ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Fabio Bracci

Sociologo

Articoli di Fabio Bracci:

Riassunto: L’autore si propone di “riattualizzare” il libro di Andrea Devoto Il comportamento umano in condizioni estreme. Facendo i dovuti distinguo tra i campi di concentramento nazisti e i CIE di oggi, mette in luce le analogie dei due universi concentrazionari, sottolineando quanto essi ritornino nel corso della storia, seppure con modalità diverse. I centri di detenzione per immigrati irregolari presentano alcune caratteristiche comuni ai campi di concentramento (assenza di libertà di movimento e asimmetria tra internati e operatori) e alcune condizioni emotive sono comparabili e attualizzabili. Si pone quindi l’attenzione sul contesto che crea questi “universi” e sulla “normalità” che li circonda.

DOI: 10.1400/248406

LA PSICOLOGIA DELLA VIOLENZA E DEL CONCENTRAZIONISMO NEGLI ODIERNI FENOMENI MIGRATORI

EUROPEI E INTERNAZIONALI

 

Fabio Bracci*

*Sociologo

 

Riassunto: L’autore si propone di “riattualizzare” il libro di Andrea Devoto Il comportamento umano in condizioni estreme. Facendo i dovuti distinguo tra i campi di concentramento nazisti e i CIE di oggi, mette in luce le analogie dei due universi concentrazionari, sottolineando quanto essi ritornino nel corso della storia, seppure con modalità diverse. I centri di detenzione per immigrati irregolari presentano alcune caratteristiche comuni ai campi di concentramento (assenza di libertà di movimento e asimmetria tra internati e operatori) e alcune condizioni emotive sono comparabili e attualizzabili. Si pone quindi l’attenzione sul contesto che crea questi “universi” e sulla “normalità” che li circonda.

 

Parole chiave: campi di concentramento, immigrati irregolari, Europa, comparazione, normalità del negativo.

 

 

Abstract: The psychology of violence and of concentrationary attitudes in current European and international migratory events. The author intends, reflecting on Andrea Devoto’s book, Il comportamento umano in condizioni estreme, marks differences between Nazi concentration camps and current CIE, irregular immigrants detention camps, underlining nevertheless some analogies, such as lack of freedom and the power asymmetry between immigrants and operators. He asserts that some emotional conditions are comparable. The focus is set on the context that produces these “universes” and on the “normality” that lays around them.

Keywords: concentration camps, irregular immigrants, Europe, comparison, normality of the negative.

 

 

[1]Buonasera a tutti. Mi chiamo Fabio Bracci, sono un sociologo. Mi occupo di immigrazione da diverso tempo e come prima cosa vorrei ringraziare la Fondazione Devoto, non solo perché mi ha chiesto di coordinare questa discussione pomeridiana, ma soprattutto per avermi dato l’opportunità di partecipare a questo evento di grande livello, vista la qualità dei relatori di stamani e di oggi pomeriggio.

Il mio compito è quello di provare ad attualizzare la riflessione sul volume di cui stamani ha parlato Andrea Bigalli (Il comportamento umano in condizioni estreme, Franco Angeli, 1985)[2], attraverso un ragionamento che connetta i temi trattati in quel volume con i fenomeni migratori contemporanei. In pratica, si tratta di capire se nel libro di Devoto ci sono degli spunti - e dico subito che ce ne sono, ce ne sono tantissimi – che ci consentono di formulare delle riflessioni utili anche sul tema delle migrazioni contemporanee.

Vorrei prima di tutto partire da un aspetto personale. Questo testo merita di essere ripubblicato per i motivi che ha già spiegato Bigalli stamani e che forse emergeranno ulteriormente dalla discussione che faremo. Ma devo ammettere di fronte a voi che non avevo mai letto un testo integrale di Andrea Devoto. E mi piace sottolineare per prima cosa che quello che mi ha più colpito, oltre ai contenuti, è la chiarezza espositiva. Andrea Devoto scriveva per farsi capire: questo è evidente, perché tratta un tema complesso in modo molto semplice, lineare, mostrando una grande nitidezza di pensiero. Se in questo spazio di discussione riusciremo ad avere almeno una parte di quella stessa nitidezza, chiarezza, semplicità di esposizione che caratterizza il libro di Devoto, alla fine avremo fatto un buon lavoro.

Prima di entrare nel vivo della mia riflessione vorrei fare altre due premesse. La prima riguarda il tema di questo intervento, reso evidente dal titolo stesso di questa sessione, vale a dire l’accostamento fra i lager nazisti e l’universo concentrazionario che riguarda le migrazioni. E’ ovvio che i lager hanno una caratteristica di unicità innegabile. Come viene detto nel libro, nei campi nazisti la morte era un fatto endemico. Si moriva, come diceva Primo Levi, per un sì o per un no. I prigionieri vivevano e sopravvivevano per caso, e questo resta un aspetto drammaticamente distintivo dell’esperienza di quei campi. Se però proviamo a fare una riflessione sui nessi che collegano i campi di concentramento nazisti con ciò che è successo prima e ciò che è successo dopo, credo che non corriamo il rischio di relativizzare l’unicità dell’esperienza concentrazionaria; quell’esperienza possiamo infatti ricondurla, situarla, collocarla all’interno di un ragionamento più ampio e quindi anche più produttivo. Anche perché, ed anche questo mi fa piacere ricordarlo in premessa, nel suo libro Devoto stesso ricorda, esercitandosi nell’arte della distinzione, che i campi di concentramento non erano tutti uguali. C’erano i campi così detti ‘selvaggi’, deputati allo sterminio e quindi all’eliminazione totale delle persone che vi erano internate. C’erano però anche dei campi più simili a quelli che abbiamo conosciuto prima e dopo, e c’erano infine dei campi di prigionia che offrivano condizioni di detenzione differenziate in base alla nazionalità dei prigionieri che vi erano ospitati. Oggi sappiamo bene che i militari inglesi o francesi potevano ricevere un trattamento coerente o almeno compatibile con le convenzioni internazionali dell’epoca. Tutt’altra cosa accadeva per i sovietici, compresi i militari e gli ufficiali: nei loro confronti il trattamento detentivo era quello riservato alle componenti cosiddette ‘subumane’. Questo aspetto è molto importante, perché esercitare l’arte della distinzione ci aiuta a collocare storicamente l’evento ‘campi di concentramento’ ed anche ad affrontare in modo appropriato il ragionamento sull’attualizzazione dell’universo concentrazionario.

Seconda questione: quando si parla di universo concentrazionario con riferimento all’immigrazione, si fa riferimento a qualcosa che riusciamo a comprendere abbastanza bene intuitivamente, ma che poi è difficile distinguere dal punto di vista delle caratteristiche dei luoghi, dei centri, degli spazi che possono essere realmente collocati sotto questa etichetta. Molto grossolanamente direi che possiamo comprendere all’interno di questa categoria due macro tipologie di campi e centri di detenzione per migranti. Il primo tipo è quello che è noto da noi come CIE. Fondamentalmente sono i centri di detenzione amministrativa nei quali le persone vi vengono trattenute perché sono irregolari. Da noi si chiamano CIE, in Francia si chiamano CRA, in Germania si chiamano in un altro modo: le caratteristiche sono diverse ma quello che accomuna queste strutture è che le persone vi sono detenute - la loro libertà personale è quindi ristretta e limitata - perché non sono in regola con le norme nazionali sul soggiorno. Vi è poi una seconda tipologia di campi, che sono i campi teoricamente pensati per l’accoglienza, penso a quelli che vanno sotto la definizione di ‘campi profughi’. Anche questi campi, per ragioni di fatto che talvolta diventano anche ragioni di diritto, per l’assenza di alternative, o per la collocazione geopolitica dei luoghi in cui si trovano, diventano spazi dai quali non si può uscire liberamente. In qualche caso sono gli unici luoghi dove si può ricevere un sostentamento e si può avere garantita la sopravvivenza.

Ciò che accumuna queste due macrotipologie - e questo Devoto lo ricorda citando Erving Goffman - è la loro condizione di ‘istituzioni totali’. Poiché ‘istituzioni’ totali è una locuzione che si usa spesso, occorre rispondere ad una domanda preliminare: quali sono esattamente le caratteristiche delle ‘istituzioni totali’? Sono due. La prima è la connotazione totalizzante dal punto di vista spaziotemporale. Da questi luoghi non si può uscire - come si è appena detto, in qualche caso per un obbligo giuridico, in qualche altro per un vincolo fattuale - e tutta la vita degli internati si svolge all’interno di quegli spazi. Il secondo elemento che discende dal primo è che le interazioni umane che vi si svolgono sono segnate da una totale asimmetria di potere tra gli internati e gli operatori. Si tratta di aspetti centrali, lo ha ricordato Bigalli stamani, anche rispetto all’attualità dei campi e dei centri contemporanei. Chi ha visto come sono architettonicamente costruiti i CIE e dove sono fisicamente ubicati ha subito molto chiara la percezione della loro separatezza dal contesto sociale; in altre parole, coglie immediatamente la loro natura di spazio del tutto avulso dal contesto urbanistico, ambientale ed architettonico circostante.

Partendo da queste premesse si comprende meglio perché non deve apparire sacrilega la comparazione tra i vissuti di persone che sono state internate nei campi di concentramento nazisti e le esperienze di persone – rese note dagli stessi testimoni ma anche da volumi più o meno specialistici o da documentari – internate in ‘centri per migranti’. Tenendo continuamente in considerazione la premessa iniziale sulla finalizzazione di una parte dei campi di concentramento nazisti all’eliminazione totale delle persone che vi erano detenute, e con le dovute differenze di grado e di intensità, ci sono non pochi aspetti comuni alle due esperienze. Esercitando quindi quell’arte della distinzione di cui parlavo all’inizio, si può affermare che alcune condizioni emotive e psicologiche sono comparabili ed attualizzabili. A partire per esempio da quella di cui parlava Bigalli stamani, la ‘situazione estrema’ citata da Bettelheim. Quando Bettelheim parlava di ‘situazione estrema’ si riferiva ad una condizione drammaticamente semplice, al senso di totale sradicamento delle persone che si trovavano all’interno dei campi di concentramento. Questo è un elemento che ritroviamo nelle persone che sono obbligate a vivere dentro i CIE. Pensiamo all’assoluta mancanza di regole che vi regna, considerato che anche dentro i CIE le norme che regolano le attività e la condotta di vita dei detenuti sono quasi sempre poco chiare (quando non addirittura inesistenti). Molto spesso anche per gli aspetti più banali - dal bere, al fumare, al mangiare, a come ci si muove all’interno della struttura recintata - la regolamentazione avviene su basi informali o del tutto arbitrarie. C’è poi il tema della non comprensibilità della propria condizione da parte degli internati: per molti migranti è evidente – analogamente a quanto Devoto sottolinea a proposito dei detenuti nei lager – la non comprensione del motivo per cui ad un certo momento della vita ci si trova in quel tipo di luogo. Un altro elemento che richiama quelli descritti da Devoto è il rituale di spoliazione al momento dell’ingresso del campo. Anche nei CIE, oggi, i detenuti sono privati e quindi ‘denudati’ di tutto ciò che ricorda loro la vita che vivevano prima di entrare in quella ‘istituzione totale’.

Detto questo, occorre ora affrontare un punto dirimente, che è allo stesso tempo politico e simbolico e che rappresenta anche l’elemento di maggiore attualità del tema che trattiamo. Anche in questo caso forse quello che sto per dire può sembrare molto provocatorio: così come nel periodo nazista l’ideologia hitleriana produceva campi di concentramento dotati di quelle caratteristiche, oggi è l’ideologia diffusa nei nostri contesti a produrre le chiusure e i confinamenti di cui stiamo parlando. Ovviamente oggi in Europa non abbiamo Stati istituzionalmente e programmaticamente vocati alla espressione di un pensiero razzista paragonabile con l’ideologia hitleriana. Abbiamo però non pochi Stati che esprimono, implicitamente o esplicitamente – e questo lo si vede chiaramente nel dibattito anche drammatico in corso a livello UE – posizioni escludenti, ottuse, chiuse, che riflettono l’atteggiamento delle opinioni pubbliche verso i migranti (in una sorta di gioco di specchi fra le opinioni pubbliche e i governi nazionali). Cosa voglio dire? Voglio dire che i campi sono null’altro che l’espressione delle nostre paure – delle nostre ideologie fondate sulle paure –, e quindi nient’altro che l’espressione dell’ideologia prevalente all’interno dei nostri Paesi. E questo riguarda l’orientamento complessivo dell’Unione Europea, perché credo che poche cose diano il senso della riduzione dell’idea di Europa, che è una bella idea - io mi sento profondamente europeista ed europeo -, poche cose danno il senso della tristezza a cui si riduce la dimensione europea oggi, quanto le proposte che circolano per affrontare i drammi umani legati ai flussi migratori. Don Ciotti su questo ha fatto degli esempi evidenti, ad esempio quando ha parlato della proposta di bombardare gli scafisti. Questo significa ridurre l’Europa, con tutta la sua retorica e tutti i suoi princìpi, davvero a poca cosa. Perché bombardare gli scafisti, al di là dell’efficacia e dell’utilità in sé dell’operazione, non interviene sull’elemento dirimente, che è il fenomeno che produce la domanda di migrazioni e la domanda di scafisti, per dirla in termini brutalmente economici. Ripetiamocelo, anche se è ovvio: ci sono gli scafisti perché c’è una domanda di migrazione verso i Paesi occidentali. La quale domanda, ed anche qui semplifico per ragioni di brevità, è comunque determinata anche - si può decidere in quale misura, ma il nesso causale non è in dubbio – dalle scelte e dalle politiche dei nostri governi. Se noi osserviamo quali sono i Paesi dai quali provengono i migranti in questo momento, penso alla Libia e penso alla Siria, quelli sono Stati che non esistono più in gran parte per il tipo di politiche che sono state adottate nei loro confronti dalle potenze occidentali. Quindi i campi, i muri - perché noi non ce lo ricordiamo, ma sull’Evros, al confine fra la Turchia e la Grecia, c’è un muro; a Ceuta e Melilla, dove ci sono le due enclaves spagnole, c’è un muro; le guardie spagnole sparano quando i migranti marocchini o africani cercano di saltare questi muri, che poi non sono muri, ma valichi di filo spinato – ecco, questi luoghi di confinamento, questi luoghi di chiusura, sono l’espressione più plastica ed evidente del nostro modo di relazionarci al tema dei flussi migratori internazionali.

Da qui, da questo orientamento, deriva tutto il resto, compreso lo ‘stoccaggio’ delle persone dentro questi luoghi e l’idea che queste persone siano persone ‘in sospeso’. C’è un bel libro di diversi anni fa di Federico Rahola che s’intitola non a caso ‘Zone definitivamente temporanee’. Vi si parla dei luoghi in cui queste persone si trovano a vivere – ‘istituzioni totali’, come dicevo prima -, in una condizione di perenne sospensione. Questa condizione non è altro che il prodotto del nostro atteggiamento prevalente oggi. Atteggiamento prevalente che ha una finalità - e questo è il punto secondo me più importante di tutti, lo ripeto - politica e simbolica. Questi luoghi sono infatti luoghi di confinamento e di separazione dell’appartenenza tra un ‘noi’ e un ‘loro’. Tra chi è così fortunato da avere vinto la lotteria del luogo di nascita e chi non ha avuto questa fortuna. Il punto è che questa lotteria e queste dicotomie inventate tra presunti ‘Noi’ e presunti ‘Loro’ dovremmo ricordarcele sempre. Nel libro di Devoto ci sono molti passaggi - ne ho contati quindici o venti - in cui l’autore dice: attenzione, i nazisti erano persone normali, non stiamo parlando di mostri, non stiamo parlando di demoni, stiamo parlando, come diceva un autore citato dallo stesso Devoto, di ‘omicidi da tavolino’. Stiamo parlando di persone che la sera tornavano a casa, avevano un atteggiamento accuditivo nei confronti dei figli, erano amorevoli nei confronti delle persone che stavano loro accanto. Quello che preme a Devoto – e soprattutto in questi passaggi si sente un’urgenza che è espressa con la nitidezza di pensiero di cui parlavo all’inizio – è riflettere sul ‘nazista che è in noi’. Questa è l’urgenza che lo muove quando riflette, per esempio, sulle pratiche che a livello sociale promuovono l’aggressività di cui parlava Bigalli stamani. Tutto quel capitolo è un capitolo in cui Devoto dice: guardate che il nazista può essere veramente l’uomo della porta accanto, oppure anche noi stessi in determinate condizioni. Se si pensa a ciò che fa montare l’ondata antimigratoria o contro lo straniero, è evidente che la crisi economica, tutti i fattori che incidono sulla percezione della perdita di status, possono portare, se alimentati dall’esterno e dai fattori che noi vediamo oggi all’opera, in una direzione letteralmente sconvolgente. Nel 1985 questa riflessione di Devoto era già straordinariamente anticipatrice.

Vado a chiudere questo intervento. Devoto non vuole essere rassicurante. La sua finalità è quella di riflettere su ciò che è accaduto ma allargando lo sguardo, allargando il quadro, non limitandosi ad analizzare l’esperienza dei campi di concentramento nazisti come se si trattasse di un unicum. Tra i tanti libri che trattano l’esperienza dei campi e che ricollegano l’universo concentrazionario con il tema delle migrazioni ce n’è uno che ricostruisce la storia del ‘900 attraverso la storia dell’evoluzione dei campi di detenzione. Credo sia sorprendente per tanti sapere che il primo campo con filo spinato, con le caratteristiche che diventeranno tristemente note e diffuse nei decenni successivi, fu istituito dagli spagnoli nel 1896 a Cuba. Furono i Paesi coloniali, prima gli spagnoli a Cuba, poi gli inglesi in Sudafrica con i boeri, a ‘fondare’ questo tipo di istituzione. E quindi questa non è una storia che possiamo circoscrivere al periodo nazista. Alla fine, è tutto drammaticamente e tristemente umano. E la citazione finale del libro, che è tratta da “Uomini e no” di Vittorini, ci ricorda proprio questo. Il modo in cui molti si pongono nei confronti delle migrazioni contemporanee non è radicalmente estraneo rispetto all’atteggiamento collettivo che ha caratterizzato momenti eccezionalmente drammatici della nostra storia. I presupposti, i semi di una possibile drammatica evoluzione in quella direzione, o in una altrettanto avversa, sono presenti anche ora.

Un’ultima osservazione. Leggendo Devoto, a proposito di quanto ci sentiamo scissi fra il senso di appartenenza all’Unione e quello che l’Unione è realmente sul tema delle migrazioni, mi è venuto in mente un libro di un’autrice bosniaca nata a Srebrenica. In quel volume questa autrice ricordava come nel 1992 molte persone, in particolare donne e bambini, lasciarono Srebrenica perché la città era assediata: lei ricorda che quando quelle persone avevano deciso di lasciare la cittadina erano comunque convinte di poterci ritornare dopo una settimana. E perché erano convinte di poterci tornare così presto? Perché – dicevano, e questo era il refrain che si raccontavano tra di loro - erano cittadini di un paese europeo. Non erano nell’Unione ma si sentivano europei. Ecco, quelle persone non sono state garantite dall’essere parte dell’Europa. Né noi, credo, dobbiamo sentirci garantiti dal fatto di appartenere a Paesi che non promuovono istituzionalmente il razzismo e la discriminazione: per ripetere una cosa che è stata detta ripetutamente da don Ciotti e da altri, dobbiamo stare continuamente all’erta. Perché recludere delle persone prive di permesso di soggiorno, – ricordiamoci tutto il battage sul reato di immigrazione irregolare – e quindi privarle della libertà personale, persegue finalità che sono esclusivamente simboliche, e la legislazione simbolica è un passo verso il baratro. Se osserviamo i dati, notiamo che nel 2013 i migranti espulsi dopo essere passati dai CIE sono stati meno dell’1% del totale degli irregolari stimati nello stesso anno. Questa percentuale ridottissima vuol dire che i CIE non sono ‘utili’ nemmeno rispetto ai fini che si prefiggono sulla carta, che sono quelli di favorire – in teoria - l’espulsione attraverso l’identificazione delle persone. Fare una riflessione su questi aspetti agganciandola ad un grande libro che spero sia presto ripubblicato, come quello di Andrea Devoto, è dunque un’operazione intellettualmente fondamentale. Intellettualmente, ma anche politicamente: perché, ripeto, ricordare non è semplicemente un dovere morale ma implica l’obbligo di tenere in mente la normalità del negativo. Nulla di più, ma neanche nulla di meno di questo.

 


[1] Il seguente contributo di Fabio Bracci è stato presentato al convegno “Silenziose rivoluzioni culturali. Educarsi con la mediazione del mondo”, Firenze, 7-8 maggio 2015.

[2] L’autore fa riferimento a un intervento di Andrea Bigalli tenuto nella seconda giornata del convegno “Silenziose rivoluzioni culturali”, non pubblicato in questa sede.

Keywords:

RECENSIONE

a cura di Fabio Bracci*

*Sociologo

Il male come scelta. Una lettura non deterministica dell’etica dello sterminio.

Alberto Burgio, Marina Lalatta Costerbosa, Orgoglio e genocidio. L’etica dello sterminio nella Germania nazista, Derive Approdi, 2016, pp. 352, € 20,00.

“Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro”. La celebre sentenza pronunciata nel 1949 dal filosofo Theodor W. Adorno, sebbene dallo stesso Adorno parzialmente ritrattata negli anni suc­cessivi, esprime un orientamento del pensiero ancora oggi molto diffuso. Da decenni ci si interroga sulla rappresentabilità del male connaturato allo sterminio nazista, e sulla possibilità stessa di pene­trare le ragioni individuali e collettive che condussero milioni di cittadini tedeschi a rendersi prota­gonisti, sostenitori o complici di un progetto politico fondato sull’omicidio di massa e sull’annichi­limento dei nemici del Volk. E tuttavia accade che sia proprio la enormità stessa degli eventi che si vorrebbero comprendere a sospingere chi si avvicina a quei luoghi e a quei temi – i luoghi e i temi del dolore e del male per antonomasia – verso la tesi della impossibilità di giungere non solo ad una loro comprensione, ma anche ad una loro rappresentazione adeguata. [...]

DOI: 10.1400/250267

RECENSIONE

a cura di Fabio Bracci*

*Sociologo

 

Il male come scelta. Una lettura non deterministica dell’etica dello sterminio.

Alberto Burgio, Marina Lalatta Costerbosa, Orgoglio e genocidio. L’etica dello sterminio nella Germania nazista, Derive Approdi, 2016, pp. 352, € 20,00.

 

“Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro”. La celebre sentenza pronunciata nel 1949 dal filosofo Theodor W. Adorno, sebbene dallo stesso Adorno parzialmente ritrattata negli anni suc­cessivi, esprime un orientamento del pensiero ancora oggi molto diffuso. Da decenni ci si interroga sulla rappresentabilità del male connaturato allo sterminio nazista, e sulla possibilità stessa di pene­trare le ragioni individuali e collettive che condussero milioni di cittadini tedeschi a rendersi prota­gonisti, sostenitori o complici di un progetto politico fondato sull’omicidio di massa e sull’annichi­limento dei nemici del Volk. E tuttavia accade che sia proprio la enormità stessa degli eventi che si vorrebbero comprendere a sospingere chi si avvicina a quei luoghi e a quei temi – i luoghi e i temi del dolore e del male per antonomasia – verso la tesi della impossibilità di giungere non solo ad una loro comprensione, ma anche ad una loro rappresentazione adeguata.

L’eco di questa paralisi del pensiero risuona in molti studi e riflessioni. Le tracce di questo orientamento si rinvengono nei riferimenti al carattere demoniaco o alla follia del progetto hitleria­no, così come nel ricorso – talora persino sbrigativo, quasi a voler allontanare da sé ogni rischio di approfondimento ulteriore – alla mostruosità extraumana del comportamento dei carnefici. Per quanto comprensibile emotivamente, un atteggiamento di questo tipo nega la possibilità di accettare ciò che fa realmente problema: la constatazione che non solo i gerarchi, ma anche gran parte degli animatori e dei sostenitori del regime – dalle élites militari ai burocrati, dai magistrati agli ‘uomini senza storia’ – erano persone drammaticamente ‘normali’, intendendo con tale aggettivo l’assenza di patologie psichiatriche conclamate o di turbe psichiche idonee ad escludere l’imputabilità per le azioni criminali compiute.

Ma se i nazisti e i loro sostenitori non erano né demoni né folli, ed il loro comportamento s’inscrive a pieno titolo nella gamma dei comportamenti umani, perché essi vollero? E perché pro­prio essi e non altri? È esattamente attorno a questi interrogativi che si struttura il volume di Alber­to Burgio e Marina Lalatta Costerbosa Orgoglio e genocidio. L’etica dello sterminio nella Germa­nia nazista. La riflessione prende le mosse dal radicale rifiuto di porsi al riparo dietro alle tesi del ‘sadismo’ o dei ‘mostri indemoniati’. Inaccettabile, affermano subito gli autori, accontentarsi di di­chiarare l’accaduto incomprensibile: come se comprendere significasse giustificare, o attenuare le responsabilità degli autori dei crimini. E’ vero, invece, il contrario, giacché chi rinuncia a compren­dere si sottrae all’onere del giudizio, “e non giudicare è – questo sì – un primo modo di assolvere” (p. 6). Rinunciare ad avventurarsi su questo terreno non ci priverebbe soltanto della possibilità di conoscere una parte decisiva della storia del nostro tempo; lascerebbe senza risposta l’interrogativo angoscioso che da anni si pongono persone come Horst Münzberger (figlio di un sottoufficiale delle SS operante nel campo di Treblinka), incapace di trovare un senso al comportamento del padre; in ultima analisi, lascerebbe ognuno di noi totalmente “all’oscuro sul conto di noi stessi, della nostra riserva di aggressività, della reale portata delle nostre potenzialità distruttive” (p. 162).

Per rispondere agli interrogativi centrali del volume, e per cercare quindi di cogliere la “forma della mente o dell’anima” degli attori di questa vicenda, gli autori scelgono di ricorrere al contributo della filosofia. Sotto questo profilo appare utile confrontare il testo in esame con il libro dello stori­co francese Johann Chapoutot, anch’esso uscito nel 2016 (La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti, Einaudi, 2016, pp. 476, € 32,00). Entrambe le opere condividono l’assunto di partenza, identificabile nel tentativo di sottrarre la ricerca sul nazismo e sulle ragioni dello sterminio all’area dell’indicibilità. Come Burgio e Costerbosa, anche Chapoutot ritiene che la disumanizzazione dei nazisti sia dannosa. Rappresentandolo come non-umano, la tesi del ‘male incomprensibile’ rende impossibile indagare l’universo mentale nazista, obiettivo al quale punta invece dichiaratamente l’autore. Basandosi sullo spoglio di una notevole quantità di materiali di diversa provenienza (ma­nuali, trattati, pamphlet, articoli di giornali, documenti di partito), La legge del sangue intende, infat­ti, compiere uno studio della normatività nazista, ed in particolare “prendere sul serio” il punto di vi­sta nazista e ricostruirne i valori e il senso interni, senza ridurre il fenomeno ad una questione de­moniaca o psichiatrica.

In Orgoglio e genocidio gli autori scelgono, invece, di indagare il tema da una prospettiva filo­sofica. La scelta è importante perché prefigura – come si vedrà tra breve – la risposta alla domanda centrale del libro (perché vollero). Ma ciò che rende tale scelta meritevole di attenzione è innanzi tutto la deliberata intenzione degli autori di restituire piena dignità alla filosofia non soltanto come sapere e ambito disciplinare, ma come vero e proprio strumento di conoscenza. Non a caso nel volu­me se ne sottolineano le peculiarità rispetto alle scienze empiriche (sociologia, storia, psicologia so­ciale) che si sono confrontate o si confrontano con la stessa domanda formulata all’inizio del volu­me. Poiché “alla filosofia interessa tutto”, al di fuori ed al di là della delimitazione degli ambiti di­sciplinari e dei vincoli metodologici che derivano dalla scelta di un ambito specifico, il campo d’interesse dell’indagine filosofica si può spingere ben oltre la soglia rispetto alla quale lo storico, il sociologo e lo psicologo sociale vacillano (e dalla quale – in genere – si ritraggono). E oltre la so­glia decisiva ci sono proprio le “domande esorbitanti” sul senso ultimo dell’agire, l’incomprimibile necessità di scendere al fondo delle visioni del mondo di coloro i quali giunsero a considerare l’omicidio degli inermi come un atto morale. 

Perché, dunque. La tesi dell’obbedienza cadaverica (Kadavergehorsam), che evoca la sacrali­tà del comando (“un ordine è un ordine”), non basta a spiegare il più tragico bagno di sangue della storia europea. Per Burgio e Costerbosa considerare i carnefici come meri esecutori è una semplifi­cazione intollerabile, che annulla il peso delle scelte individuali e della libertà personale. Gli autori ricordano che in molti casi sarebbe stato possibile sottrarsi agli ordini, ove lo si fosse voluto (anche attraverso espedienti: sollevare obiezioni tecniche, defilarsi, dichiararsi soggettivamente incapaci); evidenziano, inoltre, come la relativa autonomia di cui erano dotati i livelli intermedi della burocra­zia fu spesso impiegata per individuare soluzioni tecniche ‘appropriate’ ai problemi pratici posti dall’organizzazione dello sterminio. E ciò fino a dar prova di un’adesione così entusiastica da oltre­passare in non pochi casi per efferatezza persino gli ordini dei superiori.

Qui, di nuovo, vale la pena mettere a confronto Orgoglio e genocidio con il volume di Cha­poutot. Per lo storico francese è la legge del sangue (espressione che non a caso ritroviamo nel tito­lo del libro) a dare senso e orientamento alla mentalità nazista, programmaticamente concentrata nella difesa della comunità di popolo (Volkgemeinscahft) e organicamente cementata dalla comune appartenenza alla ‘razza nordica’. Per i nazisti religione, diritto e morale sono una cosa sola, come la natura, perché il diritto nordico (tedesco) non è altro che un diritto consuetudinario del popolo; la lotta, la guerra, la soppressione del debole sono azioni naturali, leggi della vita, da invocare contro l’astrazione delle leggi rabbiniche e il formalismo delle norme universalistiche. È su questo retroter­ra ideologico, culturale e normativo che – secondo Chapoutot – si costruisce e si sviluppa l’adesione individuale e collettiva al nazismo, ed è sempre all’interno di questi quadri socio-culturali che si deve ricercare una risposta ai perché.

Burgio e Costerbosa non mancano di fornire una descrizione accurata dei fattori storici e cul­turali che precedettero e favorirono l’avvento e il consolidamento del regime. Assai efficaci sono le pagine del libro nelle quali i due autori evidenziano come il nazismo sia stato capace di integrare elementi di continuità rispetto al retroterra culturale dei decenni precedenti con alcune specificità ‘innovative’ proprie (“la cifra rivoluzionaria” del regime). L’introiezione del principio di autorità come dovere di sottomissione, il manicheismo, il nazionalismo aggressivo, il militarismo, il senti­mento di appartenenza a una comunità originaria (“tu non sei niente, il tuo Volk è tutto”) sono i tratti che dominarono la ‘pedagogia nera’ delle generazioni di cittadini tedeschi nate tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, ponendo le basi morali e socio-culturali per la sedimentazione della ideologia na­zista. Quest’ultima seppe però anche offrire risposte specifiche alle discontinuità che s’imposero con la prima guerra mondiale e il dissesto economico-finanziario che travolse la Germania negli anni Venti: il razzismo verso gli ‘esseri inferiori’, il rifiuto sistematico dell’ambivalenza e l’esalta­zione della superiorità della ‘razza nordica’, sinistramente condensati dal Führerprinzip, furono in grado di canalizzare in modo originale (anche grazie alla costruzione di un apparato mediatico po­tentissimo) le paure e i risentimenti presenti nella società tedesca, rappresentando altresì – come so­stenne uno psicoterapeuta tedesco degli anni Trenta – “una salutare risposta al diffuso bisogno di psicoterapia suggestiva”.

Il volume offre una significativa riprova della capacità del regime di orientare a proprio favo­re parti importanti della riflessione teorica e del dibattito pubblico sviluppatisi nei decenni prece­denti. Illustrando l’uso nazista del principio di legalità, esso mostra come il regime hitleriano seppe utilizzare una concezione legalistica (giuspositivistica) del diritto, piegando ai propri fini (volti a di­mostrare l’impossibilità di una “ingiustizia legale” e l’obbligo morale e ideologico di adempiere a quanto richiesto dalla legge) tanto la teoria della ‘dottrina pura’ del diritto di Kelsen quanto – persi­no – l’imperativo categorico kantiano. Il giurista Carl Schmitt preparò il terreno attraverso la rice­zione della concezione giuspositivistica, mentre il filosofo del diritto neohegeliano Karl Larenz in­verò quella tradizione nella visione comunitaristica e organicistica del diritto del Volkgemeinschaft. Punto di congiunzione dei due filoni di pensiero fu la persona del Führer, concepito come custode della tradizione di valori sulla quale doveva fondarsi la giuridicità nazista.

Tuttavia, per quanto la ricostruzione del contesto sia molto accurata, il vero obiettivo di Bur­gio e Costerbosa resta quello di provare ad entrare nella “mente degli attori”. Rispetto a Chapoutot, lo scarto avviene esattamente su questo punto. Secondo gli autori di Orgoglio e genocidio i pur ne­cessari tentativi di ricostruire le ragioni storiche, culturali e sociali del fenomeno nazista rischiano di spiegare allo stesso tempo troppo e troppo poco; in particolare essi rischiano di limitare le possi­bilità di comprensione del comportamento dei singoli individui, ponendo in secondo piano la que­stione della loro responsabilità morale. Per gli autori, infatti, le interpretazioni iper-deterministiche focalizzate esclusivamente sulle condizioni ambientali e di contesto (gli ordini, le ideologie del tem­po, la macchina burocratica ecc.) rimuovono o oscurano il lato umano, cancellando il momento li­minale della scelta individuale.

Nell’ultimo capitolo del volume la trattazione si volge così alla rilettura del pensiero arend­tiano, che gli autori considerano come il tentativo più coraggioso di oltrepassare i limiti delle inda­gini focalizzate esclusivamente sui fattori culturali ed ambientali. Un tentativo segnato peraltro da una evoluzione significativa, perché ne Le origini del totalitarismo (1948) la filosofa appariva anco­ra schiacciata dalla mostruosa ampiezza dell’impresa nazista, concepita come manifestazione ab­norme della volontà di uomini “senza psiche”, strutturalmente sfuggenti “a qualsiasi tentativo di analisi psicologica”. In quel quadro marcato dai tratti dell’incomprensibilità non si dava scelta, e l’incommensurabile gravità degli eventi si rovesciava paradossalmente in un giudizio di assoluzione collettiva (“tutti gli individui coinvolti sono soggettivamente innocenti”).

Sollecitata da una lettera di Karl Jaspers – contrario a qualsiasi interpretazione del nazismo nei termini dell’inumano e del demoniaco – la riflessione arendtiana giunse a maturazione con il celeberrimo La banalità del male (1963), il diario steso dall’autrice, inviata del settimanale New Yorker, per raccontare lo svolgimento del processo Eichmann a Gerusalemme. Ciò che interessa ad Arendt ne La banalità è capire perché Eichmann ha voluto. E di fronte alla straniante ‘normalità’ del burocrate dello sterminio, il tema del libro diventa nulla di meno che il mistero della libertà, “la libera scelta per il male estremo da parte di una persona libera e pienamente capace di intendere e volere” (p. 298). Un tema di per sé sovra-individuale, che diventa paradigmatico non solo delle scelte personali dell’imputato, ma anche del punto di vista e dell’orientamento della maggioranza dei cittadini tedeschi del tempo. A partire dal vincolo posto dalla dinamica processuale – chiamata a giudicare della responsabilità penale personale di Eichmann –, s’impone quindi una riflessione filo­sofica e morale sull’autodeterminazione del soggetto agente, riflessione che libera il campo da ogni via di fuga deterministica.

La risposta al perché si può ricercare a questo livello, ed è straordinariamente semplice ed inquietante allo stesso tempo. Secondo Arendt il male estremo di Eichmann è stupido, “privo di sen­so e di profondità”, e deriva dall’assenza di pensiero (thoughtlessness). Come efficacemente sottoli­neano gli autori, questo concetto arendtiano non dev’essere inteso né come sinonimo di un deficit cognitivo né come indicativo dell’impossibilità di accedere all’utilizzo della razionalità per lo svol­gimento delle attività quotidiane o per affrontare problemi pratici. Si riferisce invece all’occulta­mento deliberato della riflessione sul senso della vita: in sostanza, chiama in causa l’assenza di pen­siero morale, di ciò che orienta le scelte tra bene e male, bello e brutto. Poiché si tratta di una prero­gativa del pensiero che secondo Arendt appartiene a tutti, chi non pensa nell’accezione appena indicata “evita di farlo”, compiendo perciò un gesto intenzionale di omissione.

Gli autori valorizzano l’intuizione arendtiana, non soltanto per sottolineare che ‘male’ e ottusi­tà morale sono intrinsecamente connessi, giacché chi si rende protagonista di atti criminali estremi lo può fare soltanto silenziando il dubbio e imponendosi – attraverso una sorta di “impermeabilità autistica” reiterata e routinizzata (il “muro del non-pensiero”) – l’indifferenza verso gli altri. Al di là e oltre le infinite polemiche che accompagnarono la pubblicazione del volume, essi sono mossi so­prattutto dalla volontà di evidenziare come la fenomenologia dell’ottusità (riscontrata anche nelle testimonianze di altri gerarchi nazisti come Rudolf Höss, primo comandante del campo di Auschwi­tz, e Franz Stangl, comandante dei campi di Belzec e Treblinka) rappresenti nulla di meno che una scelta. E dunque al perché vollero si può provare a rispondere tenendo conto – certamente – dei fat­tori storici e culturali, ma lo si deve fare anche accettando la possibilità che gli individui scelgano deliberatamente il ‘male’: in qualsiasi condizione, a ciascuno “un pur minimo spazio di scelta è sempre dato”, e sempre permane – qualunque sia il contesto – “uno spazio di consapevolezza e au­tonomia privo di fondamento e incausato” (p. 221).

Seguendo lo stesso percorso analitico gli autori cercano di rispondere anche all’altra domanda chiave: perché proprio i tedeschi? In Orgoglio e genocidio si rifiuta di aderire alla tesi baumaniana del nazismo come espressione estrema e degenerata della modernità, tesi che elude la questione del­le specificità storiche e culturali della Germania della prima metà del secolo XX. Allo stesso tempo non si vogliono avallare le teorie che rinviano a risposte tautologiche, fondate sulla naturalizzazione della spiegazione (perché i tedeschi? Perché sono tedeschi!). Il punto di partenza della riflessione degli autori è che gran parte dei tedeschi ‘spettatori’ – una delle tre categorie di soggetti responsabili individuate dal libro, insieme ai ‘carnefici’ ed alla ‘zona grigia’ dei collaboratori – sapeva e non po­teva limitarsi a giustificare il proprio operato rappresentandosi come semplici ‘rotelle di un ingra­naggio’. Dato che persecuzioni e deportazioni erano pubbliche, e che solo di rado il popolo tedesco fu apatico e indifferente, mostrandosi per lo più entusiasta e partecipe (assai spesso addirittura ze­lante), ciò significa che il regime godeva di un consenso significativo. E poiché questo nodo non è eludibile (il nazismo come “forma di un popolo”, come scrisse Thomas Mann), l’unico modo per ri­spondere alla domanda non è appellarsi al ‘carattere nazionale tedesco’, ma riformulare il quesito (“che cosa ci dice sul loro conto il fatto che essi scelsero il nazismo?”) per rispondere come sopra: in ultima analisi la riformulazione della domanda ci dice che i tedeschi lo fecero perché vollero così e perché “la loro libertà (...) volle assumere una forma che è sempre disponibile per la libertà uma­na: la forma della violenza, dell’irrazionalità e della distruzione” (p. 340).

Vale infine la pena sottolineare che una parte importante del libro è dedicata ad analizzare in modo dettagliato la nascita e lo sviluppo della cosiddetta ‘etica dello sterminio’. Sotto questo profi­lo l’aspetto più originale del volume non si trova nella descrizione dei meccanismi operativi che concorsero alla diffusione della ‘visione del mondo’ nazista (la deumanizzazione delle vittime, con il conseguente, sistematico, ribaltamento dei criteri di giudizio morale; l’intreccio di convinzioni ideologiche e opportunismi; il rifiuto della compassione e della pietà, viste come atteggiamenti che avrebbero potuto indebolire la battaglia eroica contro i nemici e mettere a rischio il popolo germani­co). Il punto importante è che il regime avvertiva un forte bisogno di “sentirsi nel giusto”, nel tenta­tivo di legittimare anche eticamente le proprie politiche criminali. Da qui si sviluppò la costante at­tenzione attribuita alla scuola ed alla pedagogia, concepite come strumenti per rafforzare l’identifi­cazione in una comunità ideale pensata come perfetta in quanto razzialmente omogenea.

Tuttavia, ed è questo l’aspetto più interessante della riflessione, la ‘rivoluzione etica’ finaliz­zata a rovesciare i criteri morali tradizionali ed a rendere legittimo – e perfino eroico – l’atto di uc­cidere non riuscì ad eliminare completamente i codici morali preesistenti. Contrariamente a quanto sostenuto da Chapoutot, secondo il quale l’automatizzazione dei comportamenti condusse a can­cellare ogni residuo conflitto di coscienza, per Burgio e Costerbosa i tedeschi “vissero come funam­boli su un filo, costretti a vivere in un equilibrio precario tra mondi morali diversi” (p. 215). Per ta­citare la propria coscienza non del tutto sopita i tedeschi dovettero mettere in atto un sofisti­cato meccanismo di negazione, repressione ed autoinganno (una vera e propria “strategia di evita­mento”). In particolare, per inibire il senso morale ed abdicare dalle responsabilità, i sostenitori del regime dovettero ricorrere a strategie complesse di scomposizione della realtà (l’isolamento di singoli frammenti del reale, isolati e inoffensivi, rispetto al quadro generale) e della propria coscien­za (la cosiddetta scissione o ‘duplicazione’ dell’Io).

Sia l’assenza di pensiero (la thoughtlessness), sia l’assenza di riflessione critica sulla realtà non sono fenomeni circoscrivibili – in modo sin troppo consolatorio – ad un periodo buio e ormai passato della storia. Sono invece aspetti che si possono rintracciare in varia misura anche nelle so­cietà contemporanee, veri e propri agenti patogeni che vediamo all’opera in tutti i processi di esclu­sione e disumanizzazione con i quali abbiamo ancora oggi sin troppa familiarità. Burgio e Costerbo­sa ci fanno comprendere in modo chiaro che nei fenomeni analizzati nel volume non c’è nulla di ra­dicalmente estraneo alla storia umana, e che il rischio del ‘male estremo’ non è definitivamente scongiurato. Non fosse altro che per questo, Orgoglio e genocidio è un libro che merita di essere let­to.


Il volume Orgoglio e genocidio indaga le ragioni profonde del sostegno della popolazione tedesca alle politiche naziste, compresa la violenza sistematica perpetrata nei lager. Bracci presenta il libro muovendo da alcune riflessioni di Devoto nel suo scritto La tirannia psicologica, in particolare in merito alle tecniche di mobilitazione ideologica del nazismo. In entrambi i testi il nazismo è analizzato quale fenomeno umano, rifiutando di ricorrere alle categorie di sadismo e follia per spiegarne i moventi; essi vanno piuttosto ricercati nell’adesione ai nuovi codici morali proposti dai nazisti e conseguente rifiuto di vederne il male.

DOI: 10.17386/SA2017-003002

 

 

IL PENSIERO DI ANDREA DEVOTO NEL VOLUME

LA TIRANNIA PSICOLOGICA

 

 

Fabio Bracci*

*Sociologo

 

 

Riassunto: il volume Orgoglio e genocidio indaga le ragioni profonde del sostegno della popolazione tedesca alle politiche naziste, compresa la violenza sistematica perpetrata nei lager. Bracci presenta il libro muovendo da alcune riflessioni di Devoto nel suo scritto La tirannia psicologica, in particolare in merito alle tecniche di mobilitazione ideologica del nazismo. In entrambi i testi il nazismo è analizzato quale fenomeno umano, rifiutando di ricorrere alle categorie di sadismo e follia per spiegarne i moventi; essi vanno piuttosto ricercati nell’adesione ai nuovi codici morali proposti dai nazisti e conseguente rifiuto di vederne il male.

 

Parole chiave: psicologia politica, istituzioni totali, violenza sistematica, nazismo, genocidio/disumanità.

 

Abstract: Andrea Devoto’s thought. Orgoglio e genocidio examines the reason why Germans supported Nazi and their violent politics against Jewish. Bracci displays the book linking it with Devoto’s La tirannia psicologia, where the author discusses Nazi techniques of ideological mobilization. Both works present Nazism as human phenomenon, not due to sadism or insanity: popular consensus derived from the attendance to the new Nazi moral code and the refuse to see the evil.

Key words: political psychology, total institutions, systematic violence, Nazism, genocide/inhumanity. 

 

 

 

Con l'incontro di oggi la Fondazione Devoto intende porre l’attenzione sulle modalità di funzionamento dei “meccanismi di oppressione”, vale a dire su tutte quelle dinamiche, processi, metodi e forme della lotta politica che hanno portato, in vari momenti della storia del Novecento, alla sistematica violazione dei diritti umani di particolari gruppi, categorie e classi sociali, e di conseguenza all’annullamento - come ricorda Andrea Devoto nel libro di cui parleremo tra breve - dell’individualità psichica della persona. All'interno di questo ragionamento una delle questioni fondamentali di cui parleremo è il tema del consenso: ci interrogheremo, infatti, su come sia stato possibile che in alcuni momenti della vita politica, sociale e culturale del Novecento si sia coagulato attorno a questi meccanismi profondamente disumanizzanti un consenso popolare rilevante.

Il titolo dell’incontro - Perché vollero - è tratto dalla domanda chiave attorno alla quale ruota la pubblicazione che presenteremo fra poco, il volume Orgoglio e Genocidio di Alberto Burgio e Marina Lalatta Costerbosa. Come vedremo, e come si può dedurre dalla lettura dell’introduzione del libro, Perché vollero è una domanda alla quale i due autori cercano di rispondere a partire dall'assunzione di una prospettiva di tipo filosofico. L'interrogativo sul senso rappresenta, infatti, una “domanda esorbitante”, che mira ad arrivare a comprendere “le forme della mente e dell’anima” di chi realizzò e sostenne le politiche del regime hitleriano tra il ’33 e il ’45. Il Perché vollero si contrappone in modo quasi automatico al famoso e terribile Qui non c’è perché, la frase raggelante che Primo Levi riporta in Se questo è un uomo: una frase costantemente utilizzata dagli ufficiali dei campi di concentramento quando venivano loro chieste spiegazioni da parte dei prigionieri dei lager.

Prima di dare la parola agli autori di Orgoglio e Genocidio, io e Massimo Cervelli presenteremo una piccola riflessione introduttiva, seguendo uno schema non inedito. Com'è già accaduto in altri incontri organizzati dalla Fondazione, anche oggi partiremo da una riflessione volta a cercare di attualizzare una delle numerose opere di Andrea Devoto, un intellettuale che ha fornito grandi e numerosi stimoli in vari ambiti della ricerca psicologica e sociale. Parleremo dunque del volume di Devoto che si intitola La Tirannia Psicologica, cercando di introdurre attraverso questa rilettura la presentazione di Orgoglio e Genocidio.

La Tirannia Psicologica è un volume edito da Sansoni nel 1960, oggi difficilmente reperibile. L’oggetto della trattazione è la psicologia politica, disciplina di cui lo stesso Devoto – nelle pagine introduttive - auspica lo sviluppo e il consolidamento. Devoto, che scrive questo libro all'età di 32/33 anni, dichiara da subito di essere interessato a capire il comportamento umano attraverso la lettura e l’interpretazione del comportamento politico, ricordando che solitamente le discipline psicologiche compiono il percorso opposto: esse partono, infatti, dal comportamento individuale per cercare delle regolarità, se non degli universali, nel comportamento umano. Devoto intende invece partire dalle manifestazioni politiche collettive, dalle guerre, dalle rivoluzioni, dai conflitti, per capire che cosa questi eventi ci possano raccontare dell’essere umano.

La tirannia psicologica è un libro diviso in tre parti. La prima affronta quelle che, all’epoca, apparivano all'autore come le dimensioni più importanti della politica, intesa come espressione delle dinamiche collettive: il nazionalismo, il mito del sangue, le guerre, l’inferiorizzazione delle razze. La seconda parte si sofferma sui metodi violenti di lotta politica, come la tortura e i campi di concentramento. La terza parte, a mio avviso la più interessante rispetto ai temi in discussione oggi, verte invece sulle tecniche di conquista e mantenimento del potere. Nel mio intervento cercherò di fare due cose: inizialmente proverò a descrivere gli aspetti del volume di Devoto che ritengo meritevoli di una riflessione specifica, in quanto ancora attuali; nella seconda parte cercherò di individuare alcuni temi presenti nel volume che si riallacciano alla riflessione contenuta anche in Orgoglio e Genocidio. Bisogna ricordare che stiamo parlando di una pubblicazione del 1960, con tutto quel che consegue in termini di riferimenti bibliografici e stato delle conoscenze sui temi trattati. Resta tuttavia intatto lo slancio, direi l'afflato, che muove Devoto alla ricerca del senso del comportamento umano a partire dalla riflessione sul comportamento politico.

Tre sono in particolare gli aspetti che mi hanno più colpito del libro. Il primo è la parte in cui Devoto ci dice: attenzione, gli 'altri' che noi esecriamo come torturatori, fucilatori, oppressori, violentatori, in altre condizioni di tempo e di luogo potremmo essere noi. Posta in questi termini, questa riflessione può sembrare una semplice espressione di relativismo, e in quanto tale può apparire perfino semplicistica. In realtà Devoto ci vuol dire di più: ci dice che l’insicurezza è spesso il movente del comportamento umano e che l’odio per la debolezza umana è altrettanto spesso la ragione che muove il comportamento violento nei confronti di altri esseri umani. Ci dice anche, inoltre, che la bassezza ci appartiene, perché appartiene a tutti, e che quindi nessuno si può considerare al di fuori della dimensione della negatività. Quando ci dice che gli altri potremmo essere noi, ci vuole invitare a pensare che di fronte a conflitti e violenze non ce la possiamo cavare semplicemente, etichettando questi fenomeni come negativi (letteralmente), senza compiere uno sforzo ulteriore. Non lo possiamo fare perché in circostanze diverse potrebbe capitare a noi di essere dalla parte dell’oppressore. Basti ricordare quelle biografie che testimoniano il passaggio di figure storiche importanti da ideali basati su grandi speranze di emancipazione e di lotta per la libertà umana a comportamenti che sono stati fonte di oppressione, sofferenze e violenze sistematiche.

Il secondo elemento, connesso al primo, è un tema che nell’opera di Devoto non è un’apparizione casuale del 1960 destinata a scomparire dalla sua riflessione, perché questo elemento lo ritroviamo nel Comportamento umano in condizioni estreme, un volume del 1985 dello stesso Devoto. La premessa del ragionamento è che il Novecento è il secolo nel quale si è passati da tirannie 'artigianali' a forme di violenza sistematica e su base burocratica senza precedenti. A partire da questa considerazione, Devoto si sforza di sottolineare che queste atrocità possono accadere di nuovo. Il nazismo è un fenomeno caratterizzato da una sua unicità per dimensioni, impatto, conseguenze, effetti, ma non stiamo parlando – ci ricorda Devoto – di eventi irripetibili. I meccanismi dell’oppressione e della disumanizzazione non li possiamo confinare nei dodici anni che vanno dal 1933 al 1945, perché ciò che è accaduto allora, in determinate condizioni di tempo e di luogo può riaccadere. Può riaccadere, ad esempio, - e qui mi ricollego ad una riflessione che Devoto ha sviluppato in altre parti della propria esperienza intellettuale e professionale - nelle istituzioni totali. Devoto aveva attentamente letto Asylum di Goffman e l'attenzione per tutto ciò che accadeva nel sistema carcerario, nei manicomi, nelle varie denominazioni delle forme di istituzionalizzazione era un nodo essenziale della sua biografia personale e professionale.

C'è un passaggio del libro, che dev'essere motivo di riflessione anche a distanza di tanti anni, nel quale l'autore individua le quattro ragioni che a suo avviso rendono possibile il ripetersi di vicende atroci. La prima ragione è semplice: la memoria è labile. Il ruolo delle scienze umane e delle scienze sociali è fondamentale proprio per cercare di far sì che la labilità, la fragilità della memoria non limiti la nostra capacità di contrastare il riprodursi di questi eventi. Anche la seconda ragione è in sé piuttosto banale: in genere si cerca di rimuovere quel che accade di negativo, si cerca di distrarsi. Devoto usa un concetto che ritorna nel libro di Burgio e Costerbosa, l’ottundimento del pensiero: si rimuove la dimensione del negativo attraverso la scelta intenzionale di non voler vedere. La terza ragione è la fascinazione esercitata dal progresso tecnico-scientifico, fascinazione tendente – secondo Devoto - ad oscurare le incertezze riguardanti l'evoluzione della dimensione etica del comportamento umano. La quarta ed ultima ragione è la propensione all’autoinganno. Ci fa comodo credere in quello in cui vogliamo credere.

Il terzo passaggio molto interessante, e veramente attuale, è il punto in cui Devoto riflette sulla mancanza intrinseca della libertà di comportamento nell’essere umano. Devoto non è un ottimista, è un umanista ma non è un ottimista; ha una visione della politica che non è molto positiva. Devoto dice: nella fase in cui ci troviamo oggi, 1960, ci sono due possibilità. O la nostra riflessione sui temi affrontati nel libro ci rende non diciamo più liberi - perché Devoto non crede che l’uomo sia libero -, ma più consapevoli, e allora quella è la strada “positiva”, o questi strumenti ci possono portare nella direzione della trasformazione dell’uomo in automa (si parla del rischio di trasformazione in “androide”). La riflessione su queste due alternative costituisce la premessa alla terza parte del volume, quella nella quale Devoto esamina le tecniche e le forme della lotta politica e che contiene i tre capitoli sui quali cercherò brevemente di soffermarmi.

Uno di questi capitoli s'intitola Persuasione e Propaganda, con un richiamo esplicito a Vance Packard ed al suo I Persuasori Occulti, volume uscito qualche anno prima de La tirannia psicologica. Il tema è quello delle tecniche di mobilitazione ideologica, ovvero di tutte quelle tecniche atte a mobilitare l’essere umano al fine di ridurre, in ultima analisi, la sua stessa autonomia e singolarità psichica. Devoto considera già a quel tempo superata la propaganda, in quanto tecnica 'verticale'; a suo avviso, la ‘nuova frontiera’ è rappresentata dagli strumenti di persuasione finalizzati al controllo psichico ed emotivo. Riferendosi ad Aldous Huxley, Devoto ipotizzava che nei comizi del futuro il politico androide avrebbe captato e rielaborato i segnali che gli sarebbero arrivati attraverso le macchine. In questo capitolo Devoto parla anche di biocontrollo, un termine foucaultiano prima di Foucault. Propone inoltre un'interessante analisi delle caratteristiche e delle finalità del linguaggio politico, evidenziando come esso – manifestandosi attraverso formule, più che attraverso ragionamenti - non sia più diretto al convincimento razionale del pubblico ma alla conquista della sua anima.

La conclusione che vorrei trarre da questa breve disamina è provocatoria, perché non ci può essere purtroppo una controprova: se Devoto fosse vivo, oggi si occuperebbe di Big data. Quando Devoto parla di lavaggio del cervello, di ‘menticidio’, di tecniche di controllo del pensiero, parla dei rischi che stiamo correndo con i Big data. Mi è capitato di leggere un libro di Byung Chul Han, filosofo coreano che insegna a Berlino. Byung parla dell’uomo di fronte al panottico digitale, il panottico benthamiano che si trasforma – attraverso le tecnologie digitali – in un insieme di tecniche di controllo e di strumenti di dominio ancora più pervasivi. Con gli strumenti di controllo digitali siamo in grado di andare molto più in profondità, rispetto al modello evocato da Bentham. C’è chi sostiene che con centocinquanta like su facebook si riesce a ricostruire un profilo di personalità più accurato di quello che può farsi di una persona uno stretto congiunto o il partner.

Pensiamo a cosa può voler dire tutto questo in termini di profilazione predittiva. La campagna elettorale presidenziale americana è stata pesantemente condizionata dal microtargeting, dalla capacità di personalizzare i messaggi diretti all’elettorato. Lo stesso Byung ci dice che questo è un passaggio nuovo nella storia delle tecniche di dominio e di controllo sociale. Riprendendo Foucault, il filosofo coreano ci ricorda che il potere sovrano affermava se stesso attraverso la sua capacità di discernere tra la vita e la morte dei sudditi; il potere disciplinare consisteva al contrario nel potere di controllo dei corpi, quello che ha trovato la sua massima espressione nell’età del capitalismo fordista; la psicopolitica, come la chiama Byung, è invece la politica in grado di controllare la dimensione emozionale, la dimensione psichica e perfino quella inconscia. Non è necessario essere complottisti per evidenziare i rischi connessi all'esistenza di programmi e software che già oggi sono in grado di procedere in questa direzione. Si tratta di un problema sul quale ci dobbiamo necessariamente interrogare.

Vengo alla seconda e ultima parte del mio intervento. Sono due i temi che ritengo accomunino il libro di Devoto con quello di Burgio e Costerbosa. Il primo si ricollega a quello che dicevo poco fa, che è un motivo di riflessione molto presente anche per Burgio e Costerbosa. Devoto sostiene che il nazismo è un fenomeno umano; per quanti sforzi possiamo fare di collocare il comportamento nazista nella sfera del demoniaco, della follia, della mostruosità e dell’incommensurabilità, esso resta pur sempre un fenomeno umano. Il rifiuto del sadismo o della follia come categorie esplicative è alla base anche della riflessione di Orgoglio e Genocidio, e gli autori lo dicono chiaramente sin dalle prime pagine. Si tratta di un'affermazione importante, perché il ricorso alla categoria della 'incomprensibilità assoluta' oscura il vero tema non rimuovibile: come si spiega che persone che commettevano atti di efferatezza incomparabile fossero al tempo stesso accuditive in famiglia, gentili con il loro cane, amorevoli padri? Burgio e Lalatta ricordano che rinunciare ad avventurarsi su questo terreno avrebbe una conseguenza evidente: lascerebbe ognuno di noi totalmente all’oscuro sul “conto di noi stessi e della nostra riserva di aggressività, della reale portata delle nostre potenzialità distruttive”.

Il secondo tema presente in entrambi i volumi, che costituisce anche il titolo di un capitolo del libro Devoto, è racchiuso nel motto lapidario ‘un ordine è un ordine’ (Befehl ist befehl). Per una parte degli interpreti del genocidio e della Shoah, questa dimensione deresponsabilizzante dell’obbedienza cieca esaurirebbe in larga misura la capacità di spiegazione del fenomeno. L’aspetto importante sul quale si soffermano entrambi i volumi risiede nella constatazione che – come ricorda Devoto nel suo libro – anche il nazismo aveva bisogno di ricorrere agli universali, e quindi al volk, al mito del sangue e della purezza, all'idea di una nazione dal destino imperiale. Burgio e Costerbosa sottolineano che i nazisti avevano un forte bisogno di sentirsi nel giusto; e si tratta di un aspetto importante, perché l’attenzione all’universo morale nazista è ciò che ci sfuggirebbe se noi non provassimo a chiederci Perché vollero o se noi fossimo tentati di rispondere a questa domanda perché erano cattivi o perché erano feroci o perché erano disumani.

Secondo Burgio e Lalatta 'la rivoluzione etica' auspicata dai nazisti, il tentativo di imporre nuovi codici morali in grado di giustificare eticamente le violenze sistematiche, non prevalse per una ragione precisa: perché i tedeschi, durante il regime hitleriano, “vissero come funamboli su un filo”. La popolazione tedesca si adoperò attivamente a scomporre e ricomporre parti del mondo reale, al fine ultimo di non vedere (di non voler vedere, di nuovo) quello che succedeva. La banalità del male, riletta in questa prospettiva, non è altro che la volontà di non pensare, l'esenzione che si fa a se stessi dalla capacità critica: il rifiuto di pensare inteso come eliminazione di una facoltà umana e neutralizzazione della possibilità di vedere ciò che in realtà è profondamente disumano. Perché alla fine si tratta di questo: se noi siamo qui oggi è perché sentiamo una spinta etica, civile e sociale ad esercitare la nostra capacità critica, proprio quella funzione il cui ottundimento è stato all’origine della tragedia nazista e purtroppo non soltanto di quella.

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