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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Filippo Mazzoni

Filippo Mazzoni

Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia
pippomaz09@gmail.com

Filippo Mazzoni è laureato in Storia e Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Firenze.  Tra il 2002 e il 2007 è stato Presidente del Consiglio Circoscrizionale n°1 del comune di Pistoia. Collabora con l’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia. È autore di: La federazione comunista pistoiese dalla Liberazione al “terribile” 1956 (CRT, 2003), ha collaborato alla realizzazione del volume Pistoia fra guerra e pace (a cura di M. Francini, ISRPt, 2005) e co-autore con P.L. Guastini e G. Fanello Marcucci di All’alba della Costituzione italiana. I quattro costituenti pistoiesi (ISRPt, 2008). Ha pubblicato inoltre Una storia da non dimenticare. Ricostruzione storica dell’eccidio avvenuto il 31 marzo 1944 nella Fortezza di Santa Barbara (2008). Per conto dell’Università degli Studi di Firenze, della Sopraintendenza archivistica della Regione Toscana, della Fondazione Andrea Devoto ha curato con S. Bartolini il recupero e il riordino dell’archivio Andrea Devoto conservato presso la Biblioteca delle Scienze Sociali di Firenze. Nel corso degli ultimi anni ha sviluppato interesse verso le vicende che hanno caratterizzato l’Italia degli anni ‘70 e ‘80 con particolare riferimento alla violenza politica, al terrorismo e allo stragismo. Rispetto a quest’ultimo argomento ha pubblicato il libro Il terribile quindicennio (1969 – 1984). La storia delle stragi raccontate ai ragazzi (Ibiskos Editore, 2014). Infine è autore di diversi contributi sulla rivista QF – Quaderni di Farestoria periodico trimestrale dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia.

Articoli di Filippo Mazzoni:

Riassunto

Alle 10:25 di un sabato di mezza estate un boato sordo e sinistro sconvolge la tranquillità e la routine della città di Bologna. Un ordigno collocato nella sala di aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria dà luogo al crollo dell’ala ovest della stessa e conduce alla morte di 85 persone e al ferimento di oltre 200. Anni di indagini e di processi che giungono ad una sentenza definitiva il 23 novembre 1995 con la condanna all’ergastolo di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Nelle pagine che seguono illustreremo storicamente la strage del 2 agosto evidenziando in particolare le forme e le modalità per trasmettere il ricordo e la memoria di questo terribile evento, soffermandoci sul ruolo e l’importanza delle testimonianze dirette e indirette, sul messaggio che ci viene diffuso dai cosiddetti “frammenti della memoria” cioè dalle lapidi, dalle targhe, alle varie iniziative organizzate dall’asso-ciazione dei familiari delle vittime. 

DOI: 10.17386/SA2015-001013

BOLOGNA, 2 AGOSTO 1980: INFERNO SULLA ‘STRADA’ DELLE VACANZE

Filippo Mazzoni*

*Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea  in provincia di Pistoia

Riassunto: Alle 10:25 di un sabato di mezza estate un boato sordo e sinistro sconvolge la tranquillità e la routine della città di Bologna. Un ordigno collocato nella sala di aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria dà luogo al crollo dell’ala ovest della stessa e conduce alla morte di 85 persone e al ferimento di oltre 200. Anni di indagini e di processi che giungono ad una sentenza definitiva il 23 novembre 1995 con la condanna all’ergastolo di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Nelle pagine che seguono illustreremo storicamente la strage del 2 agosto evidenziando in particolare le forme e le modalità per trasmettere il ricordo e la memoria di questo terribile evento, soffermandoci sul ruolo e l’importanza delle testimonianze dirette e indirette, sul messaggio che ci viene diffuso dai cosiddetti “frammenti della memoria” cioè dalle lapidi, dalle targhe, alle varie iniziative organizzate dall’asso-ciazione dei familiari delle vittime.

Parole chiave: 2 agosto, Bologna, orologio, autobus 37, Torquato Secci.

Abstract: Bologna, August 2, 1980: The Hell on the Holiday ‘Route’. At 10:25 on a Saturday Midsummer a dull roar and left upsets the tranquility and the routine of the city of Bologna. A bomb placed in the waiting room of the second class of the station leads to the collapse of the west wing of the same, leads to the death of 85 people, and injured over 200. Years of investigation and processes that reach a final ruling on November 23, 1995 with a life sentence of  Mambro Francesca and Fioravanti Giusva. In the following pages illustrate historically the massacre of August 2, highlighting in particular the forms and methods to transmit the memory and the memory of this terrible event, focusing on the role and the importance of direct and indirect evidence, the message that there is widespread by so-called "fragments of memory" that is, the tombstones, the plates, the various events organized by the association of victims' families.

Keywords: Augost 2th, Bologna, watch, 37 bus, Torquato Secci.


 

1. Introduzione

È sabato 2 agosto 1980 le strade, gli aeroporti, i porti e le stazioni ferroviarie cono-scono un massiccio afflusso di vacanzieri diretto verso le principali località di mare e di montagna. Anche la stazione di Bologna è gremita di centinaia di migliaia di viaggiatori in attesa dei treni che li condurranno nei luoghi di vacanza, ma ci sono anche tante persone che attendono i propri cari.
    Il capoluogo emiliano, così come buona parte della Penisola, è interessato da una cappa di afa e di caldo e per sfuggire alla calura molti viaggiatori riparano nella sala di aspetto di seconda classe. C’è chi legge, c’è chi gioca, c’è chi corre con la grazia, la leggiadria e la purezza d’animo tipica dei bambini. Tutto scorre, fra poche ore saranno nei luoghi di villeggiatura prescelti, chi a creare castelli di sabbia e a tuffarsi nelle acque del mare, chi camminerà lungo sentieri di montagna, chi ammirerà paesaggi e panorami lacustri e chi trascorrerà questi giorni in visita alle principali città italiane. L’atmosfera che si respira e chi si percepisce è quella che solitamente caratterizza un sabato di inizio agosto, un atmosfera rilassata, di serenità, di gioia e di spasmodica attesa di sentire annunciare il treno che avrebbe condotto i presenti alle mete preferite. 
    All’improvviso un boato terribile, sordo e sinistro sconvolge la tranquillità della città emiliana e l’animosità tipica di quel giorno e di quelle giornate che si viveva nella stazione.
    Alle 10:25 una potente esplosione causata da un ordigno contenuto in una borsa–valigia collocata nella sala di aspetto di seconda classe causa il crollo dell’ala ovest della stazione. Le persone coinvolte e ferite si riversano all’esterno della stazione, correndo, urlando, in preda all’ansia, al panico, al terrore che un nuovo scoppio potesse accadere e dare luogo a ulteriore devastazione e distruzione. Le cronache dell’epoca raccontano di scene strazianti, di gente che urlava i nomi dei congiunti persi nel caos se non sepolti sotto le macerie, di gente in shock che appoggiata a un muro con gli occhi dilatati dal terrore, di giovani stranieri con il volto sanguinante, di bambini aggrappati ai genitori feriti, di bagagli, indumenti, scarpe e quant’altro sparsi ovunque. Le scene che si presentano ai primi soccor-ritori che accorrono sul luogo della tragedia sono raccapriccianti, sembra che la cit-tà emiliana sia stata oggetto di un ‘attacco dal cielo’, sembra che l’orologio della storia sia tornato agli anni del secondo conflitto mondiale, dell’occupazione nazi-fascista e dei bombardamenti degli alleati.
    Le immagini dell’accaduto sono ottimamente rappresentate sia da Daniele Biacchessi in 10.25, cronaca di una strage: vite e verità spezzate dalla bomba alla stazione di Bologna (2000) e da Erica Belingheri in Il silenzio degli innocenti: i bambini vittime della strage del 2 agosto 1980 (2009).

Il boato, la nube di polvere che si solleva a fungo, giallastra, poi il finimondo. Il cuore di Bologna, come gli orologi del piazzale, si è fermato. Poi ha ripreso a battere freneticamente mentre urla della gente in fuga, il fragore dei blocchi di cemento che continuavano a rovinare sul piazzale, il fragore di migliaia di vetri e di vetrine si mescolavano in un fragore assordante. Il piazzale si è trasformato di colpo: un attimo prima vivacemente popolato di gente carica di valigie, di allegria e di speranze già proiettata verso le vacanze in luogo di tragedia, di orrore e di morte. In pochi attimi tutto schizza e si sbriciola, le traversine dei binari si divelgono la sala di aspetto di seconda classe si sgretola. Il ristorante va in pezzi, poi le grida d’aiuto. I soccorsi giungono immediatamente, la prima ambulanza è sul posto due minuti. A questa ne seguiranno altre ancora. Sirene che nascondono la rabbia di una città colpita al cuore. Da lontano si intrave-dono uomini in divisa rossa, vigili del fuoco e volontari, soldati e carabinieri, poliziotti e gente comune. Arrivano i mezzi di soccorso, le scale, le pale. Ogni cosa serve a ritrovare i superstiti (Biacchessi, 2000, p. 17).

Immediatamente sopraggiungono i primi soccorsi e da quel momento è un via vai di ambulanze, polizia, carabinieri, vigili del fuoco, medici, volontari e cittadini co-muni che si mettono a scavare tra le macerie, a prestare soccorsi ai feriti. Scatta una vera e propria gara di solidarietà che coinvolge l’intera città, che consente anche grazie agli aiuti portati celermente ai feriti di non aggravare ulteriormente il bilan-cio della strage. Addirittura semplici negozianti scesero in strada ‘improvvisando-si’ agenti della polizia municipale, dirigendo il traffico e dirottando le auto sopraggiungendo in prossimità del luogo della tragedia. Numerosi sono i cittadini che danno il proprio contributo ai soccorritori, che affiancano i vigili del fuoco e i militari, che riempiono i secchi di macerie per poi essere passati di mano in mano e ritornare vuoti dove c’erano altre rovine.

Poi hanno smesso di lavorare con le pale: più ci avvicinavamo al sottopassag-gio, più c’era possibilità di trovare corpi. Lavoravamo con le mani, con le un-ghie. Ogni tanto si faceva silenzio; le macchine si fermavano, tutti stavamo zitti: qualcuno aveva sentito un lamento. Attimi di silenzio agghiacciante, le orecchie tese, il respiro trattenuto per non coprire la speranza di un gemito (Belingheri, 2009, p. 20).

Ma cosa è realmente accaduto? Qual è stata la causa dell’esplosione? Inizialmente si ipotizza la caldaia sotterranea del ristorante, ma, da verifiche effettuate, essa risulterà intatta e anche i locali attigui non presentavano segni di qualcosa accaduto accidentalmente. Anche i TG e i giornali radio forniscono notizie contraddittorie su quanto avvenuto e soltanto in serata si scoprirà che il disastro è stato causato da un ordigno. La natura dell’esplosivo, come ricorda la sentenza – ordinanza, non è stata possibile accertarla con sicurezza però in relazione alla stessa furono formulate alcune ipotesi qui di seguito riportate:

L’esplosione avvenuta il 2 agosto 1980 presso la stazione centrale di Bologna, fu causata da una carica esplodente collocata nella sala di aspetto di seconda classe (appena entrati dal marciapiedi del primo binario, nell’angolo destro sul tavolinetto portabagagli, a circa 50 cm dal suolo) e, probabilmente, all’interno di una borsa–valigia, del tipo con cerniera e piedini metallici. L’innesco della carica, composto da 20–25 Kg. di esplosivo gelatinato di tipo commerciale (costituenti principali: nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, tritolo, T4 e, verosimilmente nitrato sodico) era probabilmente affidato ad un temporizzatore artigianale (…). La capacità lesiva della carica esplodente risulta dalla seguente sintesi: distanza in cui si ebbe morte diretta m. 4–5, di-stanza entro cui si ebbero danni molto gravi m. 10–12, distanza entro cui si ebbero danni seri m 18, distanza entro cui si ebbero danni lievi oltre i m. 20 (De Lutiis, 1986, p. 9).

Le indagini fin dai primi giorni inizialmente sono oggetto di vari depistaggi a cominciare dalle affermazioni del generale Santovito, che nel corso di una riunione congiunta di CESIS e CIIS, sostenne che quanto accaduto a Bologna era opera del terrorismo internazionale.  Lo stesso Abu Abyad in un’intervista alla giornalista del Corriere del Ticino, Rita Porena, rivela che nei campi di addestramento libanesi erano presenti anche gruppi italiani, i quali avrebbero confidato ai colleghi tedeschi il progetto di un grande attentato a Bologna. In seguito si scoprirà che la giornalista è in ottimi rapporti con il colonnello del SISMI Giovannone. La pista libanese o comunque il coinvolgimento del terrorismo internazionale nella strage emerge sia da un appunto del SISMI che sulle pagine del settimanale Panorama. A quanto illustrato si aggiunge l’appunto «Musumeci giudicato dalle autorità competenti come un’accozzaglia di dati informativi grossolanamente manipolati (…)».
    Il più grave atto di depistaggio avviene il 13 gennaio 1981, quando sul treno Taranto-Milano è rinvenuta una valigia contenente esplosivo analogo o comunque molto simile a quello utilizzato nella strage, inoltre nella stessa circostanza furono recuperati un mitra, un fucile da caccia ed effetti personali riferiti a Dimitrief Martin e Legrand Raphael.
    Il 29 agosto cioè a quasi un mese dall’accaduto la procura della Repubblica emette una ventina di mandati di cattura contro esponenti della destra eversiva, un centinaio di perquisizioni e numerosi fermi. Tra coloro che saranno oggetti di prov-vedimenti restrittivi della libertà personale ci sono: Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, Roberto Rinani, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Aldo Semerari, Fabio De Felice, Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi ed altri. Le accuse di asso-ciazione sovversiva, costituzione di banda armata con l’aggravante dell’eversione dell’ordine democratico oltre alla contestazione, ad alcuni dei coinvolti, del reato di strage, si riveleranno fasulle poiché uno degli accusati ha come alibi quello di aver soggiornato in Puglia nei giorni precedenti la strage e dunque le ipotesi avanzate dalla Procura si dissolvono rapidamente e i presunti rei saranno rimessi in libertà.
    Nelle settimane successive si succedono una serie di eventi importanti ai fini dell’inchiesta a cominciare dalle rivelazioni di Vettore Presillo, l’omicidio di Fran-cesco Mangiameli, l’intervista del colonnello Spiazzi e infine le confessioni di Massimo Sparti. Presillo in particolare rivelerà di aver udito nel carcere di Padova dove era detenuto «che nella prima settimana di agosto sarebbe accaduto in Italia qualcosa di grosso di cui avrebbero parlato tutti i giornali». Il 9 settembre 1980 viene ucciso dai fratelli Fioravanti, Francesca Mambro, Vale Giorgio e Mariani Bruno, Francesco Mangiameli.

Le motivazioni ‘politiche’ addotte dai responsabili di quell’omicidio, ondeg-geranno tra giustificazioni banali e motivazioni politiche determinando l’in-sufficienza e la strumentalità di tutte tali causali. Anzi, da tali false indicazioni circa la causale, si evince la preoccupazione negli autori della mancanza di un motivo plausibile per quell’omicidio, realizzato al di fuori di ogni canone di natura politica, poiché chiaramente venne effettuato per restare segreto, negli autori e nelle motivazioni, a dimostrazione di ragioni irriferibili e inconfes-sabili che accompagnarono quel crimine (De Lutiis, 1986, p. 59).

Tra le varie testimonianze sull’omicidio citiamo quella di Angelo Izzo nella quale lo stesso ricostruisce un intreccio torbido di omicidi, collusioni con la massoneria deviata: gli assassini del giornalista Pecorelli, del presidente della Regione Sicilia e dello stesso Mangiameli ricevono, come ci ricordano i giudici nella sentenza – ordinanza del giugno 1986 -, una casuale e una precisa attribuzione di responsabilità.

Senonché appare ancora insufficiente un collegamento diretto tra l’omicidio Mattarella e l’omicidio Mangiameli, né d’altra parte, come lascia intendere lo stesso Izzo, Valerio poteva collegare la soppressione di Mangiameli con la stra-ge di Bologna, posto che Valerio non aveva mai ammesso, neanche ad Angelo Izzo cui era fortemente legato, quel crimine (…). Ne deriva che l’unico elemento nuovo che divide Mangiameli a Fioravanti dopo il 29 luglio 1980 è non soltanto la strage di Bologna, ma ancor più l’intervista che Spiazzi rilascia all’Espresso il 5 agosto 1980 e che il settimanale pubblica il 17 agosto succes-sivo. Mangiameli, che pure, come si è detto, era partecipe di un programma ter-roristico e consapevole dei tempi di tale programma, probabilmente non imma-gina un eccidio pari a quello verificatosi il 2 agosto ed inoltre si sente chiamato in causa; a questo punto si ha la sua prova che le sue reazioni sono esagitate; con Volo si autoaccusa di essere l’autore materiale della strage affinché vi sia un immediato controllo da parte delle forze di polizia di dove si trovasse il 2 agosto 1980. Inoltre, e subito dopo quell’intervista, accusa con Volo e con la Amico Rosaria quelli che sa essere gli autori della strage e fa i nomi di Signo-relli e Fachini, di avanguardisti come Delle Chiaie e Tilgher, e giunge persino ad indicare l’età degli autori materiali della strage, arrivando a dire che costoro riescono ad utilizzare i ragazzi di 17/18 anni, che è poi l’età di Ciavardini, che si rifugerà da lui pochi giorni dopo la strage (Ivi, p. 61-62).

Per le prime novità giudiziarie si dovrà attendere l’arresto di Massimo Sparti avve-nuto l’8 aprile 1981 il quale rivela che nei giorni successivi alla strage aveva ospitato Francesca Mambro e Giusva Fioravanti i quali avevano fatto richiesta di docu-menti falsi poiché temevano di essere stati riconosciuti a Bologna in quanto uno vestito da turista tedesco e l’altra si era colorata i capelli. L’autorità giudiziaria ritiene le affermazioni di Sparti valide e attendibili, dal momento che non si limita a fornire indicazioni sulla possibile implicazione nella strage di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, ma per primo indicò Fioravanti come responsabile dell’omicidio di Mario Amato, accusa che poi trovò puntuale conferma durante lo svolgi-mento delle indagini oltre che nella confessione degli autori. Anche l’esame degli spostamenti dei due colpevoli fornisce ulteriori sospetti, infatti, punti di riferimento sicuri per ricostruire i movimenti dei due restano la data della partenza per Palermo e quella in cui gli stessi ricompaiono a Roma il 3 o il 4 agosto.
    Non soltanto dunque vi è un vuoto proprio nel giorno della strage e in quelli immediatamente precedenti, ma è provato che Fioravanti e la Mambro erano realmente a Roma subito dopo la strage di Bologna, e quindi nella data indicata da Sparti, e che nei giorni antecedenti erano a Palermo, località da cui ripartirono con misure di sicurezza di particolare rigore.
    Questi spostamenti dalla Sicilia al Veneto, da qui a Roma nel giro di pochi gior-ni non furono mai seriamente spiegati e pertanto quanto rivelato da Sparti, secondo gli inquirenti, rappresentava un elemento di accusa preciso e già di per sé idoneo a determinare il rinvio a giudizio degli imputati. Le dichiarazioni di Sparti condur-ranno all’arresto dei due terroristi mentre per lo svolgimento della prima udienza del processo si dovrà attendere addirittura il 19 gennaio 1987, cioè quasi sette anni dopo la strage. L’11 luglio 1988 la Corte bolognese condannerà all’ergastolo: Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco, mentre saranno condannati a dieci anni di reclusione per depistaggio Licio Gelli, Francesco Pazienza, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte.
    Nelle settimane e nei mesi successivi alla sentenza avviene un episodio che ha del sensazionale se non del clamoroso, poiché l’avvocato di parte civile Montorzi incontra Licio Gelli, al quale espone e illustra i propri dubbi, le proprie perplessità circa la conduzione del processo e l’esito dello stesso. Tutto ciò è sufficiente per creare un clima carico di tensione e di inquietudine tale da influire in un certo sen-so sulla sentenza di secondo grado del processo con la quale si capovolge comple-tamente il verdetto di primo grado poiché secondo la corte di appello la strage del 2 agosto è opera di ignoti. In virtù di quanto stabilito dalla corte di appello le parti civili e la stessa procura presentano ricorso in Cassazione che sarà accolto il 2 febbraio 1992 con la seguente motivazione: «Le motivazioni dei giudici sono illogiche, prive di coerenza; le prove e gli indizi non sono stati valutati e non sono stati valutati e non sono stati tenuti in considerazione fatti che precedettero e seguirono la strage».
    Nell’ottobre 1993 si svolge un nuovo processo che termina nel maggio 1994 con l’ergastolo a Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco men-tre è confermata a 10 anni la condanna a Licio Gelli, Francesco Pazienza, otto anni sono inflitti a Pietro Musumeci e sette a Giuseppe Belmonte. La sentenza sarà con-fermata dalla Cassazione il 23 novembre 1995 eccetto che per Picciafuoco assolto dalla Corte fiorentina nel giugno 1996, sentenza convalidata anche dalla Suprema corte. Diversamente Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca della strage, sarà con-dannato a tre anni e sei mesi di carcere nel gennaio 2000 per il reato di banda armata ma sarà scagionato dall’accusa più grave cioè di strage.
    Il 9 marzo 2002 la Corte di Appello riconosceva l’imputato colpevole del reato di strage, sentenza che sarà annullata dalla Corte di Cassazione nel dicembre 2003 la quale rinviava gli atti alla corte bolognese che istruiva un nuovo processo in cui si rovesciava di nuovo quanto acclarato con la decisione del 9 marzo 2002.
    Si dovrà attendere l’aprile 2007 affinché Ciavardini sia definitivamente condan-nato a 30 anni di reclusione reo di essere l’esecutore materiale della strage assieme a Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Con la sentenza del 23 novembre 1995 si chiudeva l’iter giudiziario relativo alla strage del 2 agosto 1980 ma nel corso de-gli anni sono emerse nuove ipotesi circa la matrice dell'attentato attribuendone la responsabilità inizialmente ai palestinesi e successivamente al gruppo ‘Carlos’. Rispetto alla prima ipotesi il tutto nasce da una presunta violazione da parte del nostro Stato di accordi segreti pattuiti con le organizzazioni militari palestinesi, accordi che avevano dato luogo al cosiddetto ‘Lodo Moro’ il quale permetteva l’ingresso e il transito di armi ed esplosivi lungo la penisola. Pertanto la pista pale-stinese, secondo quanto si legge nell’ordinanza di archiviazione emessa dal G.I.P. del Tribunale di Bologna lo scorso febbraio, la strage di Bologna era stata un bruta-le atto terroristico ritorsivo, logicamente e storicamente giustificato da una serie di fatti:

  • l’arresto in Ortona (Chieti), il 7 novembre 1979, di Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Giorgio Nieri colti in possesso di due missili Sam 7 Strella, e il successivo arresto, il 13 novembre 1979, di Abu Anzeh Saleh, cittadino giordano il cui domicilio in Bologna, via delle Tovaglie, n.33, era risultato annotato in un foglio in possesso di Giorgio Nieri;
  • la destinazione delle armi sequestrate a Ortona al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP), formalmente ribadita nel processo celebrato dinanzi al Tribunale di Chieti nei confronti degli arrestati e concluso con la loro condanna;
  • Il ruolo politico e militare di Abu Anzeh Saleh, responsabile in Italia del FPLP, militante nell’organizzazione terroristica capeggiata da Carlos, e in contatto con il colonnello dei Carabinieri Stefano Giovannone del servizio segreto militare italiano, all’epoca di stanza a Beirut;
  • le ripetute minacce di ritorsioni da parte del FPLP per gli atti ritenuti ostili, perché in aperta violazione del Lodo Moro, del sequestro dei Missili Sam 7 Strella e dell'’arresto di Abu Anzeh Saleh;
  • l’arresto a Roma, all’aeroporto di Fiumicino, il 18 giugno 1982, di Christa Margot Froelich, militante dell’organizzazione di Carlos, trovata in possesso di una valigia contenente esplosivo (Tribunale di Bologna, 2015, p. 4-5).

Nonostante le supposizioni e le ipotesi precedentemente illustrate e che avrebbero potuto giustificare lo svolgersi di un così terribile e cruento attentato, il G.I.P. evidenzia come la tragedia del 2 agosto 1980 non sia stata oggetto di alcuna rivendicazione da parte di gruppi terroristici internazionali e nessuno, secondo quanto si può leggere nella sentenza, si sarebbe attributo la paternità di un crimine di una tale violenza e di una tale portata e dunque, come ci ricorda la documentazione in oggetto, la stessa osservazione di un certo Armando Sportelli (ufficiale dei servizi segreti militari) della manifesta sproporzione di un atto terroristico come quello da noi illustrato rispetto all’arresto di Saleh. L’esplosione di venticinque chili di esplosivo in una delle più importanti stazioni ferroviarie italiane avrebbe compromesso irreparabilmente le relazioni internazionali del movimento palestinese e avrebbe precluso definitivamente o quasi il ripristino di successivi accordi politici con lo Stato italiano.
    Rispetto al Lodo Moro non è data o comunque non è accertabile la sua stipulazione o precise occasioni di tolleranza da parte del nostro Stato può darsi che funzionari dei servizi sicurezza o esponenti di fazioni politiche dello Stato italiano abbiano operato in modo riservato per assicurare impunità agli agenti palestinesi e per il transito di materiale militare qualora destinati a obiettivi esteri, in cambio della neutralizzazione del territorio e degli interessi italiani dalle operazioni terroristiche.
    In virtù di quanto illustrato e in virtù dei riscontri e di quanto appurato dall’autorità giudiziaria la pista palestinese è esclusa in ordine alla responsabilità materiale della strage del 2 agosto. Anche rispetto al gruppo ‘Carlos’ e alle dichiarazioni da questi riferite si evidenzia come la persona in oggetto abbia negato la sua responsabilità e quella della sua organizzazione in ordine alla strage di Bologna, inoltre, il G.I.P. ci ricorda come:

Le indagini, i processi e le condanne che Carlos ha subito in Francia e Germania hanno consentito alle autorità francesi e tedesche di escludere ogni riferimento alla strage del 2 agosto 1980 nei documenti e nelle dichiarazioni acquisite. Gli stessi accertamenti balistici del Servizio centrale di polizia scientifica hanno escluso qualsiasi compatibilità tra gli esplosivi utilizzati negli attentati ascritti al gruppo Carlos e quello utilizzato nella strage del 2 agosto 1980. Qualunque sia stato il rapporto di Abu Saleh con Carlos e la di lui organizzazione di terrore, la responsabilità diretta o indiretta e comunque il coinvolgimento del gruppo Carlos nella ideazione ed esecuzione della strage non hanno trovato alcuna conferma indiziaria (Ivi, p. 12).

 

2. Fare memoria sociale: un approccio metodologico allo studio della Strage di Bologna

La seconda parte per questo genere di storia è tuttavia necessario un approccio metodologico particolare che viene ad arricchire i tradizionali metodi del come ‘fare storia’. In casi come quello da noi studiato è fondamentale far emergere la centralità dell’essere umano in tutta la sua profondità e la sua ricchezza. Per fare questo l’approccio storico deve allearsi con altre discipline che studiano l’uomo: l’antropologia, la psicologia, l’etica, la filosofia stessa e tutte quelle prospettive che riescono ad illuminare frammenti dell’animo umano. Ovviamente le componenti forti che guidano la storia dell’umanità (economia, politica, tecnica ecc.) devono essere tenute in considerazione e costituire lo sfondo su cui l’evento ha la sua scena, ma quello che deve essere posto in primo piano è senza dubbio il volto umano ovvero la persona o le persone nella loro totale integrità.
    Un tale approccio sembra essere necessario per due essenziali motivi: in primo luogo per il rispetto delle vittime affinché essi non risultino – come purtroppo mol-te altre volte accade – dei freddi numeri, affinché l’avvenimento non venga bana-lizzato e in qualche modo ridimensionato e smarrito nella lunga serie di simili eventi. In secondo luogo per il coinvolgimento del lettore, di coloro a cui il reso-conto storico è rivolto. In questo secondo senso si ha una finalità peculiarmente didattica laddove lo scopo non è solo di trasmettere informazioni piuttosto sollecitare coinvolgimento ed empatia. Come fare ad applicare questo approccio finora presentato in maniera brevemente teorica?
    Applicare concretamente quanto rappresentato e illustrato in precedenza non è così semplice e immediato come si possa pensare o immaginare, quindi sono necessarie circostanze o situazioni tali da rendere più dinamico, più accessibile e maggiormente fruibile una delle pagine più drammatiche della nostra storia recente. In soccorso alle nostre volontà e ai nostri obiettivi giunge la cosiddetta storia orale cioè la produzione e l’uso di interviste con testimoni, parole immagini che non esisterebbero se qualcuno non avesse deciso di sollecitare le interviste. Si tratta di fonti fortemente intenzionali, per questo assai diverse da quelle archivi-stiche tradizionali. Sono il risultato della ricerca di un narratore, oppure di un sociologo, di un antropologo o di uno storico. Per la loro intenzionalità esse non sono solo documenti, perché rappresentano, nello stesso tempo, la registrazione di un percorso di ricerca fissato in una certa fase: si potrebbe dire che sono documenti di quel percorso.
    Ecco che in virtù di quanto abbiamo precedentemente illustrato è fondamentale, è indispensabile il ruolo dei testimoni, di coloro che attraverso il loro racconto, la loro esperienza trasmettono il ricordo e la memoria, in questo caso, di un evento luttuoso diventato di pubblico dominio loro malgrado. Approcciarsi ai testimoni non è così semplice come si possa immaginare è necessaria una certa delicatezza, un certo rispetto e comprensione del loro dolore, del loro stato d’animo e delle loro emozioni e anche un certo ‘distacco’, infine altrettanto importante è il rapporto che si stabilisce tra intervistatore e intervistato.

L’intervistatore è colui che sollecita e conduce l’intervista, la trascrive e infine la interpreta, utilizzandola per scrivere un testo del quale è autore. Lo stesso rapporto tra l’intervistatore e l’intervistato è un qualcosa di molto complesso: il testimone non comprende perché lo si voglia intervistare (…). L’intervista è tutto il contrario di una semplice emissione di informazione da parte di un testimone/fonte che l’intervistatore, badando a interferire il meno possibile, si limiterebbe ad ascoltare, intervistare, registrare e archiviare. Essa somiglia piuttosto a un campo di forza, uno scenario dove entrambi i protagonisti arrivano con schemi precostituiti e recitano ciascuno il proprio ruolo, tenendo conto l’uno dell’altro: c’è un narratore e, di fronte, c’è chi narrerà dopo, scri-vendo (…). L’intervista produce i risultati migliori se un atteggiamento flessi-bile e aperto è condiviso dal testimone; se, cioè, quest’ultimo riesce a guardare la sua esperienza come antropologicamente e storiograficamente significativa; ma un simile testimone è purtroppo raro (Contini, 2007, p. 2).

La testimonianza nella conoscenza e nell’apprendimento degli eventi di strage avvenuti tra gli anni ‘70 e ‘80 nel nostro Paese è fondamentale per far avvicinare le giovani generazioni e tutti coloro che sono interessati ad approfondire questo, è una modalità di raccontare, narrare, illustrare e far conoscere eventi, fatti, avvenimenti e episodi accaduti in un passato più o meno recente.
    Ad esempio le interviste realizzate da Andrea Devoto alla fine degli anni ’80 ad ex deportati toscani nei campi di sterminio e di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale sono riconducibili nello specifico alla storia orale, sono un mezzo non soltanto per ricordare una delle pagine più crudeli e terribili della storia del Novecento, è un modo per apprendere la ‘quotidianità’ dei campi,  le vessazioni, le violenze fisiche e psicologiche messe in atto, la ‘cultura’ della soppressione fisica, l’ ‘eliminazione’ del diverso a prescindere. La testimonianza in questo caso è inter-pretata anche come trasmissione di valori antitetici a quelli professati dai nazisti e così chi testimonierà rispetto alla strage di Bologna, ricorderà certe circostanze, certi particolari, certe sensazioni ma avrà l’obiettivo di diffondere un messaggio in netta antitesi a quello ‘divulgato’ dai terroristi che collocarono la bomba nella sala di aspetto della stazione emiliana.
    La testimonianza è un modo di fare storia diverso da quello ‘tradizionale’ cioè caratterizzato dalla ricerca in archivio, nei centri di documentazione, nelle biblio-teche, cioè fare storia con le fonti scritte, con i documenti, con ciò che è giunto fino a noi.

Il testimoniare perché diretti o indiretti “spettatori” di tragici eventi come quello accaduto il 2 agosto 1980 comporta anche rischi di strumentalizzazione e di espropriazione della memoria, che non si danno certamente nel caso di un familiare morto per malattia. Affrontare un lutto pubblico che si lega ad un avvenimento così controverso come la strage di Bologna comporta in altri termini l’assunzione da parte dei familiari delle vittime di una responsabilità politica e civile. Non si tratta di piangere in privato il proprio defunto – il che comporta già processi psicologici profondissimi e dolorosi – si tratta di chiedere giustizia e di rimettere in discussione il patto fondamentale che lega cittadino e stato (Tota, 2003, p. 128).

La trasmissione della memoria delle stragi che hanno insanguinato l’Italia repub-blicana può avvenire anche in forme diverse da quelle qui descritte ad esempio attraverso i cosiddetti frammenti della memoria rappresentati dalle lapidi, dai monumenti, dalle targhe che sono presenti nel capoluogo emiliano a ricordo di questo lutto collocate nella sala di aspetto dove scoppiò l’ordigno e all’esterno della stazione. Nella stessa sono collocati i nominativi delle 85 vittime che all’ap-parenza possono sembrare ‘inanimati’, ‘freddi’ ma che in realtà nascondono la storia di ciascuno di loro, una storia fatta di successi e insuccessi, di amori, di affet-ti, di lavoro. In poche parole parlano a tutti coloro che per pochi attimi o ancor di più hanno avuto modo di soffermarsi nella sala maledetta mentre attendevano un treno che li conduceva a un appuntamento di lavoro, oppure nei luoghi di vacanza, oppure ancora da una persona cara. I frammenti ci ‘parlano’ e anche la targa dedicata al primo Presidente dell’associazione dei familiari delle vittime anch’essa collocata nella sala di aspetto precedentemente ricordata. L’apposizione della stessa non è soltanto un sentito e sincero ricordo per l’attività, l’impegno che Torquato Secci ha profuso nell’associazione non mancando alle sedute processuali, impegnandosi giorno dopo giorno per l’ottenimento della giustizia.

Si noti che attraverso l’inscrizione nel discorso pubblico della figura di Secci si consegue un’ulteriore istituzionalizzazione non soltanto della memoria pubbli-ca della strage, ma anche del genere commemorativo che l’attività dell’associa-zione ha contribuito a sedimentare. Non solo si celebra dunque il talento e l’eccezionalità di un singolo uomo straordinario, ma si fissano per sempre le modalità pubbliche con quel passato a Bologna deve essere commemorato. Si determina per gli anni a venire lo spazio pubblico in cui quella memoria dovrà essere iscritta, si sancisce in modo definitivo il peso che questo evento della storia recente cittadina e italiana dovrà legittimamente avere nel discorso pubblico e nella società civile del contesto bolognese (Ivi, p. 161).

Un ulteriore frammento della memoria particolarmente efficace è l'autobus ‘37’ dai più, ma anche dalla storiografia, considerato uno dei simboli della strage poiché ebbe l'infausto compito inizialmente di trasportare i feriti nell'attentato nei princi-pali ospedali cittadini e successivamente di condurre le vittime all'obitorio. Più di molti libri, di molte pagine scritte su questo tragico e drammatico evento, un simbolo come questo autobus raggiunge la mente, il cuore dei bolognesi e non e costituisce un emblematico veicolo di trasmissione della memoria. Nelle stesse interviste ai sopravvissuti e agli stessi parenti delle vittime è ricorrente l’immagine dell’autobus ‘37’, è l’immagine simbolo dei soccorsi che furono prestati fin dagli attimi successivi allo scoppio.

Esso rappresenta una chiave di lettura privilegiata per guardare alle modalità attraverso cui, in primo luogo, un ricordo si oggettiva un certo oggetto e, secondariamente, come quest’ «oggetto del ricordo», in quanto forma di una memoria collettiva e individuale a un tempo, diventa vero e proprio artefatto della commemorazione […]. La decisione di collocare l’autobus 37 in un museo è l’evento che avvia il processo di istituzionalizzazione non soltanto di questo particolare ricordo, ma anche della sua oggettivazione. In altri termini, mentre un oggetto del ricordo è la sua forma oggettivata, un artefatto della commemorazione è l’istituzionalizzazione di quella particolare oggettivazione, che diviene pertanto simbolo capace di avviare il processo commemorativo di un evento […]. L’autobus 37 è un’oggettivazione particolarmente riuscita al punto da essere istituzionalizzata, perché rimanda ad un immagine positiva della città di Bologna: simboleggia l’efficienza dei soccorsi, la prontezza e la creatività organizzativa che le istituzioni e i cittadini dimostrarono dinanzi a un evento così drammatico. La riconversione di un autobus di linea in carro fune-bre è un immagine altamente tragica, altruistica ed eroica e positiva per la città di Bologna, perché assurge a simbolo della solidarietà che cittadini e istituzioni dimostrarono nei confronti delle vittime (Ivi, p. 89-90).

Insieme ad esso mira allo stesso scopo l'orologio che ancora oggi segna le ore 10:25, un’ora sinistra per Bologna, i suoi concittadini e l'Italia intera e che sommessamente non cessa di catturare l'attenzione e riportare ogni persona a quella mattina di inizio agosto.
    Due simboli che come i precedenti frammenti della memoria fuoriescono dalle metodologie tradizionale ma che si fanno apprezzare per il loro cuore pulsante e che ci trasmettono parole e messaggi molto più forti di qualsiasi studio specifico. Ci trasmettono messaggi fortemente significativi perché ci consentono di compiere un flashback, ci consentono di riattivare ricordi rispetto a ciò che stavamo facendo al momento in cui abbiamo appreso la notizia dell’attentato, ci consentono di ricor-dare dove eravamo quel giorno e con chi, ci consentono di far attivare quel per-corso di conoscenza, di studio, di approfondimento in ordine a questa terribile strage, ci consentono di fare memoria e di fissare indelebilmente il ricordo di una pagina nefasta della nostra storia recente. 
    Le testimonianze, i frammenti di memoria e della memoria, i documentari, le mostre, lo stesso concorso musicale sono espressione di un modo di trasmissione del ricordo e della memoria della stessa, rappresentano una forma e una modalità di fare storia in modo diverso da quello che conosciamo, rappresentano una forma e una modalità per non disperdere il ricordo di quanto accadde quella terribile mattina di 35 anni fa, permettono alle giovani generazioni di essere coinvolte nella conoscenza di uno spaccato della storia italiana che ha segnato per sempre l’esi-stenza e la quotidianità di tantissime famiglie, inoltre tutto ciò è sintomo e simbolo di non voler far calare l’oblio sulla tragedia e il dramma del 2 agosto 1980.
    Tutte queste iniziative assieme anche alla stessa cerimonia di commemorazione, che si svolge all’esterno del piazzale della stazione, dal 1981 a oggi, ci dicono che si può e si deve fare memoria anche in forme e modalità diverse da quelle cono-sciute dagli addetti ai lavori, si può e si deve fare memoria anche utilizzando le opportunità offerte dalle nuove tecnologie che permettono certamente una divul-gazione e un’opportunità di conoscenza ed approfondimento ad un pubblico più vasto. Importante nella divulgazione della memoria della strage è il ruolo assunto nel corso degli anni dall'associazione dei familiari delle vittime la quale si è battuta e si sta battendo per non cancellare il ricordo di quella terribile giornata di mezza estate che dissolse per sempre 85 vite e che sconvolse l'Italia intera. Anche le loro iniziative risultano particolarmente utili e sentite nel tessere i fili della memoria soprattutto verso le giovani generazioni.
    Molte sono state negli anni le manifestazioni organizzate dall’associazione per mantenere viva la memoria a cominciare da conferenze, convegni, pubblicando libri, poesie e lo stesso Concorso 2 agosto istituto nel 1995 allo scopo «di rinnovare la memoria luttuosa di un tragico evento. Ma trasformandone nel ricordo il valore, il segno: da negativo, a positivo affidando così al futuro non un messaggio di morte bensì un robusto e fecondo albero» (Ivi, p. 211).
    Non c’è soltanto l’attività dell’associazione stessa ma anche le stesse scuole sono coinvolte in progetti a ricordo della tragedia del 2 agosto 1980 e ciò è avvenuto in questi anni attraverso laboratori teatrali, lezioni, seminari, progetti dedicati sia alla strage ma anche complessivamente a quella difficile stagione che causò tanti lutti nel nostro Paese. La memoria della strage viene mantenuta viva anche attraverso la pagina web dove è possibile recuperare notizie e informazioni sulla strage, materiale fotografico e un archivio video contenente film e documen-tari sulla stessa. Nei giorni precedenti il 35°anniversario la Rete degli archivi per non dimenticare sulla pagina web www.fontitaliarepubblicana.it si è provveduto a riversare in formato digitale le sentenze relative alla strage e ciò rappresenta un ulteriore strumento non soltanto per svolgere memoria ma anche per sollecitare il cittadino comune, gli studiosi, i ricercatori ad conoscere ed approfondire la terribile vicenda della strage alla stazione.

 

Bibliografia

Belingheri E. (2009). Il sacrificio degli innocenti: i bambini vittime della strage del 2 agosto 1980. Bologna: Minerva.
Biacchessi D. (2000). 10.25, cronaca di una strage. Vite e verità spezzate dalla bomba alla stazione di Bologna. Roma: Gamberetti, 2000.
Contini G. (2007). Storia orale. Enciclopedia Italiana – VII appendice. Disponibile: http://www.treccani.it/enciclopedia/storia-orale_Enciclopedia-Italiana/, consultato il 15 luglio 2015.
De Lutiis G., (a cura di) (1986). La strage. L’atto di accusa dei giudici di Bologna. Roma: Editori Riuniti.
Tota A. (2003). La città ferita: memoria e comunicazione pubblica della strage alla stazione di Bologna, 2 agosto 1980. Bologna: Il Mulino.

 

Approfondimenti

Beccaria A. (2010). Schegge contro la democrazia: 2 agosto 1980, le ragioni di una strage nei più recenti atti giudiziarie. Granarolo: Socialmente editore.
Beccaria A. (2013). E’ come sangue e non va via Catania: I siciliani giovani (e- book).
Biacchessi D. (2001). Un attimo… vent’anni: storia dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna 2 agosto 1980. Bologna: Pendragon.
Bolognesi P., Scardova R. (2012). Stragi e mandanti sono veramente ignoti gli ispiratori dell’eccidio del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna? Reggio Emilia: Aliberti.
Colombo A. (2007). Storia nera: Bologna, la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Milano: Cairo.
Mazzoni F. (2014). Il terribile quindicennio (1969 – 1984). Empoli: Ibiskos Editore.
Secci T. (1998). Discorsi tenuti nel piazzale della stazione di Bologna in occasione degli anniversari della strage (2 agosto 1981 – 2 agosto 1995). Terni: Tipolitografia Visconti.
Testa G.P. (2005). Antologia per una strage: Bologna 2 agosto. Bologna: Minerva.
Paradisi G. (2010). Dossier strage di Bologna: la pista segreta. Bologna: Giraldi.
Venturoli C., Boschi M. (2005). Bologna, 2 agosto 1980: il racconto della strage. Modena: Yema.

 

Sitografia

www.fontitaliarepubblicana.it     Sentenze giudiziarie sulla strage del 2 agosto
www.stragi.it                                 Film e documentari inerenti alla strage

 

Note biografiche sull’autore

Filippo Mazzoni è laureato in Storia e Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Firenze.  Tra il 2002 e il 2007 è Presidente del Consiglio Circoscrizionale n°1 del comune di Pistoia. Collabora con l’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia. È autore di: La federazione comunista pistoiese dalla Liberazione al “terribile” 1956 (CRT, 2003), ha collaborato alla realizzazione del volume Pistoia fra guerra e pace (a cura di M. Francini, ISRPt, 2005) e co-autore con P.L. Guastini e G. Fanello Marcucci di All’alba della Costituzione italiana. I quattro costituenti pistoiesi (ISRPt, 2008). Ha pubblicato inoltre Una storia da non dimenticare. Ricostruzione storica dell’eccidio avvenuto il 31 marzo 1944 nella Fortezza di Santa Barbara (2008). Per conto dell’Università degli Studi di Firenze, della Sopraintendenza archivistica della Regione Toscana, della Fondazione Andrea Devoto ha curato con S. Bartolini il recupero e il riordino dell’archivio Andrea Devoto conservato presso la Biblioteca delle Scienze Sociali di Firenze. Nel corso degli ultimi anni ha sviluppato interesse verso le vicende che hanno caratterizzato l’Italia degli anni ‘70 e ‘80 con particolare riferimento alla violenza politica, al terrorismo e allo stragismo. Rispetto a quest’ultimo argomento ha pubblicato il libro Il terribile quindicennio (1969 – 1984). La storia delle stragi raccontate ai ragazzi (Ibiskos Editore, 2014). Infine è autore di diversi contributi sulla rivista QF – Quaderni di Farestoria periodico trimestrale dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia.

About the author

Filippo Mazzoni is graduated in History and Political Science at the University of Florence. Between 2002 and 2007, he has been Chairman of the District Council No. 1 of the town of Pistoia. He works with the Historical Institute of the Resistance and the contemporary in the province of Pistoia. He is author of The Federation Communist Liberation Pistoia from the "terrible" 1956 (CRT, 2003), he worked on the volume Pistoia between war and peace (Edit by M. Francini, ISRPt, 2005) and co-author with P.L. Guastini and G. Marcucci of The dawn of the Italian Constitution. The four constituents of Pistoia (2008). He has also published A story to remember. Historical reconstruction of the massacre on March 31 1944 in the Fortress of Santa Barbara (2008). On behalf of the University of Florence, the Superintendency archivist of the Tuscany Region and the Foundation Andrea Devoto, he recovered and reordered with S. Bartolini the Andrea Devoto Archive preserved at the Library of Social Sciences in Florence. Over the last few years, he has developed interest in the events that characterized Italy in the ‘70s and ‘80s, with particular reference to political violence, terrorism and the massacres. Compared to the latter topic he published the book The terrible fifteen years (1969-1984). The story of the massacre told the kids (Ibiskos Publisher, 2014). He is the author of several contributions in the magazine QF - Papers Farestoria quarterly magazine of the Historical Institute of the Resistance of Pistoia.

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