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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Francesca Safina

Francesca Safina

Fondazione Istituto Andrea Devoto Onlus
safinaf@icloud.com

Francesca Safina è psicologa e psicoterapeuta, formatrice e consulente libera professionista per alcune associazioni di volontariato a livello locale e nazionale, tra cui l’Associazione Italiana Celiachia. Ricercatrice in ambito di benessere sociale e di comunità, presso la Fondazione Andrea Devoto Onlus di cui ne coordina le attività. E' Membro della Commissione Pari Opportunità della Regione Toscana e svolge attività clinica in ambito familiare e individuale. Tra le sue recenti pubblicazioni: Nota finale (con J. Ceramelli), in M. Menegatto e A. Zamperini (eds.) Memoria Viva, Fup, Firenze 2015; Curatrice (con M. Silano, S. Neuhold, M. Cornicell)  dell’edizione italiana di Vivere senza glutine for dummies, Hoepli, Milano 2015.

Articoli di Francesca Safina:

Riassunto

La Fondazione Andrea Devoto si occupa dal 1995 della promozione del benessere e della salute dei cittadini. Il progetto ‘Prendersi cura di chi si prende cura’ è nato dal bisogno di integrare in un percorso di riappropriazione del proprio benessere, parte della cittadinanza che come cergiver si prende cura di persone non autosufficienti. Con questo progetto si è voluto promuovere un percorso di informazione, formazione, fino alla creazione di un luogo fisico in cui poter coinvolgere nuovi caregiver e sostenerli attraverso la relazione tra pari. Sulla base della Psicologia di comunità si è attivata una rete di associazioni e istituzioni che hanno costruito laboratori di empowerment individuale e collettivo sul tema della cura. Così da aumentare il senso di potere (individuale e collettivo) unitamente alla capacità di leggere e interpretare i sistemi sociali. La sfida è quella di coniugare l’esigenza del prendersi cura di un disagio grave con il benessere della cittadinanza.

DOI: 10.17386/SA2015-001020

IL CAREGIVER AL CENTRO DEL PROPRIO BENESSERE:
PERCORSI DI SELF EMPOWERMENT E COMMUNITY CARE

Francesca Safina*

* Fondazione Istituto Andrea Devoto Onlus

Riassunto: La Fondazione Andrea Devoto si occupa dal 1995 della promozione del benessere e della salute dei cittadini. Il progetto ‘Prendersi cura di chi si prende cura’ è nato dal bisogno di integrare in un percorso di riappropriazione del proprio benessere, parte della cittadinanza che come cergiver si prende cura di persone non autosufficienti. Con questo progetto si è voluto promuovere un percorso di informazione, formazione, fino alla creazione di un luogo fisico in cui poter coinvolgere nuovi caregiver e sostenerli attraverso la relazione tra pari. Sulla base della Psicologia di comunità si è attivata una rete di associazioni e istituzioni che hanno costruito laboratori di empowerment individuale e collettivo sul tema della cura. Così da aumentare il senso di potere (individuale e collettivo) unitamente alla capacità di leggere e interpretare i sistemi sociali. La sfida è quella di coniugare l’esigenza del prendersi cura di un disagio grave con il benessere della cittadinanza.

Parole chiave: empowerment, caregiver, benessere, cittadinanza, psicologia di comunità.

Abstract: The Caregiver at the Center of his Well-being. Self Empowerment and Community Care Paths. From 1995 the Andrea Devoto Foundation deals in the promoting well-being of citizens. The project 'Caring for carers' stems from the need to integrate into a path of re-appropriation of own well-being caregivers of dependent persons. With this project we wanted to promote a process of information, training up to the creation of a physical space in which to engage new caregivers and support them through the relationship of peer. On the basis of Community Psychology, a network of associations and institutions has been activated in order to built laboratories of individual and collective empowerment. So as to increase the sense of individual and collective power, with the ability to read and interpret social systems. The challenge is to combine the need of taking care of a severe discomfort with the well-being of the citizenship.

Keywords: empowerment, caregiver, well-being, citizenship, Community Psychology.



1. Introduzione

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 1987), per promozione della salute si intende ogni azione intrapresa da persone comuni (non solo professionisti della salute) per mobilitare le risorse necessarie a promuovere, mantenere e ristabilire la salute degli individui e della comunità.
    Sempre per l’OMS la salute va intesa come ‘stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia’ (Ibidem). In questa introduzione ci sembra interessante cominciare dalla seconda definizione ormai molto conosciuta che sottolinea la profonda differenza tra una concezione tradizionale della salute, l’assenza di malattia, ed una molto più ampia che fa riferimento all’integrità dell’individuo nei confronti di sé stesso e della comunità in cui vive: benessere fisico, psichico e sociale. Ma oltre a questa evidenza, sulla quale ormai è stato detto tutto, ci sembra importante sottolineare il carattere dinamico della definizione stessa. In una società in perenne movimento, sempre più rapido, ma non sempre né costante né coerente, la ricerca di uno stato completo di benessere si rivela come una tensione ‘verso’ una ricerca continua, un impegno destinato ad un continuo rinnovamento. Una ricerca che deve necessariamente attingere ad ogni possibile risorsa per trovare nuove energie, continue disponibilità, tanto più in uno scenario socio politico in cui la crisi dello stato sociale manifesta in maniera crescente la sua evidenza, sia in termini di risorse economiche che di risorse umane.
    In questo contesto ci sembra che l’OMS si assuma il compito di sottolineare che la salute, sia quella degli individui, sia quella della comunità nella quale essi agiscono, è responsabilità di tutti. Dalla prima definizione, infatti, ci sembra importante evidenziare prima di tutto il richiamo a riappropriarsi della delega sulla propria salute. Perché se la salute è il risultato della ricerca del benessere individuale e sociale, ciascuno dei protagonisti ha il diritto e il dovere di promuovere azioni finalizzate al suo mantenimento. Ciascuno di noi è chiamato attraverso il proprio stile di vita e la propria testimonianza nella comunità a ‘concorrere’ per il benessere proprio e altrui. Ed è evidente, nel contesto appena citato di crisi dello stato sociale, come sia fondamentale che l’azione di servizi istituzionalmente ‘delegati’ alla tutela della salute sia in qualche modo ‘costretta’ a integrarsi fortemente con l’azione civile di auto promozione della salute espresso dalla comunità a cui si riferiscono. Non è casuale, infatti, che tutti i documenti di pianificazione sociosanitaria, da quelli di Zona al Piano Regionale Sociosanitario, facciano inevitabilmente esplicito riferimento all’integrazione tra pubblico e privato chiamando l’associazionismo e il Privato Sociale a concorrere alla stesura dei piani stessi.
    I caregiver, intesi come coloro che si prendono cura di un familiare non autosufficiente, sono una fascia della popolazione piuttosto fragile poiché raramente si trovano ad essere sostenuti e riconosciuti nell’assistenza al proprio caro. La cura, soprattutto tra le mura di casa, è un processo che viene dato spesso per scontato dalla comunità, come rappresentasse un dovere insito nel percorso familiare, senza bisogno di esprimere le potenzialità di disagio o fatica conseguenti.
    Il benessere dei caregiver, inteso come aspetto multidimensionale composto da salute fisica e mentale, risorse finanziarie e partecipazione sociale, sembra essere compromesso in molti dei suoi aspetti durante il percorso di cura di un familiare non autosufficiente. In particolare, gli aspetti psicologici e sociali sembrano essere le dimensioni più colpite (George, Gwyther 1986).  Che i caregiver e le caregiver siano portatori di potenziali malesseri e disagi legati alla cura del familiare non autosufficiente è una realtà che emerge ormai da ricerche scientifiche e dati empirici confermati nel corso degli anni (Fauth, Gibbons, 2013; Clyburn et al., 2000; George, Gwyther, 1986). Alcuni ricercatori hanno addirittura individuato alcuni elementi negativi conseguenti al processo di cura come depressione, percezione peggiore del proprio stato di salute, aumento del rischio di mortalità (Schultz et al, 1995; Schultz, Beach, 1999). Dall’altra parte altri autori hanno individuato anche la presenza di aspetti positivi del percorso di cura, riferiti dai caregiver stessi (Cohen, Colantonio, Vernich, 2002) ricordando come la cura comporti anche aspetti di valorizzazione di sé, reciprocità, soddisfazione nella cura stessa (Nolan et al., 1996). Sebbene la presenza di questi aspetti positivi, l’esperienza clinica ci indica come la pesantezza e la fatica del prendersi cura prendano spesso il sopravvento e pervadano la percezione della propria vita in chi si prende cura di un familiare non autosufficiente.
    Sul territorio italiano, da molti anni oramai, sono nate e si sono sviluppate numerose associazioni di volontariato a sostegno alle disabilità, agli anziani con decadimento cognitivo, a chi ha subito un evento neurologico traumatico che ha portato alla perdita dell’autosufficienza, ecc. Le associazioni si occupano prevalentemente di sostegno alle famiglie e ai familiari coinvolti nella cura, attraverso informazione e, talvolta, attraverso un sostegno psicologico vero e proprio. In tutti i casi il cittadino vive un’esperienza di aiuto passivo, ricevendo assistenza dall’associa-zione o dal servizio pubblico deputato. All’interno delle istituzioni la situazione è molto simile, infatti il servizio sanitario nazionale fornisce strumenti per la cura, medicinali, legislazione di supporto, medici generali e specialisti, ecc. In tutti i casi il caregiver è un utente passivo dei servizi che vengono offerti da associazioni e istituzioni, oltre a ricevere sostegno soprattutto in aspetti pratici di diagnosi e cura fisica della persona non autosufficiente. Il panorama dei caregiver è spesso molto distante da chi, del processo di cura, ne ha fatto un lavoro come badanti e assistenti familiari: l’Istat, nel suo rapporto del 2015,[1] documenta numeri molto elevati, per un totale di circa 365.000 persone che per lavoro si occupano della cura di una persona non autosufficiente. Censire badanti e collaboratori familiari in Italia è molto difficile a causa del sommerso e del non dichiarato, quindi possiamo immaginare che i numeri siano effettivamente più alti. L’interazione tra caregiver e badante, il riconoscimento reciproco di bisogni, difficoltà e risorse è molto spesso difficoltoso e non sempre le istituzioni e le associazioni di volontariato tutelano i/le badanti, sia italiani che stranieri, con la stessa precisione con cui tutelano i caregiver. La lontananza di questi due mondi che ruotano attorno alla cura, seppur così vicini nell’operatività quotidiana, contribuisce a rendere ancora più difficoltoso il percorso di cura, sotto molti punti di vista.

 

2. Il progetto ‘Prendersi cura di chi si prende cura’

Come Fondazione Devoto, da vent’anni, ci poniamo primariamente l’obiettivo della promozione del benessere e della salute dei cittadini. La prevenzione al disagio fece  nascere in Andrea Devoto, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta (Devoto, 1993) l’idea di progetti di sensibilizzazione per l’appropriazione della salute personale attraverso percorsi di gruppo autonomi. Andrea Devoto vedeva come un diritto e dovere di ciascun cittadino la riappropriazione della cura e della premura verso sé stessi e verso gli altri: un cittadino competente sul proprio stato di salute e consapevole rispetto agli strumenti a disposizione per fronteggiare eventuali stati di malessere e disagio che gli si potrebbero presentare. Le linee guida tracciate da Andrea Devoto vent’anni fa orientano ancora oggi il nostro lavoro nello sviluppo di percorsi di sensibilizzazione per tutti i cittadini della comunità toscana.
    L’obiettivo generale del nostro progetto è stato quello di attivare quella parte di cittadinanza che si prende cura di persone non autosufficienti, in un percorso di riappropriazione del proprio benessere come caregiver, fino alla creazione di un luogo fisico in cui poter coinvolgere nuovi caregiver e sostenerli attraverso la relazione tra pari.
    Gli obiettivi specifici del progetto, che prende il nome di ‘Prendersi cura di chi si prende cura’, sono stati quelli di attivare una rete di associazioni e istituzioni che progettassero percorsi di empowerment individuale e di comunità attorno al tema della cura. Così da aumentare il senso di potere individuale e collettivo, unitamente alla capacità di leggere e interpretare i sistemi sociali (Francescato, Tomai, Ghirelli, 2002).
    E proprio dall’unione delle intuizioni di Andrea Devoto con la psicologia di comunità è stato possibile tracciare il percorso attuale.


3. Cornice teorica e metodi

La metodologia utilizzata si ispira al paradigma di conduzione dei gruppi formativi di Andrea Devoto (Devoto 1993), che mette al centro l’attivazione delle Life Skills Education.
    Il percorso di gruppo favorisce un’educazione tra pari, attraverso la metodologia della Peer Education, che permette la scoperta di sé stessi nell’altro condividendo l’apprendimento e la sua interiorizzazione. L’utilizzo del gruppo come confronto favorisce la percezione della propria responsabilità e lo sviluppo come cittadino competente nella propria comunità. La metodologia del Community Care (Francescato, Tomai, Ghirelli, 2002) fa da cornice all’intero percorso, sostenendo il cambiamento di ciascuno all’interno di una visione di comunità consapevole e competente.
    La cornice teorica di riferimento per la metodologia di gruppo, quindi, è relativa alla Psicologia di Comunità e ai concetti di empowerment individuale e di sviluppo di comunità. L’empowerment è un concetto multidimensionale che vede l’attivazione individuale attraverso più dimensioni che vanno da quella personale, interpersonale, organizzativa e macro-ambientale o sociopolitica (Cox, Parsons, 1994): l’empowerment è un processo dinamico attraverso il quale gli individui rafforzano la propria capacità di controllare e influenzare le loro stesse vite, e di conseguenza la propria salute. È un modello focalizzato sulla forza personale, sulle abilità e competenze, atte a mobilitare le risorse personali attraverso capacità di problem solving e attivazione sociale (Cox, Parsons 1994; Zimmerman, 1995). L’utilizzo del processo di empowerment come attivazione sociale è una risorsa per l’intera comunità, poiché si esce dalla logica dell’apprendimento passivo e si co-costruiscono sapere e competenze in modo partecipato, generando una naturale attivazione della persona all’interno della propria comunità (Zimmerman, 2000).
    Attraverso l’empowerment individuale è possibile realizzare una profonda promozione della salute e del benessere degli individui nei loro contesti (Francescato 2002) che sia realmente un’azione trasformativa e non soltanto formativa in quanto tale.
 

4. L’esperienza

La creazione dei Circoli di Cura per badanti e caregiver può essere definita come un percorso, compiuto da un certo numero di persone e di associazioni del territorio fiorentino, nell’arco di quattro anni, allo scopo di creare un luogo autogestito dalle famiglie e dalle badanti, dove poter trovare sostegno, informazioni e formazione. Il Circolo di Cura fin da subito è stato pensato come un crocevia di informazioni, persone, opportunità, protagonismo, partecipazione.
    Nel percorso, aperto a chiunque avesse avuto in casa una persona non autosufficiente a cui prestava le cure, non è stata fatta alcuna distinzione tra disabilità diverse o situazioni specifiche, poiché il focus non era centrato sulla patologia ma sul caregiver, le sue risorse e i suoi bisogni.
    Il percorso che ha preceduto l’apertura del primo circolo, nel dicembre 2015, si è sviluppato nei tre anni precedenti vedendo la progettazione di due percorsi formativi e la partecipazione di circa 80 persone di età compresa tra i 37 e i 75 anni. L’80% dei partecipanti è costituito da donne, di cui straniere per la maggior parte degli assistenti domiciliari. Grazie ad un finanziamento del centro Servizi Volontariato della Toscana è stato possibile realizzare il secondo percorso formativo, sviluppato in cinque incontri, all’interno del quale familiari di persone non autosufficienti e assistenti domiciliari si sono messi in gioco su bisogni, paure, risorse. Gli incontri si sono svolti inizialmente in modo parallelo tra badanti e caregiver, ciascuno affrontando gli stessi temi in modo diverso. Raccogliendo somiglianze e differenze si è poi programmata l’unificazione dei due gruppi che, attraverso il racconto delle storie di vita, hanno potuto incontrarsi e venirsi in contro in una specie di ricongiungimento emotivo. Dopo il dodicesimo incontro il gruppo esteso ha cominciato a lavorare insieme per una progettazione congiunta, fino all’apertura vera e propria del Circolo a dicembre 2015.
    Tra le difficoltà maggiori, riscontrate durante la fase di costituzione di gruppo, senza dubbio vi è la scarsa partecipazione. Ogni caregiver vive una situazione familiare molto precaria e riuscire a partecipare con continuità a tutti gli incontri non è sempre facile. Stessa cosa per gli assistenti domiciliari, specialmente per le persone già occupate, che dovevano richiedere il permesso alla famiglia presso cui lavoravano. Rispetto al percorso di empowerment fatica e scoraggiamento hanno rappresentato dei fattori negativi. I caregiver, unitamente agli assistenti familiari, sentono il peso quotidiano dell’accudire persone con gravi disagi motori e/o psichici. Questo sottrae energia a qualsiasi altra attività quotidiana, poiché ogni momento di vita viene gestito in base ai bisogni della persona non autosufficiente. È come se il ‘malato’ diventasse il centro del mondo della famiglia o dell’assistente familiare, catalizzando energie e risorse, risucchiando qualsiasi altra opportunità di vita. Si è riscontrato che i caregiver portano con sé un forte senso di solitudine aggravata dall’assenza di un sostegno sociale o dalla presenza dei servizi sociali. Inoltre, i bisogni personali non sono spesso riconosciuti. E quandanche lo sono, difficilmente vengono esauditi poiché per il cargiver non c’è il tempo, lo spazio, di pensare a sé oltre al proprio familiare.
    Anche le difficoltà di comunicazione con l’assistente domiciliare spesso sono un ostacolo al quotidiano e questo è percepito in maniera bidirezionale: entrambi riconoscono nell’altro una scarsa considerazione degli aspetti umani della cura, del lavoro svolto, del malato. Sostanzialmente familiari e badanti vorrebbero una maggiore valorizzazione del loro impegno all’interno della famiglia, da parte dell’altro, ma nessuno riesce a chiederlo apertamente. Anche i conflitti sui diritti di base sono spesso presenti: dalla parte delle famiglie si esprime nel bisogno di potersi fidare della badante, sia nell’impegno per la cura sia per gli aspetti lavorativi burocratici; dalla parte degli assistenti domiciliari è presente il bisogno di essere trattati con rispetto sia negli aspetti personali che lavorativi e contributivi. La chiarezza e il rispetto degli accordi preliminari di lavoro sembrano essere elementi che facilitano questo rapporto.
    Tra le buone pratiche riscontrate nelle famiglie in cui il clima tra assistenti e familiari era migliore, si è visto come fosse sempre presente un riconoscimento reciproco delle storie di vita: nelle case in cui il clima è collaborativo molto spesso tra badante e familiari vige una relazione affettuosa e di stima, una conoscenza personale che va oltre il mero accudimento del malato e, spesso, è presente un certo livello di confidenza e condivisione sulle fatiche relative alla cura e all’assistenza. Il sentirsi riconosciuti dall’altro favorisce anche una migliore collaborazione e cooperazione verso la persona non autosufficiente e questo porta, solitamente, a una minore sensazione di fatica percepita, oltre che di minore isolamento.
    Il percorso emozionale e relazionale emerso nel gruppo di lavoro potrebbe essere tracciato secondo i seguenti passaggi:

    - incertezza iniziale;
    - bisogno di aiuto;
    - confronto fra individui;
    - diminuzione del senso di esclusione;
    - feedback positivi;
    - maggiore sicurezza;
    - accettazione reciproca;
    - espressione di sentimenti;
    - intensità emotiva;
    - maggiore spazio;
    - sicurezza.

Riassumendo potremmo dire che per far parte a pieno titolo di un gruppo che permette la capacità di progettare soluzioni positive e percorribili, è necessario superare l’incertezza iniziale per approdare ad una sicurezza emergente del senso del “noi”. Attraverso ogni fase del percorso diminuisce progressivamente il senso di fragilità, impotenza e solitudine, mentre aumenta proporzionalmente la consapevolezza dell’essere insieme per progettare, costruire un ‘mondo migliore’ dentro e fuori il gruppo.
    Tra i bisogni emersi maggiormente da parte delle persone ci sono stati il bisogno di tempo, di serenità e di sostegno. Lo svago, inteso come momenti di leggerezza, di ricreazione, di viaggio, è uno degli elementi più sentiti sia da famiglie che dagli assistenti familiari, anche se quasi mai vengono impiegate risorse personali ed economiche per ricercarlo. Il problema economico è un problema che affatica molte famiglie, anche se molto spesso si affianca alla scarsità di conoscenza dei servizi pubblici e di volontariato disponibili sul proprio territorio, che potrebbero alleviare in parte le difficoltà sia economiche che organizzative. Impegno economico e scarsa conoscenza dei servizi a disposizione si combinano spesso in miscele complesse che minano la serenità e la quotidianità dei caregiver.
    Il percorso formativo ha permesso di far emergere all’interno di piccoli gruppi tutti questi elementi, permettendo una condivisione e acquisizione di consapevolezza di essi. La prima parte del percorso è servita a costruire e solidificare alcuni elementi centrali per lo sviluppo di comunità (McMillan, Chavis, 2006), che sono l’appartenenza e identificazione con il gruppo, la soddisfazione dei propri bisogni e la condivisione emotiva.
    Attraverso i dodici incontri, compresi quelli a gruppi unificati, sono state buttate le basi per la promozione di un gruppo che progettasse nella pratica il Circolo di Cura. Il gruppo, formato da circa dieci partecipanti attivi, ha proseguito nei mesi successivi individuando il luogo per l’apertura, i contenuti del circolo e una specie di Carta d’identità del Circolo stesso che narrasse all’esterno obiettivi, modalità, attività specifiche. Le Associazioni sono sempre state al fianco del gruppo, facilitando i contatti con le istituzioni e fornendo il sostegno economico essenziale per l’apertura.
    A due anni dall’inizio del progetto si è vista l’apertura del Circolo il 5 dicembre 2015, all’interno dello Spazio Soci della Coop di Ponte a Greve a Firenze. La scelta della presenza del Circolo all’interno di un centro commerciale è stata presa per facilitare gli spostamenti dei partecipanti, abbinando alla formazione anche la semplice azione di fare la spesa, un momento quindi che fa parte dell’organizzazione familiare di ciascuno. Ottimizzare i tempi di caregiver e badanti, come abbiamo visto dai momenti formativi, è essenziale per facilitarne la partecipazione. Il Circolo è attualmente aperto ed è stata progettata una programmazione dettagliata di appuntamenti formativi e informativi con professori universitari e relatori illustri che approfondiranno temi quali la disabilità, la comprensione degli stati emotivi dei familiari, aspetti medici di patologie specifiche ecc. Agli incontri formativi si alterneranno, così come deciso dal gruppo promotore, momenti di formazione personale attraverso laboratori e spazi di condivisione. Ogni incontro formativo sarà preceduto da un breve momento di scambio e condivisione di stati d’animo attraverso un pannello delle emozioni.
 

4. Conclusioni

Per favorire un percorso di cittadinanza attiva come i Circoli di Cura e come la presa in carico del proprio benessere attraverso la risorsa della comunità è necessario tenere sempre presente, favorire e potenziare alcuni elementi. Dall’esperienza di questi anni con i caregiver riteniamo necessario condividere questi elementi che possono rappresentare una base di atteggiamenti utili per percorsi futuri.

1. Atteggiamento di sfondo: lo stare in relazione per tradursi in un agire di cura, care, deve essere nutrito della capacità empatica di co-sentire il sentire l’altro, atteggiamento fondamentale dell’attività di cura nei bisogni di chi è estraneo a noi.

2. Attenzione sensibile: per dialogare occorre saper ascoltare. Dedicare tempo all’ascolto è una pratica essenziale di cura, come l’essere ascoltati è bisogno di molti. In questo l’empatia e la condivisione dell’esperienza favoriscono l’emersione di un’attenzione utile alla relazione.

3. L’apertura all’altro: il tenersi aperto all’esterno e individuare il proprio spazio personale, mentale e fisico come permeabile e disponibile a mettersi in gioco. Vuol dire essere disponibili all’imprevisto, quasi una forma di avventura esistenziale poiché quando si decide di prendersi cura di una persona in condizioni di emergenza si sa quando l’esperienza inizia ma non quando finisce.

4. La capacità di reinterpretare le situazioni: fra gli atteggiamenti di sfondo che sono emersi va messo in conto questo elemento. Sembrava infatti più semplice fare volontariato come azione esterna al mondo personale, senza condividere emozioni e sentimenti comuni. Per queste buone prassi non esiste un sapere ben definito che si apprende sui libri, ma dall’esperienza si impara a ‘conoscere’ e ‘intervenire’ in maniera costruttiva lasciando sedimentare impulsi, emozioni e istinti.

5. Il saper chiedere aiuto: questo si è rilevato un atteggiamento importante quando si sente di non farcela più, ed è inutile continuare da soli. Da qui può nascere altro e ci si attiva per aiutarsi in un atteggiamento di reciprocità. Costruendo catene di solidarietà nella creazione di spazi relazionali nuovi. Si tratta di rompere il muro che la nostra cultura dell’efficienza ha innalzato contro le fragilità. Queste ultime considerate cose da tenere celate allo sguardo degli altri: la sofferenza fisica e psichica, le azioni non riuscite, i fallimenti quotidiani.

6. Infine una valutazione dell’impatto con le istituzioni ci sembra doverosa: da parte di tutte le persone che hanno partecipato ai nostri percorsi è stata sottolineata la necessità di un’attiva collaborazione con le istituzioni e si è auspicato una qualche forma di coordinamento tra servizio sociale e sanitario.

Nell’introduzione abbiamo parlato delle definizioni dell’OMS. I servizi presenti sul territorio dovrebbero aiutare le famiglie con malati non autosufficienti nei processi di non-emarginazione sia nell’ambiente domestico sia nella propria comunità. In certi casi è stata lamentata la latitanza delle istituzioni. Quando la situazione problematica non viene affrontata tempestivamente può diventare insostenibile e provocare il fallimento dell’azione intrapresa. Le persone che hanno fatto questo percorso hanno acquistato un livello di riflessività su se stessi e sui modi di costruire le relazioni negli ambienti e nella comunità in cui vivono e agiscono. Da questo sfondo riflessivo ricaviamo dati utili per il rapporto con i servizi istituzionali: rendere disponibili le informazioni; favorire la conoscenza delle risorse di comunità; favorire l’organizzazione dei contesti di incontro; etica della cura e reti di Welfare. Nel dettaglio:

1. Rendere disponibili le informazioni: la somministrazione di questionari permette di rilevare la necessità che i servizi forniscano ai cittadini le informazioni necessarie per individuare i punti di criticità in cui si vive.

2. Favorire la conoscenza delle risorse di comunità: molte sono le persone che non sono a conoscenza delle situazioni in cui agisce il Circolo di Cura e, mancando queste conoscenze, non sanno a chi appoggiarsi nel momento in cui avvertono il bisogno di aprirsi all’esterno. Va sottolineato, nel caso del Circolo di Cura, che il mettere a conoscenza da parte dei servizi non può essere inteso nella forma dell’apprendimento astratto, ma nell’invio ad esperienze dirette che creino contatti e diano avvio a buone pratiche per la comunità di appartenenza. Ascoltare, raccontare, fare incontrare le persone, è importante non solo per ‘vedere quello che si può fare’ ma anche per ‘sentire come si può essere’. Si tratta di promuovere un atteggiamento positivo nei confronti della vita.

3. Favorire l’organizzazione dei contesti di incontro: questi spazi vanno trovati all’esterno del contesto familiare e amicale; favoriti dalle municipalità e dalle istituzioni. Nei Circoli di Cura ciascuno può trovare risorse affettive, cognitive, relazionali e politiche per la soluzione di tutti i problemi.

4. Etica della cultura e del Welfare: ciò che è essenziale nel rapporto con le istituzioni è il concetto di rete che deve essere riconosciuta come risorsa in una visione dinamica e non statica utilizzata nel suo significato di trasformazione e cambiamento. Dall’individuo alla comunità la rete si prefigura come arricchimento scambievole rispetto alle differenze e specificità, tecniche, istituzionali, formali, perseguendo la crescita e il rafforzamento del tessuto sociali. Il lavoro di rete è il superamento del lavoro settoriale per target e capace di creare un’organizzazione di servizi più complessa. Assumere le connessioni e le reciprocità su cui si fonda la cultura istituzionale dei servizi facendo perdere di vista la complessità dei cambiamenti del contesto. Le consuetudini hanno ‘erogato prestazioni’ ma hanno anche prodotto separatezza tra servizi e cittadini. È una distanza che si rischia di far diventare incolmabile.

Nel nostro percorso è stata colta la sfida del cambiamento per costruire nuove prassi di lavoro utili a sostenere una complessità che continuamente ci chiama ad essere presenti. Tutto questo si chiama ‘cittadinanza attiva’.

 

Bibliografia

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Note biografiche sull’autore

Francesca Safina è psicologa e psicoterapeuta, formatrice e consulente libera professionista per alcune associazioni di volontariato a livello locale e nazionale, tra cui l’Associazione Italiana Celiachia. Ricercatrice in ambito di benessere sociale e di comunità, presso la Fondazione Andrea Devoto Onlus di cui ne coordina le attività. È Membro della Commissione Pari Opportunità della Regione Toscana e svolge attività clinica in ambito familiare e individuale. Tra le sue recenti pubblicazioni: Nota finale (con J. Ceramelli Papiani), in M. Menegatto e A. Zamperini (eds.) Memoria Viva, Fup, Firenze 2015; Curatrice (con M. Silano, S. Neuhold, M. Cornicell)  dell’edizione italiana di Vivere senza glutine for dummies, Hoepli, Milano 2015.

 

 

[1] http://www.istat.it/it/files/2015/05/Rapporto-Annuale-2015.pdf consultato 20 dicembre 2015.

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