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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l’albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità, è una rivista multidisciplinare peer reviewed dedicata alla presentazione di ricerche scientificamente rigorose e originali inerenti ai problemi sociali, alle politiche e agli interventi di comunità. Con la creazione di un luogo per la diffusione e il confronto delle analisi teoriche, dei risultati empirici e dei progressi metodologici, Il seme e l’albero mira a rafforzare il rigore della ricerca psicosociale e a promuovere la conoscenza presso operatori del territorio, psicologi, educatori, assistenti sociali, ricercatori e amministratori.

 

"... il mezzo può essere paragonato ad un seme, il fine ad un albero: fra il fine e il mezzo vi è la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l'albero"  (Mahatma Ghandi)


Ultimo numero:

N° 2/2017 Settembre 2017

Volume 3

Sommario:

EDITORIALE

 

 

Questo volume presenta contributi significativi per l'attività della Fondazione Istituto Andrea Devoto, nel suo impegno al fianco di chi vive ai margini. Tutti gli articoli, infatti, aprono un scorcio sulla marginalità: sociale, psichiatrica, spaziale. 

Il numero 2/2017 de Il seme e l'albero si apre con due contributi dedicati all'esperienza della detenzione carceraria, alle difficoltà umane e professionali cui ivi si deve far fronte; [...]

DOI: 10.17386/SA2017-003008

EDITORIALE

 

 

Questo volume presenta contributi significativi per l'attività della Fondazione Istituto Andrea Devoto, nel suo impegno al fianco di chi vive ai margini. Tutti gli articoli, infatti, aprono un scorcio sulla marginalità: sociale, psichiatrica, spaziale. 

Il numero 2/2017 de Il seme e l'albero si apre con due contributi dedicati all'esperienza della detenzione carceraria, alle difficoltà umane e professionali cui ivi si deve far fronte; Saverio Migliori riflette su ruolo, potenzialità, futuro del terzo settore e del volontariato nelle istituzioni detentive, ne sottolinea l'importanza per la sopravvivenza di molte funzioni svolte nel sistema penitenziario italiano, nonché la fragilità che rende urgente uno "statuto", una ristrutturazione delle relazioni con le istituzioni, per valorizzare e promuovere le prassi e l'impegno di questi operatori. Jacopo Ceramelli Papiani racconta, invece, un'esperienza specifica, che vede protagonista un mediatore familiare alla prese con i padri detenuti della Casa Circondariale di Ferrara, che permette una riflessione sulla paternità in una condizione tanto particolare come quella detentiva. 

Segue un articolo dello psichiatra Andrea Cicogni incentrato sulla salute mentale dei senza fissa dimora: egli però introduce una distinzione fra le patologie che possono essere presenti in molti senza tetto, e quelle che affliggono una categoria recente di home-less, i migranti; per questi ultimi intervengono esperienze stressanti estreme a qualificare i disturbi mentali. In chiusura, l'intervento di Andrea Bilotti sposta il focus sui margini delle nostre città, le periferie urbane, di cui si occupa una branca della sociologia, con una riflessione propositiva sulla progettualità futura; se alle riflessioni e progetti urbani succedutisi negli anni non sempre hanno fatto seguito iniziative di successo (come nel caso emblematico de Le vele a Scampia), al degrado e alla dispersione della situazione attuale bisogna rispondere con un'azione condivisa e compartecipata delle istituzioni con gli abitanti delle periferie.

 

La redazione


Il terzo settore e, in particolare, il volontariato, sono divenuti in questi ultimi anni fondamentali per il sistema penitenziario nel suo complesso. Le trasformazioni penali, penitenziarie e sociali, non hanno impedito una crescita del terzo settore, anzi ne hanno valorizzato il dinamismo, le capacità di progressivo riadeguamento, lo sviluppo di nuove e più articolate competenze. Il sistema dell’esecuzione penale non potrebbe oggi rinunciare a questo apporto: molte delle principali funzioni cui il carcere deve adempiere subirebbero pesantissimi ridimensionamenti, fino al definitivo azzeramento, come nel caso di gran parte delle attività rieducative previste dall’articolo 27 della Costituzione che individua nella pena un momento di riscatto e riabilitazione della persona condannata. Sembra, allora, di fondamentale importanza valorizzare e promuovere il ruolo, l’impegno e le prassi del terzo settore operante in carcere, all’interno di un nuovo quadro di relazioni con le istituzioni penitenziarie e territoriali, più maturo, efficace, ed in grado di cogliere le trasformazioni sociali degli ultimi anni ed i nuovi bisogni della popolazione detenuta.

DOI: 10.17386/SA2017-003009

UN NUOVO “STATUTO” PER IL TERZO SETTORE OPERANTE IN CARCERE

 

Saverio Migliori*

* Fondazione Giovanni Michelucci

 

Riassunto: Il terzo settore e, in particolare, il volontariato, sono divenuti in questi ultimi anni fondamentali per il sistema penitenziario nel suo complesso. Le trasformazioni penali, penitenziarie e sociali, non hanno impedito una crescita del terzo settore, anzi ne hanno valorizzato il dinamismo, le capacità di progressivo riadeguamento, lo sviluppo di nuove e più articolate competenze. Il sistema dell’esecuzione penale non potrebbe oggi rinunciare a questo apporto: molte delle principali funzioni cui il carcere deve adempiere subirebbero pesantissimi ridimensionamenti, fino al definitivo azzeramento, come nel caso di gran parte delle attività rieducative previste dall’articolo 27 della Costituzione che individua nella pena un momento di riscatto e riabilitazione della persona condannata. Sembra, allora, di fondamentale importanza valorizzare e promuovere il ruolo, l’impegno e le prassi del terzo settore operante in carcere, all’interno di un nuovo quadro di relazioni con le istituzioni penitenziarie e territoriali, più maturo, efficace, ed in grado di cogliere le trasformazioni sociali degli ultimi anni ed i nuovi bisogni della popolazione detenuta.

 

Parole chiave: Carcere, volontariato, terzo settore, detenuti, reinserimento sociale.

 

Abstract: A new "statute" for the third sector in penitentiary context. The third sector and, in particular, volunteering, have become fundamental in these recent years for the prison system as a whole. Penitentiary and social transformations have not prevented the growth of the third sector, rather they have promote dynamism, resiliency and ability to progressively re-upgrade, developing new and more articulate skills. To this day, the penitentiary system could not give up on this contribution: many of the main functions the prison has to carry out will be heavily re-shaped to the definitive resetting, is the case for most of the re-education activities provided for Article 27 of the Italian Constitution, which identifies the sentence as a time of rehabilitation of the condemned person. It seems fundamental to enhance and promote the role, the engagement and the practices of the third sector in the penitentiary context, within a new framework of relationships between penitentiary and territorial institutions, more mature, effective, and able to understand the social transformations of these recent years and the new needs of held population.

 

Key words: Prison, volunteering, third sector, detainees, social reintegration.

 

 

 

1. Premessa

Le statistiche pubblicate dal Ministero della giustizia, relativamente i soggetti esterni ed i volontari che partecipano alle attività rieducative promosse a favore delle persone in esecuzione penale, siano esse in stato di detenzione o in misura alternativa al carcere, evidenziano, almeno in termini assoluti, una consistente partecipazione della comunità sociale ai percorsi di reinserimento individuali.

Alla fine del 2016 le persone autorizzate ad accedere presso gli istituti penitenziari italiani erano in tutto 15.959. Si tratta di persone diversamente autorizzate dalla Magistratura di sorveglianza o dalle autorità penitenziarie e provenienti da realtà sociali (istituzioni, associazioni) differenti[1]. Rispetto all’inquadramento formale bisogna distinguere infatti tra persone autorizzate ai sensi dell’articolo 17 dell’Ordinamento penitenziario (OP) o ai sensi dell’articolo 78 della stessa legge.

L’articolo 17 apre, nella sostanza, alla partecipazione della comunità sociale esterna all’azione rieducativa e, pertanto, prevede al co. 1, che

la finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati [debba] essere perseguita anche sollecitando ed organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all’azione rieducativa[2].

A tal fine, quindi, al co. 2 si prevede che possano essere

ammessi a frequentare gli istituti penitenziari con l’autorizzazione e secondo le direttive del Magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera[3].

La gran parte delle persone e dei volontari che accedono in carcere per partecipare all’azione rieducativa e di risocializzazione lo fanno ai sensi di questo articolo: delle 15.959 persone poc’anzi richiamate, ben 14.660 sono autorizzate ex art. 17 OP. Queste persone appartengono a realtà sociali differenti che spaziano dalle istituzioni pubbliche, al terzo settore, in modo particolare alle organizzazioni di volontariato, sino ad enti o aziende private o a persone che singolarmente decidono di impegnarsi a favore di quanti si trovano in detenzione. La statistica del Ministero della giustizia evidenzia come tra le 14.660 persone autorizzate ex art. 17 OP, ben 11.291 appartengano ad una qualche organizzazione, associazione od ente (presumibilmente riferibili in larga parte al terzo settore), mentre le altre 3.369 non appartengano a gruppi associati. Le attività e le iniziative che queste persone vanno a promuovere, realizzare o assistere, sono numerosissime: dal sostegno alla persona ed alle relazioni familiari (4.279 persone impegnate); alle attività culturali, ricreative, sportive (ben 5.959 persone impegnate); agli interventi ed alle attività formative e lavorative (1.309 persone); sino alle iniziative di tipo spirituale e religioso (3.113 persone)[4]. Come noto questo complesso di progetti ed attività corrisponde alla cosiddetta offerta trattamentale e rieducativa promossa in carcere, cui appunto la comunità sociale finisce per contribuire in maniera determinante. Appare tuttavia importante rilevare che a fronte di quote consistenti di persone autorizzate ai sensi dell’art. 17 OP che mantengono un impegno di tipo continuativo presso le strutture penitenziarie – entrando e svolgendo cioè attività strutturate, quotidiane o settimanali, all’interno di vere e proprie programmazioni (si pensi alle attività sportive, teatrali, piuttosto che di tipo lavorativo e scolastico) – vi sono molte persone che vengono autorizzate per attività spot o per interventi o partecipazioni ad iniziative ed eventi che non hanno carattere di continuità e non delineano, per quanto importanti, un impegno strutturato e di lungo periodo. Si tratta di un fenomeno abbastanza ordinario che, di fatto, consolida anch’esso lo scambio tra esterno ed interno, ma che dev’essere colto chiaramente allo scopo di interpretare correttamente l’impegno del terzo settore e, in particolare del volontariato, in carcere.

L’articolo 78 dell’Ordinamento penitenziario delinea, invece, la figura dell’assistente volontario, caratterizzandone maggiormente l’impegno all’interno delle strutture detentive o degli Uffici per l’esecuzione penale esterna (UEPE), nonché le caratteristiche operative. Si è dinanzi ad un’attività di tipo volontario prestata in un determinato istituto o in un determinato Ufficio per l’esecuzione penale esterna, coordinata dal direttore e dal relativo personale interno. Anche in questo caso la comunità sociale partecipa al cosiddetto trattamento rieducativo, ma con un profilo – quello del volontario – definito secondo procedure di accesso, impegno, controllo e continuità maggiormente regolate dall’Amministrazione penitenziaria. Al co. 1 dell’art. 78 OP si legge:

l’Amministrazione penitenziaria può, su proposta del Magistrato di sorveglianza, autorizzare persone idonee all’assistenza e all’educazione a frequentare gli istituti penitenziari allo scopo di partecipare all’opera rivolta al sostegno morale dei detenuti e degli internati, e al futuro reinserimento nella vita sociale[5].

Dopodiché, al co. 2, l’articolo chiarisce che

gli assistenti volontari possono cooperare nelle attività culturali e ricreative dell’istituto sotto lo guida del direttore, il quale ne coordina l’azione con quella di tutto il personale[6].

Oltre a stabilire, infine, come dette attività non possano essere retribuite, si estende la collaborazione degli assistenti volontari anche agli Uffici per l’esecuzione penale esterna, allo scopo di supportare le misure alternative, le fasi di dimissione delle persone detenute e le loro famiglie. Gli assistenti volontari ex articolo 78 OP alla fine del 2016 erano 1.299, di cui 1.055 appartenenti ad organizzazioni, associazioni ed enti. Da rilevare come l’impegno di questi volontari si concentrasse principalmente in attività di sostegno alla persona ed alle famiglie con ben 818 persone coinvolte. Vi erano poi 218 persone impegnate nelle attività culturali, ricreative e sportive, 62 nelle iniziative di tipo formativo e lavorativo e 201 in attività religiose[7].

Questi iniziali riferimenti mettono in luce una comunità sociale indubbiamente attenta al mondo dell’esecuzione penale e, d’altra parte, partecipe, nelle sue molte articolazioni e declinazioni, al complesso processo di reinserimento sociale della persona detenuta o in misura alternativa al carcere.

Nel riferirci principalmente al ruolo giocato dal terzo settore – e in modo particolare dal volontariato – appare necessario riflettere oggi sulle trasformazioni che questo ha subito negli ultimi anni e su come ne siano mutati l’identità, i ruoli, gli impegni e le pratiche, anche – o soprattutto – in relazione ad un sistema penale e penitenziario certamente diverso da quello tratteggiato dall’Ordinamento penitenziario del 1975.

 

2. L’identità del terzo settore operante in carcere, tra passato e presente

Gli Stati generali sull’esecuzione penale, indetti dal Ministro della giustizia Andrea Orlando, e conclusisi con la presentazione del Documento finale nell’aprile 2016, consentono una prima riflessione sulle trasformazioni del terzo settore o, più precisamente, del volontariato, operanti in carcere.

L’Ordinamento penitenziario, si afferma nel Documento, è «cronologicamente la prima legge nella quale viene fatta menzione del volontariato » (Ministero della giustizia, 2016, p. 90)[8]. Siamo nel 1975 e solo nel 1991 arriverà la prima legge quadro sul volontariato (L. n. 266/1991). Pur rilevando ciò – elemento certamente non trascurabile ed ulteriore indicatore della validità e lungimiranza della legge penitenziaria italiana – è evidente come quanto allora previsto circa la figura del volontario (inquadramento, ruolo, pratiche) sia oggi soltanto in parte adeguato. Nel Documento si sostiene, infatti, che l’art. 17 OP individuasse nel volontario un «portatore di una competenza o di un progetto» (Ibidem), mentre l’art. 78 OP cogliesse maggiormente la «continuità soggettiva nel fornire [un] contributo [individuale]» (Ibidem). Entrambe le definizioni, per quanto sintetiche, possono essere condivise, alla luce soprattutto dei cambiamenti sociali che si sono succeduti ed ai mutamenti del sistema penitenziario. La figura tradizionale del volontario impegnato nell’assistenza materiale o relazionale della persona detenuta, piuttosto che nel supporto allo studio all’interno del penitenziario, in un rapporto spesso uno ad uno, si è aperta a figure volontarie molto più eclettiche, operanti sia singolarmente che all’interno di gruppi ed organizzazioni, maggiormente collegate con istituzioni ed altre associazioni esterne, con competenze sempre più varie, articolate ed estese. Inoltre il volontariato e, per esteso, il terzo settore – inteso come quel complesso di organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, fondazioni, associazioni di promozione sociale e, comunque, di organizzazioni senza finalità di lucro – negli ultimi decenni ha incrementato moltissimo la presenza all’interno delle strutture penitenziarie e la partecipazione alle attività rieducative e finalizzate al reinserimento sociale. Non vi è ambito ormai, nel quadro del trattamento rieducativo, in cui il terzo settore, nelle sue molteplici forme e definizioni, non intervenga. Si tratta di una partecipazione molto spesso competente, continuativa e fortemente collegata con gli istituti penitenziari e con le istituzioni esterne.

Questa consapevolezza è, dunque, alla base dell’analisi effettuata dai Tavoli degli Stati generali, tant’è che nel Documento finale, sullo specifico punto, si sottolinea – diversamente ed oltre la previsione normativa del 1975 – come:

il volontariato attuale [agisca] in modo associato, [discuta] al suo interno, [progetti].

Le direzioni responsabili dell’esecuzione, sia essa interna o esterna, devono quindi prendere confidenza con questo fatto, anche in relazione ai permessi di accesso e più in generale alle regole per inserire armonicamente l’azione del volontariato all’interno del progetto che l’istituto o l’Ufficio intendono portare avanti (Ibidem).

Dunque un volontariato più maturo; maggiormente articolato; sempre più sovrapposto ed intrecciato alle altre forme associative proprie del terzo settore; non più operante solo all’interno del circuito penitenziario, ma in sinergia anche con gli Uffici per l’esecuzione penale esterna e quindi, a supporto delle misure alternative alla detenzione, della messa alla prova (per i minori ed, oggi, anche per gli adulti), dei lavori di pubblica utilità; sempre più necessario alle istituzioni carcerarie allo scopo di completare l’offerta trattamentale e rieducativa, ma anche alle istituzioni pubbliche territoriali per assicurare le attività ed i servizi necessari alla piena tutela dei diritti delle persone detenute ed all’avvio di processi di reinserimento quanto più efficaci possibile. Il volontariato è così chiamato, diversamente da ieri, a progettare, a costruire reti ed alleanze, a rispondere alle esigenze delle istituzioni carcerarie e territoriali, ai nuovi bisogni della popolazione in esecuzione penale. In funzione di tutto ciò allora il Documento finale degli Stati generali esprime l’esigenza di

rivedere la normativa, in modo che meglio si adatti al ruolo del volontariato moderno, e [di] mettere in atto progetti e convenzioni atte a potenziare la presenza del volontariato negli UEPE e presso gli Uffici di sorveglianza del territorio (Ibidem).

Alla luce di queste considerazioni l’adeguamento normativo appare certamente opportuno, sembrano tuttavia necessarie anche altre valutazioni allo scopo di meglio chiarire – o ridefinire – l’identità ed i ruoli del volontariato e del terzo settore e le relazioni tra questi e le istituzioni territoriali e penitenziarie.

Intanto, come già accennato, non è più possibile parlare di volontariato in via esclusiva, considerando che in carcere entrano organizzazioni diverse, tutte comunque ascrivibili al terzo settore: è un mondo dinamico, piuttosto fluido, che sviluppa iniziative, interventi e progetti in sinergia con il carcere e con le istituzioni territoriali, in grado di sviluppare da un lato reti associative o consortili e, dall’altro, progettazioni dove convivono operatori e professionisti retribuiti, magari all’interno di cooperative o associazioni di promozione sociale, ed operatori volontari.

Il terzo settore, ed in buona parte il volontariato, sono stati investiti negli ultimi vent’anni di compiti ed impegni crescenti che ne hanno ridefinito l’identità ed il ruolo. La progressiva riduzione di risorse professionali e finanziarie in ambito penitenziario, contro l’esponenziale crescita della popolazione detenuta e dei relativi bisogni, assieme all’affievolimento dell’intervento pubblico, soprattutto degli enti locali e regionali, finalizzati al reinserimento dei detenuti, ha contribuito ad elevare il ricorso al volontariato e, in generale, al terzo settore, cui vengono affidati servizi ed interventi. E’ evidente come il peso specifico del terzo settore e del volontariato siano molto aumentati, facendo in qualche modo fronte alle esigenze, anch’esse crescenti, del sistema penitenziario, delle persone detenute e dei processi di reinserimento.

Tuttavia se da un lato è cresciuto il peso specifico del terzo settore, viene da chiedersi se siano effettivamente aumentate anche le capacità di risposta ai bisogni delle persone in esecuzione penale da parte delle istituzioni penitenziarie e delle istituzioni territoriali, ma anche del terzo settore.

Appare inoltre congruente porsi la domanda se a fronte di una crescita degli impegni del terzo settore ne sia cresciuto anche il ruolo rispetto ad istituzioni formalmente e sostanzialmente più strutturate e più forti (sistema carcerario, comuni, regioni, ecc.), riducendo il rischio di un rapporto troppo asimmetrico o subalterno.

Una terza questione riguarda, invece, la capacità del terzo settore di costruire reti efficaci, in grado non solo di progettare sinergicamente, ma anche di porsi come effettivi interlocutori nella messa a punto delle politiche e delle strategie penitenziarie e finalizzate a reinserimento.

Vi è poi la questione legata alla tutela dei diritti delle persone che popolano il sistema penitenziario e che il terzo settore, quale componente, importante, della comunità sociale, deve assicurare. Il volontariato ed il terzo settore nel suo complesso non possono sottrarsi ad un’opera di monitoraggio e valutazione delle condizioni detentive, in sinergia certamente con le direzioni dei singoli penitenziari e con i garanti dei diritti dei detenuti; così come non possono rinunciare a creare una nuova e più diffusa sensibilità sociale attorno a questi temi. Come dire, si tratta di prerogative proprie dell’identità e del ruolo sociale di questi organismi. Ed affinché, dunque, il volontariato e il terzo settore possano adempiere a questo compito, essi stessi debbono, a loro volta, essere tutelati e posti, nell’ambito delle loro funzioni, in grado di poter operare con grande autonomia e serenità.

L’identità, il ruolo e le pratiche del volontariato o, per meglio dire, del terzo settore, sono dunque mutate, da qui l’idea emersa durante i lavori degli Stati Generali di modificare la normativa che rende possibile l’accesso della comunità esterna agli istituti penitenziari (artt. 17 e 78 OP)[9].

Il nuovo profilo identitario, nonostante questi interrogativi, mostra oggi un terzo settore molto più eclettico, articolato ed in grado di operare in maniera organizzata come collettivo. Ne sono cresciute indubbiamente le competenze, le capacità di interagire a livello interistituzionale, di prospettare soluzioni e di progettare. Questi gruppi mantengono oggi un contatto costante con gli enti territoriali e con l’Amministrazione penitenziaria, sono introdotti in tutti gli ambiti del cosiddetto trattamento rieducativo e supportano, talvolta, lo stesso trattamento penitenziario generale. Questa forte ed ormai radicata presenza presso gli istituti penitenziari, richiede comunque uno statuto nuovo del volontariato e del terzo settore, finalizzato a chiarirne ancor più il ruolo, gli spazi di agibilità e, perché no, la forza negoziale[10]. L’importanza di questo settore, di questi gruppi, appare talmente cresciuta che anche gli interlocutori istituzionali devono tenerne conto, promuovendone non solo le capacità concrete di progettazione e di realizzazione degli interventi, ma anche le conoscenze, le valutazioni, le capacità di orientare le politiche e di contribuire all’individuazione di nuove strategie. Gli operatori si muovono ormai dentro e fuori dal carcere in un continuum tra interno ed esterno che forse nessun altro soggetto, anche istituzionale, può realmente garantire. Dal carcere, alle misure alternative, al reinserimento sociale, spesso è proprio il volontario, l’associazione o la cooperativa sociale, ad assicurare una sponda o, più ancora, una rete di relazioni a sostegno del processo individuale di reinserimento. La ricostruzione di reticoli di relazioni più o meno forti, più o meno estesi, ma comunque basilari per il reinserimento, è affidata molto spesso agli operatori esterni che, a partire dal periodo di detenzione, assicurano quel primo nucleo di contatti e di relazioni che domani agevoleranno il reinserimento. Volontari ed operatori del terzo settore contribuiscono, inoltre, fattivamente al rispetto della norma da parte delle istituzioni, poiché sostengono, e sovente agevolano, la realizzazione di servizi e progetti non sempre realizzati a pieno dalle istituzioni preposte. In questa prospettiva detti soggetti contribuiscono a tutelare i diritti della popolazione detenuta.

 

3. Un nuovo “statuto” per il terzo settore

Volontari ed operatori del terzo settore necessitano di un nuovo statuto che assuma queste importanti caratteristiche e che contribuisca a superare i punti di maggior criticità.

Anzitutto, come anticipato, è necessario capire se all’incremento del peso specifico del terzo settore operante nel sistema penitenziario, abbia corrisposto un aumento anche della capacità di risposta di tutti gli altri soggetti coinvolti, a partire dalle istituzioni penitenziarie e dagli enti ed i servizi territoriali, fino ad arrivare agli stessi operatori e volontari. Se da un lato è vero che le capacità di progettazione ed intervento del terzo settore si sono moltiplicate, spinte da un sistema dell’esecuzione penale in forte crescita e da una popolazione detenuta sempre più differenziata e vulnerabile, non sembra vi sia stata una altrettanto pronta crescita delle risorse professionali all’interno del sistema penitenziario e, d’altra parte, delle risorse finanziarie disponibili per il trattamento rieducativo e per i percorsi di reinserimento sociale. La questione è nota da tempo, ma assume un tono allarmante quando anche nei lavori degli Stati generali venga chiaramente sottolineata, senza lasciare troppi equivoci:

Il volontariato certamente deve agire non come supplenza di figure istituzionali né sanare la carenza di figure che è opportuno inserire ufficialmente e con professionalità specifica (valga per tutte la figura del mediatore culturale). Deve agire inserendosi nel percorso progettuale definito in un istituto o nei programmi di esecuzione penale esterna affiancando le altre professionalità, e non in sostituzione a esso; deve, quindi, saper affiancare chi professionalmente opera (Ministero della giustizia, 2016, p. 90).

Il volontario – ma la questione non è così diversa per quegli operatori che mantengano un incardinamento in altre forme associative del terzo settore – non deve sostituire le figure professionali istituzionali specificamente preposte. E’ ovvio che dette figure debbono esserci! Soltanto relativamente al cosiddetto trattamento rieducativo ed ai percorsi di reinserimento sociale le figure drammaticamente sotto organico non riguardano solo i mediatori culturali o linguistici, certamente importanti, ma anche e soprattutto gli educatori penitenziari – dal 2010 ridefiniti, forse non del tutto opportunamente, come funzionari della professionalità giuridico-pedagogica – piuttosto che le figure esperte preposte per l’osservazione della personalità, gli psicologi o gli assistenti sociali, questi ultimi alle prese peraltro con un’area – quella dell’esecuzione penale esterna – in continua crescita, non solo per il progressivo innalzamento del numero delle misure alternative, ma anche per il sommarsi delle misure di probation[11]. L’esigenza di figure professionali competenti ed istituzionalmente inquadrate deriva anche dall’estrema complessità e fluidità della popolazione carceraria, oggi così differenziata per provenienza nazionale e culturale, per posizione giuridica, per profilo di salute, per vulnerabilità personali e sociali. Vi è, dunque, bisogno di una prima, certa ed appropriata, presa in carico della persona da parte delle figure professionali, con le quali potranno cooperare, in affiancamento o in stretta sinergia, tutte le altre figure, coordinate secondo un progetto di reinserimento condiviso ed all’interno di un progetto d’istituto. Troppo spesso accade che compiti istituzionali, previsti dalla norma, servizi o interventi, a causa della mancanza di personale o della carenza di risorse finanziarie, vengano richiesti a volontari ed operatori del terzo settore, quando non entrino in gioco anche tirocinanti universitari o post-universitari e giovani del servizio civile che, per quanto appassionati, disponibili e competenti, sono chiamati a sviluppare un’esperienza formativa di tipo diverso, non certo a surrogare compiti di altri. Appare pertanto necessario una ridefinizione degli ambiti di intervento e collaborazione del volontario o dell’operatore, sovente anche molto professionalizzato, della cooperativa sociale o di un’agenzia formativa, allo scopo di uscire da un quadro che rischia di creare sovrapposizioni di responsabilità, di ruoli e di interventi. A questo processo di ridefinizione devono concorrere tutti gli attori in gioco: l’istituzione penitenziaria, mediante l’immissione di figure professionali oggi mancanti e fortemente sacrificate; gli enti territoriali, mediante l’attivazione di strategie ed interventi finalizzati ad una più efficace presa in carico della persona in esecuzione penale e l’incremento delle risorse finanziarie per l’inclusione sociale; gli operatori del terzo settore ed i volontari, attraverso una maggior disponibilità a coordinarsi, una progressiva differenziazione delle competenze e degli interventi (almeno sul piano locale), un’attività di aggiornamento e formazione continua che permetta loro di rispondere alle esigenze, in continua evoluzione, della popolazione in esecuzione penale, allo scopo di accrescere il ruolo di interlocuzione, attiva e responsabile, con le amministrazioni pubbliche.

Secondariamente risulta importante capire quale sia oggi la relazione intercorrente tra le istituzioni appena richiamate ed il volontariato o il terzo settore. Appare infatti indispensabile superare il rischio che le organizzazioni del terzo settore mantengano ruoli subalterni o troppo asimmetrici rispetto ad istituzioni forti, formalmente e sostanzialmente strutturate, come l’Amministrazione penitenziaria, gli enti locali, la Regione o i servizi pubblici. Il rischio è rilevabile soprattutto nella relazione tra sistema carcerario e volontariato, ma anche tra altri soggetti del terzo settore ed altre amministrazioni, penitenziarie o territoriali. Per fare un paio di esempi: l’associazione di volontariato operante in carcere rappresenta, per così dire, l’ultima frontiera, oltre la quale alla persona detenuta non rimane che affidarsi a se stessa o alla famiglia, quando presente! Questa consapevolezza spinge il volontario a mantenere, al di là dei mille ostacoli che la condizione carceraria produce, una presenza ed un intervento al di là dell’inverosimile. Il volontario non si arrende mai! Figura preziosissima e nobile nel nostro sistema penitenziario e sociale. Tuttavia questa larghissima disponibilità rischia di generare effetti perversi: il primo è rintracciabile in una sostanziale accettazione delle prassi organizzative, ma anche delle resistenze, degli ostacoli, e delle contingenze, proprie delle strutture carcerarie, in grado di condizionare sovente le prassi di quanti dall’esterno entrano ordinariamente per svolgere servizi ed attività (insegnanti, docenti universitari, operatori sportivi, teatrali, ministri di culto, ecc.). L’attenuazione, in un certo momento, del personale di polizia penitenziaria è sufficiente presso una struttura carceraria per chiudere un’attività per giorni; un qualsiasi altro problema organizzativo interno può impedire l’accesso ai locali per molto tempo, condizionando così l’impegno e l’attività di molte altre persone esterne. Dinanzi a queste problematicità, non sempre comprensibili e spiegabili sino in fondo, il volontariato assume una posizione di disponibilità verso la struttura penitenziaria, modificando le proprie prassi, cercando vie alternative, ristrutturando i propri impegni, al fine, precipuo, di non rinunciare alla relazione con la persona detenuta, al servizio o all’attività di sostegno nei confronti di quest’ultima. Il fine è certamente comprensibile e di alto valore, ma certamente rischia di consolidare un atteggiamento unilaterale e direttivo da parte dell’Amministrazione penitenziaria che, forse, andrebbe assolutamente mitigato a favore di un’intesa più matura e cooperante. Un altro effetto perverso può essere rintracciato nell’adesione, da parte di buona parte del terzo settore (cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato), a politiche ed interventi varati dagli enti locali o dalle regioni a favore della popolazione detenuta o a sostegno dei percorsi di reinserimento sociale. Negli ultimi anni si è assistito ad una pesantissima riduzione delle risorse rese disponibili a tal fine da comuni e regioni, complice certamente la crisi economica. Si è trattato di un’attenuazione delle risorse che da un lato ha richiesto la prosecuzione di interventi a costi sempre inferiori, con risorse professionali ridotte, e normalmente di durata definita e contenuta e, dall’altro lato, ha favorito un maggior coinvolgimento del volontariato con il conseguente abbattimento dei costi. Il rischio, anche in questo caso, è di vedere un terzo settore totalmente dipendente da scelte pubbliche, non sempre di ampio respiro, correlate esclusivamente con la disponibilità di risorse. Questa tendenza ha prodotto effetti sulla qualità delle iniziative di reinserimento sociale: gli interventi si sono progressivamente rarefatti, raggiungendo quote di persone sempre inferiori; hanno subito una trasformazione relativamente alla durata: divenendo tutti di breve durata, a tempo determinato o spot, limitando così la realizzazione di percorsi di più ampio respiro, in grado di prendere in carico le persone per periodi più congrui rispetto ai loro percorsi individuali e penali; hanno visto un depotenziamento di tipo professionale, dovendo – a causa della scarsità di risorse – tagliare o contingentare le professionalità necessarie e prevedere quote di lavoro affidate ad operatori volontari. Sembra allora necessario un riposizionamento del terzo settore rispetto alle diverse amministrazioni coinvolte ed agli enti territoriali, allo scopo di partecipare alla messa a punto delle politiche e delle strategie di reinserimento sociale e di innalzare, sin dalle fasi di progettazione, la qualità complessiva delle iniziative e degli interventi di inclusione sociale. La flessibilità, il dinamismo e l’adattabilità del terzo settore, non possono indirettamente avvalorare il rischio di una progressiva deresponsabilizzazione dell’intervento pubblico nei processi di inclusione sociale.

Questi elementi pongono l’ulteriore esigenza per il terzo settore di costruire reti efficaci finalizzate a cooperare e progettare sinergicamente, ma anche ad interagire meno occasionalmente e su piani più generali con le istituzioni penitenziarie e territoriali. Appare evidente che le diverse anime del terzo settore, le diverse forme che lo caratterizzano, i molteplici gruppi che lo compongono, debbano attenuare i singoli punti di vista, gli immediati interessi, anche se legittimi, legati alle progettualità concrete e, quindi, alle prospettive di finanziamento, per divenire anzitutto interlocutori credibili delle istituzioni o delle amministrazioni pubbliche, nell’elaborazione delle politiche e delle strategie generali. L’agire in rete, rinunciano ciascuno, almeno sul piano generale, a piccole quote di sovranità, certamente contribuirebbe a rafforzare un’azione unitaria orientata ad evidenziare le tematiche più urgenti ed a promuovere politiche, strategie ed interventi, probabilmente riuscendo anche ad indirizzare le diverse istituzioni ad accogliere proposte, indirizzi e prospettive progettuali. Per quanto non sia semplice dar vita ad un lavoro di rete responsabile, continuativo ed in grado di portare a sintesi temi e prospettive, sembra oggi un orizzonte indispensabile cui il terzo settore debba tendere. Si tratta di sviluppare un’opera di continua manutenzione delle reti di cooperazione: questi reticoli non si danno una volta per tutte, ma debbono essere curati e sostenuti costantemente, finalizzati a mantenere un’interlocuzione di alto profilo con le istituzioni, orientandone le scelte nel campo penitenziario e del reinserimento sociale. E’ un’opera che non deve apparire come residuale, ma come essenziale per innalzare la qualità complessiva delle attività e degli interventi del terzo settore. Un buon lavoro di rete, ispirato all’intesa, contribuisce ad innalzare i livelli di comunicazione reciproca e, quindi, di cooperazione, sostenendo una più efficace opera di coordinamento, di differenziazione delle competenze e, in ultimo, di partecipazione alle risorse esistenti, magari secondo partenariati meno occasionali e più pertinenti. In una recente ricerca sull’impegno del terzo settore in carcere e, in generale, nei processi di reinserimento sociale delle persone detenute in Toscana, realizzata dal Centro Sociale Evangelico di Firenze, in collaborazione con il Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana e con la Fondazione Giovanni Michelucci, emergeva la grande eterogeneità dei soggetti appartenenti a volontariato e terzo settore e la significativa capacità di intervento, ma – a conferma di quanto detto – anche l’esigenza di un maggior coordinamento e di un lavoro di rete che ancora non appare del tutto maturo[12].

La crescita del volontariato e del terzo settore ne modifica i ruoli e ne accresce anche le responsabilità, soprattutto in un contesto come quello carcerario. E’ evidente che questi operatori, come del resto tutti quelli presenti nel sistema penitenziario (interni all’Amministrazione penitenziaria ed esterni) debbano contribuire a fare del carcere una casa di vetro, un luogo trasparente, in cui i diritti delle persone detenute siano tutelati pienamente. Volontari ed operatori a diverso titolo impegnati debbono allora concorrere, assieme alle direzioni delle strutture penitenziarie, ai garanti dei diritti dei detenuti, agli enti territoriali, al monitoraggio delle condizioni detentive ed all’innalzamento della qualità della vita interna. Ed è principalmente per questo impegno civico, sociale, che volontariato e terzo settore debbono poter operare in carcere con autonomia – anche se in coordinamento con le autorità responsabili – vedendosi riconoscere il giusto ruolo ed i necessari spazi di agibilità, secondo logiche di rete in grado di connettere efficacemente tutti i soggetti in campo. Il mantenimento di un profilo sommario e di relazioni troppo asimmetriche con le istituzioni certamente indebolirebbe questa funzione di monitoraggio e tutela, sacrificando anche quell’opera, altrettanto importante e nobile, di sensibilizzazione sociale che direttamente ed indirettamente il volontariato ed il terzo settore promuovono:

il volontariato penitenziario […] dà un contributo importante alla creazione di una diffusa sensibilità sociale sulle questioni legate alla esecuzione penale e in generale alla legalità e alla giustizia (Ministero della giustizia, 2016, p. 90).

 

4. Conclusioni  

Il ruolo del terzo settore nell’esecuzione penale e, soprattutto, l’impegno del volontariato in carcere, sono divenuti in questi ultimi anni fondamentali per il sistema penitenziario nel suo complesso. Le trasformazioni penali, penitenziarie e sociali, non hanno impedito una crescita del terzo settore, anzi ne hanno valorizzato il dinamismo, le capacità di progressivo riadeguamento, lo sviluppo di nuove e più articolate competenze.

Il sistema dell’esecuzione penale non potrebbe oggi rinunciare a questo apporto: molte delle funzioni principali cui il carcere deve adempiere subirebbero pesanti ridimensionamenti, fino al definitivo azzeramento, come nel caso di buona parte delle attività rieducative previste dall’art. 27 della Costituzione.

Sembra, dunque, di fondamentale importanza valorizzare e promuovere il ruolo, l’impegno e le prassi del terzo settore e, nello specifico, del volontariato in carcere, soprattutto per la flessibilità che questi riescono ad esprimere e per la capacità che manifestano nel corrispondere quotidianamente ai nuovi bisogni che la popolazione detenuta o in misura alternativa esprime: provenienze nazionali differenziate, posizioni penali e penitenziarie diverse, presenza di persone altamente vulnerabili, situazioni sanitarie molto precarie.

Il processo di riconoscimento, valorizzazione e promozione deve avvenire allora entro un rinnovato statuto del terzo settore operante in carcere ed all’interno di un quadro di relazioni con le istituzioni penitenziarie e territoriali più maturo ed efficace. Alle trasformazioni che hanno caratterizzato il terzo settore deve pertanto corrispondere una trasformazione di tutte le istituzioni preposte alla tutela delle persone in esecuzione penale ed al loro reinserimento sociale, orientata ad una maggiore ed effettiva porosità – così come definita dagli Stati generali dell’esecuzione penale – del sistema penitenziario italiano, ma anche ad una maggiore permeabilità delle politiche e delle strategie sociali messe in campo dalle istituzioni pubbliche e dalle amministrazioni territoriali.

 

 

 

 

Bibliografia

AA.VV. (2014), Il carcere al tempo della crisi, Consiglio regionale della Toscana – Fondazione Giovanni Michelucci, Firenze, www.michelucci.it

Centro Sociale Evangelico (2017), Carcere e terzo settore: monitoraggio delle rete di sostegno toscana, Firenze, www.dentrofuorinetwork.org

Corleone F. (2017), Relazione annuale 2017 del Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Regione Toscana, Firenze 2017, www.consiglio.regione.toscana.it/garante-detenuti/

Fondazione Giovanni Michelucci (2016), Riforma del carcere e società, “La nuova città”, IX serie, n. 5, 2016, www.michelucci.it

Ministero della giustizia, Sezione Statistica dell’Ufficio per lo Sviluppo e la Gestione del Sistema Informativo Automatizzato, Soggetti esterni e assistenti volontari che partecipano alle attività rieducative, 31 dicembre 2016, www.giustizia.it

Ministero della giustizia (2016), Stati generali sull’esecuzione penale, Documento finale, 16 aprile 2016, Roma, www.giustizia.it

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Saverio Migliori, giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Firenze, è laureato in Scienze dell’educazione e dottore di ricerca in Qualità della formazione. Lavora come ricercatore presso la Fondazione Giovanni Michelucci dove si occupa di studi, ricerche e progetti sulle condizioni penitenziarie, la formazione in carcere e la tutela dei diritti delle persone detenute.

Collabora con il Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana. Insegna presso la Scuola e Formazione-Lavoro Don Giulio Facibeni di Firenze e collabora con l’Università degli Studi di Firenze per la realizzazione del Polo universitario penitenziario della Toscana sin dalla sua attivazione. E’ impegnato in attività e progetti educativi e di reinserimento sociale con l’Associazione Volontariato Penitenziario Onlus di Firenze. E’ autore di vari saggi e monografie sulla formazione in contesti di marginalità e nell’esecuzione penale.

 

[1] Fonte: Ministero della giustizia, Sezione Statistica dell’Ufficio per lo Sviluppo e la Gestione del Sistema Informativo Automatizzato, Soggetti esterni e assistenti volontari che partecipano alle attività rieducative, 31 dicembre 2016, www.giustizia.it, consultato il 14.07.2017.

[2] Art. 17, co. 1, Legge 26 luglio 1975, n. 354.

[3] Art. 17, co. 2, Legge n. 354.

[4] Fonte: Ministero della giustizia, Sezione Statistica dell’Ufficio, op. cit., www.giustizia.it, consultato il 14.07.2017.

[5] Art. 78, co. 1, Legge 26 luglio 1975, n. 354.

[6] Art. 78, co. 2, Legge n. 354.

[7] Fonte: Ministero della giustizia, Sezione Statistica dell’Ufficio, op. cit., www.giustizia.it, consultato il 14.07.2017.

[8] Il Documento finale degli Stati generali sull’esecuzione penale è stato elaborato dal relativo Comitato scientifico, composto da Glauco Giostra (coordinatore), Adolfo Ceretti, Franco Della Casa, Mauro Palma, Luisa Prodi, Marco Ruotolo, Francesca Zuccari.

[9] Nello specifico le proposte di modifica agli artt. 17 e 78 dell’Ordinamento penitenziario ed all’art. 120 del Regolamento di esecuzione dell’Ordinamento penitenziario (D.P.R. 30 giugno 2000, n. 230), sono espresse nella Relazione del Tavolo 17 – Processo di reinserimento e presa in carico territoriale – degli Stati generali dell’esecuzione penale, al punto 19.2.

[10] Al fine di cogliere più concretamente l’articolazione e l’ampiezza dell’intervento del terzo settore in carcere, soprattutto nell’esperienza toscana, si rimanda alla ricerca effettuata dal Centro Sociale Evangelico di Firenze, in collaborazione con il Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana e con la Fondazione Giovanni Michelucci, presentata il 30 giugno 2017. La ricerca, intitolata: Carcere e terzo settore: monitoraggio della rete di sostegno toscana, può essere consultata al sito: www.dentrofuorinetwork.org .

[11] A fronte delle 56.919 persone detenute (adulte) in Italia alla data del 30 giugno 2017, di cui 2.403 donne (4,2%) e 19.432 di origine straniera (34,1%), il complesso delle misure alternative, lavori di pubblica utilità, misure di sicurezza, sanzioni sostitutive e messa alla prova, interessavano, alla stessa data, altre 46.085 persone. Nello specifico le persone in affidamento in prova ai servizi sociali erano 13.972, 808 erano in semilibertà, 10.431 in detenzione domiciliare, 3.803 in libertà vigilata, 173 in libertà controllata e 10 in semidetenzione. A queste si aggiungevano 9.678 persone in messa alla prova e 7.210 in lavori di pubblica utilità. Fonte: Ministero della giustizia, Sezione Statistica dell’Ufficio per lo Sviluppo e la Gestione del Sistema Informativo Automatizzato, Misure alternative, lavoro di pubblica utilità, misure di sicurezza, sanzioni sostitutive e messa alla prova, 30 giugno 2017, www.giustizia.it, consultato il 14.07.2017.

[12] Centro Sociale Evangelico (2017), op. cit., www.dentrofuorinetwork.org

Keywords:
un mediatore familiare al servizio della paternità detenuta

Il testo è una riflessione su una specifica esperienza realizzata negli ultimi tre anni all’interno della Casa Circondariale di Ferrara in collaborazione con il Centro per le Famiglie del Comune di Ferrara. L’obiettivo dell’iniziativa è offrire ai padri detenuti, con esclusivo riferimento ai padri di figli minori, la possibilità di riflettere in gruppo sulle tematiche specifiche della paternità, sia pure in una situazione tanto particolare come quella dell’esperienza detentiva. La figura professionale chiamata a coordinare le attività dei gruppi è quella del mediatore familiare. La mediazione familiare finalizzata alla separazione e al divorzio fornisce strumenti interpretativi dei ruoli genitoriali che possono rappresentare una risorsa importante anche in una situazione in cui la separazione non sia necessariamente affettiva, ma “solo” temporale e logistica.

DOI: 10.17386/SA2017-003010

IL TEMPO SOSPESO:

UN MEDIATORE FAMILIARE AL SERVIZIO DELLA PATERNITÀ DETENUTA

 

Jacopo Ceramelli Papiani*

* Mediatore familiare

 

Riassunto: Il testo è una riflessione su una specifica esperienza realizzata negli ultimi tre anni all’interno della Casa Circondariale di Ferrara in collaborazione con il Centro per le Famiglie del Comune di Ferrara. L’obiettivo dell’iniziativa è offrire ai padri detenuti, con esclusivo riferimento ai padri di figli minori, la possibilità di riflettere in gruppo sulle tematiche specifiche della paternità, sia pure in una situazione tanto particolare come quella dell’esperienza detentiva. La figura professionale chiamata a coordinare le attività dei gruppi è quella del mediatore familiare. La mediazione familiare finalizzata alla separazione e al divorzio fornisce strumenti interpretativi dei ruoli genitoriali che possono rappresentare una risorsa importante anche in una situazione in cui la separazione non sia necessariamente affettiva, ma “solo” temporale e logistica.

 

Parole chiave: Tempo sospeso, paternità, famiglia, pregiudizio, libertà.

 

Abstract: The suspended time: a familiar mediator at the service of the prisoner fatherhood. The text is a reflection about a specific experience achieved along the last three years inside the prison of Ferrara in accord with the Centre for the Families in Ferrara. Target of the project is to offer to father/prisoner the opportunity to think over in group about specific topics of fatherhood, even though in a so particular situation as the imprisonment experience. The expert called to coordinate the activities of groups is a familiar mediator. Familiar mediation for separation and divorce gives interpretative tools of parental roles that could be an important resource even in a situation in which the separation isn’t necessarily affective, but “only” caused by time and space.

 

Key words: Suspended time, fatherhood, family, prejudice, freedom.

 

 

 

1.Premessa e inquadramento

“Le istituzioni totali sono incompatibili […] con un altro elemento fondamentale della nostra società: la famiglia” (Goffman, 2010, p.41). Ciò è probabilmente ancora più vero, per le istituzioni totali di tipo detentivo, in cui vige una netta separazione spaziale (molto spesso di migliaia di chilometri) e di conseguenza anche temporale tra il detenuto e la propria famiglia. Del resto come ci ricorda sempre Goffman, (ivi, p.112)

 

Lo schema interpretativo delle istituzioni totali incomincia ad agire, autonomamente, al momento dell’entrata dell’internato, in quanto lo staff sa che l’internamento di un individuo è, prima facie, l’evidenza di essere il tipo di persona per il cui trattamento l’istituzione è stata creata.

 

E quindi, sempre relativamente all’istituzione detentiva che “serve a proteggere la società da ciò che si rivela un pericolo intenzionale nei suoi confronti” (ivi, p.34), non sembra prevalere un reale interesse specifico verso il benessere delle persone internate. Un benessere che in tutta evidenza comprende in misura rilevante anche il mondo degli affetti che si è lasciato fuori dai cancelli del carcere.

Perché quindi una specifica iniziativa sulla paternità, proprio all’interno di una istituzione totale?

Il Centro per le Famiglie del Comune di Ferrara è una istituzione storica per la città che progetta, promuove e gestisce da più di vent’anni, una grande varietà di proposte, secondo quanto stabilito dalla normativa della Regione Emilia Romagna in materia di supporto e sostegno alle famiglie.[1]

La Casa Circondariale di Ferrara ospita circa 300 detenuti e le sezioni in cui si suddivide sono esclusivamente maschili.

La progettazione socio-educativa nasce sempre da ottimi presupposti, fondati sulle conoscenze teoriche e sulle competenze operative disponibili. Ed evidentemente anche l’intervento sulla paternità concordata congiuntamente dal Centro per le Famiglie con la Casa Circondariale di Ferrara ha fondato la sua proposta progettuale su alcune ipotesi teoriche rilevanti.

La prima, che essere padre rappresenti un’esperienza assoluta, che possa essere in qualche misura trascendente alla condizione di detenuto. La seconda, che il tempo sospeso della detenzione possa in qualche modo essere interpretato dal padre detenuto come un tempo in cui implementare la propria competenza e il proprio senso di responsabilità, in vista del fine pena, del conseguente rientro nella vita familiare e dell’affrontarne i cambiamenti fisiologici a cui forzatamente non si è potuto assistere. La terza, forse meno esplicita, che proprio il disvelamento della “normalità” dell’essere genitore, possa fornire essa stessa, una ulteriore spinta a farsi carico del tempo sospeso con uno spirito più positivo, proprio per il fatto di essere rivolto al momento in cui quel tempo riprenda a scorrere liberamente.

 

Nel corso della prima parte del 2014 è nata congiuntamente la proposta di collaborazione finalizzata a contribuire all’offerta di migliori opportunità di relazione fra i detenuti e le loro famiglie, anticipando nei fatti di due anni quanto formalizzato dal Protocollo - Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti.[2]

La proposta si è concretizzata su due direttrici principali.

La prima rappresentata dalla realizzazione di uno spazio dedicato ai colloqui familiari, uno spazio in cui da un lato i bambini possano trovarsi maggiormente a loro agio, grazie ad una progettazione e un allestimento mirato sulle specifiche esigenze della loro età, dall’altro i genitori possano ricavarsi uno spazio più riservato in cui comunicare, grazie anche alla presenza a cadenza mensile degli operatori del Centro per le Famiglie con la proposta di laboratori creativi e di animazione dedicati e modulati in base all’età dei bambini presenti.

La seconda delle direttrici tematiche che hanno trovato realizzazione è stata la proposta di un percorso specifico sulla paternità. Dal punto di vista organizzativo questa si è concretizzata con l’avvio di percorsi di gruppo, con incontri a cadenza quindicinale arrivati oggi alla decima edizione, con una partecipazione complessiva di circa ottanta persone in tre anni.

Dall’inizio di quest’anno è stata inoltre proposta la possibilità di svolgere anche colloqui individuali sempre sul tema della paternità. I parametri per la partecipazione ad entrambe le proposte sono due: la volontarietà della partecipazione dei detenuti a seguito della necessaria informazione interna e l’essere padri di figli minorenni.

A coordinare questa parte del progetto, denominato “Comunque papà”, è stato chiamato un mediatore familiare[3], sia pure con una specifica esperienza anche nella conduzione di gruppi. Per i primi cicli di incontri, al mediatore familiare si è affiancata una educatrice penitenziaria. Una presenza costante ritenuta preziosa per la dinamica del gruppo, non tanto per il suo ruolo istituzionale o per il suo essere conosciuta dalla maggioranza dei presenti, quanto per il suo rappresentare l’unico punto di vista femminile dentro un gruppo evidentemente solo frequentato da uomini.

Per l’avvio di questa esperienza sono state concordate con la Direzione della Casa Circondariale, due scelte preliminari.

La prima di merito che ha riguardato l’offerta dell’iniziativa a tutti i padri e, nonostante la presenza della figura professionale del mediatore familiare, non necessariamente a coloro che portassero problematiche legate ad una separazione o ad un divorzio. La scelta è stata fatta partendo dal presupposto che la condizione detentiva potesse determinare la necessità di un confronto approfondito sui temi della genitorialità, della crescita dei figli e della relazione con loro, in una situazione tanto particolare quale quella della reclusione. E questo a prescindere dalla situazione di coppia. Una scelta rivelatasi corretta tanto che ai diversi percorsi di gruppo hanno sempre partecipato prevalentemente padri non-separati, anche se in realtà nel loro caso la separazione coniugale, sia pure non considerata tale giuridicamente, né tantomeno affettivamente dai coniugi, può essere altresì concretamente rappresentata dal periodo di detenzione. Quando evidentemente non sopraggiunga proprio a seguito dell’esperienza della detenzione.

La seconda scelta preliminare di metodo rispetto alle modalità di svolgimento degli incontri. Questi non sono stati proposti come lezioni tenute da un esperto, quanto come un vero e proprio gruppo di parola (sarebbe impropria la definizione di gruppo di auto aiuto e ancor più quella di gruppo terapeutico), nel quale i temi proposti avessero la funzione di traccia per l’apertura di discussioni ed approfondimenti fra i partecipanti.

 

2.Il tempo sospeso

Il tempo è un concetto relativo, che acquista una ulteriore variabilità quando la vita trascorre detenuta dentro un istituto carcerario. Il tempo rappresenta nei fatti il principale elemento con cui ogni singolo detenuto si confronta, sia pure con orizzonti e significati molto diversi, anche per uno stesso detenuto, ma dei quali il più immediato è, molto concretamente, il tempo della durata della condanna e più precisamente la durata residua per il fine pena. In altre parole quanto manca per uscire dal carcere. E’ un tempo individualmente molto diverso, ma che scandisce implacabilmente ogni attimo, che ogni detenuto impara molto presto a gestire in termini numerici, anche con la straordinaria abilità di proporre complicati calcoli numerici rispetto, ad esempio, agli sconti di pena, che a un ascoltatore profano della materia risultano del tutto incomprensibili. In ogni caso, per chiunque non abbia avuto la stessa esperienza di detenzione, quel numero resta comunque un numero enorme e l’orizzonte che rappresenta, un orizzonte apparentemente infinito.

Certo che la relatività di questo tempo, sospeso tra un prima: fuori-dal-carcere e un dopo: di-nuovo-fuor-dal carcere, dipende in gran parte dal confronto con il tempo degli altri detenuti. In effetti considerare “breve” una detenzione prevista, ad esempio, in otto anni è più semplice se il vicino di cella deve scontarne venti, ma è indubitabile che per trascorrere un periodo della propria vita anche percepito come breve, privato della libertà dentro ad un luogo dove per la gran parte delle ore della giornata non succede assolutamente nulla, la variabile tempo acquista un senso davvero molto relativo. All’interno del quale il tempo del fine pena rappresenta l’unico orizzonte concreto: a cui aggrapparsi nei momenti in cui la speranza è più forte o da maledire in quei giorni in cui la prospettiva sembra insopportabile.

La comprensione del senso del passare del tempo è ulteriormente complicata dalle difficoltà organizzative e burocratiche che scandiscono la vita degli abitanti dell’istituto carcerario. Una burocrazia apparentemente cervellotica che rappresenta “[…] processi e meccanismi del cosiddetto controllo sociale, attraverso i quali viene istituzionalmente creata una realtà e un’immagine per così dire ufficiale, pubblica della devianza […]” (Di Leo, Salvini, 1978, p.217).

Allo sguardo dell’ospite esterno, il rigoroso rispetto delle normative e le oggettive esigenze di sicurezza non aiutano a rendere comprensibile la lentezza delle procedure e il rinvio di decisioni e risposte, siano pur esse talvolta di importanza apparentemente molto relativa, che finiscono per rendere ancora più frustrante l’esperienza della carcerazione, non soltanto per i detenuti, ma immaginiamo anche per gli operatori deputati alla loro custodia e riabilitazione. Senza considerare infine che molto spesso il tempo sospeso percepito fra le mura del carcere ha l’obbligo di interfacciarsi con il tempo della burocrazia esterna, legata alla funzionalità dei servizi territoriali, soprattutto per ciò che riguarda la chiusura dell’iter amministrativo finalizzato alla verifica delle condizioni necessarie alla concessione di permessi o alternative di pena.

Inoltre il tempo del detenuto è ulteriormente complessificato dalle numerose variabili legate alle procedure penali, delle quali ciascuno di loro appare essere perfettamente a conoscenza, ma che ad uno sguardo esterno e non giuridicamente preparato appaiono come del tutto incomprensibili, e che in fondo finiscono per rendere ancora più confuso l’effettivo scorrere del tempo, forse proprio a causa dell’investimento in termini mentali di ognuno. A cominciare, ad esempio, dal tempo trascorso tra il momento in cui il reato è stato commesso e il momento in cui è stato dato corso all’esecutività della pena. Uno spazio temporale in cui la persona talvolta ha avuto tempo, non soltanto di non tornare a delinquere, ma anche di conoscere ed innamorarsi della sua futura moglie, di crearsi una attività lavorativa stabile, di mettere al modo dei figli e talvolta anche di aspettare dei nipoti.

Il conflitto con il tempo si alimenta all’interno del tempo sospeso della carcerazione, fino a diventarne di fatto l’unico protagonista, grazie anche a una diversificata serie di procedure che inevitabilmente finiscono per diventare l’unico oggetto dell’attenzione del detenuto. Con un unico denominatore comune: l’attesa.

Dall’attesa per l’arrivo “del cumulo” – la somma delle pene da scontare per reati diversi - all’attesa per “i giorni” – una riduzione della pena concessa dal magistrato di sorveglianza, a determinate condizioni, pari a 45 giorni ogni sei mesi di pena espiata – all’attesa per la “chiusura della sintesi”, all’attesa per il prossimo colloquio con i familiari, o per la prossima telefonata.[4]

Per quanto sia possibile trarre indicazioni di massima da un campione comunque numericamente limitato quale quello dei padri che hanno frequentato il percorso in questi tre anni, è possibile affermare che l’esperienza umana della carcerazione restituisce un’immagine quanto meno ambivalente.

Se da un lato infatti abbiamo incontrato persone consapevoli di essere costrette a scontare una pena legittima in relazione al reato commesso, dall’altro le stesse persone manifestano la prevalenza ad attribuire a fattori del tutto esterni l’eventualità di una compiuta riabilitazione. Il principale elemento di criticità in questa prospettiva è rappresentato dalla percezione delle difficoltà di recuperare una dimensione lavorativa individuata come sufficiente, essa sola, a fornire le dovute garanzie rispetto alle possibili recidive. In altre parole è molto complicato per il detenuto introiettare il principio secondo cui il cambiamento delle proprie condizioni di vita, quelle stesse condizioni che lo hanno portato all’ingresso in carcere, passi principalmente attraverso un processo di maturazione e di cambiamento individuale. E ciò nei fatti rappresenta una sorta di auto-conferma del giudizio di condanna, non più solo in relazione ai reati già commessi di cui si sta scontando la condanna, ma come una vera e propria forma di ipoteca sul proprio futuro. E questo rappresenta evidentemente un ulteriore ostacolo sul percorso di interpretazione della propria esperienza di pena come tempo sospeso, come una parentesi, per quanto buia, fra il prima e il dopo.

Il senso della famiglia e l’esperienza della paternità contribuiscono tuttavia a amplificare il senso di perdita, rispetto soprattutto all’accompagnamento alla crescita dei propri figli, alcuni dei quali molto piccoli, talvolta nati quando il padre era già in stato di detenzione. Un senso di perdita che, come accennato in termini generali, solo in alcuni casi rappresenta un elemento di spinta proattiva di un effettivo riscatto sociale e individuale. Il senso di un tempo perduto che certamente ha una importanza determinante nel motivare la partecipazione ai gruppi di parola su queste tematiche, in una ricerca di rassicurazione rispetto a cosa ci si può aspettare nel momento in cui il tempo riprenderà a scorrere, al momento dell’uscita dal carcere. Una domanda quasi sempre silenziosa che rimane ben nascosta dietro le maschere di durezza o di ironico disincanto. Ma anche una domanda molto legittima, che riguarda il ruolo di genitore di chiunque, detenuto o no, e la relativa difficoltà di proiettarlo nel futuro della relazione coi figli che crescono. Un bisogno di essere rassicurati che in larga maggioranza riguarda tutti i genitori e che la condizione di detenuto inevitabilmente amplifica.

Una domanda trasversale anche alle diverse provenienze culturali, aspetto anche questo da non sottovalutare nella proposta di un progetto sulla paternità. La diversità delle storie individuali e della costruzione dei legami familiari, legate alle diverse culture di provenienza, sono elementi con cui i detenuti hanno già imparato in fretta a relazionarsi, ma che all’interno di un percorso di gruppo, e per definizione massificato, se da un lato ne possono rappresentare una esperienza solidaristica importante, dall’altro rischiano di diventare elementi divisivi e di incomprensione.

Anche il mediatore familiare, nella sua prassi professionale quotidiana, opera di fatto in un tempo sospeso, un tempo in cui la relazione d’aiuto con la coppia genitoriale è sostanziata dal sostenere ed elaborare l’incertezza dovuta al naufragio del progetto di coppia. Un sostegno limitato nel tempo, ma funzionale al mantenimento, da parte di entrambi i genitori, del focus relativamente alla propria esperienza genitoriale, la quale evidentemente non si esaurisce con l’esaurimento del rapporto amoroso. Anche in questo caso si tratta quindi di una operazione di attraversamento, del passaggio tra un prima e un dopo: un tempo sospeso tra una normalità familiare conosciuta e una nuova normalità ancora da costruire e che, nel pieno del conflitto di coppia, appare lontana e piena di incertezze.

Il riferimento alla normalità, per quanto mai come adesso concetto relativo per definizione, non è casuale. Per la coppia che si separa, l’obiettivo del percorso di mediazione familiare è rappresentato dalla conquista di una nuova normalità individuale rispetto al progetto iniziale condiviso, in funzione del compimento del proprio mandato genitoriale. Ed è un percorso, anch’esso, pieno di ostacoli e di pregiudizi.

I pregiudizi dell’uomo libero rispetto all’universo confinato in un istituto penitenziario, affondano le loro radici in un immaginario confuso e multiforme, fortemente influenzato non soltanto dal desiderio di isolare coloro che minano le sicurezze e la libertà altrui, ma anche da una informazione non sempre correttamente orientata, anche a meri scopi elettorali, finalizzata al perpetuarsi e al consolidarsi di rapporti di forza sempre più definiti e implacabili. Non siamo usciti dalla logica e dalla prassi secondo cui “[…] la società cosiddetta del benessere e dell’abbondanza, ha ora scoperto di non poter esporre apertamente il suo volto della violenza […]”, anzi allargando “[…] l’appalto del potere ai tecnici che lo gestiranno in suo nome e continueranno a creare – attraverso forme diverse di violenza: la violenza tecnica – nuovi esclusi” (Basaglia F. et al., 1968, p. 116).

I pregiudizi di chi sta fuori dalle mura del carcere sono in questo senso ampiamente giustificati. Non di meno, se da un lato non possono - proprio in quanto pregiudizi – fornire una interpretazione corretta della realtà carceraria, dall’altro contribuiscono a rendere ancora più complicato il passaggio dal dentro al fuori, il superamento con esiti soddisfacenti per entrambe le parti – gli esclusi e gli escludenti - della fine del tempo sospeso. E così facendo alimentano per la loro parte il circolo vizioso del pensiero circa l’ineluttabilità del destino del criminale.

Eppure è proprio per questo che è indispensabile mantenere alta l’attenzione sul concetto di normalità, che dentro l’ambiente detentivo può apparire completamente fuori contesto, ma che invece ne rappresenta forse l’elemento chiave per una compiuta riabilitazione.

Per attraversare le porte che tengono rinchiusi i detenuti è necessario essere consapevoli che, sia pure armati delle migliori intenzioni e del proprio massimo possibile di disponibilità, con noi entrano anche i nostri pregiudizi. I quali rendono complicato l’approccio in quanto distorcono almeno la prima interpretazione della realtà carceraria.

La presentazione del progetto alla platea di padri carcerati che avevano manifestato un primo generico interesse, ne è stato il primo momento rivelatore. Si è tentato di spiegare motivazioni e obiettivi, cercando di trasmettere il principio della fondamentale importanza delle riflessioni sul senso dell’essere padre, sulla qualità del rapporto coi figli, sulla necessità di coltivare la relazione con le madri quali depositarie dell’immagine di un padre forzatamente assente. Tutti concetti cari al bagaglio professionale del mediatore familiare. E’ molto probabile che, insieme a questi principi teorici, non siamo riusciti ad evitare di trasmettere anche la preoccupazione di non essere compresi da una platea “pregiudizialmente” tanto particolare. E infatti una delle persone presenti, con un forte accento dell’est europeo ha immediatamente smascherato il pregiudizio: “Guardate che noi siamo in carcere, ma a parte questo siamo persone normali.

In effetti, almeno rispetto agli standard di chi non vive la realtà della reclusione, elementi di normalità nella vita di un detenuto ce ne sono molto pochi. Ma in una prospettiva di recupero della dignità di cittadino libero al termine del periodo di pena, mantenere alta l’attenzione sulla prospettiva di normalità può rappresentare non soltanto il corretto focus di un intervento dall’esterno, ma anche la chiave per contribuire a sbloccare stereotipi comportamentali e paradigmi valoriali a cui i detenuti sono costretti, ma che anche concorrono a costruire. Il concetto di normalità all’interno della routine carceraria, almeno per come ciascuno di noi lo interpreta e lo declina nei propri comportamenti quotidiani e nella propria vita di relazione da uomini liberi, è completamente un’altra cosa. E questa siderale diversità di senso, da parte dei detenuti è riconosciuta e più o meno consapevolmente utilizzata per segnare una distanza tra chi sta dentro è chi sta fuori. Oltre che naturalmente per costruire altri muri ed altre distanze all’interno della dimensione relazionale vissuta e agita dentro lo stesso istituto di pena.

Voi non potete capire, perché non siete dentro.” Una affermazione tanto categorica quanto molto frequente per qualsiasi detenuto che si trovi ad incontrare qualcuno che viene da fuori, indipendentemente dal motivo che ha permesso e che sostanzia l’incontro. Di fronte ad una frase così, che da sola sarebbe sufficiente a decretare la morte di qualunque relazione, la risposta di un interlocutore minimamente onesto non può che essere “E’ vero, noi non possiamo capire perché non siamo dentro.”

Ma al di là del mandato professionale secondo il quale l’operatore esterno ha un compito da assolvere, ed anche al di là del mandato più sottilmente personale e umano, che più o meno consapevolmente spinge ciascun operatore a superare ogni volta i cancelli e le porte del carcere, e nel rispetto doveroso ed assoluto di una condizione che l’operatore non condivide con loro, nel pensiero prima che nella pratica quotidiana, l’unico possibile può essere uno sforzo rinnovato che permetta la comprensione della parzialità, almeno temporale, dell’esperienza carceraria, che da molti degli stessi detenuti viene visto invece come un orizzonte ineluttabile.

Tenendo ben presente il presupposto secondo cui “la posizione correzionale ostacola la comprensione del fenomeno deviante perché è guidata e motivata dal fine di liberarsene” (Matza D., 1976, p.36), il contributo sia pure parziale, che ciascun operatore può portare in una dimensione di vita tanto complessa e particolare, può essere proprio quello di un cambio di prospettiva: una vera e propria retrocessione dell’orizzonte, una sua messa tra parentesi in vista di una libertà che sarà riconquistata, di una normalità che ritorni ad essere tale proprio perché individuata come nuova visione del senso del loro essere uomini e padri. Anche per questo la partecipazione al gruppo di parola, dove non si va “per imparare”, ma per riflettere insieme sulla paternità - una esperienza condivisa da tutti, ciascuno con le proprie storie individuali, e che è anche l’unica esperienza che ciascuno di loro condivide anche con il mediatore familiare - nella prospettiva della riconquista di un orizzonte “normale” può rappresentare un sostegno importante.

Per comprendere ancora più nel dettaglio quanto per i detenuti questa conquista sia piena di difficoltà, basti pensare che, nonostante che più o meno tutti i partecipanti che si sono avvicinati ai diversi percorsi di gruppo si conoscano fra loro, è affermazione unanime che: “Fra di noi non parliamo mai delle nostre famiglie”; in pratica rinunciando a mettere in comune fra loro l’elemento che, durante il tempo della detenzione, tutti affermano essere l’unico che permette di sopportare la vita dentro il carcere. Parlare del bello che c’è fuori, della speranza racchiusa negli sguardi sui figli, dell’amore verso le mogli che li aspettano, è troppo doloroso e quindi da evitare. Così come, in un completo rovesciamento della stessa prospettiva, nei giorni di colloquio con le famiglie si parla esclusivamente di quello che succede fuori.

Scegliere di partecipare al gruppo, quindi, è già un primo abbozzato segnale verso una integrazione delle esperienze fra dentro e fuori. Perché decidere di partecipare può essere visto come un primo passo verso la ricerca di una consapevolezza, quasi mai esplicita e talvolta piena di ostacoli: partecipare perché finalmente ci si concede lo spazio e il tempo di rendere la famiglia, la propria moglie e i propri figli, sia pure per due ore ogni due settimane, i soggetti protagonisti della propria esperienza e del racconto di ciascuno agli altri.

Per quanto condizionata anche dalle buone prassi carcerarie, secondo le quali la partecipazione alle attività proposte è considerata un elemento positivo in vista della valutazione sul comportamento del detenuto, la scelta di partecipare agli incontri del progetto sulla paternità ha permesso il disvelarsi di realtà individuali probabilmente inattese agli stessi protagonisti, tutti inizialmente molto scettici sulla effettiva utilità della partecipazione stessa. Eppure, nel calore e nella disponibilità all’ascolto che in alcuni momenti è stato possibile creare all’interno del gruppo, è stato evidentemente individuato lo spazio e il tempo giusto per raccontare pezzi della propria vita talvolta mai raccontati a nessuno prima, episodi anche molto traumatici e per questo più difficili da condividere, non tanto della propria esperienza genitoriale, quanto della propria esperienza di figli.

E’ di tutta evidenza come per svolgere compiutamente la propria funzione di genitore, sia indispensabile avere la possibilità di integrare con essa la propria esperienza di figli. Questa operazione non è scontata per nessun genitore, libero o detenuto che sia, ed è molto probabile che la gran parte dei partecipanti detenuti, non avesse avuto il tempo o la possibilità neanche di pensarla. Senza minimamente voler generalizzare, molte delle storie familiari delle persone che abbiamo incontrato sono particolarmente dolorose, e questo in misura ancora maggiore da quando le nostre carceri hanno cominciato a popolarsi di persone provenienti da paesi molto lontani, con culture familiari simbolicamente e concretamente anche molto lontane, in particolare da quella italiana. Ma, seppure non frequenti, questi momenti di riconoscimento della propria condizione di figlio quale premessa al proprio essere padre, ci sono stati.

Non sono stati momenti casuali, sia pure mai stimolati esplicitamente dal mediatore presente: sono stati momenti permessi dall’accoglienza che il gruppo stesso trasmetteva su cui poi è stato possibile riflettere, anche in maniera approfondita, sempre al termine di lunghi momenti di rispettoso silenzio che scandivano la fine del racconto.

Per paradosso, dato che ci muoviamo dentro una dimensione esistenziale, nella quale ogni attimo del giorno e della notte, per tutta la durata della pena, è scandito da regole molto precise, non è invece possibile concludere questo percorso con una sintesi che stabilisca le regole per l’effettiva riuscita di un gruppo di sostegno alla paternità dentro un istituto carcerario. E proprio come il tempo del detenuto, anche la valutazione non può che essere sospesa.

Ci sono moltissime variabili in gioco, alcune delle quali del tutto indipendenti dalla buona volontà degli operatori e dei detenuti partecipanti ai gruppi. Alcune di queste variabili sembrano essere di tale portata da far sembrare abbastanza inutile sia l’impegno dell’operatore che entra in carcere, sia la disponibilità alla partecipazione dei padri detenuti. Sono variabili che riguardano le procedure penali, della cui lentezza abbiamo accennato in precedenza, sono variabili che riguardano le condizioni di vivibilità degli ambienti e la disparità delle relazioni interne ai diversi istituti carcerari, sono variabili che riguardano i codici non scritti che regolano la vita fra le persone detenute e che ne condizionano fortemente la socialità. Ma sono variabili soprattutto di tipo culturale che riguardano la funzione escludente della struttura carceraria agli occhi dei cittadini liberi. E queste variabili investono tutto l’universo individuale e familiare del detenuto che ha finito di scontare la pena e torna ad essere anche lui libero.

Eppure è proprio il tema del possesso della propria libertà che può rappresentare uno strumento decisivo perché un operatore decida di tornare in carcere dopo esserci entrato per la prima volta. Entrare in carcere almeno una volta è un’esperienza molto forte, che può diventare per chiunque anche un’esperienza rivelatrice del senso di esserne fuori. E di essere persone libere. L’operatore che entra vive la propria libertà quando supera il primo cancello grazie all’esposizione del pass che lo distingue dai detenuti (che non ce l’hanno), ma che lo distingue anche dagli agenti di custodia (che sono in divisa). E porta con sé un vissuto che, rapidamente, si rivela un vissuto di libertà dai pregiudizi che permette di guardare alle storie delle persone prima che ai reati commessi. Un senso di libertà da condividere come orizzonte comune anche con chi, per un lungo momento, crede di averla perduta.

 

 

 

 

Bibliografia

Basaglia F. (a cura di) (1968). L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico. Torino: Einaudi.

De Leo G., Salvini A. (1978). Normalità e devianza. Milano: Gabriele Mazzotta Editore.

Goffman E. (2010). Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza. Torino: Einaudi.

Matza D. (1976). Come si diventa devianti. Bologna: Il Mulino.

 

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Jacopo Ceramelli Papiani, nato a Milano nel 1962. Residente a Terre del Reno (FE) dal 2010. Laureato in Pedagogia nel 1996 alla Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze, consegue una prima specializzazione post-laurea in Pedagogia Clinica della Famiglia ed una seconda in Mediazione Familiare Sistemica. Formatore di gruppi di Auto Aiuto per la Fondazione Andrea Devoto di Firenze, promuove tra il 2003 e il 2012 lo sviluppo dei gruppi nella provincia di Ferrara in collaborazione con Agire Sociale – Centro Servizi per il Volontariato.

Mediatore familiare dal 2003. Nel 2012 inizia la collaborazione come mediatore familiare con i Centri per le Famiglie del Comune di Ferrara, una collaborazione tutt’ora in corso. Dal 2015 è mediatore familiare per il Centro per le Famiglie dell’Alto Ferrarese. Da quest’anno è mediatore familiare per il Centro per le Famiglie del Comune di Forlì

 

[1] Sul tema, cfr. la normativa di riferimento della Regione Emilia Romagna: L.R. n° 27/1989; L.R. n° 2/2003; L.R. n°14/2008; D.G.R. n°391/2015.

[2] cfr. Protocollo d’Intesa tra Ministero di Giustizia, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Associazione Bambinisenzasbarre Onlus, dd. 06/09/2016, art. 2 § 4 e art. 5 § 3.

[3] La mediazione familiare in funzione della separazione e del divorzio, fa parte dei servizi offerti alla cittadinanza da tutti i Centri per le Famiglie della Regione Emilia Romagna, ed è un servizio rivolto alle coppie che abbiano deciso di interrompere il legame coniugale, ma che intendano continuare a coltivare una relazione di fattiva collaborazione in funzione del mantenimento dei rispettivi ruoli genitoriali. La mediazione familiare nei Centri per le Famiglie infatti è offerta esclusivamente a coppie genitoriali con figli minori.

[4] Cfr. Carta dei Diritti e dei Doveri dei Detenuti e degli Internati, Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Decr. del Ministro della Giustizia, 5 dicembre 2012.

Keywords:
senza fissa dimora e migranti

Lo psichiatra Andrea Cicogni descrive le problematiche della salute mentale relative ai senza fissa dimora, distinguendo tra i senza tetto propriamente detti e i migranti. Sebbene la presenza di un disturbo psichiatrico sia un fatto presente in molte persone che vivono in strada, i migranti presentano problemi di salute mentale con caratteristiche proprie. La migrazione di per sé non causa la malattia mentale, se non nel caso di esperienze stressanti estreme. Per aiutare al meglio le persone con problemi di salute mentale che vivono ai margini, è necessario combinare gli sforzi dei professionisti nell’attuazione di interventi mirati (adhocrazia).

DOI: 10.17386/SA2017-003011

SALUTE MENTALE:

SENZA FISSA DIMORA E MIGRANTI

 

Andrea Cicogni*

* Psichiatra, Usl Toscana Centro

 

Riassunto: Lo psichiatra Andrea Cicogni descrive le problematiche della salute mentale relative ai senza fissa dimora, distinguendo tra i senza tetto propriamente detti e i migranti. Sebbene la presenza di un disturbo psichiatrico sia un fatto presente in molte persone che vivono in strada, i migranti presentano problemi di salute mentale con caratteristiche proprie. La migrazione di per sé non causa la malattia mentale, se non nel caso di esperienze stressanti estreme. Per aiutare al meglio le persone con problemi di salute mentale che vivono ai margini, è necessario combinare gli sforzi dei professionisti nell’attuazione di interventi mirati (adhocrazia).

 

Parole chiave: Salute mentale, home-less, migranti, etnopsichiatria, adhocrazia.

 

Abstract: Mental health: home-less and migrants. Psychiatrist Andrea Cicogni describes mental health problems related to home-less, distinguishing the ones that are migrants or refugees. Mental disturbs often appear in home-less persons, but in migrants home-less they have specific features. The author wishes for adhocracy to give a real help to each patients by the cooperation of all of the experts involved.

 

Key words: Mental health, home-less, migrants, etnopsychiatry, adhocracy.

 

 

 

“Coltivando tranquilla / L’orribile varietà delle proprie superbie / La maggioranza sta / Come una malattia / Come una sfortuna / Come una anestesia / come un’abitudine

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione / e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umana verità”.

(da “Smisurata Preghiera” di F. De Andrè, I.Fossati, A. Mutis)

                      

“- Cosa sai fare dunque? - Io so digiunare. So aspettare. So pensare.”

(da Siddharta di Herman Hesse)

 

Per quanto alcune caratteristiche siano sovrapponibili, ci sembra utile dividere la trattazione del tema prendendo prima in considerazione da un lato i senza fissa dimora più tipici e stabili nella loro instabilità abitativa e dall’altro i migranti ed i profughi.

 

1. I “Senza fissa dimora”

Il problema della salute mentale nei senza fissa dimora si presenta subito come problema pratico: è un tossico, è competenza del SerD, no è un caso psichiatrico ci deve pensare la psichiatria, no ha solo problemi organici, no è un problema sociale, no è sanitario. A chi viaggia in direzione ostinata e contraria poco interessano queste disquisizioni perché da tempo ha smesso di avere fiducia nell’aiuto che le istituzioni possono dare o in altri casi aspetta in un tempo dilatato un incontro, una visita o un sostegno che poi risulta in molti casi tardivo e deludente.

Ma prima ancora è un problema teorico da capire meglio per cercare di impostare interventi utili, non ingenui e soprattutto in stretta collaborazione con le altre realtà pubbliche che si intrecciano nella rete che suo malgrado intrappola il problema. Per prima cosa è utile definire alcuni termini che si riferiscono a gruppi di persone che non sono tra loro omogenei. Tra questi, oltre quelli da sempre conosciuti, emergono nuove categorie come i migranti ed i rifugiati. E anche tra questi abbiamo una diversità di status politico e possibilità di accoglienza, come sappiamo dalla nascita dei luoghi deputati a tale compito. Anche queste persone non hanno una casa o almeno non più. La casa è la patria lontana, è la casa da cui sono dovuti fuggire per la guerra e la persecuzione, ma anche più semplicemente per la fame o la difficoltà a pensarsi nel futuro o pensare un futuro tout court. E il tetto dei centri di accoglienza non sempre è una house e tantomeno una home. I termini inglesi di houseless e di roofless, ovvero di senza casa e senzatetto, si riferiscono in prima istanza alla dimensione della struttura abitativa, mura e tetto. Homeless si potrebbe tradurre senza dimora, ma il concetto di home è più che la dimora è il luogo degli affetti, del sostegno familiare ed amicale che viene a mancare. Altre parole che servono per definire le persone senza fissa dimora sono barbone e clochard. La prima fa assonanza con barba che si presume incolta ma deriva storicamente da “birbone” ovvero delinquente e malfattore. La seconda deriva invece da clocher, zoppicare. In realtà, rispetto al passato almeno, l’età media di tali individui si situa in una fascia di età centrale tra i 18 ed i 47 anni, non rende ragione dei vecchi nomi. Le fasce più giovani rappresentano persone fuggite di casa o comunque con situazioni sociali disastrate. In Italia almeno fino a poco fa era bassa la percentuale di minori che vivono in strada grazie al supporto dei Servizi.

La prima domanda che tutti ci siamo fatti è come si diventa senzatetto prima e poi senza dimora. Per quello che è il nostro argomento possiamo dire che la presenza di un definito disturbo di tipo psichiatrico è un fattore presente in molte persone che vivono in strada e almeno in alcuni casi il fattore che li ha condotti a tale stato. Tuttavia tra gli studiosi non vi è accordo sul peso di tale fattore: inoltre quando viene chiesto il motivo del loro vivere in strada, i senza fissa dimora portano come ragione i problemi economici e socio-relazionali e solo dopo quelli di tipo psicologico psichiatrico. Quindi anche in questo caso, come nella presenza di abuso di alcool e di altre sostanze, vale la domanda retorica del se nasce prima l’uovo o la gallina. Certo è che c’è sempre un evento o più eventi critici che rompono un precario equilibrio: può essere lo sfratto, una separazione, la perdita prolungata del lavoro, la morte di un familiare. Quelle che si chiamano le capacità di affrontamento, di coping, come è la capacità di resistere senza rompersi completamente, detta sinteticamente resilienza, vengono meno e la persona si perde. Alcuni trovano un luogo anonimo dove vivere, dove sopravvivere a problemi che diventano sempre più grandi. Anche l’intervento per invertire il processo di emarginazione può avere successo se attuato nei primi periodi. Nel primo anno sostanzialmente. Dopo è facile che una demoralizzazione secondaria da un lato o la difficoltà a creare nuovi scenari possibili e attraenti per la propria vita sia già passato. La deriva esistenziale diventa un processo identitario. Le rotture biografiche portano ad un lutto non elaborabile che porta ad un abbandono del proprio Sé. Anche l’aspettativa di vita si riduce a 50 anni. Più che un unico grande trauma sembra che ci siano microfratture esistenziali che portano ad un’area di non ritorno in cui si ha una riluttanza a provvedere a se stessi come pure a rivolgersi ai servizi. Non sono “buoni” utenti. Non tornano agli appuntamenti, il sistema è costituito su una psichiatria di attesa, non di iniziativa. Se non vieni peggio per te. Anche in questo caso l’ottica dell’operatore dovrebbe essere non quella di imporre il proprio pensiero e la propria soluzione, ma quella di ascoltare e chiedere in modo esplicito cosa la persona desidera fare e porsi al suo servizio per i piccoli o più grandi progetti desiderati.

La psichiatria con i pazienti che presentano una patologia importante che tende a cronicizzare sta sempre di più usando l’ottica del “recovery” ovvero dell’intervento mirato ad una guarigione comunque sociale nonostante i problemi e sintomi residui, che vanno affrontati con interventi pro attivi e di empowerment. Questa ottica dovrebbe essere tanto più utilizzata con i pazienti senza fissa dimora o migranti. Da quella paternalistica che vedeva il paziente come incapace: fai così perché te lo dico io, prendi questa pasticca perché ti fa bene; a quella in cui medico e paziente sono alleati e co-sperimentatori. Si parla oggi di farmacoterapia partecipativa per la prescrizione di un farmaco. Non più “compliance” dove in Inglese “to comply” vuol dire ubbidire e aderire ciecamente, ma alleanza appunto. Quindi la persona è quella che conosce meglio se stessa. Che sa cosa desidera se ha un orecchio attento che lo sappia ascoltare e decodificare i suoi bisogni e desideri. Una analisi della domanda quindi basata sulla fiducia che la persona sappia cosa è meglio per lei e che il ruolo di chi si pone in una prospettiva di aiuto sia per quanto possibile scevro dal potere.

Il vivere senza dimora non è quasi mai una scelta magari romantica. E’ una dimensione in cui lo spazio e il tempo si fermano o si dilatano secondo i punti di vista. Il dolore esistenziale può anche placarsi in questa dimensione di un presente di attese, che apra questo o quel servizio. Di un futuro senza prospettive. Di un passato che con i suoi traumi e rotture è meglio non ricordare. Le relazioni familiari anche se non ottimali possono proteggere dalla condizione di senza fissa dimora, nella realtà due terzi di loro non ha più alcun contatto con la famiglia di origine. Inoltre 3/5 sono celibi o nubili e circa il 25% viene da una separazione. E’ una condizione prevalentemente maschile e le donne coinvolte hanno soprattutto problemi legati a separazioni o storie di prostituzione per sopravvivere. Giovani senza fissa dimora sono ad alto rischio di vittimizzazione, uso di sostanze e suicidio e non sono conosciuti dai Servizi. Per i minorenni invece la situazione in molte parti è migliore perché in genere sono presi in carico dai Servizi, almeno questo in genere accade nel nostro paese, non così in altre parti del mondo, dove esistono i “bambini di strada”.

 

1.1. Problemi mentali nelle persone senza fissa dimora

I dati epidemiologici relativi ai problemi di salute mentale nelle persone senza fissa dimora fatte soprattutto in USA, Canada e Australia, ma negli ultimi 15 anni anche in alcuni paesi europei come Regno Unito e Germania, riportano dati che si possono sintetizzare come segue: un 25-30 % delle persone che vivono in strada o nelle strutture di prima accoglienza presenta un disturbo in asse I: depressione maggiore, disturbi nello spettro schizofrenico e bipolare. Intorno al 10% presenta una psicosi con percentuali maggiori nelle donne. Rispetto all’uso di sostanze questo è molto ampio basti pensare che nel mese precedente all’intervista intorno all’80% ha usato droghe ed il 70% ha abusato di alcool. Intorno ad un 10-20% dei casi presenta una vera e propria doppia diagnosi secondo la maggior parte degli studi. I dati canadesi relativi all’autolesionismo importante ed ai tentati suicidi indicano un 15% degli uomini ed un 30 % delle donne. Anche i disturbi della personalità che sono modalità stabili negative di rapportarsi con se stessi e con gli altri sono ampiamente diffusi e comprendono fino a due terzi dei casi. La maggior parte dei senza fissa dimora sono uomini (80% circa), le donne peraltro presentano spesso gravi violenze subite nelle relazioni affettive. La cosa essenziale non è soltanto fare diagnosi ma riuscire a gestire la persona in un vero percorso di cura che abbia obiettivi definiti e condivisi con la persona stessa.

 

2. Migranti e rifugiati

Per quanto riguarda i Migranti e coloro che cercano rifugio dalle persecuzioni le situazioni di senza fissa dimora sono uno status che dovrebbe essere temporaneo o almeno contro il quale si organizzano le energie dei migranti. Questo tuttavia succede con grande lentezza ed il rischio è la creazione di una no men’s land, di una terra di nessuno, in cui è difficile definirsi e trovare casa –home- e lavoro. Stiamo probabilmente assistendo ad un dramma che caratterizzerà questo secolo con le numerose morti in mare, come i grandi conflitti e le persecuzioni hanno caratterizzato quello scorso. Non riusciamo a vedere nei migranti i fondamenti mitici, simbolici e valoriali della nostra civiltà. Nei barconi che attraversano il Mediterraneo non vediamo Enea con il vecchio Padre Anchise sulle spalle ed il piccolo figlio in braccio. Neppure Ulisse o Dante o gli innumerevoli esuli perseguitati politici che hanno fatto la nostra storia vengono normalmente accomunati a chi sbarca sulle nostre coste. Neppure Abramo o Mosé o Maria di Nazareth che fugge dalle persecuzioni di Erode con il piccolo figlio. E quando si parla di senza tetto il Figlio dell’Uomo, dice Gesù di se stesso, non ha dove posare il capo, mentre anche le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi. Anche le dimensioni sacre del forestiero che deve essere accolto secondo i dettami biblici oppure del pellegrino o del monaco sono viste in una visione economicistica. Il mondo è diventato solo di alcuni e gli altri sono ospiti che devono chiedere il permesso di esistere.

Ricordiamo come le migrazioni siano una costante dell’uomo e che un numero enorme di persone vivono fuori dal loro paese, si parla di 235 milioni di persone senza considerare le migrazioni interne all’interno dello stesso paese.

      

2.1. La salute mentale nei migranti e rifugiati

Nel caso più specifico dei migranti e dei profughi i problemi di salute mentale presentano caratteristiche proprie delle quali si occupano, oltre alla psichiatria territoriale con i suoi strumenti, alcune branche della psichiatria come l’etnopsichiatria, la psichiatria transculturale e l’antropologia culturale che studia le relazioni tra le diverse culture considerando concetti come l’acculturazione (trasformazione di una cultura dovuto al contatto duraturo tra due popoli e culture diverse) o l’inculturazione (trasmissione di una cultura da una generazione all’altra). La Psichiatria Transculturale (che nasce in Italia negli anni settanta) si occupa di come valori culturali influiscano sulle malattie psichiatriche, dei danni causati dai cambiamenti culturali e di quali sono le patologie comuni nei vari contesti culturali ed il raffronto tra metodi di cura occidentali e quelle dei popoli di provenienza. L’etnopsichiatria infine si è sviluppata come disciplina autonoma dove trovano spazio antropologia, psichiatria, psicoanalisi e la storia delle religioni e dei miti come lo studio dello sciamanesimo o il cosiddetto “inconscio etnico”. Comunque un po’ tutta la psichiatria nello studio delle determinanti socio-culturali è transculturale ed etnica.

La migrazione di per sé non causa una malattia mentale per quanto sia indubbiamente un evento stressante. Solo quando supera i livelli di resilienza individuale o nel caso di esperienze stressanti estreme o propriamente traumatiche come guerre, gravi carestie, violenze sessuali, la tortura o comunque tutti i trattamenti inumani e degradanti, evolve verso patologie più o meno gravi che intanto, secondo il momento di insorgenza, potremo definire eventi pre-migratori di tipo potenzialmente traumatico (PTE, potentially traumatic events). Oppure eventi che accadono nel processo stesso di migrazione che dura spesso molti mesi con lunghe soste, dove le persone sono esposte a pericoli e traumi aggiuntivi, venire ricattate e abusate sessualmente con varie e terribili modalità per avere i soldi per il viaggio ad esempio, oltre l’impossibilità di essere curati, l’umiliazione psicofisica, la malnutrizione, la detenzione ed i respingimenti. Diversi studi indicano in circa il 25-30 % dei rifugiati le vittime di tortura, stupro o altre forme di violenza estrema. I traumi estremi sono spesso ripetuti ed avvengono in regime di coercizione e di impossibilità alla fuga. Si stima che circa la metà dei sopravvissuti a traumi estremi sviluppi un disturbo psicopatologico che impatterà anche sulle generazioni successive (tortura transgenerazionale).

Non dobbiamo tuttavia dimenticare quando accade nel periodo successivo all’arrivo nel paese ospite (PMLD, post migration living difficulties) dove le difficoltà come il ritardo nell’applicazione di status di rifugiato, il non comprendere la lingua e le usanze, la discriminazione razziale, la solitudine, la separazione dalla famiglia contribuiscono all’insorgenza di un vero disturbo post-traumatico o almeno non ne prevengono gli effetti psicologici a lungo termine. La speranza sorregge le fatiche e l’incertezza ed i rischi anche mortali. Ma quando all’arrivo nulla cambia, anzi quelle difficoltà di adattamento preventivate si cronicizzano in una immobilità subentra il malessere e la perdita della speranza. Esiste una gradazione del disagio da una forma di nostalgia al disturbo post-traumatico complesso (Complex PTSD). Nelle forme meno gravi esiste una sorta di “nostalgia” prolungata che può configurare quella che viene chiamata Sindrome di Ulisse, che per le classificazioni psichiatriche è una via di mezzo tra il disturbo dell’adattamento ed il disturbo da stress post-traumatico (Achotegui 2008). La parola nostalgia per quanto fonda due termini greci (nostos il ritorno e algos che significa dolore) è stata coniata solo nel 1688 per descrivere il dolore legato al bisogno di tornare a casa dei soldati svizzeri lontani dalle loro vallate. Lo stesso vale per altre lingue: homesickness, mal du pays, heimweh.

 Per quanto riguarda il Disturbo da stress post-traumatico (PTSD), ricordiamo che è un vero e proprio disturbo psichiatrico che compare in chi abbia subito o assistito ad eventi che abbiano messo in pericolo la sua vita o quella dei suoi, oppure una violenza sessuale. E’ caratterizzato da forte ansia con ricordi intrusivi, reazioni dissociative, comportarsi come se l’evento fosse ancora presente. Si cerca di evitare ogni ricordo o situazione collegata all’evento, ma non si riesce e si hanno attacchi acuti di ansia con iperattivazione del sistema nervoso autonomo, con difficoltà del sonno e somatizzazioni. Questo disturbo può diventare cronico ed essere paragonato ad una cicatrice nella memoria che rende la vita molto difficile. Nella sua forma più grave, Complessa, assistiamo a veri disturbi dissociativi psichici e somatici, tendenza alla ri-vittimizzazione, perdita del senso di sicurezza e del senso del sé, disturbi affettivi e relazionali. A differenza di altri quadri psicopatologici le caratteristiche sono multiformi e difficili da diagnosticare per professionisti senza una specifica formazione. Disturbi di questo tipo non diagnosticati spesso sono causa di fallimento di un richiedente asilo nel suo percorso di integrazione ed autonomia. In assenza di una corretta diagnosi e trattamento hanno la tendenza a cronicizzare ed evolvere verso un peggioramento.

Per quanto riguarda le patologie psichiatriche maggiori come le psicosi (di tipo schizofrenico o le gravi sindromi bipolari) diciamo subito che esse hanno origine in genere nei paesi di origine e che l’aumento di queste patologie nei migranti non è consistente ed i dati della letteratura non sono univoci.

 

2.2. I Servizi di Salute Mentale per le nuove sfide

La Salute Mentale deve essere riprogettata in modo da adattarsi alle esigenze che cambiano per aderire “ad hoc” ai bisogni nuovi e vecchi delle persone. Per fare questo sarà necessario creare gruppi di lavoro flessibili per progetti specifici, per evitare la cristallizzazione su prassi che possono risultare obsolete. Uno dei temi può essere come affrontare la sfida di chi è fuori, ai margini e non si fa facilmente aiutare. Il modello “adhoc-cratico” innovativo viene contrapposto qui a quello burocratico. Se non hai tutte le carte a posto non ti posso aiutare. Ma qui le carte non ci sono per definizione, sono “sans papiers” appunto e senza voglia o speranza di ricercarle. Solo squadre, teams di operatori responsabilizzati ed autodiretti con intensi scambi tra di loro che formano una sinergia tra pubblico e terzo settore: solo un volontariato Onlus rappresenta oggi quella flessibilità di adattamento e apertura là dove nel modello indicato di “wellfare mix” il pubblico mantiene invece la funzione di programmazione e controllo. Secondo questo modello possiamo avere gruppi che si costituiscono per risolvere un problema e permangono fino a che il problema persiste che vengono chiamati “task force” e gruppi che durano nel tempo che chiameremo “task team”. Nella burocrazia ciascuno opera nella sua stanza, nella adhocrazia i professionisti devono combinare i loro sforzi e cercare soluzioni a problemi complessi. Noi tutti siamo pagati per risolvere problemi, non per crearli. Per quanto questo sembri scontato spesso avviene proprio la seconda opzione. Dovremo tutti operare invece un’ottica “Lean” degli interventi (fare le cose giuste, nel momento migliore, nel posto più adatto e nella quantità giusta).

Esistono almeno tre livelli in cui avviene la l’individuazione precoce del disagio: un primo livello fatto da tutti gli operatori che entrano in contatto con il richiedente asilo, che potranno segnalare poi al personale medico e psicologico il problema (secondo livello), ed infine un possibile invio a strutture sanitarie specialistiche del SSN o riconosciute per le terapie adeguate e tempestive del caso. Il colloquio dovrà essere gestito in modo empatico, non giudicante, né curioso/voyeuristico, attraverso la costruzione di una relazione che favorisca l’ascolto e l’emersione delle violenze subite. Una particolare attenzione deve essere data alla violenza di genere ed alle vittime della tratta ed ai minori, soprattutto quelli non accompagnati. La mancanza di interventi o interventi scorretti crea un effetto di ri-traumatizzazione secondaria che non è infrequente quando l’intervento tra i vari operatori avviene in modo non coordinato ed allora si ha una sovraesposizione alle memorie traumatiche. Ricordiamo che la parte sanitaria, psicologica e psichiatrica è solo una del percorso multidisciplinare di aiuto là dove dovrà essere presente anche un sostegno Giuridico, di Mediazione ed un’area più specificamente Sociale. Per avere operatori preparati è importante pensare a percorsi formativi specifici di psicotraumatologia, anche per professionisti molto esperti magari in altre aree. Buoni percorsi di accoglienza, permessi di soggiorno senza scadenza temporale hanno minori percentuali di disturbo post traumatico di coloro che subiscono detenzioni in centri di espulsione.

E’ necessario pensare che non solo è umano essere accoglienti verso i migranti, soprattutto quando sono profughi e richiedenti asilo, ma è anche utile. Le migrazioni hanno sempre fatto parte dell’umanità, anche se talora si chiamano “cervelli in fuga” e talora “ladri di case e lavoro”. Tutti sanno almeno due lingue e molti sono portatori di competenze importanti. Tuttavia siamo vittime di un “inconscio colonialista” che ci fa sentire diversi, conquistadores, migliori insomma. Berry uno psichiatra canadese, ha dimostrato come l’integrazione sia un fenomeno più sano per la salute mentale di chi accoglie, della assimilazione o della marginalizzazione. Sapremo superare il narcisismo della cultura occidentale a cui apparteniamo ed aprirci ad un arricchimento reciproco?

 

Hai detto: “Per altre terre andrò per altro mare

Altra città più amabile di questa

Dove ogni mio sforzo è votato al fallimento

Dove il mio cuore come un morto sta sepolto ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?”… (da La città di Costantino Kavafis)

 

“E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio con tutte le tue esperienze addosso

Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.

( da Itaca di C.K.)

 

 

 

 

Bibliografia

Aragona M. et al. (2012), Post-migration living difficulties as a significant. Risk factor for PTSD in immigrants: a primary care study, IJPH - 2012, Volume 9, Number 3.

Bhugra D. et al. (2011), WPA guidance on mental health and mental health care in migrants, (World Psychiatry 2011; 10:2-10).

Caroppo E. et al. (2009), Relating with migrants: ethnopsychiatry and psychotherapy, Ann. ISS 2009 | Vol. 45, no. 3: 331-340.

Cicogni A., (2015), Migrazione e Salute Mentale: una sfida per le nostre città, Rivista “Incontri” Semestrale, Anno VII, n°13, gennaio-giugno 2015.

Delgago Rios P. (2008), Migration and psychopatology. Annuary of Clinical and Health Psychology. 4 (2008) 15-25.

Ministero della Salute (2017), Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza, psicologica, fisica, e sessuale, Roma, 22/03/2017. Dal sito web del Ministero della Salute Italiano.

 

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Andrea Cicogni, medico psichiatra e psicoterapeuta, lavora nei Servizi di Salute Mentale della USL Toscana Centro, attualmente come Responsabile del SOS del Quartiere 5 di Firenze. In precedenza ha lavorato nei Servizi per le Dipendenze e Comunità Terapeutiche del terzo Settore. Ha fondato il CAM (Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti) nel quale collabora in un progetto di Wellfare Mix della Regione Toscana.

Keywords:
tra luoghi ideali e realtà

L’autore illustra le specificità della sociologia urbana, quale scienza che si propone di studiare la morfologia e i cambiamenti sociali della città, con particolare riferimento alle periferie e all’auspicata partecipazione della popolazione alle politiche di trasformazione degli spazi urbani. Infatti, per superare il modello dell’anticittà, è necessario confrontarsi con gli interlocutori reali, cioè gli abitanti.

DOI: 10.17386/SA2017-003012

MAPPE SOCIALI:

TRA LUOGHI IDEALI E REALTÀ

 

Andrea Bilotti*

* Dipartimento di scienze sociali, politiche e cognitive, Università di Siena

 

Riassunto: L’autore illustra le specificità della sociologia urbana, quale scienza che si propone di studiare la morfologia e i cambiamenti sociali della città, con particolare riferimento alle periferie e all’auspicata partecipazione della popolazione alle politiche di trasformazione degli spazi urbani. Infatti, per superare il modello dell’anticittà, è necessario confrontarsi con gli interlocutori reali, cioè gli abitanti.

 

Parole chiave: Sociologia urbana, urbanizzazione, anticittà, periferia, partecipazione.

 

Abstract: Social maps: between ideal places and reality. The author introduces urban sociology, as a science that studies cities morphologies and social changes, insisting on suburbs and local involvement in urban politics. In order to overcome the anticity model of contemporary towns, interaction between institutions and inhabitants is necessary.

 

Key words: Urban sociology, urbanization, anticity, suburb, participation.

 

 

 

È ormai largamente accettato che gli studi sulla città - realtà complessa e proteiforme - possono essere condotti in maniera esaustiva solo adottando un approccio interdisciplinare, che consenta di integrare gli specifici contributi conseguiti dai diversi specialisti di settore in una visione globale e sistematica del fatto urbano. Certamente si tratta di una pratica non facile da adottare, perché non sempre gli studiosi della città, provenienti da varie aree scientifiche (economisti, storici, urbanisti, oltre ovviamente sociologi) rinunciano alla presunta superiorità scientifica della loro materia. Ad ogni modo l’influenza di queste discipline di confine è costantemente presente negli studi sociologici sulla città. Particolare rilevanza assume la storia. Vi è infatti tra i sociologi chi è convinto che la lettura della città non possa essere condotta se non attraverso la ricognizione della sua genesi e del suo sviluppo; che la sociologia, ignorando il passato, resta costretta a perseguire un fluttuante ed elusivo presente del tutto inadeguato ad una ragionevole comprensione della vita sociale urbana; che insomma la città contemporanea, erede del suo passato, è il prodotto di processi di sincretismo culturale radicati in esperienze spesso remote. D’altronde nella città, tipico luogo della storia, la contemporaneità del passato è data, oltre che dalla pietrificazione delle memorie, dalla presenza di monumenti e di testimonianze fisiche, dalla percezione nelle forme attuali di modi di vita, di modelli culturali, di trame sociali tessute in epoche ormai lontane e condizionanti l’attuale struttura sociale urbana (Elia 2009).

 

Ma la materia con la quale la sociologia urbana è costantemente chiamata a confrontarsi è l’urbanistica, per la stretta relazione tra spazio e società, tra strutture fisiche e sociali. Gli urbanisti hanno anzi ritenuto a lungo di poter essi stessi pilotare e controllare, con forme raffinate di perfezione tecnica, l’organizzazione sociale dello spazio, attribuendo primaria rilevanza al disegno come rappresentazione della vita sul territorio e come guida per la costruzione delle forme fisiche. Costoro, forse influenzati dall’idealismo e dall’estetica crociana, avvertono come prioritaria l’esigenza di esprimere artisticamente e intuitivamente la propria libertà creativa specialmente attraverso il disegno. Anche costoro si sono poi resi conto che il cammino verso la città dell’uomo è ancora ben lungi dall’essere concluso, perché l’individuazione del senso del sociale, cioè del vario animarsi dei comportamenti, delle interazioni, dei modelli culturali che si innestano nella peculiarità dei contesti ambientali e la predisposizione delle conseguenti strutture e infrastrutture, ha bisogno di altre e specifiche competenze.

La pianificazione territoriale non può che essere espressione della vita associata e del suo infinito rinnovarsi. L’immaginazione sociologica può allora soccorrere il pianificatore nel tentativo di penetrare e controllare una realtà tanto mutevole (nelle sue forme e nei suoi contenuti) come quella urbana. Azioni capaci di mettere al centro i cittadini e i mondi vitali (Ardigò 1980) nei processi di progettazione degli spazi urbani.

Inizia ad essere centrale non solo il “perché” di processi di partecipazione dal basso, ma piuttosto il “come” aprire le attività della pubblica amministrazione ai cittadini, alle associazioni, ai comitati.

Per approfondire può essere utile la rilettura di uno stralcio tratto dal volume Arte di ascoltare e mondi possibili dell’antropologa Marianella Sclavi che, riprendendo Sacks e Calvino, descrive gli abitanti della città di Esotica.

 

La città di Esotica. Ovvero: il paradosso della distribuzione diseguale delle esperienze. (Un omaggio ad Harvey Sacks e a Italo Calvino) di Marianella Sclavi.

 

Gli abitanti di Esotica, come tutti gli altri popoli della Terra, sono bramosi di esperienze degne di essere riferite.

Tuttavia per loro una "esperienza notevole" non è qualcosa che dipende dal saper giocare con le molteplici prospettive e cornici a cui si presta qualsiasi evento, ma unicamente quello che si prova in situazioni eccezionali e a contatto con persone eccezionali.

Di conseguenza la loro vita è un continuo lavorio per definire cosa è notevole e cosa ordinario e per controllare che il carattere ordinario delle situazioni ordinarie sia rispettato. Sono sempre in allarme per stare ben attenti che nessuno in una situazione giudicata ordinaria goda di quella intensità di emozioni a cui solo le situazioni eccezionali danno diritto.

Così, per esempio, il modo in cui durante una certa sfilata Claudia Schiffer si è girata e ha sorriso non solo potrà essere riferito, ma darà diritto a un grado di eccitazione e a una dovizia di particolari che sarebbero del tutto inappropriati nel caso di un mendicante che una mattina all'angolo della strada si è girato e ha sorriso.

Analogamente se alla domanda "Cosa hai fatto oggi?" una ragazzina si permettesse di rispondere: "Andando a scuola ho notato che l'erba lungo il ciglio della strada in questa stagione ha quattro diverse sfumature di verde", si troverebbe accolta da sguardi diffidenti, preoccupati, impazienti. Perché mai riferisce una cosa del genere? Cosa vorrà realmente intendere? Starà male? Questa ragazzina dovrà quindi darsi da fare a giustificarsi, cioè a gettare la luce della normalità su quella osservazione anomala. Per esempio: "Era un compito per l'insegnante di scienze". Adesso va bene perché così si comportano normalmente gli studenti.

Chi non si adegua a questa regola e insista con indebite caratterizzazioni viene giudicato stravagante e inaffidabile; viene bollato come chi "vuol darsi delle arie", "vuol apparire ciò che non è", "vuol sembrare un artista". Infatti a Esotica il compito di produrre dei resoconti personalizzati e caratterizzanti è totalmente delegato a una particolare categoria di professionisti chiamati "gli artisti", gli unici legittimati a fornire descrizioni provocatorie in virtù di una loro supposta misteriosa e innata sensibilità. La credibilità di tutti gli altri, la possibilità da parte delle persone definite "normali" di stabilire rapporti di fiducia reciproca fra loro, sono invece affidate in modo molto netto alla prevedibilità dei loro resoconti, alla loro tipicità.

A questo fine l'esotese, la lingua che sì parla ad Esotica, possiede una vasta gamma di espressioni funzionali alla sottolineatura del carattere non degno di nota di quel che accade. La più comune è l'espressione "Niente dì speciale" con la quale essi iniziano esplicitamente o implicitamente ogni discorso in quanto aiuta il pensiero ad orientarsi verso una successiva elencazione di comportamenti assolutamente generici e a trascurare tutto ciò che può disturbare.

"Cosa hai fatto oggi?" "Niente di speciale, mi sono svegliata alle sette, ho fatto colazione, ho preso l'autobus, ecc..." Altri intercalari usati allo stesso scopo sono "cioè", "sai com'è", "sì sa", "hai presente" e anche "pensa un po'" inteso come un invito ad affidarsi fiduciosi agli stereotipi correnti.

Fin da piccoli, già in famiglia gli abitanti di Esotica imparano ad assumere con naturalezza l'atteggiamento di chi osserva-valuta-riferisce ogni evento quotidiano sotto il profilo della sua ordinarietà e la maggior parte di loro passa molti anni a scuola, obbligatoriamente un quarto della loro esistenza, per perfezionarsi in questa abilità. Non a caso uno dei loro proverbi più usati è: "L'eccezione conferma la regola".

Tutto questo complesso sistema di catalogazione della realtà e di educazione a rispettarlo ha però una conseguenza non prevista e paradossale. Succede infatti che quando una persona ordinaria riesce finalmente a vivere un'esperienza eccezionale (fa un viaggio in Marocco, incontra Claudia Schiffer, tradisce il coniuge, si trova coinvolta in un'alluvione, ecc...) tutto ciò a cui ha diritto è di vivere e riferire questa esperienza... come ordinariamente si vive l’inusuale esperienza di un viaggio in Marocco, un incontro con la Schiffer, un tradimento coniugale, un’ennesima alluvione!

Ha diritto, è vero, ad esclamare "È stato straordinario!" "Veramente emozionante!", ma poi non può offendere gli interlocutori descrivendo quell'esperienza come se essi non sapessero di cosa si tratta. Anche da ogni evento inusuale, insomma, sia il narratore che l'interlocutore hanno diritto di tirare fuori, emotivamente e narrativamente, solo quel che qualsiasi altra persona ne tirerebbe fuori; non sensazioni ed emozioni inaspettate, ma unicamente sensazioni ed emozioni "normali" dato quel tipo di situazione inusuale. Il narratore deve stare ben attento a trasmettere i giusti indicatori di intensità fin dall'incipit, dalle prime battute, in modo che l'intero racconto scorra nella più regolare verosimiglianza.

Il tono di voce e la postura sono due indicatori molto importanti. Se chi narra, per esempio, lo straripamento di un fiume al quale ha assistito si mostra vicino al crollo nervoso, l'interlocutore avrà tutti i diritti di attendersi ponti travolti dalle acque e cadaveri trascinati dalla corrente e di sentirsi al contrario fatto oggetto di beffa se quel che segue è un puro e semplice allagamento delle campagne (a meno che queste risultino di proprietà dell'interlocutore). Altri indicatori sono legati alle circostanze della comunicazione. Prima di interrompere un amico durante una riunione di lavoro o chiamarlo a casa alle due di notte, bisogna chiedersi "Quand'è che tipicamente si può fare una cosa del genere?". E la decisione dipenderà da una valutazione sulla capacità di corrispondere alle ordinarie attese in situazioni del genere. Una conseguenza di tale Weltanshauungz è che lo stock di esperienze degli abitanti di Esotica rimane straordinariamente primitivo, povero e statico.

Possiedono tecnologie estremamente avanzate che producono quantità di informazioni sempre più enormi di cui non sanno assolutamente che fare.

Questo popolo si trova quindi stretto in un peculiare paradosso: come re Mida che tutti i cibi che toccava trasformava in oro (e quindi ebbe sempre più fame, finché di fame morì...) gli abitanti di questa città lontana sono condannati a trasformare ogni esperienza, anche la meno usuale, in qualcosa di ordinario e di effimero.

La loro bramosia di esperienze, il fascino per situazioni ed emozioni eccezionali, sono destinati a non essere mai soddisfatti e da ciò stesso continuamente alimentati.

Com'è prevedibile il voyerismo a Esotica è molto diffuso, così come la costante insicurezza in se stessi e l'invidia per la gente famosa (che si ritiene possa godere di vere esperienze notevoli...). Un tempo enorme viene trascorso a tutte le età di fronte alla Tv che trasmette programmi sempre più violenti. Sempre più numerosi i loro giovani cercano di sfuggire all'implacabile monotonia della "ordinaria quotidianità" rifugiandosi nell'uso di sostanze stupefacenti, ma naturalmente tutto ciò che ottengono non è altro che di vivere "la normale esperienza del drogato".

Pensate che perfino chi decide di fare l'artista non riesce quasi mai ad andare al di là della "ordinaria esperienza di un artista". (E se ci prova si sente un "fuorilegge"...)

Questo tragico e terribile destino discende direttamente dalla premessa implicita, data da tutti per ovvia e scontata, che l'esperienza sia qualcosa di relativo "a ciò che accade" e non ai modi di ascoltare/osservare.

(Sclavi 2000: 85-88)

 

L’idea di fondo può essere quella di affiancare l’immaginazione sociologica, capace di mettere a fuoco le trasformazioni della società, i processi sociali e i flussi delle persone, alla visione dell’urbanista e dell’architetto, orientati per lo più ad una costruzione funzionalistica dello spazio abitativo.

 

Le domande da porsi dunque potranno essere:

Quali intersezioni tra le discipline affinché la città si possa configurare come riconoscibile, armonica, gerarchica nei suoi elementi, dotata di spazi e di luoghi collettivi, omogenea, ospitale, sostenibile, partecipata dagli abitanti? E ancora, in una società liquida, in cui incertezza e rischio sono le parole cardine della società (Bauman 2002), come si possono pensare e costruire mappe di città capaci di rispondere ai reali bisogni delle persone che le abitano?

 

Per rispondere alla prima domanda può essere utile volgere lo sguardo a quello che è stato nel passato, quando in molti partecipavano alla cultura dell’abitare. Nella civiltà contadina, infatti, la pratica dell’edificare era affidata ai singoli muratori o ai capomastri ma l’idea del come organizzare e dare forma allo spazio era sostanzialmente patrimonio comune: chi si faceva costruire la casa sapeva bene quali erano i suoi bisogni e aveva idee precise su come lo spazio dovesse essere organizzato per corrispondere alle sue esigenze pratiche, e di come doveva essere configurato per diventare una sua propria rappresentazione (De Carlo 2002). La conoscenza, la consapevolezza architettonica e persino il “fare” architettura erano sostanzialmente condivisi, anche chi non era del mestiere ben sapeva osservare i manufatti murari, i materiali e in parte le tecniche, riconoscerne la funzione, fino a che la conoscenza è divenuta patrimonio quasi esclusivo dell’architetto. Si è andato così a costituire un gap, uno spazio vuoto, un divario tra coloro che sanno o sanno fare e quelli che non sanno neppure perché si fa e che, in questo stato di esclusione (o di autoesclusione) sono perfino in difficoltà ad interpretare ed esprimere i propri bisogni. Questa separazione produce un vero e proprio disastro sociale, come già è successo per Le Vele di Scampia previste come zona di espansione edilizia a nord del parco di Capodimonte già dal Piano Regolatore Generale del 1939. Il progetto, finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno fu redatto da un gruppo di professionisti riconosciuti e stimati oltre che da docenti universitari tra i quali Vincenzo Forino, Camillo Gubitosi, Alberto Izzo, Nicola Pagliara, Aldo Loris Rossi, Raimondo Taranto, coordinati dall’Arch. Franz Di Salvo tra il 1972 e il 1974. Di Salvo era certamente orientato verso un intervento utopico tipico del pensiero architettonico di quell’epoca. Ma quel luogo non è mai riuscito ad incarnare il sogno e da spazio utopico, a quarant’anni dalla sua inaugurazione, Scampia esplode come luogo di abbandono, degrado sociale ed economico, emarginazione sociale, simbolo e segno di una cultura dell’esclusione sociale[1]. Questo è solo uno dei più eclatanti esempi di periferie di città che Boeri definisce “Anticittà” (2016), come la città invisibile Pentesilea di Calvino che ha centro in ogni luogo ed è periferia di se stessa. Una città diffusa e dispersa, con parti che non comunicano tra di loro. Una città i cui tessuti urbani aumentano ogni anno il proprio diametro, pur generando deserti al loro interno. L’Anticittà di oggi è infatti l’ordinaria ripetizione di edifici tutti uguali, la costruzione di enclave omologate al loro interno e chiuse verso l’esterno. È il venir meno del dialogo e dello scambio tra le parti differenti che compongono una città (Boeri, 2016: 5).

Casella di testo: [...] Così prosegui, passando da una periferia all’altra, e viene l’ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s’illuminano le finestre ora più rade ora più dense. Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?
Calvino I. (1972)
Per affrontare il tema in modo efficace, urbanisti, architetti e scienziati sociali sono oramai convinti che una strada possibile riguardi la contaminazione dei saperi, una energia creativa capace di far uscire la scienza dell’architettura dalla “viscosità dell’autonomia” (De Carlo 2002: 245) e a confrontarsi con gli interlocutori reali: gli abitanti stessi.

Una città in cui gli abitanti stessi si sentono partecipi della costruzione della città sarà una città intensa, che genera benessere (Boeri 2016: 10). La partecipazione dunque si colloca come strada e come linguaggio per raggiungere gli scopi dell’utopia, quelli di un abitare aperto, inclusivo, accogliente, dove i bisogni delle persone trovano finalmente spazio e risposta. È uno spazio complesso, non complicato, dove non è più vero che “l’eccezione conferma la regola” poiché l’eccezione, come diceva Kurt Lewin, è una reazione inattesa, rivelatrice di dinamiche che avevamo ignorato o sottovalutato o interpretato in modo adeguato. Non è certo una strada semplice quella della partecipazione. Per non cadere in una delle troppe retoriche sulla partecipazione degli abitanti alla co-costruzione degli spazi è utile capire che l’orizzonte definito è quello della democrazia deliberativa, un processo decisionale che coinvolga davvero i cittadini, non solo nell’approvazione tra alternative di scelta ma nella stessa co-costruzione delle alternative e nella decisione. Come peraltro diceva spesso De Carlo, il modo giusto per far partecipare i cittadini alle scelte dell’urbanistica, dell’architettura e della politica non è di chiedere loro le soluzioni; la vera grande questione della partecipazione è “contribuire a costruire problemi, non a risolverli: contribuire a costruire un profilo dei problemi a cui poi i tecnici e i politici dovranno dare risposta”.

Democrazia deliberativa, mediazione dei conflitti, facilitazione dei processi sono ormai metodologie e pratiche consolidate non solo nel mondo anglosassone da cui provengono, ma anche qui da noi. Magari non in molti hanno partecipato -consapevolmente- ad un Open space thecnology (OST), anche se ne è stato organizzato uno proprio dal DISPOC - Dipartimento di scienze sociali, politiche e cognitive dell’Università di Siena in collaborazione con il Comune di Siena nel 2015, finanziato dalla Regione Toscana[2], eppure queste pratiche partecipative sono particolarmente diffuse proprio per l’elevata efficacia che risiede nell’utilizzo di strumenti specifici per guidare e facilitare il dialogo, promuovere la collaborazione nella ricerca di soluzioni che consentono di produrre risultati concreti.

D’altronde a questo punto si può dire chiara la strada che porta verso la città ideale. Non basta più lo sviluppo armonico e regolare tipica dell’immaginario rinascimentale, quello che serve ora sono mappe di città capaci di indicare i vuoti, i molti vuoti relazionali e non solo quelli delle fabbriche abbandonate, dei mercati, delle cascine rurali, degli appartamenti lasciati chiusi per convenienza. Quello che servirebbe ora è una mappa capace di aiutare a tracciare i reticoli delle relazioni tra le persone, i ponti di capitale sociale e relazionale (Putnam 1993) che contribuisce a rendere vivibili e belle le nostre città.

Un’ultima suggestione dunque. Se doveste dire perché è bella la vostra città, quali saranno le prime tre caratteristiche che vi vengono in mente? La sua monumentalità, i luoghi centrali, le strade e l’architettura? O forse è qualcosa più connesso al sistema di identità e di relazione? Alle radici e ai rami che fioriscono tra i quartieri e le borgate? Una città è bella se ci sono molti linguaggi che si confrontano, se si percepisce il fluire della vita e degli scambi tra le persone, se emergono le culture e le voci, anche conflittuali purché questi restino all’interno di una civile dialettica. Alla fine questi sono criteri universali che hanno sempre accompagnato lo sviluppo dell’uomo e che sempre ci accompagneranno al di là dei muri che i singoli governi vorranno erigere. La città ideale di oggi, forse, in un momento in cui le radici sembrano frenare questa mixitè, si dovrebbe concentrare sui rami, che si muovono, che vanno verso l’alto, che portano fiori e frutti.

 

 

 

 

Bibliografia

Bauman Z. (2002), La società sotto assedio, Laterza, Roma-Bari.

Boeri S. (2011), L’Anticittà, Laterza editore, Roma-Bari.

Calvino I. (1993), Le città invisibili, Mondadori, Milano.

De Carlo G. (2002), La progettazione partecipata, in Sclavi M. Avventure urbane. Progettare le città con gli abitanti, Eleuthera, Milano.

Elia G. F. (2009), Gli studi sociologici sulla città. La riflessione di uno dei fondatori della Scuola italiana in Athenet, n. 30/2009.

Emmenegger C. (2016), Arginare l’anticittà che avanza, come oggi ridare intensità al vivere urbano. Intervista a Stefano Boeri in Animazione Sociale n.304/2016 Torino.

Putnam R. (1993), Making democracy work: civic tradition in modern Italy, Princeton University Press, Princeton.

 Sclavi M. (2000), Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Bruno Mondadori editore, Milano.

Sclavi M. (2002), Avventure urbane. Progettare le città con gli abitanti, Eleuthera, Milano.

 

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Andrea Bilotti, assistente sociale specialista, sociologo, è assegnista di ricerca in sociologia generale presso il Dipartimento di scienze sociali, politiche e cognitive dell'Università degli Studi di Siena dove insegna Metodi e tecniche del servizio sociale. Si occupa di innovazione sociale e di valutazione nell'ambito dei servizi pubblici e del privato sociale.

 

[1] È notizia di questi giorni il finanziamento al progetto di riqualificazione delle periferie voluto dal governo, in cui compare tra gli altri, l’intervento di abbattimento de Le Vele di Scampia. Il progetto, denominato "Restart Scampia", vale 27 milioni di euro. Come spiega il sindaco De Magistris, si partirà con l’abbattimento di tre Vele (A,C e D) oltre che con la riqualificazione della Vela “B” e la sistemazione degli spazi pertinenziali. Delle quattro Vele ne resterà in piedi solo una che riqualificata e trasformata, diverrà sede della Città metropolitana. Il sindaco è particolarmente soddisfatto, e non solo perché il progetto che riguarda le Vele di Scampia è arrivato tra i primi. “Per la prima volta”, commenta De Magistris, “un progetto finanziato dal governo vede tra i progettisti anche i cittadini che vi abitano".

[2] I materiali sono disponibili e scaricabili sul sito www.open.toscana.it

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