ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Alessandro Maculan

Alessandro Maculan

Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata - Sezione di Sociologia
Università degli Studi di Padova
alessandro-maculan@libero.it

Alessandro Maculan è dottore di ricerca in “Scienze Sociali: Interazioni, Comunicazione, Costruzioni Culturali” presso l’Università degli Studi di Padova. Collabora con l’osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone ONLUS ed ha lavorato allo “European Prison Observatory” coordinato sempre dall’Associazione Antigone. I suoi interessi di ricerca si sono rivolti principalmente allo studio dell’istituzione carceraria, del personale di polizia penitenziaria e dei processi di criminalizzazione dei migranti. 

Articoli di Alessandro Maculan:

Riassunto

Con questo contributo si vuole affrontare lo studio del rapporto fra personale di polizia penitenziaria e popolazione reclusa concentrandosi sia sul modo attraverso il quale gli operatori rappresentano i detenuti, sia su come ritengono dovrebbe essere il rapporto con essi. Il materiale empirico raccolto nel corso di un’etnografia svolta in un carcere del nord Italia ha evidenziato fra gli operatori la diffusione di rappresentazioni che tendono a stigmatizzare e disumanizzare i detenuti. Secondo il personale il rapporto con la popolazione reclusa dovrebbe basarsi principalmente sul ‘rispetto reciproco’, che pare nascere da motivazioni prettamente strumentali, e sul mantenimento della “giusta distanza” per non apparire collusi con essi. In conclusione a questo contributo si evidenzierà come il contesto penitenziario costituisca un terreno particolarmente fertile per la costruzione e diffusione di rappresentazioni del genere, rispetto alle quali risulta particolarmente difficile, per il personale, prendere le distanze.

DOI: 10.17386/SA2015-001018

GUARDIE IMPRIGIONATE? 
UNO STUDIO SULLA POLIZIA PENITENZIARIA E LE RAPPRESENTAZIONI DEI DETENUTI

Alessandro Maculan*

* Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, Università degli Studi di Padova

Riassunto: Con questo contributo si vuole affrontare lo studio del rapporto fra personale di polizia penitenziaria e popolazione reclusa concentrandosi sia sul modo attraverso il quale gli operatori rappresentano i detenuti, sia su come ritengono dovrebbe essere il rapporto con essi. Il materiale empirico raccolto nel corso di un’etnografia svolta in un carcere del nord Italia ha evidenziato fra gli operatori la diffusione di rappresentazioni che tendono a stigmatizzare e disumanizzare i detenuti. Secondo il personale il rapporto con la popolazione reclusa dovrebbe basarsi principalmente sul ‘rispetto reciproco’, che pare nascere da motivazioni prettamente strumentali, e sul mantenimento della “giusta distanza” per non apparire collusi con essi. In conclusione a questo contributo si evidenzierà come il contesto penitenziario costituisca un terreno particolarmente fertile per la costruzione e diffusione di rappresentazioni del genere, rispetto alle quali risulta particolarmente difficile, per il personale, prendere le distanze.

Parole chiave: polizia penitenziaria, detenuti, etnografia, stigmatizzazione, deumanizzazione.

Abstract: Imprisoned Guards? A Study on Prison Officers and the Representations on Prisoners. This essay examines staff-prisoners relationship focusing both on prison officers view towards prisoners and on how they think the relationship with them should be. Data from an ethnography on prison officers carried out in a Northern Italy prison highlighted the spread of stigmatizing and dehumanizing representation about prisoners. According to prison officers the relationship with them should be founded on “mutual respect”, that is related to instrumental motivations, and on keeping the “correct distance”. In conclusion we'll discuss the role of the prison context in the construction and diffusion of these prisoners' representations.

Keywords: prison officers, prisoners, ethnography, stigmatization, dehumanization.


1. Introduzione

I rapporti fra il personale addetto alla sicurezza degli istituti di pena e popolazione reclusa rappresentano senz’ombra di dubbio un aspetto centrale della vita all’inter-no delle carceri (Liebling et al., 2011). Cercare, tuttavia, di descrivere e compren-dere questo particolare aspetto dell’universo penitenziario è un’impresa tutt’altro che semplice (Crawley, 2011) non solo perché tali rapporti possono presentarsi in maniera molto diversa a seconda del particolare istituto preso in considerazione, delle differenti aree di uno stesso carcere, degli attori sociali coinvolti ecc. ma anche perché il loro studio richiede delle garanzie d’accesso al campo che, specialmente in Italia, spesso vengono negate (cfr. Degenhardt, Vianello, 2010; Ferreccio, Vianello, 2014). Possiamo, tuttavia, provare ad avvicinarci a questo tema ripercorrendo diversi contributi empirici i quali, pur nella loro diversità, pos-sono fornirci una descrizione abbastanza generale e comune a diverse esperienze detentive riguardo le basi sulle quali si fondano i rapporti fra staff penitenziario e popolazione detenuta.
    I pioneristici prison studies che sono stati svolti negli Stati Uniti a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso hanno sottolineato come il rapporto fra gli addetti alla sicurezza delle carceri e popolazione reclusa sia basato su un’inevitabile contrapposizione. Questa contrapposizione sarebbe la conseguenza dei differenti ruoli e status di cui sono portatori agenti e detenuti (Weinberg, 1942), dei reciproci stereotipi fortemente ostili (Goffman, 1963) e dei codici culturali tipici dell’uni-verso penitenziario che prescrivono sia ai detenuti che al personale una forte oppo-sizione nei confronti dell’altro gruppo (Clemmer, 1940; Kauffman, 1988). Un altro aspetto caratteristico del rapporto fra staff e detenuti è sicuramente la grande asim-metria di potere che li caratterizza. A differenza però di quello che si potrebbe immaginare il (presunto) potere ‘totalizzante’ dello staff non sempre otterrebbe come conseguenza un’automatica obbedienza alle regole da parte dei detenuti (Sy-kes, 1958). Una forma di potere che non si basa sull’autorità, infatti, faticherebbe a trovare legittimità (cfr. Sparks, Bottoms, 1995) in una popolazione continuamente esposta a deprivazioni e sofferenze (cfr. Sykes, 1958; Crewe, 2011). La strutturale opposizione fra gruppi, la loro forte asimmetrie di potere ed il profondo deficit di legittimità dello staff rappresentano dei fattori tipici e caratteristici del contesto penitenziario. Un contesto che, come hanno sottolineato Haney et al. (1973, p. 90), può persino rivelarsi ‘patologico’, contribuendo alla produzione di comportamenti aberranti ed antisociali nei confronti della popolazione internata da parte di coloro che occupano delle posizioni di forte potere al suo interno (cfr. Zimbardo, 2007).
    I contributi che hanno visto la luce nel mondo anglosassone a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, pur riconoscendo la persistenza dei fattori citati poc’anzi, hanno fornito dei resoconti molto eterogenei riguardo i rapporti fra questi due gruppi sociali (cfr. Maculan, 2014). Alcuni studi hanno evidenziato come all’inter-no di specifiche strutture penitenziarie caratterizzate da una forte ‘cultura della violenza’ (cfr. Scraton et al., 1991) l’utilizzo della coercizione fisica da parte del personale possa arrivare a ricoprire un ruolo centrale nella gestione della quoti-dianità carceraria (cfr. Marquart, 1986; Edney, 1997). Altri, invece, hanno riscon-trato buoni livelli di rispetto, disponibilità e comprensione fra staff e detenuti (Lombardo, 1981; White et al., 1991).[1]  
    I rapporti fra questi due gruppi sociali possono essere studiati anche concen-trandosi su come gli operatori di polizia penitenziaria guardano alla popolazione reclusa e su come essi ritengono dovrebbe essere il loro rapporto con i detenuti (cfr. Liebling et al., 2011; Crawley, 2011). Queste rappresentazioni, infatti, contribui-scono in maniera importante (anche se non in maniera esclusiva)[2] a definire le basi sulle quali prendono forma quotidianamente le interazioni fra questi due gruppi sociali. In questo contributo ci focalizzeremo sullo studio di questi aspetti riportan-do i risultati di una ricerca etnografica della durata di due anni condotta in un istituto di pena del Nord Italia.[3]


2. Come il personale di polizia penitenziaria rappresenta i detenuti

Rappresentazioni stigmatizzanti
    Il personale di polizia penitenziaria che ha partecipato a questo studio ci ha consegnato una rappresentazione della popolazione reclusa molto diversificata al suo interno. Esistono, infatti, numerose differenze relative al modo attraverso il quale gli operatori guardano ai detenuti. Differenze che sono riconducibili sia alle particolari attitudini personali dei singoli operatori (cfr. Gilbert, 1997; Scott, 2008), sia alle diverse esperienze che agenti, assistenti ecc.. hanno avuto nel corso della propria carriera lavorativa. Parallelamente a queste differenze è emerso, tuttavia, un particolare modo di rappresentare la popolazione reclusa che sembra essere comune – pur con le ovvie differenze da operatore a operatore – alla maggior parte del personale in servizio presso questo istituto. Trattasi di rappresentazioni tenden-zialmente negative e stigmatizzanti[4] (Goffman, 2003) che sono riconducibili in prima istanza all’equazione ‘detenuto uguale criminale’:

Spesso li ha chiamati ‘delinquenti, mafiosi, criminali..’, e successivamente ha aggiunto: «Non usciranno mai e si comportano bene per questo, perché se si devono far tanta galera è meglio che la facciano bene..!»
(Nota etnografica)
Parlando dei detenuti, li ha chiamati anche ‘criminali’ e ‘delinquenti’, utilizzando un tono particolarmente dispregiativo ma sottolineando al contempo che non sta a loro giudicarli. Piuttosto ha detto che sarebbe preferibile non sapere cosa hanno fatto. Si rischierebbe, infatti, di non vederli più nello stesso modo rendendo più difficile il proprio lavoro.
(Nota etnografica)

L’equazione ‘detenuto uguale criminale’ è un assunto molto diffuso fra il personale di polizia penitenziaria, è dato per scontato e accettato a-problematicamente come se rappresentasse un’ovvietà che non necessita d’esser messa in discussione.
    Diversi detenuti sono stati dipinti anche come dei ‘delinquenti nati’ per i quali non vi sarebbe alternativa ad un’inevitabile carriera deviante e criminale. Per loro la rieducazione risulterebbe impossibile e quindi totalmente inutile:

Un assistente ha cominciato a denigrare pesantemente la popolazione detenuta assieme al principio della rieducazione del detenuto. Ha detto che la maggior parte di loro non potrà mai essere rieducata perché sono nati criminali e tali resteranno.
(Nota etnografica)

Un’altra rappresentazione fortemente diffusa fra il personale è quella che dipinge i detenuti come degli individui ‘furbi’ ed ‘approfittatori’ (cfr. Goffman, 1968; Crawley, 2011) pronti a raggirare chiunque per ottenere dei benefici personali:

I detenuti quando vedono che sei indaffarato con altre cose ne potrebbero approfittare per fare qualcosa che magari (…). Se uno deve nascondere qualcosa o fare. Quando trova questa opportunità lo fa con una maggiore sicurezza.
(Intervista Assistente Capo)
Anche perché la maggior parte della giornata stanno ad osservarti, loro riescono a capire gli orari, i tempi.. ogni agente come lavora… ti studiano!
(Intervista Assistente Capo)

Questo modo di porsi dei detenuti si presenterebbe anche nei rapporti con i ‘civili’ (educatori, medici, infermieri, volontari ecc..) che fanno esperienza della realtà carceraria:

Ha detto (n.d.r. l’assistente) che «Solo 1 su 1000 esce rieducato. Fanno tutti i buoni per poter avere dei benefici ma in realtà sono pronti a mettertelo nel culo!», e questo succederebbe sia con loro, sia con gli educatori, sia con i volontari. Inizierebbero ‘tastando’ il campo per capire se è possibile chiedere favori e poi comincerebbero a chiede cose che non si potrebbero fare.
(Nota etnografica)
Ha poi ribadito il fatto che con noi (volontari) e con gli educatori si mostrano tanto buoni e bravi, ma che in sezione non parlano dell'università, ma di chi ammazzare... di chi rapire… Ha anche aggiunto che «Loro studiano noi, come noi studiamo loro..». Secondo lui, la mattina saprebbero riconoscere chi è l'agente di servizio sentendo solo il rumore dei passi.
(Nota etnografica)

Anche le questioni che risultano essere particolarmente problematiche e dramma­tiche in carcere, come per esempio la salute personale dei detenuti o i loro tentativi di suicidio, in diversi casi possono essere lette dal personale attraverso la lente del comportamento strumentale:

Durante la mattinata il detenuto M. è andato in ambulatorio probabilmente per una visita. Si tratta di un detenuto anziano che è considerato ‘problematico’ nel senso che sembra abbia il vizio di aggredire verbalmente un po’ tutti: educatori, direttore, magistrati ecc.. Mentre lo vedevo tornare in sezione seduto su una carrozzina accompagnato da un'infermiera un paio d'agenti che erano a fianco a me si sono detti «Questo sta più bene di me e te..!».
(Nota etnografica)
Poi ho parlato un po' con l'assistente che ho visto per la prima volta oggi. Mi ha parlato dei detenuti che vanno controllati a vista, quelli, cioè, che hanno tentato il suicidio. Lui però non l'ha chiamato suicidio ma ‘finzione di suicidio’. Io gli ho chiesto a che scopo farebbero questi atti. Mi ha detto che lo farebbero per attirare l'attenzione dell'ufficio comando, ma anche quella del magistrato di sorveglianza. Secondo lui per lo stesso motivo molti farebbero anche lo sciopero della fame. Sia quest’ultimi che coloro che tentano il suicidio sono stati chiamati ‘furbetti’.
(Nota etnografica)

Infine, le rappresentazioni dei detenuti possono assumere dei connotati ulterior-mente negativi. Ciò può accadere in riferimento a coloro che hanno commesso dei reati particolarmente biasimabili nei confronti, per esempio, di donne e bambini, ma non solo:

L'agente con il quale mi sono intrattenuto per diverso tempo mi ha parlato di diverse questioni, in particolare della condanna che hanno molti detenuti in quella sezione, i cosiddetti sex offenders, ‘merde’ li ha anche chiamati.
(Nota etnografica)
Non è come in fabbrica, questi qua son gli scarti della popolazione. Non è un lavoro da tutti.
(Intervista Assistente Capo)
L’agente era molto arrabbiato e si è rivolto più volte (anche in presenza dell’ispet-tore) nei confronti di questi detenuti chiamandoli ‘immondizia’, ‘monnezza’.
(Nota etnografica)

Le etichette stigmatizzanti a cui abbiamo appena accennato rappresentano l’inevi-tabile conseguenza sia del processo di degradazione di status (Garfinkel, 1956) a cui sono esposti i detenuti non appena effettuano il loro primo ingesso in carcere sia delle numerose deprivazioni che subiscono nel corso della detenzione (Sykes, 1958). Queste etichette costituiscono delle ‘lenti’ attraverso le quali il personale di polizia penitenziaria tende a guardare quotidianamente la popolazione reclusa. Esse forniscono una rappresentazione monolitica e fortemente essenzializzata dei dete-nuti. Una rappresentazione che tende a misconoscere e negare la complessità e la ricchezza delle loro esperienze di vita pregressa al di fuori del carcere. Una rappre-sentazione rigida, standardizzata e fortemente negativa dalla quale risulta molto difficile, non solo per chi la subisce ma anche per chi la veicola, riuscire a distanziarsi.


Una disumanizzazione “banale”?
    Si prendano ora in considerazione i prossimi estratti dal diario etnografico che mettono in luce un particolare modo di guardare ai detenuti:

Verso la fine del nostro colloqui ci siamo fermati a parlare del più e del meno, soprattutto dei loro colleghi che hanno tentato il suicidio. Uno dei due agenti ha detto “Scusa se non parlo del suicidio dei detenuti, ma loro sono in carcere perché hanno commesso un reato, noi siamo in carcere per lavorare.. è diverso..!”
(Nota etnografica)
Mi ha riportato (un sottoufficiale) un modo di dire che a detta sua vige tra loro. Ha sottolineato che è particolare: “Meglio un morto in cella che un detenuto evaso”. Parafrasando, a loro creerebbe meno problemi un suicidio o un omicidio consumato in carcere piuttosto che un’evasione.
(Nota etnografica)
L’assistente capo mi stava parlando delle modalità di controllo notturno in sezione che vengono fatti ciclicamente guardando attraverso lo spioncino della cella per verificare se un detenuto sta dormendo oppure se è morto (verificando se sta respirando). Ha detto che mentre fai questi controlli può essere che si dia anche fastidio ai detenuti e che vengano svegliati con loro disappunto.. Detto ciò ha affermato: “Ma mica sei venuto qui in carcere per dormire!”.
(Nota etnografica)

Nel primo caso l’intervistato ha individuato due differenti ‘livelli del cordoglio’ riconducibili ai suicidi consumati che hanno visto come vittime sia i propri colleghi che la popolazione detenuta. Le sue parole, oltre a manifestare una più che ovvia maggiore vicinanza ai primi che rappresentano il suo gruppo d’appartenenza, ci dicono che il suicidio di un ‘lavoratore’ sarebbe un evento più grave rispetto al suicidio di un detenuto. Dalle sue parole si evince come, sia lo status del detenuto stesso a porlo ad un livello inferiore d’umanità rispetto a tutti coloro che non hanno subito una degradazione di status. Il secondo estratto sottolinea esattamente il concetto appena espresso, cioè la tendenza a disumanizzare la popolazione dete-nuta poiché considerata appartenente ad un'altra ‘sfera morale’ caratterizzata da valori e norme differenti rispetto a quelle adottate nella vita di tutti i giorni fuori dal carcere (Scott, 2008, 2009). Affermare che sia meglio un detenuto morto piut-tosto che uno evaso significa misconoscere l’umanità della popolazione ristretta a favore di un freddo calcolo razionale dove assumono un ruolo centrale le conse-guenze che tali azioni (suicidio oppure evasione) possono avere esclusivamente nei termini delle proprie responsabilità lavorative e nei conseguenti carichi di lavoro che tali episodi possono comportare. L’ultimo estratto esprime un concetto decisamente meno drammatico rispetto ai precedenti ma ugualmente eloquente. Le parole dell’assistente capo negano il diritto dei detenuti di veder rispettate le proprie necessità e bisogni, anche quelli fisiologici come il poter riposare e dormire senza essere disturbati, a favore delle attività di controllo e di sorveglianza poste in essere dal personale di polizia penitenziaria. Ancora una volta nell’immaginario del mio interlocutore lo status degradato del detenuto ha legittimato una visione maggiormente ristretta dei diritti dei detenuti rispetto a quelli di cui generalmente sono portatori coloro che non hanno subito una condanna detentiva.
    Se il binomio carcere-disumanizzazione di primo acchito può richiamare alla mente episodi di violenza, abusi e maltrattamenti[5] (cfr. Haney et al., 1973; Zamperini, 2004; Zimbardo, 2008) in questo contributo si vuole sottolineare come la disumanizzazione dei detenuti possa vedere la luce in carcere anche in una maniera quasi ‘banale’ (Arendt, 1964), attraverso le modalità ‘quotidiane’, ‘date per scontate’ ed ‘ingenue’ che caratterizzano le pratiche lavorative del personale ed il loro modo di vedere ed interpretare il mondo carcerario. Come abbiamo potuto osservare la disumanizzazione della popolazione reclusa si può manifestare attraverso semplici giudizi nei confronti dei detenuti, attraverso modi di dire che appartengono al diffuso ‘folklore del personale di polizia penitenziaria’, attraverso precisazioni nel corso di colloqui informali, attraverso lo svolgimento delle proprie mansioni quotidiane ecc. Le rappresentazioni stigmatizzanti, degradanti e disuma-nizzanti dei detenuti appartengono, infatti, al ‘senso comune degli operatori penitenziari’, ossia quel tipo di conoscenza e pensiero che sospende il dubbio riguardo alle definizioni della realtà che sono condivise all’interno di un determinato gruppo sociale, in relazione alle necessità pratiche della vita di ogni giorno (cfr. Schutz, 1979). Una forma di conoscenza, in altre parole, data per scontata, accettate acriticamente come ‘normalità’ e riprodotta giorno dopo giorno attraverso le routine lavorative del personale.[6]
 

Distanziarsi da queste rappresentazioni
    È interessante osservare, tuttavia, come la rappresentazione stigmatizzante e disumanizzante dei detenuti possa, in alcuni casi specifici, attenuarsi o, addirittura, scomparire del tutto. I prossimi estratti ci introducono il primo di questi, quello in cui gli operatori penitenziari passino molto tempo a stretto contatto con dei detenuti nel corso delle attività lavorative dedicate a quest’ultimi:

Io vivo con loro (…). Per quanto riguarda la mia esperienza ti dico che hanno un cuore grande… io… è brutto da dire ma io mi trovo più a mio agio con loro delle volte che con delle persone fuori. La differenza il carcere la fa sul fatto della bontà di cuore (…). Io, è il mio cavallo di battaglia: se un detenuto ha una sigaretta la spezza a metà! Poi fuori va a fare il delinquente magari ma io ti porto la mia esperienza, con loro mi son sempre trovato a mio agio… ho instaurato un rapporto di collaborazione. Io sono una guardia a metà.
(Intervista Assistente Capo)
Poi l'assistente capo mi ha parlato della sua fiducia nei confronti dei ‘suoi lavoranti’ (cioè i detenuti che lavorano con lui), di come loro possano entrare tranquillamente in ufficio e fare le loro cose, liberamente. «Da uno che non conosce come ci siamo organizzati potrebbe apparire strano!», mi ha detto, «..ma va bene così perché si lavora bene senza che vi siano problemi!».
(Nota etnografica)  

La ripetuta vicinanza spaziale fra operatori e detenuti assieme alla condivisione di un qualsiasi tipo di attività può contribuire al superamento della rappresentazione monolitica e degradante del detenuto stesso. Ciò non significa che agli occhi del personale questi smettano di essere etichettati come ‘criminali’, ‘furbi’ o ‘approfittatori’. Piuttosto, la rappresentazione del detenuto tende ad arricchirsi attraverso anche altri particolari non solo negativi e stigmatizzanti.
    Il secondo caso è simile al primo e coinvolge gli agenti e gli assistenti che hanno passato molto tempo a stretto contatto con gli stessi detenuti. Ciò può aver luogo soprattutto nelle sezioni detentive che ospitano detenuti condannati a delle pene molto lunghe:

Sia ieri che oggi ho assistito a diversi colloqui informali tra operatori di polizia penitenziaria  e detenuti. In particolare ho osservato un assistente capo che, mentre parlava con dei detenuti del settore A, al di là del cancello, aveva il piede appoggiato al cancello e le braccia oltre le sbarre. Tale postura sembrava dimostrare quasi un superamento delle sbarre che li dividevano, come se non ci fosse un cancello del carcere, ma la ringhiera di un giardino al quale una persona si appoggia per dialogare con il proprio vicino di casa.
(Nota etnografica)
La mattinata si è movimentata quando è arrivata la torta assieme ai dolcetti che l'assistente capo ha deciso di offrire a tutti (era il giorno del suo compleanno). A questo banchetto sono stati invitati alcuni colleghi, un paio di educatrici, un'insegnante che in quel momento era in pausa tra una lezione e l’altra ed, ovviamente, il sottoscritto. Il festeggiato ha offerto delle fette di torta, fuori dall'ufficio, anche a tre detenuti che si trovavano lì in quel momento. Uno era un detenuto abbastanza anziano, l'altro era di un'altra sezione ma era lì perché è l’addetto a portare il sopravvitto e poi a SS, il detenuto che conosco molto bene, il quale l'ha mangiata molto avidamente.
(Nota etnografica)

Anche la condivisione per molti anni dello stesso ambiente (chi per lavoro, chi per condanna) può portare alcuni di questi attori sociali ad avvicinarsi contribuendo al superamento di quei pregiudizi che sono la conseguenza non solo dello stigma del detenuto ma anche di una cultura penitenziaria che prescrive, in maniera simile agli operatori e ai detenuti, una forte contrapposizione nei confronti dell’altro gruppo (cfr. Clemmer, 1940; Kauffman, 1988; Crawley, Crawley, 2008; Vianello, 2015).
    Infine, il terzo caso specifico nel quale la rappresentazione disumanizzata e stigmatizzante della popolazione reclusa può attenuarsi fino a scomparire coin-volge il rapporto tra personale e detenuti che vengono considerati innocenti o che hanno commesso dei reati giudicati ‘comprensibili’:

In quell'istante l'agente scelto ha portato in ufficio un detenuto (…). Questo detenuto si è dimostrato davvero in sintonia con gli agenti, quasi come se fosse un loro amico. L'agente scelto rideva moltissimo per quello che diceva ed aveva un modo di porsi nei suoi confronti assolutamente amichevole (si vedeva che con quel detenuto c'era un legame speciale). Poi mi hanno detto che lui è dentro per l'omicidio di (omissis) ma che non credono sia stato lui, lo giudicano innocente. Anche la madre della vittima lo considererebbe tale. È un detenuto per il quale hanno un occhio di riguardo.
(Nota etnografica)
L’assistente con il quale stavo parlando ha fatto, però, una distinzione tra i criminali veri, per i quali la rieducazione sarebbe inutile e quelli che sono come me e come lui. I padri di famiglia, che magari son tornati a casa ed hanno trovato la moglie a letto con un altro. A su avviso loro non sarebbero dei criminali veri.
(Nota etnografica)    

Nel primo dei due estratti la portata negativa dello stigma è stata neutralizzata dalla convinzione che il detenuto sia innocente e, quindi, una sorta di ‘martire’ che non apparterrebbe pienamente al ‘mondo’ dei detenuti. Nel secondo estratto, invece, emerge come il concetto di ‘criminalità’ sia una costruzione socio-culturale (Sbraccia, Vianello, 2010) che si riproduce in maniera diversa a seconda dei contesti e degli attori sociali coinvolti. È ipotizzabile, infatti, che in un ambiente tendenzialmente machista come il carcere (cfr. Fleisher, 1989; Crawley, Crawley, 2008) l’omicidio passionale della ‘moglie traditrice’ e/o dell’amante possano essere considerati dal personale dei reati, se non propriamente accettabili, sicuramente comprensibili per i quali non si può escludere che, in determinate condizioni, anche loro stessi potrebbero commettere.
 

3. Come il personale ritiene dovrebbe essere il loro rapporto con i detenuti

Rispetto reciproco
    Generalmente gli agenti ed assistenti intervistati hanno sottolineato come il ‘rispetto reciproco’ ricopra un ruolo importante nel rapporto fra personale di polizia penitenziaria e popolazione detenuta:

Io rispetto loro e loro rispettano me. Non ci sono mai stati. Se qualcuno si è azzardato di alzare la voce non è che subito ci attacchiamo con calma verrà a chiedere scusa lui! Del resto noi qua non ne abbiamo avuti, c’è un buon rapporto, veramente.
(Intervista Assistente Capo)
Allora, ti parlo dell’esperienza del primo perché ormai i detenuti. Mha… il rapporto a livello personale è sempre stato buono io faccio il mio, rispetto i detenuti, loro rispettano me. Mai avuto grandi problemi con i detenuti, perché alla fine capiscono anche loro la persona che sei. Se sei uno che viene là per lavorare o se vai solo per rompergli le scatole… lo capiscono anche loro. Con me non ci son mai stati problemi, poi ti dico, c’è sempre la litigata, ma è normale è il lavoro nostro. Loro sono detenuti, noi siamo agenti.
(Intervista Agente Scelto)

Un’eventuale mancanza di rispetto dei detenuti nei confronti del personale di polizia penitenziaria può comportare delle sanzioni che possono implicare anche l’utilizzo della forza:

Riguardo al fatto di saper stare in carcere, l’assistente capo con il quale mi sono intrattenuto per diversi minuti mi ha detto che in alcuni casi può capitare di ‘menare’ un detenuto che, magari appena arrivato, non sa come comportarsi e manca loro di rispetto. Ha detto che tali botte servono per fargli capire chi comanda.
(Nota etnografica)
Poi, tornando alle aggressioni da parte di detenuti, mi hanno detto che ti prendi offese anche pesanti da parte dei detenuti, ma che non puoi fargli nulla, se non un rapporto disciplinare che, ha detta loro, non varrebbe nulla (soprattutto per coloro non hanno nulla da perdere…). Hanno parlato anche di sberle che ‘volano’ nei confronti dei detenuti, quando se le meritano.
(Nota etnografica)

Questi estratti evidenziano come la coercizione fisica ricopra sia una funzione sanzionatoria sia una funzione deterrente allo scopo di prevenire comportamenti  ed atteggiamenti considerati inaccettabili (cfr. Marquart, 1986; Edney, 1997):

Riguardo le aggressioni nei confronti del personale l’assistente capo mi ha detto che se avvengono il detenuto viene immediatamente spostato in un altro carcere, anche per incolumità sua. Ha sottolineato inoltre che è importante che gli agenti gli diano una bella lezione, in modo tale da far passare a tutti i detenuti  il messaggio che ogni tentativo di aggressione nei confronti del personale verrà punito in maniera pesante. Tale fermezza sarebbe necessaria anche alla luce del fatto che sono numericamente inferiori rispetto alla popolazione detenuta..
(Nota etnografica)

 

Non possiamo, tuttavia, parlare di ‘rispetto reciproco’ fra personale di polizia penitenziaria e popolazione reclusa senza problematizzare questa tema alla luce non solo della rappresentazione stigmatizzante dei detenuti fornita dagli operatori, ma anche della profonda relazione di potere asimmetrico che caratterizza i due gruppi. Una relazione di potere che non può essere messa in discussione da nes-suno, tantomeno dai detenuti stessi. Ma per quale motivo l’asimmetria di potere presente tra personale di polizia penitenziaria e popolazione reclusa rende la questione del rispetto reciproco particolarmente problematica in carcere? In primo luogo perché questa relazione si sviluppa all’interno di un’istituzione la cui finalità immediata non risulta essere il benessere dei detenuti (Goffman, 1968), i quali ven-gono reclusi contro la propria volontà e quindi obbligati a permanervi forzata-mente. La vita detentiva, inoltre, porta con sé una grande quantità di deprivazioni che contribuiscono a molte delle sofferenze della popolazione reclusa (cfr. Sy-kes,1958; Cohen, Taylor,1972; Crewe, 2011). Il personale di polizia penitenziaria in tutto ciò non ricopre un ruolo neutrale poiché è chiamato a controllare i detenuti e a gestire le loro numerose richieste spesso anche attraverso il divieto (Sarzotti, 2000), limitando, cioè, tutti quei casi in cui tendano a mettere in discussione le restrizioni caratteristiche della propria posizione sociale. In altre parole sarebbero proprio gli operatori di polizia penitenziaria coloro che nella dimensione quotidiana devono garantire che le deprivazioni caratteristiche dell’esperienza detentiva vedano davvero la luce. Quanto detto influisce decisamente sul mancato riconoscimento da parte della popolazione detenuta dell’autorità incarnata dal per-sonale contribuendo, così, a misconoscerne la legittimità (cfr. Sparks, Bottoms, 1995).
    Alla luce di tutto ciò il personale di polizia penitenziaria dimostrerebbero ri-spetto nei confronti dei detenuti principalmente allo scopo di mantenere una convi-venza pacifica in carcere, per non creare tensioni e conflitti e quindi non rischiare di mettere in pericolo l’ordine e la sicurezza dell’istituto (cfr. Drake, 2008). Anche la popolazione reclusa lo dimostrerebbero principalmente da un punto di vista stru-mentale: il rispetto delle regole formali ed informali del carcere può contribuire, infatti, a far ottenere loro dei benefici legati alla buona condotta ma non solo. Il rispetto nei confronti del personale può costituire anche un modo attraverso il quale dimostrare, soprattutto agli altri detenuti, di ‘sapersi far bene la propria galera’ (cfr. Torrente, 2012; Vianello, 2015) senza creare troppi problemi a sé stessi e agli altri.
    Si potrebbe obiettare che il rispetto sia per il personale che per i detenuti non nasca solamente da dei bisogni utilitaristici ma da un senso di rispetto vero e pro-prio nei confronti degli altri ‘esseri umani’, indipendente dal fatto che essi appar-tengano al mondo della polizia penitenziaria o a quello dei detenuti. Ovviamente questa possibilità non può essere esclusa a priori. Sicuramente ci potranno essere casi del genere ma che, tuttavia, sembrano essere decisamente secondari rispetto a quelli appena esplicitati. Sono, infatti, le caratteristiche del contesto nel quale sono immersi quotidianamente gli operatori ed i detenuti a limitare fortemente questa possibilità.
 

Mantenere la giusta distanza
    Personale di polizia penitenziaria e detenuti rappresentano due gruppi struttu-ralmente ed inevitabilmente contrapposti, caratterizzati da una particolare ‘distanza’ che deve essere mantenuta e negoziata giorno dopo giorno: 

Io che sono a contatto con i detenuti tutti i giorni, ci rido, ci faccio la battuta clas-siche cose, puoi parlare di calcio non devi creare un clima pesante e rigido. Rispet-to, la giusta confidenza, non possono prendersi la confidenza che passano ‘Oh amico’ e pacca sulla spalla, là si va per eccesso,  non fa bene a loro, non fa bene a noi, non fa bene a nessuno (…). Questa troppa confidenza rovina determinati mecca-nismi perché non si riesce più a lavorare correttamente perché quando entra troppa confidenza con una persona risulta difficile imporre qualcosa o dire di no. Perché il dire di no è la cosa più difficile perché non sempre si riesce a dire di no ed è lì che non devi cascare, se bisogna dire di no bisogna dire di no. Sono le regole che te lo impongono è il tuo status che te lo impone perché se ci sono delle regole sono fatte per essere seguite!
(Intervista Agente Scelto)
Poi io sono più della nuova generazione, ho avuto già dalla scuola questa cosa di non essere coinvolta, distaccata. Quindi, nel tempo, ho sempre evitato di farmi chia-mar per nome, di far sapere il mio nome. Anche perché ho sentito persone che lo facevano per me già dalla scuola era sbagliato, ho sempre cercato di evitarlo, però io non sono nessuno per dire che quella collega o quello fanno male o bene. Per me è sbagliato perché mi è stato insegnato così.
(Intervista Agente Scelto)

Secondo gli operatori un po’ di confidenza con i detenuti può essere accettabile poiché può contribuire a rendere il clima in carcere meno pesante. L’importante, però, è che non vengano superati determinati limiti. Il rischio, infatti, sarebbe quel-lo di perdere d’autorità agli occhi del detenuto non riuscendo più ad imporsi anche attraverso il divieto (cfr. Sarzotti, 2000). L’atteggiamento distaccato con i detenuti per evitare qualsiasi forma di coinvolgimento corrisponde anche ad una prescri-zione che troverebbe le sue origini nei corsi di formazione per gli operatori di polizia penitenziaria. In questo senso, nascondere il proprio nome ai detenuti e chiamarli solamente per cognome contribuirebbe al mantenimento della ‘giusta distanza’ tra personale addetto alla sorveglianza e popolazione ristretta.

Pensa a chi ne ha settanta di detenuti è quasi impossibile stabilire un rapporto non di amicizia, non ci deve mai essere, ma non per un discorso di… proprio come figura professionale perché comunque tutte e due, sia la polizia penitenziaria sia il detenuto devono sapere quali sono i limiti da rispettare. Noi da questo punto di vista profes-sionale e loro da un punto di vista. Noi rappresentiamo lo Stato, quindi non ci può essere amicizia.
(Intervista Assistente Capo)

Nel contributo appena riportato viene esclusa totalmente ogni possibilità di ami-cizia tra personale di polizia penitenziaria e detenuti (cfr. Crawley, 2011). Questi due gruppi apparterrebbero, infatti, a due mondi completamente differenti ed opposti: i primi, nell’immaginario del personale di polizia penitenziaria, al mondo della legalità mentre i secondi, sempre nel loro immaginario, a quello dell’illega-lità. Sarebbe proprio il ruolo istituzionale incarnato dagli agenti stessi a vietare la possibilità che si sviluppi una relazione amicale.
    Si prenda in considerazione ora il prossimo estratto dal diario etnografico.  Risulta particolarmente efficace la metafora dei ‘binari’ utilizzata dal mio interlo-cutore per descrivere come, a suo parere, dovrebbe essere il rapporto tra personale di polizia penitenziaria e popolazione detenuta:

Ha detto che bisogna stare attenti perché i detenuti ti studiano per poterti manipolare ed ottenere delle cose, dei benefici. Cominciano ‘tastando’ il terreno per capire fino a quanto potersi spingere e poi appena possono ‘te lo mettono in culo’. Per questo ritiene importante non superare mai quella ‘linea di confine’ che li separa dai dete-nuti. Ha usato la metafora dei binari: agenti e detenuti viaggerebbero parallelamente ma bisogna fare attenzione affinché questi due binari non si incontrino ma che conti-nuino a seguire la stessa direzione a distanza.
(Nota etnografica)

Proseguire parallelamente andando verso la stessa direzione senza mai, però, incontrarsi. Questa metafora sembra racchiudere la mission del personale di polizia penitenziaria poiché evidenzia come tra loro e i detenuti via sia inevitabilmente un destino condiviso legato ai compiti di mantenimento della sicurezza e dell’ordine che non possono far altro che porre questi due gruppi nella continua condivisione di spazi ed esperienze. Secondo il personale tale condivisione deve, però, essere caratterizzata da dei limiti, da dei confini, che preservino la loro ‘purezza’ istituzionale scongiurando qualsiasi possibilità di ‘contagio’. Si veda a proposito il prossimo estratto:

L’assistente mi ha parlato della conoscenza che hanno dei detenuti, una conoscenza molto più approfondita di quella che possono avere gli educatori o persino i sottuf-ficiali che passano poco tempo a stretto contatto della popolazione ristretta. Il fatto di passare molti anni con loro può portare un operatore ad ‘accamosciarsi’, cioè co-minciare a ragionare e prendere dei comportamenti tipici della popolazione detenuta. Rappresenta un grande rischio al quale tali agenti sono esposti e che non è facile da fronteggiare.
(Nota etnografica)

‘Accamosciarsi’, avvicinarsi alla popolazione detenuta diventando dei ‘camosci’. Nello slang del carcere è un modo dispregiativo per indicare chi ha superato il confine che ci deve essere tra personale di polizia penitenziaria e popolazione ristretta avvicinandosi, nel bene e nel male, ad un modo di vedere e vivere il mondo carcerario tipico dei detenuti (cfr. Sarzotti, 2000). 
    È evidente come il richiamo alla ‘giusta distanza’, al distacco ed ovviamente al rifiuto di un qualsiasi rapporto di amicizia, se da un lato può essere giustificato dalla necessità di portare a compimento i propri compiti in maniera efficiente, dall’altro rivela ulteriormente un diffuso biasimo nei confronti dei detenuti. Una popolazione stigmatizzata che secondo il personale deve essere sempre mantenuti a distanza poiché appartenente ad un’altra ‘sfera morale’, che potrebbe corrompere sia materialmente che moralmente l’operatore di polizia penitenziaria, il rappre-sentante dell’istituzione penitenziaria e dello Stato.    

 

4. Conclusioni

In questo contributo ci siamo concentrati sullo studio dei rapporti fra il personale addetto alla sicurezza degli istituti di pena e la popolazione reclusa focalizzandoci, nello specifico, sia sul modo attraverso il quali gli operatori rappresentano i detenuti sia su come ritengono debba essere il loro rapporto con essi. Dai dati raccolti abbiamo potuto osservare fra gli operatori di polizia penitenziaria la diffusione di diverse rappresentazioni che tendono a stigmatizzare e disumanizzare la popolazione reclusa. Trattasi di rappresentazioni che se da un lato non esauriscono il complesso e variegato modo attraverso il quale gli operatori guardano alla popolazione ristretta, dall’altro sembrano essere particolarmente diffuse fra la maggior parte del personale. Profondamente legato a questo modo di guardare la popolazione reclusa è anche il richiamo alla ‘giusta distanza’ che deve essere continuamente mantenuta fra operatori e detenuti. Se, infatti, da un lato la ‘giusta distanza’ è stata rappresentata come un fattore imprescindibile del proprio lavoro poiché permetterebbe di svolgere i propri compiti nella maniera migliore, dall’altro sembra rivelare il forte timore di perdere la propria ‘purezza istituzionale’ a seguito di un avvicinamento ad una popolazione fortemente biasimata. Infine abbiamo potuto osservare come secondo il personale il loro rapporto con i detenuti dovrebbe basarsi sul ‘rispetto reciproco’. Un ‘rispetto reciproco’, però, che sembra rispondere soprattutto ad esigenze strumentali sia per gli uni che per gli altri.
    Ma da dove traggono origine questi specifici modi di guardare la popolazione reclusa e le relazioni interpersonali fra operatori e detenuti? È evidente che il contesto sociale all’interno del quale questi due gruppi sociali sono quotidianamente immersi ricopre un ruolo assolutamente centrale (cfr. Buffa, 2013). Un contesto sociale che stigmatizza i detenuti a partire dal loro ingresso in carcere, dove l’etichetta del ‘detenuto’ crea un profondo senso di alterità che spinge gli operatori a percepirli come un gruppo di individui inevitabilmente diversi da tutti coloro che non hanno subito una condanna carceraria (Scott, 2009, p. 141). Un contesto dove le forme di resistenza (cfr. Goffman, 1968; Cohen, Taylor, 1972) che i detenuti attivano continuamente per far fronte alle numerose deprivazioni che caratterizzano loro condizione di vita (Sykes, 1958) portano inevitabilmente il personale ad interpretarli come degli individui ‘furbi’ ed ‘approfittatori’ da trattare con profondo sospetto. Un contesto che prescrivendo una netta separazione (e contrapposizione) fra operatori e detenuti non solo genera numerose conflittualità ed ostilità ma esaspera la necessità del personale di distanziarsi dalla popolazione reclusa per non apparire colluso con essa. Un contesto pervaso da un particolare ‘senso comune’ dato, ovviamente, per scontato che legittima e diffonde fra gli operatori rappresentazioni stigmatizzanti e disumanizzanti dei detenuti. Ma, come abbiamo potuto osservare, è anche possibile non farsi travolgere completamente dal ‘potere’ del contesto penitenziario distanziandosi, quantomeno in parte, dalle rappresentazioni che si sviluppano al suo interno. Esistono, infatti, delle condizioni che possono limitare o far scomparire la portata dei processi di stigmatizzazione e disumanizzazione dei detenuti. Tali condizioni, però, sembrano costituire delle eccezioni all’interno del mondo penitenziario poiché risultano essere circoscritte a specifiche situazioni che coinvolgono in maniera limitata sia gli operatori che i detenuti. Con ciò non si vuole affermare che la soggettività degli attori sociali che operano negli istituti di pena scompaia completamente come se venisse sovrastata dalla struttura che ospita le loro azioni. Piuttosto, all’interno del mondo penitenziario sembra che «l’ampiezza della porta per la soggettività» (Zamperini, 2004, p. 130), che può permettere la messa in discussione dello status quo carcerario, sia particolarmente ristretta.
    In quest’ottica possiamo guardare agli operatori di polizia penitenziaria come se anch’essi fossero metaforicamente ‘imprigionati’. Non solo perché, come i detenuti, trascorrono gran parte della propria vita confinati in un istituto di pena e neppure, come sottolineava Lombardo (1981), solamente perché non riescono ad emanciparsi dalle rappresentazioni pregiudizievoli, stereotipate ed anacronistiche diffuse fra l’opinione pubblica. L’esperienza sul campo ci ha detto che gli operatori di polizia penitenziaria possono ritrovarsi imprigionati all’interno di rigidi ruoli professionali che rendono particolarmente difficile un ripensamento del tipo di relazioni interpersonali che vedono la luce all’interno delle mura delle carceri. Imprigionati in modelli di comportamento che prevedono poco spazio per la messa in discussione di ciò che quotidianamente viene fatto. Imprigionati in forme mentis che sembrano essere troppo legate a dinamiche relazionali basate sulla distinzione noi/loro, dove lo stigma sociale di cui è portatore il detenuto ricopre una funzione cruciale nella definizione della situazione. Imprigionate, infine, all’interno di un’istituzione che può trasformarsi per il personale di polizia penitenziaria in una ‘prigione della mente’ (Zamperini, 2004) che fornisce delle rappresentazioni profondamente rigide riguardo il mondo carcerario nel suo complesso e rispetto alle quali risulta estremamente complicato prendere davvero le distanze.

 

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Note biografiche sull’autore

Alessandro Maculan è dottore di ricerca in “Scienze Sociali: Interazioni, Comunicazione, Costruzioni Culturali” presso l’Università degli Studi di Padova. Collabora con l’osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone ONLUS ed ha lavorato allo “European Prison Observatory” coordinato sempre dall’Associazione Antigone. I suoi interessi di ricerca si sono rivolti principalmente allo studio dell’istituzione carceraria, del personale di polizia penitenziaria e dei processi di criminalizzazione dei migranti.

 

About the author

Alessandro Maculan is PhD in “Social Sciences: Interactions, Communication, Cultural Construction” at the University of Padua. He collaborate to the Association Antigone’s National Observatory on the detention condition in Italy and worked for the “European Prison Observatory” that was coordinated by Antigone. His main research interests are the study of the prison, prison officers and the migrant criminalization processes.  

 

[1] È importante sottolineare come i risultati di tali ricerche risultino essere profondamente influenzati sia dalle diverse possibilità d’accesso al campo - che inevitabilmente selezionano i dati ai quali il ricercatore può accedere - sia dagli obiettivi specifici della ricerca stessa (cfr. Scott, 2015).

[2] Nel definire le modalità attraverso le quali il personale interagisce con i detenuti ricoprono un ruolo importante anche le caratteristiche degli attori sociali coinvolti e quelle del contesto all’interno del quale tali interazioni vedono la luce.

[3] Questa etnografia è stata svolta attraverso un periodo di osservazione partecipante (sia “coperta” che “scoperta”) ed interviste etnografiche. Il nome dell’istituto di pena non verrà riportato per garantire ulteriormente l’anonimato degli operatori che con molta pazienza e disponibilità hanno partecipato allo studio.

[4] Rappresentazioni simili sono state riscontate per esempio anche nei lavori di Scott (2009) e Crawley (2011).

[5] Trattasi di episodi che, purtroppo, avvengono nelle nostre carceri come ci ricordano diversi fatti di cronaca. Si veda a proposito il contributo di Lanza di Scalea (2013).

[6] Parlare di disumanizzazione della popolazione detenuta non significa affermare che il personale di polizia penitenziaria, o parte di esso, sia privo di alcun senso morale. Piuttosto, all’interno dell’universo penitenziario, i suoi dettami possono essere neutralizzati facendo ricorso a specifiche tecniche (cfr. Sykes, Matza, 1957; Bandura, 1999; Cohen, 2001) attraverso le quali il personale di polizia penitenziaria, o chiunque accetti tali rappresentazioni, può giustificare e quindi accettare la costruzione del carcere come un “regno morale differente rispetto al mondo esterno” (Scott, 2008: 183).

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