclisti e pedoni, saltasse improvvisamente. Assetti normativi che rapidamente e inaspettatamente ci catapultano in un’incerta e caotica circolazione, con il pericolo evidente di sinistri, dove niente vale più come prima. Una grammatica urbana che d’improvviso cambia le sue regole, generando una nuova lingua. Con la paura ora di perdere la vita poiché un’azione incauta può provocare incidenti dalle più infauste conseguenze. Si è creato così uno stato di emergenza, dove vari specialisti sono stati chiamati a scendere in campo per riportare l’ordine, ripristinare la viabilità, risolvere il disagio arrecato ai cittadini intenti a recarsi nei tradizionali luoghi di lavoro.
    Di questo curioso esempio è interessante notare come, in un frangente di emergenza, uno stato può adottare una serie di scelte politiche inappellabili e norme eccezionali, senza dover chiedere nulla ai propri cittadini. Tale situazione è definita come stato di eccezione (Agamben, 2003). Lo stato di eccezione indica una sospensione dello stato di diritto per far fronte a un evento pericoloso e eccezionale. Per arginare tale pericolo, lo stato sospende la legge ordinaria e affida la governabilità a una forza di legge ritenuta legittima. Creando così una legge fuori dalla legge ma legittimata dalla legge stessa. La posta di questo stato di eccezione è la sicurezza, e in nome di essa tutte le misure sono lecite, dalla repressione all’uso della violenza. Lo Stato, attraverso i suoi organi, può decidere qualsiasi tipo di intervento, diventa l’unico organismo sovrano, l’unico decisore. Come si può facilmente comprendere il potere subisce un accentramento. Dal 2007-2008, in Italia come in Europa, la crisi economica è diventata uno stato di eccezione, accelerando l’accentramento e la de-territotializzazione del potere - radicandolo presso istituzioni transnazionali che rifuggono dai meccanismi di controllo democratico (Teubner, 2012; Gallino 2011) -, e in tal modo sottraendo sovranità al popolo. Contrariamente a quanto postula uno dei suo saldi principi, ossia la temporaneità - lo stato di eccezione dovrebbe sempre essere limitato nel tempo -, la crisi economica, grazie allo stato d’eccezione è diventata un normale modello di governo. La creazione volontaria di uno stato d’emergenza permanente nutre una rappresentazione della crisi negativa, funesta, catastrofica, come vedremo in dettaglio più avanti. Sicché, chi detiene il potere eleva, legittima e giustifica procedure legislative, amministrative, e prassi lontane dalle ordinarie procedure democratiche.
    In quest’epoca di crisi economica, l'egemonia sul senso diventa strategicamente importante nell'imporre politiche economiche di qualsivoglia specie, nel nostro caso di austerità, per traghettare la cittadinanza verso cambiamenti radicali: identitari, sociali, di stili di vita. È importante dunque analizzare e comprendere i significati della crisi, un orizzonte di senso entro il quale vengono giustificati e favoriti questi cambiamenti (Zamperini, Menegatto, 2015).

 

3. Forme di violenza invisibili: l’economia dello scarico civico

Le diverse forme di violenza commesse dal Nazismo furono in parte rese possibili dalla proclamazione di uno stato di eccezione durato dodici anni (Agamben, op. cit.). Non appena salì al potere, il 28 febbraio 1933, Hitler promulgò il Decreto per la protezione del popolo e dello Stato, detto anche il Decreto dell’incendio del Reichstag (Reichstagsbrandverordnung) ovvero una legge istantanea, promulgata a seguito di questo famoso incendio doloso. Tale evento scatenò allarme immediato e fu sufficiente affinché Hitler proclamasse lo stato d’emergenza. In un solo giorno, in nome della sicurezza pubblica, venne approvata una legge che sospendeva gli articoli della Costituzione di Weimar concernenti le libertà personali. Il decreto non fu mai revocato, la sua forza di legge durò per tutta la durata del regime totalitario in Germania, e per molti è considerato cruciale per l’affermazione del Terzo Reich (Jassies, 2007). Quello che accadde in quel periodo in nome dell’emergenza in termini di costi umani e violenze perpetrate è ben noto. Non siamo più nell’ emergenza immaginaria ed esemplificativa di un centro urbano, i cui abitanti si muovono caoticamente alla ricerca di un senso di marcia, ma al cospetto di una delle tragedie più orribile della Storia umana, parte di una memoria universale che ancora oggi ne porta le ferite.
    Dal punto di vista teorico, lo stato di eccezione è quella figura di un ordine sospeso, di un vuoto del diritto, che proclama insistentemente uno stato di emergenza per il bene della sicurezza pubblica, e in tale vuoto l’esercizio della violenza per ripristinare l’ordine è pur sempre una legge che applica il diritto (Agamben, op. cit.). Come del resto accadde con il Military Order emanato da Busch il 13 novembre 2001, dopo l’attentato delle Torri Gemelle, con cui si autorizzava Guantanamo. Una prigione a detenzione infinita, per detenuti (non cittadini statunitensi) sospettati di essere implicati in azioni di terrorismo. Un non-luogo che ha figliato innumerevoli individui sospesi in un vuoto legislativo, privi di adeguate categorie giuridiche: secondo la convenzione di Ginevra, le persone detenute non godono dello status di prigionieri di guerra, né tantomeno, secondo l’ordinamento nordamericano, dello status di imputati. In questa indeterminatezza, risapute sono le torture e le violenze pratiche sui sospettati, confermate anche da un rapporto della Commissione del Senato Americano (CIA Torture Report, 2104). Lo stato di eccezione comporta sempre una restrizione dei diritti civili e umani. La via privilegiata per agire violenza (Bar-Tal, 1989; Opotov, 1990;), poiché è la posizione che l’individuo occupa rispetto al perimetro della morale a determinare un suo diverso trattamento. Zone fisiche e psicologiche ove si applicano altre norme e valori rispetto ai criteri di equità e giustizia.
    Ci sono molte forme attraverso le quali la violenza si manifesta: alcune possono essere visibili e particolarmente distruttive, a livello collettivo come una guerra, un genocidio, il terrorismo, la tortura, o interpersonale come la violenza sessuale, la pedofilia. Altre possono essere invisibili, occultate, mascherate. Queste ultime sono caratteristiche di un tipo di violenza definita strutturale (Farmer, 2003; Galtung, 1969; Gilligan, 1997). Tale concetto esprime un tipo di violenza indiretta, apparentemente invisibile, inflitta attraverso le istituzioni e le strutture sociali. Potremmo definirla anche una violenza sistemica (Zizek, 2008) che inerisce al ‘normale’ funzionamento delle cose, parte integrante di un sistema politico ed economico. Essa non è percepita come qualcosa di anomalo, tanto normale e quotidiano è il suo funzionamento. Come qualsiasi forma di violenza invisibile ha bisogno di presentarsi alla società in modo legittimo; in questo caso, oltre ad essere lecita, è intesa come imprescindibile, ovvia, necessaria, perché serve a fronteggiare uno stato di emergenza. Nel precipitato sociale essa è parte di un sistema politico e socio economico che produce povertà, miseria, disuguaglianze nella distribuzione del reddito, difficoltà di accesso al sistema educativo e sanitario pubblico, mancanze di tutele per i lavoratori, sfruttamento.
    Negli ultimi anni, a seguito della crisi economica e dell’imposizione di pacchetti di austerità, noi cittadini abbiamo assistito impotenti a manovre economiche in continuo processo di smantellamento del pubblico, del welfare, dell’istruzione, della sanità. È stato intaccato il reddito personale non solo con l’innalzamento di imposte ma creando anche un’enorme massa di disoccupati. A gennaio 2014 l'Istituto nazionale di statistica (www.istat.it) annunciava che il tasso di disoccupazione in Italia raggiungeva in quel periodo un nuovo livello record del 12,9%, con un aumento dell’1,1% rispetto a gennaio 2013. Il livello più alto dal 1977, quand’era al 7%. Il comunicato stampa parlava della ‘più grande emorragia di posti di lavoro dopo la crisi’. Dati che, dopo un lievissimo miglioramento, a giugno 2015 registrano un tasso del 12,7%. Nelle stime diffuse nella giornata di martedì 1 settembre 2015, sempre dall’ISTAT, a luglio il tasso di disoccupazione cala al 12%, quasi un punto percentuale in meno rispetto a 12 mesi fa, lo stesso dato del luglio 2013. Lo storytelling governativo parlava di un dato atteso da anni, e soprattutto la dimostrazione dell’efficacia del Jobs Act[2]; il mercato del lavoro sembrerebbe ripartire - anche se i dati statistici ci riportano solo al 2012. E mentre i media nazionali danno ampio spazio a questo evento, solo un quotidiano locale riporta la notizia della morte per suicidio avvenuta il 29 agosto di Edoardo Alberton, giovane imprenditore di Vicenza che ha deciso di togliersi la vita impiccandosi all’interno della sua ditta di autotrasporti, per debiti accumulati. Una tirannia dei numeri che sembra soverchiare le singole vite umane. Nello stesso istante in cui la macchina delle riforme procede fagocitando l’attenzione mediatica nazionale, un altro suicidio per crisi economica va in scena, rimanendo sullo sfondo e passando inosservato. Spia rossa di un Paese in avaria, che volge lo sguardo altrove, indifferente (Zamperini, 2007; Zamperini, Menegatto, 2011).
    Con la tanto discussa Legge Fornero sono stati ‘rottamati’ esseri umani che hanno superato i cinquant’anni. Lavoratori ritrovatisi improvvisamente nel limbo dei ‘senza reddito’, esclusi da ogni tutela, e da ogni sostegno sociale, con la speranza vanificata di essere assorbiti da un altro posto di lavoro. Il 25 giugno 2015 al Ministero del Lavoro è stata presentata una relazione condotta dalla Direzione generale per l’Attività ispettiva del ministero sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri per l’anno 2014. Ebbene, la relazione dice che 22.480 madri (il 6% in più rispetto all’anno precedente), si dimette dal lavoro perché non ce la fa a conciliare il lavoro con l’accudimento della prole. Fra le difficoltà indicate c’è l’assenza di parenti di supporto, il mancato accoglimento al nido, e anche il mancato accoglimento della richiesta di un part-time. Sul documento del Ministero, accanto ai numeri delle perdite di lavoro, si legge anche: «effetti della persistente crisi economica in atto nel nostro Paese» (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2015, p. 2).
    Ma chi esce dal ciclo produttivo del lavoro non svanisce nel nulla. Rimane cittadino ma privato di alcuni diritti fondamentali. Sono fasce di cittadinanza poste a margine di ogni categoria produttiva, ai margini della comunità centrale. Un pezzo di sociale che non sta né dentro né fuori. Una sorta di purgatorio per chissà quale colpa commessa, senza però avere la certezza di una futura salvezza. Una forma di ‘scarico civico’: il cittadino non perde il diritto di cittadinanza, e con essa resta ovviamente l’obbligo di pagare le imposte, ma subisce una spoliazione progressiva dei diritti che ineriscono a essa.

 

4. Siamo tutti debitori: narrazioni egemoni e governo delle emozioni nella socializzazione del debito pubblico

Il concetto di violenza simbolica è stato introdotto da Pierre Bourdieu (1972) per indicare un tipo di violenza ‘dolce’, quasi invisibile. Una coercizione cognitiva volta a imporre dei modelli di pensiero, una visione del mondo, e a restringere il ventaglio delle possibilità di azione e di riflessione nel soggetto sociale. Anche Slavoj Zizek (2008) parla di violenza simbolica incorporata all’interno di linguaggi collettivi nel trasmettere certune rappresentazioni culturali.
    Comprendere la produzione discorsiva della crisi rappresenta il primo passo per analizzare la condizione soggettiva dei cittadini che non reagiscono alle difficoltà esistenziali semplicemente in funzione di ciò che accade, ma soprattutto in funzione del senso di ciò che accade. Come più sopra detto, nei sistemi democratici l'egemonia sul senso diventa strategicamente importante nell'imporre politiche economiche e indirizzare la gente a un cambiamento di stile di vita.
    In questi anni di austerità, i governi hanno costruito un’architettura istituzionale che giustifica le misure economiche e fiscali rigorose per far fronte alla ‘crisi del debito sovrano’, con l’obiettivo di ‘governare’ il numero maggiore di persone possibili. La retorica della crisi del debito sovrano suggerisce che la crisi era inattesa ed è dipesa dall'eccessiva generosità degli stati negli anni precedenti. Ci è stato detto che tutti noi cittadini abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità, per anni abbiamo goduto di un generoso welfare e di un sistema pensionistico che ci fatto lavorare poco mandandoci in pensione prima rispetto ad altri stati europei, abbiamo speso troppo in cure e analisi mediche, ed ora è arrivato il momento di stringere la cinghia.
    Nella costruzione di una simile rappresentazione della crisi, i media giocano un ruolo fondamentale. Per esempio, Watson (2009) sostiene che i discorsi dei media, soprattutto nel Regno Unito, hanno diffuso tra la cittadinanza un senso di angoscia e panico sociale. Questo ha permesso al governo di giustificare agli occhi dei cittadini grandi interventi di ricapitalizzazione delle banche. Inoltre, poiché l’ emergenza e il rischio sono onnipresenti in uno stato di crisi o di eccezione, i governi europei hanno tagliato una parte rilevante dello stato sociale, le spese per l'istruzione e le pensioni, causando non solo malcontento e rabbia, ma al tempo stesso un diffuso senso di colpa per aver ricevuto troppo nel passato. Questa strategia ‘emozionale’ è un punto cruciale. È servita affinché venissero giustificati qualsivoglia tipo di manovre fiscali e interventi economici particolarmente drastici; e soprattutto è servita per indurre gli individui a contribuire al rimborso del debito sovrano attraverso un innalzamento delle imposte. Una ‘strategia emozionale di governo delle persone’ (Zamperini, Menegatto, 2015) che traghetta la cittadinanza a un punto di obbedienza in cui è difficile, se non impossibile, opporsi alle decisioni politiche, tenendo così alto il livello di responsabilità soggettiva della crisi (Kiersey, 2011). Seppur semplificando, il debito pubblico si è trasformato in un debito personale, il debito di tutti e di ognuno (Degirmencioglu, Walker, 2015): adulti, bambini e non ancora nati. Curioso, ma per alcuni aspetti sconfortante, è il rapporto di Save the Children Atlante dell’infanzia (a rischio) (2012), il quale assume che un neonato già al momento della nascita si ritrova con un debito pubblico di 3,5 milioni di euro caricati sulle spalle. Un numero che è il più alto d’Europa.

 

4.1 Analisi dello storytelling del debito pubblico in Italia

Ritornando al tema della retorica pubblica e del governo delle emozioni, interessante è l’analisi scientifica condotta dalla scrivente con Adriano Zamperini dell’Università di Padova. Lo studio ha esaminato il senso pubblico della crisi in Italia attraverso l'analisi dei maggiori media mainstream[3] e validato l’ipotesi di partenza dell’uso di emozioni correlate alla crisi economica, come controllo e obbedienza delle masse (cfr. Zamperini, Menegatto, 2015). L’analisi ha riguardato un campione di n. 922 articoli selezionati fra i maggiori quotidiani italiani, Il Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa, negli anni 2011, 2012 e 2013[4]. Ciò che si impone come dato di ricerca è l’uso sistematico di cornici metaforiche della crisi economica e la manipolazione di emozioni collettive. Vediamo alcuni risultati emersi a mo’ di esemplificazione.

Crisi economica come catastrofe naturale
    La prima è una metafora di catastrofe naturale. La crisi economica viene comunicata alla stregua di un disastro naturale enorme che ha colpito in modo particolare l’Italia, come ben esprimono le seguenti citazioni estratte: ‘l'epicentro del terremoto’, ‘la tempesta perfetta’, ‘uno tsunami’, ‘l'immagine di un fiume che improvvisamente inizia a scorrere nella direzione opposta: è inquietante’. Inoltre, i media hanno riportato l’evento metaforico assegnandogli una vasta gamma di termini di gravità: ‘una situazione molto pericolosa’, ‘certamente è una situazione molto difficile’, ‘la gravità dell'emergenza’, ‘una crisi terribile’, ‘un momento difficile’, ‘un abisso’, ‘un momento drammatico’.
    Questa catastrofe non è limitata solo a una particolare area di Italia ma è diffusa in tutto il Paese e coinvolge tutti i cittadini. In questo modo viene comunicata una generalizzazione del disastro per mezzo delle seguenti espressioni: ‘Siamo di fronte a una emergenza nazionale’, ‘il paese è sull'orlo dell'abisso’, ‘il nostro paese soffre di tutti i problemi economici, finanziari e sociali europee’.
    Possiamo notare che il quadro di senso che inizia a delinearsi attraverso questo storytelling della crisi economica si basa fortemente sull’emergenza, causata da un evento catastrofico che ha colpito tutta Italia senza eccezioni e senza precedenti. Questo messaggio è importante in termini di assunzione di responsabilità da parte di tutta la cittadinanza perché socializza il debito pubblico quale debito personale. Inoltre, alcuni studiosi sostengono che ricorrere a una narrazione traumatica della finanza, detta traumatic finance, ha un ruolo centrale nella formazione di cittadini come soggetti finanziari (debitori) traumatizzati dalla paura e dallo shock dell’evento, mentre per i politici sembra tradursi in una presa di distanza da ogni responsabilità e colpa per ciò che è successo (Brasset, Clarke, 2010; Brasset and Vaughan-Williams, 2012).

Crisi economica come malattia
    La seconda metafora che emerge è la descrizione dell'Italia in termini medici. La conseguenza del disastro delineato pocanzi è di aver ridotto il Paese a un ‘paziente gravemente malato’ che ha bisogno di cure, perché in punto di morte: ‘un paziente con un attacco di cuore in terapia intensiva’, ‘un paziente che ha bisogno di cure’, ‘gravemente malato’, ‘un paziente che altrimenti morirà’. Si noti l'uso del linguaggio medico che riflette la rappresentazione sociale della ‘crisi economica come malattia’.
    Questa è una condizione che trasmette l’idea di un problema serio, grave, di un paziente (l’Italia) prossimo alla morte, e che attribuisce ad alcuni membri della comunità (gli esperti) il ‘potere di guarire’. Gli esperti (economisti) sono visti come una nuova forma di “autorità sacrale”, derivante dalla conoscenza tecnica in materia. Nel ruolo di malato, il paziente è essenzialmente un ricevitore passivo di conoscenze specialistiche che il medico-economista usa per diagnosticare e trattare la grave malattia.

Governare con la paura: alto livello di rischio
La narrazione dei mass media punta inoltre sulla nozione di “rischio”: la crisi è un fenomeno negativo che può portare a conseguenze ancora più negative. Ne sono un esempio i seguenti estratti di testo: ‘l'Italia rischia di macchiarsi con la responsabilità di rendere l'economia europea negativo’, ‘il rischio di deragliamento’, ‘si rischia il futuro del Paese’, ‘il rischio contagio della Grecia’, ‘rischio di default’, ‘rischio di conflitti sociali’.
    Se non verranno messe in campo le manovre richieste, il rischio maggiore è che la cittadinanza perda lo stato sociale, il benessere, la ricchezza o il risparmio, e i luoghi di lavoro per i giovani. Questo tipo di perdita porterà alla povertà e a forme di esclusione sociale, fino alla morte della Nazione[5], come evidenziano i seguenti esempi: ‘il rischio di perdere il benessere, a cui siamo stati comodamente abituati’, ‘il benessere accumulato da generazioni è a rischio’, ‘tre italiani su dieci rischio di povertà’, ‘la povertà e l'esclusione sociale dei rischi’, ‘il rischio di disoccupazione giovanile’, ‘il rischio di morire a causa di austerità’, ‘abbiamo messo a rischio la ricchezza conquistata’, ‘risparmi degli italiani sono a rischio’.
    Ancora una volta lo storytelling della crisi mette in campo il carattere collettivo di un richiamo responsabilizzante esteso a tutta la popolazione.

 

4.1.1 La sfera del debito

All’interno di questo scenario, al fine di persuadere, controllare e obbligare i cittadini al rimborso del debito pubblico, centrale è la produzione soggettiva della crisi, ossia il tentativo di costruire l’immagine di uomo indebitato (Lazzarato, 2013), una particolare forma di homo oeconomicus. In questa prospettiva, il debito è considerato una mnemotecnica che contribuisce alla costruzione di una ‘cattiva coscienza’ e di un senso di colpevolezza, condizioni soggettive necessarie per poter mantenere la promessa collettiva del rimborso che i debiti contratti dallo Stato implicitamente contengono (Lazzarato, 2013). Così, lo Stato, i governi tecnici e i mass media devono fare grandi sforzi per colpevolizzare le popolazioni europee di un debito che non hanno mai contratto e di errori che non hanno mai commesso. La ‘memoria del debito’, l’architrave su cui poggiamo i governi tecnici, si nutre di leggi, testi e parole che circolano continuamente nella comunicazione sociale, cercando di porsi come rappresentazione egemone della crisi. In tale frangente, non è certo esagerato parlare di ‘violenza discorsiva o simbolica’.
    Come sostiene Maurizio Lazzarato (2013), l’imposta è centrale dal punto di vista soggettivo perché si basa sull’espiazione della colpa rappresentata dal debito. E quando il debito è pubblico, la colpa non viene espiata individualmente ma collettivamente, attraverso l’imposta che agisce come vettore in grado di trasformare ogni essere umano in cittadino indebitato. Il sacrificio diventa allora la rappresentazione sociale privilegiata con cui si persuade la collettiva a pagare l’imposta, sotto forma di elargizione diretta o rinuncia a diritti, come lo smantellamento del welfare o la precarizzazione del lavoro.
    Utilizzando il costrutto di ‘debito’ per descrivere la crisi economica, i media hanno creano uno storytelling che sottolinea, analogamente alla metafora della crisi economica come ‘evento catastrofico’, la caratteristica collettiva, generalizzandolo quale debito ‘italiano’, ‘nostro’, ‘pubblico’, ‘sovrano’.
    Oltre al valore collettivo, al debito viene ascritto anche una misura di gravità. Per esempio, nei testi analizzati emerge ‘un debito pesante pubblico’, ‘il debito pubblico degli italiani è molto grande’, ‘insostenibile combinazione tra un enorme debito e crescita negativa’, ‘la montagna del debito pubblico’, ‘peso abnorme del debito pubblico’, ‘maxi debito italiano’.
    Qui è interessante notare che vi è una particolare drammatizzazione del debito che oscura la reale situazione italiana in materia di risparmio privato.

Uso politico della colpa e colpa collettiva
    L’uso politico della colpa per governare l’uomo indebitato necessità di una messa a fuoco della colpa come senso soggettivo di inadeguatezza. La letteratura psicologica sulla colpa (Taylor, 1985) sottolinea come lo stato emotivo della colpa si origina quando l’individuo giudica sbagliato e inadeguato il proprio comportamento. Il senso di colpa è solitamente ricondotto all’assunzione di aver arrecato un danno a qualcuno e/o di aver trasgredito a qualche imperativo normativo e morale. Una componente fondante il senso di colpa è la valutazione negativa dell’azione commessa da parte del colpevole. Una seconda componente è quella dell’ assunzione della responsabilità (Zamperini, 1998) e la terza la condivisione delle norme e dei valori rispetto ai quali ci si sente colpevoli, tale da intaccare negativamente l’autoimmagine morale del singolo (Miceli, Castelfranchi, 1995). Al sentimento di colpa si accompagna un’azione correttiva quale riparazione della mancanza commessa. Qualora non si intraveda alcuna possibilità di riparazione, il senso di colpa può trasformarsi in un altro sentimento di inadeguatezza: la vergogna. In definitiva, l’uomo indebitato è un cittadino che si sente in colpa per aver sbagliato, gli viene chiesto di assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto o non fatto, all’interno di una cornice morale che obbliga tutti i cittadini a farsi carico del debito collettivo attraverso l’imposta (pagamento di tasse e rinuncia a servizi). Sulla base di questa diagnosi sociale dell’uomo indebitato, i mass media si sono dimostrati strumenti necessari per far sentire in colpa i cittadini.
    Attraverso il discorso dei media, la causa del debito viene imputata al popolo italiano: ‘la colpa è degli italiani, che in passato non hanno dato abbastanza peso alla situazione’, ‘lo Stato crollerà ed è colpa nostra’, ‘noi italiani per un troppo tempo abbiamo speso più di quello che potevamo permetterci’, ‘la società è colpevole’.
    È significativo notare che una simile linea argomentativa adotta la colpa degli italiani come la causa dell'‘evento catastrofico’, sottolineando la componente primaria del senso di colpa nella valutazione negativa dell'azione commessa da parte del trasgressore, ma senza mai specificare che tipo di errori abbiano commesso, come o quando siano stati commessi.

Il senso collettivo della responsabilità
    Attraverso i dati emersi dalla ricerca empirica, nel discorso dei media la parola ‘responsabilità’ si dipana trasversalmente, investendo la nazione e le comunità, rivolgendosi sia ai singoli che alle loro famiglie. Ecco alcuni esempi: ‘Tutti sono chiamati ad assumere le loro responsabilità’, ‘responsabilità nazionale’, ‘il presidente Napolitano chiede a tutti il ​​massimo sforzo di responsabilità’, ‘non dobbiamo dimenticare la nostro responsabilità’, ‘abbiamo un senso di responsabilità che possa salvare il paese’, ‘responsabilità collettiva per rispondere all'emergenza’.

Sacrificio come misura fiscale, longitudinale e trasversale
    L'attribuzione di colpa per quanto riguarda la crisi economica e la crisi del debito sovrano è chiaramente rivolta a tutti i cittadini italiani, di conseguenza essi sono chiamati a prendersi le proprie responsabilità. In questo contesto, il ‘sacrificio’ è la rappresentazione sociale privilegiata attraverso cui la collettività viene convinta a pagare il prezzo, sotto forma di un pagamento diretto (imposta) o rinuncia ai diritti. E tutto questo diventa parte di uno storytelling morale. I risultati che emergono dall’analisi mostrano che il ‘sacrificio’ è una manovra fiscale che colpisce tutte le fasce della popolazione, si dipana trasversalmente in settori occupazionali, tocca la diversa composizione sociale. Così possiamo schematizzare la genealogia del sacrificio:

  • una manovra fiscale: ‘la misura dei sacrifici è stata approvata’, ‘i sacrifici imposti da questa manovra’, ‘è una manovra importante in termini di sacrifici’, ‘la politica dei sacrifici promossa dal Governo’;
  • una chiamata collettiva: ‘un immenso sacrificio è quello che il governo chiede al Paese di fare’;
  • è un sacrificio degli italiani, gran parte della popolazione è chiamata a fare un sacrificio: ‘la pluralità di sacrifici che chiediamo agli italiani’, ‘quello che chiediamo degli italiani è grande sacrificio’;
  • è un sacrificio di cittadinanza: ‘il governo chiede sacrifici di tutti i cittadini", ‘in un momento di crisi in cui i cittadini sono invitati a enormi sacrifici’;
  • è un sacrificio dei pensionati: ‘in qualche modo i pensionati hanno il merito di aver fatto sacrifici necessari per aiutare i conti pubblici’;
  • è un sacrificio di medici e ammalati: ‘medici e pazienti sono pronti ad affrontare i sacrifici che sono stati richiesti’;
  • è un sacrificio dei lavoratori: ‘tutto il peso dei sacrifici della crisi sui lavoratori e le classi inferiori’;
  • è un sacrificio delle famiglie: ‘per il 22% delle famiglie italiane, sarà un autunno difficile, di tanti sacrifici’;
  • è un sacrificio generazionale: ‘il sostegno alla politica del sacrificio non è popolare, ma si deve fare per il futuro dei nostri figli".

A fronte dei dati emersi dalla ricerca, e che hanno interessato un triennio di storytelling mediatica, non stupisce che l’insicurezza sia diventata un tratto caratterizzante di gran parte della popolazione, gettata in una situazione di incertezza generalizzata e strutturale, a fronte di prospettive politiche e occupazionali che descrivono sempre più uno stato di crisi che si imposto come modello di governo a ‘onda lunga’ e persistente.

 

5. I ‘costi umani’ della crisi economica e dell’austerità. ‘Sintomi’ e conseguenze psicosociali dell’uomo indebitato

Colpire il lavoro oggi vuol dire colpire la persona nella sua complessità di essere umano. E per molti aspetti colpire le sue emozioni. Infatti, il lavoro è quell’attività che permette a un individuo di procurarsi un reddito per far fronte alle diverse esigenze della sopravvivenza, del proprio stile di vita, per prendersi cura di sé e della famiglia. A livello economico la precarietà o la perdita del lavoro procura un danno a livello finanziario, la capacità di acquisto si riduce mettendo a rischio l’approvvigionamento di beni primari come la casa, il cibo, ecc. A livello sociale il lavoro permette di costruire un’identità sociale e professionale sostenibile, di instaurare legami sociali significativi, sia con i colleghi che con l’organizzazione, dotando l’individuo di quel senso di appartenenza che, una volta perduto o percepito instabile, da il là a sentimenti di solitudine e abbandono.
    Perdere lo status sociale guadagnato attraverso il lavoro può far sentire la persona un perdente o un fallito, con conseguenti sentimenti di vergogna, inutilità, inferiorità, apatia, fino a inscrivere l’individuo in un percorso di stigmatizzazione, con rischio di esclusione sociale (Scambler, 2004; Zamperini 2010). Inoltre, la perdita del lavoro e l’insicurezza occupazionale dovuta alla precarizzazione del lavoro, incidono negativamente sul benessere e sulla salute (WHO, 2011), colpendo la sfera individuale con la comparsa di depressione, ansia, elevati livelli di stress e distress, fino alla comparsa di malattie psicosomatiche (Paul, Moser, 2009), per giungere al suicidio (Blakely et al. 2003; Van Hal, 2015). Perdita e insicurezza interessano anche la sfera familiare, per i figli che subiscono l’abbassamento del tenore di vita, con privazioni e limitazioni relative alle attività ludiche, culturali, ecc. e per i partner, non sono rari infatti gli episodi di abbandono, separazione e violenza domestica. Riepilogando questi sono alcuni dei ‘sintomi’ del disagio da ‘crisi economica e austerità’[6]:

1. Sfera Individuale
Ansia, depressione
Paura, panico, angoscia, preoccupazione per il futuro
Tristezza, sentimenti di solitudine
Apatia o noia

2. Sfera sociale
Isolamento sociale
Perdita di autoefficacia
Decadimento culturale
Perdita di identità
Pensieri suicidari o eversivi
Pensieri ruminativi estremi
Suicidio o morte

3. Sfera strumentale
Perdita della casa
Rimanere senza lavoro
Mantenere il lavoro a seguito licenziamenti di massa
Povertà
Incapacità di procurarsi il cibo
Incarcerazioni, processi in corso, pendenze esattoriali per debiti accumulati
Incapacità di restituire il debito

Uno dei costi umani più dolorosi di questa crisi economica sono i suicidi di chi, oppresso dai debiti, sul baratro del fallimento o perché perde un’occupazione, decide di togliersi la vita. Secondo dati recenti, si registra una crescita del fenomeno suicidario correlato alla crisi economico-occupazionale. Nel 2014 si registra il numero più alto, con 201 persone che si sono tolte la vita per motivi economici rispetto al 2013 (149 suicidi) e al 2012 (89 suicidi) (Link Campus University, 2015). Il 45% sono imprenditori mentre il 42% sono disoccupati. Il triste primato è confermato dal Nordest con il 25,3% del totale dei suicidi, con in testa la Regione Veneto. La disperazione colpisce comunque Nord e Sud, perché a seguire del Veneto c’è la Campania con l’11,6% di suicidi.
    La crisi non risparmia nemmeno coloro che hanno conservato un posto di lavoro. Infatti, le conseguenze si estendono, per esempio, agli scampati ai licenziamenti; si parla anche di sindrome del sopravvissuto, caratterizzata da un contratto psicologico violato in cui si spezza il rapporto tra lavoratore e organizzazione. Costoro presentano stati psicologici negativi che, a loro volta, andranno a incidere sui comportamenti organizzativi e sulla qualità dei loro legami professionali, familiari e sociali (Brockner, 1988). Il disagio derivante dalla crisi economica implica un alto coinvolgimento emotivo per la persona. Nello stesso tempo, la “domanda emotiva” del sistema organizzativo e produttivo in crisi chiede alla stessa persona di mantenere alti gli standard di performance ed efficienza per far fronte alle difficoltà economiche. Una situazione individuale particolarmente gravosa che ruota intorno al problema della perdita: del lavoro, dello status sociale, della stima di sé. Il senso di vergogna e la paura di non farcela inducono spesso chi cerca lavoro, il dipendente, l’imprenditore a mascherare le proprie emozioni per mostrare una facciata emotiva più consona al ruolo sociale e professionale ricoperto. Un profilo emozionale che caratterizza anche quei professionisti che svolgono il ruolo di helper al servizio delle vittime della crisi. Nella letteratura scientifica (Hochschild, 1979), con il termine Emotional Labour o ‘lavoro emozionale’ si indicano gli sforzi dell’individuo volti a modificare, qualitativamente o quantitativamente, un’ emozione e renderla conforme alle norme emozionali. Le conseguenze sul benessere della persona dipendono dalla discrepanza tra ciò che si sente e ciò che viene richiesto di sentire (dissonanza emozionale) da parte del contesto organizzativo o sociale; una condizione psicologica che nel tempo può portare a un senso di estraniazione da sé, innescare uno stress job e giungere fino al burnout. Vari studi hanno dimostrato che i lavoratori, di diverse mansioni, regolarmente chiamati a esprimere emozioni in conflitto con il proprio sentire hanno più probabilità di altri di sperimentare l’esaurimento emozionale, che costituisce una dimensione costitutiva del burnout (Wharton, 2009).
    Naturalmente non sono ‘sintomi’ generalizzabili, anzi richiedono una puntuale contestualizzazione caso per caso. Infatti, è importante verificare e comprendere cosa vuol dire per la persona perdere il lavoro, o di converso, anche sopravvivere ai licenziamenti di massa, o dover accettare forme contrattuali mortificanti, precarie, senza tutele. Un reddito ridotto non è sempre e automaticamente un indicatore di sofferenza. Ecco perché è importante che le scienze psicosociali individuino gli indicatori primari di sofferenza connessa alla crisi economica.

 

6. Conclusioni

L’‘economia dello scarico civico’ ha dunque prodotto un cambiamento rilevante in seno alla nostra società. La razionalità del neoliberismo ha imposto l’homo oeconomicus: un essere umano calcolatore, orientato a massimizzare il profitto. L’uomo indebitato, una sua forma particolare, aggiunge al calcolo del vantaggio personale il peso perenne del dover restituire un debito non causato per sua colpa ed ereditato alla nascita.
    Durante la crisi economica pacchetti di austerità sono stati applicati con vigore eccezionale grazie a uno stato di eccezione in cui è stato proclamato uno stato d’allarme dai tempi e dalla portata indefiniti.
    I costi di questa ‘arroganza’ sono stati e continuano ad essere negativi in termini di ‘costi umani’, sotto forma di riduzione del mercato del lavoro, mancanza di posti di lavoro, precarietà, diminuzione della spesa pubblica e del welfare, restrizioni alla sanità e alla scuola. Una forma di violenza strutturale con conseguenze nefaste per la salute e il benessere della cittadinanza. Inoltre, l’‘economia dello scarico civico’ compiuto dalle istituzioni, che contrariamente dovrebbero prendersi cura della cittadinanza, ha sospinto un gran numero di persone in un ‘altrove’ sospeso, una zona grigia per usare le parole di Primo Levi, un limbo con l’obbligo persistente e prevaricante di continuare ad essere ‘uomini indebitati’.
    Per governare, ogni società sviluppa metodi disciplinari (Foucault, 2008), non solo di tipo repressivo, ma anche a livello di regolamentazione e di organizzazione, e attraverso un modo legittimo cercano di costruire un ambiente che incoraggi e solleciti l'individuo a reagire in un modo piuttosto che in un altro. Pertanto, in tali scenari, la disciplina è il modo giusto di pensare. La retorica è uno degli strumenti (alla stregua di una ‘arma’) privilegiati non solo per incoraggiare gli individui a fare proprio un senso di responsabilità ma anche per imporre un senso di coscienza, ora governata dal senso di colpa per aver preteso troppo, e vivere la vergogna di non essere in grado di riparare a tale colpa originaria se non attraverso un rito sacrificale di riparazione (pagare le tasse e rinunciare a servizi al fine di risolvere il debito pubblico).  
    Tali strategie suggeriscono anche un particolare modello di autoritarismo. Il caso analizzato dei mass media italiani assume le fattezze di una forma di violenza discorsiva o simbolica costruita attraverso la comunicazione sociale. Attraverso tale comunicazione si prevede che il cittadino venga a conoscenza degli errori commessi, avverta un senso di colpa e cominci un lungo percorso di espiazione. Una violenza strutturale e una violenza simbolica sinergicamente alleate per spingere gli individui ad onorare un debito che non potrà mai essere completamente saldato e semmai solamente variamente gestito e modulato. Da ciò, sembra prospettarsi l'inizio di una nuova genealogia di schiavitù moderna: l'uomo indebitato.
    Tuttavia, ciò non significa che gli individui debbano aderire automaticamente a questa credenza. Al contrario, possono sviluppare repertori interpretativi alternativi organizzando gruppi di parlanti per esprimere diverse configurazioni di discorso e opinioni antagoniste rispetto alla comunicazione preponderante.
    Ora, certamente non esiste una soluzione semplice alla crisi economica e, senza voler avere la pretesa di dare una risposta risolutoria, è il tempo però di comprendere che la soluzione ai problemi della crisi non viene tanto dall'austerità, ma da una politica che inizi a vedere la sofferenza incarnata dai propri cittadini. Il che vuol dire mettere al centro l’esistenza umana e affrancarci dal dominio dell’eco-nomico sul vivente, attraverso pratiche di inclusione, di welfare, di giustizia sociale, con la creazione di reti sociali partecipative e solide. Sintetizzando a mo’ di conclusione, potremmo dire che: 1) la crisi economica è diventato un problema europeo, ergo una soluzione deve essere europea scardinando le politiche di austerità; 2) serve una prospettiva nazionale non limitata a manovre sul lavoro, poiché, prendendo a prestito le parole di Chiara Saraceno (2015), da solo non basta a contribuire al benessere di una popolazione; 3) a livello di imprenditoria, per le imprese serve diventare ‘imprese epistemiche’, ossia produttrici non solo di profitto ma anche di una cultura fondata su modelli virtuosi di responsabilità sociale che contribuiscano al benessere dei propri lavoratori estensibile al mesosistema (Olivetti, 2014); 4) a livello di comunità locali, contribuire alla costruzione di ‘legami forti’ tra la cittadinanza, che produca un sistema di protezione sociale atto a rigenerare e compensare un welfare precario.
    Poiché quello che emerge dai risultati in progress di questo studio e dalla voce dei cittadini “scaricati civicamente” è un ‘gravoso senso di solitudine, di stanchezza, la sensazione di non farcela, e di pensieri che ti mangiano dentro’, i paesi migliori in materia di salute mentale e di benessere individuale e collettivo sono quei paesi che, durante la crisi economica, maggiormente hanno saputo alzare e migliorare il proprio sistema di protezione sociale.

 

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Note biografiche sull’autore

Marialuisa Menegatto è psicologa clinica e di comunità, psicoterapeuta e dottoranda di ricerca all’Università di Verona, si occupa di violenza e trauma, vittimologia, esclusione e disagio sociale, conflitti sociali e pratiche di riconciliazione, relazioni interpersonali e interetniche, diritti umani e giustizia sociale. Fra i suoi scritti: Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico, Liguori, 2011 (con A. Zamperini), La società degli indifferenti, Carocci, 2011 (con A. Zamperini), Memoria viva, Florence University Press, 2015 (con A. Zamperini).

 

About the author

Marialuisa Menegatto is a clinical and community psychologist, psychotherapist and PhD candidate at the University of Verona. Her interests in action-research include: violence and trauma, victimology, social exclusion and social discomfort, social conflicts and reconciliation practices, interpersonal and ethnic relationships, human rights and social justice. Her recent books are: Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico, Liguori, 2011 (with A. Zamperini), La società degli indifferenti, Carocci, 2011 (with A. Zamperini), Memoria viva, Florence University Press, 2015 (with A. Zamperini).

 

NOTE


[1] I Chicago Boys sono un gruppo di economisti cileni formatisi presso l’Università di Chicago negli anni ’70. La Scuola di Chicago è una scuola di pensiero economica basata sul neoliberismo. I maggiori esponenti della scuola influenzarono e caratterizzarono le politiche economiche dei governi statunitensi di Ronald Regan e inglese di Margaret Thatcher.

[2] Nome della riforma del diritto del lavoro promossa in Italia e attuata dal Governo Renzi attraverso provvedimenti legislativi varati tra il 2014 e il 2015.

[3] I media riportano sovente i discorsi politici.

[4] Per la descrizione puntuale della ricerca, dell’impianto metodologico e degli strumenti di analisi scientifica, rinviamo il lettore al capitolo di A. Zamperini, M. Menegatto, The Social Construction of “Indebt Man”: Economic Crisis, Discursive Violence and the Role of Mass Media in Italy op.cit.

[5] Al contrario, sono proprio le conseguenze dei pacchetti austerità a determinare tali eventi negativi.

[6] Dati in progress.

Keywords:

a cura di Marialuisa Menegatto

Collana 180. Archivio critico della salute mentale.
Direttore Peppe Dell’Acqua. Edizioni Alpha Beta Merano.
 

DOI: 10.17386/SA2015-001015

RECENSIONE

a cura di Marialuisa Menegatto*

* Dipartmento di Fiolosofia, Pedagogia e Psicologia, Università degli Studi di Verona


Collana 180. Archivio critico della salute mentale. Direttore Peppe Dell’Acqua. Edizioni Alpha Beta Merano.

Potete scegliere a caso un qualsiasi libro tra quelli della Collana 180 e fin dalle prime pagine di ciascuno di essi vi guideranno in quella che è stata l’esperienza della riforma epocale promossa e avviata dallo psichiatra Franco Basaglia.  Storie narrate, eventi descritti, immagini d’ epoca, tutto insieme parte di quel superamento della realtà manicomiale e nelle tante esperienze che a essa ineriscono. Esperienze che trovano il precipitato nella Legge n.180 del 13 maggio 1978 da cui, in modo schietto e conciso, prende nome la collana. Esperienze prima umane che professionali, in un percorso lungo anni, denso di difficoltà ma dalla straordinaria passione e amore che hanno nutrito gli animi di Basaglia e tutti i suoi principali collaboratori dalla moglie Franca Ongaro Basaglia, a Franco Rotelli, lo stesso Peppe Dall’Acqua e molti altri. Per giungere al superamento dei ghettizzanti manicomi e per istituire un’assistenza psichiatrica integrata con il tessuto sociale; più umana nel riconoscere i diritti dei pazienti e della loro qualità di vita, e con un approccio alla cura rinnovata nel suo essere quello che più comunemente viene chiamato disagio mentale.
    Collana 180 è frutto di una scelta coraggiosa, in tempi non facili per l’editoria italiana, ma che proprio per questo sembra ricordarci la difficoltà di tutta l’ esperienza basagliana, e la sfida che porta sempre con sé ogni processo di cambiamento sociale nello smantellamento di rigidi e disumanizzanti paradigmi. Ma ancor più pregevole è l’obiettivo di non voler lasciar cadere l’attenzione attorno alla salute mentale. Specialmente in questo momento storico di smantellamento dei servizi di welfare e della sanità pubblica, per proporre sempre stimoli di riflessione, sia rispetto ai traguardi raggiunti ma anche su nuove problematicità emergenti.
    La collana ha pubblicato fino a oggi 13 titoli, tra cui inediti e riedizioni, in versione ampliata di alcuni testi fondamentali dell’opera basagliana, arricchendo la pubblicistica con appositi e istruttivi DVD,  o con straordinarie narrazioni e racconti di storie di vita vera, come La stanza dei pesci di Flora Tommaso. Meravigliose esperienze collettive di guarigione, nate intorno e dentro situazioni di disagio e di sofferenza psicologica.
    Collana 180 è anche e prima di tutto una collana generosa di umanità che ci dischiude alla realtà della psichiatria intesa qui come riconoscimento e restituzione dell’umanità dell’altro, nelle sue ferite, emozioni e bisogni, come del resto lo stesso Basaglia guardava alla malattia mentale; un altro non generalizzato bensì soggettivato, sempre alla ricerca di un modello di intervento e sviluppo delle cure psichiatriche che incorpori le esigenze e le attese contemporanee su quando conquistato a fatica nel passato. Leggere oggi i libri della Collana 180 è come essere trasportati all’interno di un servizio psichiatrico di un ospedale, tra gli operatori, i degenti e i familiari. È entrare e ripercorrere con dovizia di particolari luoghi della memoria basagliani come il manicomio di Gorizia o di Trieste. È stare accanto agli internati e sentirne la loro sofferenza, l’agonia della contenzione, ma anche partecipare alle prime grandi metamorfosi della psichiatria testimoniate poi dalla Legge 180. È stare nelle équipe di lavoro, sentire l’impotenza degli operatori, la loro rabbia, la loro angoscia ma anche quella tenacia che li spingeva a non arrendersi mai. È affondare lo sguardo dentro una fetta di umanità ancora violata, come sostenuto dal direttore della collana, Peppe Dall’Acqua, in occasione della visita all’Expo con Marco Cavallo, simbolo dell’opera di liberalizzazione avvenuto in psichiatria:
    «Nitrire vuol dire gridare, dire la verità, dire quello che talvolta non ci piace riconoscere. E Marco Cavallo è da sempre impegnato a nitrire riguardo quelle che sono le impossibilità delle persone fragili, delle persone con disagio. E sicuramente è qui all'Expo per dire che in Italia come nel mondo sono troppi, troppi, gli uomini, le donne, i bambini che sono ancora legati ai letti di contenzione. Ecco queste parole vorremmo che risuonassero, Marco Cavallo si batte per questo».
    Tra i libri recenti troviamo: Dopo venuti a Trieste. Storie di esuli giuliano-dalmati attraverso un manicomio di confine 1945-1970 di Gloria Nemec,   L’istituzione inventata. Almanacco Trieste 1971-2010 a cura di Franco Rotelli, Il nodo della contenzione. Diritto, psichiatria e dignità della persona a cura di Stefano Rossi, …e tu slegalo subito di Giovanna Del Giudice. Volumi non solo per gli addetti ai lavori ma accessibili a chiunque voglia grattare sotto ogni testo, ogni pagina, ogni narrazione per capire la questione umana del disagio mentale. Parole che arrivano dritte fino all’anima, come scrive Giovanna Del Giudice in merito alla contenzione e che ringrazio per avermi fatto da guida magistrale durante una mia visita a San Giovanni a Trieste:
    «Una persona legata è offesa nella dignità, negata nella soggettività e nel diritto. Inerme, abbandonata e privata di qualsiasi difesa, perde la possibilità di contrattazione, di resistenza. Violata e mortificata, è ridotta a corpo domato». 


Care lettrici e cari lettori,

questo terzo numero della rivista Il seme e l’albero chiude praticamente il primo volume dell’anno 2015. Anno che ha coinciso con il passaggio della pubblicazione della rivista da cartaceo a online dopo un periodo di assenza. Inevitabile allora per noi direttori tracciare un breve consuntivo. Sul piano della comunicazione e tra tutti coloro interessati ai contenuti della rivista, spicca il nuovo sito web con l’iscrizione che rende accessibile gratuitamente al navigatore tutti gli articoli e la possibilità di ricevere via mail gli aggiornamenti. Il nostro desiderio di renderlo una piazza di incontri si è avverato. A dirlo sono anche le incoraggianti statistiche numeriche di accesso al sito, segnalando lettori sin da oltre Oceano: dal lontano Canada. Dando spazio così non solo a chi è lontano, accorciando le distanze fisiche, a chi è già è sensibile e interessato ai nostri temi, ma anche per coloro i quali si avvicinano per la prima volta ad una piattaforma interdisciplinare, e vi trova al suo interno contenuti provenienti da diversi ambiti disciplinari, se pur complementari. Necessità quanto mai stringente oggi per leggere, interpretare, affrontare, attraverso differenti competenze la complessità odierna. Continua..

DOI: 10.17386/SA2015-001016

EDITORIALE

Marialuisa Menegatto*, Adriano Zamperini**

*Dipartimento di Scienze Umane, Università di Verona
**Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, Università di Padova


Care lettrici e cari lettori,

questo terzo numero della rivista Il seme e l’albero chiude praticamente il primo volume dell’anno 2015. Anno che ha coinciso con il passaggio della pubblicazione della rivista da cartaceo a online dopo un periodo di assenza. Inevitabile allora per noi direttori tracciare un breve consuntivo.

Sul piano della comunicazione e tra tutti coloro interessati ai contenuti della rivista, spicca il nuovo sito web con l’iscrizione che rende accessibile gratuitamente al navigatore tutti gli articoli e la possibilità di ricevere via mail gli aggiornamenti. Il nostro desiderio di renderlo una piazza di incontri si è avverato. A dirlo sono anche le incoraggianti statistiche numeriche di accesso al sito, segnalando lettori sin da oltre Oceano: dal lontano Canada. Dando spazio così non solo a chi è lontano, accorciando le distanze fisiche, a chi è già è sensibile e interessato ai nostri temi, ma anche per coloro i quali si avvicinano per la prima volta ad una piattaforma interdisciplinare, e vi trova al suo interno contenuti provenienti da diversi ambiti disciplinari, se pur complementari. Necessità quanto mai stringente oggi per leggere, interpretare, affrontare, attraverso differenti competenze la complessità odierna. Ci sentiamo quindi di affermare che l’obiettivo proposto circa la diffusione della conoscenza, la circolazione ampia delle idee, con riduzione del Cultural Divide, in questo primo anno lo abbiamo raggiunto con successo.

Ma il 2015, purtroppo, è stato un anno particolarmente scandito da violenze estreme. E una riflessione su questo tema si è resa quanto mai fondamentale e inderogabile. A farlo ci ha pensato Sergio Manghi. Il suo contributo gira attorno all’analisi di tre figure ‘violente’ del nostro tempo: Amedy Coulibaly, legato ai fratelli Kouachi, responsabili della strage di Charlie Hebdo, ne chiede la liberazione barricandosi in un supermercato Kosher con alcuni ostaggi; Luigi Preiti, colpevole nell’aprile 2013 di aver sparato davanti a Palazzo Chigi colpendo in modo grave alcuni carabinieri tra cui Giuseppe Giangrande; e infine Travis Bickle, un reduce del Vietnam che intende colpire a morte il senatore di New York Charles Palantine.

Con Alessandro Maculan, giovane Dottore in Scienze Sociali, l’attenzione si focalizza all’interno del carcere. Luogo ove la violenza dovrebbe trovare una rispota educativa. Il ricercatore analizza in dettaglio la narrativa prodotta dalla polizia penitenziaria per descrivere i detenuti. Quello che emerge è la figura del detenuto disumanizzata e stigmatizzata.

L’argomento dei migranti, altro tema assai dibattuto nel contesto della politica europea, e che impatta a valle con le migliaia di morti per naufragio e per i respingimenti alle frontiere via terra, entra nel nostro dialogo grazie al contributo di Valentina Schiavinato membro del Centro Interdipartimentale di Ricerca per gli Studi Interculturali e sulle Migrazioni presso l’Università di Padova. Una realtà nata investendo fin dalla sua fondazione sull’impegno, tra studio e di azione, nell’ambito della mediazione interculturale.

Per la sezione Interventi di comunità, Francesca Safina presenta un percorso di formazione empowering pensato per badanti e caregiver attorno al tema della cura. Un percorso ormai consolidato sul territorio fiorentino che da 4 anni mette assieme associazioni, enti, istituzioni in una rete capace di offrire risposte concrete di sostegno strutturale e psicologico.

Chiude la rassegna dei contributi il saggio di Melania Pavan sul progetto Awakening-Xianun Pix: un movimento collettivo di fotografi che usa grandi foto affisse in vari punti delle città per sensibilizzare la comunità sul alcuni temi di rilevanza sociale.

La sezione Recensioni conclude il numero.

Come sempre vi auguriamo una buona lettura! E un grazie di cuore a chi è venuto a conoscerci (seppur virtualmente) iscrivendosi e visitando il sito della rivista!

I direttori: Marialuisa Menegatto e Adriano Zamperini. 


Marialuisa Menegatto

Resistenze. Pratiche e margini del conflitto quotidiano.
Pietro Saitta (2015). Resistenze. Pratiche e margini del conflitto quotidiano. Verona: Ombre Corte, 120 pp. ISBN 9788869480133 euro 10,00

DOI: 10.17386/SA2015-001022

RECENSIONE

Marialuisa Menegatto*

* Dipartimento di Scienze Umane, Università degli Studi di


Pietro Saitta (2015). Resistenze. Pratiche e margini del conflitto quotidiano. Verona: Ombre Corte, 120 pp. ISBN 9788869480133 euro 10,00

Sappiamo bene che i rapporti di dominio sono anche rapporti di resistenza, poiché chi si issa sopra un pie-distallo non può mantenere la sua posizione privilegiata da solo. L’azione del dominante crea inevitabilmente attrito nel momento in cui incontra (e si scontra con) il dominato. E il dominante dovrà fare ampio ricorso a un cerimoniale pubblico e a uno storytelling egemone per mantenere la posizione raggiunta. Darà così vita a una messa in scena del proprio potere su un palcoscenico sociale dove i dominati possono al massimo aspirare al ruolo di comparse, chiamate a rappresentare un copione compiacente e senza presa di parola.
    Il libro di Pietro Saitta, ricercatore di sociologia presso l’Università di Messina, affronta il tema delle resistenze (rigorosamente al plurale, poiché molteplici sono le forme assunte dall’opposizione al potere nella quotidianità) sottolineando il loro porsi come “contro-discorsi praticati” in contesti carichi di ambivalenza. Infatti, l’autore rimarca come nel campo della quotidianità il ruolo del più debole non è statico bensì dinamico, dove l’oppresso può essere a sua volta oppressore, innescando così una spirale ricorsiva di posizionamenti che rendono scivoloso il riconoscimento ora dell’una ora dell’altra rivendicazione.
    Restituendo dignità alle tante tattiche (legali e illegali) con cui i subordinati si oppongono (apertamente e nascostamente), l’autore si inoltra nel percorso delle dinamiche emotive nel determinare resistenze all’ordine costituito. Il ruolo delle emozioni nelle esperienze di resistenza appare ancora più rilevante alla luce della lunga storia di addomesticamento del sentire individuale per asservirlo agli assetti dominanti. Basti qui richiamare il progetto culturale di controllare la rabbia all’ interno di una società trasformata dalla rivoluzione industriale e scossa dai tumultuosi movimenti di massa di fine Ottocento e d’inizio Novecento. Per esempio, a fronte delle crescenti preoccupazioni per le agitazioni sindacali e per un movimento dei lavoratori sempre più organizzato e rivendicativo, esperti di risorse umane, provenienti dai ranghi degli psicologi del lavoro, furono chiamati a elaborare metodi per convincere i dipendenti che la rabbia era sbagliata, che le rimostranze in azienda e in fabbrica andavano evitate e possibilmente trattate in modo pacato. La rabbia, emozione marcatamente morale, segnala la soggettiva indignazione e mobilitazione verso situazioni percepite alla stregua di ingiustizie sociali, e come tale diventa il momento genetico di cambiamenti imprevisti e imprevedibili. Lungi dal pensare alla rabbia e ad altre emozioni che fanno alzare la testa dal suolo ai subalterni come sinonimo di infantilismo, segno d’insicurezza e basso autocontrollo, siamo invitati a soffermarci sulle variegate sfumature del sentire umano come epifania identitaria che immette nell’esistente una nuova idea di mondo.
    Emozioni che, grazie a un peculiare lavoro emozionale, possono anche trasformarsi in tattiche espressive per far fronte a una palese disparità di forze, ri-allineandosi all’ordine appena infranto oppure per assoggettarsi consapevolmente all’autorità, al fine di ottenere un qualche beneficio (pensiamo alle condizioni dei giovani migranti nei confronti della polizia del Paese ospitante).
    Al lettore viene quindi offerto e chiesto un approccio situazionista, capace di abbracciare i significati generati dagli attori sul campo. Le emozioni non sono infatti qualcosa di privato ma sono sempre e contemporaneamente una questione pubblica. Solo in tal modo è possibile comprendere le esperienze di resistenza e ribellione poste sul crinale della legalità e dell’illegalità.
    L’autore continua il suo percorso di ricerca conducendoci nel mondo delle economie informali, là dove forse diventa più evidente la summenzionata ambivalenza delle resistenze. Infatti, se in molti casi siamo in presenza di tattiche di sopravvivenza, d’altro canto possono prendere la forma di arricchimento. E anche qui ritorna il tema della concatenazione delle posizioni, come nell’esempio dei sub-appalti: qui i “padroncini” sono spesso sfruttatori dei loro subordinati ma sono essi stessi schiacciati da altri attori sociali (appaltatori, banche, eccetera).
    Il libro termina con una disamina sullo spazio pubblico come campo di battaglia e pratiche di resistenza. Architettura e pianificazione urbana sono viste alla stregua di armi capaci di costringere lo spazio dentro vincolanti e vincolate traiettorie identitarie che tengono al guinzaglio le esistenze umane che vi dimorano.
    Non potendo qui sviluppare compiutamente i temi trattati nel volume, per rendere evidente al lettore, con una pennellata finale, il posizionamento dell’autore rispetto ai tanti fenomeni di resistenza analizzati, non c’è di meglio che richiamare le proprie parole, quando afferma che il suo libro è un tributo agli “eroi” del presente: “i resistenti visibili e invisibili che, per così dire, rendono più complicata la vita a questo ordine e alle disuguaglianze di cui è amplificatore”.