ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Fabio Berti

Fabio Berti

Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive
Università degli Studi di Siena
fabio.berti@unisi.it

Fabio Berti è docente di Sociologia presso il Dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive dell'Università di Siena; le sue attività di ricerca e le pubblicazioni sono concentrate sui temi dell'immigrazione, della coesione sociale, della decrescita e dello sviluppo locale.

Articoli di Fabio Berti:

Riassunto

Fallito il sogno della crescita infinita e della promessa di benessere per tutti, a quasi 10 anni dall’inizio di una delle più importanti crisi economiche e finanziarie vissute dalla società moderna ancora non si scorgono segnali certi su una sua evoluzione positiva. Molti dati mostrano l'aumento della povertà, delle disuguaglianze (sia all'interno dei singoli Paesi sia tra i diversi Paesi) e dei fenomeni di vulnerabilità sociale accompagnati dall'incapacità dei governi di farvi fronte attraverso le misure del welfare. Nel tentativo di superare questa situazione critica, l'articolo propone alcuni spunti di riflessione indispensabili per attivare progetti alternativi per garantire la coesione sociale. In particolare si riflette sulla necessità di: 1. un forte impianto teorico di riferimento, alternativo al pensiero unico dominante; 2. un coinvolgimento diretto degli individui attraverso una vera e propria assunzione di responsabilità; 3. un modello di organizzazione del welfare compatibile con le scarse risorse a disposizione. 

DOI: 10.17386/SA2015-001006

LE BASI DI UN NUOVO PATTO SOCIALE: DECRESCITA, IMPEGNO E WELFARE DI COMUNITA’

Fabio Berti*

* Dipartmento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive, Università degli Studi di Siena

Riassunto: Fallito il sogno della crescita infinita e della promessa di benessere per tutti, a quasi 10 anni dall’inizio di una delle più importanti crisi economiche e finanziarie vissute dalla società moderna ancora non si scorgono segnali certi su una sua evoluzione positiva. Molti dati mostrano l'aumento della povertà, delle disuguaglianze (sia all'interno dei singoli Paesi sia tra i diversi Paesi) e dei fenomeni di vulnerabilità sociale accompagnati dall'incapacità dei governi di farvi fronte attraverso le misure del welfare. Nel tentativo di superare questa situazione critica, l'articolo propone alcuni spunti di riflessione indispensabili per attivare progetti alternativi per garantire la coesione sociale. In particolare si riflette sulla necessità di: 1. un forte impianto teorico di riferimento, alternativo al pensiero unico dominante; 2. un coinvolgimento diretto degli individui attraverso una vera e propria assunzione di responsabilità; 3. un modello di organizzazione del welfare compatibile con le scarse risorse a disposizione.

Parole chiave: diseguaglianze, coesione sociale, decrescita, responsabilità sociale, welfare di comunità.

Abstract: The Basis of a New Social Pact: Degrowth, Commitment and Community Welfare. Almost 10 years after the start of a major economic and financial crises experienced by modern society, it is failed the dream of an infinite growth and the promise of prosperity for all, and we can’t see some signs of a positive evolution yet. A lot of data show an increase of poverty, inequality (both within countries and between different countries) and social vulnerability, accompanied by the government inability to cope with them through welfare state. In an attempt to overcome this difficult situation, this article offers some necessary and essential reflections for activating alternative project to ensure social cohesion. In particular about the need of: 1. a strong alternative theoretical framework respect to the dominant thought; 2. a direct involvement of people through a real assumption of responsibility; 3. a model of welfare organization compatible with the scarce resources available.

Keywords: inequality, social cohesion, degrowth, social responsibility, welfare community.


 


Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
George Orwell

La nostra civiltà ha lanciato una sfida bugiarda, insostenibile: per come vanno le cose, non è possibile
per tutti colmare questo senso di spreco che è stato dato alla vita. Nei fatti, si sta massificando una
cultura, nella nostra epoca, sempre rivolta alla accumulazione e al mercato. Promettiamo una vita di
sperpero e spreco che in fondo costituisce un conto alla rovescia contro la natura e contro l’umanità
come futuro. Civiltà contro semplicità, contro sobrietà, contro tutti i cicli naturali. Ancora peggio,
civiltà contro libertà, che presuppone di avere tempo per vivere le relazioni umane...
José “Pepe” Mujica

 

1. C’è qualcosa che non va

A quasi 10 anni dall’inizio di una delle più importanti crisi economiche e finanziarie vissute dalla società moderna[1], ancora non si scorgono segnali certi su una sua evoluzione positiva. Nonostante media e politica si rincorrano nell’annunciare i segnali certi di ripresa mostrando dati in controtendenza (sempre nell’ordine dello 0,), la situazione sociale, prima ancora che economica, del nostro Paese rimane drammatica e caratterizzata da un continuo peggioramento di molte situazioni. Le roboanti dichiarazioni relative alla ‘ripresa imminente’, all’‘uscita dal tunnel’, al ‘rilancio dell’occupazione’, non sono quasi mai accompagnate da dati certi, anch’essi facile preda di strumentalizzazioni o di un utilizzo improprio a fini propagandistici.
    Un esempio su tutti: alla fine del marzo 2015 tutti i media rilanciano un’infor-mazione, basata su un documento pubblicato dall’Istat, sul clima di fiducia nelle imprese e nei consumatori (Istat, 2015). Leggendo gli articoli pubblicati sui principali organi di stampa sembra di trovarci finalmente di fronte all’uscita dalla crisi con imprenditori pronti a far festa per lo scampato pericolo; sarebbe infatti in corso un’inversione di tendenza sul livello di fiducia delle imprese e dei consumatori dovuto ovviamente alla ‘ripresa’[2]. L’indice composito del clima di fiducia dei consumatori, espresso in base 2010=100, aumenta a 110,9 da 107,7 di febbraio 2015; anche l’indice composito del clima di fiducia delle imprese italiane, in base 2010=100, mostra un deciso miglioramento, salendo a 103,0 da 97,5 di febbraio. I giudizi dei consumatori sull’attuale situazione economica del Paese migliorano (-57 da -71 il saldo) e in lieve aumento sono anche le attese future sull’economia (22 da 21). Il saldo dei giudizi sulla dinamica dei prezzi al consumo negli ultimi 12 mesi mostra un leggero miglioramento a -26 da -27 e quello delle attese per i prossimi 12 mesi conferma questa tendenza (a -28 da -33); migliorano anche le aspettative sulla disoccupazione (a -3 da 10).
    Ovviamente la fiducia è importante, ma i dati sulla disoccupazione ci dicono il contrario: sempre l’Istat (negli stessi giorni della pubblicazione dei dati sulla fiducia) mostra che dopo la crescita del mese di dicembre e la sostanziale stabilità di gennaio, a febbraio 2015 gli occupati sono diminuiti dello 0,2% (-44 mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, è calato nell’ultimo mese di 0,1 punti percentuali. Insomma, dopo il forte calo registrato a dicembre, seguito da un’ulteriore diminuzione a gennaio, a febbraio il tasso di disoccupazione è tornato a salire di 0,1 punti percentuali, tornando al 12,7%, lo stesso livello di dicembre e di 0,2 punti più elevato rispetto a febbraio 2014. Nei dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 2,1% (+67 mila).
    Al di là dei numeri, che per altro rimangono importanti se vengono utilizzati in modo corretto, è sufficiente avere una conoscenza minima dei territori, di cosa accade nei servizi sociali dei comuni e di quali sono i problemi che devono affrontare quotidianamente i diversi operatori sociali per capire che la crisi è seria e che, allo stato attuale, le cose non solo vanno male ma stanno andando peggio. Tuttavia non è solo una questione economica: ciò che è davvero sintomatico del fatto che ‘c’è qualcosa che non va’ nella nostra società riguarda le performance – negative – sulla qualità della vita, come mostrano i dati del Social Progress Index, la pagella messa a punto da Michael Porter dell’Università di Harvard per misurare la qualità della vita in 133 paesi valutando, oltre al prodotto interno lordo, 58 parametri ‘sociali’ tra cui tutela dell’ecosistema, sicurezza, sanità, libertà politica e d’espressione ed accesso a educazione e risorse[3].
    Il risultato dell’edizione 2015 vede l’Italia scivolata dal 29esimo al 31esimo posto della graduatoria, dietro a Slovenia, Estonia, Cile e Costarica, solo per citare alcuni paesi che nell’immaginario collettivo sembrerebbero meno sviluppati di noi. Ci sono sicuramente alcune situazioni particolarmente favorevoli: viviamo più a lungo di tutti tranne il Giappone (82,9 anni in media), non conosciamo il senso della parola fame (ma anche su questo ci sarebbe molto da dire), abbiamo 1,59 abbonamenti a cellulari per abitante  -  un lusso che pochi possono permettersi al mondo  -  un tasso di mortalità infantile bassissimo e un ottimo sistema d’istruzione di base. Poi c’è l’altro lato della medaglia: corruzione, criminalità, scarsa attenzione all’ambiente, obesità (riguarda il 17,6% degli italiani) e troppi studenti universitari fuori corso fanno precipitare la nostra media in pagella molto al di sotto di gran parte dei Paesi europei[4]. L’aspetto più preoccupante però non riguarda le situazioni ‘materiali’ quanto piuttosto alcune percezioni di carattere ‘emotivo’: solo il 61% degli italiani dice di essere libero di fare le proprie scelte esistenziali. Cifra che ci condanna al 91esimo posto di questa graduatoria dietro Yemen, Mali, Nepal e Libia, Paesi nei quali c’è evidentemente più ottimismo che da noi, in barba ai dati Istat descritti sopra.
    L’aspetto particolare di questo indice è la mancata correlazione tra stato di salute dell’economia e il progresso sociale: il prodotto interno lordo del Costarica vale la metà di quello italiano, ma il Paese ha una qualità ‘sociale’ della vita superiore alla nostra. Si tratta di una tendenza che trova conferma anche in altri indicatori come nel caso dell’Happy Planet Index compilato dal think tank olandese News economics foundation[5], dove il Costarica occupa la prima posizione e l’Italia la 51esima.
    Al di là delle classifiche e di questi indicatori che mostrano comparativamente la situazione nei diversi contesti nazionali, occorre riflettere anche sulla situazione internazionale e sul passaggio dai fatidici ‘trenta gloriosi’ a quelli che potremmo definire i ‘quaranta ingloriosi’. A partire dalla fine della seconda guerra mondiale si era inaugurato un lungo periodo caratterizzato da una diffusa quanto spettacolare crescita economica, con una forte attenuazione del ciclo economico, cioè di quell’alternarsi di fasi di sviluppo con altre di stagnazione o di recessione che aveva caratterizzato l’economia capitalistica sin dal suo nascere; in questo periodo non si registrarono crisi economiche di rilievo, ma solo momenti di rallentamento. Alcuni riconducono questi risultati particolarmente positivi al coinvolgimento dello stato e della politica nella gestione dell’economia, altri imputano alla stabilità del sistema monetario internazionale oppure all’adozione di politiche economiche di tipo keynesiano: in ogni caso questo periodo si è caratterizzato per un’attenuazione delle disuguaglianze sia all’interno dei singoli paesi sia a livello internazionale, per una diffusa mobilità sociale, per un sistema di cooperazione internazionale che sembrava in grado di dare buoni frutti.
    Poi, a partire dalla metà degli anni ‘70, è iniziato un lungo periodo, seppur con andamenti altalenanti, caratterizzato dall’esplosione a livello mondiale della disuguaglianza economica estrema, divenuta uno dei più gravi problemi economici, sociali e politici della nostra era. Le tradizionali disuguaglianze basate su genere, casta, razze religione, che già di per sé rappresentavano altrettante ingiustizie, sono oggi sempre esacerbate dal divario crescente tra ‘chi ha’ e ‘chi non ha’. Le curve del reddito e della ricchezza parlano chiaro: il divario tra ricchi e poveri ha raggiunto livelli esasperati e continua ad aumentare, mentre il potere è sempre più saldamente in mano alle élite. Ecco perché negli ultimi anni il tema della disuguaglianza è entrato con forza nell’agenda globale: Obama lo ha identificato come una priorità del 2014, e proprio il World Economic Forum ha posto le disparità di reddito diffuse come il secondo maggiore pericolo nei prossimi 12-18 mesi, mettendo in guardia su come stia minando la stabilità sociale e minacciando la sicurezza su scala globale.
    Come si può vedere dai dati contenuti nell’ultimo rapporto di Oxfam (2014) l’aumento delle diseguaglianze sembrano ormai senza confini e trasversali tanto ai paesi poveri quanto a quelli ricchi con conseguenze deleterie per tutti. Infatti l’estrema disuguaglianza corrompe la politica, impedisce lo sviluppo economico, paralizza la mobilità sociale, fomenta la criminalità e la conflittualità violenta, spreca talenti, soffoca le potenzialità e mina le fondamenta stesse della società. Le conseguenze disastrose delle diseguaglianze sono ancora peggiori di quelli della povertà, come dimostrano Wilkinson e Pickett (2009) analizzando i sistemi di sperequazione dei redditi a livello internazionale. Sette persone su dieci vivono in paesi dove il divario tra ricchi e poveri è maggiore di quanto non fosse 30 anni fa e nei paesi di tutto il mondo le minoranze più ricche si appropriano di una quota sempre crescente del reddito nazionale. Dai dati forniti dal Credit Suisse emerge che nel 2014 l’1% più ricco della popolazione mondiale possedeva il 48% della ricchezza globale, lasciando appena il 52% da spartire tra il restante 99% di individui sul pianeta. La quasi totalità di quel 52% è posseduto da persone che rientrano nel 20% più ricco, lasciando quindi solo il 5,5% al restante 80% di persone. Se questa tendenza continuerà, con una crescita a favore dell’1% più ricco, in soli due anni si determinerà una situazione per cui l’1% più ricco possiederà più del totale posseduto dal restante 99% delle persone, con una quota di ricchezza dell’1% più ricco che supererà il 50% entro il 2016[6]. Ad aggravare la situazione il fatto che le diseguaglianze sono come le ciliege, una tira l’altra. In effetti molti dati ci mostrano che là dove ci sono forti diseguaglianze di reddito troviamo anche altre tipologie di disuguaglianze come dimostrato ancora da Wilkins e Pickett (2009) chiamando in causa le situazioni di salute, l’istruzione, la criminalità, ecc.
    Sia chiaro, un certo grado di disuguaglianza è necessario per premiare il talento, le capacità, la volontà di innovare e di assumersi i rischi d’impresa; ma i livelli estremi di disuguaglianza economica a cui assistiamo oggi minano lo sviluppo e il progresso senza investire nel potenziale di centinaia di milioni di persone. Ecco perché in questi ultimi anni stanno emergendo numerosi movimenti critici e di opposizione con l’obiettivo principale di invertire la rotta o trovare percorsi alternativi. Insomma, come recita uno dei versi di una delle canzoni più conosciute del rock italiano, non solo ‘c’è qualcosa che non va’ ma ‘c’è (anche) chi dice no’.
    Tuttavia, di fronte ai ritmi di peggioramento e alle conseguenze dell’aumento delle disuguaglianze le reazioni non sembrano sufficientemente incisive. Una spiegazione di questa debole capacità critica possiamo trovarla ricorrendo al principio della rana bollita utilizzato da Noam Chomsky (2002). Si tratta di una divertente storiella che fa riferimento a come società, popoli individui accettando passivamente il degrado, le vessazioni, la scomparsa dei valori, i soprusi senza una vera capacità reattiva. Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana: sotto alla pentola ad un certo punto viene acceso un fuoco. L’acqua si riscalda pian piano e presto diventa tiepida. Inizialmente la rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare ma la temperatura continua a salire fino a diventare decisamene molto calda, un po’ più di quanto la rana non apprezzi. La rana si stanca un po’ di più ma non si spaventa e non si pone il problema di uscire dall’acqua. Solo quando l’acqua è divenuta davvero molto calda e molto sgradevole la rana inizia a preoccuparsi, ma si è indebolita e non ha la forza di reagire: cerca di sopportare senza tuttavia essere più in grado di fare nulla. Poi la temperatura sale ancora e la rana finisce semplicemente morta bollita.
    Ovviamente se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone ma in questo modo, passando prima da una situazione oggettivamente piuttosto comoda, la rana non è stata in grado di accorgersi della deriva che stava prendendo la situazione. Questa esperienza mostra che quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lento sfugge alla coscienza e non suscita nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta. Per far accettare una misura inaccettabile, quindi, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi e questo è ciò che è accaduto negli ultimi decenni, quando abbiamo accettato un po’ per volta condizioni socio-economiche inaccettabili, come liberismo, precarietà, flessibilità, disoccupazione, salari che non garantivano più redditi dignitosi, cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta. Chi avrebbe potuto opporsi all’avanzare degli interessi di pochi su quelli dei molti ha finito per capitolare alla logica che ha portato al sopravvento dell’interesse privato su quello pubblico; lo dice bene Mujica (2014), il visionario presidente dell’Uruguay, quando riconosce che anche la politica, l’eterna madre dell’accadere umano, è rimasta inceppata nell’economia e nel mercato.
    Nel tentativo di uscire da questo pantano, caratterizzato ormai da una formidabile colonizzazione dell’immaginario che impedisce indispensabili inversioni di tendenza, occorre lavorare su tre livelli: 1. c’è bisogno di un forte impianto teorico di riferimento, alternativo al pensiero unico dominante; 2. occorre il coinvolgimento diretto degli individui attraverso una vera e propria assunzione di responsabilità; 3. è infine indispensabile un modello organizzativo finalizzato a ri-costruire le dinamiche di ‘produzione’ del benessere individuale e collettivo.
    Teoria, impegno personale e governo delle risorse diventano quindi i tre capisaldi a cui fare riferimento nel tentativo di uscire dalla trappola delle disuguaglianze. Si tratta di tre riferimenti inevitabilmente ‘di parte’, come vedremo nelle prossime pagine ma, vista la situazione raggiunta, non è più il momento di assumere posizioni neutre o neutrali.

 

2. La decrescita per decolonizzare l’immaginario

Il livello di assuefazione al pensiero unico è tale che è ancora ampiamente diffusa l’opinione che la lotta alla disuguaglianza potrebbe pregiudicare la crescita economica; una lunga serie di recenti prove ha dimostrato che ciò che pregiudica la crescita è proprio la disuguaglianza e la disuguaglianza estrema smorza gli effetti positivi della crescita in termini di riduzione della povertà[7]. Tuttavia se da un lato senza una riduzione delle disuguaglianze è oggi improbabile riuscire ad attivare processi di crescita economica dall’altro emerge con chiaramente che la ricchezza garantita dalla crescita da sola non è più in grado di assolvere alla promessa occidentale della felicità. 
    Analizzando dati relativi agli Stati Uniti l’economista Stefano Bartolini (2010) mostra come nel periodo 1975-2004 l’aumento del reddito ha avuto un impatto positivo sulla felicità, ma questo impatto è stato più che compensato da alcuni fattori negativi il principale dei quali è rappresentato dal declino delle relazioni. Gli indicatori analizzati parlano di un aumento della solitudine, delle difficoltà comunicative, della paura e della diffidenza crescente, del senso di isolamento, dell’instabi-lità della famiglia e delle fratture generazionali, di una diminuzione della solidarietà e dell’onestà, del peggioramento del clima sociale. I dati sui temi appena accennati sono quelli che riescono a tradurre statisticamente il concetto di ‘beni relazionali’, ovvero quelli che indicano la qualità dell’esperienza relazionale tra le persone. I beni relazionali hanno direttamente a che fare con la felicità; se la qualità relazionale fosse rimasta al livello del 1975, la felicità degli americani sarebbe cresciuta. Invece la crescente infelicità degli statunitensi dipende dalla maggiore povertà relazionale, il cui impatto negativo è stato più forte di quello positivo dato dalla maggiore ricchezza di beni di consumo. Detto in altri termini, la crescita economica americana sarebbe dovuta essere decisamente più elevata perché l’aumento della povertà relazionale non comportasse diminuzione della felicità. Per compensare il declino delle relazioni e mantenere stabile – non in aumento – la felicità ai livelli del 1975, la crescita economica sarebbe dovuta essere del 10%, un livello ormai improbabile in ogni paese, anche a causa della limitatezza delle risorse naturali. Anche Herman Daly (2001) ha dimostrato che al di là di una certa soglia, che coincide grosso modo con gli anni Settanta, i costi della crescita sono stati in media superiori ai suoi benefici. In pratica la ricchezza prodotta anche grazie allo sfruttamento delle risorse naturali non è riuscita a produrre felicità e alla fine è come se l’ambiente fosse stato consumato per niente.
    Secondo l’analisi di Bartolini negli Usa ci si è trovati di fronte ad un circolo vizioso: le persone hanno reagito alla povertà di beni relazionali dedicando più tempo al lavoro, cercando di guadagnare di più per riuscire a spendere di più nel tentativo di compensare la povertà relazionale con una ricchezza materiale, ma con il risultato di avere ancora meno tempo ed energia da dedicare al soddisfacimento dei propri bisogni relazionali e facendo diminuire la felicità.
    Nonostante tutto, da più parti si continua ad invocare la crescita per produrre ricchezza da mettere a disposizione dei sistemi di welfare per favorire la diffusione del benessere e della felicità dimenticando che è stata proprio la logica della crescita per la crescita a portarci a questo punto. Questo perché la crescita da fattore macro economico è diventata il principio costitutivo delle nostre società, come un tempo lo era stato la libertà o l’uguaglianza.
    Sulla base di un solido filone di pensiero che affonda le sue radici nelle opere di autori come Ivan Illich, Cornelius Castoriadis, Nicholas Georgescu-Roegen e sull’insoddisfazione crescente manifestata da tante persone si sviluppa la teoria della decrescita, a cui ora facciamo riferimento, con l’obiettivo di porre le basi non tanto ad un altro sistema economica quanto piuttosto ad un nuovo modello di società. Il concetto di decrescita non significa crescita negativa, poiché è chiaro che nei sistemi sociali contemporanei ciò porterebbe ad un peggioramento generalizzato della vita dei cittadini. Al contrario, per concepire una ‘società della decrescita’ è indispensabile eliminare lo stesso concetto di crescita e infatti, come sostiene Latouche (2007), sarebbe più corretto utilizzare il termine di a-crescita. Decrescita, quindi, è piuttosto uno slogan, «una parola d’ordine che significa abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l’ambiente» (Ibidem, p. 11); la decrescita parte dalla necessità di porre al centro della vita nuovi valori, diversi da quelli dell’espansione e dello sviluppo, del guadagno e dei consumi.
    I teorici della decrescita muovono dalla constatazione del fallimento del modello di sviluppo occidentale dove «l’organizzazione dell’intera economia in funzione dello star meglio è il principale ostacolo allo star bene» (Illich, 2005, p. 132). Il valore aggiunto della teoria della decrescita sta nel fatto che valorizza le piccole comunità, cercando di incentivare la dimensione locale, il territorio nel quale la comunità agisce e la terra. La decrescita non propone un modello da seguire, ma è soprattutto la matrice attraverso cui è possibile un vortice, un circolo virtuoso di alternative al quale possono attingere le comunità locali. La ‘localizzazione’, ovvero questa capacità di produrre localmente ciò che è necessario per soddisfare i bisogni, diventa una delle principali strategie per dare attuazione alla decrescita: «in questa prospettiva locale non significa microcosmo chiuso, ma rappresenta un nodo all’interno di una rete di relazioni trasversali non gerarchiche e solidali nell’obiet-tivo di sperimentare pratiche di rafforzamento dell’esercizio della democrazia in grado di resistere alla dominazione liberista» (Latouche, 2007, p. 136).
    L’obiezione ricorrente nei confronti dei sostenitori della teoria della decrescita riguarda le sorti del Sud del mondo. In effetti, come è accaduto in passato a proposito dei movimenti ambientalisti, molti ritengono che la decrescita sia un lusso ad uso dei ricchi o, meglio, una medicina buona per curare gli obesi ma assolutamente nefasta se assunta da fisici resi esili dalla fame. È chiaro che la decrescita nel sottosviluppo è diversa da quella nel mondo sviluppato. Per prima cosa i paesi in via di sviluppo devono uscire dalla logica di dipendenza che li attanaglia al Nord opulento; la rottura della dipendenza è, fondamentalmente, più di tipo culturale che non economico, anche se una politica economica autonoma rimane indispensabile. Si tratta di estendere alla cultura e all’economia quel percorso di decolonizzazione che finora è stato circoscritto alla dimensione politica e amministrativa. Decrescita, quindi, significa capacità di essere se stessi fuori da qualsiasi dinamica che spinge a imitare la logica della crescita che, per altro, sta già strangolando anche il Nord. L’alternativa allo sviluppo della crescita «non dovrebbe consistere in un impossibile ritorno indietro, né nell’imposizione di un modello uniforme di “a-crescita”. Per gli esclusi, i naufraghi dello sviluppo, non può che trattarsi di una sorta di sintesi tra tradizione persa e la modernità inaccessibile» (Latouche, 2007, p. 163).
    Per certi versi la teoria della decrescita non apporta niente di nuovo ma ha la capacità di rimettere in fila tutta una serie di questioni sollevate a più riprese durante tutta la seconda metà del Novecento: la critica ai media e ad un uso distorto della tecnologia, con la loro capacità di produrre l’uomo ad una dimensione, l’esaspe-razione dei consumi e il loro divenire l’unica risorsa per costruirsi un’identità, l’iniqua redistribuzione delle risorse, la necessità di opporsi ad una globalizzazione che non lascia scampo alle dinamiche locali,  la primazia delle relazioni rispetto ai beni, ecc. Il riferimento alla decrescita ha la grande capacità di segnare la necessità del cambiamento e dell’inversione di rotta (Berti, 2012): per quanto non sia la grande panacea in grado di risolvere tutti i mali del mondo, dal nostro punto di vista la decrescita sembra sufficientemente robusta per essere in grado di porre quelle basi ‘culturali’ per un cambio di paradigma.

 

3. Impegno sociale e responsabilità personale

L’aumento delle disuguaglianze e la crisi diffusa e generalizzata delle società occidentali hanno impattato pesantemente anche sulla sfera individuale. In cinquanta anni abbiamo assistito a una trasformazione ‘antropologica’ con un’incredibile involuzione nel privato. Gli anni dell’impegno, della protesta, delle lotte collettive per un utopico mondo migliore che hanno raggiunto il loro culmine a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, hanno lasciato il passo prima all’edonismo e poi, quando non è stato più possibile permettersi lussi e piaceri, all’indifferenza e al cinismo. Una delle conseguenze di questo lento cambiamento è che ormai siamo sempre più disposti ad accettare tutto in modo acritico, a patto che non vengano immediatamente chiamati in causa i nostri piccoli e specifici interessi. Si è andata diffondendo una mancanza d’interesse per il mondo, alimentata dal desiderio di non essere coinvolti in alcun modo, né in amore né in lotta, né in cooperazione né in competizione. La nostra società appare ai più popolata di passanti distratti e noncuranti, affetti dall’indifferenza dell’uomo verso l’uomo, dotati di una moralità precaria e asservita all’interesse personale (Zamperini 2007); è lo stesso Zamperini a vedere nell’indifferenza uno dei mali sociali più subdoli e perniciosi (Zamperini, Menegatto, 2011) capace di accompagnare un numero crescente di individui in una situazione di distacco emozionale senza precedenti. L’aspetto più drammatico è che questo distacco non solo viene vissuto ma, grazie ai social media, viene anche fieramente ostentato, quasi fosse un elemento distintivo e identificativo per individuo in cerca di un’identità. Un esempio per tutti le reazioni e i commenti all’ennesima e forse la più grave tragedia dei migranti vissuta nel mediterraneo tra il 18 e il 19 aprile 2015 quando oltre 700 persone sono morte nel tentativo di lasciare l’inferno africano sconvolto da guerre e povertà: non solo comuni cittadini ma anche politici di livello nazionale sono intervenuti in modo sarcastico e sprezzante, con considerazioni ciniche cariche di indifferenza nei confronti dell’altro. L’altro non esiste più, esisto io e la mia piccola cerchia, tutto il resto non conta niente e non provo neppure imbarazzo per questo atteggiamento.
    Si tratta ovviamente di atteggiamenti favoriti dalla paura e dagli orizzonti sempre più corti nelle vite di ciascuno a cui si cerca di far fronte abbassando lo sguardo; invece di guardare lontano, verso un infinito indecifrabile e pieno di incertezze mi soffermo su ciò che riesco a vedere a pochi metri da me, su cosa e su chi riconosco perché parte integrante della mia quotidianità. Come sostiene Latouche, la vera vittoria del sistema vigente è stata quella di essere riuscito a trasformare i cittadini in ingranaggi della grande macchina totalitaria. Si tratta di dinamiche nuove nella storia dell’uomo, perché questo sistema è stato in grado di infettare ogni aspetto dell’umano, dalla coscienza alle azioni (Latouche, 2004, 2011, 2012). Allora occorre decolonizzare questo immaginario imposto da una élite che ha trasformato la nostra umanità in merce, per poi costruirne un altro tutti insieme avendo come fine il bene comune.
    In effetti l’indifferenza verso l’altro e la mercificazione della vita sono i frutti di uno stesso processo e per questo è necessario, come nota anche Castoriadis:

«una nuova creazione di immaginario, di una importanza senza paragoni nel passato, una creazione che metta al centro della vita umana significati diversi dall’espansione della produzione e del consumo, che ponga obiettivi di vita diversi, che possano essere riconosciuti dagli esseri umani come validi... è questa l’immensa difficoltà che ci troviamo di fronte. Noi dobbiamo cercare di immaginare una società in cui i valori economici cessino di essere centrali (o unici), in cui l’economia sia ricondotta al suo ruolo di semplice strumento della vita umana e non venga più vista come fine ultimo: una società in cui si rinunci a questa corsa folle verso un continuo aumento dei consumi. Questo non è necessario solo per evitare la distruzione definitiva dell’ambiente terrestre, ma anche e soprattutto per emergere dalla condizione di miseria psichica e morale degli uomini contemporanei» (Castoriadis, 1996, p. 96).

Occorre insomma destrutturare tutta quella miriade di pensieri di cui siamo stati permeati e che si sono strutturati in azioni e comportamenti e sviluppare nuove forme di assunzione di responsabilità. In questi ultimi anni sono stati delegati ai cosiddetti ‘saperi esperti’ tutta una serie di ruoli un tempo detenuti dagli individui, da quello di genitore a quello di cittadino, da quello di decisore politico a quello di membro di una comunità. Indotti e sedotti dalle macro dinamiche sociali e vinti dalla nostra pigrizia abbiamo finito per firmare una delega in bianco ai saperi esperti rinunciando al diritto di replica. Se vogliamo provare a uscire da questa impasse è necessario che gli individui tornino ad essere responsabili dei propri comportamenti e delle proprie scelte; la continua rinuncia ad assumere le proprie responsabilità erode ogni relazione e corrode il vincolo sociale che sta alla base di ogni comunità:

«la leggerezza inebriante di cui si compiace l’io deresponsabilizzato è a ben guardare una trappola. Chi ha eluso il fardello della responsabilità crede di averla fatta franca (...). Ma ogni volta che l’io abdica, che lascia agli altri la responsabilità a cui era stato chiamato, crede, e fa credere, di essere sostituibile. ‘Perché mai dovrei risponderne proprio io? Che se la veda qualcun altro!’. Può darsi che il ‘qualcun altro’ che viene dopo si comporti in modo analogo, in un continuo rinvio, un incessante riversarsi a vicenda pesi e obblighi» (Di Cesare, 2015).

Chi cede e rinuncia alla propria responsabilità non solo rinuncia all’impegno, e quindi ad un onere sociale, ma rinuncia a sé stesso, perché rimpiazzabile magari proprio da uno di quei saperi esperti in grado di replicare meccanicamente ciascuno di noi. Senza la responsabilità, continua la filosofa Di Cesare, l’io non esiste perché

«la mia esistenza si coagula ogni volta nell’obbligo che mi vincola all’altro. Se eludo l’obbligo, gli effetti ricadono sul mio stesso esistere. La leggerezza inebriante si rivela inconsistenza angosciosa (...). La responsabilità è infatti rispetto sia per gli altri, sia per quell’altro che sono le cose del mondo» (Ibidem).

Il riferimento alla responsabilità non è più solo un principio astratto di puro altruismo, un’etica indispensabile per espiare i danni fatti alla natura, come nel pensiero di Jonas (1990); ora la responsabilità individuale è necessaria per far tornare l’uomo artefice del cambiamento. L’assunzione di responsabilità, quindi, è la via per acquisire consapevolezza sulle dinamiche in atto e governare il timone per invertire la rotta. Al di fuori di un impegno individuale, basato su precise responsabilità soggettive che si devono dipanare nei comportamenti quotidiani – e, si badi, non si tratta di ‘moralismo’ – è improbabile riuscire a vincere la crisi: nessun altro da me, può fare per me.

 

4. Per un welfare (generativo) al servizio della comunità

Riferimenti teorici e impegno personale da soli non bastano per riuscire a produrre un vero benessere sociale nelle società al tempo della crisi. Un terzo cambiamento è richiesto anche per quanto riguarda il modello organizzativo esplicitamente dedicato alla produzione del benessere.
    Fin dagli albori della modernità, con la diffusione dell’industrializzazione e del capitalismo, ci si rese conto che lo Stato sarebbe dovuto intervenire per proteggere i cittadini e garantirne livelli minimi di assistenza; rischi quali disoccupazione, povertà, malattia, che non dipendevano dalla volontà individuale, apparvero meritevoli dell’attenzione pubblica anche a causa delle loro conseguenze collettive. Nascevano così i sistemi di welfare state che a partire dalla fine del XIX Secolo si andarono diffondendo nei principali paesi europei. Il problema dei più classici sistemi di welfare risiede nel fatto che il destinatario privilegiato delle politiche di protezione sociale, seppur con alcuni accorgimenti e differenziazioni nei diversi contesti nazionali, è stato a lungo il lavoratore; insomma, soprattutto nei paesi dell’Europa continentale (Esping-Andersen, 2000), Italia compresa, il capofamiglia percettore di reddito è stato il fulcro attorno a cui sono ruotati una buona parte degli interventi pubblici, producendo una spaccatura tra lavoratori protetti e non protetti e contribuendo, seppur indirettamente, a generare squilibri generazionali e di genere.
    Nonostante in anni più recenti si sia cercato di passare da un sistema lavorista e contributivo ad uno di stampo universalista, con coperture minime garantite a tutti, soprattutto in Italia rimangono ancora oggi forti retaggi del passato, come mostra il caso dei famigerati 80 euro introdotti nel 2014 dal governo Renzi che sono andati a beneficio quasi esclusivamente dei lavoratori più tutelati, confermando l’imposta-zione familista di cui ha parlato anche Ferrera (1998). In ogni modo, non solo nei modelli conservatori ma anche in quelli più tipici dei governi liberali e addirittura quelli delle democrazie socialdemocratiche dell’Europa del nord, per rimanere legati all’impostazione di Esping-Andersen, i sistemi di welfare stanno vivendo una crisi parallela a quella delle economie dei relativi paesi. E, si badi bene, non si tratta solo di una crisi finanziaria dovuta all’incapacità delle casse degli stati di far fronte ai bisogni ma, soprattutto, di una crisi di legittimazione culturale, dovuta alla perdita di consenso da parte dei cittadini che si sentono traditi dalla promessa di benessere (e occupazione) per tutti.
    Questi modelli ‘classici’ di stato sociale potevano funzionare solo in una fase di espansione, ovvero erano basati sulla crescita economica; poiché oggi la crescita è negativa ed è improbabile che torni con i ritmi richiesti da questi sistemi, che per altro si sono rivelati anche fortemente inefficaci, è indispensabile ripensare su quali basi costruire il sistema di protezione sociale nelle società post-crescita. Insomma, va superato un modello di welfare basato quasi esclusivamente su uno stato che raccoglie e distribuisce risorse tramite il sistema fiscale e i trasferimenti monetari e serve un welfare che sia in grado di rigenerare le risorse (già) disponibili, responsabilizzando le persone che ricevono aiuto, al fine di aumentare il rendimento degli interventi delle politiche sociali a beneficio dell’intera collettività. La Fondazione Zancan (2012) fa riferimento ad un welfare che sappia essere ‘generativo’, in grado di uscire dalla logica assistenziale a vantaggio di un percorso che prevede l’incontro tra diritti e doveri. Il welfare generativo, superando la semplice dimensione del rendimento economico, diventa la strada efficace per recuperare tutta una serie di valori che, altrimenti, rischiano di rimanere nel limbo delle buone intenzioni. Non si tratta solo dei valori classici della solidarietà e dell’uguaglianza, che in tempi di scarsità di risorse possono acquisire una declinazione concreta solo a patto che tutti gli individui si interroghino sul contributo che ciascuno può dare nella realizzazione del bene comune; si tratta soprattutto di riuscire a trovare soluzioni capaci di trasformare le risorse a disposizione, puntando sull’innovazione delle risposte e non solo sul loro efficientamento. Il welfare generativo non si limita a raccogliere e a redistribuire risorse, ma si impone rendere proattive le risorse disponibili.
    Questo nuovo modo di intendere i diritti e i doveri sociali permette ricadute positive per il beneficiario e per la comunità (Berti, 2006). La logica del welfare generativo è quella di chiedere agli ‘aiutati’ di responsabilizzarsi, valorizzando le proprie capacità ed evitando la dipendenza assistenziale. In questo modo vengono incentivate la solidarietà e la responsabilizzazione sociale.
    Ripensare il welfare in modo generativo significa, quindi, rimettere al centro dell’attenzione la questione del legame sociale (compreso quello intergenerazionale) che oggi tende a perdersi a causa della radicale separazione tra il contributo del cittadino e la restituzione alla collettività (Magatti, Giaccardi 2014). Quando il welfare diventa generativo produce capitale sociale.
    Esempi di questo nuovo modo di concepire e organizzare il welfare non mancano: il lavoro socialmente utile delle persone anziane autosufficienti, il servizio civile, le molteplici forme di lavoro per utilità sociale. Si tratta di attività che non solo possono ma devono farle tutti, non solo i motivati e i volontari, ma tutti gli aiutati trasformando gli ammortizzatori sociali, i sussidi, i trasferimenti monetari in altrettanto lavoro a rendimento sociale. Non si tratta di limitarsi a chiedere lavoro socialmente utile o volontariato, ma di trasformare il valore degli aiuti ricevuti, trasformandoli a totale dividendo sociale, in modo da diventare generativo di ulteriore aiuto. Il modello proposto, quindi, non si limita a far leva sulla generosità o su un altruismo di facciata ma si propone di portare a sistema la capacità generativa di ogni singolo individuo destinatario di aiuti pubblici. Per riuscire in questo percorso il welfare dovrà essere sempre meno state e sempre più community, con interventi poco standardizzati e costruiti su misura su ogni singolo individuo, considerando le risorse, quelle disponibili e quelle attivabili tanto a livello personale quanto nel suo ambiente di riferimento. Sono scelte impegnative ma indispensabili per non rinunciare all’impegno del ‘pubblico’ nella costruzione del benessere.

 

5. Un nuovo patto sociale basato sul buon senso

La sperequazione dei redditi, l’aumento delle vulnerabilità e, parallelamente, la diminuzione della capacità di far fronte all’esclusione sociale hanno raggiunto livelli che non solo sono intollerabili ma, soprattutto, non sono più in grado di garantire la tenuta sociale. Ciò significa che la posta in gioco non è di ordine etico o morale ma politica, con tutte le conseguenze che ne possono scaturire sulla capacità di contenimento del conflitto. Abbiamo ormai numerosi esempi sull’aumento delle intolleranze e delle indisponibilità nei confronti dell’altro; su tutti possiamo ricordare le molte reazioni sprezzanti nei confronti dei drammi vissuti da migliaia di migranti nel tentativo di arrivare in Europa. Ciò che sembra davvero a rischio oggi non sono soltanto i valori fondativi di una società: per quanto i valori siano importanti, per Parsons (1965) addirittura indispensabili per garantire il mantenimento di un sistema sociale, sembra diffusa la disponibilità a rinunciarvi, in nome della mercificazione in molte sfere della vita sociale. Non basta, quindi, appellarci ai valori. La questione è molto più pragmatica e, per le conseguenze che si prospettano, non più rinviabile: per questi motivi siamo disposti anche a correre il rischio di assumere toni prescrittivi e a parlare esplicitamente della necessità di un nuovo patto sociale. Ciò che in passato ha permesso il raggiungimento di elevati livelli di benessere in alcune – poche – aree del pianeta, compresi i nostri sistemi di welfare, non sono più adeguati alle nuove condizioni globali con oltre 7 miliardi di persone che aspirano a vivere bene. La scarsità delle risorse è un limite fisico da tenere in grande considerazione. Ecco perché occorre avere il coraggio di riconoscere gli errori, imputare le responsabilità di chi li ha commessi in questi ultimi anni e, soprattutto, trovare percorsi alternativi. La domanda di aiuto sicuramente non è destinata a decrescere per cui occorre trovare nuovi modi di intervento in una situazione di risorse scarse a meno che non si voglia accettare che sofferenze e esclusione sociale diventino ‘normali’: sarebbe, in questo caso, la vittoria dell’indifferenza.


    La scommessa è quella di mettere in moto un meccanismo (vedi Fig. 1) che non sia solo teorico ma che sappia innescare cambiamenti nel modo di pensare e riflettere sulla società e sull’uomo a partire dai risultati, per quanto timidi e parziali. Il meccanismo funziona solo se ritenuto conveniente e non solo eticamente apprezzabile. Per questo deve essere in grado di soddisfare bisogni e rispondere a interessi specifici. Uno degli slogan della decrescita ‘lavorare meno per lavorare tutti’ è piuttosto esemplificativo della proposta anche se rende necessario costruire una nuova gerarchia di bisogni capace di valorizzare quelli immateriali rispetto a quelli materiali. Si tratta dell’ennesima utopia per il XIX secolo? È probabile, ma abbiamo molti segnali che ci dicono che la strada su cui attualmente stiamo correndo a forte velocità ci stia portando dritti  contro un muro.

 

Bibliografia

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Berlinguer E., Scalfari E. (1981). La questione morale, la Repubblica, 28 luglio 1981.
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Zamperini A., Menegatto M. (a cura di) (2011). La società degli indifferenti. Relazioni fragili e nuova cittadinanza. Roma: Carocci.

 

Note biografiche sull’autore

Fabio Berti è docente di Sociologia presso il Dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive dell'Università di Siena; le sue attività di ricerca e le pubblicazioni sono concentrate sui temi dell'immigrazione, della coesione sociale, della decrescita e dello sviluppo locale.

 

About the author

Fabio Berti is Professor of Sociology at the Department of Social, Political and Cognitive Sciences at University of Siena and he’s currently involved in research on immigration, social cohesion, degrowth theory, local development.

 

NOTE


[1] Per maggiore precisione possiamo ricordare che la crisi finanziaria internazionale è iniziata nel 2007 con epicentro negli Stati Uniti mentre nel 2008 inizia la crisi economica in Italia con il crollo del Prodotto interno lordo.

[2] Sulle pagine internet dell’Istat (www.istat.it) è possibile trovare l’aggiornamento mensile delle rilevazioni sulla fiducia di imprese e consumatori.

[3] La metodologia utilizzata, i dati e tutte le informazioni sulla costruzione dell’indice sono disponibili on line http://www.socialprogressimperative.org (03/15).

[4] I dati del Social Progress Index mostrano anche altri aspetti negativi come nel caso della corruzione (52esimo posto al mondo), l’accesso all’edilizia agevolata e internet (46esimi dietro Trinidad e Tobago e Azerbaijan) e la criminalità percepita; le cose vanno male anche per quanto riguarda i suicidi , dove ci collochiamo a metà classifica con 5,8 persone che si tolgono la vita ogni 100mila abitanti, il triplo rispetto alla Giamaica (1,7 su 100mila).

[5] Tutti i dati di questo indice si possono vedere on line su http://www.happyplanetindex.org (03/15).

[6] Credit Suisse (2013 and 2014 respectively) Global Wealth Databook, reperibile al sito: https://www.credit-suisse.com/uk/en/news-and-expertise/research/credit-suisse-research-institute/ publications.htm (03/15).

[7] Sul rapporto tra crescita e disuguaglianze si rimanda rapporto Oxfam (2014) che contiene numerosi riferimenti di carattere bibliografico.

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