ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Cerca (per autore, titolo, contenuto, tag)

Elenco autori

Enrico Palmerini

Coordinamento toscano marginalità

Articoli di Enrico Palmerini:

 

Riassunto: Riflessione sull’esclusione sociale, sui percorsi che conducono a sentirsi “ultimi”, e sui processi che, nel perdurare della crisi economica, favoriscono la marginalizzazione piuttosto che ridurla. L’autore individua dei fattori di incremento dell’esclusione sociale e auspica che la società voglia correggerli invece di chiudersi egoisticamente di fronte a queste problematiche. Infatti, siamo tutti ugualmente uomini e nessuna distinzione, come tra primi e ultimi, deve frenare l’altruismo.

DOI: 10.1400/248403

 

NOI SIAMO GLI ULTIMI

LA POTENZA DEL SENTIRE COMUNE

 

Enrico Palmerini*

*Coordinamento Toscano Marginalità

 

Riassunto: Riflessione sull’esclusione sociale, sui percorsi che conducono a sentirsi “ultimi”, e sui processi che, nel perdurare della crisi economica, favoriscono la marginalizzazione piuttosto che ridurla. L’autore individua dei fattori di incremento dell’esclusione sociale e auspica che la società voglia correggerli invece di chiudersi egoisticamente di fronte a queste problematiche. Infatti, siamo tutti ugualmente uomini e nessuna distinzione, come tra primi e ultimi, deve frenare l’altruismo.

 

Parole chiave: esclusione sociale, agiatezza, vulnerabilità, egoismo, altruismo.

 

 

Abstract: We are the last. The author reflects on social exclusion, on the way one feels “the last one”, on the role of continuing economic crisis fostering marginalization. He identifies some factors of exclusion and suggests our society should correct them instead of avoiding considering them. As a matter of fact, we are all humans, and we will be able to defeat common problems only with an altruistic attitude.

Key words: social exclusion, wealth, vulnerability, selfishness, selflessness.

 

 

[1]Ognuno di noi ha sperimentato di essere ultimo rispetto a una data situazione. E’ quasi banale rilevarlo. Si può essere ultimi a essere serviti a tavola, si può essere ultimi in una fila che aspetta qualcosa, oppure rispetto a dati fisici come l’età o l’altezza, e via dicendo. Ma quando gli indicatori considerati passano da un riferimento oggettivo individuale a uno sociale, come ultimi rispetto alla ricchezza, all’istruzione, oppure alle graduatorie per un posto di lavoro o per avere l’assegnazione di una casa, cambia la percezione di sentirsi ultimi. Non è più un’esperienza comune che può essere vissuta da tutti, ma ha in sé il risvolto della medaglia: ora, in questo frangente sono ultimo, ma in un altro momento sarò primo. Si passa alla percezione di essere dentro un processo che in qualche maniera ti giudica. Tende a minare la tua autostima e ti senti inadeguato, ti manca qualcosa, quasi colpevole di non essere all’altezza. Incominci a fare confronti con chi quel risultato l’ha ottenuto. Iniziano così i percorsi di esclusione sociale. Qui si delinea quel confine tra agio e vulnerabilità, zona grigia di difficile definizione ed ancor più difficile quantificazione. Zona caratterizzata da una fluttuante mobilità dove risiede la maggiore “liquidità” del sistema; il quale disponeva, in precedenza, di ascensori sociali, cioè uno poteva passare dall’agio alla vulnerabilità, ma poteva trattarsi di una fase transitoria per poi tornare nella situazione di partenza, mentre oggi, per effetto del perdurare della crisi, questo diventa sempre più difficile, e accade al contrario sempre più di frequente di precipitare nella povertà.

La domanda che si pone è: questo processo è una conseguenza del nostro sistema sociale o è funzionale al sistema? Per meglio comprenderci: le difficoltà che alcuni di noi hanno per mantenersi dentro la categoria dell’agio sono da considerare come un accadimento di fattori negativi che fatalmente incrociano le nostre vite e nei più fragili hanno l’effetto di trascinamento verso condizioni di difficoltà sociale, oppure è il sistema che a fronte di una diminuzione delle possibilità, pensa a scrollarsi di dosso un certo numero di persone, per mantenere l’area dei privilegi intatta per pochi?

La differenza è sostanziale. Se fosse vera la prima ipotesi i vari interventi di sostegno all’esclusione - gli interventi per chi perde il lavoro o la casa, il mantenimento della assistenza sanitaria, gli aiuti alimentari per i casi più gravi e via dicendo - aiuterebbero a traghettare il momento di crisi e poi lo stesso tessuto sociale attiverebbe i suoi anticorpi: la rete familiare e amicale, l’attenzione sociale delle imprese, ma anche il volontariato ed il terzo settore contribuirebbero al ritorno alla normalità del soggetto. Ma, al contrario, partendo dalla seconda ipotesi accade che artificiosamente si alimentano delle paure che spingono verso la chiusura per qualsiasi apertura, con la maniacale ricerca di nemici ai quali attribuire ogni problema. Da qui, quasi in uno scenario alla Kubrick da “2001 Odissea nello spazio”, il sistema stesso produrrà fattori di esclusione che si opporranno di fatto a qualsiasi misura correttiva. Quali fattori? La necessaria corsa per reggere la concorrenza globale porta alla mobilità della forza lavoro con la delocalizzazione degli impianti di produzione; l’automazione degli impianti industriali riduce gli impieghi di personale; i ridotti margini di utili portano a servirsi della speculazione fino al limite di scommettere su esiti molto incerti; il flusso di cassa delle organizzazioni criminali assume una tale rilevanza da non poterne fare a meno. Sono fenomeni che determinano la vita di tutti noi. Questo per accennare solo per titoli a temi di grande portata, per intravedere come tutti questi fattori siano di difficile controllo, ma diventino terribilmente determinanti quando incrociano la vita delle persone, sia direttamente che indirettamente. Per questa impossibilità di circoscrivere le aree di pericolosità sociale verso le quali attuare politiche che non siano solo a carattere di emergenza, ma strutturali, ci troviamo tutti esposti al rischio di esclusione.

Le alternative che ci troviamo davanti sono o di rifugiarsi in un pessimista “carpe diem”, inseguendo ogni simulacro mediatico, facendo nostro il motto “Tanto è tutto marcio, tanto vale approfittare ora di quello che ci offre il momento.” Oppure, riconoscendoci tutti in questa fragilità diffusa, ricercare nella pratica della relazione la condivisione di visioni diverse e di nuove soluzioni condivise. Noi siamo soprattutto animali sociali, viviamo di relazioni sociali, la vita stessa sulla terra si è espansa ed evoluta per effetto delle continue contaminazioni tra i vari esseri viventi: «... la vita non prese il sopravvento del globo con la lotta, ma istituendo interrelazioni»(Lynn Margulis della University of Massachusettes).

Non chi ha brandito la prima clava ha vinto, ma chi ha saputo adattarsi, ha saputo trovare nuove strade, si è rivolto con curiosità e disponibilità a mettersi in discussione verso quello che lo circondava.

Ognuno di noi è un modello unico, non esiste la copia di nessuno. Siamo irripetibili non solo nell’oggi, ma nell’eternità. Quindi portatore di originalità, ogni uomo indipendentemente dal suo stato fisico, mentale, sociale ha qualcosa di originale da portare. Sta a noi scoprirlo. Se partiamo da questo punto di vista, allora, essere ultimi o primi non ha più tanto significato. Siamo tutti allo stesso livello: “Razza: umana.” come rispose Albert Einstein alla domanda posta nel documento di ingresso alla frontiera della Svizzera quando scappava dalla Germania nazista.

Scopriamo allora che la nostra felicità dipende dalla felicità altrui: «... le recenti scoperte sul sistema a specchio (neuroni) ci dicono in sostanza che siamo altruisti... Esiste un meccanismo di base fisiologico in cui la felicità altrui è anche la propria» (Giacomo Razzolati).

Allora dobbiamo andare incontro all'altro:

Noi portiamo in noi qualcosa che è Altro da noi, ma questa alterità non è soltanto l'ombra, ma è luce, è la potenzialità obiettiva di forme umane più alta in cui le culture si comprendono l'una con l'altra in cui le alterità non si annullano né si assimilano, ma restano tali nel gioco dello scambio reciproco in vista di intese sempre più alte (E. Balducci, L'Altro. Un orizzonte profetico, Ed. Cultura della Pace, S. Domenico di Fiesole, 1996).

Anche se quello che ci circonda spinge verso una accentuazione degli egoismi, se il divario tra ricchi e poveri aumenta, se le guerre attraversano e distruggono vaste zone del nostro pianeta, dobbiamo continuare a costruire comunità accoglienti, luoghi d'incontro, occasioni di scambio. Questo non per un buonismo edulcorato, ma per la nostra salvezza, per non perdere il senso del reale per noi e per i nostri figli.

 


[1] Il seguente contributo di Enrico Palmerini è stato presentato al convegno “Silenziose rivoluzioni culturali. Educarsi con la mediazione del mondo”, Firenze, 7-8 maggio 2015.

Keywords: