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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Giovanna Del Giudice

Giovanna Del Giudice

Conferenza permanente Franco Basaglia per la salute mentale nel mondo, Trieste
giodelgiudice@gmail.com

Giovanna Del Giudice è medico psichiatra, ha iniziato a lavorare presso l’ospedale psichiatrico di Trieste nel dicembre 1971, sotto la direzione di Franco Basaglia. Nel 1980 la nomina a primario e la direzione di un Centro di Salute Mentale. Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Caserta 2 a partire dal 2002, nel 2006 diventa direttore del Distretto socio sanitario di Cagliari. Nei tre anni successivi, svolge il ruolo di rappresentante della Regione Sardegna presso la Commissione Stato Regioni per la salute mentale. È portavoce nazionale del Forum Salute Mentale, incarico che ricopre dal 2003. È presidente dell’associazione Conferenza permanente Franco Basaglia per la salute mentale nel mondo dal novembre 2013. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, è stata in diverse occasioni relatrice presso convegni internazionali e ha insegnato presso le università di Trieste e Cagliari. Tra le sue ultime pubblicazioni …E tu slegalo subito. Sulla contenzione in psichiatria (Alpha beta verlag, 2015).

Articoli di Giovanna Del Giudice:

Riassunto

In Italia, il 31 marzo 2015 sono stati ‘chiusi per legge’ gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). La fine di questo lungo e complesso iter giudiziario richiede una puntuale analisi della situazione. L’articolo ripercorre la storia degli Opg, dalla loro istituzione nel lontano 1876 sino ai giorni nostri, offrendo una dettagliata ricognizione legislativa e umana, interrogando le istituzioni in merito non solo alla presunta tutela collettiva dalla pericolosità sociale ma pure in relazione alla inaccettabile sofferenza umana prodotta. Sulla base di questa ricostruzione storica, l’autrice sottolinea come il definitivo superamento dell’istituzione Opg passi necessariamente dalla rivisitazione dei processi giuridici e scientifici che sostengono la nozione di incapacità di intendere e di volere dell’‘infermo di mente’, con la restituzione alla persona con disturbo mentale del diritto alla responsabilità.

DOI: 10.17386/SA2015-001007

CHIUSI PER LEGGE GLI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI
UN SUPERAMENTO LUNGO E TORTUOSO

Giovanna Del Giudice*

* Conferenza Permanente Franco Basaglia per la salute mentale nel mondo Trieste

Riassunto: In Italia, il 31 marzo 2015 sono stati ‘chiusi per legge’ gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). La fine di questo lungo e complesso iter giudiziario richiede una puntuale analisi della situazione. L’articolo ripercorre la storia degli Opg, dalla loro istituzione nel lontano 1876 sino ai giorni nostri, offrendo una dettagliata ricognizione legislativa e umana, interrogando le istituzioni in merito non solo alla presunta tutela collettiva dalla pericolosità sociale ma pure in relazione alla inaccettabile sofferenza umana prodotta. Sulla base di questa ricostruzione storica, l’autrice sottolinea come il definitivo superamento dell’istituzione Opg passi necessariamente dalla rivisitazione dei processi giuridici e scientifici che sostengono la nozione di incapacità di intendere e di volere dell’‘infermo di mente’, con la restituzione alla persona con disturbo mentale del diritto alla responsabilità.

Parole chiave: Opg, Rems, psichiatria, pericolosità sociale, responsabilità.

Abstract: The Judicial Psychiatric Hospitals Closed by Law: A Long and Tortuous Overcoming. The Italian judicial psychiatric hospitals (Opg) were 'closed by law' on 31th March 2015. The end of this long and complex judicial process requires a detailed analysis of the situation. This article traces the history of the Opg, following its establishment in 1876 until today, and offers a detailed legislative and human reconnaissance by questioning the institutions, not only about the alleged collective protection from social dangerousness, but also, in relation to the unacceptable human suffering produced. On the basis of this historical reconstruction, the author underlines that the final overcoming of the institution Opg, necessarily passes through a review of the Italian legal and scientific processes that support the notion of incapability, fact of not being in full possession of one’s faculties, and the restitution of the right to responsibility to the person with mental disorder.

Keywords: Opg, Rems, psychiatry, social dangerousness, responsibility.


 


Criminali, i manicomi.
E quelli giudiziari più degli altri, i "civili", che una legge del
1978 ispirata dalla passione di Franco Basaglia vorrà abolire.
Igino Cappelli.
Gli avanzi della giustizia.
Diario del giudice di sorveglianza, 1988

 

1. Introduzione

Il 31 marzo 2015 sono stati ‘chiusi per legge’ in Italia gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). È stata la fine di un lungo e complesso percorso, durato tre anni, avviato dall'articolo 3 ter del decreto del 22 dicembre 2011, n. 211, convertito nella legge n. 9 del 17 febbraio 2012 «disposizioni per il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari». La legge 9 prevedeva al 31 marzo 2013 la chiusura degli Opg e l'apertura di residenze sanitarie regionali per l'esecuzione  delle misure di sicurezza (MS) detentive.
    Dopo successive due proroghe, la legge 81 del maggio 2014, che pure introduceva importanti modifiche normative, di indirizzo e di rispetto costituzionale, fissava la data per la chiusura degli istituti al 31  marzo del 2015. Allo scadere di quella data, non era scontata la non emanazione di una ulteriore proroga, anzi in molti l'avevano  auspicata, in particolare alcune regioni che arrivavano impreparate a quella scadenza. Erano pure ritornati prepotenti gli allarmismi di politici, oltre che di tecnici psichiatri e giuristi, enfatizzati dai mass media, che gridavano al rischio che i ‘pazzi pericolosi’ potessero ritornare in libertà senza alcuna tutela per loro stessi e per la comunità. Allarmismi già conosciuti e sventolati all'emanazione della legge 81/14[1], come alla chiusura dei manicomi civili. Storie che si ripetono.
    Abbiamo ritenuto atto importante la non promulgazione di una terza proroga, che poteva indebolire, e forse interrompere, il significativo sforzo di dimissione degli internati e di presa in carico da parte dei Dipartimenti di salute mentale (Dsm) realizzato in particolare nell'ultimo anno. E tanto più avrebbe rischiato, nel ritorno della legge 81 in aula, una rimodulazione o abolizione delle conquiste normative raggiunte. Era peraltro evidente che al 31 marzo 2015 gli Opg sarebbero ancora rimasti aperti per alcune centinaia di internati, non essendo stato completato il processo di dismissione e tanto più continuando gli invii da parte della magistratura che, senza tener conto e perfino contro le indicazioni della legge 81/14, proprio nel marzo avevano avuto un incredibile incremento.
    Si è andati così verso quella data con un numero di internati nei sei Opg che oscillava intorno ai settecento[2] e con l'indicazione pressante del Governo alle regioni di individuare soluzioni residenziali ‘transitorie’ per l'esecuzione e delle MS detentive, pena il  commissariamento delle stesse.[3] Quindi al 31 marzo si è decretata la chiusura ‘per legge’ degli Ospedali psichiatrici giudiziari con l'indicazione della fine dell'internamento in quei luoghi.

 

2. Sugli Ospedali psichiatrici giudiziari e i loro fondamenti

Forse in questa sede non serve ribadire l'orrore, il degrado, l'insensatezza, quando la non costituzionalità degli Ospedali psichiatrici giudiziari: istituti inaccettabili per la loro natura, per il mandato, per le modalità di funzionamento e le regole organizzative, ma tanto più  per l'incongrua legislazione che li sostiene.  
    Istituiti in Italia dal 1876, gli Opg si sviluppano in particolare nell'era fascista e trovano i loro fondamenti giuridici nel codice penale Rocco del 1930 e quelli psichiatrici nella tradizione organicista della psichiatria italiana e negli indirizzi psichiatrico forensi di Lombroso. Il primo Opg si costituisce ad Aversa nel 1876 come sezione della Casa penale per 19 detenuti impazziti in carcere - i folli rei - e da subito  riceve detenuti pazzi da tutta Italia. Già ai primi del '900 emergono le condizioni di insalubrità e cattiva assistenza dell'istituto. Nel 1907 diventa direttore Saporito che lavora con alacrità al suo miglioramento. La sua è una gestione militare dell'istituto ma anche paternalistica, con uso del lavoro degli internati che raggiungono le 350 unità. Nel 1886 apre l'Opg di Montelupo fiorentino, nel 1892 quello di Reggio Emilia. A Napoli l'Opg apre nel 1923, a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1925, a Castiglione  delle Stiviere nel 1939, mentre nel 1955 a Pozzuoli apre l'Opg femminile.
    Secondo la normativa, negli Ospedali psichiatrici giudiziari vengono internate persone con disturbo mentale che hanno commesso reato e sono state giudicate, attraverso perizia, ‘totalmente incapaci di intendere e di volere’ al momento del fatto-reato ed altre fattispecie giuridiche. Le categorie giuridiche internate negli Opg sono:

  • Internati prosciolti per infermità mentale (art. 89 e segg. c.p.) sottoposti al ricovero in Ospedale psichiatrico giudiziario in quanto socialmente pericolosi (art. 222 c.p.);
  • internati con infermità mentale sopravvenuta per i quali sia stato ordinato l’internamento in Ospedale psichiatrico giudiziario o in casa di cura e custodia (CCC) (art. 212 c.p.);
  • internati provvisori imputati, in qualsiasi grado di giudizio, sottoposti alla misura di sicurezza provvisoria in Ospedale psichiatrico giudiziario, in considerazione della presunta pericolosità sociale ed in attesa di un giudizio definitivo (art. 206 c.p., 312 c.p.p.);
  • internati con vizio parziale di mente, dichiarati socialmente pericolosi ed assegnati alla casa di cura e custodia, eventualmente in aggiunta alla pena detentiva, previo accertamento della pericolosità sociale (art. 219 c.p.);
  • detenuti minorati psichici (art. 111 D.P.R. 230/2000, Nuovo regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario);
  • detenuti condannati in cui l’infermità di mente sia sopravvenuta durante l’esecuzione della pena (art. 148 c.p.);
  • detenuti dei quali deve essere accertata l’infermità psichica, per un periodo non superiore a 30 giorni (art.112 c.2 D.P.R. 230/2000 – Nuovo regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario).

La persona incapace viene così prosciolta, non è sottoposta a giudizio e se dichiarata ‘pericolosa socialmente’, si ritiene che possa reiterare il reato e viene quindi internata in un Ospedale psichiatrico giudiziario con una misura di sicurezza di 2, 5, o 10 anni, a seconda della gravità del reato[4]. Per la MS detentiva non è fissata la durata massima: la dimissione dell'internato/a avviene solo quando il magistrato di sorveglianza dichiara cessata la pericolosità sociale. Se questa permane il magistrato proroga la misura di sicurezza e la persona continua a rimanere internata in Opg, fino a nuova revisione della pericolosità. Così poteva succedere[5] che per un reato ‘bagattellare’, quale oltraggio a pubblico ufficiale, furto d'uso, travestimento davanti ad una scuola, ecc. una persona con problemi di salute mentale a cui veniva riconosciuta la pericolosità sociale, attraverso un utilizzo ripetuto della proroga poteva rimanere in Opg vent'anni e oltre, connotandosi quindi un cosiddetto ‘ergastolo bianco’.
    Nelle esperienze teorico-pratiche di decostruzione del manicomio e di deistituzionalizzazione sviluppatasi in Italia negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, che hanno portato alla legge 180 e alla chiusura dei manicomi, gli Opg sono rimasti a latere del processo, e non sarebbe potuto essere diversamente. Ma certamente tali esperienze, e i paradigmi che li fondavano, hanno influenzato pratiche, di psichiatri e di magistrati, relativamente all'impegno contro l'internamento negli Opg. A Trieste, e non solo, già dagli anni Settanta gli operatori psichiatrici lavorano con la magistratura o come intermediazione con la comunità, onde evitare, in relazione a piccoli reati commessi dalle persone dimesse dall'Ospedale psichiatrico civile, l'invio in Opg o per una dimissione precoce dagli istituti, anche prima dello scadere della MS e dopo il riesame della pericolosità sociale.
    La seconda metà degli anni Settanta viene attraversata da numerosi scandali che toccano gli Opg, in particolare i tre Opg della Regione Campania. Ad Aversa iniziano le denunce fatte da ex internati. In particolare ricordiamo quella del 1974 di Aldo Trivini che durante l'internamento, con una cinepresa Super8, riprende lo scandalo delle condizioni inumane in cui sono tenuti gli internati, testimonia abusi e morti sospette, violenza e contenzioni punitive lunghissime, come i privilegi incondizionati e omertosi per alcuni. Nel febbraio 1978 evade in maniera clamorosa dall'Opg di Aversa Raffaele Cutolo. I direttori dell'Opg di Aversa e di Napoli, Ragozzino e Rosapepe, coinvolti negli scandali di abusi, violenze, favoritismi e traffici illeciti, si suicidano. Il 27 dicembre 1974 prende fuoco legata al letto, dopo 56 giorni di contenzione, Antonia Bernardini. I soccorsi alla donna sono lenti e arrivano quando le sue condizioni sono ormai disperate. Antonia muore la notte del 31 dicembre. Condannato il direttore, si chiude l'istituto il 31 marzo. Le donne sono trasferite a Castiglione delle Stiviere che diventa l'ospedale femminile psichiatrico giudiziario.
    La riforma dell'ordinamento penitenziario del 1975[6] lascia immutata la situazione degli istituti, cambiandone solo la denominazione: non più ‘manicomi criminali’ ma Ospedali psichiatrici giudiziari. Ma, cambiata l'etichetta, nulla cambia: per le internate e gli internati non mutano le condizioni dell'accoglienza, il degrado degli habitat, le contenzioni e coercizioni prolungate, la sospensione dei diritti. Gli Ospedali psichiatrici giudiziari continuano a essere ‘non luoghi’, fuori dalle pratiche della cura e senza le garanzie che pure nella detenzione esistono, tra cui la certezza del fine pena. Dove le persone, totalizzate nella malattia, cessano di essere titolari di responsabilità e diritti. Dove possono essere dimenticate e segregate sine die.
    Certamente la legge 180/78 restituendo soggettività e diritti alla persona con disturbo mentale e rompendo il binomio malattia-mentale/pericolosità-sociale interviene sugli orientamenti giuridici che attengono all'internamento in Opg. La Corte Costituzionale, fin dai primi anni Ottanta, avvia un’importante azione di erosione degli articoli del codice penale che regolamento l'internamento in Opg per i malati di mente. Prima fra tutti la sentenza n.139 della suprema Corte dell'82 che fa cadere la presunzione di pericolosità legata alla malattia mentale grave, stabilendo che la pericolosità sociale non può essere definita una volta per tutte, come se fosse un attributo naturale di quella persona e di quella malattia. Le persone quindi benché prosciolte, se non riconosciute socialmente pericolose, possono venire dimesse prima del tempo, o non essere ricoverate affatto in Opg. Le sentenze infine n. 253/2003 e 367/2004, privilegiando il diritto alla cura su quello della sicurezza, dichiarano incostituzionale la non applicazione all'infermo di mente di misure alternative all’internamento in Opg, rilevando che il ricovero nell'istituto costituisce una pesante disuguaglianza di trattamento rispetto a quanto la riforma sanitaria prevede. I giudici rilevano che l’internamento è dannoso per tutti e che le cure psichiatriche devono svolgersi in ambito territoriale.
    Nel 2008 la promulgazione del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 1 aprile, con il ‘trasferimento delle competenze sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse sanitarie e delle attrezzature e dei beni strumentali’ dalla sanità penitenziaria al sevizio sanitario nazionale, già previsto dal Decreto Presidenziale n. 230/99 mai pienamente applicato, riavvia una ripresa di attenzione e di progettualità sulla medicina penitenziaria e sull’Opg. Il decreto definisce il trasferimento alle regioni in cui sono ubicati gli Opg, delle funzioni sanitarie degli stessi e nell’allegato C indica gli interventi che le regioni devono progressivamente attuare, attraverso le Aziende Sanitarie, per la presa in carico degli internati degli Opg. Il decreto sottolinea come il ‘successo’ del programma sia:

 «strettamente connesso con la realizzazione di tutte le misure e azioni indicate per la tutela della salute mentale negli istituti pena con particolare riferimento all’attivazione, all’interno degli istituti, di sezioni organizzate o reparti, destinati agli imputati e condannati, con infermità psichica sopravvenuta nel corso della misura detentiva che non comporti l'applicazione provvisoria della misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario o l'ordine di ricovero in O.P.G. o in case di cura o custodia; presso le stesse sezioni potrebbero essere assegnati, per l’esecuzione della pena, anche i soggetti condannati a pena diminuita per vizio parziale di mente» (Dall'allegato C del DPCM 1 aprile 2008).

Rispetto alle specifiche azioni, nell'allegato si prevede una prima fase con la dimissione degli internati che hanno terminato la misura di sicurezza, il ritorno in carcere dei detenuti con sopravvenuta infermità mentale, il non invio in Opg delle persone in osservazione. In una seconda fase la distribuzione degli internati negli Opg a secondo della vicinanza al territorio di provenienza. Infine in una terza fase si prevede da parte delle regioni la presa in carico finalizzata alla dimissione degli internati di competenza territoriale. Così recita l'allegato:

«Le soluzioni possibili, compatibilmente con le risorse finanziarie, vanno dalle strutture Opg con livelli diversificati di vigilanza, a strutture di accoglienza e all’affido ai servizi psichiatrici e sociali territoriali, sempre e comunque sotto la responsabilità assistenziale del Dipartimento di salute mentale della Azienda sanitaria dove la struttura o il servizio è ubicato» (Ibidem).

Anche gli interventi del DPCM 2008 non rispettano i tempi previsti e sono solo parzialmente attuati. Si arriva così, dopo l'intervento già citato del 2008 del Consiglio di Europa sul Governo italiano, alle ispezioni del giugno e luglio 2010 effettuate negli Opg dalla Commissione Marino che svelano le condizioni di degrado e di abolizione di diritto negli Opg, istituti definiti  dal presidente Napolitano «indegni di un paese appena civile».
    Quindi, a dicembre 2011 è promulgato il già citato decreto n. 211, convertito nella legge n. 9/2012. La legge 9 che riprendendo in molte parti l'allegato C fissa la chiusura degli Opg al marzo 2013, ed istituisce le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza detentive, regionali, di esclusivo gestione sanitaria, con attività di vigilanza e  sicurezza perimetrale, ove necessaria. La legge ha un budget dedicato[7].

 

3. un primo bilancio a ridosso della data della ‘chiusura per legge’ degli Opg

Fermo restando che il ‘definitivo superamento’ dell'Opg può solo essere determinato dalla rivisitazione dei meccanismi normativi e scientifici, giuridici e psichiatrici, che sostengono l’incapacità di intendere e di volere dell' ‘infermo di mente’ e dalla fine del sistema del ‘doppio binario’ con la restituzione alla persona con disturbo mentale del ‘diritto alla responsabilità’, alcune considerazioni su dove siamo alla data del 31 marzo 2015, ma anche sulle criticità in atto e sulle prospettive.
    Prioritariamente va specificato come non sia possibile assimilare, come qualcuno ha voluto fare, la data della ‘chiusura per legge’ degli Opg a quella della promulgazione della legge 180/78. Grandi sono le differenze nei contenuti e nel processo.
    La legge 180/78 ha sancito la chiusura degli Ospedali psichiatrici civili ma principalmente la fine di uno ‘statuto speciale’ per il malato di mente che entra nella cittadinanza sociale. La Legge 9/12, e sue modifiche[8], ha sancito la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma mantiene per la persona con disturbo mentale che ha commesso reato un percorso ‘speciale’, lasciando immodificate le norme giuridiche che disciplinano la imputabilità[9]. La legge 180 ha preso avvio da un processo di messa in discussione teorica e pratica del manicomio e dei suoi dispositivi, dal lavoro di umanizzazione e decostruzione dello stesso portato avanti da psichiatri ‘innovatori’ in alcune realtà italiane fin dagli anni Sessanta. Ed è stata resa possibile dal lavoro di deistituzionalizzazione di Franco Basaglia e la sua équipe che a Trieste aveva messo a punto nel territorio, tra il 1975 e il 1977, un circuito di servizi, alternativo a quello manicomiale, sostanziato dai Centri di salute mentale sulle 24 ore, dotati di posti letto per l'accoglienza diurna/notturna di persone in crisi di quel territorio. La legge 9/12, e sue modifiche, prende avvio dall'intervento del Consiglio di Europa presso il Governo italiano nel 2008 a cui fa seguito dal 2010 il lavoro ispettivo negli istituti della Commissione per l'efficienza ed efficacia del sistema sanitario nazionale[10] che mette in luce l'orrore degli Opg ed indica come ineluttabile la loro chiusura. Ma al posto dei fatiscenti Opg la legge 9/12 definisce che si devono allestire in tutte le regioni italiane, residenze sanitarie per la esecuzione della misura di sicurezza detentiva, secondo i criteri che il decreto dell'ottobre 2012 indicherà. Residenze, con un differente gradiente di sorveglianza, dedicate ai prosciolti pericolosi, dove segregazione e custodia possono rendere di nuovo inefficaci i processi di riabilitazione e di cura.
    Ma certamente, al percorso avviato dal 2010 fino alla chiusura per legge degli Opg va riconosciuto il merito di aver riaperto un dibattito sulla questione perlopiù sopita, quando non sostenuta dalle stesse pratiche dei servizi di salute mentale,  dell'internamento senza diritti delle persone negli Opg, sulle incongrue culture scientifiche e giuridiche che ne sono alla base, sulle norme del codice penale Rocco sulla incapacità del malato di mente e sulla pericolosità sociale, sull'irragionevolezza della gestione e violenza degli istituti, sulla necessità di rivisitazione della perizia psichiatrica.
    Ancora con La legge 81/14 sono stati rimessi al centro, del dibattito e delle pratiche, i principi alla base delle sentenze della Corte Costituzionale del 2003 e del 2004, con la priorità del diritto alla cura su quello alla sicurezza, e i magistrati, anche di sorveglianza, sono stati investiti a favorire le misure di sicurezza alternative all’internamento. La legge ha ribadito che anche per i «pazienti per i quali è stata accertata la persistente pericolosità sociale» va considerata  «eccezionale» e «transitorio» il proseguo del ricovero. Passaggio questo di non poco conto. Peraltro l'aver definito che la MS non può andare oltre il massimo della pena edittale, ha messo fine alle proroghe sine die ma anche in qualche modo ha inclinato il pilastro della pericolosità sociale, cessando la MS senza la necessità di revisione della stessa. Alcuni magistrati peraltro, in persistenza di pericolosità sociale, hanno prescritto una MS alternativa alla detenzione.
    Da ultimo, le dimissioni delle persone dagli Opg e la presa in carico territoriale, ha rimesso il focus sui servizi e le organizzazioni della salute mentale. Pur riconoscendo che i servizi territoriali nell'ultimo anno hanno mostrato buone capacità di farsi carico, come mai avevano fatto prima, delle dimissioni di un buon numero di internati dagli Opg, anche se per lo più attraverso il meccanismo dell'inserimento in residenze psichiatriche, non si può oggi non riconoscere la deriva culturale e organizzativa dei servizi di salute mentale, il loro restringimento sul paradigma biologico-clinico, il ritorno delle psichiatria delle certezze, lo spostamento delle risorse dalle risposte domiciliari e territoriali alle risposte ospedaliere e residenziali sulle 24 ore. È quindi necessario e improrogabile una ripresa di attenzione sulla qualità dell'assistenza psichiatrica nel nostro Paese, sulle risorse in campo, sull'utilizzo delle risorse, sui paradigmi che sostengono le pratiche.
    Se questi sono solo alcuni obiettivi raggiunti, molte sono ancora le criticità che permangono e su cui appare necessario continuare l'impegno tecnico e politico. E i modi con cui tali criticità verranno affrontate ci dirà verso quale direzione può andare il processo.
    Una prima questione generale si pone. Nel passaggio delle competenze delle residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza alla sanità, c’è il rischio della chiusura della contraddizione posta dall'essere l'Ospedale psichiatrico giudiziario in capo al ministero della Giustizia: quindi luogo in cui prevale la funzione della custodia pur essendo deputato alla cura. Chiusura che può determinare rinnovata ‘fiducia’ nella loro funzione terapeutica, mentre è stato dimostrata la non terapeuticità delle istituzioni che tengono insieme cura e custodia. Tale spostamento rischia di riportare la contraddizione del binomio cura/custodia in capo agli operatori sanitari, e di ri-confermare la supremazia della giustizia sulla psichiatria poiché - e non poteva se non essere così con l'attuale normativa - il potere di ammissione, dimissione e di vigilanza rimane alla magistratura come l'applicazione del regolamento penitenziario.
    Ma ciononostante, e forse tanto più per questo, da oggi risulta significativamente rilevante la qualità delle organizzazioni e delle pratiche che si metteranno in campo da parte degli operatori sanitari e dei programmatori per la gestione delle Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza detentive), per indicare una direzione, senza via di ritorno, nel solco della legge 180 e della Costituzione, verso il reale superamento definitivo dell'Opg.
    Risulterà poi centrale se per le Rems si utilizzeranno spazi già fortemente stigmatizzati, chiusi e segreganti, o se si tenderà all'uso di spazi non dedicati solamente agli internati. Se le risposte saranno solo farmacologiche e cliniche, se si useranno metodi coercitivi o se ci sarà un progetto sulla totalità dei bisogni della persona a partire dalla sua biografia e dal suo contesto di vita, senza alcuna sospensione o abolizione dei diritti. Se per ogni persona internata sarà mantenuta una chiara responsabilità terapeutica da parte dei servizi territoriali di competenza, senza delega all'equipe della Rems. Se sarà costante un rapporto di negoziazione con la magistratura per ri-definire la progettualità a seconda del percorso terapeutico tracciato e raggiunto. Infine le modalità organizzative, gli stili operativi, le risorse, gli strumenti, le sinergie che in questa fase si metteranno in campo diranno molto sul percorso verso le Rems definitive, oppure verso una loro abolizione. Le Rems oggi aperte, o in via di apertura, sono ‘transitorie’, bisogna quindi lavorare affinché non si passi a Rems definitive, ma ad una presa in carico dei soggetti da parte dei servizi territoriali.
    Se poi guardiamo alle residenze messe in campo, le preoccupazioni sono grandi: abbiamo visto Rems con sbarre, cancelli, grate e videosorveglianza interna. Come possono essere questi spazi ‘spacciati’ come luoghi di cura e di riabilitazione? Va stigmatizzato e affrontato il cambiamento solo di nome avvenuto a Castiglione: l'Opg si è convertito in Rems organizzate in moduli per patologia prevalente ritornando alla divisione classificatoria dei reparti manicomiali!
    La Liguria poi, e forse potremo ritrovarlo anche in altre regioni, hanno delegato la ‘cura’ dei loro cittadini a Castiglione, a scapito della territorialità e della responsabilità. Inoltre è stata da poco sventata[11] la proposta di istituire la Rems ad alta intensità della regione Toscana - peraltro già deliberata -, presso il carcere di Solleciano Mario Gozzini, istituendola nel Padiglione Morel dell'ospedale di Volterra.
    Per continuare, il numero di posti di Rems transitorie[12] a oggi, risulta ancora alto se confrontato con il numero degli internati degli Opg ritenuti con problemi di ‘pericolosità’, indicato nel primo rapporto al Governo del Ministero della Sanità e Giustizia dell'ottobre 2014 pari al 08% degli internati, quindi intorno al centinaio di posti[13]. E a tuttora non è stato fatto il commissariamento per le regioni che non hanno assunto tutte le iniziative atte a «garantire il completamento del processo di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari» (legge 81/14) e quindi non solo per le regioni che non hanno istituito le Rems. Ancora, la regione Sicilia non ha concluso il recepimento del DPCM 2008.

 

Approfondimenti

Cappelli I. (1987). Gli avanzi della giustizia. Roma: Editori Riuniti.
Corleone F., Pugiotto A. (2013).Volti e maschere della pena. Roma: Ediesse.
Dell’Acqua G., Mezzina R. (a cura di) (1988). Il folle gesto. Roma: Sapere 2000.
De Mattos V. (2012). Una via d’uscita. Merano: Alpha Beta Verlag.
Manacorda A. (1982). Il manicomio giudiziario. Bari: De Donato.

 

Note biografiche sull’autore

Giovanna Del Giudice è medico psichiatra, ha iniziato a lavorare presso l’ospe-dale psichiatrico di Trieste nel dicembre 1971, sotto la direzione di Franco Basaglia. Nel 1980 la nomina a primario e la direzione di un Centro di Salute Mentale. Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Caserta 2 a partire dal 2002, nel 2006 diventa direttore del Distretto socio sanitario di Cagliari. Nei tre anni successivi, svolge il ruolo di rappresentante della Regione Sardegna presso la Commissione Stato Regioni per la salute mentale. È portavoce nazionale del Forum Salute Mentale, incarico che ricopre dal 2003. È presidente dell’associazione Conferenza Permanente Franco Basaglia per la salute mentale nel mondo dal novembre 2013. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, è stata in diverse occasioni relatrice presso convegni internazionali e ha insegnato presso le università di Trieste e Cagliari. Tra le sue ultime pubblicazioni …E tu slegalo subito. Sulla contenzione in psichiatria (Alpha beta verlag, 2015).

 

About the author

Giovanna Del Giudice is psychiatrist, she began her career with Franco Basaglia in the Trieste Psychiatric Hospital, in December 1971. In 1980 she was appointed head psychiatrist and director of a Mental Health Centre in Trieste. Appointed Director of the Mental Health Department of Caserta in 2002, in 2006 she became the new Director of the Cagliari Sociomedical District and for the next three years also served as the representative for Sardinia in the State-Regional Commission for Mental Health. She has been national spokesperson of the Mental Health Forum since 2003. She is President of the Italian association Permanent Conference Franco Basaglia for the Mental Health in the World since 2013. She has published numerous articles, participated in many international conferences and has also taught at the Universities of Trieste and Cagliari. Her last publication is … e tu slegalo subito. Sulla contenzione in psichiatria (Alpha Beta Verlag, 2015).

 

NOTE


[1] In particolare nei giorni successivi all'emanazione della legge 81/14 era stato da più parti diffuso l'allarme per la possibile dimissione, a termine di legge, di persone pericolose che avevano già scontato un internamento più lungo del massimo della pena edittale per il reato commesso.

[2] Va ricordato che al 31 dicembre 2011 gli internati negli Opg erano 1400.

[3] La legge 9/12 al comma 9, confermato nella legge 81/14, prevede il commissariamento delle Regioni ove «risulta che lo stato di realizzazione e riconversione delle strutture e delle iniziative assunte per il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari è tale da non garantirne il completamento».

[4] Se il reato prevede una pena tra i 2 e 10 anni, la MS è di 2 anni. Per una pena superiore ai 10 anni, la MS è di 5 anni, se la pena è l'ergastolo la MS è di 10 anni.

[5] Tale norma è stata cambiata dalla legge 81/14 che sancisce che il tempo della misura di sicurezza non può essere superiore al tempo del massimo edittale previsto per la pena.

[6] Legge 354/75.

[7] Si prevede un budget, da ripartire per regioni, di 180 milioni di euro per la realizzazione o riconverzione delle residenze, e un budget per la gestione di 38 milioni di euro per il 2012 e dal 2013 di 55 milioni annuali.

[8] Si fa riferimento alle due leggi di conversioni: legge 53 del 23 maggio 2013 e legge 81 del 30 maggio 2014.

[9] Si fa riferimento come detto, al fatto che per il codice penale ad un reato corrisponde una pena se autore è una persona con disturbo mentale riconosciuta pericolosa socialmente la quale non è sottoposta a processo e le è inflitta al reato una misura di sicurezza.  

[10] La Commissione è presieduta dal senatore Ignazio  Marino.

[11] Si sono espressi contro questa ipotesi StopOpg, il garante regionale dei detenuti della Toscana, Antigone.

[12] In una prima fase le Regioni avevano previsto un numero di circa mille posti letto di Rems.

[13] Ci si riferisce in particolare alla prima relazione al Governo 

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