ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Cerca (per autore, titolo, contenuto, tag)

Elenco autori

Jacopo Ceramelli Papiani

Mediatore familiare

Articoli di Jacopo Ceramelli Papiani:

un mediatore familiare al servizio della paternità detenuta

Il testo è una riflessione su una specifica esperienza realizzata negli ultimi tre anni all’interno della Casa Circondariale di Ferrara in collaborazione con il Centro per le Famiglie del Comune di Ferrara. L’obiettivo dell’iniziativa è offrire ai padri detenuti, con esclusivo riferimento ai padri di figli minori, la possibilità di riflettere in gruppo sulle tematiche specifiche della paternità, sia pure in una situazione tanto particolare come quella dell’esperienza detentiva. La figura professionale chiamata a coordinare le attività dei gruppi è quella del mediatore familiare. La mediazione familiare finalizzata alla separazione e al divorzio fornisce strumenti interpretativi dei ruoli genitoriali che possono rappresentare una risorsa importante anche in una situazione in cui la separazione non sia necessariamente affettiva, ma “solo” temporale e logistica.

DOI: 10.17386/SA2017-003010

IL TEMPO SOSPESO:

UN MEDIATORE FAMILIARE AL SERVIZIO DELLA PATERNITÀ DETENUTA

 

Jacopo Ceramelli Papiani*

* Mediatore familiare

 

Riassunto: Il testo è una riflessione su una specifica esperienza realizzata negli ultimi tre anni all’interno della Casa Circondariale di Ferrara in collaborazione con il Centro per le Famiglie del Comune di Ferrara. L’obiettivo dell’iniziativa è offrire ai padri detenuti, con esclusivo riferimento ai padri di figli minori, la possibilità di riflettere in gruppo sulle tematiche specifiche della paternità, sia pure in una situazione tanto particolare come quella dell’esperienza detentiva. La figura professionale chiamata a coordinare le attività dei gruppi è quella del mediatore familiare. La mediazione familiare finalizzata alla separazione e al divorzio fornisce strumenti interpretativi dei ruoli genitoriali che possono rappresentare una risorsa importante anche in una situazione in cui la separazione non sia necessariamente affettiva, ma “solo” temporale e logistica.

 

Parole chiave: Tempo sospeso, paternità, famiglia, pregiudizio, libertà.

 

Abstract: The suspended time: a familiar mediator at the service of the prisoner fatherhood. The text is a reflection about a specific experience achieved along the last three years inside the prison of Ferrara in accord with the Centre for the Families in Ferrara. Target of the project is to offer to father/prisoner the opportunity to think over in group about specific topics of fatherhood, even though in a so particular situation as the imprisonment experience. The expert called to coordinate the activities of groups is a familiar mediator. Familiar mediation for separation and divorce gives interpretative tools of parental roles that could be an important resource even in a situation in which the separation isn’t necessarily affective, but “only” caused by time and space.

 

Key words: Suspended time, fatherhood, family, prejudice, freedom.

 

 

 

1.Premessa e inquadramento

“Le istituzioni totali sono incompatibili […] con un altro elemento fondamentale della nostra società: la famiglia” (Goffman, 2010, p.41). Ciò è probabilmente ancora più vero, per le istituzioni totali di tipo detentivo, in cui vige una netta separazione spaziale (molto spesso di migliaia di chilometri) e di conseguenza anche temporale tra il detenuto e la propria famiglia. Del resto come ci ricorda sempre Goffman, (ivi, p.112)

 

Lo schema interpretativo delle istituzioni totali incomincia ad agire, autonomamente, al momento dell’entrata dell’internato, in quanto lo staff sa che l’internamento di un individuo è, prima facie, l’evidenza di essere il tipo di persona per il cui trattamento l’istituzione è stata creata.

 

E quindi, sempre relativamente all’istituzione detentiva che “serve a proteggere la società da ciò che si rivela un pericolo intenzionale nei suoi confronti” (ivi, p.34), non sembra prevalere un reale interesse specifico verso il benessere delle persone internate. Un benessere che in tutta evidenza comprende in misura rilevante anche il mondo degli affetti che si è lasciato fuori dai cancelli del carcere.

Perché quindi una specifica iniziativa sulla paternità, proprio all’interno di una istituzione totale?

Il Centro per le Famiglie del Comune di Ferrara è una istituzione storica per la città che progetta, promuove e gestisce da più di vent’anni, una grande varietà di proposte, secondo quanto stabilito dalla normativa della Regione Emilia Romagna in materia di supporto e sostegno alle famiglie.[1]

La Casa Circondariale di Ferrara ospita circa 300 detenuti e le sezioni in cui si suddivide sono esclusivamente maschili.

La progettazione socio-educativa nasce sempre da ottimi presupposti, fondati sulle conoscenze teoriche e sulle competenze operative disponibili. Ed evidentemente anche l’intervento sulla paternità concordata congiuntamente dal Centro per le Famiglie con la Casa Circondariale di Ferrara ha fondato la sua proposta progettuale su alcune ipotesi teoriche rilevanti.

La prima, che essere padre rappresenti un’esperienza assoluta, che possa essere in qualche misura trascendente alla condizione di detenuto. La seconda, che il tempo sospeso della detenzione possa in qualche modo essere interpretato dal padre detenuto come un tempo in cui implementare la propria competenza e il proprio senso di responsabilità, in vista del fine pena, del conseguente rientro nella vita familiare e dell’affrontarne i cambiamenti fisiologici a cui forzatamente non si è potuto assistere. La terza, forse meno esplicita, che proprio il disvelamento della “normalità” dell’essere genitore, possa fornire essa stessa, una ulteriore spinta a farsi carico del tempo sospeso con uno spirito più positivo, proprio per il fatto di essere rivolto al momento in cui quel tempo riprenda a scorrere liberamente.

 

Nel corso della prima parte del 2014 è nata congiuntamente la proposta di collaborazione finalizzata a contribuire all’offerta di migliori opportunità di relazione fra i detenuti e le loro famiglie, anticipando nei fatti di due anni quanto formalizzato dal Protocollo - Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti.[2]

La proposta si è concretizzata su due direttrici principali.

La prima rappresentata dalla realizzazione di uno spazio dedicato ai colloqui familiari, uno spazio in cui da un lato i bambini possano trovarsi maggiormente a loro agio, grazie ad una progettazione e un allestimento mirato sulle specifiche esigenze della loro età, dall’altro i genitori possano ricavarsi uno spazio più riservato in cui comunicare, grazie anche alla presenza a cadenza mensile degli operatori del Centro per le Famiglie con la proposta di laboratori creativi e di animazione dedicati e modulati in base all’età dei bambini presenti.

La seconda delle direttrici tematiche che hanno trovato realizzazione è stata la proposta di un percorso specifico sulla paternità. Dal punto di vista organizzativo questa si è concretizzata con l’avvio di percorsi di gruppo, con incontri a cadenza quindicinale arrivati oggi alla decima edizione, con una partecipazione complessiva di circa ottanta persone in tre anni.

Dall’inizio di quest’anno è stata inoltre proposta la possibilità di svolgere anche colloqui individuali sempre sul tema della paternità. I parametri per la partecipazione ad entrambe le proposte sono due: la volontarietà della partecipazione dei detenuti a seguito della necessaria informazione interna e l’essere padri di figli minorenni.

A coordinare questa parte del progetto, denominato “Comunque papà”, è stato chiamato un mediatore familiare[3], sia pure con una specifica esperienza anche nella conduzione di gruppi. Per i primi cicli di incontri, al mediatore familiare si è affiancata una educatrice penitenziaria. Una presenza costante ritenuta preziosa per la dinamica del gruppo, non tanto per il suo ruolo istituzionale o per il suo essere conosciuta dalla maggioranza dei presenti, quanto per il suo rappresentare l’unico punto di vista femminile dentro un gruppo evidentemente solo frequentato da uomini.

Per l’avvio di questa esperienza sono state concordate con la Direzione della Casa Circondariale, due scelte preliminari.

La prima di merito che ha riguardato l’offerta dell’iniziativa a tutti i padri e, nonostante la presenza della figura professionale del mediatore familiare, non necessariamente a coloro che portassero problematiche legate ad una separazione o ad un divorzio. La scelta è stata fatta partendo dal presupposto che la condizione detentiva potesse determinare la necessità di un confronto approfondito sui temi della genitorialità, della crescita dei figli e della relazione con loro, in una situazione tanto particolare quale quella della reclusione. E questo a prescindere dalla situazione di coppia. Una scelta rivelatasi corretta tanto che ai diversi percorsi di gruppo hanno sempre partecipato prevalentemente padri non-separati, anche se in realtà nel loro caso la separazione coniugale, sia pure non considerata tale giuridicamente, né tantomeno affettivamente dai coniugi, può essere altresì concretamente rappresentata dal periodo di detenzione. Quando evidentemente non sopraggiunga proprio a seguito dell’esperienza della detenzione.

La seconda scelta preliminare di metodo rispetto alle modalità di svolgimento degli incontri. Questi non sono stati proposti come lezioni tenute da un esperto, quanto come un vero e proprio gruppo di parola (sarebbe impropria la definizione di gruppo di auto aiuto e ancor più quella di gruppo terapeutico), nel quale i temi proposti avessero la funzione di traccia per l’apertura di discussioni ed approfondimenti fra i partecipanti.

 

2.Il tempo sospeso

Il tempo è un concetto relativo, che acquista una ulteriore variabilità quando la vita trascorre detenuta dentro un istituto carcerario. Il tempo rappresenta nei fatti il principale elemento con cui ogni singolo detenuto si confronta, sia pure con orizzonti e significati molto diversi, anche per uno stesso detenuto, ma dei quali il più immediato è, molto concretamente, il tempo della durata della condanna e più precisamente la durata residua per il fine pena. In altre parole quanto manca per uscire dal carcere. E’ un tempo individualmente molto diverso, ma che scandisce implacabilmente ogni attimo, che ogni detenuto impara molto presto a gestire in termini numerici, anche con la straordinaria abilità di proporre complicati calcoli numerici rispetto, ad esempio, agli sconti di pena, che a un ascoltatore profano della materia risultano del tutto incomprensibili. In ogni caso, per chiunque non abbia avuto la stessa esperienza di detenzione, quel numero resta comunque un numero enorme e l’orizzonte che rappresenta, un orizzonte apparentemente infinito.

Certo che la relatività di questo tempo, sospeso tra un prima: fuori-dal-carcere e un dopo: di-nuovo-fuor-dal carcere, dipende in gran parte dal confronto con il tempo degli altri detenuti. In effetti considerare “breve” una detenzione prevista, ad esempio, in otto anni è più semplice se il vicino di cella deve scontarne venti, ma è indubitabile che per trascorrere un periodo della propria vita anche percepito come breve, privato della libertà dentro ad un luogo dove per la gran parte delle ore della giornata non succede assolutamente nulla, la variabile tempo acquista un senso davvero molto relativo. All’interno del quale il tempo del fine pena rappresenta l’unico orizzonte concreto: a cui aggrapparsi nei momenti in cui la speranza è più forte o da maledire in quei giorni in cui la prospettiva sembra insopportabile.

La comprensione del senso del passare del tempo è ulteriormente complicata dalle difficoltà organizzative e burocratiche che scandiscono la vita degli abitanti dell’istituto carcerario. Una burocrazia apparentemente cervellotica che rappresenta “[…] processi e meccanismi del cosiddetto controllo sociale, attraverso i quali viene istituzionalmente creata una realtà e un’immagine per così dire ufficiale, pubblica della devianza […]” (Di Leo, Salvini, 1978, p.217).

Allo sguardo dell’ospite esterno, il rigoroso rispetto delle normative e le oggettive esigenze di sicurezza non aiutano a rendere comprensibile la lentezza delle procedure e il rinvio di decisioni e risposte, siano pur esse talvolta di importanza apparentemente molto relativa, che finiscono per rendere ancora più frustrante l’esperienza della carcerazione, non soltanto per i detenuti, ma immaginiamo anche per gli operatori deputati alla loro custodia e riabilitazione. Senza considerare infine che molto spesso il tempo sospeso percepito fra le mura del carcere ha l’obbligo di interfacciarsi con il tempo della burocrazia esterna, legata alla funzionalità dei servizi territoriali, soprattutto per ciò che riguarda la chiusura dell’iter amministrativo finalizzato alla verifica delle condizioni necessarie alla concessione di permessi o alternative di pena.

Inoltre il tempo del detenuto è ulteriormente complessificato dalle numerose variabili legate alle procedure penali, delle quali ciascuno di loro appare essere perfettamente a conoscenza, ma che ad uno sguardo esterno e non giuridicamente preparato appaiono come del tutto incomprensibili, e che in fondo finiscono per rendere ancora più confuso l’effettivo scorrere del tempo, forse proprio a causa dell’investimento in termini mentali di ognuno. A cominciare, ad esempio, dal tempo trascorso tra il momento in cui il reato è stato commesso e il momento in cui è stato dato corso all’esecutività della pena. Uno spazio temporale in cui la persona talvolta ha avuto tempo, non soltanto di non tornare a delinquere, ma anche di conoscere ed innamorarsi della sua futura moglie, di crearsi una attività lavorativa stabile, di mettere al modo dei figli e talvolta anche di aspettare dei nipoti.

Il conflitto con il tempo si alimenta all’interno del tempo sospeso della carcerazione, fino a diventarne di fatto l’unico protagonista, grazie anche a una diversificata serie di procedure che inevitabilmente finiscono per diventare l’unico oggetto dell’attenzione del detenuto. Con un unico denominatore comune: l’attesa.

Dall’attesa per l’arrivo “del cumulo” – la somma delle pene da scontare per reati diversi - all’attesa per “i giorni” – una riduzione della pena concessa dal magistrato di sorveglianza, a determinate condizioni, pari a 45 giorni ogni sei mesi di pena espiata – all’attesa per la “chiusura della sintesi”, all’attesa per il prossimo colloquio con i familiari, o per la prossima telefonata.[4]

Per quanto sia possibile trarre indicazioni di massima da un campione comunque numericamente limitato quale quello dei padri che hanno frequentato il percorso in questi tre anni, è possibile affermare che l’esperienza umana della carcerazione restituisce un’immagine quanto meno ambivalente.

Se da un lato infatti abbiamo incontrato persone consapevoli di essere costrette a scontare una pena legittima in relazione al reato commesso, dall’altro le stesse persone manifestano la prevalenza ad attribuire a fattori del tutto esterni l’eventualità di una compiuta riabilitazione. Il principale elemento di criticità in questa prospettiva è rappresentato dalla percezione delle difficoltà di recuperare una dimensione lavorativa individuata come sufficiente, essa sola, a fornire le dovute garanzie rispetto alle possibili recidive. In altre parole è molto complicato per il detenuto introiettare il principio secondo cui il cambiamento delle proprie condizioni di vita, quelle stesse condizioni che lo hanno portato all’ingresso in carcere, passi principalmente attraverso un processo di maturazione e di cambiamento individuale. E ciò nei fatti rappresenta una sorta di auto-conferma del giudizio di condanna, non più solo in relazione ai reati già commessi di cui si sta scontando la condanna, ma come una vera e propria forma di ipoteca sul proprio futuro. E questo rappresenta evidentemente un ulteriore ostacolo sul percorso di interpretazione della propria esperienza di pena come tempo sospeso, come una parentesi, per quanto buia, fra il prima e il dopo.

Il senso della famiglia e l’esperienza della paternità contribuiscono tuttavia a amplificare il senso di perdita, rispetto soprattutto all’accompagnamento alla crescita dei propri figli, alcuni dei quali molto piccoli, talvolta nati quando il padre era già in stato di detenzione. Un senso di perdita che, come accennato in termini generali, solo in alcuni casi rappresenta un elemento di spinta proattiva di un effettivo riscatto sociale e individuale. Il senso di un tempo perduto che certamente ha una importanza determinante nel motivare la partecipazione ai gruppi di parola su queste tematiche, in una ricerca di rassicurazione rispetto a cosa ci si può aspettare nel momento in cui il tempo riprenderà a scorrere, al momento dell’uscita dal carcere. Una domanda quasi sempre silenziosa che rimane ben nascosta dietro le maschere di durezza o di ironico disincanto. Ma anche una domanda molto legittima, che riguarda il ruolo di genitore di chiunque, detenuto o no, e la relativa difficoltà di proiettarlo nel futuro della relazione coi figli che crescono. Un bisogno di essere rassicurati che in larga maggioranza riguarda tutti i genitori e che la condizione di detenuto inevitabilmente amplifica.

Una domanda trasversale anche alle diverse provenienze culturali, aspetto anche questo da non sottovalutare nella proposta di un progetto sulla paternità. La diversità delle storie individuali e della costruzione dei legami familiari, legate alle diverse culture di provenienza, sono elementi con cui i detenuti hanno già imparato in fretta a relazionarsi, ma che all’interno di un percorso di gruppo, e per definizione massificato, se da un lato ne possono rappresentare una esperienza solidaristica importante, dall’altro rischiano di diventare elementi divisivi e di incomprensione.

Anche il mediatore familiare, nella sua prassi professionale quotidiana, opera di fatto in un tempo sospeso, un tempo in cui la relazione d’aiuto con la coppia genitoriale è sostanziata dal sostenere ed elaborare l’incertezza dovuta al naufragio del progetto di coppia. Un sostegno limitato nel tempo, ma funzionale al mantenimento, da parte di entrambi i genitori, del focus relativamente alla propria esperienza genitoriale, la quale evidentemente non si esaurisce con l’esaurimento del rapporto amoroso. Anche in questo caso si tratta quindi di una operazione di attraversamento, del passaggio tra un prima e un dopo: un tempo sospeso tra una normalità familiare conosciuta e una nuova normalità ancora da costruire e che, nel pieno del conflitto di coppia, appare lontana e piena di incertezze.

Il riferimento alla normalità, per quanto mai come adesso concetto relativo per definizione, non è casuale. Per la coppia che si separa, l’obiettivo del percorso di mediazione familiare è rappresentato dalla conquista di una nuova normalità individuale rispetto al progetto iniziale condiviso, in funzione del compimento del proprio mandato genitoriale. Ed è un percorso, anch’esso, pieno di ostacoli e di pregiudizi.

I pregiudizi dell’uomo libero rispetto all’universo confinato in un istituto penitenziario, affondano le loro radici in un immaginario confuso e multiforme, fortemente influenzato non soltanto dal desiderio di isolare coloro che minano le sicurezze e la libertà altrui, ma anche da una informazione non sempre correttamente orientata, anche a meri scopi elettorali, finalizzata al perpetuarsi e al consolidarsi di rapporti di forza sempre più definiti e implacabili. Non siamo usciti dalla logica e dalla prassi secondo cui “[…] la società cosiddetta del benessere e dell’abbondanza, ha ora scoperto di non poter esporre apertamente il suo volto della violenza […]”, anzi allargando “[…] l’appalto del potere ai tecnici che lo gestiranno in suo nome e continueranno a creare – attraverso forme diverse di violenza: la violenza tecnica – nuovi esclusi” (Basaglia F. et al., 1968, p. 116).

I pregiudizi di chi sta fuori dalle mura del carcere sono in questo senso ampiamente giustificati. Non di meno, se da un lato non possono - proprio in quanto pregiudizi – fornire una interpretazione corretta della realtà carceraria, dall’altro contribuiscono a rendere ancora più complicato il passaggio dal dentro al fuori, il superamento con esiti soddisfacenti per entrambe le parti – gli esclusi e gli escludenti - della fine del tempo sospeso. E così facendo alimentano per la loro parte il circolo vizioso del pensiero circa l’ineluttabilità del destino del criminale.

Eppure è proprio per questo che è indispensabile mantenere alta l’attenzione sul concetto di normalità, che dentro l’ambiente detentivo può apparire completamente fuori contesto, ma che invece ne rappresenta forse l’elemento chiave per una compiuta riabilitazione.

Per attraversare le porte che tengono rinchiusi i detenuti è necessario essere consapevoli che, sia pure armati delle migliori intenzioni e del proprio massimo possibile di disponibilità, con noi entrano anche i nostri pregiudizi. I quali rendono complicato l’approccio in quanto distorcono almeno la prima interpretazione della realtà carceraria.

La presentazione del progetto alla platea di padri carcerati che avevano manifestato un primo generico interesse, ne è stato il primo momento rivelatore. Si è tentato di spiegare motivazioni e obiettivi, cercando di trasmettere il principio della fondamentale importanza delle riflessioni sul senso dell’essere padre, sulla qualità del rapporto coi figli, sulla necessità di coltivare la relazione con le madri quali depositarie dell’immagine di un padre forzatamente assente. Tutti concetti cari al bagaglio professionale del mediatore familiare. E’ molto probabile che, insieme a questi principi teorici, non siamo riusciti ad evitare di trasmettere anche la preoccupazione di non essere compresi da una platea “pregiudizialmente” tanto particolare. E infatti una delle persone presenti, con un forte accento dell’est europeo ha immediatamente smascherato il pregiudizio: “Guardate che noi siamo in carcere, ma a parte questo siamo persone normali.

In effetti, almeno rispetto agli standard di chi non vive la realtà della reclusione, elementi di normalità nella vita di un detenuto ce ne sono molto pochi. Ma in una prospettiva di recupero della dignità di cittadino libero al termine del periodo di pena, mantenere alta l’attenzione sulla prospettiva di normalità può rappresentare non soltanto il corretto focus di un intervento dall’esterno, ma anche la chiave per contribuire a sbloccare stereotipi comportamentali e paradigmi valoriali a cui i detenuti sono costretti, ma che anche concorrono a costruire. Il concetto di normalità all’interno della routine carceraria, almeno per come ciascuno di noi lo interpreta e lo declina nei propri comportamenti quotidiani e nella propria vita di relazione da uomini liberi, è completamente un’altra cosa. E questa siderale diversità di senso, da parte dei detenuti è riconosciuta e più o meno consapevolmente utilizzata per segnare una distanza tra chi sta dentro è chi sta fuori. Oltre che naturalmente per costruire altri muri ed altre distanze all’interno della dimensione relazionale vissuta e agita dentro lo stesso istituto di pena.

Voi non potete capire, perché non siete dentro.” Una affermazione tanto categorica quanto molto frequente per qualsiasi detenuto che si trovi ad incontrare qualcuno che viene da fuori, indipendentemente dal motivo che ha permesso e che sostanzia l’incontro. Di fronte ad una frase così, che da sola sarebbe sufficiente a decretare la morte di qualunque relazione, la risposta di un interlocutore minimamente onesto non può che essere “E’ vero, noi non possiamo capire perché non siamo dentro.”

Ma al di là del mandato professionale secondo il quale l’operatore esterno ha un compito da assolvere, ed anche al di là del mandato più sottilmente personale e umano, che più o meno consapevolmente spinge ciascun operatore a superare ogni volta i cancelli e le porte del carcere, e nel rispetto doveroso ed assoluto di una condizione che l’operatore non condivide con loro, nel pensiero prima che nella pratica quotidiana, l’unico possibile può essere uno sforzo rinnovato che permetta la comprensione della parzialità, almeno temporale, dell’esperienza carceraria, che da molti degli stessi detenuti viene visto invece come un orizzonte ineluttabile.

Tenendo ben presente il presupposto secondo cui “la posizione correzionale ostacola la comprensione del fenomeno deviante perché è guidata e motivata dal fine di liberarsene” (Matza D., 1976, p.36), il contributo sia pure parziale, che ciascun operatore può portare in una dimensione di vita tanto complessa e particolare, può essere proprio quello di un cambio di prospettiva: una vera e propria retrocessione dell’orizzonte, una sua messa tra parentesi in vista di una libertà che sarà riconquistata, di una normalità che ritorni ad essere tale proprio perché individuata come nuova visione del senso del loro essere uomini e padri. Anche per questo la partecipazione al gruppo di parola, dove non si va “per imparare”, ma per riflettere insieme sulla paternità - una esperienza condivisa da tutti, ciascuno con le proprie storie individuali, e che è anche l’unica esperienza che ciascuno di loro condivide anche con il mediatore familiare - nella prospettiva della riconquista di un orizzonte “normale” può rappresentare un sostegno importante.

Per comprendere ancora più nel dettaglio quanto per i detenuti questa conquista sia piena di difficoltà, basti pensare che, nonostante che più o meno tutti i partecipanti che si sono avvicinati ai diversi percorsi di gruppo si conoscano fra loro, è affermazione unanime che: “Fra di noi non parliamo mai delle nostre famiglie”; in pratica rinunciando a mettere in comune fra loro l’elemento che, durante il tempo della detenzione, tutti affermano essere l’unico che permette di sopportare la vita dentro il carcere. Parlare del bello che c’è fuori, della speranza racchiusa negli sguardi sui figli, dell’amore verso le mogli che li aspettano, è troppo doloroso e quindi da evitare. Così come, in un completo rovesciamento della stessa prospettiva, nei giorni di colloquio con le famiglie si parla esclusivamente di quello che succede fuori.

Scegliere di partecipare al gruppo, quindi, è già un primo abbozzato segnale verso una integrazione delle esperienze fra dentro e fuori. Perché decidere di partecipare può essere visto come un primo passo verso la ricerca di una consapevolezza, quasi mai esplicita e talvolta piena di ostacoli: partecipare perché finalmente ci si concede lo spazio e il tempo di rendere la famiglia, la propria moglie e i propri figli, sia pure per due ore ogni due settimane, i soggetti protagonisti della propria esperienza e del racconto di ciascuno agli altri.

Per quanto condizionata anche dalle buone prassi carcerarie, secondo le quali la partecipazione alle attività proposte è considerata un elemento positivo in vista della valutazione sul comportamento del detenuto, la scelta di partecipare agli incontri del progetto sulla paternità ha permesso il disvelarsi di realtà individuali probabilmente inattese agli stessi protagonisti, tutti inizialmente molto scettici sulla effettiva utilità della partecipazione stessa. Eppure, nel calore e nella disponibilità all’ascolto che in alcuni momenti è stato possibile creare all’interno del gruppo, è stato evidentemente individuato lo spazio e il tempo giusto per raccontare pezzi della propria vita talvolta mai raccontati a nessuno prima, episodi anche molto traumatici e per questo più difficili da condividere, non tanto della propria esperienza genitoriale, quanto della propria esperienza di figli.

E’ di tutta evidenza come per svolgere compiutamente la propria funzione di genitore, sia indispensabile avere la possibilità di integrare con essa la propria esperienza di figli. Questa operazione non è scontata per nessun genitore, libero o detenuto che sia, ed è molto probabile che la gran parte dei partecipanti detenuti, non avesse avuto il tempo o la possibilità neanche di pensarla. Senza minimamente voler generalizzare, molte delle storie familiari delle persone che abbiamo incontrato sono particolarmente dolorose, e questo in misura ancora maggiore da quando le nostre carceri hanno cominciato a popolarsi di persone provenienti da paesi molto lontani, con culture familiari simbolicamente e concretamente anche molto lontane, in particolare da quella italiana. Ma, seppure non frequenti, questi momenti di riconoscimento della propria condizione di figlio quale premessa al proprio essere padre, ci sono stati.

Non sono stati momenti casuali, sia pure mai stimolati esplicitamente dal mediatore presente: sono stati momenti permessi dall’accoglienza che il gruppo stesso trasmetteva su cui poi è stato possibile riflettere, anche in maniera approfondita, sempre al termine di lunghi momenti di rispettoso silenzio che scandivano la fine del racconto.

Per paradosso, dato che ci muoviamo dentro una dimensione esistenziale, nella quale ogni attimo del giorno e della notte, per tutta la durata della pena, è scandito da regole molto precise, non è invece possibile concludere questo percorso con una sintesi che stabilisca le regole per l’effettiva riuscita di un gruppo di sostegno alla paternità dentro un istituto carcerario. E proprio come il tempo del detenuto, anche la valutazione non può che essere sospesa.

Ci sono moltissime variabili in gioco, alcune delle quali del tutto indipendenti dalla buona volontà degli operatori e dei detenuti partecipanti ai gruppi. Alcune di queste variabili sembrano essere di tale portata da far sembrare abbastanza inutile sia l’impegno dell’operatore che entra in carcere, sia la disponibilità alla partecipazione dei padri detenuti. Sono variabili che riguardano le procedure penali, della cui lentezza abbiamo accennato in precedenza, sono variabili che riguardano le condizioni di vivibilità degli ambienti e la disparità delle relazioni interne ai diversi istituti carcerari, sono variabili che riguardano i codici non scritti che regolano la vita fra le persone detenute e che ne condizionano fortemente la socialità. Ma sono variabili soprattutto di tipo culturale che riguardano la funzione escludente della struttura carceraria agli occhi dei cittadini liberi. E queste variabili investono tutto l’universo individuale e familiare del detenuto che ha finito di scontare la pena e torna ad essere anche lui libero.

Eppure è proprio il tema del possesso della propria libertà che può rappresentare uno strumento decisivo perché un operatore decida di tornare in carcere dopo esserci entrato per la prima volta. Entrare in carcere almeno una volta è un’esperienza molto forte, che può diventare per chiunque anche un’esperienza rivelatrice del senso di esserne fuori. E di essere persone libere. L’operatore che entra vive la propria libertà quando supera il primo cancello grazie all’esposizione del pass che lo distingue dai detenuti (che non ce l’hanno), ma che lo distingue anche dagli agenti di custodia (che sono in divisa). E porta con sé un vissuto che, rapidamente, si rivela un vissuto di libertà dai pregiudizi che permette di guardare alle storie delle persone prima che ai reati commessi. Un senso di libertà da condividere come orizzonte comune anche con chi, per un lungo momento, crede di averla perduta.

 

 

 

 

Bibliografia

Basaglia F. (a cura di) (1968). L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico. Torino: Einaudi.

De Leo G., Salvini A. (1978). Normalità e devianza. Milano: Gabriele Mazzotta Editore.

Goffman E. (2010). Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza. Torino: Einaudi.

Matza D. (1976). Come si diventa devianti. Bologna: Il Mulino.

 

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Jacopo Ceramelli Papiani, nato a Milano nel 1962. Residente a Terre del Reno (FE) dal 2010. Laureato in Pedagogia nel 1996 alla Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze, consegue una prima specializzazione post-laurea in Pedagogia Clinica della Famiglia ed una seconda in Mediazione Familiare Sistemica. Formatore di gruppi di Auto Aiuto per la Fondazione Andrea Devoto di Firenze, promuove tra il 2003 e il 2012 lo sviluppo dei gruppi nella provincia di Ferrara in collaborazione con Agire Sociale – Centro Servizi per il Volontariato.

Mediatore familiare dal 2003. Nel 2012 inizia la collaborazione come mediatore familiare con i Centri per le Famiglie del Comune di Ferrara, una collaborazione tutt’ora in corso. Dal 2015 è mediatore familiare per il Centro per le Famiglie dell’Alto Ferrarese. Da quest’anno è mediatore familiare per il Centro per le Famiglie del Comune di Forlì

 

[1] Sul tema, cfr. la normativa di riferimento della Regione Emilia Romagna: L.R. n° 27/1989; L.R. n° 2/2003; L.R. n°14/2008; D.G.R. n°391/2015.

[2] cfr. Protocollo d’Intesa tra Ministero di Giustizia, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Associazione Bambinisenzasbarre Onlus, dd. 06/09/2016, art. 2 § 4 e art. 5 § 3.

[3] La mediazione familiare in funzione della separazione e del divorzio, fa parte dei servizi offerti alla cittadinanza da tutti i Centri per le Famiglie della Regione Emilia Romagna, ed è un servizio rivolto alle coppie che abbiano deciso di interrompere il legame coniugale, ma che intendano continuare a coltivare una relazione di fattiva collaborazione in funzione del mantenimento dei rispettivi ruoli genitoriali. La mediazione familiare nei Centri per le Famiglie infatti è offerta esclusivamente a coppie genitoriali con figli minori.

[4] Cfr. Carta dei Diritti e dei Doveri dei Detenuti e degli Internati, Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Decr. del Ministro della Giustizia, 5 dicembre 2012.

Keywords: