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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Andrea Cicogni

USL Toscana Centro

Articoli di Andrea Cicogni:

senza fissa dimora e migranti

Lo psichiatra Andrea Cicogni descrive le problematiche della salute mentale relative ai senza fissa dimora, distinguendo tra i senza tetto propriamente detti e i migranti. Sebbene la presenza di un disturbo psichiatrico sia un fatto presente in molte persone che vivono in strada, i migranti presentano problemi di salute mentale con caratteristiche proprie. La migrazione di per sé non causa la malattia mentale, se non nel caso di esperienze stressanti estreme. Per aiutare al meglio le persone con problemi di salute mentale che vivono ai margini, è necessario combinare gli sforzi dei professionisti nell’attuazione di interventi mirati (adhocrazia).

DOI: 10.17386/SA2017-003011

SALUTE MENTALE:

SENZA FISSA DIMORA E MIGRANTI

 

Andrea Cicogni*

* Psichiatra, Usl Toscana Centro

 

Riassunto: Lo psichiatra Andrea Cicogni descrive le problematiche della salute mentale relative ai senza fissa dimora, distinguendo tra i senza tetto propriamente detti e i migranti. Sebbene la presenza di un disturbo psichiatrico sia un fatto presente in molte persone che vivono in strada, i migranti presentano problemi di salute mentale con caratteristiche proprie. La migrazione di per sé non causa la malattia mentale, se non nel caso di esperienze stressanti estreme. Per aiutare al meglio le persone con problemi di salute mentale che vivono ai margini, è necessario combinare gli sforzi dei professionisti nell’attuazione di interventi mirati (adhocrazia).

 

Parole chiave: Salute mentale, home-less, migranti, etnopsichiatria, adhocrazia.

 

Abstract: Mental health: home-less and migrants. Psychiatrist Andrea Cicogni describes mental health problems related to home-less, distinguishing the ones that are migrants or refugees. Mental disturbs often appear in home-less persons, but in migrants home-less they have specific features. The author wishes for adhocracy to give a real help to each patients by the cooperation of all of the experts involved.

 

Key words: Mental health, home-less, migrants, etnopsychiatry, adhocracy.

 

 

 

“Coltivando tranquilla / L’orribile varietà delle proprie superbie / La maggioranza sta / Come una malattia / Come una sfortuna / Come una anestesia / come un’abitudine

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione / e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umana verità”.

(da “Smisurata Preghiera” di F. De Andrè, I.Fossati, A. Mutis)

                      

“- Cosa sai fare dunque? - Io so digiunare. So aspettare. So pensare.”

(da Siddharta di Herman Hesse)

 

Per quanto alcune caratteristiche siano sovrapponibili, ci sembra utile dividere la trattazione del tema prendendo prima in considerazione da un lato i senza fissa dimora più tipici e stabili nella loro instabilità abitativa e dall’altro i migranti ed i profughi.

 

1. I “Senza fissa dimora”

Il problema della salute mentale nei senza fissa dimora si presenta subito come problema pratico: è un tossico, è competenza del SerD, no è un caso psichiatrico ci deve pensare la psichiatria, no ha solo problemi organici, no è un problema sociale, no è sanitario. A chi viaggia in direzione ostinata e contraria poco interessano queste disquisizioni perché da tempo ha smesso di avere fiducia nell’aiuto che le istituzioni possono dare o in altri casi aspetta in un tempo dilatato un incontro, una visita o un sostegno che poi risulta in molti casi tardivo e deludente.

Ma prima ancora è un problema teorico da capire meglio per cercare di impostare interventi utili, non ingenui e soprattutto in stretta collaborazione con le altre realtà pubbliche che si intrecciano nella rete che suo malgrado intrappola il problema. Per prima cosa è utile definire alcuni termini che si riferiscono a gruppi di persone che non sono tra loro omogenei. Tra questi, oltre quelli da sempre conosciuti, emergono nuove categorie come i migranti ed i rifugiati. E anche tra questi abbiamo una diversità di status politico e possibilità di accoglienza, come sappiamo dalla nascita dei luoghi deputati a tale compito. Anche queste persone non hanno una casa o almeno non più. La casa è la patria lontana, è la casa da cui sono dovuti fuggire per la guerra e la persecuzione, ma anche più semplicemente per la fame o la difficoltà a pensarsi nel futuro o pensare un futuro tout court. E il tetto dei centri di accoglienza non sempre è una house e tantomeno una home. I termini inglesi di houseless e di roofless, ovvero di senza casa e senzatetto, si riferiscono in prima istanza alla dimensione della struttura abitativa, mura e tetto. Homeless si potrebbe tradurre senza dimora, ma il concetto di home è più che la dimora è il luogo degli affetti, del sostegno familiare ed amicale che viene a mancare. Altre parole che servono per definire le persone senza fissa dimora sono barbone e clochard. La prima fa assonanza con barba che si presume incolta ma deriva storicamente da “birbone” ovvero delinquente e malfattore. La seconda deriva invece da clocher, zoppicare. In realtà, rispetto al passato almeno, l’età media di tali individui si situa in una fascia di età centrale tra i 18 ed i 47 anni, non rende ragione dei vecchi nomi. Le fasce più giovani rappresentano persone fuggite di casa o comunque con situazioni sociali disastrate. In Italia almeno fino a poco fa era bassa la percentuale di minori che vivono in strada grazie al supporto dei Servizi.

La prima domanda che tutti ci siamo fatti è come si diventa senzatetto prima e poi senza dimora. Per quello che è il nostro argomento possiamo dire che la presenza di un definito disturbo di tipo psichiatrico è un fattore presente in molte persone che vivono in strada e almeno in alcuni casi il fattore che li ha condotti a tale stato. Tuttavia tra gli studiosi non vi è accordo sul peso di tale fattore: inoltre quando viene chiesto il motivo del loro vivere in strada, i senza fissa dimora portano come ragione i problemi economici e socio-relazionali e solo dopo quelli di tipo psicologico psichiatrico. Quindi anche in questo caso, come nella presenza di abuso di alcool e di altre sostanze, vale la domanda retorica del se nasce prima l’uovo o la gallina. Certo è che c’è sempre un evento o più eventi critici che rompono un precario equilibrio: può essere lo sfratto, una separazione, la perdita prolungata del lavoro, la morte di un familiare. Quelle che si chiamano le capacità di affrontamento, di coping, come è la capacità di resistere senza rompersi completamente, detta sinteticamente resilienza, vengono meno e la persona si perde. Alcuni trovano un luogo anonimo dove vivere, dove sopravvivere a problemi che diventano sempre più grandi. Anche l’intervento per invertire il processo di emarginazione può avere successo se attuato nei primi periodi. Nel primo anno sostanzialmente. Dopo è facile che una demoralizzazione secondaria da un lato o la difficoltà a creare nuovi scenari possibili e attraenti per la propria vita sia già passato. La deriva esistenziale diventa un processo identitario. Le rotture biografiche portano ad un lutto non elaborabile che porta ad un abbandono del proprio Sé. Anche l’aspettativa di vita si riduce a 50 anni. Più che un unico grande trauma sembra che ci siano microfratture esistenziali che portano ad un’area di non ritorno in cui si ha una riluttanza a provvedere a se stessi come pure a rivolgersi ai servizi. Non sono “buoni” utenti. Non tornano agli appuntamenti, il sistema è costituito su una psichiatria di attesa, non di iniziativa. Se non vieni peggio per te. Anche in questo caso l’ottica dell’operatore dovrebbe essere non quella di imporre il proprio pensiero e la propria soluzione, ma quella di ascoltare e chiedere in modo esplicito cosa la persona desidera fare e porsi al suo servizio per i piccoli o più grandi progetti desiderati.

La psichiatria con i pazienti che presentano una patologia importante che tende a cronicizzare sta sempre di più usando l’ottica del “recovery” ovvero dell’intervento mirato ad una guarigione comunque sociale nonostante i problemi e sintomi residui, che vanno affrontati con interventi pro attivi e di empowerment. Questa ottica dovrebbe essere tanto più utilizzata con i pazienti senza fissa dimora o migranti. Da quella paternalistica che vedeva il paziente come incapace: fai così perché te lo dico io, prendi questa pasticca perché ti fa bene; a quella in cui medico e paziente sono alleati e co-sperimentatori. Si parla oggi di farmacoterapia partecipativa per la prescrizione di un farmaco. Non più “compliance” dove in Inglese “to comply” vuol dire ubbidire e aderire ciecamente, ma alleanza appunto. Quindi la persona è quella che conosce meglio se stessa. Che sa cosa desidera se ha un orecchio attento che lo sappia ascoltare e decodificare i suoi bisogni e desideri. Una analisi della domanda quindi basata sulla fiducia che la persona sappia cosa è meglio per lei e che il ruolo di chi si pone in una prospettiva di aiuto sia per quanto possibile scevro dal potere.

Il vivere senza dimora non è quasi mai una scelta magari romantica. E’ una dimensione in cui lo spazio e il tempo si fermano o si dilatano secondo i punti di vista. Il dolore esistenziale può anche placarsi in questa dimensione di un presente di attese, che apra questo o quel servizio. Di un futuro senza prospettive. Di un passato che con i suoi traumi e rotture è meglio non ricordare. Le relazioni familiari anche se non ottimali possono proteggere dalla condizione di senza fissa dimora, nella realtà due terzi di loro non ha più alcun contatto con la famiglia di origine. Inoltre 3/5 sono celibi o nubili e circa il 25% viene da una separazione. E’ una condizione prevalentemente maschile e le donne coinvolte hanno soprattutto problemi legati a separazioni o storie di prostituzione per sopravvivere. Giovani senza fissa dimora sono ad alto rischio di vittimizzazione, uso di sostanze e suicidio e non sono conosciuti dai Servizi. Per i minorenni invece la situazione in molte parti è migliore perché in genere sono presi in carico dai Servizi, almeno questo in genere accade nel nostro paese, non così in altre parti del mondo, dove esistono i “bambini di strada”.

 

1.1. Problemi mentali nelle persone senza fissa dimora

I dati epidemiologici relativi ai problemi di salute mentale nelle persone senza fissa dimora fatte soprattutto in USA, Canada e Australia, ma negli ultimi 15 anni anche in alcuni paesi europei come Regno Unito e Germania, riportano dati che si possono sintetizzare come segue: un 25-30 % delle persone che vivono in strada o nelle strutture di prima accoglienza presenta un disturbo in asse I: depressione maggiore, disturbi nello spettro schizofrenico e bipolare. Intorno al 10% presenta una psicosi con percentuali maggiori nelle donne. Rispetto all’uso di sostanze questo è molto ampio basti pensare che nel mese precedente all’intervista intorno all’80% ha usato droghe ed il 70% ha abusato di alcool. Intorno ad un 10-20% dei casi presenta una vera e propria doppia diagnosi secondo la maggior parte degli studi. I dati canadesi relativi all’autolesionismo importante ed ai tentati suicidi indicano un 15% degli uomini ed un 30 % delle donne. Anche i disturbi della personalità che sono modalità stabili negative di rapportarsi con se stessi e con gli altri sono ampiamente diffusi e comprendono fino a due terzi dei casi. La maggior parte dei senza fissa dimora sono uomini (80% circa), le donne peraltro presentano spesso gravi violenze subite nelle relazioni affettive. La cosa essenziale non è soltanto fare diagnosi ma riuscire a gestire la persona in un vero percorso di cura che abbia obiettivi definiti e condivisi con la persona stessa.

 

2. Migranti e rifugiati

Per quanto riguarda i Migranti e coloro che cercano rifugio dalle persecuzioni le situazioni di senza fissa dimora sono uno status che dovrebbe essere temporaneo o almeno contro il quale si organizzano le energie dei migranti. Questo tuttavia succede con grande lentezza ed il rischio è la creazione di una no men’s land, di una terra di nessuno, in cui è difficile definirsi e trovare casa –home- e lavoro. Stiamo probabilmente assistendo ad un dramma che caratterizzerà questo secolo con le numerose morti in mare, come i grandi conflitti e le persecuzioni hanno caratterizzato quello scorso. Non riusciamo a vedere nei migranti i fondamenti mitici, simbolici e valoriali della nostra civiltà. Nei barconi che attraversano il Mediterraneo non vediamo Enea con il vecchio Padre Anchise sulle spalle ed il piccolo figlio in braccio. Neppure Ulisse o Dante o gli innumerevoli esuli perseguitati politici che hanno fatto la nostra storia vengono normalmente accomunati a chi sbarca sulle nostre coste. Neppure Abramo o Mosé o Maria di Nazareth che fugge dalle persecuzioni di Erode con il piccolo figlio. E quando si parla di senza tetto il Figlio dell’Uomo, dice Gesù di se stesso, non ha dove posare il capo, mentre anche le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi. Anche le dimensioni sacre del forestiero che deve essere accolto secondo i dettami biblici oppure del pellegrino o del monaco sono viste in una visione economicistica. Il mondo è diventato solo di alcuni e gli altri sono ospiti che devono chiedere il permesso di esistere.

Ricordiamo come le migrazioni siano una costante dell’uomo e che un numero enorme di persone vivono fuori dal loro paese, si parla di 235 milioni di persone senza considerare le migrazioni interne all’interno dello stesso paese.

      

2.1. La salute mentale nei migranti e rifugiati

Nel caso più specifico dei migranti e dei profughi i problemi di salute mentale presentano caratteristiche proprie delle quali si occupano, oltre alla psichiatria territoriale con i suoi strumenti, alcune branche della psichiatria come l’etnopsichiatria, la psichiatria transculturale e l’antropologia culturale che studia le relazioni tra le diverse culture considerando concetti come l’acculturazione (trasformazione di una cultura dovuto al contatto duraturo tra due popoli e culture diverse) o l’inculturazione (trasmissione di una cultura da una generazione all’altra). La Psichiatria Transculturale (che nasce in Italia negli anni settanta) si occupa di come valori culturali influiscano sulle malattie psichiatriche, dei danni causati dai cambiamenti culturali e di quali sono le patologie comuni nei vari contesti culturali ed il raffronto tra metodi di cura occidentali e quelle dei popoli di provenienza. L’etnopsichiatria infine si è sviluppata come disciplina autonoma dove trovano spazio antropologia, psichiatria, psicoanalisi e la storia delle religioni e dei miti come lo studio dello sciamanesimo o il cosiddetto “inconscio etnico”. Comunque un po’ tutta la psichiatria nello studio delle determinanti socio-culturali è transculturale ed etnica.

La migrazione di per sé non causa una malattia mentale per quanto sia indubbiamente un evento stressante. Solo quando supera i livelli di resilienza individuale o nel caso di esperienze stressanti estreme o propriamente traumatiche come guerre, gravi carestie, violenze sessuali, la tortura o comunque tutti i trattamenti inumani e degradanti, evolve verso patologie più o meno gravi che intanto, secondo il momento di insorgenza, potremo definire eventi pre-migratori di tipo potenzialmente traumatico (PTE, potentially traumatic events). Oppure eventi che accadono nel processo stesso di migrazione che dura spesso molti mesi con lunghe soste, dove le persone sono esposte a pericoli e traumi aggiuntivi, venire ricattate e abusate sessualmente con varie e terribili modalità per avere i soldi per il viaggio ad esempio, oltre l’impossibilità di essere curati, l’umiliazione psicofisica, la malnutrizione, la detenzione ed i respingimenti. Diversi studi indicano in circa il 25-30 % dei rifugiati le vittime di tortura, stupro o altre forme di violenza estrema. I traumi estremi sono spesso ripetuti ed avvengono in regime di coercizione e di impossibilità alla fuga. Si stima che circa la metà dei sopravvissuti a traumi estremi sviluppi un disturbo psicopatologico che impatterà anche sulle generazioni successive (tortura transgenerazionale).

Non dobbiamo tuttavia dimenticare quando accade nel periodo successivo all’arrivo nel paese ospite (PMLD, post migration living difficulties) dove le difficoltà come il ritardo nell’applicazione di status di rifugiato, il non comprendere la lingua e le usanze, la discriminazione razziale, la solitudine, la separazione dalla famiglia contribuiscono all’insorgenza di un vero disturbo post-traumatico o almeno non ne prevengono gli effetti psicologici a lungo termine. La speranza sorregge le fatiche e l’incertezza ed i rischi anche mortali. Ma quando all’arrivo nulla cambia, anzi quelle difficoltà di adattamento preventivate si cronicizzano in una immobilità subentra il malessere e la perdita della speranza. Esiste una gradazione del disagio da una forma di nostalgia al disturbo post-traumatico complesso (Complex PTSD). Nelle forme meno gravi esiste una sorta di “nostalgia” prolungata che può configurare quella che viene chiamata Sindrome di Ulisse, che per le classificazioni psichiatriche è una via di mezzo tra il disturbo dell’adattamento ed il disturbo da stress post-traumatico (Achotegui 2008). La parola nostalgia per quanto fonda due termini greci (nostos il ritorno e algos che significa dolore) è stata coniata solo nel 1688 per descrivere il dolore legato al bisogno di tornare a casa dei soldati svizzeri lontani dalle loro vallate. Lo stesso vale per altre lingue: homesickness, mal du pays, heimweh.

 Per quanto riguarda il Disturbo da stress post-traumatico (PTSD), ricordiamo che è un vero e proprio disturbo psichiatrico che compare in chi abbia subito o assistito ad eventi che abbiano messo in pericolo la sua vita o quella dei suoi, oppure una violenza sessuale. E’ caratterizzato da forte ansia con ricordi intrusivi, reazioni dissociative, comportarsi come se l’evento fosse ancora presente. Si cerca di evitare ogni ricordo o situazione collegata all’evento, ma non si riesce e si hanno attacchi acuti di ansia con iperattivazione del sistema nervoso autonomo, con difficoltà del sonno e somatizzazioni. Questo disturbo può diventare cronico ed essere paragonato ad una cicatrice nella memoria che rende la vita molto difficile. Nella sua forma più grave, Complessa, assistiamo a veri disturbi dissociativi psichici e somatici, tendenza alla ri-vittimizzazione, perdita del senso di sicurezza e del senso del sé, disturbi affettivi e relazionali. A differenza di altri quadri psicopatologici le caratteristiche sono multiformi e difficili da diagnosticare per professionisti senza una specifica formazione. Disturbi di questo tipo non diagnosticati spesso sono causa di fallimento di un richiedente asilo nel suo percorso di integrazione ed autonomia. In assenza di una corretta diagnosi e trattamento hanno la tendenza a cronicizzare ed evolvere verso un peggioramento.

Per quanto riguarda le patologie psichiatriche maggiori come le psicosi (di tipo schizofrenico o le gravi sindromi bipolari) diciamo subito che esse hanno origine in genere nei paesi di origine e che l’aumento di queste patologie nei migranti non è consistente ed i dati della letteratura non sono univoci.

 

2.2. I Servizi di Salute Mentale per le nuove sfide

La Salute Mentale deve essere riprogettata in modo da adattarsi alle esigenze che cambiano per aderire “ad hoc” ai bisogni nuovi e vecchi delle persone. Per fare questo sarà necessario creare gruppi di lavoro flessibili per progetti specifici, per evitare la cristallizzazione su prassi che possono risultare obsolete. Uno dei temi può essere come affrontare la sfida di chi è fuori, ai margini e non si fa facilmente aiutare. Il modello “adhoc-cratico” innovativo viene contrapposto qui a quello burocratico. Se non hai tutte le carte a posto non ti posso aiutare. Ma qui le carte non ci sono per definizione, sono “sans papiers” appunto e senza voglia o speranza di ricercarle. Solo squadre, teams di operatori responsabilizzati ed autodiretti con intensi scambi tra di loro che formano una sinergia tra pubblico e terzo settore: solo un volontariato Onlus rappresenta oggi quella flessibilità di adattamento e apertura là dove nel modello indicato di “wellfare mix” il pubblico mantiene invece la funzione di programmazione e controllo. Secondo questo modello possiamo avere gruppi che si costituiscono per risolvere un problema e permangono fino a che il problema persiste che vengono chiamati “task force” e gruppi che durano nel tempo che chiameremo “task team”. Nella burocrazia ciascuno opera nella sua stanza, nella adhocrazia i professionisti devono combinare i loro sforzi e cercare soluzioni a problemi complessi. Noi tutti siamo pagati per risolvere problemi, non per crearli. Per quanto questo sembri scontato spesso avviene proprio la seconda opzione. Dovremo tutti operare invece un’ottica “Lean” degli interventi (fare le cose giuste, nel momento migliore, nel posto più adatto e nella quantità giusta).

Esistono almeno tre livelli in cui avviene la l’individuazione precoce del disagio: un primo livello fatto da tutti gli operatori che entrano in contatto con il richiedente asilo, che potranno segnalare poi al personale medico e psicologico il problema (secondo livello), ed infine un possibile invio a strutture sanitarie specialistiche del SSN o riconosciute per le terapie adeguate e tempestive del caso. Il colloquio dovrà essere gestito in modo empatico, non giudicante, né curioso/voyeuristico, attraverso la costruzione di una relazione che favorisca l’ascolto e l’emersione delle violenze subite. Una particolare attenzione deve essere data alla violenza di genere ed alle vittime della tratta ed ai minori, soprattutto quelli non accompagnati. La mancanza di interventi o interventi scorretti crea un effetto di ri-traumatizzazione secondaria che non è infrequente quando l’intervento tra i vari operatori avviene in modo non coordinato ed allora si ha una sovraesposizione alle memorie traumatiche. Ricordiamo che la parte sanitaria, psicologica e psichiatrica è solo una del percorso multidisciplinare di aiuto là dove dovrà essere presente anche un sostegno Giuridico, di Mediazione ed un’area più specificamente Sociale. Per avere operatori preparati è importante pensare a percorsi formativi specifici di psicotraumatologia, anche per professionisti molto esperti magari in altre aree. Buoni percorsi di accoglienza, permessi di soggiorno senza scadenza temporale hanno minori percentuali di disturbo post traumatico di coloro che subiscono detenzioni in centri di espulsione.

E’ necessario pensare che non solo è umano essere accoglienti verso i migranti, soprattutto quando sono profughi e richiedenti asilo, ma è anche utile. Le migrazioni hanno sempre fatto parte dell’umanità, anche se talora si chiamano “cervelli in fuga” e talora “ladri di case e lavoro”. Tutti sanno almeno due lingue e molti sono portatori di competenze importanti. Tuttavia siamo vittime di un “inconscio colonialista” che ci fa sentire diversi, conquistadores, migliori insomma. Berry uno psichiatra canadese, ha dimostrato come l’integrazione sia un fenomeno più sano per la salute mentale di chi accoglie, della assimilazione o della marginalizzazione. Sapremo superare il narcisismo della cultura occidentale a cui apparteniamo ed aprirci ad un arricchimento reciproco?

 

Hai detto: “Per altre terre andrò per altro mare

Altra città più amabile di questa

Dove ogni mio sforzo è votato al fallimento

Dove il mio cuore come un morto sta sepolto ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?”… (da La città di Costantino Kavafis)

 

“E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio con tutte le tue esperienze addosso

Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.

( da Itaca di C.K.)

 

 

 

 

Bibliografia

Aragona M. et al. (2012), Post-migration living difficulties as a significant. Risk factor for PTSD in immigrants: a primary care study, IJPH - 2012, Volume 9, Number 3.

Bhugra D. et al. (2011), WPA guidance on mental health and mental health care in migrants, (World Psychiatry 2011; 10:2-10).

Caroppo E. et al. (2009), Relating with migrants: ethnopsychiatry and psychotherapy, Ann. ISS 2009 | Vol. 45, no. 3: 331-340.

Cicogni A., (2015), Migrazione e Salute Mentale: una sfida per le nostre città, Rivista “Incontri” Semestrale, Anno VII, n°13, gennaio-giugno 2015.

Delgago Rios P. (2008), Migration and psychopatology. Annuary of Clinical and Health Psychology. 4 (2008) 15-25.

Ministero della Salute (2017), Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza, psicologica, fisica, e sessuale, Roma, 22/03/2017. Dal sito web del Ministero della Salute Italiano.

 

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Andrea Cicogni, medico psichiatra e psicoterapeuta, lavora nei Servizi di Salute Mentale della USL Toscana Centro, attualmente come Responsabile del SOS del Quartiere 5 di Firenze. In precedenza ha lavorato nei Servizi per le Dipendenze e Comunità Terapeutiche del terzo Settore. Ha fondato il CAM (Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti) nel quale collabora in un progetto di Wellfare Mix della Regione Toscana.

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