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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Alberto Burgio

Dipartimento di Filosofia e Comunicazione
Università di Bologna

Articoli di Alberto Burgio:

L’autore di questo contributo pone i lettori davanti ad una domanda cruciale e importate nel quadro della conferenza in cui è inserita riguardo alla memoria della Seconda Guerra Mondiale, “Perché vollero?”, un quesito cui ancora non esiste risposta e che lascia ogni dubbio alla riflessione personale di ognuno. Si intrecciano meccanismi dispotici, autoritari, sociali, psicologici e persuasivi nel determinare il consenso e la nascita dei regimi totalitari in Italia e Germania e le atrocità di cui sono stati i responsabili.

DOI: 10.17386/SA2017-003004

 

 

PERCHÉ VOLLERO?

IL PARADOSSO DI UNA DOMANDA IMPRESCINDIBILE

 

 

Alberto Burgio*

*Dipartimento di Filosofia e Comunicazione, Università di Bologna

 

 

Riassunto: L’autore di questo contributo pone i lettori davanti ad una domanda cruciale e importate nel quadro della conferenza in cui è inserita riguardo alla memoria della Seconda Guerra Mondiale, “Perché vollero?”, un quesito cui ancora non esiste risposta e che lascia ogni dubbio alla riflessione personale di ognuno. Si intrecciano meccanismi dispotici, autoritari, sociali, psicologici e persuasivi nel determinare il consenso e la nascita dei regimi totalitari in Italia e Germania e le atrocità di cui sono stati i responsabili.

 

Parole chiave: nazismo, “dittatura del consenso”, complicità, psicologia di massa, partecipazione di massa.

 

Abstract: Why they would? The author of this text inspires the readers to a question without an answer, that concerns the memory of the Second World War, “Why they would?”, a question that leaves with a personal reflection about what happened. There are despotic, authoritarian, social, psychological and persuasive inner workings that intersect together and determined the raise of European totalitarianisms.

Key words: Nazism, “consensus dictatorship”, complicity, mass psychology, mass participation.

 

 

 

 

Grazie a tutti i presenti e grazie soprattutto alla Fondazione Andrea Devoto per questo invito che ci fa molto piacere anche per la concomitanza con il Giorno della memoria.

Sono già state poste diverse questioni e vorrei mettere subito le mani avanti avvertendo che non sarò in grado di raccogliere tutti gli spunti offerti, molto significativi. Proverò a fare emergere da un breve ragionamento il paradosso di questa domanda – «perché vollero?» – o piuttosto della nostra condizione di fronte ad essa.

Si tratta di una condizione paradossale, a mio modo di vedere, perché non possiamo non porci questa domanda alla quale tuttavia non possiamo rispondere, se assumiamo che la risposta debba coprire tutte le questioni che la domanda stessa evoca. Possiamo arrivare, per dir così, a un novantacinque per cento, forse a un novantanove per cento. Ma dobbiamo sapere in partenza che è obiettivamente impossibile esaurire l’intero spazio della domanda.

Per cercare di spiegarmi prendo le mosse da una breve citazione tratta dall’Introduzione alla psicoanalisi (1916). A Freud fu risparmiata la sofferenza di assistere agli orrori della Seconda guerra mondiale (morì pochi giorni dopo l’invasione nazista della Polonia), dopo le tante sventure che lo avevano colpito a seguito dell’ascesa di Hitler al potere: la detenzione della figlia Anna, le frequenti irruzioni nell’appartamento di Berggasse, l’esilio e il definitivo distacco dalle quattro sorelle rimaste a Vienna, che periranno a Theresienstadt, Auschwitz e Treblinka. Nella sua lunga vita Freud aveva però vissuto appieno, con sofferenza, la Prima guerra mondiale. Poco dopo il suo inizio, egli scrive: «Forse che un pugno di ambiziosi avrebbe potuto da solo, senza la complicità di milioni di uomini, scatenare tutti questi spiriti maligni?».

Non si tratta ancora della Seconda guerra mondiale e del fascismo. Freud parla della carneficina della Prima guerra, che peraltro una parte della storiografia tende a considerare come il primo atto di una trentennale stagione di guerra europea. Ma la questione che emerge dalle sue parole (e che sarà di lì a qualche anno tematizzata da Freud nella Psicologia di massa) è centrale anche per quanto concerne il nazismo e ciò che avvenne nei cinque anni del secondo conflitto mondiale. La questione è quella della complicità della popolazione civile, dell’attiva partecipazione di massa alle vicende che da una parte condussero all’instaurazione dei regimi dispotici e li consolidarono e dall’altra parte consentirono a tali regimi di perpetrare atrocità estreme, crimini indicibili.

La complicità, dunque: il ruolo dei comprimari, dei consenzienti, dei cosiddetti spettatori che in realtà furono in buona misura attori, benché non protagonisti; il ruolo di quanti non svolsero funzioni istituzionali ma nondimeno parteciparono consentendo, sostenendo e permettendo. In parte il nostro libro è dedicato proprio alla questione della partecipazione di massa e del consenso, come ha ricordato Fabio Bracci introducendo questo incontro: alla questione della responsabilità, che è cosa ben diversa – come Marina Lalatta Costerbosa dopo di me avrà modo di chiarire – dalla colpa.

Si trattò di una partecipazione allargata e variegata, polimorfa e complessa. Per questa ragione noi mettiamo in discussione la tripartizione classica (che lo stesso Hilberg, che la propone, avverte inadeguata) tra vittime, carnefici e spettatori. Quest’ultima definizione ci pare insufficiente, inadatta a designare un’attitudine spesso molto complessa: non necessariamente passiva, inerte, marginale. In molti casi – probabilmente nella maggior parte dei casi – quanti la storiografia definisce spettatori furono soggetti attivi, consapevolmente partecipi e influenti. Il problema fondamentale è dunque precisamente comprendere le diverse forme di partecipazione. In questa prospettiva, e per dirla in maniera un po’ provocatoria come del resto proviamo a fare nel libro, ci sembra opportuno verificare la pertinenza del concetto di egemonia anche rispetto al nazismo.

Quando Renzo De Felice – figura indubbiamente complessa e controversa nel panorama della storiografia italiana – pose una questione dirimente a proposito del fascismo avanzando l’ipotesi che negli anni Trenta, e in particolare negli anni della costruzione dell’Impero, il regime avesse conquistato un consenso di massa in Italia, in quel momento si reagì in modo sconsiderato da parte di alcuni storici e politologi di sinistra. Si ritenne che parlare di consenso a proposito del fascismo suonasse come un alibi per il regime. Forse se ne paventò addirittura una trasfigurazione in chiave democratica. Il confronto storico degenerò in una querelle ideologica, nella quale presero il sopravvento motivazioni politiche immediate. Senonché la questione di quello che si sarebbe poi chiamato «consenso totalitario» è effettivamente cruciale, come del resto lo stesso Togliatti riconosce già negli anni Trenta definendo il fascismo un «regime reazionario di massa».

Tutto ciò è ormai, per il fascismo italiano, un dato acquisito. È tuttavia probabile che occorra cominciare a dirlo con chiarezza anche per il nazismo, che invece continua a essere perlopiù inquadrato nello stereotipo del regime terroristico. Il nazismo tende tuttora ad apparirci esclusivamente come una forma di dominio imposto con la violenza e la coercizione. Col risultato di considerare responsabili i soli vertici del regime e di rappresentare la popolazione tedesca come una massa di prigionieri. Va detto che ci sono storici tedeschi che finalmente hanno infranto il tabù parlando a chiare lettere di Zustimmugsdiktatur, definendo cioè il nazismo una «dittatura del consenso». È stata decisiva in proposito la ricerca sul grande pogrom del novembre del ’38 (la cosiddetta «Notte dei cristalli»), grazie alla quale è emerso che le violenze, le distruzioni e i roghi furono in buona misura voluti dalla cittadinanza, al cui furore distruttivo le autorità dovettero in più di un caso porre freno.

La stessa Hannah Arendt, che nei primi anni Cinquanta ricorrerà allo schema semplificatorio del «totalitarismo» (in base al quale i tedeschi sarebbero stati ridotti dal nazismo a marionette, ad automi privi di capacità cognitiva), nel 1945, quando ancora la guerra non è finita, ha un’intuizione straordinaria. Comprende che ciò che ha assicurato al regime stabilità e potenza è stata la capacità della dirigenza nazista (Arendt si riferisce in particolare al capo delle SS Himmler) di ottenere il consenso di gran parte della popolazione («i buoni padri di famiglia», disponibili a trasformarsi in criminali di guerra) in cambio della sicurezza materiale e morale (lavoro, reddito e welfare, appartenenza alla comunità dei Signori della terra) e dell’impunità – oltre che della prospettiva di godere, dopo la «vittoria finale», dei frutti delle conquiste territoriali nell’ambito del Nuovo ordine europeo. Il potere nazista passava precisamente attraverso la capacità di istituire una interlocuzione mercantile – un rapporto di scambio – con la popolazione. In questo senso Arendt parla di una «colpa organizzata» attraverso l’offerta di beni e servizi di prim’ordine: sicurezza e potere; gratificazioni materiali e simboliche; lavoro, reddito e identità: appunto, una grande operazione egemonica.

Da questo punto di vista appare sempre più importante, nello studio del nazismo, la lettura della memorialistica e in particolare dei diari che molti tedeschi tennero durante i dodici anni del potere hitleriano e che si sono in parte conservati. C’è un bel libro che si segnala in proposito, per ricchezza e originalità: Life and Death in the Third Reich di Peter Fritzsche, tradotto in italiano da Laterza (Vita e Morte nel Terzo Reich, 2010). Fritzsche (un giovane storico americano di origine tedesca) mostra come la lettura di pagine intime, non destinate alla pubblicazione, documenti nel modo più limpido l’elevato grado di identificazione col regime e di interiorizzazione di valori, criteri di giudizio e finalità da parte di ampi settori della popolazione civile tedesca. Studiare i diari, studiare quanto veniva scritto dai tedeschi durante quegli anni, è quanto hanno preso a fare negli ultimi tempi diversi studiosi: penso ad esempio a Thomas Kühne o a Walter Kempowski, che col progetto scandaglio (i dieci volumi del suo Echolot) si è prefisso di riportare alla luce l’universo linguistico e comunicativo della popolazione negli anni della dittatura, e con esso le metamorfosi semantiche e concettuali, i lessici famigliari che venivano plasmandosi nella quotidianità sullo sfondo di una partecipazione che modificava – questo è il punto – la stessa antropologia oltre che la psicologia di massa. E potremmo fare ancora diversi nomi, ricordare, accanto alle celebri pagine di Victor Klemperer, i libri scritti negli anni Trenta da testimoni sensibili e lungimiranti come Konrad Heiden, Sebastian Haffner e Kurt Tucholsky, oppure le inchieste come quella di William Allen, il sociologo americano che studiò il caso di Nordheim.

 Qual è la lezione più importante di questa letteratura? Siamo al primo dei due corni che mi pare emergano dal nostro lavoro, e che definirei appunto: la metamorfosi delle persone normali. Si tratta di un elemento che va senz’altro posto sotto la lente di ingrandimento. In Germania nel corso degli anni Trenta, e in tanta parte dell’Europa annessa (in Austria in primis) o occupata durante gli anni di guerra, tante persone normali, milioni di «uomini e donne comuni», cambiarono modo di pensare e di comportarsi; e, in forza di questa loro mutazione regressiva, presero a interagire in modo sempre più funzionale e armonico col regime nazista in una vicenda complessiva segnata dalla violenza, dalla sopraffazione e dal crimine. In questo senso, lungi dal ridursi a una vicenda di terrore e di coazione, la storia del nazismo fu anche luogo di espressione di una soggettività perversa: se vogliamo, una corale esperienza criminale di atrocità e di orrore.

A questo riguardo è calzante il riferimento alla lezione di Andrea Devoto. Come ricordava Bracci, Devoto ci ammonisce a tenere presente che gli altri potremmo essere noi. La consapevolezza di questo fatto solleva la questione dei meccanismi psicologici, che consente di nominare il secondo corno del problema che cerchiamo di affrontare nel nostro libro.

La metamorfosi di cui parlavo si compì evidentemente anche attraverso processi mentali (psichici e cognitivi) per effetto dei quali la realtà era de-realizzata o disgregata e le personalità si scomponevano, si scindevano o si sdoppiavano (a seconda dei modelli analitici che si ritengono più adeguati). A questo genere di vicissitudini interiori ci si riferisce quando, con termini non tecnici, si evoca l’ottusità o la stupidità o la banalità di quanti, nei diversi gradi e snodi del sistema, vissero esperienze e quotidianità scomposte e disgregate quasi si trattasse di vere e proprie «personalità multiple». Questo è il primo corno: ovvero in che modo si trasformarono le persone, come si verificarono tali mutamenti e quali furono le condizioni in forza delle quali tante persone normali («perbene») cambiarono sino a rendersi disponibili a partecipare in prima persona, incarnando soggettività e assumendo responsabilità.

C’è però un secondo corno del dilemma che confligge col primo, e proprio questo conflitto appare particolarmente ricco di interesse. Quella che abbiamo appena nominato è una questione molto complessa, e noi dobbiamo resistere alla tentazione di semplificarla nella direzione che talvolta viene imboccata dalle nostre discipline – la storiografia, la sociologia, la psicologia sociale – e che è la direzione (o la tentazione) del determinismo. È molto forte in ciascuno di noi, credo, la tentazione di credere che, una volta descritto un processo, lo abbiamo con ciò spiegato e quindi compreso, ragion per cui saremmo in grado di rispondere – nel nostro caso – alla domanda che intitola questo nostro incontro: «perché i tedeschi vollero compiere i propri orrendi crimini collettivi?». Dinanzi a questa impostazione, tanto invitante quanto illusoria, soccorre la citazione che veniva prima ricordata di Primo Levi, tratta se non erro da Se questo è un uomo, quando Levi racconta del ghiacciolo che gli viene brutalmente strappato da un detenuto anziano il quale, alla sua spontanea e ingenua domanda – «Warum?», «Perché?», risponde semplicemente: «Hier ist kein Warum», «qui non c’è perché».

Questa risposta, brutale come il gesto che l’ha preceduta, è tuttavia anche preziosa. Il detenuto che la pronuncia intendeva dire soltanto che la realtà del Lager e nel Lager era totalmente irrazionale, priva di senso, un mondo alla rovescia nel quale tutto era possibile appunto perché nulla aveva valore né ragione. Essa nondimeno contiene anche un monito più generale rivolto a chi si occupa retrospettivamente del nazismo. Il paradosso che ci aiuta a cogliere è che quando a nostra volta ci chiediamo perché i tedeschi vollero macchiarsi di crimini orrendi e pensiamo di dover lavorare col massimo impegno allo scopo di delineare i contesti e i presupposti di quella scelta, gli elementi condizionanti, le tradizioni culturali, la pressione e la capacità egemonica del regime e tutto quello che verosimilmente contribuì alla metamorfosi antropologica di cui abbiamo parlato; al tempo stesso dobbiamo tuttavia sapere che non arriveremo mai a una risposta esaustiva, poiché resisterà sempre e comunque – necessariamente – un residuo inesplicabile che fa riferimento alla libertà e alla responsabilità dei soggetti coinvolti in questa vicenda. Se al contrario pensassimo che i nostri saperi sono in grado di fornirci un quadro esaustivo, immediatamente trasformeremmo quelle condizioni in cause determinanti e rovineremmo tutto giacché avremmo reso quei soggetti irresponsabili, non più esseri umani consapevoli e liberi, ma marionette o automi ai quali sarebbe grottesco imputare qualsiasi genere di responsabilità.

Se il contesto è non più solo condizionante ma determinante, allora non c’è più soggettività (libertà) né responsabilità; e neanche persiste la dimensione dell’umano di cui si parlava in precedenza. Occorre quindi tenere sempre insieme i due elementi: da una parte studiare l’incubatrice dell’orrore, il processo di mutazione antropologica che si dispiegò peraltro già negli anni successivi alla sconfitta nella Prima guerra mondiale e che affondava le radici in tradizioni sociali, culturali, valoriali di lungo periodo; dall’altra, sapere che le risposte che riusciremo a costruire con le nostre ricerche saranno comunque incomplete, proprio perché coinvolgono il tema della scelta e la dimensione dell’autonomia individuale.

Così, quando parliamo di «meccanismi psichici» dobbiamo tener conto che si tratta di una metafora. Gli esseri umani non sono automi, non si muovono come ingranaggi obbedienti all’imperio di chi li ha concepiti. Benché sottoposti a pesanti condizionamenti, essi compiono scelte riconducibili, in ultima istanza e pur in minima parte, alla loro volontà. Il che, per concludere, ci rammenta anche che quanto avvenne nella Germania nazista costituisce senz’altro un importante exemplum di ciò che può accadere nel contesto delle nostre società, in particolare in tempo di guerra, ma non dovrebbe essere mai assunto meccanicamente come modello esplicativo per altre situazioni e vicende che coinvolgono, per definizione, altre persone, altre motivazioni e sistemi di valore, quindi diversi quadri di soggettività e di responsabilità. 

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