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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Andrea Bigalli

Coordinamento Libera Toscana

Articoli di Andrea Bigalli:

Riassunto: L’autore legge la crisi attuale alla luce di un forte impoverimento culturale della società. Alla mancata conoscenza della storia si associano dinamiche di estraniamento dalla realtà legate alla frequentazione del mondo virtuale, che impediscono alle persone di fare esperienze reali e che indeboliscono l’empatia, la compartecipazione anche affettiva tra le persone. L'impoverimento culturale chiama impoverimento in senso lato, anche economico, e disagio personale, e viceversa. Cultura significa invece allargamento della prospettiva, confronto con la diversità. Questo orizzonte manca al panorama politico odierno, a chi ci governa, che ignora a tutti i livelli la questione della povertà, e le sue implicazioni e ricadute. Il rilancio di un adeguato e diffuso ruolo formativo è imprescindibile per arrivare alla comprensione, alla responsabilità, al prendersi cura. Ciò può solo avvenire attraverso il recupero della storia e la condivisione di un patrimonio di memorie e narrazioni, individuali e collettive.

DOI: 10.1400/248401

LA PROMOZIONE CULTURALE

ATTRAVERSO LA PROGETTAZIONE E L’INTERVENTO

IN CONTESTI SOCIALI

 

Andrea Bigalli*

*Coordinamento Libera Toscana

 

Riassunto: L’autore legge la crisi attuale alla luce di un forte impoverimento culturale della società. Alla mancata conoscenza della storia si associano dinamiche di estraniamento dalla realtà legate alla frequentazione del mondo virtuale, che impediscono alle persone di fare esperienze reali e che indeboliscono l’empatia, la compartecipazione anche affettiva tra le persone. L'impoverimento culturale chiama impoverimento in senso lato, anche economico, e disagio personale, e viceversa. Cultura significa invece allargamento della prospettiva, confronto con la diversità. Questo orizzonte manca al panorama politico odierno, a chi ci governa, che ignora a tutti i livelli la questione della povertà, e le sue implicazioni e ricadute. Il rilancio di un adeguato e diffuso ruolo formativo è imprescindibile per arrivare alla comprensione, alla responsabilità, al prendersi cura. Ciò può solo avvenire attraverso il recupero della storia e la condivisione di un patrimonio di memorie e narrazioni, individuali e collettive.

 

Parole chiave: cultura, crisi, analfabetismo, storia, empatia-simpatia.

 

Abstract: Cultural promotion through planning and participation in social contexts. The author reads the actual crisis in the light of a deep cultural decrease of the society. The lack of historic knowledge and the alienation related to virtual world prevent people from living real experiences and weaken empathy. Cultural impoverishment also means economic and personal impoverishment. Culture means expanded perspectives and related diversity. Nevertheless politicians, today, overlook this questions. The way to achieve more responsibility and comprehension is through the sharing of cultural heritage, collective and individual memories, through the recovering of history in the education.

 

Key words: culture, crisis, illiteration, history, empaty-liking.

 

 

[1]Se occorre parlare di promozione culturale, del ruolo preciso delle nostre realtà, bisogna avere anche il coraggio di esaminare per sommi capi quelli che sono i dati della crisi culturale. L’OMS parla di 10.000.000 di analfabeti in Italia, non tutti di ritorno. Un dato che diventa ancora più grave se si considera il 47% di analfabetismo funzionale nel paese, cioè non il non-possesso di una lingua, ma l'incapacità di adoperarla propriamente. Al di là dei dati, che possono essere fuorvianti (come sempre occorre verificarli di volta in volta nei vari contesti), la quotidianità ci porta all'idea che stiamo sprofondando sempre di più in una dimensione massiva di ignoranza, che passa per quello che dovrebbe essere il ruolo più rilevante della cultura, cioè garantire la qualità della vita.

Dimensione culturale non significa soltanto inserirsi, appropriarsi dei contesti, riuscire ad esprimere le proprie potenzialità, ma dovrebbe significare anche quella bellezza in più attraverso cui si riescono a capire certe dinamiche della vita, orientarne il senso e di conseguenza gioirne. Le cose belle che siamo riusciti a comprendere nell'arco della nostra vita ci procurano un livello di piacere su cui bisogna riflettere. Inoltre riflettiamo anche su un altro aspetto: la crisi etica ha delle radici di ordine culturale. La crisi che viviamo non è tanto economica, quanto piuttosto di prospettiva etica. Voglio ricordare che le grandi crisi economiche, che si sono susseguite dal 2008 in poi, e si può fare riferimento anche ad alcune indicazioni precedenti, sono legate alla carenza etica: sono saltate le regole, ed è subentrato forse l'aspetto più violento della massimizzazione del profitto, che rimanda a uno dei grandi dogmi della contemporaneità. In relazione a quello, soprattutto in un contesto neoliberista, ognuno ha atteso a fare quel che poteva fare e le conseguenze sono quelle che tutti abbiamo visto.

La corruzione politica impoverisce una collettività fino al punto di ripercuotersi sui finanziamenti agli enti scolastici, alla dimensione del sociale in genere. Al riguardo è da sapere che esiste una cifra precisa e importante, ossia 60 miliardi di euro l'anno, stimata dalla corte costituzionale dei conti, che costituisce un peso rilevante dal punto di vista economico. E’ il peso della corruzione, non soltanto di ordine politico, ma anche di ordine sociale, che diventa inevitabilmente anche corruzione del senso sociale che si possiede. Quindi la crisi culturale comporta tutta una serie di realtà che poi saranno da valutare sull'immediato. Allora senza la pretesa, soprattutto per le conoscenze e per il tempo a disposizione, di fare un'analisi dettagliata di questa crisi, mi limito a suggerire quattro elementi di analisi che cercherò di riprendere in chiave positiva, cioè quale può essere il ruolo del privato sociale e comunque degli enti del cambiamento sociale in questo tipo di dinamiche.

Si può parlare della crisi della conoscenza della storia. Nessuno di noi sa più di tanto. Se sappiamo qualcosa sulla storia di questo paese degli ultimi settant'anni è per impegno personale, non certo per input formativi avuti ad altri livelli. Eppure la storia è fondamentale. Siamo di fronte ad un'ignoranza che è inevitabilmente politica, perché è non conoscenza della storia. Si potrebbe fare una digressione anche sul problema della conoscenza delle proprie storie, della storia che ognuno vive in relazione alle storie personali e umane che l'hanno preceduta, non soltanto in chiave familiare. Si può capire che siamo di fronte a delle generazioni che arrivano senza nessun tipo di contestualizzazione possibile di quello che sta avvenendo nell'immediato.

Il secondo passaggio è legato alla possibile virtualità dei nostri mezzi di comunicazione: è veramente la prospettiva più forte, più ampia e più definita che noi abbiamo in questa fase storica, però, ovviamente, il virtuale ci mette sempre di più di fronte a delle dinamiche di estraniamento dalla realtà. È l'illusione della conoscenza, è l'incapacità di fare esperienze concrete che ti possano realmente far capire cosa stai vivendo. Cito un episodio personale legato alla zona in cui abito. Nel comune in cui vive la mia comunità è arrivato un gruppo di rifugiati, tra l'altro accolti in un piccolo albergo di San Casciano Val di Pesa. Appena la notizia è arrivata sul web si sono scatenate delle reazioni impressionanti che, in qualche modo, hanno preceduto le reazioni del tutto sconvolgenti con cui molti hanno commentato quello che noi pensiamo - perché non ne possiamo essere sicuri purtroppo - sia stato il fatto più grave accaduto nel canale di Sicilia, cioè gli 800 migranti che sono stati rimossi dall'attenzione collettiva. Le reazioni sono state incredibili, ad un livello di beceraggine oltre il limite. La maggior parte di queste persone non si rende assolutamente conto di cosa significhi essere un rifugiato, non conosce il contesto, non sa niente dell'esperienza diretta che si può fare nell'incontro reale e concreto con quelle persone. Quindi si capisce che c'è da ricostruire una dimensione della conoscenza della realtà, mettendo da parte quello che è l'ausilio virtuale, che sicuramente ha un suo significato, una sua importanza, ma che non basta. Tabucchi nel suo libro “Notturno Indiano” dice che io posso provare a raccontarvi una scena, ma in questa scena io non potrò mettere la violenza dei colori, della luce, non ci potrò mettere tante cose. Un conto è vedere un video, un conto è essere presente. La realtà va capita.

Questo ci conduce al terzo punto. Siamo di fronte ad una crisi dell'empatia e della simpatia. Quest'idea del sentire riprodotto il proprio livello di fatica, di difficoltà altrui. Sappiamo bene che non c'è nessun’altra dinamica possibile, se non affrontare le proprie fatiche attraverso l'analisi e il confronto con le ferite altrui. Ci si salva solo se si mette nel conto questa dimensione del potersi guarire reciprocamente. Comunicare reciprocamente questa volontà di guarigione. C'è un disagio palpabile e concreto, che può essere fatto risalire a questa crisi di empatia e di simpatia proprio perché non siamo più in grado di condividere il livello di disagio e di difficoltà, e non siamo neanche nello stesso tempo capaci di condividere le gioie e le conquiste. Questo mi sembra evidente e mi sembra tanto più pericoloso quanto è carente in un processo educativo che riguardi i più giovani.

Ultimo punto, può sembrare una considerazione banale, ma vi dirò un dato che a livello politico non arriva assolutamente: l'impoverimento culturale chiama impoverimento in senso lato, anche da un punto di vista economico e del disagio personale, ma anche viceversa. Quindi c'è una condizione di povertà che sta diventando anche di tipo culturale, per le potenzialità degli strumenti di comunicazione che abbiamo sulla cultura; dobbiamo ricordare che abbiamo avuto un ministro della repubblica, il quale ha affermato che con la cultura non si mangia, e per quanto mi riguarda, se egli non si è ritirato dalla politica, si può concludere che si possono dire affermazioni del genere impunemente, uscendone senza grossi problemi. Questo è il ruolo della pubblica opinione, ma noi sappiamo che deprivare dal punto di vista culturale, significa automaticamente indurre meccanismi di impoverimento.

Vi dico questo perché in relazione a due realtà che Libera sta in questo momento proponendo, una campagna sulla lotta alla corruzione che si chiama “Riparte il Futuro” e una campagna di contrasto alle povertà chiamata “Miseria Ladra”, ci siamo divertiti a monitorare quante volte nell’attuale parlamento sono state affrontate le dinamiche dell'impoverimento, ed in questo paese queste riguardano ormai più di 15.000.000 di italiani, cioè un quarto del paese vive in condizioni di sofferenza economica. Gli interventi parlamentari su questo tema sono stati meno del 3% e questo spiega perché non sia un tema considerato a livello politico e su cui chi ci governa non si confronta nemmeno a livello di dibattito parlamentare, figuriamoci mettere in pratica delle politiche di contrasto. Siamo di fronte ad una carenza precisa e determinata, e, tra l'altro, siamo proprio sicuri che l'analisi sociale attraverso il concetto di classe sia davvero finita? O non sia invece necessario riprendere tutto in mano? Tralasciando il discorso, citare Marx è interessante perché pare che alla biennale di Venezia ci sia proprio un filone di riflessione legata alle tematiche marxiane. Dichiariamo pure Marx scaduto, proviamo a farlo, io non sono del tutto convinto. Riprendiamo in mano Weber, comunque il problema resta e resta proprio secondo una dinamica culturale. Vi ricordo che Don Milani in “Lettera ad una professoressa”, ad un certo punto, fa un’invettiva, dopo tutta l’analisi della scuola che esclude, indirizzata proprio contro quei classisti. Evidentemente il problema rimane, c’è un classismo della formazione culturale e soprattutto c’è un classismo della negazione della formazione culturale da indirizzarsi soprattutto nei confronti di quelli che ne hanno più bisogno. Questa è una tematica completamente assente. Se si guardano anche gli elementi della famigerata riforma della scuola, vediamo che questa dinamica, l’accesso a chi ne ha più bisogno, non c’è. Allora forse ha ragione Don Milani che dice che la scuola italiana funziona con quelli che non ne hanno bisogno. In realtà poi rischia di non avere un ruolo rilevante, però attenzione che in questo momento storico tutti ne abbiamo bisogno, se il livello culturale medio si è così drammaticamente compresso. La cultura ha un ruolo fondamentale.

Vorrei fare memoria di un grande scrittore, Eduardo Galeano, che in un suo libro bellissimo, “Il libro degli abbracci”, ad un certo punto racconta una storia: un bambino che non ha mai visto il mare viene condotto all’oceano, e, di fronte a questo spettacolo incredibile, il bambino chiede con voce tremante a chi lo accompagna “aiutami a guardare”. Ecco la cultura dovrebbe essere questo, la capacità di aiutarci a guardare e guardare soprattutto quello che è grande, enorme, cioè quello che è oltre noi. Nei nostri modelli culturali c’è molta identificazione sulla prossimità più limitata, invece la cultura è l’allargamento della prospettiva, dei confini, anzi è la forzatura delle prospettive e dei confini e, tanto più è significativa, tanto più ci violenta da questo punto di vista e ci conduce ad un approccio diverso nei confronti della diversità. Le culture globali fanno la stessa fine delle culture individuali, quando si deprivano del confronto con la diversità appassiscono e muoiono. Questo credo che sia evidente anche nel progetto politico di molti in questo momento, per cui, forse, possiamo parlare di una crisi definitiva della politica da questo punto di vista? Sicuramente di una certa identità politica si. Noi abbiamo visto nel corso del tempo disgiungersi due livelli, la rappresentanza politica e la competenza. Vicende squallidissime degli ultimi passaggi legati a molte figure ci fanno capire che questa disgiunzione va superata.

Credo che tutti i nostri enti, secondo forme diverse, stiano vivendo in questo momento dei ruoli vicari. Se, ad esempio, per Libera può essere molto importante lottare contro la corruzione politica, non starebbe a noi lottare contro la povertà, dovrebbe essere qualcosa che il mondo politico assume fisiologicamente, e non accade. Però noi sappiamo benissimo che non si sconfiggono le mafie se non si sconfigge la povertà, anche di ordine culturale; ci tocca anche quello, esattamente come tante realtà che noi viviamo e rappresentiamo, per cui noi siamo nella condizione di dover assume un ruolo vicario. Allora, entrando nello specifico, sono necessari più soggetti formativi, non solo scuola, università e famiglia. La storia si fa con il patrimonio della memoria, le narrazioni e il tesoro della storia che noi possiamo raccogliere. L’idea di fondo, che è un mio dogma, è che le nostre realtà devono essere consapevoli della nostra dignità e quindi della necessità che noi ricominciamo a fare cultura ad un certo livello, e fare cultura significa raccogliere e riordinare gli elementi e poi uscire dal virtuale. Credo proprio, anche a livello educativo, che noi dovremmo proporre delle esperienze di altro segno.

Io, venendo dall’esperienza del servizio civile, mi rendo conto di quanto sia stato importante condurre i giovani a fare delle esperienze concrete della realtà, entrando nelle aree del disagio e della povertà, entrando in tutte quelle aree oscure della nostra collettività. Chi ha visitato un carcere o chi si rende conto di come funziona un ospedale psichiatrico, di cosa significa conoscere il disagio del “barbonismo domestico”, il valore che ha avuto per chi lo ha vissuto, ma anche la capacità di reazione e la volontà di reazione, secondo una dimensione positiva di cambiamento, sa quanto ci ha garantito la qualità di vita e quanto priviamo le nuove generazioni della possibilità di accedere a queste tematiche. Si continua a parlare di classi differenziali, si continua a parlare di quanto l’handicap presente in classe sia un elemento che frena e che rende difficile l’apprendimento di altri. Al di fuori del prendersi responsabilità e del prendersi cura cominciamo a definire con chiarezza che non c’è dignità personale possibile. O si ricostruiscono gli individui a partire da questi elementi o noi avremo comunque delle carenze non solo di empatia, ma anche a livello umano e culturali. Non so dirvi come si può arrivare ad una pedagogia dei sentimenti, ma bisognerà continuare a lavorarci. Noi siamo deprivati da questo punto di vista, le giovani generazioni non hanno il linguaggio dei sentimenti - la cultura è anche quello - e, se lo hanno, è stereotipato sulla dinamica mediatica. Bisogna rinvestire sulla poetica più che sulla conoscenza della poesia, sulla capacità di fare la poesia e, appunto, su una dimensione socio politica che sia non soltanto di richiesta delle risorse, ma sulla responsabilità delle risorse.

Concludo con un paio di citazioni, parlavo di pedagogia dei sentimenti e di educazione alla responsabilità e alla cura. Voglio aggiungere anche un altro termine: bisogna educarsi alla tenerezza reciproca e da questo punto di vista la cosa più bella l’ha scritta lo scrittore Sandro Penna, il quale diceva molto semplicemente: «La tenerezza è detta, se tenerezza cose nuove detta», cioè se un sentimento ci produce qualcosa di ulteriore, allora è veramente la tenerezza dell’empatia, altrimenti è solo una roba dolciastra e sentimentale e se ne può fare a meno, ma la tenerezza vera che intendo io è questa.

Termino, ancora con Galeano, che, raccontando di un uomo straordinario del secolo scorso, dice che aveva compreso che il senso del vivere è darsi, e si dette. Noi dobbiamo imparare a ridire questa cosa, anche se siamo stanchi e sfiduciati. Lo dico a voi, come per dirlo a me. L’ultima citazione che voglio fare è importante, non si cambia se non si prende coscienza della possibilità di definire certi quadri. Secondo un linguaggio che non mi piace, noi dobbiamo entrare nell’ordine delle idee che possiamo vincere, il destino non è soltanto perdere o pareggiare se va bene, ma si può realmente imprimere al nostro paese un cambiamento reale e concreto, dobbiamo esserne coscienti. Alla mia comunità ho proposto questa citazione di Albert Camus da “La peste”:

 

….riscoprivo che bisogna conservare in sé intatte una freschezza, una sorgente di gioia, amare la luce che si sottrae all'ingiustizia, e con questa luce conquistata tornare a lottare. […] Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate.

 

Proviamo a ricominciare da qui.

 


[1] Il seguente contributo di Andrea Bigalli è stato presentato al convegno “Silenziose rivoluzioni culturali. Educarsi con la mediazione del mondo”, Firenze, 7-8 maggio 2015.

Keywords:

Riassunto: Questo contributo di Andrea Bigalli è una riflessione, personale e non solo, sul tema della Storia e Memoria. Nel mondo di oggi, dove tutto è filtrato dalla rete e dal virtuale, sembra essere sparita, soprattutto tra le giovani generazioni, la dimensione della Storia, intesa sia come storia culturale del proprio paese e del suo vissuto, la Storia con la S maiuscola, come lui stesso afferma, e sia come storie proprie di vita e testimonianze vere. Stiamo assistendo ad una crisi della cultura storica e di conseguenza anche della Memoria, la quale non possiede più basi su cui appoggiarsi. L’autore compie un viaggio alla scoperta delle cause che hanno scatenato questa crisi, trattando anche di altri temi correlati, come quello del genocidio. Infine viene posta la domanda retorica se sia possibile in questo mondo, in futuro, riacquistare la Storia e la sua Memoria e riacquisire anche la capacità di raccontare le storie, con l’auspicio di ritrovare l’equilibrio perduto. 

DOI: 10.1400/248407

 

STORIA E STORIE

DOLORE, EVOLUZIONE E GIOIA

 

Andrea Bigalli*

*Coordinamento Libera Toscana

 

Riassunto: Questo contributo di Andrea Bigalli è una riflessione, personale e non solo, sul tema della Storia e Memoria. Nel mondo di oggi, dove tutto è filtrato dalla rete e dal virtuale, sembra essere sparita, soprattutto tra le giovani generazioni, la dimensione della Storia, intesa sia come storia culturale del proprio paese e del suo vissuto, la Storia con la S maiuscola, come lui stesso afferma, e sia come storie proprie di vita e testimonianze vere. Stiamo assistendo ad una crisi della cultura storica e di conseguenza anche della Memoria, la quale non possiede più basi su cui appoggiarsi. L’autore compie un viaggio alla scoperta delle cause che hanno scatenato questa crisi, trattando anche di altri temi correlati, come quello del genocidio. Infine viene posta la domanda retorica se sia possibile in questo mondo, in futuro, riacquistare la Storia e la sua Memoria e riacquisire anche la capacità di raccontare le storie, con l’auspicio di ritrovare l’equilibrio perduto.

Parole chiave: storia e storie, memoria, testimonianze, genocidio, crisi.

Abstract: History and stories, pain evolution and joy. This text discusses the themes of History and Memory. In the world of today, deeply conditioned by virtuality, the dimension of history tends to disappear, especially for young generations. It is a cultural problem. This happens to the history of countries and of communities, so that is increasingly difficult for persons to share and participate in the cultural history of their own country, but it also happens to personal stories and life experiences. We are facing a crisis of memory, which has to do with the roots of our identity. The author identifies the causes of this crisis, dealing about correlated themes, such as genocide. Will it be possible in future to recover both History and Memory and even to reacquire the capability to tell and share stories?

Key words: history and stories, memory, testimonials, genocide, crisis.

 

 

 

[1]Fa piacere condividere questo ulteriore passaggio della storia della Fondazione Devoto che di convegno in convegno, di proposta in proposta, definisce sempre meglio quello che dovrebbe essere il suo percorso anche in questa storia che ci appartiene. Credo che sia molto importante, a proposito di cose scontate da evitare, non dare per acquisita questa dimensione della necessità della Memoria. Nel corso degli anni abbiamo visto ridefinirsi l’urgenza di riflettere su quello che è accaduto. Quindi il tema della lettura storica, non solo il tema del ricordare ma del ricordare in una certa prospettiva. E credo che tutti noi siamo di fronte anche alla grande difficoltà nel valutare che cosa rimane anche di un certo slancio ideale, di una certa prospettiva in un contesto storico come questo, in cui sembra sempre più difficile fare appassionare qualcuno a qualcosa. E quando ciò a cui bisogna appassionarsi è una cosa così importante e così significativa come quella realtà dell’oggi che ci consente di traghettare meglio al domani, ecco qui la cosa è fondamentale.

Riflettevo che se si parla magari a qualcuno un po’ più giovane di noi di memoria, l’attenzione corre immediatamente alla capacità del proprio personal pc, o del proprio tablet: quanta memoria possiede il mio strumento tecnologico? Non sottovalutiamo questo elemento. Teniamo presente che, per quello che ci riguarda, la memoria non è semplicemente la capacità di gestire molte informazioni e gestirle velocemente. Perché se ci pensate bene, per quello che interessa a noi, la finalità è completamente opposta. Cioè che le cose che sappiamo ci entrino dentro, quindi non ci importa gestirle velocemente ma ci importa piuttosto renderle parte integrante della nostra realtà di vita e poi che non siano informazioni, ma che siano elementi di formazione, cioè che siano degli elementi che sono in grado di dare ad ognuno di noi una struttura. Dove struttura vuol dire quella prospettiva per cui ognuno si cala nella realtà del proprio vivere in relazione a come è strutturato e riesce a dare risposte in un senso oppure in un altro. Inoltre se parliamo di quell’altro livello di memoria, quello appunto che sta arrivando dalla prospettiva tecnologica, ricordiamoci che il rischio grosso è quello della virtualizzazione. Cioè l’impossibilità di capire che alcune cose sono vere, sono state vere, continuano ad essere vere, perché noi rischiamo di filtrare questo mondo attraverso ciò che ci viene comunicato dalla rete. Nella conversazione che abbiamo fatto questa mattina, durante l’insediamento del Comitato Tecnico Scientifico, abbiamo riflettuto una volta di più sul tema. Per esempio c’è il grosso rischio che i poveri non esistano perché non sono registrati mediaticamente. Come tante realtà di disagio e di messa in discussione di alcuni parametri, se rimangono sommersi a livello mediatico poi non esistono più. E’ come se, per risolvere il problema dello smog, anziché preoccuparsi di diminuire il livello delle polveri sottili, semplicemente si ritarassero oltre soglia le centraline. Siamo di fronte anche ad una estrema velocità di metabolizzazione, non soltanto delle informazioni, ma anche delle grandi emozioni che dovrebbero essere collegate alle informazioni. Per cui avete visto per esempio questa tematica della qualità dell’aria nelle grandi città, chissà come mai magicamente si è esaurita. Quando le cose spariscono dagli schermi televisivi, dalle pagine dei giornali, allora automaticamente i problemi finiscono di esistere.

Questo ci porrebbe subito una problematica, su cui però non vorrei soffermarmi più di tanto, ed è: allora come si fa a rendere, in un contesto informatico, una dimensione di memoria su realtà così essenziali che non possono essere negate? Qui forse ci vogliono anche risposte di ordine tecnico che io non sono in grado di affrontare. Credo che variare i linguaggi sia qualcosa di importante e significativo, però attenzione perché, come diceva McLuhan, il messaggio diventa il messaggero e viceversa. Quindi c'è una qualità della comunicazione, su alcune tematiche, che non potrà mai essere quella virtuale. Su questa dimensione specifica della memoria, bisogna andare, bisogna capire. Come direbbe Tabucchi, non si rinchiude il reale in una cornice. Quindi bisogna anche andare a sentire gli odori, vedere i colori in un certo modo, non ci si può accontentare di una rappresentazione. Questa è una difficoltà su cui bisogna lavorare. Anche perché bisogna, nello spirito di realtà, mettere in conto che noi siamo in un contesto di ignoranza informatica. Abbiamo una sovrabbondanza di informazioni, ma questa sovrabbondanza non produce comunque l'essere colti. Essere colti vuol dire essere in grado di essere coltivati, cioè arrivano in te dei semi a cui tu puoi dare vita perché c'è qualcosa da raccogliere, perché da te può crescere, può germinare qualcosa. Ognuno dovrebbe essere in grado di esprimere una fecondità di vita. Che poi è quella delle azioni, della professionalità, dello stare insieme, delle relazioni affettive. Ecco, noi in questa dimensione rischiamo di essere incapaci di recepire certi segnali, e quindi ribadisco, l'abbondanza dell'informazione in realtà non ci conduce a cambiare alcuni elementi della nostra vita e a interagire. Il dato che spesso cito, relativo al 47% di analfabeti funzionali fornito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità riguardo al nostro Paese, è un dato di emergenza assoluta. Vuol dire che quasi metà di questo Paese non riesce più a porsi di fronte alle opinioni altrui con dei linguaggi comuni che gli consentano di giudicare anche con altre esperienze, non solo attraverso la propria. In questo contesto, capite bene, il revisionismo è possibile e ogni rilettura in una certa chiave diventa del tutto accessibile. Se non c'è cultura, la memoria non ha sovrastruttura in condizione di riorganizzare la coscienza. Anche questa è una tematica fondamentale su cui bisognerà lavorare, erroneamente è stata considerata una questione di ordine etico-religioso, non è così. La coscienza è una questione fondamentale per l'esistere in quanto tale, anzi dovrebbe essere il tema principale della società condivisa e quindi in particolare della cultura laica, perché vuol dire confrontarsi appunto con quell'elemento che mi consente di attingere a quello che sto vivendo, perché giorno per giorno devo provare ad esprimere il senso di giustizia in quello che vivo. Il mio presidente nazionale, don Luigi Ciotti, affermò una cosa molto bella al convegno della Fondazione Devoto dello scorso maggio, dicendo che la giustizia comincia un passo avanti a me. Cioè io sono comunque nella tensione di dover realizzare ciò che è giustizia per questo mondo. E allora sì, questo è il contesto, questo è, se volete anche per certi aspetti, l'emergenza e la povertà che stiamo affrontando e gestendo.

Noi che cosa possiamo provare a opporre, su che cosa possiamo provare allora a riproporre dei livelli di memoria, soprattutto di cultura della memoria? Heinrich Böll diceva che siamo nati per ricordare. Siamo strutturalmente costituiti perché la nostra vita si motivi sul ricordo. Come si fa allora a riattivare questo principio? E' il titolo che ho provato a dare a questa riflessione. C'è la Storia con la S maiuscola e ci sono le storie. In ogni livello scientifico le storie personali hanno fatto la loro irruzione, si sostiene che l'osservatore non può comunque essere neutrale, nemmeno davanti al pensiero scientifico, entra comunque nella dinamica di quello che sta trattando. Quando noi parliamo di scienze umane, scienze sociali, riflessione storica e filosofia, il vissuto emerge con chiarezza. Ognuno impara e comunica attraverso la propria storia. Con le storie si recupera evidentemente un altro livello di conoscenza e quindi si può provare anche a strutturare un'altra prospettiva di memoria. La storia culturalmente efficace, quella che si può trasmettere, quella che poi funziona, quella che resta, è sicuramente una storia che si tesse di storie, che raccontiamo attraverso le storie. Le storie particolarmente significative sono quelle che noi chiamiamo testimonianze e ricordiamoci che all'interno di un processo la testimonianza serve ad affermare la verità. Se c'è una conseguenza nefasta del cosiddetto 'pensiero debole', che considero comunque migliore del fondamentalismo, è indubbio che perdere il senso di verità in una collettività diventa una cosa grave. Che non esista una verità collettiva che ci orienta tutti quanti, citiamo Popper, quanto meno un ideale regolativo, questo è sicuramente un dramma per un passaggio storico. Stiamo attraversando questa dimensione, l'ignoranza è anche ignoranza della ricerca della verità. Mi riferisco non alla verità aggressiva, non alla verità che schiaccia, ma alla verità che è costitutiva appunto dei percorsi comuni. Su questo sicuramente la nostra società si deve ricentrare per capire, ancora una volta, che senza verità la problematica della memoria diventa faticosa. La verità che ci interessa sullo specifico è determinare anche dei ruoli. Forse non possono essere mai troppo rigidi, come ci ha insegnato Hannah Arendt, però ad un certo punto io devo capire chi è stato il carnefice e chi è stato la vittima, perché la dimensione fondamentale delle culture degne di questo nome è tutelare le vittime contro i loro carnefici. Se volete anche la grande dimensione etica, che può scaturire dalla vita di ognuno, è identificare, come diceva Camus, chi sono le vittime e porsi contro i flagelli. Se non sussiste questo livello di verità non siamo in condizione di farlo assolutamente.

Le storie, se ci pensate bene, di che cosa si nutrono? Di narrazione. Quindi faccio un piccolo inciso su cosa significa provare a narrare le storie in un certo modo, quale è il livello di narrazione delle storie che ci interessa per costituire un livello adeguato di memoria. Ricordiamoci che le storie, così come sono state narrate generazione dopo generazione, sono potenzialità di conoscenza. Non so se qualcuno di voi conosce la rilettura dell'Iliade fatta da Alessandro Baricco, il quale racconta una cosa molto interessante: i poemi omerici non erano tanto testi poetici quanto testi di comunicazione di saperi anche a volte più immediati e concreti di quanto non possa sembrare. Bisogna raccontare come si ormeggia una nave in porto, bisogna raccontare come si fa uno scudo, e questi sono testi che hanno questa potenzialità. Ricordiamoci di questo dato celeberrimo: nella Grecia della prima democrazia si era pagati per assistere alle tragedie, quindi per confrontarsi su delle strutture narrative; erano educative perché comunicano del senso. Poi, se mi consentite di entrare nell'ambito della mia cultura di riferimento, il racconto dell'Esodo, dei vari racconti dei vari esodi che il popolo ebraico ha conosciuto, sono molto affascinanti, c'è un esodo, il primo, di un popolo che va ad identificare una terra che non conosce, ma c'è un secondo esodo, dopo la deportazione a Babilonia, per cui questi, dopo settanta anni di esilio, devono tornare a casa e lungo il deserto la strada è disegnata evidentemente dai racconti di chi c'era stato a Gerusalemme. Una generazione trasmette a quella successiva le storie per tornare a casa. I Wu Ming hanno denominato Storie per attraversare il deserto una raccolta di articoli pubblicata sul loro blog. E' un titolo centrato, noi abbiamo bisogno sicuramente di storie per traversare il deserto, le comunicazioni orali della nostra vita quotidiana che ad un certo punto, però, devono divenire storie acquisite e condivise. Non so se qualcuno ha letto l'ultimo romanzo di Maurizio Maggiani, Il romanzo della Nazione, che contiene proprio l'idea del narrare addirittura la propria sfera personale su un livello anche a volte brutale, di propri rapporti parentali, per raccontare poi la storia di tutti. E' il grande meccanismo del cinema, della narrazione visiva. C’è un dibattito, non so se lo avete mai sfiorato, sulla fine delle storie. Qualcuno dice ormai che la narrativa, il cinema, tutti continuano a riproporci la stessa storia, non perché ci sono remake, ma perché le storie davvero sono finite. C'è un dato del 2015 molto interessante: il 2015 è il primo anno in cui si è consumata più musica vecchia rispetto alla musica nuova. Cioè il mercato ha recepito meno musica di produzione recente, rispetto alla musica del passato, si è comprato musica già conosciuta rispetto a musica nuova. Vi sembrerà una cosa banale ma, appunto, il fenomeno può forse essere letto con l'esaurimento delle storie. E come si fa, da questo punto di vista? Forse le storie allora vanno recuperate e rilette in un'altra prospettiva, appunto quella delle storie per attraversare il deserto. Quale è il deserto più urgente da definire?

Purtroppo bisogna fare riferimento a quello da cui si è partiti, cioè la memoria come la concepiva Andrea Devoto, la memoria del 'gorgo oscuro del Novecento', perché la memoria con cui dobbiamo confrontarci è ancora la memoria del genocidio. Non solo quello passato, però, anche quello presente. Attenzione, sappiamo benissimo che nella storia si sono succeduti genocidi anche più consistenti di quello perpetrato dal nazismo, ancora più cruenti. Prendiamo a riferimento la Shoah però, perché la Shoah ha avuto alcune sintesi particolarmente inquietanti: il grande cuore della cultura europea che produce uno sterminio di massa di quella proporzione, soprattutto attuato con dimensione di scientificità. Davvero la Shoah è la quintessenza di quella contemporaneità, è lo sforzo collettivo per applicare principi industriali e tecnologici alla dinamica dello sterminio. Cito sempre un dato che mi ha folgorato: la IBM faceva le macchine per contare e il nazismo se ne comprò diverse di queste macchine per tenere la contabilità dello sterminio. I tatuaggi con i numeri servivano a quello, si voleva registrare lo sterminio. O si cede all'idea che ci sia soltanto follia in questo, oppure, come dice Shakespeare, una follia che comunque ha del metodo. Cioè che comunque persegue le finalità e quindi rientra in una logica che, se volete, è quella della produzione di massa. Come io produco in massa, così opero sterminio in massa. E qui i dati. I dati della contemporaneità. Ce n'è uno brutale di pochi giorni fa di Oxfam, questa grande organizzazione che contrasta la povertà e la fame, che ci dice che 62 persone da sole possiedono praticamente metà di questo pianeta, anzi, un pochino più della metà. La diseguaglianza è fattore di genocidio, questo lo sappiamo. Goldkorn ammoniva, lui intellettuale e giornalista di cultura ebraica, a non fare commemorazione della Shoah senza ricordare quelli che se ne stanno andando a fondo nel Mediterraneo. Soprattutto la percentuale impressionante di bambini. Sono perfettamente d'accordo con lui. Bisogna riflettere sul perché le persone si muovono, che cos'è un'economia di guerra, che cos'è il genocidio della guerra ma anche il genocidio che si costruisce quando si assumono certe condizioni del mercato neoliberista e quindi si costringono alcuni Paesi a fare la guerra, che probabilmente hanno i loro orientamenti politici già definiti ma comunque, sappiamo bene, sono sottoposti a pressioni di tipo preciso e determinato in tale senso. Che cosa significa accettare una politica, anche locale, che continua a investire sul mercato della morte e non investe sulla dimensione della prospettiva di vita. Le guerre, come ammoniva Balducci, si preparano con la cultura di guerra e allora la pace va preparata con la cultura di pace. A quella storia che le guerre si evitano con la cultura di guerra, spero che nessuno di noi creda più, io di sicuro non ci credo più da tanto tempo. Anzi, senza che nessuno si offenda, mi vergognerei a crederci. Perché se lo traducete sul piano della vita ordinaria e compiuta escono delle cose inquietanti. Però ricordiamoci che è genocidio anche quel fenomeno che non cito per necessità di cronaca e nemmeno per voler allargare a tutti i costi la prospettiva, il genocidio che si trasforma in ginocidio: l'uccisione sistematica delle donne da parte dei maschi e dei poteri maschili. Questo è un dato su cui occorre riflettere. Siamo in una fase storica in cui i delitti violenti in cento anni si sono ridotti del 90% però, si osservava prima con Patrizia Meringolo, questa filiera di vicinanza dell'omicidio violento si è incredibilmente riavvicinata a tutta una serie di rapporti intrafamiliari: si muore per mano delle persone che ti dovrebbero amare, si muore per mano delle persone che hanno il tuo stesso vincolo di sangue, si muore per delle dinamiche che forse non valutavamo più in condizione di produrre nei numeri così consistenti, cioè la dimensione dell'amore frainteso e rinnegato. Frainteso, che nessuno osi più definirli delitti di passione. La passione sana non c'entra niente, lì c'è solo la patologia omicida e forse anche una certa cultura che imprigiona le donne nel possesso maschile. Quindi elementi su cui riflettere. Noi siamo sempre molto pronti a tutelarci dall'altro, quindi tutti gli apparati anche mediatici di messa in discussione, di messa in allarme, del pregiudizio palesemente dichiarato. Poi dobbiamo constatare invece che chi ci uccide sono persone del tutto simili a noi, anzi, all'interno della nostra stessa realtà familiare. A proposito faccio un breve inciso. A me tutto questo parlare di famiglia sta procurando un po' di nausea, perché io un po' di distingui li vorrei. Mettiamoci d'accordo su cosa è veramente famiglia e cominciamo a dire che la famiglia sbagliata è quella che educa alla violenza, al maschilismo, al sopruso. Perché noi ci trastulliamo con dei modelli di famiglia che non sono quelli che servono davvero, quindi prima di affrontare altre tematiche, ci tengo a dire che la famiglia da tutelare non è la famiglia che educa al consumismo, al neoliberismo, all'ideologia borghese, alla cultura della massimizzazione del profitto, come scrive opportunamente papa Francesco. E meno male che qualcuno si ricorda anche del grande dogma della massimizzazione del profitto, che ti porta ad annientare l'altro come soggetto. L'altro è funzionale soltanto alla tua dimensione economica, alla tua sfera di piacere, alla tua realizzazione personale, se esce da questa dinamica lo sopprimi. Ricordiamoci, il problema non è solo la diversità ma è la diversità che non porta vantaggio a me.

Siamo di fronte anche a questa metamorfosi del concetto di genocidio con cui stiamo cercando di confrontarci. E quindi la memoria, così come ci stiamo proponendo anche di analizzare è sovente dolore, questo va messo in conto. Allora, l'ho specificato nel titolo del mio intervento, Storia e Storie, dolore, indubbiamente, un dolore enorme. Se pensate a quanto gli esseri umani hanno scritto sulla dimensione della guerra, sulla dimensione del genocidio, dell'annientamento culturale, dell'annientamento sociale, quanto noi possiamo constatare adesso. I numeri sul possesso del mondo, sulla mancata distribuzione delle ricchezze, sono i numeri della sofferenza. Le storie di chi se ne va, non sono le storie di chi sta invadendo il nostro continente ma è la storia della sofferenza di chi ha molto subito e probabilmente molto verrà a subire anche qui. Lo straniamento, la distanza, la difficoltà, la fatica, tutta una serie di realtà. E qui allora forse c'è un passaggio molto importante: se la memoria può essere una dimensione così nobile, così significativa - raccogliere la dimensione della sofferenza umana -, noi a questa memoria cosa chiediamo? Cosa vogliamo che esprima questa memoria? Io vedo che, come dice anche il titolo del nostro convegno, la memoria seria ci deve dare futuro. Deve forse indurci a vivere in un altro modo il presente ma da questo presente poi ci deve essere attenzione allo scaturire del futuro. Un concetto che sta scomparendo dalle nostre dinamiche. Noi non parliamo più di futuro, ci sentiamo confinati in questo presente perché abbiamo paura di immaginare cosa ci può essere oltre. La tematica ambientale, per esempio, è molto significativa da questo punto di vista. Noi ci rendiamo conto nella banalizzazione della vita quotidiana, apparentemente scendendo a livelli meno alti, ma cosa ne sarà se le politiche nazionali continueranno ad investire in alcuni elementi ma taglieranno sul sociale, taglieranno sulla sanità? Cosa ne sarà dell'esistenza di quelli più fragili, che cosa ne sarà dell'esistenza di tutti noi quando determinate circostanze della vita ci sottoporranno al peso della fragilità dell'esistere?

Se questa dimensione di memoria non ci conduce a porsi in una posizione diversa rispetto a questo presente e quindi non ci spinge ad immaginare un futuro di un altro segno, allora vuol dire che è una memoria che non è sufficientemente comunicata. Una memoria che non conosce la fatica ma anche la bellezza dell'evoluzione. E qui, senza scomodare Darwin, tutti sappiamo che l'evoluzione è, molto semplicemente, l'adattabilità dell'individuo che a volte costa anche fatica e difficoltà, ma tratta sempre di elementi che già preesistono. E' l'interazione dei nostri elementi vitali con il contesto a cui apparteniamo, non solo per sopravvivere ma forse per vivere meglio, che ci consente di evolvere. Allora la sfida seria della memoria è ancora più grande che garantirci il futuro, ci deve garantire un'altra cosa. L’evoluzione attraverso la memoria di noi stessi ci deve condurre a mettere in conto anche la prospettiva della gioia. Albert Camus scriveva che persino la felicità è inevitabile. E in questa prospettiva si può accettare anche il male, e cito un autore che ha dato origine con i suoi testi anche a delle sceneggiature. Se qualcuno si voi si diletta di animazione di un certo livello, Coraline è un film e prima ancora un libro di iniziazione giovanile molto carino. Gaiman, che ne è autore, scrive che, perché le storie funzionino, che siano per ragazzi o adulti, devono fare paura e tu devi poter trionfare. Non ha senso trionfare sul male se il male non fa paura. Allora in questo concetto di evoluzione forse bisogna provare a recuperare il senso della paura. Forse bisogna anche riconfrontarsi con questa realtà. Presentavo l'Enciclica ad un gruppo di ragazzini e dicevo esplicitamente una cosa: io sono preoccupato perché da un lato devo mettere paura perché se non vi mettete paura non prendete coscienza di questi passaggi e quindi non vi impegnate, dall'altro lato bisogna che questa paura non vi immobilizzi. Quindi è una paura che deve trovare un senso, un significato. Forse, come diceva Tommaso d'Aquino, la paura si deve metabolizzare in timore che è una cosa già diversa. Dove io ho l'esercizio pieno dell'intelligenza, capisco consapevolmente ciò di cui devo aver paura e ciò che invece è semplicemente proiezione di me stesso e quindi posso gestire quella paura su un altro livello. Credo che questa sia una fase storica in cui questa narcosi collettiva ci chiede forse anche la necessità di mettere paura a qualcuno, di metterci paura reciprocamente, purché questa sia una paura produttiva. Quindi comprendo l'enormità del male su cui ci stiamo confrontando sia anche la potenzialità di un'evoluzione in senso positivo. In questo senso ho riletto qualche tempo fa una invettiva di Pier Paolo Pasolini in cui affermava che occorre educare le generazioni al senso di sconfitta. E non la sconfitta dell'idealità, ma la sconfitta nelle circostanze storiche, quella ci può anche stare, anche lì bisogna trovare uno scarto preciso e determinato. Contro questa orgia del "vincentismo" a tutti i costi, della cultura dell'essere vincenti, dell'essere competitivi, dello schiacciare gli altri, che permane ancora nel linguaggio aziendale, nei linguaggi della speculazione economico-finanziaria, nei linguaggi di certe forze politiche italiane, di fronte a tutto questo occorre adottare un'altra prospettiva: l'assunzione del limite, della fragilità e la prospettiva della sconfitta su cui però deve innestarsi sempre il trovare questo elemento evolutivo per cui gli elementi della tua sconfitta non sono la rinuncia alla tua idealità. L'idealità resta, nonostante le sconfitte e, su questa idealità che si evolve, tu puoi costruire anche un'evoluzione complessiva forse addirittura della società a cui appartieni. Nella prospettiva di quelli più giovani sta scomparendo questo meraviglioso e fondamentale paradigma della possibilità di cambiare il mondo. Dopo averci lavorato molto dileggiando, dicendo che questo è un sogno utopico che non porta da nessuna parte, noi abbiamo davanti delle generazioni totalmente disincantate. Bisogna ricominciare a ragionare anche sul concetto di utopia. La qualità della mia vita diventa la qualità della vita per tutti, il mio desiderio di usufruire in pienezza di questo mondo diventa questo mondo rimesso a disposizione di tutti. La tutela di questo mondo per la mia generazione diventa la consegna di questo mondo alle generazioni che saranno. Tutte cose su cui noi clamorosamente stiamo soccombendo alla cultura del genocidio che è anche il genocidio delle nostre idee migliori, delle nostre idee più belle, delle nostre idee più significative, il genocidio culturale.

Vado velocemente alla conclusone perché lascio in fondo una citazione secondo me veramente straordinaria, di una bellezza incredibile. La traggo dalla cultura ebraica, da Martin Buber, grande selezionatore e custode della tradizione chassidica, quando la dimensione culturale rischiava di scomparire e in parte è anche scomparsa nel gorgo della seconda guerra mondiale; vi rimando al testo fondamentale I racconti dei Chassidim che è molto bello, molto leggibile, da cui fuoriesce la dimensione sapienziale più bella. La dimensione sapienziale non è solo per chi crede in Dio. Sapienza è provare a vivere nel miglior modo possibile, distillare gli elementi della mia esistenza, farli evolvere, consegnarli alla generazione successiva. E' la consegna alla generazione successiva nel processo educativo, c'è l'appropriarsi proprio della mia idealità, ma l'idealità per la qualità della vita. In questo testo, appunto, Martin Buber ci racconta anche una cosa molto bella e molto importante, cioè come vanno raccontate le storie, anche, in qualche modo, l'efficacia delle storie. Una storia va raccontata in modo che essa stessa rappresenti un aiuto. Quindi il potere delle storie deve essere tale, assoluto. Ora sapete, è facile per me, io sono un teista che ha come riferimento la Sacra Scrittura ed è chiaro che le storie che si raccontano lì servono. Però se ci pensate bene e ripensate a quello che provavo a dirvi prima, tutte le storie sono un aiuto, tutte le storie sono una consegna di noi stessi agli altri, tutte le storie sono potenzialità educativa e di significato. Una storia va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto.

Mio nonno era zoppo. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baal Shem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando, come facesse il maestro e da quel momento guarì. Così vanno raccontate le storie.

Forse l'augurio che ci possiamo fare non solo per questo convegno ma anche per la nostra vita è quello di reimparare a raccontare le storie e di raccontarcele in questo modo. In modo da far scaturire da questo mondo quella giustizia, quella buona qualità di vita e, anche, quella pace che non soltanto tutti noi desideriamo ma che tutti gli esseri umani si meritano.

 


[1] Il seguente contributo di Andrea Bigalli è stato presentato al convegno “Il futuro del passato. Memoria, legami fragili e nuova cittadinanza”, Firenze, 23 gennaio 2016.

Keywords:

EDITORIALE

 

Passaggi, transiti, evoluzioni. I tempi scorrono, le vicende incalzano, la storia procede mutando gli elementi della società, delle culture, delle comunicazioni. Compito di chi si pone nell’ottica di voler capire per governare, per quanto esso sia possibile, le prospettive di cambiamento della contemporaneità, è quello di leggere e interpretare, facendo tesoro di quanto si esperisce per proporre una riflessione di cui molti possano servirsi. [...]

DOI: 10.1400/250255

EDITORIALE

 

Passaggi, transiti, evoluzioni. I tempi scorrono, le vicende incalzano, la storia procede mutando gli elementi della società, delle culture, delle comunicazioni. Compito di chi si pone nell’ottica di voler capire per governare, per quanto esso sia possibile, le prospettive di cambiamento della contemporaneità, è quello di leggere e interpretare, facendo tesoro di quanto si esperisce per proporre una riflessione di cui molti possano servirsi.

La Fondazione Andrea Devoto si proietta verso una fase nuova della propria storia: per adeguarsi a contesti nuovi, per cercare di tutelare la propria storia e la propria identità, ma anche per attitudine costitutiva al cambiamento. È inevitabile che la rivista, Il seme e l’albero, nata nell’ambito delle sue attività e del pensiero elaborato, la segua nei suoi percorsi e nelle sue progressioni. La rivista cerca, quindi, un volto che renda ragione delle necessità presenti, un volto a cui guardare per capire cosa la Fondazione vuole costruire per il tempo che sarà. Da tempo riflettiamo sulla necessità che volontariato, associazioni del privato sociale e tutti gli enti che si mettono in relazione con Università e pubbliche amministrazioni traducano tutto questo lavoro in una proposta culturale, quella tessuta di vita reale conosciuta e condivisa attraverso le narrazioni e le testimonianze. Cultura non è accademia, scuola intesa in senso restrittivo, dimensione per classi ristrette. Cultura è comunicazione dell’umano che si scopre in sé, tanto più prezioso ed importante se negato, contraddetto, marginalizzato o represso. Questa rivista continuerà sulla strada dell’intrecciare competenze riflettute, frutto di studio e analisi, e ciò che emerge dall’esperienza di operatori, volontari, accoglienti ed accolti. Chi può dare con il proprio lavoro o la propria disponibilità gratuita e chi lascia il tesoro delle proprie fatiche, fragilità, marginalità. Nella coscienza lucida che tra uni ed altri non sussistono le differenze nella dignità, semmai nei percorsi di vita. Ci pare non ci sia altro modo per proseguire quella via che Andrea Devoto, a suo tempo, ha percorso e ci ha indicato.

 

Il direttore

Andrea Bigalli