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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Andrea Bilotti

Dipartimento di scienze sociali, politiche e cognitive, Università di Siena

Articoli di Andrea Bilotti:

tra luoghi ideali e realtà

L’autore illustra le specificità della sociologia urbana, quale scienza che si propone di studiare la morfologia e i cambiamenti sociali della città, con particolare riferimento alle periferie e all’auspicata partecipazione della popolazione alle politiche di trasformazione degli spazi urbani. Infatti, per superare il modello dell’anticittà, è necessario confrontarsi con gli interlocutori reali, cioè gli abitanti.

DOI: 10.17386/SA2017-003012

MAPPE SOCIALI:

TRA LUOGHI IDEALI E REALTÀ

 

Andrea Bilotti*

* Dipartimento di scienze sociali, politiche e cognitive, Università di Siena

 

Riassunto: L’autore illustra le specificità della sociologia urbana, quale scienza che si propone di studiare la morfologia e i cambiamenti sociali della città, con particolare riferimento alle periferie e all’auspicata partecipazione della popolazione alle politiche di trasformazione degli spazi urbani. Infatti, per superare il modello dell’anticittà, è necessario confrontarsi con gli interlocutori reali, cioè gli abitanti.

 

Parole chiave: Sociologia urbana, urbanizzazione, anticittà, periferia, partecipazione.

 

Abstract: Social maps: between ideal places and reality. The author introduces urban sociology, as a science that studies cities morphologies and social changes, insisting on suburbs and local involvement in urban politics. In order to overcome the anticity model of contemporary towns, interaction between institutions and inhabitants is necessary.

 

Key words: Urban sociology, urbanization, anticity, suburb, participation.

 

 

 

È ormai largamente accettato che gli studi sulla città - realtà complessa e proteiforme - possono essere condotti in maniera esaustiva solo adottando un approccio interdisciplinare, che consenta di integrare gli specifici contributi conseguiti dai diversi specialisti di settore in una visione globale e sistematica del fatto urbano. Certamente si tratta di una pratica non facile da adottare, perché non sempre gli studiosi della città, provenienti da varie aree scientifiche (economisti, storici, urbanisti, oltre ovviamente sociologi) rinunciano alla presunta superiorità scientifica della loro materia. Ad ogni modo l’influenza di queste discipline di confine è costantemente presente negli studi sociologici sulla città. Particolare rilevanza assume la storia. Vi è infatti tra i sociologi chi è convinto che la lettura della città non possa essere condotta se non attraverso la ricognizione della sua genesi e del suo sviluppo; che la sociologia, ignorando il passato, resta costretta a perseguire un fluttuante ed elusivo presente del tutto inadeguato ad una ragionevole comprensione della vita sociale urbana; che insomma la città contemporanea, erede del suo passato, è il prodotto di processi di sincretismo culturale radicati in esperienze spesso remote. D’altronde nella città, tipico luogo della storia, la contemporaneità del passato è data, oltre che dalla pietrificazione delle memorie, dalla presenza di monumenti e di testimonianze fisiche, dalla percezione nelle forme attuali di modi di vita, di modelli culturali, di trame sociali tessute in epoche ormai lontane e condizionanti l’attuale struttura sociale urbana (Elia 2009).

 

Ma la materia con la quale la sociologia urbana è costantemente chiamata a confrontarsi è l’urbanistica, per la stretta relazione tra spazio e società, tra strutture fisiche e sociali. Gli urbanisti hanno anzi ritenuto a lungo di poter essi stessi pilotare e controllare, con forme raffinate di perfezione tecnica, l’organizzazione sociale dello spazio, attribuendo primaria rilevanza al disegno come rappresentazione della vita sul territorio e come guida per la costruzione delle forme fisiche. Costoro, forse influenzati dall’idealismo e dall’estetica crociana, avvertono come prioritaria l’esigenza di esprimere artisticamente e intuitivamente la propria libertà creativa specialmente attraverso il disegno. Anche costoro si sono poi resi conto che il cammino verso la città dell’uomo è ancora ben lungi dall’essere concluso, perché l’individuazione del senso del sociale, cioè del vario animarsi dei comportamenti, delle interazioni, dei modelli culturali che si innestano nella peculiarità dei contesti ambientali e la predisposizione delle conseguenti strutture e infrastrutture, ha bisogno di altre e specifiche competenze.

La pianificazione territoriale non può che essere espressione della vita associata e del suo infinito rinnovarsi. L’immaginazione sociologica può allora soccorrere il pianificatore nel tentativo di penetrare e controllare una realtà tanto mutevole (nelle sue forme e nei suoi contenuti) come quella urbana. Azioni capaci di mettere al centro i cittadini e i mondi vitali (Ardigò 1980) nei processi di progettazione degli spazi urbani.

Inizia ad essere centrale non solo il “perché” di processi di partecipazione dal basso, ma piuttosto il “come” aprire le attività della pubblica amministrazione ai cittadini, alle associazioni, ai comitati.

Per approfondire può essere utile la rilettura di uno stralcio tratto dal volume Arte di ascoltare e mondi possibili dell’antropologa Marianella Sclavi che, riprendendo Sacks e Calvino, descrive gli abitanti della città di Esotica.

 

La città di Esotica. Ovvero: il paradosso della distribuzione diseguale delle esperienze. (Un omaggio ad Harvey Sacks e a Italo Calvino) di Marianella Sclavi.

 

Gli abitanti di Esotica, come tutti gli altri popoli della Terra, sono bramosi di esperienze degne di essere riferite.

Tuttavia per loro una "esperienza notevole" non è qualcosa che dipende dal saper giocare con le molteplici prospettive e cornici a cui si presta qualsiasi evento, ma unicamente quello che si prova in situazioni eccezionali e a contatto con persone eccezionali.

Di conseguenza la loro vita è un continuo lavorio per definire cosa è notevole e cosa ordinario e per controllare che il carattere ordinario delle situazioni ordinarie sia rispettato. Sono sempre in allarme per stare ben attenti che nessuno in una situazione giudicata ordinaria goda di quella intensità di emozioni a cui solo le situazioni eccezionali danno diritto.

Così, per esempio, il modo in cui durante una certa sfilata Claudia Schiffer si è girata e ha sorriso non solo potrà essere riferito, ma darà diritto a un grado di eccitazione e a una dovizia di particolari che sarebbero del tutto inappropriati nel caso di un mendicante che una mattina all'angolo della strada si è girato e ha sorriso.

Analogamente se alla domanda "Cosa hai fatto oggi?" una ragazzina si permettesse di rispondere: "Andando a scuola ho notato che l'erba lungo il ciglio della strada in questa stagione ha quattro diverse sfumature di verde", si troverebbe accolta da sguardi diffidenti, preoccupati, impazienti. Perché mai riferisce una cosa del genere? Cosa vorrà realmente intendere? Starà male? Questa ragazzina dovrà quindi darsi da fare a giustificarsi, cioè a gettare la luce della normalità su quella osservazione anomala. Per esempio: "Era un compito per l'insegnante di scienze". Adesso va bene perché così si comportano normalmente gli studenti.

Chi non si adegua a questa regola e insista con indebite caratterizzazioni viene giudicato stravagante e inaffidabile; viene bollato come chi "vuol darsi delle arie", "vuol apparire ciò che non è", "vuol sembrare un artista". Infatti a Esotica il compito di produrre dei resoconti personalizzati e caratterizzanti è totalmente delegato a una particolare categoria di professionisti chiamati "gli artisti", gli unici legittimati a fornire descrizioni provocatorie in virtù di una loro supposta misteriosa e innata sensibilità. La credibilità di tutti gli altri, la possibilità da parte delle persone definite "normali" di stabilire rapporti di fiducia reciproca fra loro, sono invece affidate in modo molto netto alla prevedibilità dei loro resoconti, alla loro tipicità.

A questo fine l'esotese, la lingua che sì parla ad Esotica, possiede una vasta gamma di espressioni funzionali alla sottolineatura del carattere non degno di nota di quel che accade. La più comune è l'espressione "Niente dì speciale" con la quale essi iniziano esplicitamente o implicitamente ogni discorso in quanto aiuta il pensiero ad orientarsi verso una successiva elencazione di comportamenti assolutamente generici e a trascurare tutto ciò che può disturbare.

"Cosa hai fatto oggi?" "Niente di speciale, mi sono svegliata alle sette, ho fatto colazione, ho preso l'autobus, ecc..." Altri intercalari usati allo stesso scopo sono "cioè", "sai com'è", "sì sa", "hai presente" e anche "pensa un po'" inteso come un invito ad affidarsi fiduciosi agli stereotipi correnti.

Fin da piccoli, già in famiglia gli abitanti di Esotica imparano ad assumere con naturalezza l'atteggiamento di chi osserva-valuta-riferisce ogni evento quotidiano sotto il profilo della sua ordinarietà e la maggior parte di loro passa molti anni a scuola, obbligatoriamente un quarto della loro esistenza, per perfezionarsi in questa abilità. Non a caso uno dei loro proverbi più usati è: "L'eccezione conferma la regola".

Tutto questo complesso sistema di catalogazione della realtà e di educazione a rispettarlo ha però una conseguenza non prevista e paradossale. Succede infatti che quando una persona ordinaria riesce finalmente a vivere un'esperienza eccezionale (fa un viaggio in Marocco, incontra Claudia Schiffer, tradisce il coniuge, si trova coinvolta in un'alluvione, ecc...) tutto ciò a cui ha diritto è di vivere e riferire questa esperienza... come ordinariamente si vive l’inusuale esperienza di un viaggio in Marocco, un incontro con la Schiffer, un tradimento coniugale, un’ennesima alluvione!

Ha diritto, è vero, ad esclamare "È stato straordinario!" "Veramente emozionante!", ma poi non può offendere gli interlocutori descrivendo quell'esperienza come se essi non sapessero di cosa si tratta. Anche da ogni evento inusuale, insomma, sia il narratore che l'interlocutore hanno diritto di tirare fuori, emotivamente e narrativamente, solo quel che qualsiasi altra persona ne tirerebbe fuori; non sensazioni ed emozioni inaspettate, ma unicamente sensazioni ed emozioni "normali" dato quel tipo di situazione inusuale. Il narratore deve stare ben attento a trasmettere i giusti indicatori di intensità fin dall'incipit, dalle prime battute, in modo che l'intero racconto scorra nella più regolare verosimiglianza.

Il tono di voce e la postura sono due indicatori molto importanti. Se chi narra, per esempio, lo straripamento di un fiume al quale ha assistito si mostra vicino al crollo nervoso, l'interlocutore avrà tutti i diritti di attendersi ponti travolti dalle acque e cadaveri trascinati dalla corrente e di sentirsi al contrario fatto oggetto di beffa se quel che segue è un puro e semplice allagamento delle campagne (a meno che queste risultino di proprietà dell'interlocutore). Altri indicatori sono legati alle circostanze della comunicazione. Prima di interrompere un amico durante una riunione di lavoro o chiamarlo a casa alle due di notte, bisogna chiedersi "Quand'è che tipicamente si può fare una cosa del genere?". E la decisione dipenderà da una valutazione sulla capacità di corrispondere alle ordinarie attese in situazioni del genere. Una conseguenza di tale Weltanshauungz è che lo stock di esperienze degli abitanti di Esotica rimane straordinariamente primitivo, povero e statico.

Possiedono tecnologie estremamente avanzate che producono quantità di informazioni sempre più enormi di cui non sanno assolutamente che fare.

Questo popolo si trova quindi stretto in un peculiare paradosso: come re Mida che tutti i cibi che toccava trasformava in oro (e quindi ebbe sempre più fame, finché di fame morì...) gli abitanti di questa città lontana sono condannati a trasformare ogni esperienza, anche la meno usuale, in qualcosa di ordinario e di effimero.

La loro bramosia di esperienze, il fascino per situazioni ed emozioni eccezionali, sono destinati a non essere mai soddisfatti e da ciò stesso continuamente alimentati.

Com'è prevedibile il voyerismo a Esotica è molto diffuso, così come la costante insicurezza in se stessi e l'invidia per la gente famosa (che si ritiene possa godere di vere esperienze notevoli...). Un tempo enorme viene trascorso a tutte le età di fronte alla Tv che trasmette programmi sempre più violenti. Sempre più numerosi i loro giovani cercano di sfuggire all'implacabile monotonia della "ordinaria quotidianità" rifugiandosi nell'uso di sostanze stupefacenti, ma naturalmente tutto ciò che ottengono non è altro che di vivere "la normale esperienza del drogato".

Pensate che perfino chi decide di fare l'artista non riesce quasi mai ad andare al di là della "ordinaria esperienza di un artista". (E se ci prova si sente un "fuorilegge"...)

Questo tragico e terribile destino discende direttamente dalla premessa implicita, data da tutti per ovvia e scontata, che l'esperienza sia qualcosa di relativo "a ciò che accade" e non ai modi di ascoltare/osservare.

(Sclavi 2000: 85-88)

 

L’idea di fondo può essere quella di affiancare l’immaginazione sociologica, capace di mettere a fuoco le trasformazioni della società, i processi sociali e i flussi delle persone, alla visione dell’urbanista e dell’architetto, orientati per lo più ad una costruzione funzionalistica dello spazio abitativo.

 

Le domande da porsi dunque potranno essere:

Quali intersezioni tra le discipline affinché la città si possa configurare come riconoscibile, armonica, gerarchica nei suoi elementi, dotata di spazi e di luoghi collettivi, omogenea, ospitale, sostenibile, partecipata dagli abitanti? E ancora, in una società liquida, in cui incertezza e rischio sono le parole cardine della società (Bauman 2002), come si possono pensare e costruire mappe di città capaci di rispondere ai reali bisogni delle persone che le abitano?

 

Per rispondere alla prima domanda può essere utile volgere lo sguardo a quello che è stato nel passato, quando in molti partecipavano alla cultura dell’abitare. Nella civiltà contadina, infatti, la pratica dell’edificare era affidata ai singoli muratori o ai capomastri ma l’idea del come organizzare e dare forma allo spazio era sostanzialmente patrimonio comune: chi si faceva costruire la casa sapeva bene quali erano i suoi bisogni e aveva idee precise su come lo spazio dovesse essere organizzato per corrispondere alle sue esigenze pratiche, e di come doveva essere configurato per diventare una sua propria rappresentazione (De Carlo 2002). La conoscenza, la consapevolezza architettonica e persino il “fare” architettura erano sostanzialmente condivisi, anche chi non era del mestiere ben sapeva osservare i manufatti murari, i materiali e in parte le tecniche, riconoscerne la funzione, fino a che la conoscenza è divenuta patrimonio quasi esclusivo dell’architetto. Si è andato così a costituire un gap, uno spazio vuoto, un divario tra coloro che sanno o sanno fare e quelli che non sanno neppure perché si fa e che, in questo stato di esclusione (o di autoesclusione) sono perfino in difficoltà ad interpretare ed esprimere i propri bisogni. Questa separazione produce un vero e proprio disastro sociale, come già è successo per Le Vele di Scampia previste come zona di espansione edilizia a nord del parco di Capodimonte già dal Piano Regolatore Generale del 1939. Il progetto, finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno fu redatto da un gruppo di professionisti riconosciuti e stimati oltre che da docenti universitari tra i quali Vincenzo Forino, Camillo Gubitosi, Alberto Izzo, Nicola Pagliara, Aldo Loris Rossi, Raimondo Taranto, coordinati dall’Arch. Franz Di Salvo tra il 1972 e il 1974. Di Salvo era certamente orientato verso un intervento utopico tipico del pensiero architettonico di quell’epoca. Ma quel luogo non è mai riuscito ad incarnare il sogno e da spazio utopico, a quarant’anni dalla sua inaugurazione, Scampia esplode come luogo di abbandono, degrado sociale ed economico, emarginazione sociale, simbolo e segno di una cultura dell’esclusione sociale[1]. Questo è solo uno dei più eclatanti esempi di periferie di città che Boeri definisce “Anticittà” (2016), come la città invisibile Pentesilea di Calvino che ha centro in ogni luogo ed è periferia di se stessa. Una città diffusa e dispersa, con parti che non comunicano tra di loro. Una città i cui tessuti urbani aumentano ogni anno il proprio diametro, pur generando deserti al loro interno. L’Anticittà di oggi è infatti l’ordinaria ripetizione di edifici tutti uguali, la costruzione di enclave omologate al loro interno e chiuse verso l’esterno. È il venir meno del dialogo e dello scambio tra le parti differenti che compongono una città (Boeri, 2016: 5).

Casella di testo: [...] Così prosegui, passando da una periferia all’altra, e viene l’ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s’illuminano le finestre ora più rade ora più dense. Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?
Calvino I. (1972)
Per affrontare il tema in modo efficace, urbanisti, architetti e scienziati sociali sono oramai convinti che una strada possibile riguardi la contaminazione dei saperi, una energia creativa capace di far uscire la scienza dell’architettura dalla “viscosità dell’autonomia” (De Carlo 2002: 245) e a confrontarsi con gli interlocutori reali: gli abitanti stessi.

Una città in cui gli abitanti stessi si sentono partecipi della costruzione della città sarà una città intensa, che genera benessere (Boeri 2016: 10). La partecipazione dunque si colloca come strada e come linguaggio per raggiungere gli scopi dell’utopia, quelli di un abitare aperto, inclusivo, accogliente, dove i bisogni delle persone trovano finalmente spazio e risposta. È uno spazio complesso, non complicato, dove non è più vero che “l’eccezione conferma la regola” poiché l’eccezione, come diceva Kurt Lewin, è una reazione inattesa, rivelatrice di dinamiche che avevamo ignorato o sottovalutato o interpretato in modo adeguato. Non è certo una strada semplice quella della partecipazione. Per non cadere in una delle troppe retoriche sulla partecipazione degli abitanti alla co-costruzione degli spazi è utile capire che l’orizzonte definito è quello della democrazia deliberativa, un processo decisionale che coinvolga davvero i cittadini, non solo nell’approvazione tra alternative di scelta ma nella stessa co-costruzione delle alternative e nella decisione. Come peraltro diceva spesso De Carlo, il modo giusto per far partecipare i cittadini alle scelte dell’urbanistica, dell’architettura e della politica non è di chiedere loro le soluzioni; la vera grande questione della partecipazione è “contribuire a costruire problemi, non a risolverli: contribuire a costruire un profilo dei problemi a cui poi i tecnici e i politici dovranno dare risposta”.

Democrazia deliberativa, mediazione dei conflitti, facilitazione dei processi sono ormai metodologie e pratiche consolidate non solo nel mondo anglosassone da cui provengono, ma anche qui da noi. Magari non in molti hanno partecipato -consapevolmente- ad un Open space thecnology (OST), anche se ne è stato organizzato uno proprio dal DISPOC - Dipartimento di scienze sociali, politiche e cognitive dell’Università di Siena in collaborazione con il Comune di Siena nel 2015, finanziato dalla Regione Toscana[2], eppure queste pratiche partecipative sono particolarmente diffuse proprio per l’elevata efficacia che risiede nell’utilizzo di strumenti specifici per guidare e facilitare il dialogo, promuovere la collaborazione nella ricerca di soluzioni che consentono di produrre risultati concreti.

D’altronde a questo punto si può dire chiara la strada che porta verso la città ideale. Non basta più lo sviluppo armonico e regolare tipica dell’immaginario rinascimentale, quello che serve ora sono mappe di città capaci di indicare i vuoti, i molti vuoti relazionali e non solo quelli delle fabbriche abbandonate, dei mercati, delle cascine rurali, degli appartamenti lasciati chiusi per convenienza. Quello che servirebbe ora è una mappa capace di aiutare a tracciare i reticoli delle relazioni tra le persone, i ponti di capitale sociale e relazionale (Putnam 1993) che contribuisce a rendere vivibili e belle le nostre città.

Un’ultima suggestione dunque. Se doveste dire perché è bella la vostra città, quali saranno le prime tre caratteristiche che vi vengono in mente? La sua monumentalità, i luoghi centrali, le strade e l’architettura? O forse è qualcosa più connesso al sistema di identità e di relazione? Alle radici e ai rami che fioriscono tra i quartieri e le borgate? Una città è bella se ci sono molti linguaggi che si confrontano, se si percepisce il fluire della vita e degli scambi tra le persone, se emergono le culture e le voci, anche conflittuali purché questi restino all’interno di una civile dialettica. Alla fine questi sono criteri universali che hanno sempre accompagnato lo sviluppo dell’uomo e che sempre ci accompagneranno al di là dei muri che i singoli governi vorranno erigere. La città ideale di oggi, forse, in un momento in cui le radici sembrano frenare questa mixitè, si dovrebbe concentrare sui rami, che si muovono, che vanno verso l’alto, che portano fiori e frutti.

 

 

 

 

Bibliografia

Bauman Z. (2002), La società sotto assedio, Laterza, Roma-Bari.

Boeri S. (2011), L’Anticittà, Laterza editore, Roma-Bari.

Calvino I. (1993), Le città invisibili, Mondadori, Milano.

De Carlo G. (2002), La progettazione partecipata, in Sclavi M. Avventure urbane. Progettare le città con gli abitanti, Eleuthera, Milano.

Elia G. F. (2009), Gli studi sociologici sulla città. La riflessione di uno dei fondatori della Scuola italiana in Athenet, n. 30/2009.

Emmenegger C. (2016), Arginare l’anticittà che avanza, come oggi ridare intensità al vivere urbano. Intervista a Stefano Boeri in Animazione Sociale n.304/2016 Torino.

Putnam R. (1993), Making democracy work: civic tradition in modern Italy, Princeton University Press, Princeton.

 Sclavi M. (2000), Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Bruno Mondadori editore, Milano.

Sclavi M. (2002), Avventure urbane. Progettare le città con gli abitanti, Eleuthera, Milano.

 

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Andrea Bilotti, assistente sociale specialista, sociologo, è assegnista di ricerca in sociologia generale presso il Dipartimento di scienze sociali, politiche e cognitive dell'Università degli Studi di Siena dove insegna Metodi e tecniche del servizio sociale. Si occupa di innovazione sociale e di valutazione nell'ambito dei servizi pubblici e del privato sociale.

 

[1] È notizia di questi giorni il finanziamento al progetto di riqualificazione delle periferie voluto dal governo, in cui compare tra gli altri, l’intervento di abbattimento de Le Vele di Scampia. Il progetto, denominato "Restart Scampia", vale 27 milioni di euro. Come spiega il sindaco De Magistris, si partirà con l’abbattimento di tre Vele (A,C e D) oltre che con la riqualificazione della Vela “B” e la sistemazione degli spazi pertinenziali. Delle quattro Vele ne resterà in piedi solo una che riqualificata e trasformata, diverrà sede della Città metropolitana. Il sindaco è particolarmente soddisfatto, e non solo perché il progetto che riguarda le Vele di Scampia è arrivato tra i primi. “Per la prima volta”, commenta De Magistris, “un progetto finanziato dal governo vede tra i progettisti anche i cittadini che vi abitano".

[2] I materiali sono disponibili e scaricabili sul sito www.open.toscana.it

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