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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Luigi Ciotti

Gruppo Abele; Libera

Articoli di Luigi Ciotti:

Riassunto: Con questo contributo don Ciotti sottolinea la necessità di affrontare le difficoltà odierne senza cedere alla rassegnazione o alla sterile indignazione, ma attraverso un impegno condiviso verso il cambiamento, all’insegna dell’incontro con l’altro. Individua tre elementi fondamentali a questo scopo: la conoscenza, la responsabilità e la giustizia. Giustizia intesa come realizzazione effettiva di eguaglianza e quindi giustizia sociale, che garantisca libertà e dignità umana. Non c’è abbastanza giustizia sociale nel nostro paese, mentre dilaga la povertà, per cui è necessario fare pressione sulle istituzioni perché investano maggiori risorse nello stato sociale.  

DOI: 10.1400/248402

 

GIUSTIZIA SOCIALE E RISVEGLIO DELLE COSCIENZE

 

Don Luigi Ciotti*

*Gruppo Abele e Libera

 

Riassunto: Con questo contributo don Ciotti sottolinea la necessità di affrontare le difficoltà odierne senza cedere alla rassegnazione o alla sterile indignazione, ma attraverso un impegno condiviso verso il cambiamento, all’insegna dell’incontro con l’altro. Individua tre elementi fondamentali a questo scopo: la conoscenza, la responsabilità e la giustizia. Giustizia intesa come realizzazione effettiva di eguaglianza e quindi giustizia sociale, che garantisca libertà e dignità umana. Non c’è abbastanza giustizia sociale nel nostro paese, mentre dilaga la povertà, per cui è necessario fare pressione sulle istituzioni perché investano maggiori risorse nello stato sociale.

 

Parole chiave: conoscenza, responsabilità, giustizia, dignità umana, stato sociale.

 

Abstract: Social justice and awakening of conscience. In this speech the author highlights the urgency to face difficulties with a common intention of change. To achieve this goal he identifies three fundamental instruments: knowledge, responsibility and justice. Justice, which means realization of effective equality - in other words social justice, guaranties freedom and human dignity. There isn’t enough social justice in Italy, while poverty increases. We have therefore to urge institutions to enhance the national welfare state.

 

Key words: knowledge, responsibility, justice, human dignity, welfare state.

 

 

 

[1]Io credo che tutti dobbiamo nel nostro impegno, ognuno coi suoi riferimenti, la sua professionalità, col suo vissuto, trovare spazi per pensare. Dobbiamo trovare spazi per confrontarci, per correggerci, per servire insieme e praticare accoglienza, ma anche, soprattutto, per essere capaci di reggere i cambiamenti, le trasformazioni, per essere capaci di servire meglio la storia delle persone.

Io non mi stanco di dire che l’unica laurea che ho è in “Scienze Confuse”, perché è vero, io non ho nessun titolo se non ufficialmente di radiotecnico, preso nella mia giovinezza, e poi mi sono formato per la strada tra i poveri, gli ultimi, che hanno trasformato la mia vita. Quando avevo 19 anni nasce il Gruppo Abele che quest’anno compie 50 anni. Nasce nel 1965 sulla strada, e da questa esperienza sono nate altre cose tra cui, 20 anni fa, Libera. Ma mi sento sempre più piccolo e sento sempre più prepotente dentro di me il bisogno di studiare, di capire, di conoscere, di sconfiggere un peccato gravissimo, il peccato del Sapere, cioè la mancanza di profondità. Oggi in tanti contesti ci sono troppi “saperi” di seconda mano e per sentito dire. Manca la profondità. Abbiamo bisogno di confrontarci sempre e dobbiamo imparare a leggere questa realtà in continua trasformazione.

Sono convinto che solo unendo le forze degli onesti, nel nostro paese oggi più che mai, la richiesta di cambiamento che tutti desideriamo potrà diventare forza di cambiamento. È il noi che vince. Solo unendo le forze degli onesti questa richiesta diventa forza di cambiamento: il Noi.

Siamo tutti chiamati a confrontare questa difficile situazione presente con le speranze, anche se non mancano le positività. La speranza che non ci prenda lo sconforto, che non siamo travolti dal pessimismo, che nessuno fugga dal presente. Non dobbiamo cedere alla rassegnazione, ma nemmeno indugiare nell’indignazione. E’ diventata una moda nel nostro paese: “Sai, sono indignato”. E datti una mossa, datti da fare! L’indignazione chiede di impegnarci per dare dignità, a partire dalla democrazia, i servizi, la scuola, il lavoro. Allora confrontiamola, questa situazione difficile, col presente, con la voglia di un cambiamento. Noi siamo chiamati ad abitare questo presente. Dobbiamo abitarlo insieme, ognuno coi suoi ruoli, responsabilità, professionalità, ognuno con le sue fatiche, le sue speranze. Per occuparci, insieme, del bene comune. Dobbiamo imparare la capacità di riconoscere il bene che c’è attorno a noi per valorizzarlo, promuoverlo. La continuità, la condivisione, la corresponsabilità devono essere i nostri compagni di viaggio. C’è grande bisogno di speranza, oggi più che mai, e noi siamo chiamati, nonostante tutto, ad essere un segno di questa speranza. La speranza incomincia curando tra di noi alleanze, fiducia, stupore, accoglienza reciproca. Perché la prima dimensione di accoglienza è quella tra le nostre realtà, tra i nostri contesti, è nel rispetto di quello che sta facendo l’altra persona, è nello stupore che ci deve sempre raggiungere. Dobbiamo educarci tutti di più all’incontro l’uno con l’altro, a partire dall’incontro con le realtà reciproche. A volte non è semplice, non è facile. E tre elementi fondamentali sono da perseguire.

Il primo grande elemento è la conoscenza. La conoscenza è il primo passo verso la responsabilità ed è la strada maestra del cambiamento. È necessario conoscere per essere più coscienti, più consapevoli; bisogna capire per cambiare.

Il secondo elemento fondamentale da sostenere è certamente la responsabilità. Quella che gli operatori del settore vivono, io so con quante fatiche, speranze e sacrifici. Lo vivo nel mio gruppo da tanti anni, in tante realtà, e so quante volte può prenderti lo sconforto perché ci sono meno strumenti, meno spazi, meno opportunità. Mentre loro bussano, e sono tanti, sempre di più, alle nostre porte. Ecco, interviene la responsabilità. Responsabile è chi risponde. Responsabilità è guardare anche dentro alle nostre responsabilità. Responsabilità di essere più prossimi alle persone, di cercare di essere motori di questo cambiamento. È in questo mondo, con tutte le sue contraddizioni, che noi siamo chiamati a realizzare la nostra vita, a portare il nostro impegno, ad assumerci le nostre responsabilità. Conoscenza e responsabilità sono inseparabili. Tra conoscenza e responsabilità non c’è la congiunzione ma c’è il verbo. Conoscere E’ responsabilità. E responsabilità E’ conoscere. Accanto alla conoscenza un altro elemento che gli operatori nel sociale pagano tutti i giorni con il loro impegno: la consapevolezza. Consapevolezza e responsabilità sono indivisibili.

Il terzo elemento è il grande obiettivo che ci porta ancora a riflettere. E’ la giustizia. Cioè la realizzazione effettiva dell’uguaglianza, dei diritti, delle opportunità, dei doveri per tutte le persone. Giustizia è sinonimo di pace, di dignità umana, di democrazia. Giustizia è sinonimo di libertà. Siamo qui nel nome della libertà, perché la più grande umiliazione della persona umana è la privazione della libertà. E la libertà è un diritto che Dio stesso ha voluto per tutte le persone. Allora il primo compito che ci affida la vita è di impegnare la nostra libertà per liberare le persone che ancora libere non sono. E quanta gente non è libera… dobbiamo rigenerare la libertà. Dobbiamo liberare la libertà nel nostro paese. Penso alla tratta degli essere umani, alle ragazze insultate, a chi è schiacciato dai trafficanti di droga, alle ecomafie, a chi è povero, alle forme di schiavitù rappresentate dal lavoro nero, dalle dipendenze. Penso a chi è senza lavoro, egli non è libero. Penso a chi non ha casa, a chi non riesce ad accedere ai servizi.

Rigenerare la libertà è difficile in un paese dove mafia, estorsione, corruzione la fanno da padroni e ci impoveriscono tutti approfittando del momento di grande crisi economica e finanziaria. Contro la corruzione non c’è una legge completa. Si sono fatti dei passi avanti, dei passi che devono essere riconosciuti, incoraggiati e sostenuti, ma persistono delle fragilità. Non c’è legalità, nonostante tutti la sbandierino in Italia come slogan. La legalità è uno strumento per raggiungere il valore più alto che è la giustizia. Ce l’hanno rubata, ne hanno svuotato il significato più profondo, giacché moltissimi hanno scelto la legalità malleabile e sostenibile. Eppure non c’è legalità senza uguaglianza. E se tutte le persone non sono riconosciute nei loro diritti e nella loro dignità, la legalità può diventare uno strumento di oppressione, di esclusione, di emarginazione. Allora noi siamo chiamati a educarci all’incontro con l’altro cominciando dalle nostre realtà, dai nostri contesti. La speranza e il cambiamento hanno bisogno di ciascuno di noi e di questi tre elementi: la conoscenza, la responsabilità e la giustizia. In merito a questo bisogna avere il coraggio della verità. No all’omertà. In Italia non si conosce la verità di alcuna strage. Il 75% dei familiari delle vittime innocenti di mafia non conosce la verità. Quante verità nascoste! L’omertà uccide la speranza. Ci uccide anche con i silenzi complici. Noi non vogliamo essere complici, noi vogliamo gridare le ingiustizie di oggi, le povertà, le fatiche, le sofferenze delle persone. Facciamolo come un atto d’amore!

C’è, inoltre, un problema di democrazia. Perché da strumento di rappresentanza dev’essere uno strumento di partecipazione. La democrazia si fonda su due grandi doni. La giustizia e la dignità umana. Si tratta di doni impegnativi che toccano la vita di tutti, e la democrazia non potrà mai stare in piedi senza l’impegno e la responsabilità. E torno a ripetere, tutti dobbiamo darci da fare perché dignità e giustizia continuino ad essere i cardini delle relazioni umane. Dobbiamo farlo per la democrazia, che ha bisogno di una “terza gamba” che la sorregga, cioè la responsabilità; quella che chiediamo alla politica, alle istituzioni, ma c’è una quota di responsabilità che dobbiamo chiedere a tutti noi. Abbiamo troppi cittadini a intermittenza.

L’educazione è il primo e più prezioso strumento di una comunità aperta al futuro. Un investimento che trova nella famiglia e nella scuola i suoi vicoli principali. Ma non gli unici. Ogni contesto può e deve essere educativo. Il mio sogno è la città educativa, perché tutti in una città, tutte le realtà, tutte le componenti del territorio, pur in forme diverse, possono portare il proprio contributo alla dimensione educativa. Nell’educare importante e fondamentale è la tutela della nostra Costituzione. E guarda caso la spina dorsale della nostra costituzione si chiama responsabilità: i diritti sanciti. Noi siamo chiamati a riconoscere tutte le persone nei loro diritti e nella loro dignità. Dobbiamo parlare più di dignità umana che di diritti, però. Il concetto di diritto in sé ha già una connotazione difensiva. Diverso è il concetto di dignità, che dovrebbe essere riconosciuta ad ognuno e che è la base dell’eguaglianza e di qualsiasi diritto fondamentale. La dignità è un valore che chiunque possiede in quanto essere umano. Un valore che ci lega gli uni agli altri e ci rende responsabili gli uni degli altri. È il valore che abbiamo, non per ciò che possediamo, ma per ciò che siamo. I diritti sono stati sanciti per affermare questa dignità e libertà umana. Invece ci sono migliaia di persone che libere non sono! Esse non vivono quella forma di dignità. Da qui la nostra voglia di conoscere, la nostra consapevolezza, l’assunzione della nostra responsabilità.

Oggi il confine tra l’inclusione e l’esclusione è sempre più incerto. Oggi i territori sono in movimento: persone, culture, economie, forme di convivenza. Il confine tra l’esclusione e l’inclusione è sempre più fragile, frammentato, fluido. La geografia del disagio sta cambiando. E vi è la necessità di capire come fare prevenzione, sviluppo, promozione oggi. Mi preoccupa, in questo senso, la drammatica “fragilizzazione” dei servizi. La diminuzione delle risorse in ambito pubblico e privato nell’ambito dei servizi alla persona e alla comunità porta a riconsiderare molte prestazioni. Ci sono sempre meno forme attive di inclusione e coesione sociale.

Le fasce della sofferenza sociale sono profondamente cambiate - storie nuove, volti nuovi - e ci impongono una grande riflessione. Abbiamo scoperto con i nostri giovani qualcosa che la mia generazione non conosceva: l’angoscia per il futuro. Non ci sono grandi prospettive a fronte di una crisi durissima, che non produce solidarietà, ma crea conflitti, nutriti anche dalla fatica e dalla disperazione di molte persone. In un momento storico in cui la povertà relativa tocca dieci milioni di persone nel nostro paese e oltre sei milioni la povertà assoluta (un milione e mezzo di bambini vive nella povertà assoluta); in cui l’Italia ha sei milioni e mezzo di analfabeti, con forme di analfabetismo di ritorno, mentre l’Europa continua a richiamarci perché siamo agli ultimi posti nella classifica in merito alla dispersione scolastica. Dunque ha ragione Rodotà quando dice che il corpo sociale oggi è infiammabile. Se non si infiamma è solo grazie all’impegno e alla generosità dei volontari e degli operatori sociali, perché ci si inventa di tutto, ma proprio di tutto. Le disuguaglianze nei diritti minano e la coesione sociale e la democrazia. Dobbiamo lavorare per far si che il disagio sociale si trasformi in richiesta di diritti, o meglio di dignità umana, e che la protesta non sia contro l’altro in difficoltà, ma a favore della giustizia per tutti. Bisogna impegnarsi perché questi tempi difficili diventino opportunità, interrogandoci tutti sui principi che costituiscono la trama del vivere sociale e ne rendono possibile l’evoluzione in senso civile.

La nostra povertà assoluta batte tutti i paesi dell’Unione europea. E anche quella relativa. E’ la stessa percentuale di chi è senza lavoro. Perché tanta povertà? Il problema è lo stato sociale. Non abbiamo mai introdotto quella rete di sicurezza che negli altri paesi soccorre i più deboli. L’Italia e la Grecia non hanno creato quella rete - chiamatelo reddito di inclusione, chiamatelo reddito di dignità - che la Commissione Europea chiede di fare a tutti i paesi membri già da anni. Al giorno d’oggi in Italia manca una misura nazionale contro la povertà, eppure è necessario un piano strategico (non interventi emergenziali che tamponano temporaneamente): incoraggiamo il nostro parlamento perché risponda a quello che l’Europa chiede. Si sono fatte solo piccole e a volte inconcludenti sperimentazioni. Libera ha creato la campagna “miseria Ladra” e in parlamento ci sono delle proposte, diverse ma con lo stesso obiettivo. Per cui chiediamo alla politica di attuare un piano strategico, di attivare delle opportunità di servizio. Purtroppo la politica vede lo stato sociale come una spesa improduttiva, un lusso che non possiamo più permetterci. E di fronte ai drammatici tagli a cui è stato sottoposto negli ultimi anni, pochi hanno protestato e argomentato a difesa di quella rete di garanzie.

Ribadiamo che se cresce lo stato sociale cresce il paese. Quella dimensione comune non è un lusso, ma un bene comune per cui impegnarsi! Proprio la commissione Rodotà nel 2008 diede una bella definizione dei beni comuni: «le cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, nonché al libero sviluppo della persona». Solo se si ha accesso alle risorse garantite dai diritti sociali si può avere l’opportunità di sviluppare le proprie capacità e potenzialità. I diritti sociali abilitano ad esercitare gli altri diritti!

Non basta avere diritti civili e politici, se io non sono messo nella condizione, attraverso i diritti sociali, di esercitare gli altri diritti. Lo stato sociale deve avere più attori per la produzione del benessere. Lo stato deve fare la sua parte, come certamente la famiglia, il mercato, il terzo settore, le associazioni di volontariato, l’imprenditoria, il no profit. Vogliamo far parte di questa squadra! Ma non vogliamo essere i delegati. Ognuno è chiamato a fare la propria parte e deve essere in grado di farlo. Il sistema deve essere garantito per via pubblica, tramite legge, come diritto quindi. Non si deve lasciare lo stato sociale alla discrezionalità di qualcuno! Non si può pensare che avere gli strumenti necessari a garantire i servizi sia legato alla discrezionalità. Ogni tanto si prospettano degli interventi: vogliamo vederli applicati!

Sono stato all’Expo di Milano per presentare il documento “Terra viva” con una signora indiana, [Vandana Shiva]. Un grande manifesto sul bisogno di cibo sulla faccia di questa terra. Lì ancora una volta ho ricordato un dato ufficiale: sono 100 le nazioni in guerra in questo momento, in fuga, seppur in forma diversa. 50 grandi conflitti, 100 paesi che vivono la guerra oggi. I dati ufficiali ci danno un’informazione che ci ferisce, che deve ferirci tutti, in quanto la spesa militare calcolata dagli organismi internazionali è pari a 3 milioni di euro al minuto. E non ci sono i soldi per le politiche sociali, sulla faccia di questa terra. Per la lotta alla povertà, per dare la libertà, per dare dignità alle persone. Lo stato sociale è un bene comune non solo perché implica principi di equità, giustizia, contrasto alle disuguaglianze, ma anche perché richiama alla responsabilità di cittadini, a fare la nostra parte. Cittadinanza attiva e cittadini responsabili. Il reddito minimo è una misura di civiltà oggi, e le politiche sociali, la cittadinanza attiva vanno di pari passo con la comunità. Ma ciò non vuol dire che quest’ultima debba sostituirsi alle prime. La comunità fa la sua parte e chiede che siano garantite le condizioni per farla.

C’è bisogno di un risveglio delle nostre coscienze. Io continuo a dire agli amici di Libera, del Gruppo Abele, che oggi la prima riforma da fare nel nostro paese è un’autoriforma. Una riforma delle nostre coscienze. Anche di chi è già impegnato! Io credo che il mordente del fare di più deve appartenere a tutti. Creiamo delle alleanze, ci vuole più fiducia tra di noi: la strada certamente è in salita e ci vuole uno scatto in questo momento da parte di tutti, ma proprio da parte di tutti!

 


[1] Il contributo di don Ciotti è stato presentato al convegno “Silenziose rivoluzioni culturali. Educarsi con la mediazione del mondo”, Firenze, 7-8 maggio 2015.

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