ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Claudia Mantovan

Claudia Mantovan

Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA) - Sezione di Sociologia
Università di Padova
claudia.mantovan@unipd.it

Claudia Mantovan è dottore di ricerca in Sociologia e assegnista presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA) dell’Università di Padova. Autrice di numerosi saggi sui temi dell’immigrazione, della cittadinanza e della segregazione urbana di migranti e di rom e sinti apparsi in riviste italiane ed estere e in volumi collettanei, ha pubblicato i libri Immigrazione e cittadinanza. Auto-organizzazione e partecipazione dei migranti in Italia (FrancoAngeli, 2007), Il ghetto disperso. Pratiche di desegregazione e politiche abitative (a cura di, con F. Faiella, Cleup, 2011) e Quartieri contesi. Convivenza, conflitti e governance nelle zone Stazione di Padova e Mestre (con E. Ostanel, FrancoAngeli, 2105).

Articoli di Claudia Mantovan:

Riassunto

La città è sempre stata il luogo dove si incontrano gli estranei, i diversi. Il suo essere polo di attrazione per soggetti e gruppi in cerca di opportunità la rende spazio privilegiato di convivenza di persone con differenti background sociali, culturali ed esperienziali. Negli ultimi decenni si osservano processi che tendono a trasformare questa convivenza tra ‘diversi’, che rischia sempre più di non essere un incontro, ma una coesistenza frammentaria di isole che non comunicano. Questa tendenza è collegabile ai cambiamenti che hanno interessato le società occidentali a partire dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso: globalizzazione, crisi del welfare state, aumento dell’immigrazione, crescita dell’esclusione sociale e cambiamenti nel modello del controllo sociale. Scopo di questo contributo è analizzare queste dinamiche globali, le conseguenze urbane, con riferimento ai processi di criminalizzazione di immigrati e persone in condizioni di marginalità sociale e alla creazione di confini materiali e simbolici; gli esiti possibili in termini di attivazione cittadina.

DOI: 10.17386/SA2015-001004

DINAMICHE GLOBALI E RICADUTE URBANE: CONFINI, INSICUREZZE E CONFLITTI NELLE CITTA’

Claudia Mantovan*

* Dipartmento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, Università degli Studi di Padova

Riassunto: La città è sempre stata il luogo dove si incontrano gli estranei, i diversi. Il suo essere polo di attrazione per soggetti e gruppi in cerca di opportunità la rende spazio privilegiato di convivenza di persone con differenti background sociali, culturali ed esperienziali. Negli ultimi decenni si osservano processi che tendono a trasformare questa convivenza tra ‘diversi’, che rischia sempre più di non essere un incontro, ma una coesistenza frammentaria di isole che non comunicano. Questa tendenza è collegabile ai cambiamenti che hanno interessato le società occidentali a partire dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso: globalizzazione, crisi del welfare state, aumento dell’immigrazione, crescita dell’esclusione sociale e cambiamenti nel modello del controllo sociale. Scopo di questo contributo è analizzare queste dinamiche globali, le conseguenze urbane, con riferimento ai processi di criminalizzazione di immigrati e persone in condizioni di marginalità sociale e alla creazione di confini materiali e simbolici; gli esiti possibili in termini di attivazione cittadina.

Parole chiave: immigrazione, esclusione sociale, criminalizzazione, città, conflitti.

Abstract: Global Dinamics and Urban Impact: Boundaries, Insecurity and Conflict in the City. The city has always been a meeting place for strangers and for those with different walks of life.  The fact that it attracts individuals and groups in search of opportunities, makes it a privileged space where people with different social, cultural and experience backgrounds live together. Over the last few decades, however, processes have been observed that tend to transform this cohabitation among ‘different’ that increasingly runs the risk of being not so much a meeting, but rather a fragmented coexistence of islands that do not communicate with each other. This trend can be connected to the changes that have affected Western societies starting from the second half of the seventies: globalization, the crisis of the welfare state, increasing immigration, growth of social exclusion and changes in the pattern of social control. The purpose of this paper is to analyze these global dynamics; their urban consequences with reference to the processes of criminalization of immigrants and people in a situation of social exclusion and to the creation of material and symbolic boundaries; the possible outcomes in terms of citizens’ mobilization.

Keywords: immigration, social exclusion, criminalization, city, conflicts.


 


 

1. Globalizzazione e nuove migrazioni: un «paradosso postmoderno»

Alla globalizzazione si è accompagnato un rilevante aumento delle migrazioni internazionali, nonché dei Paesi che sono sede di migrazione/immigrazione o anche di tutti e due i fenomeni contemporaneamente (Colatrella, 2001; Arango et al., 1998): nel complesso, all’alba del nuovo millennio, tutte le nazioni sviluppate del mondo sono divenute paesi di immigrazione (Massey, 2002).
    I flussi migratori degli ultimi vent’anni hanno inoltre conosciuto un’evoluzione non soltanto dal punto di vista quantitativo, ma anche da quello qualitativo, con la moltiplicazione degli elementi di differenziazione: i «nuovi immigrati» (Robinson, Reeve, 2005; Kyambi, 2005; Berkeley et al., 2005), infatti, sono molto più diversificati che in passato rispetto a variabili come il paese di provenienza, i canali migratori, lo status legale e i diritti connessi, il capitale umano, la tipologia di inserimento nel mercato del lavoro, i modelli di distribuzione spaziale. Questo aumenta la complessità della società in un modo precedentemente sconosciuto, tanto da spingere alcuni noti studiosi a parlare dell’avvento di una società di stranieri (Amin, 2012) e di una super-diversity (Vertovec, 2007a; 2007b). L’uso del concetto di ‘diversità’, che si sta affermando in seguito alla crisi del ‘multiculturalismo’ sia come concetto teorico che come pratica politica, riconosce che le precedenti classificazioni basate sull’appartenenza etnica, che avevano in qualche modo sostituito quelle basate sull’appartenenza razziale, non costituiscono più uno strumento analitico adeguato a comprendere la complessità e il dinamismo delle molteplici culture urbane (Berg, Sigona, 2013).
    I migranti di oggi trovano però un contesto piuttosto diverso rispetto ai loro predecessori: l’immigrazione europea dell’ultimo trentennio arriva in società che stanno destrutturando la grande industria e smantellando lo stato sociale, nelle quali si stanno diffondendo la precarietà del posto di lavoro e l’incertezza dei percorsi esistenziali, e in cui la fine della congiuntura economica favorevole del ‘trentennio glorioso’ ha spinto all’adozione di politiche migratorie restrittive. Con riferimento a quest’ultimo aspetto, il fatto che tutti gli stati dei paesi sviluppati (e non solo l’Europa) abbiano agito con forza, dalla fine degli anni ’80, per impedire gli ingressi di migranti dai paesi in via di sviluppo suggerisce l’esistenza, all’inizio del nuovo secolo, di quello che Douglas Massey definisce «un paradosso postmoderno» (Massey, 2002, p. 39): mentre l’economia globale scatena forze molto potenti che producono flussi migratori più estesi e diversificati dai paesi in via di sviluppo, essa crea simultaneamente all’interno dei paesi sviluppati condizioni che promuovono l’implementazione di politiche migratorie restrittive. Queste condizioni consistono soprattutto nell’aumento delle migrazioni internazionali e nella crescita dell’esclusione sociale che si sono accompagnate all’affermarsi del neoliberismo su scala planetaria, dato che, secondo il noto studioso delle migrazioni statunitense, il volume dei flussi internazionali e la salute macroeconomica di un paese sono due determinanti importanti della politica migratoria degli stati d’arrivo. Osserviamo infatti che a partire dal 1975 il volume dell’immigrazione è cresciuto, la presenza degli immigrati è divenuta più stabile, la crescita economica ha rallentato, la disuguaglianza salariale è cresciuta, e il processo decisionale relativo alle politiche migratorie si è spostato progressivamente dall’arena burocratica a quella pubblica.
    Con riferimento a quest’ultimo aspetto, si assiste a una ‘politicizzazione’ della questione dell’immigrazione e delle politiche migratorie: l’immigrazione diventa un elemento centrale del dibattito pubblico e politico, e il contrasto all’immigrazione irregolare una richiesta di parte degli elettori e una moneta di consenso politico da parte delle classi governanti. Più in dettaglio, nell’arena politica si assiste a una frattura fra ‘integrazione’ e ‘demarcazione’ delle identità e delle appartenenze culturali che, in tutta l’Europa occidentale, contrappone i partiti di sinistra ai nuovi partiti populisti di destra. Questo clivage è particolarmente visibile a livello locale, nella vita politica delle città, dove moltissimi sono i temi e i problemi urbani ridefiniti in relazione alla contrapposizione pro o contro immigrati: la visibilità di alcuni gruppi di immigrati diventa oggetto di contesa politica, così come si politicizzano le statistiche relative ai reati compiuti da immigrati e, più in generale, le questioni relative alla sicurezza urbana (Vitale, 2012).
    Le politiche restrittive adottate dai paesi sviluppati sono però destinate a fallire, almeno in parte: in tutto il mondo sviluppato si nota sia una convergenza negli strumenti adottati per il controllo migratorio che un gap crescente tra gli obiettivi che questi strumenti si pongono e i risultati reali che conseguono, con il risultato che la crescita delle restrizioni si accompagna a quella dell’immigrazione irregolare (Arango et al., 1998). 
    Questa impossibilità, da parte delle democrazie occidentali[1], di impedire realmente l’arrivo degli immigrati nel proprio territorio, viene gestita in misura crescente attraverso l’adozione di strumenti politici simbolici, che mirano a creare un’apparenza di controllo (Cornelius et al., 1994). Le politiche migratorie hanno cioè prevalentemente un intento rassicurativo, mirando a fornire come descrive Zanfrini:

«la parvenza della capacità di tenere sotto controllo una pressione migratoria percepita (e strumentalmente rappresentata) come incontenibile, e di proporre percorsi di incorporazione dei new comers che assecondino l’aspettativa della cittadinanza di garantirsi un accesso privilegiato alle risorse e opportunità sociali» (Zanfrini, 2004, p. 134).

Ecco dunque che strumenti come l’incremento dei controlli alle frontiere, l’ina-sprimento burocratico nei confronti degli stranieri residenti e la restrizione dell’ac-cesso degli immigrati ai servizi sociali, al di là della loro efficacia reale, consentono a chi governa di conseguire l’importante scopo politico di mostrarsi visibilmente e concretamente decisi nel combattere quella che viene rappresentata come l’onda montante dell’immigrazione (Massey, 2002).
    L’aspetto simbolico delle politiche migratorie restrittive è particolarmente evidente nel caso italiano, dove a una forte limitazione delle possibilità di ingresso regolare si accompagna l’uso sistematico delle ‘sanatorie’ come equivalente funzionale di una politica degli ingressi (Barbagli et al., 2004). Con i ‘pacchetti sicurezza’ del governo Berlusconi (legge n. 125/2008 e legge n. 94/2009), inoltre, sono state introdotte una serie di misure formalmente con l’intento di rendere particolarmente difficile l’inserimento dei migranti nel nostro Paese (elevati costi della concessione del permesso di soggiorno, che viene a costare tra gli 80 e i 200 euro; introduzione del permesso di soggiorno ‘a punti’, ecc.), ma che hanno come effetto non certo quello di eliminare gli immigrati, bensì di renderli più vulnerabili e ricattabili. Questo aumenta la concorrenzialità ‘al ribasso’ dei migranti verso la forza lavoro autoctona e incrementa anche le possibilità di un loro ingresso nell’eco-nomia illegale, in una profezia che si auto-avvera (Mosconi, 2010). 
 

 

2. Dallo stato sociale allo stato penale: la crescita dell’esclusione e l’avvento di un nuovo modello di controllo sociale

Alla globalizzazione si accompagna, oltre che, come abbiamo appena visto, un aumento del numero e della diversificazione interna dei migranti internazionali, anche una crescita dell’esclusione e della polarizzazione sociale. L’accelerazione del capitalismo moderno e la crisi fiscale del welfare state stanno infatti ingenerando un radicale aumento della disuguaglianza: ad una ristretta élite di vincenti, protagonista del cambiamento e destinata a diventare sempre più ricca, si affianca una ‘massa di perdenti’, che nel migliore dei casi si trovano a fare i conti con un mercato del lavoro stagnante, sempre più insicuro, senza accesso ad alcuna mobilità sociale se non discendente. A questo proposito, il monumentale studio pubblicato recentemente dall’economista francese Thomas Piketty (2013) mette in luce come, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi e dei patrimoni siano aumentate in tutti i paesi industrializzati, soprattutto in quelli anglosassoni.
    A partire dagli anni Novanta, inoltre, al progressivo smantellamento dello stato sociale è corrisposto un po’ dappertutto un inedito sviluppo dell’apparato repressivo degli stati, processo che Loïc Wacquant descrive come ‘il passaggio da uno stato sociale a uno stato penale’ (Wacquant, 2000): lo stato, che non riesce più ad esercitare pienamente la sua sovranità sulle dinamiche economiche, divenute globali, si limita esclusivamente a garantire il mantenimento di quelle condizioni di ‘legge e ordine’ funzionali alla riproduzione dei capitali e alla legittimazione degli attuali meccanismi di distribuzione della ricchezza (Bauman, 1999; Re, 2001; Zolo, 1995).
    È proprio il contenimento dei programmi assistenziali che precedentemente riuscivano a ridurre disagio, povertà e conflitto sociale a spostare la centralità dell’a-zione politica dalla lotta all’insecurity (ossia a quelle condizioni che minano la sicurezza sociale ed economica) alla lotta all’unsafety (ossia all’insicurezza da criminalità)[2]. L’emergenza politica della sicurezza dalla criminalità, infatti, altro non è che l’imporsi di un diverso punto di vista in grado di dare una diversa congruenza alle questioni della partecipazione democratica in presenza di un progressivo restringimento dello stato sociale: il tema del governo della sicurezza dalla criminalità è cioè strutturalmente connesso al governo dei nuovi processi di esclusione sociale, poiché esso è il modo culturale più appropriato per ‘naturalizzare’ l’imporsi di nuovi modelli sociali di esclusione (Pavarini, 2006a). Si assiste così pressoché ovunque a un processo di estesa criminalizzazione della miseria (Wacquant, 2006) funzionale all’imposizione della precarietà salariale come obbligo di cittadinanza: un nuovo paradigma di governo della popolazione urbana, povera, delle minoranze, definibile come ‘complesso commercial carcerario assistenziale’ che sorveglia, soggioga e se necessario punisce e neutralizza le popolazioni recalcitranti di fronte al nuovo ordine economico sulla base di strategie sessuate, la componente carceraria si occupa degli uomini, quella assistenziale delle loro donne e dei loro bambini.
    Mentre il disimpegno dello stato sociale condanna gli elementi marginalizzati dal mercato del lavoro (e le loro famiglie), la filosofia neoliberale imputa loro la totale responsabilità per la condizione di miseria (e di criminalità) in cui si trovano e decreta la fine dell’ideale risocializzante e riabilitativo che ha accompagnato la nascita del moderno trattamento penitenziario. L’emergere di nuovi approcci teorici alla gestione della devianza e della criminalità si è tradotto, nella maggior parte dei Paesi occidentali, in politiche della ‘tolleranza zero’, o in politiche cosiddette attuariali, improntate alla prevenzione situazionale e al cosiddetto diritto penale del nemico (Pavarini, 2006b). Tali politiche promuovono una drastica riduzione della tolleranza nei confronti dei comportamenti devianti, la conseguente estensione dell’utilizzo dello strumento penale e un ampio ricorso al carcere e alle sue funzioni repressive e incapacitanti. I tassi di incarcerazione sono infatti cresciuti vertiginosamente, superando i due milioni di persone negli Stati Uniti, tanto da giustificare il riferimento ad un ‘grande internamento’ (Christie, 1996) o ad un vero e proprio ‘boom penitenziario’ (Re, 2006), senza alcun rapporto di questi dati con l’andamento della criminalità, la quale resta nel tempo costante e addirittura registra una lieve flessione all’inizio del nuovo millennio (Vianello, 2012). 
    I fenomeni sopradescritti configurano un vero e proprio cambio di modello sociale, in particolare nel rapporto con la devianza e la marginalità. Per illustrarlo meglio è necessaria una piccola digressione. Jock Young (1999), rifacendosi ad alcune riflessioni dell’antropologo francese Claude Lévi-Strauss (1955), sostiene che esistono due modelli di società: le società dell’inclusione e le società dell’esclusione. Queste, tra le altre cose, differiscono in base al modo in cui gestiscono i soggetti avvertiti come pericolosi: le prime «sviluppano un atteggiamento cannibalesco, cercando di fagocitare chi è percepito in termini di ostilità, nella speranza così di neutralizzarne la pericolosità attraverso l’inclusione nel corpo sociale»; le seconde «esasperano le pratiche di vero e proprio rifiuto “atropemico”, vomitando al di fuori di sé tutto ciò che è socialmente avvertito come estraneo» (Pavarini, 2006a, p. 34). Posto che si tratta di ideal-tipi, e che ogni società è ugualmente affetta sia da anoressia sia da bulimia, cioè ogni organizzazione sociale esclude ed include nel medesimo tempo, in proporzioni variabili (Ibidem), possiamo dunque affermare che siamo passati da una società ‘bulimica’, che gestiva la marginalità e la devianza con l’obiettivo di riassorbirle nel corpo sociale (attraverso gli ammortizzatori sociali, per ciò che concerne la marginalità, e attraverso la rieducazione, per ciò che concerne la devianza), ad una società ‘anoressica’, che gestisce la marginalità e la devianza escludendole dal corpo sociale.
    Se da una parte, infatti, lo smantellamento dello stato sociale riduce drasticamente le possibilità, per chi si trova in condizioni di esclusione sociale, di poter migliorare la propria situazione, allo stesso modo la crisi del paradigma rieducativo fa sì che la pena e la detenzione non siano più concepite come un modo per ‘riabilitare’ il criminale e renderlo di nuovo adatto a rientrare in società. Gli sforzi per il reinserimento lavorativo dei reclusi, infatti, hanno un senso solo c’è disponibilità di lavoro, ma il problema oggi sembra esattamente l’opposto: come liberarsi di una grande quantità di lavoratori superflui, per i quali non esistono possibilità di lavoro e che non conviene riqualificare, senza che questi diventino una minaccia sociale? (Santoro, 2005).
    I marginali e i devianti diventano dunque ‘vite di scarto’ (Bauman, 2014): persone che la ristrutturazione economica, politica e sociale in corso ha reso superflue ed escluse in modo permanente (si tratta di uno dei pochi casi di ‘permanenza’, aggiunge ironicamente lo studioso polacco, che vengano non solo consentiti, ma anche attivamente incoraggiati dalla società ‘liquida). La pena perde il suo obiettivo di rimuovere le cause soggettive, sociali ed economiche alla radice della devianza, e si riduce esclusivamente alla difesa dei cittadini ‘perbene’ dai criminali.
    Le pratiche del controllo istituzionale della devianza e le retoriche sicuritarie che ne costituiscono e ribadiscono i confini di senso comune[3] si configurano dunque intorno a una logica della distinzione, che attribuisce le etichette di devianza e criminalità ai soggetti svantaggiati e ai loro gruppi di appartenenza. Una logica tendenzialmente binaria, che ruota intorno a polarizzazioni semplici: inclusi-esclusi, stranieri-autoctoni, devianti-conformisti, clandestini-regolari, ecc. Queste strategie distintive hanno una valenza materiale immediata nella produzione di confini sostanziali (fisici, normativi e amministrativi) e una valenza simbolica altrettanto pregnante nell’edificazione di confini dell’immaginario. Le città, e le città occidentali in particolare, costituiscono gli ambienti più stimolanti per sviluppare un’analisi critica di queste forme di distinzione, essendo sempre più attraversate da confini materiali e simbolici che si ergono sulla base dell’attribuzione di tali etichette (Sbraccia, Vianello, 2010). Nel prossimo paragrafo rivolgiamo quindi la nostra attenzione all’ambito urbano.

 

3. Le ricadute sulla città: criminalizzazione della povertà e dell’immigrazione nello spazio pubblico urbano

I processi globali analizzati nei due paragrafi precedenti stanno avendo delle importanti ricadute a livello urbano. Secondo alcuni autori, saremmo di fronte alla strutturazione di una ‘città duale’ (Borja, Castells, 2002), ove quartieri abitati da persone altamente qualificate, impiegate nei settori centrali della nuova economia globale, si affiancano a quartieri in cui vive una massa di persone impiegate in mansioni dequalificate e sottopagate, non di rado a  servizio delle élite globali: tassisti, portieri di alberghi, baby-sitter, dog-sitter, ecc. (Sassen, 1997). La dualizzazione dello spazio urbano come afferma Paone:

«non segue la classica dicotomia centro-periferia, che in epoca fordista opponeva gerarchicamente il nucleo centrale della città e la sua periferia, bensì spazi di marginalità costellano le aree urbane, rendendole una sorta di arcipelago in cui si alternano mondi completamente differenti» (Paone, 2008, p. 21).  

Sempre partendo dall’assunto che le città post-moderne siano caratterizzate dalla compresenza di gruppi sociali fisicamente contigui che però rappresentano ‘mondi’ separati, ma rendendolo più complesso, alcuni autori preferiscono parlare di quartered city (Marcuse, 1993), «espressione intraducibile, che richiama l’idea di una città divisa in quartieri, ma anche di una città “squartata”, fatta a pezzi dalla ineguaglianze tra gli ambiti residenziali che la compongono» (Mela, 2003, p. 116). Vengono così distinte le enclave esclusive destinate ai ceti superiori, le zone centrali della città che hanno subito processi di gentrification[4], le aree suburbane in cui risiedono persone di classe media e i nuovi ghetti di esclusione, dove si concentrano persone di classe inferiore e di origine immigrata (o appartenenti a minoranze etniche), tagliate fuori dal nuovo ordine economico (Marcuse, van Kempen, 2000).
    I processi collegati alla globalizzazione strutturano dunque lo spazio urbano nella direzione della produzione di vere e proprie ‘città in frantumi’ (Paone, 2008). Per spiegare questo fenomeno, Bauman avanza una tesi suggestiva. L’autore sottolinea innanzitutto come il progresso economico consista nel poter fare qualcosa con minor sforzo e minor fatica, spendendo di meno. Riuscire a farlo equivale a rendere superflui ed economicamente non più plausibili certi modi di fare le cose, e perciò la gente che si è procurata da vivere in questi modi diventa a sua volta superflua. Di fronte alle grandi trasformazioni economiche che in precedenza hanno rivoluzionato la società occidentale, come l’industrializzazione, però, le persone che venivano emarginate da tali cambiamenti avevano a disposizione grandi spazi in cui emigrare. La modernizzazione, infatti, prima era limitata a qualche zona d’Europa, e dunque «la popolazione superflua dell’Europa che si stava modernizzando, nel corso del diciannovesimo secolo, veniva scaricata in terre deserte, come il continente americano, il nord-America, il sud-Africa, l’Australia, la Nuova Zelanda, che disponevano di territori inabitati» (Bauman, 2005, p. 71). Ora, però, con l’affer-mazione del capitalismo su scala globale, non ci sono altri spazi da colonizzare e non abbiamo modo di liberarci dell’esclusione sociale che produciamo (la quale oltretutto, come abbiamo visto, si connota oggi per un carattere definitivo e non più reversibile), così come la nuova congiuntura migratoria rende ineludibile ed incrementa l’esperienza della ‘diversità’ etnica, culturale e religiosa a livello urbano. Queste dinamiche stanno provocando una trasformazione delle città: mentre in passato erano luoghi ‘sicuri’ cinti da mura che proteggevano contro i nemici esterni, ora l’impossibilità di allontanare gli emarginati e i ‘diversi’ dai centri urbani sta spingendo alla costruzione di muri materiali e simbolici interni alle città, per difendersi dalle persone minacciose o presunte tali (Bauman, 2005; Colombo, Navarini, 1999).
    La tendenza in atto nelle città occidentali, dunque, e in particolare in quelle statunitensi, ove spesso troviamo estremizzate alcune tendenze visibili anche in Europa, è la strutturazione dello spazio urbano secondo quella che Mike Davis definisce una vera e propria ‘ecologia della paura’ (Davis, 1998). Il riferimento qui è alla cosiddetta Scuola di Chicago, che negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso studiò il comportamento umano adottando il paradigma ecologico (Park, 1936) e analizzando in modo approfondito lo sviluppo geografico e sociale della città di Chicago, all’epoca protagonista di un tumultuoso sviluppo. Quest’approccio, attraverso l’uso di categorie maturate nell’ambito del darwinismo sociale (dominanza, invasione, competizione, simbiosi) privilegiava lo studio delle relazioni spaziali e temporali degli esseri umani determinate dalle forze selettive, distributive e accomodative dell’ambiente (Rauty, 1999). Partendo da questi presupposti, Ernest W. Burgess elaborò una mappa-diagramma che analizzava Chicago come sviluppatasi attraverso una serie di cerchi concentrici, in cui le attività umane tendevano a distribuirsi secondo il valore del terreno, con gli abitanti economicamente e socialmente più forti che occupavano le posizioni più vantaggiose (Burgess et al., 1967).
    Davis applica questo approccio allo studio delle tendenze spaziali presenti e future della città di Los Angeles, ma lo integra con un elemento che, secondo lo studioso, sta condizionando pesantemente la strutturazione dello spazio urbano contemporaneo: l’ossessione sicuritaria che investe le democrazie occidentali a partire dagli anni ’80 e soprattutto ’90 del secolo scorso. Davis, infatti, ridisegnando la mappa di Burgess per la Los Angeles degli anni ‘90, scrive: «la mia progettazione della struttura urbana riporta Burgess al futuro. Conserva i determinanti “ecologici” come il reddito, il valore fondiario, la classe e la razza, ma aggiunge un nuovo fattore decisivo: la paura» (Davis, 1994a, p. 46).
    In quest’analisi della più grande città della California, il popolare studioso americano mette in relazione l’aumento della polarizzazione sociale con l’incremento dell’apartheid spaziale. Ecco quindi che ad un centro fortificato e iper-controllato (soprannominato da Davis scanorama), il cui spazio pubblico è stato radicalmente privatizzato, si affianca, nell’anello immediatamente esterno, la cintura del barrio e i ghetti che circondano il centro. L’anello interno dei quartieri latini di Los Angeles è l’equivalente della «zona in transizione» individuata da Burgess, e ne ricapitola ancora le funzioni, costituendosi come primo approdo degli immigrati delle regioni più povere e serbatoio di manodopera a basso costo degli hotel del centro. Qui, la disperata popolazione che viene lasciata al suo destino assolda milizie private e posiziona sbarre alle finestre delle proprie abitazioni.
    L’equivalente delle ‘mezze lune’ delle comunità etniche e le ecologie architettoniche specializzate del diagramma di Burgess consiste invece in:

«una nuova specie di comunità speciale, in sincronia simpatetica con la militarizzazione del territorio. Per comodità potremmo chiamarle “quartieri del controllo sociale” (QCS). Essi fondono le sanzioni del codice penale e civile con la pianificazione del territorio, per creare ciò che Michel Foucault avrebbe senza dubbio riconosciuto come ulteriore istanza dell’evoluzione dell’“ordine disciplinare” della città del XX secolo» (Davis, 1994b).

Tra questi quartieri del controllo sociale troviamo i quartieri di contenimento, come quello realizzato per ‘contenere’ (termine ufficiale) all’interno di zone determinate (come  la sovrappopolata e degradata Central City East) la popolazione degli homeless, aumentata vertiginosamente in seguito alla recessione, che tende a ‘traboccare’ nei distretti limitrofi o dentro i recinti più ‘in’ del centro, e viene impietosamente riportata indietro dalla polizia. La crescente ostilità verso poveri, immigrati e minoranze etniche trova dunque una materializzazione spaziale in queste pratiche di contenimento e di allontanamento, messe in atto anche attraverso tutte quelle forme di cosiddetta ‘architettura difensiva’ (Andreou, 2015), come le panchine progettate per non permettere di sdraiarsi, le sporgenze di metallo collocate fuori da negozi o abitazioni allo stesso scopo[5].
    Ai ghetti per i poveri e per le minoranze etniche si affiancano poi le gated communities per i ricchi (Hyra, 2008; Herbert, 2006; Mela, 2003; Bauman, 2001; Davis, 1992). Si tratta di zone residenziali private, spesso protette da cancelli e muri, in cui le persone di ceto medio-alto si ‘auto-segregano’ per non essere soggette all’incontro ‘disturbante’ con l’alterità e la miseria, rigettando in questo modo le peculiarità stesse della vita urbana come la differenza, la condivisione, la partecipazione. Sorte a partire dalla fine degli anni ’80, hanno conosciuto una rapida affermazione negli Stati Uniti e nell’America del Centro-Sud[6], e iniziano a diffondersi anche in Europa[7] e nelle megalopoli delle aree povere del mondo (Paone, 2008).
    Lo spazio pubblico risulta dunque eroso nella sua dimensione universale e percepito come pericoloso, attraversato da figure ostili in quanto sconosciute. Sulle presenze immigrate si ‘scarica’ così gran parte dell’insicurezza generata dai cambiamenti strutturali in atto, complice il processo di criminalizzazione dei migranti e la loro stigmatizzazione nel discorso pubblico politico e mediatico (Borlini et al., 2008; Sbraccia, 2007). Con riferimento a quest’ultimo aspetto, per ciò che concerne il contesto italiano il sociologo milanese Marcello Maneri ha messo in luce come, a partire dai primi anni ’90 del secolo scorso, si sia affermato in Italia un discorso dominante che associa l’immigrazione alla criminalità, a causa degli effetti di reciproco ‘rinforzo’ tra mass media, comitati di cittadini a vocazione ‘sicuritaria’, forze dell’ordine, ceto politico e apparato giudiziario. L’ipotesi, dichiaratamente erede dell’analisi relativa agli episodi di ‘panico morale’ svolta già nei primi anni ’70 dal noto criminologo Stanley Cohen nel suo Folk devils and moral panics (1972), è che, all’inizio degli anni ’90, a fronte dell’intensificarsi del flusso immigratorio del nostro Paese, una parte della cittadinanza autoctona abbia iniziato a manifestare atteggiamenti di ostilità, che si sono tradotti nell’emersione dei comitati ‘sicuritari’ e/o anti-immigrati e rom: tra le prime proteste, quella dei commercianti di Firenze, che nel 1990 sono insorti contro i venditori ambulanti.
    Questo mutamento nel ‘clima’ verso l’immigrazione ha provocato un accentuarsi del controllo e della repressione da parte delle forze dell’ordine verso la componente immigrata, e, conseguentemente, maggiori notizie relativamente alla ‘devianza’ degli immigrati da parte dei giornalisti. La stampa locale ha così trovato un nuovo, redditizio filone tematico, che ha a sua volta rinforzato ed incentivato per garantirsi la vendita di più copie. Da notare che questo fenomeno non è necessariamente legato ad un progetto preciso da parte delle testate giornalistiche e televisive, ma anche alle scarse risorse, ad esempio in termini di personale che va sul terreno a svolgere inchieste serie e documentate: molto più comodo, dunque, risulta acquisire le notizie per il proprio articolo direttamente dal membro del comitato di turno.
    I comitati ‘sicuritari’, infatti, spesso sono riusciti ad imporsi come fonte privilegiata per i mass media, che non di rado riportano le parole loro o dei loro comunicati senza il necessario distacco, facendole di fatto proprie (Gallotti, Maneri, 1998). Infine, la ‘presa in carico’ delle richieste di esclusione da parte di alcuni settori del ceto politico ha costituito, secondo Maneri:

«il punto di passaggio cruciale della “questione etnica” in Italia»: una parte degli esponenti politici, infatti, per riacquistare credibilità e consenso da parte della cittadinanza, dopo la delegittimazione seguita all’inchiesta “Mani Pulite” e allo scandalo “Tangentopoli” del 1992, decise di “cavalcare” le proteste anti-immigrati, sancendo così la definitiva affermazione del discorso mainstream che vede immigrazione e devianza associati indissolubilmente. Ecco dunque che si assiste a «un complesso percorso di circolazione del senso comune, all’interno del quale comitati, attori politici, media, si rimandano continuamente le stesse formule» (Maneri, 1998, p. 264),

con il risultato che gli autoctoni tendono ad attribuire alla crescente presenza degli immigrati la causa del degrado e della disgregazione sociale, connessi invece per lo più alle trasformazioni economiche e politiche in atto nell’Europa occidentale (Melossi, 2000).
    L’atomizzazione della vecchia società civile (legata alla crisi delle tradizionali politiche di security), la crisi della politica rappresentativa, l’erosione degli spazi pubblici e della città come un tutto ‘organico’ e significativo e la sua trasformazione in un territorio complesso in cui i luoghi sono sempre più frammisti a non-luoghi (Augé, 1992) e in cui si entra in relazione solo con le persone particolari che si ri-conoscono e con cui si è disponibili a un incontro (Hannerz, 1990) costituiscono infatti un terreno fertile in cui la tautologia della paura (Dal Lago, 1999) ha buon gioco ad imporsi.    

 

4. Attivazione cittadina ed esiti possibili

La paura non ha delle ricadute solo sulla strutturazione degli spazi urbani pubblici e privati, ma anche sui comportamenti individuali e collettivi. L’individualismo metropolitano indotto dalle trasformazioni in atto nelle città contemporanee può infatti portare ad assumere atteggiamenti di difesa del proprio territorio in contrapposizione agli altri cittadini (Turnaturi, 2005), dando vita a quei comitati cittadini definiti Nimby (Bortoletti, 2004), dove l’acronimo sta per Not in my back yard (non nel mio cortile), ad indicare che ci si mobilita per rimuovere (o per scongiurare la presenza) dall’area in cui si risiede fenomeni e presenze indesiderate (dall’incene-ritore all’insediamento rom, dalla TAV alla microcriminalità di strada). Si tratta, specie per ciò che concerne i comitati ‘sicuritari’, di vere e proprie comunità della paura, che sono state denominate comunità-attaccapanni o comunità-piolo, poiché un gruppo si costituisce mediante la ricerca di un piolo al quale appendere contemporaneamente le paure di molti individui (Bauman, 2002). Comprendono individui dalla composizione sociale molto variegata e dai riferimenti ideologici inesistenti o trasversali (Bellinvia, 2013; Mantovan, 2012), per cui la loro identificazione è puramente territoriale: è il quartiere che ne determina sia l’attività che l’identità.
    Queste forme di mobilitazione, cresciute molto a partire dagli anni ’90, soprattutto sui temi della sicurezza e dell’ambiente (Della Porta, 2004), sono riconducibili alla crisi dei canali tradizionali di rappresentanza e di mediazione sociale e politica. Diversi leader ed esponenti di comitati sono infatti ex sindacalisti o ex esponenti dei ‘vecchi’ partiti (Germain, 2012), che si professano delusi dalla politica tradizionale (Giacomozzi, Selmini, 1996). La questione ‘sicurezza’, in particolare, come già accennato, è il modo in cui oggi vengono socialmente costruiti i problemi connessi ai processi di trasformazione conseguenti alla globalizzazione e alla crisi delle politiche di welfare (Pavarini, 2006a): la crisi della politica ha comportato la sua progressiva sostituzione con logiche e discorsi di tipo ‘morale’, dove il conflitto tra ‘buoni’ e ‘cattivi’ ha preso il posto del conflitto tra le classi sociali (Pitch, 2013). Ecco dunque che la creazione di comitati che protestano contro la microcriminalità di strada diventa un modo per reclamare l’attenzione degli amministratori locali, specie da quando, nel 1993, l’introduzione dell’elezione diretta del sindaco ha portato i cittadini ad indirizzargli maggiori richieste. 
    Alcuni autori fanno notare come questo nuovo riferimento identitario di tipo territoriale possa anche sviluppare forme associative, reti di cittadini intorno a obiettivi come l’ambiente, il degrado e la sicurezza con finalità diverse, dove la mobilitazione non nasce dalla paura, ma dal desiderio di partecipare alle decisioni che riguardano il proprio quartiere. Queste ultime forme di associazione rimettono in gioco forme di aggregazione, di partecipazione politica, nuove forme di rappresentanza e di mobilitazione collettiva che, pur essendo basate su obiettivi circoscritti, temporanei e legati alla vita quotidiana, riattivano la partecipazione politica e la cultura dei diritti, rimettendo in contatto di nuovo differenze e diversità e ricreando un discorso pubblico e spazi pubblici, che frenano la tendenza alla privatizzazione (Turnaturi, 2005).
    Proprio quest’ultima direzione sembra la più promettente: per frenare la tendenza alla disgregazione e alla costruzione di muri, materiali e simbolici, all’interno delle città contemporanee, secondo diversi autorevoli studiosi è necessario implementare politiche pubbliche e progetti che abbiano l’obiettivo di creare spazi dove i ‘diversi’ si possano incontrare e possano dialogare realmente, attraverso pratiche di partecipazione e di recupero dello spazio pubblico a livello locale (Bauman, 2005; Kosic, Triandafyllidou, 2005; Castells, 2004; Pellizzoni, 2004; De Sousa Santos, 2003; Le Galès, 2003; Harvey, 1999; Maggio, 1998).
    Secondo Bauman, ad esempio, la pianificazione architettonica e urbanistica dovrebbe proteggere e coltivare la mixofilia, realizzando e diffondendo spazi pubblici aperti, invitanti e ospitali, che ogni categoria di persone sarebbe invogliata a frequentare e a condividere, poiché «l’arte di vivere pacificamente e felicemente con le differenze, e di trarre vantaggio da questa varietà di stimoli e di opportunità, sta diventando la più importante tra le capacità che un cittadino ha bisogno di imparare e di esercitare» (Bauman, 2005, p. 33).
    Il livello locale appare particolarmente interessante in questo senso poiché, se il frame sicuritario attualmente dominante nel discorso pubblico politico e mediatico italiano rende decisamente ardua l’impresa di introdurre codici interpretativi di segno diverso a livello nazionale, a livello cittadino e soprattutto di quartiere esistono sperimentazioni interessanti, che si configurano come veri e propri laboratori di gestione alternativa dell’insicurezza e delle problematiche urbane, in cui il coinvolgimento della cittadinanza sia italiana che straniera ha da una parte la funzione di diminuire il senso di insicurezza attraverso la promozione della partecipazione e della riappropriazione dello spazio pubblico, e dall’altra di decostruire l’equazione ‘immigrazione = insicurezza e criminalità’ grazie alla promozione di momenti di incontro e di conoscenza reciproca tra residenti di quartieri ‘degradati’.
    Se la paura della contaminazione e dell’esposizione al diverso ha prodotto segregazioni volontarie e subite, i centri urbani restano dunque allo stesso tempo gli unici luoghi di elaborazione di rimedi a questi stessi mali, gli unici luoghi in cui il rischio si può tramutare quotidianamente in opportunità individuali e collettive, grazie al fatto di essere sempre e comunque un grande laboratorio sociale e il luogo per eccellenza della sperimentazione e della contaminazione (Turnaturi, 2005).                        

 

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Note biografiche sull’autore

Claudia Mantovan è dottore di ricerca in Sociologia e assegnista presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA) dell’Università di Padova. Autrice di numerosi saggi sui temi dell’immigrazione, della cittadinanza e della segregazione urbana di migranti e di rom e sinti apparsi in riviste italiane ed estere e in volumi collettanei, ha pubblicato i libri Immigrazione e cittadinanza. Auto-organizzazione e partecipazione dei migranti in Italia (FrancoAngeli, 2007), Il ghetto disperso. Pratiche di desegregazione e politiche abitative (a cura di, con F. Faiella, Cleup, 2011) e Quartieri contesi. Convivenza, conflitti e governance nelle zone Stazione di Padova e Mestre (con E. Ostanel, FrancoAngeli, 2105).

 

About the author

Claudia Mantovan has a PhD in Sociology and she is research fellow at the Department of Philosophy, Sociology, Education and Applied Psychology (FISPPA), University of Padua. She is author of numerous articles on immigration, citizenship and urban segregation of migrants and of Roma and Sinti, which have been published in Italian and foreign academic Journals and in edited books. She also published the following books: Immigrazione e cittadinanza. Auto-organiz-zazione e partecipazione dei migranti in Italia (FrancoAngeli, 2007), Il ghetto disperso. Pratiche di desegregazione e politiche abitative (edited, with F. Faiella, Cleup, 2011) and Quartieri contesi. Convivenza, conflitti e governance nelle zone Stazione di Padova e Mestre (with E. Ostanel, FrancoAngeli, 2105).

 

NOTE

[1] La capacità di esercitare un controllo reale sul flusso immigratorio del proprio paese è maggiore in governi centralizzati e autoritari che non devono fare i conti con un potere giudiziario indipendente, con un regime di protezioni costituzionali ben definito e con una tradizione d’immigrazione. È questo ad esempio il caso dei paesi esportatori di petrolio del Golfo Persico (Massey, 2002).

[2] Ci riferiamo qui alla nota tripartizione di Bauman (2000) relativamente al concetto di ‘sicurezza’: il sociologo polacco distingue tra certainty (sicurezza di tipo cognitivo, che ha a che fare con la prevedibilità e intelligibilità dell’ambiente che ci circonda e della nostra posizione in esso), security (sicurezza che ha a che vedere con la propria condizione sociale e lavorativa e si poggia sulla stabilità e affidabilità del mondo) e safety (sicurezza di tipo fisico, che riguarda le minacce alla incolumità propria o dei propri beni).

[3] Il senso comune si può definire come quel tipo di conoscenza condivisa e di routine che si fonda sulla tipizzazione e il dato per scontato, utilizzata dagli individui per orientarsi nel mondo (Schütz, 1979).

[4] Il concetto di gentrificazione (da “gentry”, nobiltà) indica il processo di ‘colonizzazione’ da parte di persone di classe medio-alta all’interno di aree urbane abitate da classi inferiori, che quindi vengono espulse totalmente o in parte a causa degli aumenti del costo delle abitazioni e della vita che interessano il quartiere.

[5] Si veda: http://www.dismalgarden.com/archives/defensive_architecture. L’artista Nils Norman ha documentato il fenomeno dell’architettura difensiva a partire dalla fine degli anni ‘90, con migliaia di fotografie.

[6] Si calcola che oggi un americano su otto viva in gated communities (Petrillo, 2006). A questo fenomeno è dedicato anche l’inquietante film La Zona, realizzato nel 2007 dal regista messicano Rodrigo Plà e ambientato in una comunità protetta di Città del Messico.

[7] Con riferimento al contesto italiano, cfr. la descrizione del borgo Vione (provincia di Milano) in Meletti J. (2011). Cancelli, mura di cinta e telecamere. Le città con il ponte levatoio. la Repubblica, 20 gennaio 2011.

 

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