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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Giovanni Contini Bonacossi

AISO (Associazione Italiana di Storia Orale)

Articoli di Giovanni Contini Bonacossi:

Riassunto: A partire dalla presentazione di potenzialità e criticità relative allo studio della memoria quale fonte storica, sia individuale che collettiva, l’autore espone le problematiche di una storia orale rivolta a soggetti “inconsueti”: i migranti, i sordi e i malati mentali. Essi, infatti, richiedono agli studiosi un approccio innovativo, in particolare per i sordi e, ancor più, per i malati mentali, che apra nuovi orizzonti alla ricerca stessa.

DOI: 10.1400/250266

UNA STORIA ORALE INCONSUETA:

MIGRANTI, SORDI, MALATI MENTALI

 

Giovanni Contini*

*AISO (Associazione Italiana di Storia Orale)

 

Riassunto: A partire dalla presentazione di potenzialità e criticità relative allo studio della memoria quale fonte storica, sia individuale che collettiva, l’autore espone le problematiche di una storia orale rivolta a soggetti “inconsueti”: i migranti, i sordi e i malati mentali. Essi, infatti, richiedono agli studiosi un approccio innovativo, in particolare per i sordi e, ancor più, per i malati mentali, che apra nuovi orizzonti alla ricerca stessa.

 

Parole chiave: Storia orale, memoria, migranti, sordi, malati mentali.

 

Abstract: An unusual oral history: migrants, deaf people, mental patients. The author presents potentialities and criticalities of the oral history, related to both individual and collective memory. He also underlines problems connected to “unusual” subjects, such as migrants, deaf people and mental patients. He refers to his own researches, that request a new method to achieve the best result, especially for deaf people and mental patients.

 

Key words: Oral history, memory, migrants, deaf people, mental patients.

 

 

 

Quando parliamo di storia orale intendiamo una ricerca condotta intervistando anziani testimoni di esperienze passate. Le quali possono essere le più varie: esperienze di vita e di lavoro, di lotta politica, di soprusi subiti, di persecuzioni e persino di esecuzioni alle quali il testimone è sfuggito.

Si è molto discusso sul grado di distorsione che una memoria sollecitata a distanza di tanti anni dai fatti introduce nel racconto. Il tempo, infatti, è soggettivo; i testimoni quindi lo dilatano o lo contraggono in funzione dell’importanza che attribuiscono agli eventi che nel tempo si sono svolti. Anni nei quali sono accadute poche cose significative, così, quasi spariscono dal racconto. Mentre la memoria dilata a dismisura i pochi mesi nei quali il testimone è andato incontro a eventi che hanno inciso profondamente sulla sua persona e che lo hanno trasformato radicalmente.

Molto si è scritto anche sulla differenza tra memoria individuale e memoria di comunità. La prima, come dicevo, consiste nel giudizio che l’intervistato da dei successivi passaggi della sua vita. Quindi non solo il tempo viene deformato, ma anche l’ordine nel quale i fatti raccontati si collocano. La seconda, memoria di gruppo o di comunità, si presenta come più conformista rispetto a quella individuale, quasi che la comunità stessa eserciti una censura preventiva e stabilisca quanto si può dire e quanto si deve tacere.

Tanto nel caso della memoria individuale quanto nel caso della memoria collettiva si è scoperto che le indubbie distorsioni (ma solo se riconosciute come tali!) possono fornire elementi interpretativi molto importanti.

La memoria individuale, per esempio, ci indica cosa il testimone giudica importante e cosa no della sua vita. Questo ci permette di ricostruire il suo profilo psicologico, che poi sarà utile per valutare in modo complessivo la sua testimonianza.

Nel caso della memoria di comunità la rappresentazione che collettivamente si è andata costruendo delle vicende del paese, o della fabbrica, o del gruppo al quale i testimoni appartengono ci fornisce, di nuovo, importanti informazioni per ricostruire il profilo del paese, della fabbrica, del gruppo.

A Scarperia, in Mugello, i coltellinai raccontavano la vicenda del declino del loro mestiere nel corso del Novecento attribuendone la causa unicamente a un difetto morale degli abitanti/artigiani, i quali sarebbero stati incapaci di fidarsi gli uni degli altri.

A Santa Croce, invece, si raccontava la storia di un successo imprenditoriale, la nascita di decine di piccole concerie molto dinamiche ed efficienti, attribuendolo di nuovo ad una eccellenza morale del paese, nel quale tutti sarebbero stati disposti a prestare denaro a chi volesse iniziare una nuova impresa, e tutti avrebbero restituito quel denaro sia in caso di successo che in caso di fallimento.

Le interpretazioni dei testimoni, sia che narrassero la loro vita sia che narrassero la rete di rapporti sociali ed economici nei quali erano vissuti, sono state messe a confronto con altre fonti storiografiche, ma anche con parti delle loro stesse interviste che non erano state utilizzate nella spiegazione causale. Proprio dal confronto sono emersi gli allontanamenti del racconto da quanto verosimilmente era accaduto nella vita personale e nella vicenda collettiva.

Nel primo caso si sono potuti mettere a fuoco gli spostamenti cronologici e topologici della narrazione rispetto alla vicenda reale. Nel secondo caso si è potuto appurare quanto più complesse, rispetto a quelle riconosciute dalla narrazione collettiva, fossero state le cause che avevano determinato in un caso il successo, nell’altro l’insuccesso dell’attività produttiva nei due paesi.

A Scarperia, infatti, molte volte i coltellinai si erano fidati gli uni degli altri (avevano per tre volte tentato di costruire una cooperativa di commercializzazione, per esempio) e il vero motivo del fallimento del loro mestiere risiedeva nell’arretratezza tecnologica, nella concorrenza delle grandi fabbriche metal meccaniche fiorentine che avevano “rubato” i giovani artigiani ai loro padri padroni, nelle nuove leggi contro il possesso di coltelli letali emanate nel corso del Novecento.

Dall’altra parte a Santa Croce proprio le interviste portavano molte informazioni su episodi di mancata fiducia, e il successo quindi appariva determinato, invece, da favorevoli condizioni di mercato e da una particolare struttura d’impresa, le piccole fabbriche coordinate in distretto, che aveva assicurato una straordinari flessibilità e una rapidità sorprendente nell’assecondare la domanda di prodotti particolari da parte del mercato.

In entrambi i casi per spiegare successo e insuccesso si sono presi in considerazione unicamente i rapporti interni alla comunità, cioè la capacità o l’incapacità di fidarsi gli uni degli altri. Sono stati ignorati i vincoli esterni che hanno invece contribuito prepotentemente all’esito, positivo in un caso, negativo nell’altro. La spiegazione locale, quindi, è imperfetta e incompleta. Ma è per noi interessante: il fatto di non essere stati capaci di riconoscere, di vedere i vincoli esterni ci dice molto su chi fossero gli attori economici e sociali nei due paesi: persone scarsamente acculturate, che sapevano leggere a malapena e ancor meno sapevano scrivere. Persone, quindi, che potevano controllare solo le relazioni interne alla comunità, mentre quelle esterne restavano per loro in larga parte irraggiungibili.

Mi rendo conto che quanto ho scritto in poche righe non esaurisce affatto quanto ci sarebbe da dire sulla storia orale. Ho solo cercato, partendo dalla mia esperienza, di mostrare alcune difficoltà, dalle quali, però, si è riusciti a ricostruire in modo sottile e complesso anche gli elementi più nascosti di vicende individuali e collettive. Si è riusciti, per così dire, ad attingere ad un più profondo significato di verità partendo anche, e soprattutto, da pareri non completi, in un certo modo falsi.

Ma tutti i testimoni protagonisti delle ricerche che ho menzionato erano “normali”, cioè non erano diversi culturalmente dagli altri membri della comunità, né erano sofferenti per qualche handicap fisico o psichiatrico. Anche i sopravvissuti alle stragi commesse da nazisti e fascisti nell’Italia del 1944 erano “normali”, anche se del tutto anormali furono la violenza che sperimentarono e il dolore che da quell’esperienza ebbero a soffrire, e che non li avrebbe più abbandonati per tutta la vita rendendoli diversi dagli altri.

Da alcuni mesi abbiamo iniziato a Pistoia una ricerca sui migranti, che ha come scopo quello di produrre un video dedicato ad un argomento sempre più importante, nel bene e soprattutto nel male. Il panorama che abbiamo sondato è stato di incredibile varietà, a conferma del fatto che, se ogni storia è una storia personale, questo vale anche e soprattutto per i migranti. Così abbiamo potuto osservare una grande differenza tra i migranti di religione islamica a seconda che i narratori fossero uomini o donne; queste ultime proponevano una lettura molto critica delle società di partenza, e anche delle famiglie islamiche nell’emigrazione. A loro avviso i figli vengono ingabbiati in una serie di regole e divieti che impediscono loro di far parte realmente della nuova realtà in Italia, ma non riescono ad evitare che i rapporti con la comunità di origine si allentino e divengano ambigui a causa della lontananza. Si creano quindi dei giovani isolati, risentiti e con forti problemi di identità, che cercano una socializzazione sui social, con i rischi connessi. Questi problemi non sono emersi, ad oggi, nel caso di interviste con uomini.

Nel caso dei migranti di religione islamica anche la situazione di partenza gioca un ruolo fondamentale: chi emigra dal Senegal, dalla Tunisia o dalla Palestina declina in modo molto diverso il rapporto tra religione ed esperienza migratoria.

Quello che ci è sembrato particolarmente interessante è il giudizio che i migranti hanno dato della situazione di arrivo, cioè di Pistoia. Il nostro campione è estremamente diversificato, perché si va da migranti arrivati dal sud d’Italia negli anni Sessanta a migranti albanesi arrivati, insieme a senegalesi, tunisini e palestinesi, tra gli anni Novanta e il decennio successivo. Al problema dell’immigrazione i pistoiesi hanno risposto in modo assai diverso man mano che esso si intensificava, con un atteggiamento molto più favorevole all’inizio, che poi è venuto mutando nel tempo fino all’attuale diffidenza e ostilità. Tuttavia, nonostante le differenze di partenza e quelle dovute al mutare delle reazioni locali col passare del tempo, tutti i migranti sono concordi nel segnalare gli stessi problemi incontrati all’arrivo: una certa freddezza e diffidenza e la tendenza dei locali a sfruttare la debolezza dei nuovi arrivati nei rapporti di lavoro (prestazioni non pagate o pagate meno di quanto fosse stato convenuto, ricatti attraverso l’improvvisa negazione di un alloggio precedentemente accordato in caso di vertenze sindacali, ecc.). Contemporaneamente viene riconosciuta da quasi tutti gli intervistati una certezza delle regole che dava sicurezza e permetteva di iniziare un’attività imprenditoriale propria. Naturalmente anche questi esiti variano molto da persona a persona, gli albanesi sembrano coloro che più di tutti sono riusciti, nel contesto pistoiese (oggi ci sono oltre cento imprese albanesi nella provincia).

Recentemente abbiamo organizzato a Roma una scuola di AISO (l’Associazione italiana di storia orale) dedicata ai sordi. Sembra strano che dei non udenti siano interessati proprio ad un tipo di storiografia che si fonda sulla parola parlata e ascoltata, sulla comunicazione orale. Ma in realtà la possibilità di fissare una storia non attraverso la scrittura, ma attraverso la lingua che viene utilizzata nel confronto faccia a faccia, la lingua dei segni, è ancora più importante per i sordi che per gli udenti.

I sordi, infatti, hanno difficoltà ad utilizzare perfettamente la scrittura proprio perché nel loro caso si tratta di un tipo di comunicazione che non ha nessun rapporto con la comunicazione spontanea, cioè con quello che equivale alla nostra lingua parlata, nel loro caso il linguaggio dei segni. Nel caso degli udenti, alla lingua parlata corrisponde una scrittura fonetica che la riproduce fissandola, nel caso dei sordi, invece, tra i segni e la scrittura non c’è relazione diretta. Quindi, se registrare in video i racconti degli anziani è fondamentale per loro come per noi, nel loro caso la videoregistrazione assume una seconda importantissima funzione: quella di fissare in modo simile a quanto fa la scrittura per gli udenti il racconto con i segni. Di “congelarlo” in una forma permanente. Un risultato straordinario, se pensiamo che fino ad oggi la loro lingua per segni non ha avuto niente di simile.

Durante la scuola di Roma è stato mostrato un video dei tardi anni Ottanta, che mostrava alcune interviste con anziani sordi; ebbene i più giovani tra i partecipanti alla scuola non riuscivano a capire cosa “dicessero” quegli anziani, dal momento che nel breve arco di trenta anni il linguaggio dei segni era cambiato enormemente. In modo simile a come cambiano tutte le lingue che non siano agganciate ad una scrittura fonetica. A come sono cambiati, per esempio, i linguaggi europei quando nell’alto medioevo la presa dello scritto sul parlato si è attenuata fin quasi a sparire, e in pochi secoli sono emerse lingue nuove e tra loro molto diverse come le neolatine (italiano, spagnolo, francese, ecc). Facendo un altro esempio, ma parlo di qualcosa che conosco in modo approssimativo, anche in Cina il linguaggio parlato per molto tempo si è evoluto assai rapidamente, dato che anche in quel caso quanto veniva verbalizzato non corrispondeva ad una scrittura fonetica, che riproduce il suono, ma si affiancava nella significazione a quanto veniva scritto nei caratteri della scrittura cinese tradizionale, di tipo ideogrammatico e non fonetico.

Nel caso dei migranti e dei sordi dal punto di vista metodologico ed ermeneutico non ci sono differenze rispetto a quanto accade quando si intervistano italiani residenti da molte generazioni nello stesso luogo e senza problemi di handicap fisici. Nel caso della storia orale declinata nel linguaggio dei segni si può anzi prevedere che essa diverrà la principale forma della storiografia che vorrà ricostruire il vissuto degli individui che hanno fatto parte delle comunità sorde, e svolgerà la funzione che la scrittura ha svolto per gli udenti. Per noi di AISO il rapporto con loro è stato quindi entusiasmante per la novità di quanto imparavamo e le promesse che la videoregistrazione ha in serbo per il futuro.

Quando tuttavia si tratti di intervistare, invece, i malati mentali la situazione diventa assai frustrante e complessa, tutto il quadro ermeneutico sopra delineato incontra grosse difficoltà e bisogna trasformarlo.

Si tratta, infatti, di interagire con individui che hanno una percezione assai diversa del tempo e di quella che chiamiamo esperienza di vita. In alcuni casi abbiamo di fronte persone per le quali non vale la consueta tripartizione passato/presente/futuro, dal momento che essi vivono in un eterno presente (alcuni psichiatri di scuola fenomenologica sostengono che questa condizione è il loro modo di cancellare l’angoscia della morte). Anche le esperienze di queste persone non sono state vissute e non vengono ricordate come di consueto, ma assumono valenza metaforica e spesso non sono poste in una sequenza cronologica. Il delirio è certamente un’esperienza, ma diventa molto difficile parlare del delirio per chi lo vive. O narrare attraverso il delirio, dato che esso segnala qualcosa, ma non racconta eventi vissuti in una realtà riconoscibile anche da parte di terzi. Inoltre, e a causa di questa situazione, si tratta di persone che non si trovano a loro agio sedendo di fronte a qualcuno per parlare, ma che si esprimono, quando decidono di farlo, nel corso delle loro attività quotidiane. E che individuano immediatamente l’artificialità di quella che è la situazione più frequente in storia orale: testimone e ricercatore seduti uno di fronte all’altro, impegnati in un confronto che può durare anche alcune ore.

Mi è successo di intervistare una persona che normalmente dialoga con presenze fantasmatiche e che non vive vestito ma si avvolge in una coperta; in occasione dell’intervista si era (o era stato) vestito di tutto punto, ma durante il colloquio si mostrava annoiato e diceva assai poco, interrompendo continuamente le nostre domande con domande sue, per poi affermare che l’intervista “poteva essere interessante per noi “civili” ma non per “quelli come lui” ”. Alla fine dell’intervista, a telecamera spenta, è entrato nella stanza uno psichiatra che lo aveva aiutato nel passato, e lui gli ha rivolto una domanda accorata; se ricordo bene gli ha detto: “dottore io ho un cane ma non lo vedo da tanto tempo, so che ha avuto un terribile incidente ma mi sta cercando da trent’anni. Pensa che se mi trova saprà riconoscermi?”. Era una comunicazione estremamente interessante e commovente, ma apparve alla fine dell’incontro, ed era diretta a una persona amica, mentre con degli estranei come noi, con dei “civili”, aveva parlato per buona educazione, ma senza essere minimamente interessato alla cosa. Era sembrato divertito e partecipe solo quando aveva elencato esattamente tutti gli oggetti che aveva rotto durante la seconda fase della sua vita, quella nella quale era stato definito schizofrenico: piatti, televisioni, telefoni.

Sia nel caso dei sordi che nel caso dei malati mentali sarà necessario individuare inedite modalità di intervista. Nel primo caso un primo problema è emerso durante i lavori della scuola di Roma: le interviste devono essere condotte da sordi con sordi o possono intervistare anche gli udenti che abbiano imparato il linguaggio dei sordi? Le opinioni erano discordi, alcuni sostenevano che il linguaggio imparato dagli udenti non è “realmente” il linguaggio di chi, per così dire, lo parla come “lingua madre” perché sordo dalla nascita. Quindi gli udenti, a loro parere, non dovrebbero intervistare i sordi anziani, perché la loro imperfetta conoscenza della lingua pregiudicherebbe l’esito del colloquio. Altri sostenevano una tesi contraria: l’intervista condotta da udenti capaci di parlare la lingua dei segni renderebbe meno claustrofobica la situazione dato che la curiosità dell’udente, un “diverso”, per un mondo sconosciuto potrebbe più facilmente stimolare l’interesse del sordo anziano a raccontargli la sua storia. La comunità sorda non è infatti molto estesa e quindi, secondo i sostenitori di questa tesi, nel caso di sordi giovani che intervistassero sordi anziani il rischio sarebbe quello del conformismo, e anche di uno scarso stimolo a parlare dato che tutti conoscono, più o meno, le storie di tutti gli altri.

Nel caso dei malati mentali si dovranno abbandonare le modalità consuete dell’intervista di storia orale, come dicevo. Con cosa sostituirle non è ancora chiaro. A mio parere sarà necessario inserire come “intervistatori” persone che gli intervistati conoscono da lungo tempo e delle quali si fidano: infermieri, psichiatri, parenti. Probabilmente il “set” del colloquio dovrà essere mobile e non fisso, forse anche lo schema domanda/risposta dovrà attenuarsi e saltare, le informazioni dovranno essere raccolte anche e soprattutto nella comunicazione non verbale, che ormai sappiamo costituire una parte preponderante anche nei colloqui tra noi cosiddetti “sani”. 

Nel caso dei migranti, infine, segnalo un problema molto importante. Oggi utilizziamo la telecamera perché indubbiamente essa ci permette la raccolta di informazioni molto più complete, dal momento che la comunicazione non verbale è predominante nel caso di incontri nei quali si narri la propria esperienza. Tuttavia, per i migranti clandestini la telecamera costituisce un rischio fortissimo dal momento che svela completamente la loro identità, e anche la registrazione solo in audio può diventare un’arma importante rivolta contro di loro, che sono ancora immersi nella prima, e durissima, fase della loro vicenda migratoria. Per non metterli a rischio siamo così costretti a interloquire solo con migranti ormai in regola, e dobbiamo escludere dalle nostre ricerche proprio i migranti appena arrivati e non ancora in regola con i permessi, perdendo la possibilità di raccogliere le impressioni e le opinioni di chi arriva nella primissima fase, che è molto difficile per loro, ma potrebbe essere molto interessante per noi.

 

 

 

Bibliografia

 

G. Contini (a cura di), Santa Croce sull’Arno: biografie di imprenditori, Museo della zona del cuoio, Santa Croce sull’Arno, 1987;

L. Ardiccioni, G. Contini, Vivere di coltelli. Per una storia dell'artigianato dei ferri taglienti a Scarperia, Centro Editoriale Toscano, Firenze, 1989;

G. Contini, A. Martini, Verba manent: l’uso delle fonti orali per la storia contemporanea, La nuova Italia scientifica, Roma, 1993;

G. Contini, Le fonti audiovisive: una risorsa e alcuni problemi, in Italia contemporanea, vol. 07/2014, n. 275, pp. 279-289.

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Giovanni Contini dal 1984 al 2014 ha diretto la sezione "archivi audiovisivi" della Sovrintendenza Archivistica per la Toscana. Dal 1992 ha rappresentato l'Italia nel Comitato per la Tradizione Orale del Consiglio Internazionale degli archivi. Dirige la collana "Storia e Memoria". Ha pubblicato oltre cento saggi di storia agraria, storia delle relazioni industriali, storia sociale, storia orale ed antropologia storica. Negli ultimi anni si è occupato di storia della memoria, e in particolare della storia della memoria dei massacri di civili nel corso della seconda guerra mondiale. Tra le monografie, ricordiamo: Memoria e storia; Santa Croce sull’Arno: biografie di imprenditori; (con L.Ardiccioni) Vivere di coltelli; (con A.Martini) Verba manent: l'uso delle fonti orali per la storia contemporanea; La memoria divisa; (Con Carolina Lussana) La forma e le cose; Una storia in Maremma; Aristocrazia contadina. Dal 2012 è presidente di AISO (associazione italiana di storia orale).

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