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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Antonio Amendola

Antonio Amendola

Shoot4Changes
a.amendola@shoot4change.net

Antonio Amendola è un esperto di nuovi media, fotografo, blogger, fondatore e presidente di Shoot4Changes, un network internazionale di volontari che fanno citizen journalism e fotografia sociale. Sostiene la crowdphotography, l'idea secondo cui la partecipazione dal basso sia il miglior modo per raccontare la realtà che ci circonda e portare davanti agli occhi di tutti le storie invisibili e dimenticate di questo mondo. 

Articoli di Antonio Amendola:

Riassunto

La crowdphotography è una forma di citizen journalism che non riferisce solo ‘fatti’ ma che racconta storie.  Un racconto collettivo, democratico e orizzontale. E soprattutto un racconto fatto con occhi aperti e macchine fotografiche cariche. Il primato del visuale nella società contemporanea richiede una comunicazione visuale creativa che sappia essere al servizio della sensibilizzazione sociale. Per comprendere ciò che ci circonda e ciò che accade vicino e lontano da noi, fondamentale è il racconto fotografico. Volontari della fotografia che operano nella società per fotografare l’invisibilità sociale, al fine di restituire sguardi che sappiano tradursi in una visione critica. In questa prospettiva, la macchina fotografica diventa un potente strumento di riflessione ma anche di analisi e osservazione. Chi scatta una fotografia acquista consapevolezza sulla realtà sociale nella quale vive, chi viene raccontato affida la propria dignità e la propria storia con un atto di fiducia che rafforza i legami umani. 

DOI: 10.17386/SA2015-001014

CREATIVITA’ E IMPEGNO SOCIALE

Antonio Amendola*

*Shoot4Change Associazione non profit di volontariato fotografico sociale

Riassunto: La crowdphotography è una forma di citizen journalism che non riferisce solo ‘fatti’ ma che racconta storie.  Un racconto collettivo, democratico e orizzontale. E soprattutto un racconto fatto con occhi aperti e macchine fotografiche cariche. Il primato del visuale nella società contemporanea richiede una comunicazione visuale creativa che sappia essere al servizio della sensibilizzazione sociale. Per comprendere ciò che ci circonda e ciò che accade vicino e lontano da noi, fondamentale è il racconto fotografico. Volontari della fotografia che operano nella società per fotografare l’invisibilità sociale, al fine di restituire sguardi che sappiano tradursi in una visione critica. In questa prospettiva, la macchina fotografica diventa un potente strumento di riflessione ma anche di analisi e osservazione. Chi scatta una fotografia acquista consapevolezza sulla realtà sociale nella quale vive, chi viene raccontato affida la propria dignità e la propria storia con un atto di fiducia che rafforza i legami umani.

Parole chiave: crowdphotography, citizen journalism, impegno sociale, cambiamento sociale, legami umani.

Abstract: Creativity and Social Engagement. The crowdphotography is a form of citizen journalism that reports not only 'facts' but it tells stories. A collective, horizontal and democratic narrative especially made by open eyes and camera ready. The primacy of the visual in contemporary society requires a creative visual communication that can be at the service of social awareness. To understand what happens near us and far from us, it becomes crucial the photographic narrative. Photograph volunteers work to photograph social invisibility in order to return pictures in a critical view. In this perspective, the camera becomes a powerful tool for reflection as well as analysis and observation. Who takes a photograph acquires awareness on the social reality in which he lives, while who is told entrusts its dignity and its history to the photograph with an act of trust that strengthens human bonds.

Keywords: crowdphotography, citizen journalism, social engagement, social change, human bonds.


 

1. Introduzione

S4C (acronimo per Shoot4Change) è un’associazione non profit di volontariato fotografico sociale, creata da Antonio Amendola verso la metà del 2009, subito dopo il terremoto dell’Aquila. Nata come un semplice blog, ha assunto dimensione e respiro internazionale, aggregando creatività nascoste sui social network, su Internet, per strada, trasformandosi, alla fine, in un vero e proprio movimento. Il che, nel mondo pigro della fotografia, è una bella notizia!
    È  un movimento di volontari, di persone che hanno voglia di scendere per strada a raccontare storie. Quelle piccole, a volte piccolissime, storie che raramente vengono considerate remunerative dall’informazione mainstream. E che, per questo, non vengono fatte conoscere, non riuscendo, così, ad innescare un processo che abbia un vero impatto sul cambiamento sociale.
    Il ‘core business’ di S4C (anche se suona come un ossimoro, avendo un budget pericolosamente prossimo allo zero) è ‘lavorare gratis per chi non se lo può permettere’. Raccontare le storie sottovalutate, quelle sotto casa, dimenticate o ignorate, di chi magari il mondo, silenziosamente, lo cambia davvero, aiutando in maniera creativa chi soffre. I volontari di S4C non lavorano gratis per tutti. Lo fanno per chi non se lo può permettere. Per tutti gli altri, si comportano come gli altri professionisti, con la differenza che nelle rare occasioni in cui si riesce a vendere qualcosa, il ricavato viene diviso tra il fotografo e il sostegno a progetti sociali locali scelti di comune accordo.
    Di fatto, S4C è allo stesso tempo un grande, enorme secondo alcuni, serbatoio di raccontastorie al servizio del Terzo Settore e degli ultimi (‘i ricchi hanno i loro fotografi’ - ricorda Amendola – ‘noi siamo i fotografi di tutti gli altri’) e un movimento creativo che unisce creatività e impegno sociale.

 

2. La crowdphotography

Strada facendo, questo grande ‘non luogo’ che è S4C si è popolato non solo di fotografi, ma anche di videomaker, giornalisti, grafici, designer, musicisti. Tutti accomunati dal concetto di ‘crowdphotography’.
    La crowdphotography, termine coniato proprio da S4C, è un concetto semplice: il racconto di una storia può essere collettivo, democratico, orizzontale. È uno straordinario strumento di ‘controllo sociale’ con il quale chiunque può dire ‘We, the People’ e raccontare una storia, senza aspettare che altri lo facciano al posto suo.
    È un citizen journalism di qualità, che non riferisce solo ‘fatti’ ma che racconta storie. Che impone un’osservazione della realtà a km 0 con occhi aperti e macchine fotografiche cariche. La comunicazione visuale creativa al servizio della sensibilizzazione sociale. Che è poi quello che dovrebbe fare la vera fotografia, no?
    S4C non ha inventato la ruota o scoperto l’acqua calda. Ha semplicemente capito, probabilmente, che la ruota gira e che l’acqua calda, se non la si mantiene tale, si raffredda.

 

3. S4C ha anche una casa

A pochi anni dalla nascita di S4C, i volontari che ne costituiscono il gruppo romano (cuore pulsante dell’Associazione che oggi conta gruppi di volontari in tutto il mondo) hanno deciso di provare a dare un po’ di fisicità al non luogo. Hanno fatto i conti: non tornavano. Li hanno rifatti: continuavano a non tornare. Alla fine si sono detti: «E allora? Facciamolo lo stesso! Non si può voler cambiare le cose e poi aspettare che qualcuno ci aiuti e lo faccia per noi».
    E così si sono messi al lavoro. Hanno cercato uno spazio a Roma che potesse soddisfare le loro necessità. Ma i conti continuavano a non tornare. Strada facendo hanno trovato in Google un primo alleato che, con qualche migliaio di euro, li sta aiutando giusto nell’allestimento iniziale. Poi, saranno da soli. È così che è nata, due anni fa, la Casa dei Raccontastorie, a Roma, in un capannone industriale in zona Mandrione. Una casa – fisica – dei volontari di Shoot4Change dove vengono realizzati, ideati, sperimentati nuovi linguaggi della comunicazione visuale creativa al servizio delle tante piccole storie invisibili di chi cambia il mondo con il proprio impegno. Non solo. La Casa dei Raccontastorie è soprattutto un luogo dove dare opportunità di formazione creativa a chi non se lo può permettere: giovani rifugiati, richiedenti asilo, immigrati, italiani in difficoltà, ragazzi senza mezzi per accedere ai canali formativi tradizionali. È un sogno che S4C coltiva da tempo e che incrocia temi quali l’integrazione sociale, la comunicazione, l’innovazione, infanzia e adolescenza. In modo creativo e innovativo, scovando giovani creativi senza mezzi, lì dove nessuno se li aspetta. Perché ‘rifugiato’ è un aggettivo e non un sostantivo e perché la mancanza di mezzi economici non deve significare mancanza di opportunità e di sogni.

 

4. Fotografare la ‘cecità sociale’

S4C racconta piccole storie, è vero. Ma cerchiamo anche di unire tutti questi punti seguendo il filo rosso che invariabilmente li unisce: la voglia di osservare, capire e cambiare la propria comunità. Per fare questo è fondamentale – e la fotografia è di grande aiuto – la comprensione di ciò che ci circonda, attraverso il racconto fotografico e il contatto con le piccole realtà di volontari che operano nel sociale e che spesso sono considerate invisibili al pari dei soggetti cui portano sollievo. Non è cosa di poco conto.
    Fotografare l’invisibilità sociale comporta il riuscire a ‘vederla’ e comprendere che probabilmente è un problema semantico. Più che di invisibilità si dovrebbe parlare di ‘cecità sociale’.
    La macchina fotografica, allora, diventa un potente strumento di riflessione ma anche di analisi e osservazione. Utile per chi lo impugna e utile per chi resta dall’altra parte dell’obiettivo.
    Chi scatta una foto acquista consapevolezza sulla realtà sociale nella quale vive, chi viene raccontato affida la propria dignità e la propria storia con un atto di fiducia che rafforza i legami umani. Non sono rari i casi in cui tra i nostri volontari e le ‘storie’ che raccontano si creano delle bellissime amicizie. In S4C diciamo spesso che entrare in una storia è facile per noi. È uscirne che è difficilissimo.
    Se è vero, infatti, che chi prende in carico una storia sente il dovere morale di raccontarla e di farla conoscere a qualunque costo, questo accade anche lungo periodi consistenti di tempo, al termine del quale si è invariabilmente trascinati dentro quelle storie. Il nostro dovere, quindi, è raccontare, far conoscere, cercare di contribuire a un piccolo cambiamento e tornare a raccontare per rendere conto dei progressi. È successo spesso, ad esempio, quando abbiamo cominciato a trattare il tema della salute mentale. Tema difficile, complesso, di lungo termine.

 

5. La storia di Rosemberg e ‘storie rifugiate’

Durante un altro reportage in Chiapas, in Messico, un nostro Team si è imbattuto in una piccola capanna in muratura di pochissimi metri quadrati in mezzo alla giungla. La porta era chiusa da una catena arrugginita e l’unica finestrella non consentiva di vedere cosa questa contenesse a causa della totale mancanza di luce interna. Solo dei rumori strani denunciavano la presenza umana.
    Il racconto della gente del villaggio vicino è stato agghiacciante. In quella capanna viveva, da tanti anni, Rosemberg, fin da quando era ragazzo. Affetto da un problema mentale, ovviamente male se non diagnosticato dagli abitanti del villaggio, era stato deciso di farlo ‘vivere’ lì dentro ‘per qualche tempo’. Anni. Tanti. Il nostro Team ha raccontato questa storia incredibile e dei giovani medici, apprendendola, si sono messi a disposizione gratuitamente.
    È stata così creata una ‘Brigada medica’ composta da giovani medici, assistenti sociali e fotografi di S4C per tornare in quella comunità, liberare Rosemberg e affidarlo alle cure mediche. Ovviamente il momento dell’apertura della porta, la rottura della catena alle caviglie dell’uomo non più abituato alla luce, è stato un momento indimenticabile per tutti. E pensare che è successo tutto grazie a una fotografia…
    La storia non finisce qui. Tanti altri episodi del genere hanno cominciato ad arrivare alle orecchie dei nostri volontari che si sono, così, messi in cammino tra le alture del Chiapas per scovarli, raccontarli e cercare di intervenire in qualche maniera. Il progetto è tutt’ora in corso ed è già possibile vederne un’anticipazione qui http://www.shoot4change.eu/expresamente/
    Anche in questo caso l’obiettivo dei volontari di S4C è stato quello di dare un volto a chi l’ha perduto e una voce a chi non ha mai la possibilità di essere ascoltato. Scriverlo sembra quasi una banalità ma – credetemi – è quello che facciamo e che ci fa sentire di avere un ruolo nella nostra società.
    Noi continuiamo a farlo. Non solo con questo progetto sulla salute mentale ma anche – ad esempio – con il nostro progetto di ‘storie rifugiate’, di chi arriva da lontano, attraversando inferni indicibili, e che magari ce la fa. Si rimette in carreggiata, ricomincia ad integrarsi e riavviare dinamiche sociali ‘normali’, ricordandosi che prima era ‘altro’, non era un ‘rifugiato’.

 

6. Lo storytelling come cultura

Strada facendo, abbiamo capito quanto sia importante raccontare queste ‘piccole’ storie. Quanto anche queste siano cultura e quanto lo storytelling sia vera cultura.
    E così è venuto in mente un altro progetto, per il momento ancora in fase embrionale, lanciato come una piccola provocazione a chi ci governa partendo dalla consepevolezza che la ‘Grande Stupidità’ italiana è sprecare - se non mortificare - la nostra principale grande risorsa: l’intelligenza e la creatività.
    Lo dico senza mezzi termini, siamo un Paese (inteso come sistema) stupido. Abbiamo a disposizione risorse quali storia, cultura, gastronomia (che poi è cultura anche lei), paesaggio, innovazione, idee. E non le mettiamo in rete tra loro. Le lasciamo disperse - soprattutto le intelligenze e le creatività. Sono intelligenze disoccupate. Non ci riusciamo. Non ci riusciamo proprio.
    In certi casi fa bene ripensare al passato alla ricerca di idee e di quanto di buono è stato già fatto. Allora vediamo se in mancanza di buone idee riusciamo almeno a ripescare qualcosa di buono fatto nel passato.
    Proprio nel  1935 infatti - nel pieno della grande crisi economica  - il presidente americano F.D. Roosvelt lanciò nell’ambito del New Deal il programma Federal Writers’ Project allo scopo di dare lavoro non solo a scrittori ma anche a storici, archeologi, geografi, critici d’arte, geologi,  fotografi, cartografi, ecc. che la recessione aveva lasciato senza occupazione e, soprattutto, senza speranze per il futuro. In quattro anni  vennero impiegati, con salari modesti ma con mansioni adeguate alle competenze di ciascuno, oltre seimila persone. Il primo e più importante risultato furono le straordinarie guide degli Stati USA nonché quelle più famose delle maggiori città americane: le American Guide Series. La guida di New York New York Panorama del 1939 è ancora considerata la descrizione più ricca ed intelligente mai fatta della grande mela. A questo e ad altri volumi contribuirono personaggi straordinari come il più grande degli storici urbani Lewis Mumford e scrittori divenuti famosi  come  John Steinbeck e Saul Bellow  - entrambi Premi  Nobel  per la letteratura, il primo nel 1962 ed il secondo nel 1976 -. Per non parlare di autori come Nelson Algren, John Cheever, Ralph Ellison, Zora Neale Hurston, Studs Terkel, Margaret Walker e Richard Wright che proprio grazie a quel progetto potettero mettersi alla prova ed iniziare una storia di successo.
    Si devono anche al  Federal Writers’ Project le ricerche di America Eats (l’America mangia) che, solo in parte pubblicate, forniscono un’eccezionale documentazione sulle abitudini alimentari degli americani ed in particolare sulle persistenze delle culture di origine degli immigrati europei.
    E se lo facessimo anche qui, noi? In fondo cosa serve? Magari un’Ammini-strazione illuminata che capisca la portata di un’operazione del genere, una Regione o un Comune pilota per provare a coinvolgere le migliori menti disoccupate e i tanti cittadini che hanno voglia di raccontare il loro territorio: scrittori, fotografi, pittori, creativi, musicisti, archeologi. Tutti impegnati in un grande racconto collettivo, orizzontale, democratico, multimediale. Un racconto promosso, sostenuto, finanziato dallo stesso territorio che chiede di essere raccontato. Si può fare. È stato già fatto.

 

7. Conclusioni

Se non riusciamo ad avere nuove idee per rilanciare la Cultura nel nostro Paese, almeno ispiriamoci a quelle del passato. Non c’è scampo, il futuro passa anche attraverso (buone) idee vecchie.
    La creatività sta proprio in questo: trovare dei collegamenti nuovi ad elementi già esistenti. Non occorre re-inventare la ruota. Noi crediamo che mettendo in mano una macchina fotografica, una telecamera, un cellulare a chi ha voglia di raccontare e di capire il mondo che ci circonda si possono innescare dinamiche di vero cambiamento sociale. Ma non un cambiamento naif, ideale, utopistico. Un piccolo vero cambiamento individuale di chi – dopo aver raccontato (e letto) – una storia non potrà più dire: «non sapevo, non mi rendevo conto».

 

Note biografiche sull’autore

Antonio Amendola è un esperto di nuovi media, fotografo, blogger, fondatore e presidente di Shoot4Changes, un network internazionale di volontari che fanno citizen journalism e fotografia sociale. Sostiene la crowdphotography, l'idea secondo cui la partecipazione dal basso sia il miglior modo per raccontare la realtà che ci circonda e portare davanti agli occhi di tutti le storie invisibili e dimenticate di questo mondo.

 

About the author

Antonio Amendola is an expert in new media, photographer, blogger, founder and president of Shoot4Changes, an international network of volunteers specialized in citizen-journalism and social photography. He supports the crowdphotography, an idea that grassroots participation is the best way to tell the world around us and to raise awareness about the forgotten and invisible stories.

Keywords: