ISSNe: 2465-1427

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l’albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità, è una rivista multidisciplinare peer reviewed dedicata alla presentazione di ricerche scientificamente rigorose e originali inerenti ai problemi sociali, alle politiche e agli interventi di comunità. Con la creazione di un luogo per la diffusione e il confronto delle analisi teoriche, dei risultati empirici e dei progressi metodologici, Il seme e l’albero mira a rafforzare il rigore della ricerca psicosociale e a promuovere la conoscenza presso operatori del territorio, psicologi, educatori, assistenti sociali, ricercatori e amministratori.

 

"... il mezzo può essere paragonato ad un seme, il fine ad un albero: fra il fine e il mezzo vi è la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l'albero"  (Mahatma Ghandi)


Ultimo numero:

N° 1/2016 Novembre 2016

Volume 2

Sommario:

EDITORIALE

 

 

Care lettrici, cari lettori,

bentrovati e scusate il ritardo!

Con questo numero doppio, che contiene i fascicoli 1 e 2 2016, avviamo il secondo anno della rivista nuovamente fondata. Nel corso di quest’anno la direzione della rivista e la composizione del comitato scientifico e della redazione sono in parte cambiati, con un’alternanza di persone e competenze che offriranno l’occasione per avviare nuove riflessioni e progettualità.

La rivista mantiene la sua linea editoriale, proponendosi on line e open access dal sito della Fondazione Istituto Andrea Devoto, con l’uscita di tre numeri l’anno, ma si arricchisce di nuove opportunità di fruizione grazie alla presenza su Torrossa, [...]

DOI: 10.1400/248400

EDITORIALE

 

 

Care lettrici, cari lettori,

bentrovati e scusate il ritardo!

Con questo numero doppio, che contiene i fascicoli 1 e 2 2016, avviamo il secondo anno della rivista nuovamente fondata. Nel corso di quest’anno la direzione della rivista e la composizione del comitato scientifico e della redazione sono in parte cambiati, con un’alternanza di persone e competenze che offriranno l’occasione per avviare nuove riflessioni e progettualità.

La rivista mantiene la sua linea editoriale, proponendosi on line e open access dal sito della Fondazione Istituto Andrea Devoto, con l’uscita di tre numeri l’anno, ma si arricchisce di nuove opportunità di fruizione grazie alla presenza su Torrossa, la piattaforma full text di Casalini libri che mette a disposizione della ricerca più di 430.000 contenuti digitali, 29.000 e-book e 840 riviste.

Il fascicolo che presentiamo non rispetta il formato e i contenuti dei numeri correnti, ma dà conto degli ultimi tre convegni organizzati dalla Fondazione, presentando una selezione degli interventi proposti.

I temi dibattuti in occasione dei convegni “Silenziose rivoluzioni culturali” (Firenze, maggio 2015), “Il futuro del passato, Memoria, legami fragili e nuova cittadinanza” (Firenze, gennaio 2016) e “Margini, persone, comunità” (Firenze, maggio 2016) toccano infatti il cuore delle questioni di cui la Fondazione si occupa, e la formazione e sensibilizzazione in questi ambiti rappresentano un impegno e una sollecitazione costante, nel tentativo di avviare processi consapevoli e partecipati di cambiamento.

La rivista manterrà la sua valenza scientifica, ma con un taglio divulgativo, scegliendo di configurarsi in particolare come uno strumento di sostegno e di aiuto per gli operatori e gli studenti dell’area psicologica, sociale ed educativa, secondo la linea individuata dal Comitato scientifico.

Gli interventi proposti dai convegni offrono alcune linee guida di riflessione ed esempi di metodologia di ricerca intervento già realizzati, come traccia di lavoro futuro.

Con l’augurio di successo inviamo a tutti voi un caloroso saluto.

 

Maria Giovanna Le Divelec Devoto                                      Lucilla Conigliello

(Presidente Onorario F.I.A.D.)                                              (Redazione)


Riassunto: L’autore legge la crisi attuale alla luce di un forte impoverimento culturale della società. Alla mancata conoscenza della storia si associano dinamiche di estraniamento dalla realtà legate alla frequentazione del mondo virtuale, che impediscono alle persone di fare esperienze reali e che indeboliscono l’empatia, la compartecipazione anche affettiva tra le persone. L'impoverimento culturale chiama impoverimento in senso lato, anche economico, e disagio personale, e viceversa. Cultura significa invece allargamento della prospettiva, confronto con la diversità. Questo orizzonte manca al panorama politico odierno, a chi ci governa, che ignora a tutti i livelli la questione della povertà, e le sue implicazioni e ricadute. Il rilancio di un adeguato e diffuso ruolo formativo è imprescindibile per arrivare alla comprensione, alla responsabilità, al prendersi cura. Ciò può solo avvenire attraverso il recupero della storia e la condivisione di un patrimonio di memorie e narrazioni, individuali e collettive.

DOI: 10.1400/248401

LA PROMOZIONE CULTURALE

ATTRAVERSO LA PROGETTAZIONE E L’INTERVENTO

IN CONTESTI SOCIALI

 

Andrea Bigalli*

*Coordinamento Libera Toscana

 

Riassunto: L’autore legge la crisi attuale alla luce di un forte impoverimento culturale della società. Alla mancata conoscenza della storia si associano dinamiche di estraniamento dalla realtà legate alla frequentazione del mondo virtuale, che impediscono alle persone di fare esperienze reali e che indeboliscono l’empatia, la compartecipazione anche affettiva tra le persone. L'impoverimento culturale chiama impoverimento in senso lato, anche economico, e disagio personale, e viceversa. Cultura significa invece allargamento della prospettiva, confronto con la diversità. Questo orizzonte manca al panorama politico odierno, a chi ci governa, che ignora a tutti i livelli la questione della povertà, e le sue implicazioni e ricadute. Il rilancio di un adeguato e diffuso ruolo formativo è imprescindibile per arrivare alla comprensione, alla responsabilità, al prendersi cura. Ciò può solo avvenire attraverso il recupero della storia e la condivisione di un patrimonio di memorie e narrazioni, individuali e collettive.

 

Parole chiave: cultura, crisi, analfabetismo, storia, empatia-simpatia.

 

Abstract: Cultural promotion through planning and participation in social contexts. The author reads the actual crisis in the light of a deep cultural decrease of the society. The lack of historic knowledge and the alienation related to virtual world prevent people from living real experiences and weaken empathy. Cultural impoverishment also means economic and personal impoverishment. Culture means expanded perspectives and related diversity. Nevertheless politicians, today, overlook this questions. The way to achieve more responsibility and comprehension is through the sharing of cultural heritage, collective and individual memories, through the recovering of history in the education.

 

Key words: culture, crisis, illiteration, history, empaty-liking.

 

 

[1]Se occorre parlare di promozione culturale, del ruolo preciso delle nostre realtà, bisogna avere anche il coraggio di esaminare per sommi capi quelli che sono i dati della crisi culturale. L’OMS parla di 10.000.000 di analfabeti in Italia, non tutti di ritorno. Un dato che diventa ancora più grave se si considera il 47% di analfabetismo funzionale nel paese, cioè non il non-possesso di una lingua, ma l'incapacità di adoperarla propriamente. Al di là dei dati, che possono essere fuorvianti (come sempre occorre verificarli di volta in volta nei vari contesti), la quotidianità ci porta all'idea che stiamo sprofondando sempre di più in una dimensione massiva di ignoranza, che passa per quello che dovrebbe essere il ruolo più rilevante della cultura, cioè garantire la qualità della vita.

Dimensione culturale non significa soltanto inserirsi, appropriarsi dei contesti, riuscire ad esprimere le proprie potenzialità, ma dovrebbe significare anche quella bellezza in più attraverso cui si riescono a capire certe dinamiche della vita, orientarne il senso e di conseguenza gioirne. Le cose belle che siamo riusciti a comprendere nell'arco della nostra vita ci procurano un livello di piacere su cui bisogna riflettere. Inoltre riflettiamo anche su un altro aspetto: la crisi etica ha delle radici di ordine culturale. La crisi che viviamo non è tanto economica, quanto piuttosto di prospettiva etica. Voglio ricordare che le grandi crisi economiche, che si sono susseguite dal 2008 in poi, e si può fare riferimento anche ad alcune indicazioni precedenti, sono legate alla carenza etica: sono saltate le regole, ed è subentrato forse l'aspetto più violento della massimizzazione del profitto, che rimanda a uno dei grandi dogmi della contemporaneità. In relazione a quello, soprattutto in un contesto neoliberista, ognuno ha atteso a fare quel che poteva fare e le conseguenze sono quelle che tutti abbiamo visto.

La corruzione politica impoverisce una collettività fino al punto di ripercuotersi sui finanziamenti agli enti scolastici, alla dimensione del sociale in genere. Al riguardo è da sapere che esiste una cifra precisa e importante, ossia 60 miliardi di euro l'anno, stimata dalla corte costituzionale dei conti, che costituisce un peso rilevante dal punto di vista economico. E’ il peso della corruzione, non soltanto di ordine politico, ma anche di ordine sociale, che diventa inevitabilmente anche corruzione del senso sociale che si possiede. Quindi la crisi culturale comporta tutta una serie di realtà che poi saranno da valutare sull'immediato. Allora senza la pretesa, soprattutto per le conoscenze e per il tempo a disposizione, di fare un'analisi dettagliata di questa crisi, mi limito a suggerire quattro elementi di analisi che cercherò di riprendere in chiave positiva, cioè quale può essere il ruolo del privato sociale e comunque degli enti del cambiamento sociale in questo tipo di dinamiche.

Si può parlare della crisi della conoscenza della storia. Nessuno di noi sa più di tanto. Se sappiamo qualcosa sulla storia di questo paese degli ultimi settant'anni è per impegno personale, non certo per input formativi avuti ad altri livelli. Eppure la storia è fondamentale. Siamo di fronte ad un'ignoranza che è inevitabilmente politica, perché è non conoscenza della storia. Si potrebbe fare una digressione anche sul problema della conoscenza delle proprie storie, della storia che ognuno vive in relazione alle storie personali e umane che l'hanno preceduta, non soltanto in chiave familiare. Si può capire che siamo di fronte a delle generazioni che arrivano senza nessun tipo di contestualizzazione possibile di quello che sta avvenendo nell'immediato.

Il secondo passaggio è legato alla possibile virtualità dei nostri mezzi di comunicazione: è veramente la prospettiva più forte, più ampia e più definita che noi abbiamo in questa fase storica, però, ovviamente, il virtuale ci mette sempre di più di fronte a delle dinamiche di estraniamento dalla realtà. È l'illusione della conoscenza, è l'incapacità di fare esperienze concrete che ti possano realmente far capire cosa stai vivendo. Cito un episodio personale legato alla zona in cui abito. Nel comune in cui vive la mia comunità è arrivato un gruppo di rifugiati, tra l'altro accolti in un piccolo albergo di San Casciano Val di Pesa. Appena la notizia è arrivata sul web si sono scatenate delle reazioni impressionanti che, in qualche modo, hanno preceduto le reazioni del tutto sconvolgenti con cui molti hanno commentato quello che noi pensiamo - perché non ne possiamo essere sicuri purtroppo - sia stato il fatto più grave accaduto nel canale di Sicilia, cioè gli 800 migranti che sono stati rimossi dall'attenzione collettiva. Le reazioni sono state incredibili, ad un livello di beceraggine oltre il limite. La maggior parte di queste persone non si rende assolutamente conto di cosa significhi essere un rifugiato, non conosce il contesto, non sa niente dell'esperienza diretta che si può fare nell'incontro reale e concreto con quelle persone. Quindi si capisce che c'è da ricostruire una dimensione della conoscenza della realtà, mettendo da parte quello che è l'ausilio virtuale, che sicuramente ha un suo significato, una sua importanza, ma che non basta. Tabucchi nel suo libro “Notturno Indiano” dice che io posso provare a raccontarvi una scena, ma in questa scena io non potrò mettere la violenza dei colori, della luce, non ci potrò mettere tante cose. Un conto è vedere un video, un conto è essere presente. La realtà va capita.

Questo ci conduce al terzo punto. Siamo di fronte ad una crisi dell'empatia e della simpatia. Quest'idea del sentire riprodotto il proprio livello di fatica, di difficoltà altrui. Sappiamo bene che non c'è nessun’altra dinamica possibile, se non affrontare le proprie fatiche attraverso l'analisi e il confronto con le ferite altrui. Ci si salva solo se si mette nel conto questa dimensione del potersi guarire reciprocamente. Comunicare reciprocamente questa volontà di guarigione. C'è un disagio palpabile e concreto, che può essere fatto risalire a questa crisi di empatia e di simpatia proprio perché non siamo più in grado di condividere il livello di disagio e di difficoltà, e non siamo neanche nello stesso tempo capaci di condividere le gioie e le conquiste. Questo mi sembra evidente e mi sembra tanto più pericoloso quanto è carente in un processo educativo che riguardi i più giovani.

Ultimo punto, può sembrare una considerazione banale, ma vi dirò un dato che a livello politico non arriva assolutamente: l'impoverimento culturale chiama impoverimento in senso lato, anche da un punto di vista economico e del disagio personale, ma anche viceversa. Quindi c'è una condizione di povertà che sta diventando anche di tipo culturale, per le potenzialità degli strumenti di comunicazione che abbiamo sulla cultura; dobbiamo ricordare che abbiamo avuto un ministro della repubblica, il quale ha affermato che con la cultura non si mangia, e per quanto mi riguarda, se egli non si è ritirato dalla politica, si può concludere che si possono dire affermazioni del genere impunemente, uscendone senza grossi problemi. Questo è il ruolo della pubblica opinione, ma noi sappiamo che deprivare dal punto di vista culturale, significa automaticamente indurre meccanismi di impoverimento.

Vi dico questo perché in relazione a due realtà che Libera sta in questo momento proponendo, una campagna sulla lotta alla corruzione che si chiama “Riparte il Futuro” e una campagna di contrasto alle povertà chiamata “Miseria Ladra”, ci siamo divertiti a monitorare quante volte nell’attuale parlamento sono state affrontate le dinamiche dell'impoverimento, ed in questo paese queste riguardano ormai più di 15.000.000 di italiani, cioè un quarto del paese vive in condizioni di sofferenza economica. Gli interventi parlamentari su questo tema sono stati meno del 3% e questo spiega perché non sia un tema considerato a livello politico e su cui chi ci governa non si confronta nemmeno a livello di dibattito parlamentare, figuriamoci mettere in pratica delle politiche di contrasto. Siamo di fronte ad una carenza precisa e determinata, e, tra l'altro, siamo proprio sicuri che l'analisi sociale attraverso il concetto di classe sia davvero finita? O non sia invece necessario riprendere tutto in mano? Tralasciando il discorso, citare Marx è interessante perché pare che alla biennale di Venezia ci sia proprio un filone di riflessione legata alle tematiche marxiane. Dichiariamo pure Marx scaduto, proviamo a farlo, io non sono del tutto convinto. Riprendiamo in mano Weber, comunque il problema resta e resta proprio secondo una dinamica culturale. Vi ricordo che Don Milani in “Lettera ad una professoressa”, ad un certo punto, fa un’invettiva, dopo tutta l’analisi della scuola che esclude, indirizzata proprio contro quei classisti. Evidentemente il problema rimane, c’è un classismo della formazione culturale e soprattutto c’è un classismo della negazione della formazione culturale da indirizzarsi soprattutto nei confronti di quelli che ne hanno più bisogno. Questa è una tematica completamente assente. Se si guardano anche gli elementi della famigerata riforma della scuola, vediamo che questa dinamica, l’accesso a chi ne ha più bisogno, non c’è. Allora forse ha ragione Don Milani che dice che la scuola italiana funziona con quelli che non ne hanno bisogno. In realtà poi rischia di non avere un ruolo rilevante, però attenzione che in questo momento storico tutti ne abbiamo bisogno, se il livello culturale medio si è così drammaticamente compresso. La cultura ha un ruolo fondamentale.

Vorrei fare memoria di un grande scrittore, Eduardo Galeano, che in un suo libro bellissimo, “Il libro degli abbracci”, ad un certo punto racconta una storia: un bambino che non ha mai visto il mare viene condotto all’oceano, e, di fronte a questo spettacolo incredibile, il bambino chiede con voce tremante a chi lo accompagna “aiutami a guardare”. Ecco la cultura dovrebbe essere questo, la capacità di aiutarci a guardare e guardare soprattutto quello che è grande, enorme, cioè quello che è oltre noi. Nei nostri modelli culturali c’è molta identificazione sulla prossimità più limitata, invece la cultura è l’allargamento della prospettiva, dei confini, anzi è la forzatura delle prospettive e dei confini e, tanto più è significativa, tanto più ci violenta da questo punto di vista e ci conduce ad un approccio diverso nei confronti della diversità. Le culture globali fanno la stessa fine delle culture individuali, quando si deprivano del confronto con la diversità appassiscono e muoiono. Questo credo che sia evidente anche nel progetto politico di molti in questo momento, per cui, forse, possiamo parlare di una crisi definitiva della politica da questo punto di vista? Sicuramente di una certa identità politica si. Noi abbiamo visto nel corso del tempo disgiungersi due livelli, la rappresentanza politica e la competenza. Vicende squallidissime degli ultimi passaggi legati a molte figure ci fanno capire che questa disgiunzione va superata.

Credo che tutti i nostri enti, secondo forme diverse, stiano vivendo in questo momento dei ruoli vicari. Se, ad esempio, per Libera può essere molto importante lottare contro la corruzione politica, non starebbe a noi lottare contro la povertà, dovrebbe essere qualcosa che il mondo politico assume fisiologicamente, e non accade. Però noi sappiamo benissimo che non si sconfiggono le mafie se non si sconfigge la povertà, anche di ordine culturale; ci tocca anche quello, esattamente come tante realtà che noi viviamo e rappresentiamo, per cui noi siamo nella condizione di dover assume un ruolo vicario. Allora, entrando nello specifico, sono necessari più soggetti formativi, non solo scuola, università e famiglia. La storia si fa con il patrimonio della memoria, le narrazioni e il tesoro della storia che noi possiamo raccogliere. L’idea di fondo, che è un mio dogma, è che le nostre realtà devono essere consapevoli della nostra dignità e quindi della necessità che noi ricominciamo a fare cultura ad un certo livello, e fare cultura significa raccogliere e riordinare gli elementi e poi uscire dal virtuale. Credo proprio, anche a livello educativo, che noi dovremmo proporre delle esperienze di altro segno.

Io, venendo dall’esperienza del servizio civile, mi rendo conto di quanto sia stato importante condurre i giovani a fare delle esperienze concrete della realtà, entrando nelle aree del disagio e della povertà, entrando in tutte quelle aree oscure della nostra collettività. Chi ha visitato un carcere o chi si rende conto di come funziona un ospedale psichiatrico, di cosa significa conoscere il disagio del “barbonismo domestico”, il valore che ha avuto per chi lo ha vissuto, ma anche la capacità di reazione e la volontà di reazione, secondo una dimensione positiva di cambiamento, sa quanto ci ha garantito la qualità di vita e quanto priviamo le nuove generazioni della possibilità di accedere a queste tematiche. Si continua a parlare di classi differenziali, si continua a parlare di quanto l’handicap presente in classe sia un elemento che frena e che rende difficile l’apprendimento di altri. Al di fuori del prendersi responsabilità e del prendersi cura cominciamo a definire con chiarezza che non c’è dignità personale possibile. O si ricostruiscono gli individui a partire da questi elementi o noi avremo comunque delle carenze non solo di empatia, ma anche a livello umano e culturali. Non so dirvi come si può arrivare ad una pedagogia dei sentimenti, ma bisognerà continuare a lavorarci. Noi siamo deprivati da questo punto di vista, le giovani generazioni non hanno il linguaggio dei sentimenti - la cultura è anche quello - e, se lo hanno, è stereotipato sulla dinamica mediatica. Bisogna rinvestire sulla poetica più che sulla conoscenza della poesia, sulla capacità di fare la poesia e, appunto, su una dimensione socio politica che sia non soltanto di richiesta delle risorse, ma sulla responsabilità delle risorse.

Concludo con un paio di citazioni, parlavo di pedagogia dei sentimenti e di educazione alla responsabilità e alla cura. Voglio aggiungere anche un altro termine: bisogna educarsi alla tenerezza reciproca e da questo punto di vista la cosa più bella l’ha scritta lo scrittore Sandro Penna, il quale diceva molto semplicemente: «La tenerezza è detta, se tenerezza cose nuove detta», cioè se un sentimento ci produce qualcosa di ulteriore, allora è veramente la tenerezza dell’empatia, altrimenti è solo una roba dolciastra e sentimentale e se ne può fare a meno, ma la tenerezza vera che intendo io è questa.

Termino, ancora con Galeano, che, raccontando di un uomo straordinario del secolo scorso, dice che aveva compreso che il senso del vivere è darsi, e si dette. Noi dobbiamo imparare a ridire questa cosa, anche se siamo stanchi e sfiduciati. Lo dico a voi, come per dirlo a me. L’ultima citazione che voglio fare è importante, non si cambia se non si prende coscienza della possibilità di definire certi quadri. Secondo un linguaggio che non mi piace, noi dobbiamo entrare nell’ordine delle idee che possiamo vincere, il destino non è soltanto perdere o pareggiare se va bene, ma si può realmente imprimere al nostro paese un cambiamento reale e concreto, dobbiamo esserne coscienti. Alla mia comunità ho proposto questa citazione di Albert Camus da “La peste”:

 

….riscoprivo che bisogna conservare in sé intatte una freschezza, una sorgente di gioia, amare la luce che si sottrae all'ingiustizia, e con questa luce conquistata tornare a lottare. […] Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate.

 

Proviamo a ricominciare da qui.

 


[1] Il seguente contributo di Andrea Bigalli è stato presentato al convegno “Silenziose rivoluzioni culturali. Educarsi con la mediazione del mondo”, Firenze, 7-8 maggio 2015.

Keywords:

Riassunto: Con questo contributo don Ciotti sottolinea la necessità di affrontare le difficoltà odierne senza cedere alla rassegnazione o alla sterile indignazione, ma attraverso un impegno condiviso verso il cambiamento, all’insegna dell’incontro con l’altro. Individua tre elementi fondamentali a questo scopo: la conoscenza, la responsabilità e la giustizia. Giustizia intesa come realizzazione effettiva di eguaglianza e quindi giustizia sociale, che garantisca libertà e dignità umana. Non c’è abbastanza giustizia sociale nel nostro paese, mentre dilaga la povertà, per cui è necessario fare pressione sulle istituzioni perché investano maggiori risorse nello stato sociale.  

DOI: 10.1400/248402

 

GIUSTIZIA SOCIALE E RISVEGLIO DELLE COSCIENZE

 

Don Luigi Ciotti*

*Gruppo Abele e Libera

 

Riassunto: Con questo contributo don Ciotti sottolinea la necessità di affrontare le difficoltà odierne senza cedere alla rassegnazione o alla sterile indignazione, ma attraverso un impegno condiviso verso il cambiamento, all’insegna dell’incontro con l’altro. Individua tre elementi fondamentali a questo scopo: la conoscenza, la responsabilità e la giustizia. Giustizia intesa come realizzazione effettiva di eguaglianza e quindi giustizia sociale, che garantisca libertà e dignità umana. Non c’è abbastanza giustizia sociale nel nostro paese, mentre dilaga la povertà, per cui è necessario fare pressione sulle istituzioni perché investano maggiori risorse nello stato sociale.

 

Parole chiave: conoscenza, responsabilità, giustizia, dignità umana, stato sociale.

 

Abstract: Social justice and awakening of conscience. In this speech the author highlights the urgency to face difficulties with a common intention of change. To achieve this goal he identifies three fundamental instruments: knowledge, responsibility and justice. Justice, which means realization of effective equality - in other words social justice, guaranties freedom and human dignity. There isn’t enough social justice in Italy, while poverty increases. We have therefore to urge institutions to enhance the national welfare state.

 

Key words: knowledge, responsibility, justice, human dignity, welfare state.

 

 

 

[1]Io credo che tutti dobbiamo nel nostro impegno, ognuno coi suoi riferimenti, la sua professionalità, col suo vissuto, trovare spazi per pensare. Dobbiamo trovare spazi per confrontarci, per correggerci, per servire insieme e praticare accoglienza, ma anche, soprattutto, per essere capaci di reggere i cambiamenti, le trasformazioni, per essere capaci di servire meglio la storia delle persone.

Io non mi stanco di dire che l’unica laurea che ho è in “Scienze Confuse”, perché è vero, io non ho nessun titolo se non ufficialmente di radiotecnico, preso nella mia giovinezza, e poi mi sono formato per la strada tra i poveri, gli ultimi, che hanno trasformato la mia vita. Quando avevo 19 anni nasce il Gruppo Abele che quest’anno compie 50 anni. Nasce nel 1965 sulla strada, e da questa esperienza sono nate altre cose tra cui, 20 anni fa, Libera. Ma mi sento sempre più piccolo e sento sempre più prepotente dentro di me il bisogno di studiare, di capire, di conoscere, di sconfiggere un peccato gravissimo, il peccato del Sapere, cioè la mancanza di profondità. Oggi in tanti contesti ci sono troppi “saperi” di seconda mano e per sentito dire. Manca la profondità. Abbiamo bisogno di confrontarci sempre e dobbiamo imparare a leggere questa realtà in continua trasformazione.

Sono convinto che solo unendo le forze degli onesti, nel nostro paese oggi più che mai, la richiesta di cambiamento che tutti desideriamo potrà diventare forza di cambiamento. È il noi che vince. Solo unendo le forze degli onesti questa richiesta diventa forza di cambiamento: il Noi.

Siamo tutti chiamati a confrontare questa difficile situazione presente con le speranze, anche se non mancano le positività. La speranza che non ci prenda lo sconforto, che non siamo travolti dal pessimismo, che nessuno fugga dal presente. Non dobbiamo cedere alla rassegnazione, ma nemmeno indugiare nell’indignazione. E’ diventata una moda nel nostro paese: “Sai, sono indignato”. E datti una mossa, datti da fare! L’indignazione chiede di impegnarci per dare dignità, a partire dalla democrazia, i servizi, la scuola, il lavoro. Allora confrontiamola, questa situazione difficile, col presente, con la voglia di un cambiamento. Noi siamo chiamati ad abitare questo presente. Dobbiamo abitarlo insieme, ognuno coi suoi ruoli, responsabilità, professionalità, ognuno con le sue fatiche, le sue speranze. Per occuparci, insieme, del bene comune. Dobbiamo imparare la capacità di riconoscere il bene che c’è attorno a noi per valorizzarlo, promuoverlo. La continuità, la condivisione, la corresponsabilità devono essere i nostri compagni di viaggio. C’è grande bisogno di speranza, oggi più che mai, e noi siamo chiamati, nonostante tutto, ad essere un segno di questa speranza. La speranza incomincia curando tra di noi alleanze, fiducia, stupore, accoglienza reciproca. Perché la prima dimensione di accoglienza è quella tra le nostre realtà, tra i nostri contesti, è nel rispetto di quello che sta facendo l’altra persona, è nello stupore che ci deve sempre raggiungere. Dobbiamo educarci tutti di più all’incontro l’uno con l’altro, a partire dall’incontro con le realtà reciproche. A volte non è semplice, non è facile. E tre elementi fondamentali sono da perseguire.

Il primo grande elemento è la conoscenza. La conoscenza è il primo passo verso la responsabilità ed è la strada maestra del cambiamento. È necessario conoscere per essere più coscienti, più consapevoli; bisogna capire per cambiare.

Il secondo elemento fondamentale da sostenere è certamente la responsabilità. Quella che gli operatori del settore vivono, io so con quante fatiche, speranze e sacrifici. Lo vivo nel mio gruppo da tanti anni, in tante realtà, e so quante volte può prenderti lo sconforto perché ci sono meno strumenti, meno spazi, meno opportunità. Mentre loro bussano, e sono tanti, sempre di più, alle nostre porte. Ecco, interviene la responsabilità. Responsabile è chi risponde. Responsabilità è guardare anche dentro alle nostre responsabilità. Responsabilità di essere più prossimi alle persone, di cercare di essere motori di questo cambiamento. È in questo mondo, con tutte le sue contraddizioni, che noi siamo chiamati a realizzare la nostra vita, a portare il nostro impegno, ad assumerci le nostre responsabilità. Conoscenza e responsabilità sono inseparabili. Tra conoscenza e responsabilità non c’è la congiunzione ma c’è il verbo. Conoscere E’ responsabilità. E responsabilità E’ conoscere. Accanto alla conoscenza un altro elemento che gli operatori nel sociale pagano tutti i giorni con il loro impegno: la consapevolezza. Consapevolezza e responsabilità sono indivisibili.

Il terzo elemento è il grande obiettivo che ci porta ancora a riflettere. E’ la giustizia. Cioè la realizzazione effettiva dell’uguaglianza, dei diritti, delle opportunità, dei doveri per tutte le persone. Giustizia è sinonimo di pace, di dignità umana, di democrazia. Giustizia è sinonimo di libertà. Siamo qui nel nome della libertà, perché la più grande umiliazione della persona umana è la privazione della libertà. E la libertà è un diritto che Dio stesso ha voluto per tutte le persone. Allora il primo compito che ci affida la vita è di impegnare la nostra libertà per liberare le persone che ancora libere non sono. E quanta gente non è libera… dobbiamo rigenerare la libertà. Dobbiamo liberare la libertà nel nostro paese. Penso alla tratta degli essere umani, alle ragazze insultate, a chi è schiacciato dai trafficanti di droga, alle ecomafie, a chi è povero, alle forme di schiavitù rappresentate dal lavoro nero, dalle dipendenze. Penso a chi è senza lavoro, egli non è libero. Penso a chi non ha casa, a chi non riesce ad accedere ai servizi.

Rigenerare la libertà è difficile in un paese dove mafia, estorsione, corruzione la fanno da padroni e ci impoveriscono tutti approfittando del momento di grande crisi economica e finanziaria. Contro la corruzione non c’è una legge completa. Si sono fatti dei passi avanti, dei passi che devono essere riconosciuti, incoraggiati e sostenuti, ma persistono delle fragilità. Non c’è legalità, nonostante tutti la sbandierino in Italia come slogan. La legalità è uno strumento per raggiungere il valore più alto che è la giustizia. Ce l’hanno rubata, ne hanno svuotato il significato più profondo, giacché moltissimi hanno scelto la legalità malleabile e sostenibile. Eppure non c’è legalità senza uguaglianza. E se tutte le persone non sono riconosciute nei loro diritti e nella loro dignità, la legalità può diventare uno strumento di oppressione, di esclusione, di emarginazione. Allora noi siamo chiamati a educarci all’incontro con l’altro cominciando dalle nostre realtà, dai nostri contesti. La speranza e il cambiamento hanno bisogno di ciascuno di noi e di questi tre elementi: la conoscenza, la responsabilità e la giustizia. In merito a questo bisogna avere il coraggio della verità. No all’omertà. In Italia non si conosce la verità di alcuna strage. Il 75% dei familiari delle vittime innocenti di mafia non conosce la verità. Quante verità nascoste! L’omertà uccide la speranza. Ci uccide anche con i silenzi complici. Noi non vogliamo essere complici, noi vogliamo gridare le ingiustizie di oggi, le povertà, le fatiche, le sofferenze delle persone. Facciamolo come un atto d’amore!

C’è, inoltre, un problema di democrazia. Perché da strumento di rappresentanza dev’essere uno strumento di partecipazione. La democrazia si fonda su due grandi doni. La giustizia e la dignità umana. Si tratta di doni impegnativi che toccano la vita di tutti, e la democrazia non potrà mai stare in piedi senza l’impegno e la responsabilità. E torno a ripetere, tutti dobbiamo darci da fare perché dignità e giustizia continuino ad essere i cardini delle relazioni umane. Dobbiamo farlo per la democrazia, che ha bisogno di una “terza gamba” che la sorregga, cioè la responsabilità; quella che chiediamo alla politica, alle istituzioni, ma c’è una quota di responsabilità che dobbiamo chiedere a tutti noi. Abbiamo troppi cittadini a intermittenza.

L’educazione è il primo e più prezioso strumento di una comunità aperta al futuro. Un investimento che trova nella famiglia e nella scuola i suoi vicoli principali. Ma non gli unici. Ogni contesto può e deve essere educativo. Il mio sogno è la città educativa, perché tutti in una città, tutte le realtà, tutte le componenti del territorio, pur in forme diverse, possono portare il proprio contributo alla dimensione educativa. Nell’educare importante e fondamentale è la tutela della nostra Costituzione. E guarda caso la spina dorsale della nostra costituzione si chiama responsabilità: i diritti sanciti. Noi siamo chiamati a riconoscere tutte le persone nei loro diritti e nella loro dignità. Dobbiamo parlare più di dignità umana che di diritti, però. Il concetto di diritto in sé ha già una connotazione difensiva. Diverso è il concetto di dignità, che dovrebbe essere riconosciuta ad ognuno e che è la base dell’eguaglianza e di qualsiasi diritto fondamentale. La dignità è un valore che chiunque possiede in quanto essere umano. Un valore che ci lega gli uni agli altri e ci rende responsabili gli uni degli altri. È il valore che abbiamo, non per ciò che possediamo, ma per ciò che siamo. I diritti sono stati sanciti per affermare questa dignità e libertà umana. Invece ci sono migliaia di persone che libere non sono! Esse non vivono quella forma di dignità. Da qui la nostra voglia di conoscere, la nostra consapevolezza, l’assunzione della nostra responsabilità.

Oggi il confine tra l’inclusione e l’esclusione è sempre più incerto. Oggi i territori sono in movimento: persone, culture, economie, forme di convivenza. Il confine tra l’esclusione e l’inclusione è sempre più fragile, frammentato, fluido. La geografia del disagio sta cambiando. E vi è la necessità di capire come fare prevenzione, sviluppo, promozione oggi. Mi preoccupa, in questo senso, la drammatica “fragilizzazione” dei servizi. La diminuzione delle risorse in ambito pubblico e privato nell’ambito dei servizi alla persona e alla comunità porta a riconsiderare molte prestazioni. Ci sono sempre meno forme attive di inclusione e coesione sociale.

Le fasce della sofferenza sociale sono profondamente cambiate - storie nuove, volti nuovi - e ci impongono una grande riflessione. Abbiamo scoperto con i nostri giovani qualcosa che la mia generazione non conosceva: l’angoscia per il futuro. Non ci sono grandi prospettive a fronte di una crisi durissima, che non produce solidarietà, ma crea conflitti, nutriti anche dalla fatica e dalla disperazione di molte persone. In un momento storico in cui la povertà relativa tocca dieci milioni di persone nel nostro paese e oltre sei milioni la povertà assoluta (un milione e mezzo di bambini vive nella povertà assoluta); in cui l’Italia ha sei milioni e mezzo di analfabeti, con forme di analfabetismo di ritorno, mentre l’Europa continua a richiamarci perché siamo agli ultimi posti nella classifica in merito alla dispersione scolastica. Dunque ha ragione Rodotà quando dice che il corpo sociale oggi è infiammabile. Se non si infiamma è solo grazie all’impegno e alla generosità dei volontari e degli operatori sociali, perché ci si inventa di tutto, ma proprio di tutto. Le disuguaglianze nei diritti minano e la coesione sociale e la democrazia. Dobbiamo lavorare per far si che il disagio sociale si trasformi in richiesta di diritti, o meglio di dignità umana, e che la protesta non sia contro l’altro in difficoltà, ma a favore della giustizia per tutti. Bisogna impegnarsi perché questi tempi difficili diventino opportunità, interrogandoci tutti sui principi che costituiscono la trama del vivere sociale e ne rendono possibile l’evoluzione in senso civile.

La nostra povertà assoluta batte tutti i paesi dell’Unione europea. E anche quella relativa. E’ la stessa percentuale di chi è senza lavoro. Perché tanta povertà? Il problema è lo stato sociale. Non abbiamo mai introdotto quella rete di sicurezza che negli altri paesi soccorre i più deboli. L’Italia e la Grecia non hanno creato quella rete - chiamatelo reddito di inclusione, chiamatelo reddito di dignità - che la Commissione Europea chiede di fare a tutti i paesi membri già da anni. Al giorno d’oggi in Italia manca una misura nazionale contro la povertà, eppure è necessario un piano strategico (non interventi emergenziali che tamponano temporaneamente): incoraggiamo il nostro parlamento perché risponda a quello che l’Europa chiede. Si sono fatte solo piccole e a volte inconcludenti sperimentazioni. Libera ha creato la campagna “miseria Ladra” e in parlamento ci sono delle proposte, diverse ma con lo stesso obiettivo. Per cui chiediamo alla politica di attuare un piano strategico, di attivare delle opportunità di servizio. Purtroppo la politica vede lo stato sociale come una spesa improduttiva, un lusso che non possiamo più permetterci. E di fronte ai drammatici tagli a cui è stato sottoposto negli ultimi anni, pochi hanno protestato e argomentato a difesa di quella rete di garanzie.

Ribadiamo che se cresce lo stato sociale cresce il paese. Quella dimensione comune non è un lusso, ma un bene comune per cui impegnarsi! Proprio la commissione Rodotà nel 2008 diede una bella definizione dei beni comuni: «le cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, nonché al libero sviluppo della persona». Solo se si ha accesso alle risorse garantite dai diritti sociali si può avere l’opportunità di sviluppare le proprie capacità e potenzialità. I diritti sociali abilitano ad esercitare gli altri diritti!

Non basta avere diritti civili e politici, se io non sono messo nella condizione, attraverso i diritti sociali, di esercitare gli altri diritti. Lo stato sociale deve avere più attori per la produzione del benessere. Lo stato deve fare la sua parte, come certamente la famiglia, il mercato, il terzo settore, le associazioni di volontariato, l’imprenditoria, il no profit. Vogliamo far parte di questa squadra! Ma non vogliamo essere i delegati. Ognuno è chiamato a fare la propria parte e deve essere in grado di farlo. Il sistema deve essere garantito per via pubblica, tramite legge, come diritto quindi. Non si deve lasciare lo stato sociale alla discrezionalità di qualcuno! Non si può pensare che avere gli strumenti necessari a garantire i servizi sia legato alla discrezionalità. Ogni tanto si prospettano degli interventi: vogliamo vederli applicati!

Sono stato all’Expo di Milano per presentare il documento “Terra viva” con una signora indiana, [Vandana Shiva]. Un grande manifesto sul bisogno di cibo sulla faccia di questa terra. Lì ancora una volta ho ricordato un dato ufficiale: sono 100 le nazioni in guerra in questo momento, in fuga, seppur in forma diversa. 50 grandi conflitti, 100 paesi che vivono la guerra oggi. I dati ufficiali ci danno un’informazione che ci ferisce, che deve ferirci tutti, in quanto la spesa militare calcolata dagli organismi internazionali è pari a 3 milioni di euro al minuto. E non ci sono i soldi per le politiche sociali, sulla faccia di questa terra. Per la lotta alla povertà, per dare la libertà, per dare dignità alle persone. Lo stato sociale è un bene comune non solo perché implica principi di equità, giustizia, contrasto alle disuguaglianze, ma anche perché richiama alla responsabilità di cittadini, a fare la nostra parte. Cittadinanza attiva e cittadini responsabili. Il reddito minimo è una misura di civiltà oggi, e le politiche sociali, la cittadinanza attiva vanno di pari passo con la comunità. Ma ciò non vuol dire che quest’ultima debba sostituirsi alle prime. La comunità fa la sua parte e chiede che siano garantite le condizioni per farla.

C’è bisogno di un risveglio delle nostre coscienze. Io continuo a dire agli amici di Libera, del Gruppo Abele, che oggi la prima riforma da fare nel nostro paese è un’autoriforma. Una riforma delle nostre coscienze. Anche di chi è già impegnato! Io credo che il mordente del fare di più deve appartenere a tutti. Creiamo delle alleanze, ci vuole più fiducia tra di noi: la strada certamente è in salita e ci vuole uno scatto in questo momento da parte di tutti, ma proprio da parte di tutti!

 


[1] Il contributo di don Ciotti è stato presentato al convegno “Silenziose rivoluzioni culturali. Educarsi con la mediazione del mondo”, Firenze, 7-8 maggio 2015.

Keywords:

 

Riassunto: Riflessione sull’esclusione sociale, sui percorsi che conducono a sentirsi “ultimi”, e sui processi che, nel perdurare della crisi economica, favoriscono la marginalizzazione piuttosto che ridurla. L’autore individua dei fattori di incremento dell’esclusione sociale e auspica che la società voglia correggerli invece di chiudersi egoisticamente di fronte a queste problematiche. Infatti, siamo tutti ugualmente uomini e nessuna distinzione, come tra primi e ultimi, deve frenare l’altruismo.

DOI: 10.1400/248403

 

NOI SIAMO GLI ULTIMI

LA POTENZA DEL SENTIRE COMUNE

 

Enrico Palmerini*

*Coordinamento Toscano Marginalità

 

Riassunto: Riflessione sull’esclusione sociale, sui percorsi che conducono a sentirsi “ultimi”, e sui processi che, nel perdurare della crisi economica, favoriscono la marginalizzazione piuttosto che ridurla. L’autore individua dei fattori di incremento dell’esclusione sociale e auspica che la società voglia correggerli invece di chiudersi egoisticamente di fronte a queste problematiche. Infatti, siamo tutti ugualmente uomini e nessuna distinzione, come tra primi e ultimi, deve frenare l’altruismo.

 

Parole chiave: esclusione sociale, agiatezza, vulnerabilità, egoismo, altruismo.

 

 

Abstract: We are the last. The author reflects on social exclusion, on the way one feels “the last one”, on the role of continuing economic crisis fostering marginalization. He identifies some factors of exclusion and suggests our society should correct them instead of avoiding considering them. As a matter of fact, we are all humans, and we will be able to defeat common problems only with an altruistic attitude.

Key words: social exclusion, wealth, vulnerability, selfishness, selflessness.

 

 

[1]Ognuno di noi ha sperimentato di essere ultimo rispetto a una data situazione. E’ quasi banale rilevarlo. Si può essere ultimi a essere serviti a tavola, si può essere ultimi in una fila che aspetta qualcosa, oppure rispetto a dati fisici come l’età o l’altezza, e via dicendo. Ma quando gli indicatori considerati passano da un riferimento oggettivo individuale a uno sociale, come ultimi rispetto alla ricchezza, all’istruzione, oppure alle graduatorie per un posto di lavoro o per avere l’assegnazione di una casa, cambia la percezione di sentirsi ultimi. Non è più un’esperienza comune che può essere vissuta da tutti, ma ha in sé il risvolto della medaglia: ora, in questo frangente sono ultimo, ma in un altro momento sarò primo. Si passa alla percezione di essere dentro un processo che in qualche maniera ti giudica. Tende a minare la tua autostima e ti senti inadeguato, ti manca qualcosa, quasi colpevole di non essere all’altezza. Incominci a fare confronti con chi quel risultato l’ha ottenuto. Iniziano così i percorsi di esclusione sociale. Qui si delinea quel confine tra agio e vulnerabilità, zona grigia di difficile definizione ed ancor più difficile quantificazione. Zona caratterizzata da una fluttuante mobilità dove risiede la maggiore “liquidità” del sistema; il quale disponeva, in precedenza, di ascensori sociali, cioè uno poteva passare dall’agio alla vulnerabilità, ma poteva trattarsi di una fase transitoria per poi tornare nella situazione di partenza, mentre oggi, per effetto del perdurare della crisi, questo diventa sempre più difficile, e accade al contrario sempre più di frequente di precipitare nella povertà.

La domanda che si pone è: questo processo è una conseguenza del nostro sistema sociale o è funzionale al sistema? Per meglio comprenderci: le difficoltà che alcuni di noi hanno per mantenersi dentro la categoria dell’agio sono da considerare come un accadimento di fattori negativi che fatalmente incrociano le nostre vite e nei più fragili hanno l’effetto di trascinamento verso condizioni di difficoltà sociale, oppure è il sistema che a fronte di una diminuzione delle possibilità, pensa a scrollarsi di dosso un certo numero di persone, per mantenere l’area dei privilegi intatta per pochi?

La differenza è sostanziale. Se fosse vera la prima ipotesi i vari interventi di sostegno all’esclusione - gli interventi per chi perde il lavoro o la casa, il mantenimento della assistenza sanitaria, gli aiuti alimentari per i casi più gravi e via dicendo - aiuterebbero a traghettare il momento di crisi e poi lo stesso tessuto sociale attiverebbe i suoi anticorpi: la rete familiare e amicale, l’attenzione sociale delle imprese, ma anche il volontariato ed il terzo settore contribuirebbero al ritorno alla normalità del soggetto. Ma, al contrario, partendo dalla seconda ipotesi accade che artificiosamente si alimentano delle paure che spingono verso la chiusura per qualsiasi apertura, con la maniacale ricerca di nemici ai quali attribuire ogni problema. Da qui, quasi in uno scenario alla Kubrick da “2001 Odissea nello spazio”, il sistema stesso produrrà fattori di esclusione che si opporranno di fatto a qualsiasi misura correttiva. Quali fattori? La necessaria corsa per reggere la concorrenza globale porta alla mobilità della forza lavoro con la delocalizzazione degli impianti di produzione; l’automazione degli impianti industriali riduce gli impieghi di personale; i ridotti margini di utili portano a servirsi della speculazione fino al limite di scommettere su esiti molto incerti; il flusso di cassa delle organizzazioni criminali assume una tale rilevanza da non poterne fare a meno. Sono fenomeni che determinano la vita di tutti noi. Questo per accennare solo per titoli a temi di grande portata, per intravedere come tutti questi fattori siano di difficile controllo, ma diventino terribilmente determinanti quando incrociano la vita delle persone, sia direttamente che indirettamente. Per questa impossibilità di circoscrivere le aree di pericolosità sociale verso le quali attuare politiche che non siano solo a carattere di emergenza, ma strutturali, ci troviamo tutti esposti al rischio di esclusione.

Le alternative che ci troviamo davanti sono o di rifugiarsi in un pessimista “carpe diem”, inseguendo ogni simulacro mediatico, facendo nostro il motto “Tanto è tutto marcio, tanto vale approfittare ora di quello che ci offre il momento.” Oppure, riconoscendoci tutti in questa fragilità diffusa, ricercare nella pratica della relazione la condivisione di visioni diverse e di nuove soluzioni condivise. Noi siamo soprattutto animali sociali, viviamo di relazioni sociali, la vita stessa sulla terra si è espansa ed evoluta per effetto delle continue contaminazioni tra i vari esseri viventi: «... la vita non prese il sopravvento del globo con la lotta, ma istituendo interrelazioni»(Lynn Margulis della University of Massachusettes).

Non chi ha brandito la prima clava ha vinto, ma chi ha saputo adattarsi, ha saputo trovare nuove strade, si è rivolto con curiosità e disponibilità a mettersi in discussione verso quello che lo circondava.

Ognuno di noi è un modello unico, non esiste la copia di nessuno. Siamo irripetibili non solo nell’oggi, ma nell’eternità. Quindi portatore di originalità, ogni uomo indipendentemente dal suo stato fisico, mentale, sociale ha qualcosa di originale da portare. Sta a noi scoprirlo. Se partiamo da questo punto di vista, allora, essere ultimi o primi non ha più tanto significato. Siamo tutti allo stesso livello: “Razza: umana.” come rispose Albert Einstein alla domanda posta nel documento di ingresso alla frontiera della Svizzera quando scappava dalla Germania nazista.

Scopriamo allora che la nostra felicità dipende dalla felicità altrui: «... le recenti scoperte sul sistema a specchio (neuroni) ci dicono in sostanza che siamo altruisti... Esiste un meccanismo di base fisiologico in cui la felicità altrui è anche la propria» (Giacomo Razzolati).

Allora dobbiamo andare incontro all'altro:

Noi portiamo in noi qualcosa che è Altro da noi, ma questa alterità non è soltanto l'ombra, ma è luce, è la potenzialità obiettiva di forme umane più alta in cui le culture si comprendono l'una con l'altra in cui le alterità non si annullano né si assimilano, ma restano tali nel gioco dello scambio reciproco in vista di intese sempre più alte (E. Balducci, L'Altro. Un orizzonte profetico, Ed. Cultura della Pace, S. Domenico di Fiesole, 1996).

Anche se quello che ci circonda spinge verso una accentuazione degli egoismi, se il divario tra ricchi e poveri aumenta, se le guerre attraversano e distruggono vaste zone del nostro pianeta, dobbiamo continuare a costruire comunità accoglienti, luoghi d'incontro, occasioni di scambio. Questo non per un buonismo edulcorato, ma per la nostra salvezza, per non perdere il senso del reale per noi e per i nostri figli.

 


[1] Il seguente contributo di Enrico Palmerini è stato presentato al convegno “Silenziose rivoluzioni culturali. Educarsi con la mediazione del mondo”, Firenze, 7-8 maggio 2015.

Keywords:

Riassunto: Questo contributo, prodotto dalla professoressa Patrizia Meringolo, si concentra sulla valutazione partecipata, di cui viene proposto un modello di ricerca in ambito socio-sanitario. Nella prima parte del testo viene data una definizione di questo tipo di valutazione e ne sono definite le specificità, criteri, criticità e obiettivi. Nella seconda parte vengono esaminati alcuni “casi di studio”, in particolare quelli nei distretti di Firenze, Pistoia e Livorno, dove è stata messa in pratica questa metodologia valutativa, in relazione ad alcuni casi di dipendenza. Infine l’autrice compie una riflessione sui risultati ottenuti da questa analisi.

 

DOI: 10.1400/248404

 

 

METODI E STRUMENTI PER LA VALUTAZIONE PARTECIPATA

IN AMBITO SOCIO-SANITARIO:

UN MODELLO DI RICERCA

 

Patrizia Meringolo*

*Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia

Università degli Studi di Firenze

 

 

Riassunto: Questo contributo, prodotto dalla professoressa Patrizia Meringolo, si concentra sulla valutazione partecipata, di cui viene proposto un modello di ricerca in ambito socio-sanitario. Nella prima parte del testo viene data una definizione di questo tipo di valutazione e ne sono definite le specificità, criteri, criticità e obiettivi. Nella seconda parte vengono esaminati alcuni “casi di studio”, in particolare quelli nei distretti di Firenze, Pistoia e Livorno, dove è stata messa in pratica questa metodologia valutativa, in relazione ad alcuni casi di dipendenza. Infine l’autrice compie una riflessione sui risultati ottenuti da questa analisi.

 

Parole chiave: valutazione partecipata, casi di studio, criticità, empowerment, metodo.

 

 

Abstract: Methods and instruments for a participatory evaluation in social and health context: a research model. This text focuses on participatory evaluation applied to social and health research. The author discusses at first the definition of this kind of evaluation, considering its peculiarity, criteria, critical issues and purposes. In the second part she presents some “case studies” concerning the districts of Florence, Pistoia and Livorno, where this method of evaluation has been applied with reference to specific types of addiction.

 

Key words: participatory evaluation, case studies, critical issues, empowerment, method.

 

 

 

 

 

[1]Nel presente intervento propongo una riflessione sulla valutazione partecipata, tema che è stato al centro di una ricerca in ambito socio-sanitario che stiamo ultimando in questo periodo. Si parla molto di valutazione, a volte anche limitandola a parametri che non le sono propri. L’esigenza di valutare nasce, da una parte, con una funzione conoscitiva, per sapere se i cambiamenti possano essere messi in relazione con l’intervento che è stato proposto, dall’altra, con una funzione comunicativa, perché consente di confrontare i risultati ottenuti con altre ricerche o interventi svolti in contesti diversi a partire da elementi comparabili. Esiste anche una funzione di replicabilità, che – se fosse pienamente esplicitata – darebbe visibilità a una grande ricchezza di idee, sia nelle reti formali del servizio pubblico, sia in quelle del terzo settore. Molte volte ci sono degli ottimi interventi che danno esiti positivi, ma, in assenza di parametri di valutazione, non c’è modo di replicarli successivamente e di capire perché i risultati si siano rivelati positivi.

La ricerca valutativa è quindi un punto nodale di tali aspetti: è stata definita da Rossi e Freeman (1985) come una applicazione sistematica delle procedure proprie della ricerca sociale per valutare la concettualizzazione, il disegno, l’implementazione e l’utilità di un programma di intervento sociale. Data la complessità e l’articolazione dei programmi da valutare, si propende ad utilizzare una attività valutativa “su misura” per ciascuno di essi (tailored evaluation). In ambito scientifico quindi non si parla solo di risultati espressi in termini di numeri e di esiti statisticamente significativi, o di evidence based practices, ma si cerca di avere una visione metodologicamente più ampia. Va tuttavia notato che gli stessi studi evidence based non sono nati per dare supremazia al numero in quanto tale, ma al rapporto tra ricerca e pratica clinica (compresa la medicina narrativa). Voglio citare a questo proposito un modello valutativo, chiamato “Getting to Outcomes”, realizzato dal gruppo di lavoro statunitense di Abraham Wandersman, (2000). Si tratta di un “modello logico” che esplicita una roadmap per mettere in grado gli interventi di analizzare i bisogni e di pianificare strategie, attraverso l’utilizzo di una valutazione di processo (e non semplicemente di un confronto prima-dopo). Una modalità di procedere si basa sulla valutazione “Empowering”, volta a promuovere l’empowerment di tutti gli attori sociali coinvolti. Si basa sulla premessa che tutti gli stakeholder (portatori di interessi) e quindi gli operatori, gli utenti e la comunità locale, possano dotarsi di strumenti per valutare. La valutazione non è, quindi, appannaggio esclusivo di alcuni esperti. I criteri con cui si valuta non vengono mantenuti “oscuri”, ma anzi resi chiari e trasparenti, in modo che gli attori sociali abbiano la possibilità di vedere il processo che si sta svolgendo, discutendone, criticandolo se è necessario, ed entrando nel merito delle singole tappe e degli esiti parziali e finali. Questa non è solo un’esigenza di trasparenza da parte del ricercatore esterno, ma è anche un elemento che rafforza ciascun attore sociale, un’acquisizione di competenze per gli operatori, per i professionisti, per gli utenti, e infine anche per i decisori politici dei territori coinvolti. In questo approccio, inoltre, la valutazione è vista come una parte centrale della pianificazione e della gestione di un progetto.

Se nei decenni passati il ruolo dell’esperto – e il suo carisma – risiedeva nell’essere il solo che aveva la chiave “tecnica” dello strumento, non accessibile se non nei risultati, un processo di cambiamento culturale e politico ha determinato l’elaborazione di strumenti per cui il tecnico, ossia l’esperto-ricercatore, ha una funzione nell’aiutare a esplicitare in maniera scientifica sia gli obiettivi sia le strategie di implementazione, acquisendo una funzione di facilitatore e di coach. Il termine facilitatore è preso dai gruppi di autoaiuto, nei quali questa figura ha una funzione specifica nel cambiamento di prospettiva, e l’obiettivo è quello di sviluppare competenze finalizzate ad auto-valutarsi. L’auto-valutarsi non vuol dire valutarsi da soli, ma possedere strumenti per padroneggiare il monitoraggio dell’intero processo. Un approccio di questo tipo si traduce in una valutazione partecipata, che promuove competenze e consapevolezza dei propri bisogni e delle strategie per soddisfarli. In questo processo è importante il raggiungimento degli standard di qualità, a cui tutti siamo interessati, non solo come professionisti ma – e soprattutto – come cittadini. Questo non è disgiunto dalla costruzione di competenze nei partecipanti, una questione di metodo in cui si intrecciano psicologia e politica, intesa come costruzione di policies o strategie politiche, perché solo incrementando i saperi valutativi si può ottenere la sostenibilità futura delle buone prassi sperimentate. La valutazione nasce dagli step precedenti di un progetto o di una ricerca: in quest’ambito un aspetto importante riguarda il rapporto tra gli obiettivi e la valutazione. Se non si pongono degli obiettivi chiari e determinati, non ci possono essere dei parametri per valutarli.

Emergono quindi due possibili criticità: i contenuti e il metodo. La criticità di contenuto è presente quando si crea una sorta di circolo vizioso sul “come se”, nel senso che gli obiettivi proposti non sono quelli ritenuti i più adatti o i più praticabili, ma quelli che si ritengono desiderabili da parte del committente, sia esso l’Ente Locale o l’Unione Europea. In questo modo viene presentato un progetto come se l’interesse fosse centrato su argomenti ritenuti auspicabili dalla committenza, mentre in realtà l’idea che si vorrebbe portare avanti è forse meno precisa ma di maggior impatto innovatore. Di conseguenza non si stabiliscono parametri su ciò che si intende fare, ma su ciò che si pensa venga richiesto. Questo diventa un circolo vizioso perverso a livello di contenuto, per cui si sviluppano ricerche e interventi (anche quando approvate) i cui aspetti di maggior pregio risultano collaterali, e quindi meno valutabili e apprezzabili. L’altro aspetto di criticità risiede nel metodo, perché spesso la verifica viene percepita come rendiconto (con obbligatoriamente il bilancio in attivo), con la conseguente insufficienza di definizione degli obiettivi, dei tempi, e – ancora di più – dei parametri di misura (Meringolo, 2011). In altre parole si ha un nuovo circolo vizioso basato su una sorta di verifica contabile che non dà ragione dei risultati emersi e del loro perché, ma dimostra solo che è stato realizzato qualcosa con le risorse disponibili. Così non si fa scienza e non si ottiene neanche una verifica socialmente fondata.

Alcune considerazioni tra psicologia e politica: a cosa serve valutare? Si valuta, in definitiva, per incrementare nuove possibilità o per acquisire nuove risorse? Maritza Montero (2009) sottolinea, introducendo il Venezuelan Constellation Program, il carattere politico degli interventi di psicologia di comunità, che promuovono coscientizzazione e partecipazione come «esercizio critico di de-naturalizzazione di alcuni processi», un processo che deriva anche dall’opera di Paulo Freire e che si fonda sulla rielaborazione critica di credenze e pratiche, considerate normali ma invece socialmente determinate, che condizionano fortemente la vita dei target più marginali.

Aver parlato di valutazione introduce al Progetto, promosso dalla Regione Toscana e dalla Fondazione Andrea Devoto, che abbiamo curato come Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia e come spin-off accademico LabCom (Remaschi, Fratti, de Wet, Meringolo, 2015). L’obiettivo è stato quello di svolgere una ricerca valutativa su un campione delle strutture residenziali della salute mentale e delle dipendenze. Lavorando in stretto contatto con i referenti della Regione Toscana, abbiamo studiato i modelli teorici ed operativi, sia espliciti che impliciti, che sono alla base delle attività nelle strutture residenziali; il trattamento del paziente, il suo «funzionamento» sociale e personale, la qualità della vita; le modalità di lavoro del gruppo degli operatori; il livello di soddisfazione di utenti e di operatori; il lavoro di rete con le altre strutture territoriali. Le strutture selezionate dalla Regione Toscana, relative ad una pluralità di aree geografiche, sono state 15 per la salute mentale e 10 per le dipendenze. Ognuna di esse è stata esaminata attraverso uno “studio di caso”, con strumenti sia di tipo qualitativo che di tipo quantitativo e con schede di osservazione.

In questa sede sono mostrati solo alcuni esempi, per evidenziare il metodo che è stato seguito. Vengono illustrate, quindi, le caratteristiche della strutture delle dipendenze dell’area di Firenze. L’analisi qualitativa ha messo in luce il pensiero dei responsabili e degli operatori, i quali hanno delineato punti di forza e di criticità delle strutture stesse. Il punto di forza che emerge con particolare rilevanza è il lavoro d’equipe, uno degli aspetti che denota molta più ricchezza di contenuti di quanto se ne abbia consapevolezza. Le criticità sono date dalla problematicità dell’utenza, di complessa definizione (in cui si intrecciano i problemi psichiatrici con quelli dell’abuso di sostanze) e la carenza di risorse. I modelli espliciti di trattamento si basano prevalentemente sul sostegno e l’accompagnamento, e sull’elaborazione di un programma personalizzato (anch’esso maggiormente presente nella pratica che nella valorizzazione e diffusione delle caratteristiche della struttura). La “Scala dell’Empowerment”, utilizzata con gli operatori, ha mostrato un alto livello di percezione della significatività del loro lavoro.

Abbiamo indagato la percezione della qualità della rete (espressa attraverso un’analisi quantitativa, con un questionario ad hoc), da cui sono emerse criticità nella gestione penale delle dipendenze, che appare riferita ad un nodo debole della rete, accanto a servizi come il centro per l’impiego, mentre un nodo forte è costituito dall’Associazionismo, Volontariato, esperienze di Servizio Civile. Per quanto riguarda gli utenti, i risultati del focus group svolto sottolineano l’importanza della relazione che viene creata con gli operatori, mostrando la centralità dell’aspetto relazionale in un percorso di trattamento, non limitato all’abbandono della sostanza, ma finalizzato al recupero della propria vita, senza il quale non avrebbe senso un processo di cambiamento. Risultati simili emergono dalle strutture per le dipendenze della Provincia di Pistoia, l’altro esempio che portiamo. Si può tuttavia notare in queste ultime la presenza di un modello di riferimento teorico, quello sistemico-familiare, più chiaramente espresso, che tuttavia non esclude altre modalità di trattamento. Per quanto riguarda la percezione della rete, punti di forza e di criticità sono sovrapponibili alle strutture prima illustrate. Gli utenti pongono l’accento, anche in questo caso, sull’importanza delle relazioni che stabiliscono nel gruppo e con le figure degli operatori, evidenziando ancora una volta l’importanza di avere strutture compensative e di ri-socializzazione piuttosto che contenitive e di controllo.

Strutture per la salute mentale: viene portato l’esempio dell’area di Livorno, in cui lo studio è stato condotto con modalità analoghe. L’esempio porta a riflessioni interessanti (emergenti sia dagli obiettivi espliciti del lavoro sia dai punti di forza percepiti), che riguardano la promozione dell’autonomia negli utenti, il collegamento di rete, la riabilitazione e l’importanza del gruppo di lavoro.

E a questo proposito, data la peculiarità del presente Convegno, ci sembra doveroso ricordare come il gruppo di lavoro sia un tema centrale negli studi psicologici di Devoto. Nella ricerca con gli operatori viene spesso citato sia perché motiva la loro percezione di efficacia del servizio, sia perché viene realizzato e rafforzato nei momenti di supervisione ed in altre occasioni di confronto. La supervisione è, infatti, un momento essenziale per il lavoro che gli operatori compiono su loro stessi, prendendosi cura del proprio gruppo.

Anche in questa fase della ricerca sono stati svolti focus group con gli utenti, dimostrando come anche nei servizi di salute mentale essi possano avere opinioni esprimibili, registrabili e valutabili. È stata inoltre utilizzata una Scala (STORI), impiegata nei servizi psichiatrici, che indica il percorso di recupero di sé svolto dal paziente, i cui risultati sembrano confermare il processo evolutivo espresso attraverso l’indagine qualitativa. Solo un breve cenno, in questa sintesi, alle strutture della salute mentale esaminate nell’area di Firenze, che sottolineano di nuovo l’importanza dei percorsi di autonomia, socializzazione e cura di sé per gli utenti, e alcune criticità di collegamento con le reti formali territoriali.

Quali conclusioni possiamo trarre da questa ricerca?

Si trattava di studi di caso, la finalità pertanto non era quella di “misurare” la loro efficienza o efficacia su una scala data a priori, quanto piuttosto quella di esplorare il senso e i nessi tra obiettivi e strategie, nel tentativo di definire più precisamente quale possa essere il “funzionamento adeguato” dei servizi. In alcuni casi, ad esempio, una struttura pensata per le dipendenze diviene, di fatto, una residenza per utenti con doppia diagnosi. Oppure, una struttura per patologie psichiatriche meno severe diventa una struttura per patologie più gravi. Chiaramente, gli obiettivi dati in precedenza sono inapplicabili, e – al di là delle situazioni di emergenza e delle (spesso notevoli) capacità dei professionisti nel rispondervi – bisogna rendersi conto di come e dove fallisce il processo. Altro elemento riguarda l’importanza di dare voce a tutti i soggetti. La consapevolezza delle risorse esistenti e delle criticità è quindi qualcosa di cui parlare e che deve essere padroneggiato da tutti gli attori sociali del processo.

L’altro tema basilare è la qualità della rete, auspicata da tutti, ma spesso studiata in maniera piuttosto approssimata. Anche in questo caso bisognerebbe analizzare approfonditamente i “nodi” che funzionano e quelli che non funzionano e il perché dello stesso funzionamento. Una delle criticità delle reti può risiedere nel fatto che alcuni ruoli centrali non sono sufficientemente stabili o sono legati ad un’unica persona, per cui basta che un professionista si sposti o vada in pensione per bloccare l’intera rete. In altri casi la rete non comprende i decisori politici, gli assessori, i funzionari direttivi di un’azienda ASL, …, che rimangono “scissi” dai professionisti, per cui le decisioni vengono prese da un nodo che non è in collegamento con gli altri. O, infine (ed è un caso che si verifica abbastanza sovente), la rete ha un carattere episodico, si attiva quando c'è un problema o nelle emergenze, mentre potrebbe essere infinitamente più produttiva e meno dispendiosa di risorse e di energie se avesse una modalità programmatica di funzionamento.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Meringolo, P. (2011). La valutazione in un’ottica di psicologia di comunità: alcuni nodi critici e specificità dell’intervento sulle marginalità. In S. Bertoletti, P. Meringolo, M. Stagnitta, G. Zuffa (a cura di). Terre di confine. Soggetti, modelli, esperienze dei servizi a bassa soglia. pp. 107-126, Milano: UNICOPLI.

 

Montero, M. (2009). Community Action and Research as Citizenship Construction. American Journal Of Community Psychology, (43)1-2, 149-161.

 

Rossi, P.H., Freeman, H.E. (1985). Evaluation: A Systematic Approach (III ed.). Sage, Beverly Hills (CA).

 

Remaschi, L., Fratti, M., de Wet, D., Meringolo, P. (2015). Ricerca valutativa di strutture residenziali per la salute mentale in Toscana.. In: Santo Di Nuovo (a cura di). Psicologia della salute e salute della psicologia. Acireale - Roma: Bonanno Editore, ISBN:978-88-6318-008-4.

 

Wandersman, A., Imm, P., Chinman, M., Shakeh, K (2000). Getting to outcomes: a results-based approach to accountability. Evaluation and Program Planning, 23, 389-395.

 

 


[1] Il seguente contributo di Patrizia Meringolo è stato presentato al convegno “Silenziose rivoluzioni culturali. Educarsi con la mediazione del mondo”, Firenze, 7-8 maggio 2015.

Keywords:

Riassunto: Questo contributo di Nicola Paulesu concentra l’attenzione su un progetto da lui curato, chiamato “Skills of Life”, negli anni 2002-2003, in collaborazione con la Fondazione Istituto Andrea Devoto. Questo progetto, come dallo stesso autore specificato, ha avuto lo scopo di proporre una idea di sviluppo di comunità, per favorire la cittadinanza attiva e la progettazione partecipata. Vengono riproposti i principi ispiratori, perché possano essere utili ancora oggi come riflessione e monito nel lavoro degli operatori sociali. 

DOI: 10.1400/248405

 

 

FARE EMPOWERMENT SOCIALE:

UN PROGETTO DI CITTADINANZA ATTRAVERSO LA LIFE SKILLS EDUCATION

 

Nicola Paulesu*

*ASP Firenze Montedomini

 

Riassunto: Questo contributo di Nicola Paulesu concentra l’attenzione su un progetto da lui curato, chiamato “Skills of Life”, negli anni 2002-2003, in collaborazione con la Fondazione Istituto Andrea Devoto. Questo progetto, come dallo stesso autore specificato, ha avuto lo scopo di proporre una idea di sviluppo di comunità, per favorire la cittadinanza attiva e la progettazione partecipata. Vengono riproposti i principi ispiratori, perché possano essere utili ancora oggi come riflessione e monito nel lavoro degli operatori sociali.

Parole chiave: comunità, partecipazione, cittadinanza attiva, progettazione sociale, operatori.

 

Abstract: How to practice social empowerment: an active citizenship project through Life Skills Education. This work describes a case project developed by the author in association with the Fondazione Istituto Andrea Devoto. The project, named “Skills of life”, proposes a certain model of community development, enhancing active citizenship and participatory planning. The inspiring principles of the project are proposed, in order to be discussed and considered for future application by social operators.  

Key words: community, participation, active citizenship, social planning, operators.

 

 

 

 

[1]Il mio contributo di oggi riguarda il progetto “Skill for life – una proposta di sviluppo di comunità: la cittadinanza attiva e consapevole verso un modello di progettazione partecipata nel sociale” che la Fondazione Istituto Andrea Devoto ha realizzato nel biennio tra il 2002-2003 nel comune di Sesto Fiorentino. Sono passati diversi anni ormai e non è certo possibile tornare al contesto storico-ambientale, né entrare nei dettagli della teoria e dei modelli procedurali che hanno sostenuto quella azione progettuale. Invece, vorrei provare ad evidenziarne alcuni dei principi ispiratori che hanno animato le riflessioni ed il lavoro di quei giorni e che ancora oggi possono arricchire di significato e guidare il nostro lavoro quotidiano nei diversi contesti di applicazione.

Se guardo all’impegno di quei giorni, non posso fare a meno di pensare che sia stato:

  • un atto di sfida, caratterizzato dal senso dell’avventura, per gli obbiettivi ambiziosi che ci ponevamo, cioè coinvolgere un’intera comunità in un percorso di riflessione condivisa, di formazione, di autocostruzione e autodeterminazione dei servizi;
  • un atto di coraggio perché abbiamo sperimentato l’applicazione del metodo Life Skill Education tradizionalmente legato a progetti di promozione della salute e dello sviluppo personale e sociale nei contesti educativi e nella scuola, in un contesto di comunità, che ha visto il coinvolgimento diretto nell’azione progettuale di oltre 600 cittadini, oltre gli operatori dei Servizi ed i rappresentanti dell’amministrazione;
  • un atto di generosità per l’opportunità che la Fondazione ha dato a giovani “apprendisti scienziati” appena usciti dall’università di cimentarsi in un progetto estremamente complesso, caratterizzato da uno stile partecipativo, centrato sulla componente ambientale e sul riconoscimento delle competenze di tutti i partecipanti;
  • un intervento basato sul massimo rigore metodologico e scientifico che ci ha aiutato a non deragliare nel nostro viaggio avventuroso; abbiamo potuto beneficiare della supervisione costante della scuola di specializzazione in Psicologia della Salute di Roma, in particolare nelle persone dei prof. Mario Bertini, Maria Pia Gagliardi e Paride Braibanti.

Alla fine, il lavoro compiuto dai cittadini, ognuno per il ruolo ricoperto nella comunità sia politico che tecnico, ognuno secondo la propria esperienza, assessori, tecnici dell’amministrazione, professionisti, operatori, volontari e cittadini espressione delle risorse e della competenza specifica della città, ha avuto il suo primo significato proprio nella capacità di promuovere, favorire e costruire la coesione della comunità come condizione per la programmazione partecipata di alcuni servizi rivolti ai cittadini. In particolare, i gruppi di lavoro dei cittadini hanno affrontato tre diverse dimensioni funzionali dei servizi cittadini, l’area dei servizi per i minori, l’area dei servizi per gli anziani, l’area dei servizi di contrasto all’esclusione sociale.

Alcuni temi possono essere sottolineati.

Il tema del metodo: il punto nodale di questo lavoro è prendere in considerazione come la metodologia Skills for Life possa sostenere quelle azioni che sono alla base di un modello procedurale di intervento che promuove una partecipazione reale e democratica dei cittadini, cosa che può essere tradotta, in termini di sviluppo di comunità ed empowerment sociale. Il modello sperimentale adottato per Sesto è sintetizzato nel grafico successivo (Grafico 1) dove sono evidenziati alcuni tra i momenti significativi del progetto.

 

Grafico 1

 

Il primo di questi è rappresentato dall’analisi partecipata della domanda, in cui sono stati ridefiniti gli obbiettivi di intervento con modalità partecipata all’interno di un gruppo interdisciplinare, costituito dai decisori politici locali, da professionisti, da tecnici e dai consulenti. Un momento di analisi, lettura e ridefinizione degli obbiettivi progettuali che è stato possibile grazie all’applicazione del modello dei “Profili di Comunità” (Francescato, 2002). Tale impegno ha condotto alla costituzione di un gruppo di lavoro che abbiamo definito “gruppo promotore”, costituito dai rappresentanti dei cittadini che, con piena dignità di riconoscimento da parte dell’Amministrazione e piena libertà nella scelta dei temi e dei contenuti, ha individuato alcune linee progettuali per la propria città e scelto le modalità di comunicazione alla cittadinanza. Altro momento determinante del percorso auto formativo dei partecipanti è costituito da uno spazio dedicato alla riflessione sul significato dei bisogni individuali dei cittadini e collettivi della comunità, all’approfondimento del tema relativo al cambiamento. In altre parole, cosa significa, in termini pragmatici, essere consapevoli della funzione che i cittadini, singolarmente o in forma aggregata, possono svolgere all’interno della propria comunità?

Un secondo tema è relativo al rapporto individuo / comunità locale di appartenenza: la comunità locale intesa come un sottoinsieme socio-territoriale dai confini amministrativi ben definiti (Comune, quartiere, distretto socio-sanitario, ecc.), è un sistema integrato, dove sono distribuiti individui, gruppi, ambiente fisico, ambiente costruito dall’uomo, bisogni, risorse, ecc., e attività di interpretazione e/o trasformazione della vita, in continuo scambio reciproco di influenze. Tutti gli attori sociali sono coinvolti nei processi di costruzione attiva e progressiva della comunità. Si sottolinea la dimensione attiva dell’essere umano. Cioè ciascuno si costruisce nella dimensione sociale e nelle relazioni che instaura con la realtà circostante. Le azioni sono frutto delle intenzioni degli individui, cioè la comunità locale è il contesto dell’azione e dell’intervento. L’empowerment è il processo di ampliamento delle possibilità (attraverso il miglior uso delle risorse attuali, potenziali e acquisibili) che il soggetto può praticare e rendere operative e tra le quali può scegliere.

Ancora, un tema importante riguarda la dimensione della partecipazione e la dimensione dell’Esserci: il progetto, attraverso il lavoro sui profili di comunità, declinato nei termini di ricerca-azione, ha evidenziato la necessità ed il bisogno dei cittadini coinvolti di crescere in consapevolezza riguardo la complessità della propria realtà, nei termini di risorse e di disagio. L’approccio metodologico è quello della ricerca-azione che si caratterizza, rispetto alla ricerca tradizionale, per l’alto livello di partecipazione dei destinatari e di condivisione dei risultati, che diventano oggetto di valutazione ulteriore e base di appoggio per il cambiamento. Il cambiamento ricercato è il fine ma diventa un fine anche socializzare il cambiamento, condividere i passi successivi per raggiungerlo e riflettere su di esso. I partecipanti al progetto di Sesto avevano infatti ipotizzato di implementare le reti di sostegno sociale nella direzione di un miglioramento della qualità e della circolarità delle informazioni, come primo passo per una propria assunzione di responsabilità. Per innescare la motivazione al cambiamento, è necessario condividere le competenze ed avere uno spazio di confronto per preparare ed accompagnare il cambiamento. Tale spazio di partecipazione si è concretizzato nell’esperienza del gruppo promotore che ha lavorato per e con la propria comunità.

Il metodo è importante perché decostruisce una relazione stereotipata tra ricercatore e soggetto/oggetto di ricerca; piuttosto, la propone nel senso della facilitazione sociale, affinché il destinatario dell’intervento si posizioni come agente consapevole di cambiamento.

La significatività degli interventi Skills for Life come quello di Sesto Fiorentino, pone la condizione del cambiamento nella riconsegna delle responsabilità ai cittadini partecipanti, come nella visibilità delle azioni SMART; in altre parole nelle azioni concrete e visibili di un cambiamento accessibile, coerente con il contesto e con le risorse disponibili, con la capacità dei cittadini e dell’amministrazione locale di realizzarle in un tempo definito.

In tal senso ci è lecito pensare che gli esseri umani possano utilizzare la loro vita non solo per risolvere i problemi della propria esistenza, ma anche per andare un poco al di là dell'esistente, per sviluppare la propria conoscenza e la propria soggettività e per partecipare alla costruzione della comunità (Amerio, 2004).

Un punto di riflessione al quale sono affezionato è, inoltre, quello dell’identità dell’operatore sociale immerso nell’esperienza della ricerca azione, come teorico partecipante alla costruzione dei processi sociali che definiscono la propria realtà di appartenenza e costruttore di metodo per trovare le risposte coerenti con il bisogno emergente.

Il tema della salute individuale e della comunità: i progetti Skills for Life, costruiti sui principi che ho cercato di ricordare, possono rappresentare un modello per chi si occupa di salute. Il punto fondamentale è la rilettura del destinatario dell’intervento in una posizione di cittadinanza attiva e consapevole. Riposizionarsi vuol dire riuscire a cogliere, a raggiungere i soggetti della comunità, agenti di cambiamento. Il modello procedurale sostiene l’individuo nello sviluppo di comunità, quando diviene più competente e consapevole, in grado di incrementare la propria presenza attiva, il proprio potere nella comunità. A partire dal fatto che agire nella comunità procede nel senso della promozione del benessere, allo stesso tempo dell’individuo e della comunità. A tal proposito è utile ricordare una bella definizione di salute di Hans Gadamer «la salute non è un sentirsi, ma un esserci, un essere nel mondo, un essere insieme ad altri uomini ed essere occupati attivamente e positivamente dai compiti particolari della vita» (1994) ed allo stesso tempo quanto sostiene Carol Ryff che sottolinea l’analogia tra gli indicatori positivi di benessere soggettivo ed il benessere di comunità. Secondo questa autrice il benessere è qualificato da alcuni fattori che si rendono riconoscibili come indicatori di benessere.

Il primo indicatore di benessere è avere uno scopo e una direzione di vita.

Il secondo è l’essere immersi in relazioni positive con gli altri.

Il terzo è l’accettazione di sé, la stima di sé.

Il quarto è l’incremento della propria capacità di esercitare un controllo nella dimensione delle proprie situazioni di vita.

Questi indicatori di benessere soggettivo sono contemporaneamente indicatori di benessere di una comunità. Il benessere non è relativo solo al miglioramento delle condizioni materiali di esistenza della comunità, ma anche e soprattutto ad un aumento del senso di realtà e di controllo dei propri bisogni come sulle risorse. Tutto questo riguarda il singolo, come la comunità e la collettività degli individui, riguarda le organizzazioni, le associazioni: il sentirsi impegnati in una direzione di vita, sentire di condividere uno scopo comune, di condividere un destino comune e la sua costruzione positiva; di costruire all’interno e con l’esterno buone relazioni con gli altri; di sviluppare un senso di accettazione di sé e di reciprocità che aumenta la capacità di controllo sulla realtà, soprattutto in modo rispettoso delle individualità, delle singolarità.

In conclusione, ricordo il tema del progettare in modo partecipato, la sussidiarietà orizzontale, i luoghi della partecipazione: governabilità e coesione sociale sono strettamente legate, ed è evidente come una riduzione di coesione sociale comporti una riduzione della governabilità. L’obiettivo è costruire un sapere condiviso e disponibile, ed essere in grado di tradurlo in concrete capacità progettuali. Il significato reale dei progetti Skills for Life è lo sviluppo di una prassi di progettazione partecipata tra tutti i portatori di interesse, individuati come “agenti di cambiamento possibile” all’interno di una specifica comunità. Occorre riflettere se questo spazio esiste, se è possibile favorirne la moltiplicazione vitale, consapevoli che non si percorre mai una sequenza lineare che parte dal bisogno, attraversa la programmazione e produce risposte coerenti ed adeguate. La realtà vive di una complessità maggiore per cui tra i bisogni, le loro espressioni e la costruzione delle risposte sono inserite molte variabili complesse, non tutte osservabili con uno sguardo unitario.

 

 


[1] Il seguente contributo di Nicola Paulesu è stato presentato al convegno “Silenziose rivoluzioni culturali. Educarsi con la mediazione del mondo”, Firenze, 7-8 maggio 2015.

Keywords:

Riassunto: L’autore si propone di “riattualizzare” il libro di Andrea Devoto Il comportamento umano in condizioni estreme. Facendo i dovuti distinguo tra i campi di concentramento nazisti e i CIE di oggi, mette in luce le analogie dei due universi concentrazionari, sottolineando quanto essi ritornino nel corso della storia, seppure con modalità diverse. I centri di detenzione per immigrati irregolari presentano alcune caratteristiche comuni ai campi di concentramento (assenza di libertà di movimento e asimmetria tra internati e operatori) e alcune condizioni emotive sono comparabili e attualizzabili. Si pone quindi l’attenzione sul contesto che crea questi “universi” e sulla “normalità” che li circonda.

DOI: 10.1400/248406

LA PSICOLOGIA DELLA VIOLENZA E DEL CONCENTRAZIONISMO NEGLI ODIERNI FENOMENI MIGRATORI

EUROPEI E INTERNAZIONALI

 

Fabio Bracci*

*Sociologo

 

Riassunto: L’autore si propone di “riattualizzare” il libro di Andrea Devoto Il comportamento umano in condizioni estreme. Facendo i dovuti distinguo tra i campi di concentramento nazisti e i CIE di oggi, mette in luce le analogie dei due universi concentrazionari, sottolineando quanto essi ritornino nel corso della storia, seppure con modalità diverse. I centri di detenzione per immigrati irregolari presentano alcune caratteristiche comuni ai campi di concentramento (assenza di libertà di movimento e asimmetria tra internati e operatori) e alcune condizioni emotive sono comparabili e attualizzabili. Si pone quindi l’attenzione sul contesto che crea questi “universi” e sulla “normalità” che li circonda.

 

Parole chiave: campi di concentramento, immigrati irregolari, Europa, comparazione, normalità del negativo.

 

 

Abstract: The psychology of violence and of concentrationary attitudes in current European and international migratory events. The author intends, reflecting on Andrea Devoto’s book, Il comportamento umano in condizioni estreme, marks differences between Nazi concentration camps and current CIE, irregular immigrants detention camps, underlining nevertheless some analogies, such as lack of freedom and the power asymmetry between immigrants and operators. He asserts that some emotional conditions are comparable. The focus is set on the context that produces these “universes” and on the “normality” that lays around them.

Keywords: concentration camps, irregular immigrants, Europe, comparison, normality of the negative.

 

 

[1]Buonasera a tutti. Mi chiamo Fabio Bracci, sono un sociologo. Mi occupo di immigrazione da diverso tempo e come prima cosa vorrei ringraziare la Fondazione Devoto, non solo perché mi ha chiesto di coordinare questa discussione pomeridiana, ma soprattutto per avermi dato l’opportunità di partecipare a questo evento di grande livello, vista la qualità dei relatori di stamani e di oggi pomeriggio.

Il mio compito è quello di provare ad attualizzare la riflessione sul volume di cui stamani ha parlato Andrea Bigalli (Il comportamento umano in condizioni estreme, Franco Angeli, 1985)[2], attraverso un ragionamento che connetta i temi trattati in quel volume con i fenomeni migratori contemporanei. In pratica, si tratta di capire se nel libro di Devoto ci sono degli spunti - e dico subito che ce ne sono, ce ne sono tantissimi – che ci consentono di formulare delle riflessioni utili anche sul tema delle migrazioni contemporanee.

Vorrei prima di tutto partire da un aspetto personale. Questo testo merita di essere ripubblicato per i motivi che ha già spiegato Bigalli stamani e che forse emergeranno ulteriormente dalla discussione che faremo. Ma devo ammettere di fronte a voi che non avevo mai letto un testo integrale di Andrea Devoto. E mi piace sottolineare per prima cosa che quello che mi ha più colpito, oltre ai contenuti, è la chiarezza espositiva. Andrea Devoto scriveva per farsi capire: questo è evidente, perché tratta un tema complesso in modo molto semplice, lineare, mostrando una grande nitidezza di pensiero. Se in questo spazio di discussione riusciremo ad avere almeno una parte di quella stessa nitidezza, chiarezza, semplicità di esposizione che caratterizza il libro di Devoto, alla fine avremo fatto un buon lavoro.

Prima di entrare nel vivo della mia riflessione vorrei fare altre due premesse. La prima riguarda il tema di questo intervento, reso evidente dal titolo stesso di questa sessione, vale a dire l’accostamento fra i lager nazisti e l’universo concentrazionario che riguarda le migrazioni. E’ ovvio che i lager hanno una caratteristica di unicità innegabile. Come viene detto nel libro, nei campi nazisti la morte era un fatto endemico. Si moriva, come diceva Primo Levi, per un sì o per un no. I prigionieri vivevano e sopravvivevano per caso, e questo resta un aspetto drammaticamente distintivo dell’esperienza di quei campi. Se però proviamo a fare una riflessione sui nessi che collegano i campi di concentramento nazisti con ciò che è successo prima e ciò che è successo dopo, credo che non corriamo il rischio di relativizzare l’unicità dell’esperienza concentrazionaria; quell’esperienza possiamo infatti ricondurla, situarla, collocarla all’interno di un ragionamento più ampio e quindi anche più produttivo. Anche perché, ed anche questo mi fa piacere ricordarlo in premessa, nel suo libro Devoto stesso ricorda, esercitandosi nell’arte della distinzione, che i campi di concentramento non erano tutti uguali. C’erano i campi così detti ‘selvaggi’, deputati allo sterminio e quindi all’eliminazione totale delle persone che vi erano internate. C’erano però anche dei campi più simili a quelli che abbiamo conosciuto prima e dopo, e c’erano infine dei campi di prigionia che offrivano condizioni di detenzione differenziate in base alla nazionalità dei prigionieri che vi erano ospitati. Oggi sappiamo bene che i militari inglesi o francesi potevano ricevere un trattamento coerente o almeno compatibile con le convenzioni internazionali dell’epoca. Tutt’altra cosa accadeva per i sovietici, compresi i militari e gli ufficiali: nei loro confronti il trattamento detentivo era quello riservato alle componenti cosiddette ‘subumane’. Questo aspetto è molto importante, perché esercitare l’arte della distinzione ci aiuta a collocare storicamente l’evento ‘campi di concentramento’ ed anche ad affrontare in modo appropriato il ragionamento sull’attualizzazione dell’universo concentrazionario.

Seconda questione: quando si parla di universo concentrazionario con riferimento all’immigrazione, si fa riferimento a qualcosa che riusciamo a comprendere abbastanza bene intuitivamente, ma che poi è difficile distinguere dal punto di vista delle caratteristiche dei luoghi, dei centri, degli spazi che possono essere realmente collocati sotto questa etichetta. Molto grossolanamente direi che possiamo comprendere all’interno di questa categoria due macro tipologie di campi e centri di detenzione per migranti. Il primo tipo è quello che è noto da noi come CIE. Fondamentalmente sono i centri di detenzione amministrativa nei quali le persone vi vengono trattenute perché sono irregolari. Da noi si chiamano CIE, in Francia si chiamano CRA, in Germania si chiamano in un altro modo: le caratteristiche sono diverse ma quello che accomuna queste strutture è che le persone vi sono detenute - la loro libertà personale è quindi ristretta e limitata - perché non sono in regola con le norme nazionali sul soggiorno. Vi è poi una seconda tipologia di campi, che sono i campi teoricamente pensati per l’accoglienza, penso a quelli che vanno sotto la definizione di ‘campi profughi’. Anche questi campi, per ragioni di fatto che talvolta diventano anche ragioni di diritto, per l’assenza di alternative, o per la collocazione geopolitica dei luoghi in cui si trovano, diventano spazi dai quali non si può uscire liberamente. In qualche caso sono gli unici luoghi dove si può ricevere un sostentamento e si può avere garantita la sopravvivenza.

Ciò che accumuna queste due macrotipologie - e questo Devoto lo ricorda citando Erving Goffman - è la loro condizione di ‘istituzioni totali’. Poiché ‘istituzioni’ totali è una locuzione che si usa spesso, occorre rispondere ad una domanda preliminare: quali sono esattamente le caratteristiche delle ‘istituzioni totali’? Sono due. La prima è la connotazione totalizzante dal punto di vista spaziotemporale. Da questi luoghi non si può uscire - come si è appena detto, in qualche caso per un obbligo giuridico, in qualche altro per un vincolo fattuale - e tutta la vita degli internati si svolge all’interno di quegli spazi. Il secondo elemento che discende dal primo è che le interazioni umane che vi si svolgono sono segnate da una totale asimmetria di potere tra gli internati e gli operatori. Si tratta di aspetti centrali, lo ha ricordato Bigalli stamani, anche rispetto all’attualità dei campi e dei centri contemporanei. Chi ha visto come sono architettonicamente costruiti i CIE e dove sono fisicamente ubicati ha subito molto chiara la percezione della loro separatezza dal contesto sociale; in altre parole, coglie immediatamente la loro natura di spazio del tutto avulso dal contesto urbanistico, ambientale ed architettonico circostante.

Partendo da queste premesse si comprende meglio perché non deve apparire sacrilega la comparazione tra i vissuti di persone che sono state internate nei campi di concentramento nazisti e le esperienze di persone – rese note dagli stessi testimoni ma anche da volumi più o meno specialistici o da documentari – internate in ‘centri per migranti’. Tenendo continuamente in considerazione la premessa iniziale sulla finalizzazione di una parte dei campi di concentramento nazisti all’eliminazione totale delle persone che vi erano detenute, e con le dovute differenze di grado e di intensità, ci sono non pochi aspetti comuni alle due esperienze. Esercitando quindi quell’arte della distinzione di cui parlavo all’inizio, si può affermare che alcune condizioni emotive e psicologiche sono comparabili ed attualizzabili. A partire per esempio da quella di cui parlava Bigalli stamani, la ‘situazione estrema’ citata da Bettelheim. Quando Bettelheim parlava di ‘situazione estrema’ si riferiva ad una condizione drammaticamente semplice, al senso di totale sradicamento delle persone che si trovavano all’interno dei campi di concentramento. Questo è un elemento che ritroviamo nelle persone che sono obbligate a vivere dentro i CIE. Pensiamo all’assoluta mancanza di regole che vi regna, considerato che anche dentro i CIE le norme che regolano le attività e la condotta di vita dei detenuti sono quasi sempre poco chiare (quando non addirittura inesistenti). Molto spesso anche per gli aspetti più banali - dal bere, al fumare, al mangiare, a come ci si muove all’interno della struttura recintata - la regolamentazione avviene su basi informali o del tutto arbitrarie. C’è poi il tema della non comprensibilità della propria condizione da parte degli internati: per molti migranti è evidente – analogamente a quanto Devoto sottolinea a proposito dei detenuti nei lager – la non comprensione del motivo per cui ad un certo momento della vita ci si trova in quel tipo di luogo. Un altro elemento che richiama quelli descritti da Devoto è il rituale di spoliazione al momento dell’ingresso del campo. Anche nei CIE, oggi, i detenuti sono privati e quindi ‘denudati’ di tutto ciò che ricorda loro la vita che vivevano prima di entrare in quella ‘istituzione totale’.

Detto questo, occorre ora affrontare un punto dirimente, che è allo stesso tempo politico e simbolico e che rappresenta anche l’elemento di maggiore attualità del tema che trattiamo. Anche in questo caso forse quello che sto per dire può sembrare molto provocatorio: così come nel periodo nazista l’ideologia hitleriana produceva campi di concentramento dotati di quelle caratteristiche, oggi è l’ideologia diffusa nei nostri contesti a produrre le chiusure e i confinamenti di cui stiamo parlando. Ovviamente oggi in Europa non abbiamo Stati istituzionalmente e programmaticamente vocati alla espressione di un pensiero razzista paragonabile con l’ideologia hitleriana. Abbiamo però non pochi Stati che esprimono, implicitamente o esplicitamente – e questo lo si vede chiaramente nel dibattito anche drammatico in corso a livello UE – posizioni escludenti, ottuse, chiuse, che riflettono l’atteggiamento delle opinioni pubbliche verso i migranti (in una sorta di gioco di specchi fra le opinioni pubbliche e i governi nazionali). Cosa voglio dire? Voglio dire che i campi sono null’altro che l’espressione delle nostre paure – delle nostre ideologie fondate sulle paure –, e quindi nient’altro che l’espressione dell’ideologia prevalente all’interno dei nostri Paesi. E questo riguarda l’orientamento complessivo dell’Unione Europea, perché credo che poche cose diano il senso della riduzione dell’idea di Europa, che è una bella idea - io mi sento profondamente europeista ed europeo -, poche cose danno il senso della tristezza a cui si riduce la dimensione europea oggi, quanto le proposte che circolano per affrontare i drammi umani legati ai flussi migratori. Don Ciotti su questo ha fatto degli esempi evidenti, ad esempio quando ha parlato della proposta di bombardare gli scafisti. Questo significa ridurre l’Europa, con tutta la sua retorica e tutti i suoi princìpi, davvero a poca cosa. Perché bombardare gli scafisti, al di là dell’efficacia e dell’utilità in sé dell’operazione, non interviene sull’elemento dirimente, che è il fenomeno che produce la domanda di migrazioni e la domanda di scafisti, per dirla in termini brutalmente economici. Ripetiamocelo, anche se è ovvio: ci sono gli scafisti perché c’è una domanda di migrazione verso i Paesi occidentali. La quale domanda, ed anche qui semplifico per ragioni di brevità, è comunque determinata anche - si può decidere in quale misura, ma il nesso causale non è in dubbio – dalle scelte e dalle politiche dei nostri governi. Se noi osserviamo quali sono i Paesi dai quali provengono i migranti in questo momento, penso alla Libia e penso alla Siria, quelli sono Stati che non esistono più in gran parte per il tipo di politiche che sono state adottate nei loro confronti dalle potenze occidentali. Quindi i campi, i muri - perché noi non ce lo ricordiamo, ma sull’Evros, al confine fra la Turchia e la Grecia, c’è un muro; a Ceuta e Melilla, dove ci sono le due enclaves spagnole, c’è un muro; le guardie spagnole sparano quando i migranti marocchini o africani cercano di saltare questi muri, che poi non sono muri, ma valichi di filo spinato – ecco, questi luoghi di confinamento, questi luoghi di chiusura, sono l’espressione più plastica ed evidente del nostro modo di relazionarci al tema dei flussi migratori internazionali.

Da qui, da questo orientamento, deriva tutto il resto, compreso lo ‘stoccaggio’ delle persone dentro questi luoghi e l’idea che queste persone siano persone ‘in sospeso’. C’è un bel libro di diversi anni fa di Federico Rahola che s’intitola non a caso ‘Zone definitivamente temporanee’. Vi si parla dei luoghi in cui queste persone si trovano a vivere – ‘istituzioni totali’, come dicevo prima -, in una condizione di perenne sospensione. Questa condizione non è altro che il prodotto del nostro atteggiamento prevalente oggi. Atteggiamento prevalente che ha una finalità - e questo è il punto secondo me più importante di tutti, lo ripeto - politica e simbolica. Questi luoghi sono infatti luoghi di confinamento e di separazione dell’appartenenza tra un ‘noi’ e un ‘loro’. Tra chi è così fortunato da avere vinto la lotteria del luogo di nascita e chi non ha avuto questa fortuna. Il punto è che questa lotteria e queste dicotomie inventate tra presunti ‘Noi’ e presunti ‘Loro’ dovremmo ricordarcele sempre. Nel libro di Devoto ci sono molti passaggi - ne ho contati quindici o venti - in cui l’autore dice: attenzione, i nazisti erano persone normali, non stiamo parlando di mostri, non stiamo parlando di demoni, stiamo parlando, come diceva un autore citato dallo stesso Devoto, di ‘omicidi da tavolino’. Stiamo parlando di persone che la sera tornavano a casa, avevano un atteggiamento accuditivo nei confronti dei figli, erano amorevoli nei confronti delle persone che stavano loro accanto. Quello che preme a Devoto – e soprattutto in questi passaggi si sente un’urgenza che è espressa con la nitidezza di pensiero di cui parlavo all’inizio – è riflettere sul ‘nazista che è in noi’. Questa è l’urgenza che lo muove quando riflette, per esempio, sulle pratiche che a livello sociale promuovono l’aggressività di cui parlava Bigalli stamani. Tutto quel capitolo è un capitolo in cui Devoto dice: guardate che il nazista può essere veramente l’uomo della porta accanto, oppure anche noi stessi in determinate condizioni. Se si pensa a ciò che fa montare l’ondata antimigratoria o contro lo straniero, è evidente che la crisi economica, tutti i fattori che incidono sulla percezione della perdita di status, possono portare, se alimentati dall’esterno e dai fattori che noi vediamo oggi all’opera, in una direzione letteralmente sconvolgente. Nel 1985 questa riflessione di Devoto era già straordinariamente anticipatrice.

Vado a chiudere questo intervento. Devoto non vuole essere rassicurante. La sua finalità è quella di riflettere su ciò che è accaduto ma allargando lo sguardo, allargando il quadro, non limitandosi ad analizzare l’esperienza dei campi di concentramento nazisti come se si trattasse di un unicum. Tra i tanti libri che trattano l’esperienza dei campi e che ricollegano l’universo concentrazionario con il tema delle migrazioni ce n’è uno che ricostruisce la storia del ‘900 attraverso la storia dell’evoluzione dei campi di detenzione. Credo sia sorprendente per tanti sapere che il primo campo con filo spinato, con le caratteristiche che diventeranno tristemente note e diffuse nei decenni successivi, fu istituito dagli spagnoli nel 1896 a Cuba. Furono i Paesi coloniali, prima gli spagnoli a Cuba, poi gli inglesi in Sudafrica con i boeri, a ‘fondare’ questo tipo di istituzione. E quindi questa non è una storia che possiamo circoscrivere al periodo nazista. Alla fine, è tutto drammaticamente e tristemente umano. E la citazione finale del libro, che è tratta da “Uomini e no” di Vittorini, ci ricorda proprio questo. Il modo in cui molti si pongono nei confronti delle migrazioni contemporanee non è radicalmente estraneo rispetto all’atteggiamento collettivo che ha caratterizzato momenti eccezionalmente drammatici della nostra storia. I presupposti, i semi di una possibile drammatica evoluzione in quella direzione, o in una altrettanto avversa, sono presenti anche ora.

Un’ultima osservazione. Leggendo Devoto, a proposito di quanto ci sentiamo scissi fra il senso di appartenenza all’Unione e quello che l’Unione è realmente sul tema delle migrazioni, mi è venuto in mente un libro di un’autrice bosniaca nata a Srebrenica. In quel volume questa autrice ricordava come nel 1992 molte persone, in particolare donne e bambini, lasciarono Srebrenica perché la città era assediata: lei ricorda che quando quelle persone avevano deciso di lasciare la cittadina erano comunque convinte di poterci ritornare dopo una settimana. E perché erano convinte di poterci tornare così presto? Perché – dicevano, e questo era il refrain che si raccontavano tra di loro - erano cittadini di un paese europeo. Non erano nell’Unione ma si sentivano europei. Ecco, quelle persone non sono state garantite dall’essere parte dell’Europa. Né noi, credo, dobbiamo sentirci garantiti dal fatto di appartenere a Paesi che non promuovono istituzionalmente il razzismo e la discriminazione: per ripetere una cosa che è stata detta ripetutamente da don Ciotti e da altri, dobbiamo stare continuamente all’erta. Perché recludere delle persone prive di permesso di soggiorno, – ricordiamoci tutto il battage sul reato di immigrazione irregolare – e quindi privarle della libertà personale, persegue finalità che sono esclusivamente simboliche, e la legislazione simbolica è un passo verso il baratro. Se osserviamo i dati, notiamo che nel 2013 i migranti espulsi dopo essere passati dai CIE sono stati meno dell’1% del totale degli irregolari stimati nello stesso anno. Questa percentuale ridottissima vuol dire che i CIE non sono ‘utili’ nemmeno rispetto ai fini che si prefiggono sulla carta, che sono quelli di favorire – in teoria - l’espulsione attraverso l’identificazione delle persone. Fare una riflessione su questi aspetti agganciandola ad un grande libro che spero sia presto ripubblicato, come quello di Andrea Devoto, è dunque un’operazione intellettualmente fondamentale. Intellettualmente, ma anche politicamente: perché, ripeto, ricordare non è semplicemente un dovere morale ma implica l’obbligo di tenere in mente la normalità del negativo. Nulla di più, ma neanche nulla di meno di questo.

 


[1] Il seguente contributo di Fabio Bracci è stato presentato al convegno “Silenziose rivoluzioni culturali. Educarsi con la mediazione del mondo”, Firenze, 7-8 maggio 2015.

[2] L’autore fa riferimento a un intervento di Andrea Bigalli tenuto nella seconda giornata del convegno “Silenziose rivoluzioni culturali”, non pubblicato in questa sede.

Keywords:

Riassunto: Questo contributo di Andrea Bigalli è una riflessione, personale e non solo, sul tema della Storia e Memoria. Nel mondo di oggi, dove tutto è filtrato dalla rete e dal virtuale, sembra essere sparita, soprattutto tra le giovani generazioni, la dimensione della Storia, intesa sia come storia culturale del proprio paese e del suo vissuto, la Storia con la S maiuscola, come lui stesso afferma, e sia come storie proprie di vita e testimonianze vere. Stiamo assistendo ad una crisi della cultura storica e di conseguenza anche della Memoria, la quale non possiede più basi su cui appoggiarsi. L’autore compie un viaggio alla scoperta delle cause che hanno scatenato questa crisi, trattando anche di altri temi correlati, come quello del genocidio. Infine viene posta la domanda retorica se sia possibile in questo mondo, in futuro, riacquistare la Storia e la sua Memoria e riacquisire anche la capacità di raccontare le storie, con l’auspicio di ritrovare l’equilibrio perduto. 

DOI: 10.1400/248407

 

STORIA E STORIE

DOLORE, EVOLUZIONE E GIOIA

 

Andrea Bigalli*

*Coordinamento Libera Toscana

 

Riassunto: Questo contributo di Andrea Bigalli è una riflessione, personale e non solo, sul tema della Storia e Memoria. Nel mondo di oggi, dove tutto è filtrato dalla rete e dal virtuale, sembra essere sparita, soprattutto tra le giovani generazioni, la dimensione della Storia, intesa sia come storia culturale del proprio paese e del suo vissuto, la Storia con la S maiuscola, come lui stesso afferma, e sia come storie proprie di vita e testimonianze vere. Stiamo assistendo ad una crisi della cultura storica e di conseguenza anche della Memoria, la quale non possiede più basi su cui appoggiarsi. L’autore compie un viaggio alla scoperta delle cause che hanno scatenato questa crisi, trattando anche di altri temi correlati, come quello del genocidio. Infine viene posta la domanda retorica se sia possibile in questo mondo, in futuro, riacquistare la Storia e la sua Memoria e riacquisire anche la capacità di raccontare le storie, con l’auspicio di ritrovare l’equilibrio perduto.

Parole chiave: storia e storie, memoria, testimonianze, genocidio, crisi.

Abstract: History and stories, pain evolution and joy. This text discusses the themes of History and Memory. In the world of today, deeply conditioned by virtuality, the dimension of history tends to disappear, especially for young generations. It is a cultural problem. This happens to the history of countries and of communities, so that is increasingly difficult for persons to share and participate in the cultural history of their own country, but it also happens to personal stories and life experiences. We are facing a crisis of memory, which has to do with the roots of our identity. The author identifies the causes of this crisis, dealing about correlated themes, such as genocide. Will it be possible in future to recover both History and Memory and even to reacquire the capability to tell and share stories?

Key words: history and stories, memory, testimonials, genocide, crisis.

 

 

 

[1]Fa piacere condividere questo ulteriore passaggio della storia della Fondazione Devoto che di convegno in convegno, di proposta in proposta, definisce sempre meglio quello che dovrebbe essere il suo percorso anche in questa storia che ci appartiene. Credo che sia molto importante, a proposito di cose scontate da evitare, non dare per acquisita questa dimensione della necessità della Memoria. Nel corso degli anni abbiamo visto ridefinirsi l’urgenza di riflettere su quello che è accaduto. Quindi il tema della lettura storica, non solo il tema del ricordare ma del ricordare in una certa prospettiva. E credo che tutti noi siamo di fronte anche alla grande difficoltà nel valutare che cosa rimane anche di un certo slancio ideale, di una certa prospettiva in un contesto storico come questo, in cui sembra sempre più difficile fare appassionare qualcuno a qualcosa. E quando ciò a cui bisogna appassionarsi è una cosa così importante e così significativa come quella realtà dell’oggi che ci consente di traghettare meglio al domani, ecco qui la cosa è fondamentale.

Riflettevo che se si parla magari a qualcuno un po’ più giovane di noi di memoria, l’attenzione corre immediatamente alla capacità del proprio personal pc, o del proprio tablet: quanta memoria possiede il mio strumento tecnologico? Non sottovalutiamo questo elemento. Teniamo presente che, per quello che ci riguarda, la memoria non è semplicemente la capacità di gestire molte informazioni e gestirle velocemente. Perché se ci pensate bene, per quello che interessa a noi, la finalità è completamente opposta. Cioè che le cose che sappiamo ci entrino dentro, quindi non ci importa gestirle velocemente ma ci importa piuttosto renderle parte integrante della nostra realtà di vita e poi che non siano informazioni, ma che siano elementi di formazione, cioè che siano degli elementi che sono in grado di dare ad ognuno di noi una struttura. Dove struttura vuol dire quella prospettiva per cui ognuno si cala nella realtà del proprio vivere in relazione a come è strutturato e riesce a dare risposte in un senso oppure in un altro. Inoltre se parliamo di quell’altro livello di memoria, quello appunto che sta arrivando dalla prospettiva tecnologica, ricordiamoci che il rischio grosso è quello della virtualizzazione. Cioè l’impossibilità di capire che alcune cose sono vere, sono state vere, continuano ad essere vere, perché noi rischiamo di filtrare questo mondo attraverso ciò che ci viene comunicato dalla rete. Nella conversazione che abbiamo fatto questa mattina, durante l’insediamento del Comitato Tecnico Scientifico, abbiamo riflettuto una volta di più sul tema. Per esempio c’è il grosso rischio che i poveri non esistano perché non sono registrati mediaticamente. Come tante realtà di disagio e di messa in discussione di alcuni parametri, se rimangono sommersi a livello mediatico poi non esistono più. E’ come se, per risolvere il problema dello smog, anziché preoccuparsi di diminuire il livello delle polveri sottili, semplicemente si ritarassero oltre soglia le centraline. Siamo di fronte anche ad una estrema velocità di metabolizzazione, non soltanto delle informazioni, ma anche delle grandi emozioni che dovrebbero essere collegate alle informazioni. Per cui avete visto per esempio questa tematica della qualità dell’aria nelle grandi città, chissà come mai magicamente si è esaurita. Quando le cose spariscono dagli schermi televisivi, dalle pagine dei giornali, allora automaticamente i problemi finiscono di esistere.

Questo ci porrebbe subito una problematica, su cui però non vorrei soffermarmi più di tanto, ed è: allora come si fa a rendere, in un contesto informatico, una dimensione di memoria su realtà così essenziali che non possono essere negate? Qui forse ci vogliono anche risposte di ordine tecnico che io non sono in grado di affrontare. Credo che variare i linguaggi sia qualcosa di importante e significativo, però attenzione perché, come diceva McLuhan, il messaggio diventa il messaggero e viceversa. Quindi c'è una qualità della comunicazione, su alcune tematiche, che non potrà mai essere quella virtuale. Su questa dimensione specifica della memoria, bisogna andare, bisogna capire. Come direbbe Tabucchi, non si rinchiude il reale in una cornice. Quindi bisogna anche andare a sentire gli odori, vedere i colori in un certo modo, non ci si può accontentare di una rappresentazione. Questa è una difficoltà su cui bisogna lavorare. Anche perché bisogna, nello spirito di realtà, mettere in conto che noi siamo in un contesto di ignoranza informatica. Abbiamo una sovrabbondanza di informazioni, ma questa sovrabbondanza non produce comunque l'essere colti. Essere colti vuol dire essere in grado di essere coltivati, cioè arrivano in te dei semi a cui tu puoi dare vita perché c'è qualcosa da raccogliere, perché da te può crescere, può germinare qualcosa. Ognuno dovrebbe essere in grado di esprimere una fecondità di vita. Che poi è quella delle azioni, della professionalità, dello stare insieme, delle relazioni affettive. Ecco, noi in questa dimensione rischiamo di essere incapaci di recepire certi segnali, e quindi ribadisco, l'abbondanza dell'informazione in realtà non ci conduce a cambiare alcuni elementi della nostra vita e a interagire. Il dato che spesso cito, relativo al 47% di analfabeti funzionali fornito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità riguardo al nostro Paese, è un dato di emergenza assoluta. Vuol dire che quasi metà di questo Paese non riesce più a porsi di fronte alle opinioni altrui con dei linguaggi comuni che gli consentano di giudicare anche con altre esperienze, non solo attraverso la propria. In questo contesto, capite bene, il revisionismo è possibile e ogni rilettura in una certa chiave diventa del tutto accessibile. Se non c'è cultura, la memoria non ha sovrastruttura in condizione di riorganizzare la coscienza. Anche questa è una tematica fondamentale su cui bisognerà lavorare, erroneamente è stata considerata una questione di ordine etico-religioso, non è così. La coscienza è una questione fondamentale per l'esistere in quanto tale, anzi dovrebbe essere il tema principale della società condivisa e quindi in particolare della cultura laica, perché vuol dire confrontarsi appunto con quell'elemento che mi consente di attingere a quello che sto vivendo, perché giorno per giorno devo provare ad esprimere il senso di giustizia in quello che vivo. Il mio presidente nazionale, don Luigi Ciotti, affermò una cosa molto bella al convegno della Fondazione Devoto dello scorso maggio, dicendo che la giustizia comincia un passo avanti a me. Cioè io sono comunque nella tensione di dover realizzare ciò che è giustizia per questo mondo. E allora sì, questo è il contesto, questo è, se volete anche per certi aspetti, l'emergenza e la povertà che stiamo affrontando e gestendo.

Noi che cosa possiamo provare a opporre, su che cosa possiamo provare allora a riproporre dei livelli di memoria, soprattutto di cultura della memoria? Heinrich Böll diceva che siamo nati per ricordare. Siamo strutturalmente costituiti perché la nostra vita si motivi sul ricordo. Come si fa allora a riattivare questo principio? E' il titolo che ho provato a dare a questa riflessione. C'è la Storia con la S maiuscola e ci sono le storie. In ogni livello scientifico le storie personali hanno fatto la loro irruzione, si sostiene che l'osservatore non può comunque essere neutrale, nemmeno davanti al pensiero scientifico, entra comunque nella dinamica di quello che sta trattando. Quando noi parliamo di scienze umane, scienze sociali, riflessione storica e filosofia, il vissuto emerge con chiarezza. Ognuno impara e comunica attraverso la propria storia. Con le storie si recupera evidentemente un altro livello di conoscenza e quindi si può provare anche a strutturare un'altra prospettiva di memoria. La storia culturalmente efficace, quella che si può trasmettere, quella che poi funziona, quella che resta, è sicuramente una storia che si tesse di storie, che raccontiamo attraverso le storie. Le storie particolarmente significative sono quelle che noi chiamiamo testimonianze e ricordiamoci che all'interno di un processo la testimonianza serve ad affermare la verità. Se c'è una conseguenza nefasta del cosiddetto 'pensiero debole', che considero comunque migliore del fondamentalismo, è indubbio che perdere il senso di verità in una collettività diventa una cosa grave. Che non esista una verità collettiva che ci orienta tutti quanti, citiamo Popper, quanto meno un ideale regolativo, questo è sicuramente un dramma per un passaggio storico. Stiamo attraversando questa dimensione, l'ignoranza è anche ignoranza della ricerca della verità. Mi riferisco non alla verità aggressiva, non alla verità che schiaccia, ma alla verità che è costitutiva appunto dei percorsi comuni. Su questo sicuramente la nostra società si deve ricentrare per capire, ancora una volta, che senza verità la problematica della memoria diventa faticosa. La verità che ci interessa sullo specifico è determinare anche dei ruoli. Forse non possono essere mai troppo rigidi, come ci ha insegnato Hannah Arendt, però ad un certo punto io devo capire chi è stato il carnefice e chi è stato la vittima, perché la dimensione fondamentale delle culture degne di questo nome è tutelare le vittime contro i loro carnefici. Se volete anche la grande dimensione etica, che può scaturire dalla vita di ognuno, è identificare, come diceva Camus, chi sono le vittime e porsi contro i flagelli. Se non sussiste questo livello di verità non siamo in condizione di farlo assolutamente.

Le storie, se ci pensate bene, di che cosa si nutrono? Di narrazione. Quindi faccio un piccolo inciso su cosa significa provare a narrare le storie in un certo modo, quale è il livello di narrazione delle storie che ci interessa per costituire un livello adeguato di memoria. Ricordiamoci che le storie, così come sono state narrate generazione dopo generazione, sono potenzialità di conoscenza. Non so se qualcuno di voi conosce la rilettura dell'Iliade fatta da Alessandro Baricco, il quale racconta una cosa molto interessante: i poemi omerici non erano tanto testi poetici quanto testi di comunicazione di saperi anche a volte più immediati e concreti di quanto non possa sembrare. Bisogna raccontare come si ormeggia una nave in porto, bisogna raccontare come si fa uno scudo, e questi sono testi che hanno questa potenzialità. Ricordiamoci di questo dato celeberrimo: nella Grecia della prima democrazia si era pagati per assistere alle tragedie, quindi per confrontarsi su delle strutture narrative; erano educative perché comunicano del senso. Poi, se mi consentite di entrare nell'ambito della mia cultura di riferimento, il racconto dell'Esodo, dei vari racconti dei vari esodi che il popolo ebraico ha conosciuto, sono molto affascinanti, c'è un esodo, il primo, di un popolo che va ad identificare una terra che non conosce, ma c'è un secondo esodo, dopo la deportazione a Babilonia, per cui questi, dopo settanta anni di esilio, devono tornare a casa e lungo il deserto la strada è disegnata evidentemente dai racconti di chi c'era stato a Gerusalemme. Una generazione trasmette a quella successiva le storie per tornare a casa. I Wu Ming hanno denominato Storie per attraversare il deserto una raccolta di articoli pubblicata sul loro blog. E' un titolo centrato, noi abbiamo bisogno sicuramente di storie per traversare il deserto, le comunicazioni orali della nostra vita quotidiana che ad un certo punto, però, devono divenire storie acquisite e condivise. Non so se qualcuno ha letto l'ultimo romanzo di Maurizio Maggiani, Il romanzo della Nazione, che contiene proprio l'idea del narrare addirittura la propria sfera personale su un livello anche a volte brutale, di propri rapporti parentali, per raccontare poi la storia di tutti. E' il grande meccanismo del cinema, della narrazione visiva. C’è un dibattito, non so se lo avete mai sfiorato, sulla fine delle storie. Qualcuno dice ormai che la narrativa, il cinema, tutti continuano a riproporci la stessa storia, non perché ci sono remake, ma perché le storie davvero sono finite. C'è un dato del 2015 molto interessante: il 2015 è il primo anno in cui si è consumata più musica vecchia rispetto alla musica nuova. Cioè il mercato ha recepito meno musica di produzione recente, rispetto alla musica del passato, si è comprato musica già conosciuta rispetto a musica nuova. Vi sembrerà una cosa banale ma, appunto, il fenomeno può forse essere letto con l'esaurimento delle storie. E come si fa, da questo punto di vista? Forse le storie allora vanno recuperate e rilette in un'altra prospettiva, appunto quella delle storie per attraversare il deserto. Quale è il deserto più urgente da definire?

Purtroppo bisogna fare riferimento a quello da cui si è partiti, cioè la memoria come la concepiva Andrea Devoto, la memoria del 'gorgo oscuro del Novecento', perché la memoria con cui dobbiamo confrontarci è ancora la memoria del genocidio. Non solo quello passato, però, anche quello presente. Attenzione, sappiamo benissimo che nella storia si sono succeduti genocidi anche più consistenti di quello perpetrato dal nazismo, ancora più cruenti. Prendiamo a riferimento la Shoah però, perché la Shoah ha avuto alcune sintesi particolarmente inquietanti: il grande cuore della cultura europea che produce uno sterminio di massa di quella proporzione, soprattutto attuato con dimensione di scientificità. Davvero la Shoah è la quintessenza di quella contemporaneità, è lo sforzo collettivo per applicare principi industriali e tecnologici alla dinamica dello sterminio. Cito sempre un dato che mi ha folgorato: la IBM faceva le macchine per contare e il nazismo se ne comprò diverse di queste macchine per tenere la contabilità dello sterminio. I tatuaggi con i numeri servivano a quello, si voleva registrare lo sterminio. O si cede all'idea che ci sia soltanto follia in questo, oppure, come dice Shakespeare, una follia che comunque ha del metodo. Cioè che comunque persegue le finalità e quindi rientra in una logica che, se volete, è quella della produzione di massa. Come io produco in massa, così opero sterminio in massa. E qui i dati. I dati della contemporaneità. Ce n'è uno brutale di pochi giorni fa di Oxfam, questa grande organizzazione che contrasta la povertà e la fame, che ci dice che 62 persone da sole possiedono praticamente metà di questo pianeta, anzi, un pochino più della metà. La diseguaglianza è fattore di genocidio, questo lo sappiamo. Goldkorn ammoniva, lui intellettuale e giornalista di cultura ebraica, a non fare commemorazione della Shoah senza ricordare quelli che se ne stanno andando a fondo nel Mediterraneo. Soprattutto la percentuale impressionante di bambini. Sono perfettamente d'accordo con lui. Bisogna riflettere sul perché le persone si muovono, che cos'è un'economia di guerra, che cos'è il genocidio della guerra ma anche il genocidio che si costruisce quando si assumono certe condizioni del mercato neoliberista e quindi si costringono alcuni Paesi a fare la guerra, che probabilmente hanno i loro orientamenti politici già definiti ma comunque, sappiamo bene, sono sottoposti a pressioni di tipo preciso e determinato in tale senso. Che cosa significa accettare una politica, anche locale, che continua a investire sul mercato della morte e non investe sulla dimensione della prospettiva di vita. Le guerre, come ammoniva Balducci, si preparano con la cultura di guerra e allora la pace va preparata con la cultura di pace. A quella storia che le guerre si evitano con la cultura di guerra, spero che nessuno di noi creda più, io di sicuro non ci credo più da tanto tempo. Anzi, senza che nessuno si offenda, mi vergognerei a crederci. Perché se lo traducete sul piano della vita ordinaria e compiuta escono delle cose inquietanti. Però ricordiamoci che è genocidio anche quel fenomeno che non cito per necessità di cronaca e nemmeno per voler allargare a tutti i costi la prospettiva, il genocidio che si trasforma in ginocidio: l'uccisione sistematica delle donne da parte dei maschi e dei poteri maschili. Questo è un dato su cui occorre riflettere. Siamo in una fase storica in cui i delitti violenti in cento anni si sono ridotti del 90% però, si osservava prima con Patrizia Meringolo, questa filiera di vicinanza dell'omicidio violento si è incredibilmente riavvicinata a tutta una serie di rapporti intrafamiliari: si muore per mano delle persone che ti dovrebbero amare, si muore per mano delle persone che hanno il tuo stesso vincolo di sangue, si muore per delle dinamiche che forse non valutavamo più in condizione di produrre nei numeri così consistenti, cioè la dimensione dell'amore frainteso e rinnegato. Frainteso, che nessuno osi più definirli delitti di passione. La passione sana non c'entra niente, lì c'è solo la patologia omicida e forse anche una certa cultura che imprigiona le donne nel possesso maschile. Quindi elementi su cui riflettere. Noi siamo sempre molto pronti a tutelarci dall'altro, quindi tutti gli apparati anche mediatici di messa in discussione, di messa in allarme, del pregiudizio palesemente dichiarato. Poi dobbiamo constatare invece che chi ci uccide sono persone del tutto simili a noi, anzi, all'interno della nostra stessa realtà familiare. A proposito faccio un breve inciso. A me tutto questo parlare di famiglia sta procurando un po' di nausea, perché io un po' di distingui li vorrei. Mettiamoci d'accordo su cosa è veramente famiglia e cominciamo a dire che la famiglia sbagliata è quella che educa alla violenza, al maschilismo, al sopruso. Perché noi ci trastulliamo con dei modelli di famiglia che non sono quelli che servono davvero, quindi prima di affrontare altre tematiche, ci tengo a dire che la famiglia da tutelare non è la famiglia che educa al consumismo, al neoliberismo, all'ideologia borghese, alla cultura della massimizzazione del profitto, come scrive opportunamente papa Francesco. E meno male che qualcuno si ricorda anche del grande dogma della massimizzazione del profitto, che ti porta ad annientare l'altro come soggetto. L'altro è funzionale soltanto alla tua dimensione economica, alla tua sfera di piacere, alla tua realizzazione personale, se esce da questa dinamica lo sopprimi. Ricordiamoci, il problema non è solo la diversità ma è la diversità che non porta vantaggio a me.

Siamo di fronte anche a questa metamorfosi del concetto di genocidio con cui stiamo cercando di confrontarci. E quindi la memoria, così come ci stiamo proponendo anche di analizzare è sovente dolore, questo va messo in conto. Allora, l'ho specificato nel titolo del mio intervento, Storia e Storie, dolore, indubbiamente, un dolore enorme. Se pensate a quanto gli esseri umani hanno scritto sulla dimensione della guerra, sulla dimensione del genocidio, dell'annientamento culturale, dell'annientamento sociale, quanto noi possiamo constatare adesso. I numeri sul possesso del mondo, sulla mancata distribuzione delle ricchezze, sono i numeri della sofferenza. Le storie di chi se ne va, non sono le storie di chi sta invadendo il nostro continente ma è la storia della sofferenza di chi ha molto subito e probabilmente molto verrà a subire anche qui. Lo straniamento, la distanza, la difficoltà, la fatica, tutta una serie di realtà. E qui allora forse c'è un passaggio molto importante: se la memoria può essere una dimensione così nobile, così significativa - raccogliere la dimensione della sofferenza umana -, noi a questa memoria cosa chiediamo? Cosa vogliamo che esprima questa memoria? Io vedo che, come dice anche il titolo del nostro convegno, la memoria seria ci deve dare futuro. Deve forse indurci a vivere in un altro modo il presente ma da questo presente poi ci deve essere attenzione allo scaturire del futuro. Un concetto che sta scomparendo dalle nostre dinamiche. Noi non parliamo più di futuro, ci sentiamo confinati in questo presente perché abbiamo paura di immaginare cosa ci può essere oltre. La tematica ambientale, per esempio, è molto significativa da questo punto di vista. Noi ci rendiamo conto nella banalizzazione della vita quotidiana, apparentemente scendendo a livelli meno alti, ma cosa ne sarà se le politiche nazionali continueranno ad investire in alcuni elementi ma taglieranno sul sociale, taglieranno sulla sanità? Cosa ne sarà dell'esistenza di quelli più fragili, che cosa ne sarà dell'esistenza di tutti noi quando determinate circostanze della vita ci sottoporranno al peso della fragilità dell'esistere?

Se questa dimensione di memoria non ci conduce a porsi in una posizione diversa rispetto a questo presente e quindi non ci spinge ad immaginare un futuro di un altro segno, allora vuol dire che è una memoria che non è sufficientemente comunicata. Una memoria che non conosce la fatica ma anche la bellezza dell'evoluzione. E qui, senza scomodare Darwin, tutti sappiamo che l'evoluzione è, molto semplicemente, l'adattabilità dell'individuo che a volte costa anche fatica e difficoltà, ma tratta sempre di elementi che già preesistono. E' l'interazione dei nostri elementi vitali con il contesto a cui apparteniamo, non solo per sopravvivere ma forse per vivere meglio, che ci consente di evolvere. Allora la sfida seria della memoria è ancora più grande che garantirci il futuro, ci deve garantire un'altra cosa. L’evoluzione attraverso la memoria di noi stessi ci deve condurre a mettere in conto anche la prospettiva della gioia. Albert Camus scriveva che persino la felicità è inevitabile. E in questa prospettiva si può accettare anche il male, e cito un autore che ha dato origine con i suoi testi anche a delle sceneggiature. Se qualcuno si voi si diletta di animazione di un certo livello, Coraline è un film e prima ancora un libro di iniziazione giovanile molto carino. Gaiman, che ne è autore, scrive che, perché le storie funzionino, che siano per ragazzi o adulti, devono fare paura e tu devi poter trionfare. Non ha senso trionfare sul male se il male non fa paura. Allora in questo concetto di evoluzione forse bisogna provare a recuperare il senso della paura. Forse bisogna anche riconfrontarsi con questa realtà. Presentavo l'Enciclica ad un gruppo di ragazzini e dicevo esplicitamente una cosa: io sono preoccupato perché da un lato devo mettere paura perché se non vi mettete paura non prendete coscienza di questi passaggi e quindi non vi impegnate, dall'altro lato bisogna che questa paura non vi immobilizzi. Quindi è una paura che deve trovare un senso, un significato. Forse, come diceva Tommaso d'Aquino, la paura si deve metabolizzare in timore che è una cosa già diversa. Dove io ho l'esercizio pieno dell'intelligenza, capisco consapevolmente ciò di cui devo aver paura e ciò che invece è semplicemente proiezione di me stesso e quindi posso gestire quella paura su un altro livello. Credo che questa sia una fase storica in cui questa narcosi collettiva ci chiede forse anche la necessità di mettere paura a qualcuno, di metterci paura reciprocamente, purché questa sia una paura produttiva. Quindi comprendo l'enormità del male su cui ci stiamo confrontando sia anche la potenzialità di un'evoluzione in senso positivo. In questo senso ho riletto qualche tempo fa una invettiva di Pier Paolo Pasolini in cui affermava che occorre educare le generazioni al senso di sconfitta. E non la sconfitta dell'idealità, ma la sconfitta nelle circostanze storiche, quella ci può anche stare, anche lì bisogna trovare uno scarto preciso e determinato. Contro questa orgia del "vincentismo" a tutti i costi, della cultura dell'essere vincenti, dell'essere competitivi, dello schiacciare gli altri, che permane ancora nel linguaggio aziendale, nei linguaggi della speculazione economico-finanziaria, nei linguaggi di certe forze politiche italiane, di fronte a tutto questo occorre adottare un'altra prospettiva: l'assunzione del limite, della fragilità e la prospettiva della sconfitta su cui però deve innestarsi sempre il trovare questo elemento evolutivo per cui gli elementi della tua sconfitta non sono la rinuncia alla tua idealità. L'idealità resta, nonostante le sconfitte e, su questa idealità che si evolve, tu puoi costruire anche un'evoluzione complessiva forse addirittura della società a cui appartieni. Nella prospettiva di quelli più giovani sta scomparendo questo meraviglioso e fondamentale paradigma della possibilità di cambiare il mondo. Dopo averci lavorato molto dileggiando, dicendo che questo è un sogno utopico che non porta da nessuna parte, noi abbiamo davanti delle generazioni totalmente disincantate. Bisogna ricominciare a ragionare anche sul concetto di utopia. La qualità della mia vita diventa la qualità della vita per tutti, il mio desiderio di usufruire in pienezza di questo mondo diventa questo mondo rimesso a disposizione di tutti. La tutela di questo mondo per la mia generazione diventa la consegna di questo mondo alle generazioni che saranno. Tutte cose su cui noi clamorosamente stiamo soccombendo alla cultura del genocidio che è anche il genocidio delle nostre idee migliori, delle nostre idee più belle, delle nostre idee più significative, il genocidio culturale.

Vado velocemente alla conclusone perché lascio in fondo una citazione secondo me veramente straordinaria, di una bellezza incredibile. La traggo dalla cultura ebraica, da Martin Buber, grande selezionatore e custode della tradizione chassidica, quando la dimensione culturale rischiava di scomparire e in parte è anche scomparsa nel gorgo della seconda guerra mondiale; vi rimando al testo fondamentale I racconti dei Chassidim che è molto bello, molto leggibile, da cui fuoriesce la dimensione sapienziale più bella. La dimensione sapienziale non è solo per chi crede in Dio. Sapienza è provare a vivere nel miglior modo possibile, distillare gli elementi della mia esistenza, farli evolvere, consegnarli alla generazione successiva. E' la consegna alla generazione successiva nel processo educativo, c'è l'appropriarsi proprio della mia idealità, ma l'idealità per la qualità della vita. In questo testo, appunto, Martin Buber ci racconta anche una cosa molto bella e molto importante, cioè come vanno raccontate le storie, anche, in qualche modo, l'efficacia delle storie. Una storia va raccontata in modo che essa stessa rappresenti un aiuto. Quindi il potere delle storie deve essere tale, assoluto. Ora sapete, è facile per me, io sono un teista che ha come riferimento la Sacra Scrittura ed è chiaro che le storie che si raccontano lì servono. Però se ci pensate bene e ripensate a quello che provavo a dirvi prima, tutte le storie sono un aiuto, tutte le storie sono una consegna di noi stessi agli altri, tutte le storie sono potenzialità educativa e di significato. Una storia va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto.

Mio nonno era zoppo. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baal Shem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando, come facesse il maestro e da quel momento guarì. Così vanno raccontate le storie.

Forse l'augurio che ci possiamo fare non solo per questo convegno ma anche per la nostra vita è quello di reimparare a raccontare le storie e di raccontarcele in questo modo. In modo da far scaturire da questo mondo quella giustizia, quella buona qualità di vita e, anche, quella pace che non soltanto tutti noi desideriamo ma che tutti gli esseri umani si meritano.

 


[1] Il seguente contributo di Andrea Bigalli è stato presentato al convegno “Il futuro del passato. Memoria, legami fragili e nuova cittadinanza”, Firenze, 23 gennaio 2016.

Keywords:

Riassunto: La tavola rotonda discute il tema della memoria dell’Olocausto e della funzione che essa deve e può avere oggi. Cervelli presenta il lavoro svolto in merito dalla Regione Toscana, ricordando che le stragi nazifasciste fanno parte dell’identità del territorio, e riflette sulla costruzione dell’identità e sulla relazione tra memoria e nuove generazioni. Barontini descrive l’operato dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia che ha incluso tra i suoi oggetti di studio i diritti umani, e riflette sulla storia del male e della sofferenza. Meringolo ripercorre il lavoro degli psicologi sull’Olocausto e conclude con una riflessione sulla persistente fragilità dei legami interpersonali e sulla mancanza di empatia. Berti si interroga su quale sia la memoria da trasmettere e su come condividerla con gruppi sociali più marginali, quindi insiste sulla necessità di combinare memoria e giustizia sociale. Bracci rievoca la propria storia familiare e l’esperienza di memoria come dolore, sottolineando la funzione cognitiva della memoria, che ci rende ciò che siamo.

DOI: 10.1400/248408

 

TAVOLA ROTONDA SUL TEMA

“IL FUTURO DEL PASSATO. MEMORIA, LEGAMI FRAGILI E NUOVA CITTADINANZA”

 

Intervengono: Massimo Cervelli, Roberto Barontini, Patrizia Meringolo, Fabio Berti, Fabio Bracci

 

 

Riassunto: La tavola rotonda discute il tema della memoria dell’Olocausto e della funzione che essa deve e può avere oggi. Cervelli presenta il lavoro svolto in merito dalla Regione Toscana, ricordando che le stragi nazifasciste fanno parte dell’identità del territorio, e riflette sulla costruzione dell’identità e sulla relazione tra memoria e nuove generazioni. Barontini descrive l’operato dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia che ha incluso tra i suoi oggetti di studio i diritti umani, e riflette sulla storia del male e della sofferenza. Meringolo ripercorre il lavoro degli psicologi sull’Olocausto e conclude con una riflessione sulla persistente fragilità dei legami interpersonali e sulla mancanza di empatia. Berti si interroga su quale sia la memoria da trasmettere e su come condividerla con gruppi sociali più marginali, quindi insiste sulla necessità di combinare memoria e giustizia sociale. Bracci rievoca la propria storia familiare e l’esperienza di memoria come dolore, sottolineando la funzione cognitiva della memoria, che ci rende ciò che siamo.

Parole chiave: Olocausto, memoria, dolore, identità, nuove generazioni e gruppi sociali.

Abstract: Workshop on the Holocaust and the commitment of memory today. Cervelli describes the program developed by Regione Toscana on Nazi genocide and massacres, whose memory is part of local identity. Barontini presents the activities of the Istituto Storico della Resistenza di Pistoia, which included in its institutional principles and aims the promotion of human rights, while Meringolo underlines the psychologists’ works on Shoah and reflects on the lack of empathy. Berti questions the nature of memory and affirms the need to combine memory and social justice. Bracci recalls his family experience of memory pain and pain and highlights the cognitive function of memory: it tells us who we are.

Key words: Holocaust, memory, pain, identity, new generations and social groups.

 

 

[1]Dott. Massimo Cervelli, responsabile dei Progetti della Memoria della Regione Toscana:

La Regione Toscana ha sviluppato negli ultimi quindici anni un compiuto Sistema della Memoria alimentandolo grazie ai comuni e a tutti i soggetti istituzionali, ma anche a tutti i presidi diffusi della Memoria che abbiamo in questa regione, a partire dall’ANPI, sulla vicenda della Resistenza, e dall’ANED, sulla vicenda della deportazione. Perché ci sono sempre tanti soggetti quando si riesce a costruire un sistema. Come Regione siamo stati i primi a reintrodurre il Viaggio della Memoria con certe modalità: il treno, i testimoni che stanno sul treno, il freddo di Auschwitz, il contesto, gli insegnanti che prima, durante e dopo presentano un corredo storiografico formativo alle ragazze e ai ragazzi che fanno il Viaggio; e, alternato a questo, perché il Treno viene organizzato ogni due anni, un incontro al Pala Mandela con migliaia di studenti che si confrontano con le eredità della memoria. Perché la memoria è un’eredità. Se non si capisce che in virtù dell’eredità abbiamo un patrimonio o non lo abbiamo, non si capisce nemmeno l’importanza della memoria. Il Futuro della Memoria, il Futuro del Passato, come dice il titolo della nostra giornata, è il presente, e questo presente è fatto purtroppo da totalitarismi.

Parlare della Shoah, parlare di tutto quello che è successo, dell’universo concentrazionario, significa parlare costantemente della lotta, dello scontro che esiste fra democrazia e totalitarismo. E’ questo il nostro lavoro, il nostro approccio sulla memoria relativa al sistema legato all’esperienza nazifascista, la peggiore della nostra storia recente. In Toscana ci sono state oltre duecento stragi nazifasciste. Sono state parte della strategia con cui l’esercito tedesco ha risalito la Penisola dichiarando guerra ai civili, come è stata chiamata dagli storici. Una guerra ai civili che doveva fare terra bruciata e al tempo stesso permettere, come permise, l’arroccamento sulla Linea Gotica e la capacità di resistere un inverno di più a quelle forze armate. Su questa guerra ai civili, su queste stragi, è poi caduto l’oblio del lungo dopoguerra. Un lungo dopoguerra che ha prodotto tante situazioni, anche geopolitiche: la Guerra Fredda, la difficile ricostruzione, il boom economico, le successive crisi. Durante la crescita della nostra giovane Repubblica quelle pagine erano state nascoste come viene fatto quando si vede della polvere mentre aspettiamo la visita di un’istituzione, di una commissione. Si alza il tappeto e vi si butta sotto la polvere. Su quelle stragi gli inglesi in particolare, avevano fatto un grosso lavoro di ricostruzione e lo avevano consegnato alle autorità italiane che avevano pensato bene, per una questione di iperrealismo della politica, di confinare lo studio in armadi, di stiparli in modo tale che quella memoria venisse sottratta all’azione politica e giudiziaria. Sono gli armadi della vergogna.

Quando il caso esplose grazie a Giustolisi, un giornalista estremamente coraggioso, esso innescò, nella Regione Toscana, la volontà di riaprire quelle pagine, di andare a fondo, di sostenere una nuova ricerca su quelle stragi, storica, storiografica e antropologica; una ricerca che coinvolgesse tutto il tessuto istituzionale e anche le comunità. Perché quell’elemento, le stragi nazifasciste, facevano parte, fanno parte, di un’identità che quelle comunità sono andate maturando. E su questo credo che siamo riusciti, anche grazie agli Istituti storici della Resistenza, grazie a tutti i soggetti impegnati, i presidi diffusi della memoria, a conquistare e a rendere viva quella memoria. E’ un processo che non finisce mai, ma è soprattutto un processo che pone due problemi su cui vorrei chiudere questo intervento. Il primo è la questione dell’identità. L’identità non è mai definita una volta per tutte. L’identità non è perimetrata, non è una definizione statica. L’identità è sempre un qualcosa che si conquista, che è molteplice, è plurima. Durante la guerra in Jugoslavia, all’angolo di casa nostra, ci siamo voltati dall’altra parte. Tanti problemi che l’Unione Europea ha oggi, li ha anche perché ha chiuso lo sguardo di fronte a questa cosa. Ma una giovane, figlia di un Serbo e di una Croata, nata in Bosnia, che identità aveva? Si può definire l’identità di un essere umano a partire dalla Nazione in cui è nato, dal sesso, dalla Nazione in cui abita, dal titolo di studio? No, non c’è mai un’identità se prevale un’identità sull’altra e il rapporto con gli altri diventa subito un rapporto altero, diventa subito un rapporto negativo, di contrapposizione, non relazionale. L’identità si nutre delle situazioni che noi stessi, gli altri, il passato, raccontano per costruirla, per cambiarla e per evolverla. L’altro aspetto è legato alle giovani generazioni. Noi sappiamo benissimo che la globalizzazione ha segnato non la fine della storia ma l’inizio di una nuova fase della storia a cui non eravamo preparati, a cui ci prepariamo mal volentieri, ma che fa sì, per esempio, che le nostre giovani generazioni vengano molto spesso da pagine più tristi di quelle che abbiamo vissuto noi direttamente. Allora, se ad una ragazzina pakistana, se ad un ragazzino che scappa da tragedie in corso, incipienti, noi pensiamo di poter raccontare quello che è successo qua - che è fondamentale - settanta anni fa, con la seconda guerra mondiale come apice delle cose brutte, noi sbagliamo. Perché se noi non riusciamo a far sì che la lezione della storia sia il motore per comprendere anche il presente e per trasformarlo positivamente, non utilizziamo bene la memoria e la memoria, come tante altre cose, deve essere allenata e ben oliata per funzionare.

 

On. Roberto Barontini, presidente dell'Istituto Storico per la Resistenza di Pistoia:

L’intervento di Massimo Cervelli mi stimola a dare una notizia sull'armadio della vergogna. Doveva essere l'armadio della memoria ed è diventato l'armadio della vergogna. L’Istituto di storia della Resistenza di Pistoia ha pubblicato un libro su questo. Probabilmente voi questa storia la conoscete abbastanza bene ma mi preme, raccogliendo lo spunto appena offerto, ricordare come è avvenuta questa vicenda. Dopo la fine della guerra, quando cominciarono ad essere raccolti i documenti delle stragi perpetrate in Italia dai nazifascisti, i documenti già erano a disposizione della magistratura militare che doveva cominciare ad aprire le inchieste. Furono però nascosti in parte nella soffitta, in parte nella cantina di palazzo Raggi di Roma, perché il ministro degli Esteri di allora, Martino, mandò un comunicato urgente al ministro degli Interni, Taviani, per interrompere immediatamente l'inizio dei processi sulle stragi, e quindi ai criminali che queste stragi avevano perpetrato, perché bisognava riarmare la Germania e l'Italia non poteva creare ostacoli. Quindi i documenti sono rimasti nascosti per anni e anni fino a quando, fortunatamente, qualche anno fa i processi sono cominciati. Ma i colpevoli a quel punto quanti anni avevano? Anche se condannati all'ergastolo, come è successo per alcune stragi, chi l’ha scontato? Ho voluto dire questo perché l'armadio della vergogna è l'annullamento dell'armadio della memoria. Entro a questo punto nel tema.

Come mai l'Istituto Storico della Resistenza, e in questo caso quello di Pistoia, è entrato a far parte del lavoro meraviglioso della Fondazione Devoto? Leggo qui le motivazioni che a suo tempo scrissi, del perché ci siamo entrati: "si tratta di leggere, comprendere e riferire gli eventi in cui si legano tra loro la storia, la memoria e il ricordo". La storia è la storia dello sterminio, evento tragicamente epocale. La storia è lo scenario testimoniato anche dai ricordi, sia delle vittime destinate a scomparire sia dei carnefici, protagonisti o servi delle dittature e dei totalitarismi. Alimentando e producendo ricordo, si può riuscire a tenere viva e vitale la memoria. Nel lavoro di Andrea Devoto la storia dello sterminio rappresenta il passato, l'affiorare e il manifestarsi del ricordo delle vittime dei campi di sterminio rappresenta il presente. Il nascere e il consolidarsi della memoria rappresenta il futuro. Ecco perché abbiamo lavorato insieme a Giovanna Devoto e alla Fondazione Devoto: per portare avanti questi percorsi. Ma cos'è la storia? Credo che non esista migliore definizione di quella fornita da Marc Bloch, fucilato nel 1944 a Lione perché partigiano antinazista, grandissimo storico, fondatore de Les Annales d'histoire économique et sociale insieme a Febvre. Bloch sostiene che occorre un intervento interpretativo della storia, nella convinzione che il lavoro dello storico consista nel porre domande. La storia è un problema ed è ricerca. I documenti restano monotoni ed esangui fino al momento in cui se ne accende l'anima. L'anima nella storia. Il percorso è dunque questo: il ricordo, la memoria e la storia.

Qui voglio distinguere, lo ha fatto già molto bene prima Bigalli, il ricordo, la memoria e la storia nella sofferenza e nel dolore. Nella sofferenza individuale, nella sofferenza sociale, nella sofferenza esistenziale. Lo storico e lo psichiatra sociale, e Devoto è stato il primo grandissimo psichiatra sociale, devono seguire il percorso attraverso questi passaggi: la comprensione, il capire, la commozione, la compassione, la compartecipazione. Il ricordo, la memoria e la storia della sofferenza e del dolore, e dunque di tutto ciò che ha significato lo sterminio e la Shoah, devono passare attraverso questi passaggi. La comprensione, la commozione, la compassione e la compartecipazione. Ma c'è anche la memoria del male, di chi ha fatto il male, di chi ha fatto soffrire, e allora il male va affrontato attraverso la conoscenza e la condanna, la condanna del male. Voglio citare due episodi. Uno riguarda Eichmann, e di questo ha scritto Hannah Arendt ne "La banalità del male". Il male di Eichmann non era banale. Perché sì, era il segretario della famosa riunione in cui sul lago di Wannsee fu deciso lo sterminio totale, la Soluzione Finale. Lui prendeva appunti. Aveva anche il compito di mettere sulle rotaie i treni che portarono ai campi di sterminio. Però non so se molti sanno che un testimone al processo a Eichmann a Gerusalemme, sotto giuramento, disse che Eichmann un giorno si trovava in una stanza dove c'erano tre bambini e alcuni criminali nazisti, il primo bambino fu torturato mettendogli delle sigarette accese in mano, il secondo fu accecato con un ferro arroventato e al terzo fu sparato in testa e siccome c'era il sangue per terra Eichmann ordinò di pulire “questo sudiciume". Questo non è banale. Un altro esempio. Ho letto tempo fa il bellissimo libro sul male di Bauman in cui si parla della sindrome di Nagasaki, non so se ne avete mai sentito parlare. Bauman riporta che furono preparate due bombe atomiche per cercare di accelerare una pace che poi ci sarebbe stata, una per Hiroshima di cui si poteva fare a meno, e una per Nagasaki. Ne avevano fatte due, di bombe, e dovevano buttarne due anche se la seconda non serviva più. Il male. Ho portato due esempi e potrei continuare ancora. La storia del male e la storia della sofferenza vanno legate insieme, non si può parlare dell'una senza l'altra.

Questo scaturisce da tutto il lavoro di Andrea Devoto. Non sono uno storico, sono un medico e per caso sono diventato presidente dell'Istituto Storico della Resistenza di Pistoia, e aver trovato, lungo il nostro cammino, il lavoro di Andrea Devoto ci ha che consentito di fare una cosa e con questo concludo. Noi siamo forse l'unico Istituto Storico della Resistenza di età contemporanea, sicuramente della Toscana ma probabilmente di tutta Italia, che ha cambiato lo Statuto. Nel nostro Statuto, all'articolo che tutti gli Istituti Storici hanno che definisce ciò di cui si devono occupare ovvero di Resistenza, di Antifascismo e di Storia Contemporanea, noi abbiamo aggiunto anche i Diritti Umani. Non si può parlare di Resistenza, di Antifascismo e di Storia Contemporanea senza inserire tutto quello che è la temperie tremenda della tutela dei diritti umani.

 

Prof.ssa Patrizia Meringolo, docente del Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell'Università di Firenze:

Quando ho letto il titolo della nostra giornata mi sono domandata il significato del 'futuro del passato'. Noi psicologi diciamo che abbiamo bisogno di un senso del futuro, soprattutto quando il presente si presenta grigio; abbiamo bisogno, come diceva prima Bigalli, di una storia per attraversare questo deserto, perché è una questione di salute mentale per tutti contare su un orientamento proveniente dal futuro. Nonostante questo il passato non si può archiviare facilmente e, da un punto di vista psicologico, il senso che possiamo dare alla memoria è la riflessione sul passato, cercando di sapere, di prendere coscienza, vedendo da che parte siamo e siamo stati e da che parte avremmo potuto essere. Perché, se non si rielabora, il passato non serve come memoria. Non serve né per imparare dagli errori, né per dimenticarlo, e non serve ridurlo a una celebrazione. Serve invece capire come ci collochiamo.

Su questo, sull'Olocausto, la giornata che ricordiamo, gli psicologi hanno prodotto studi e ricerche: l'arrivo dell'Armata Rossa ad Auschwitz il 27 gennaio, e l'Olocausto come distruzione sistematica. La Arendt parla di "sterminio amministrativo", dove amministrativo vuol dire organizzato da uno Stato e che colpisce l'Umanità sul corpo delle persone di religione ebraica ma anche zingari, comunisti, omosessuali, o anche persone, come quelle delle interviste fatte da Devoto, prese perché stavano manifestando il loro dissenso. Di fronte ad una tragedia di queste dimensioni gli psicologi in realtà hanno riflettuto per motivi anche biografici. Kurt Lewin, Solomon Asch, Milgram, lo stesso Adorno, vivevano tutti negli Stati Uniti e non ci erano andati per una “una fuga di cervelli”, ma per scappare dalla morte. Tutti hanno ritenuto un punto di impegno darsi una ragione psicologica non tanto del motivo per cui avvengono questi fatti, perché altrimenti azzeriamo la componente politica, economica, la ricerca del capro espiatorio, ma del motivo per cui ci potesse essere una maggioranza silenziosa, una sorta di tacito assenso, o comunque una mancanza di interventi. Da questo fioriscono tutti gli studi sul conformismo, su quali sono le condizioni per cui una persona potrebbe, per esempio, infliggere scosse elettriche (gli esperimenti di Milgram sull'autorevolezza della fonte), oppure sul potere che trasforma chi lo ha (gli studi sui carcerieri di Zimbardo). Si è aperto un problema, perché questi studi servono a far riflettere, e sono stati ripresi sia in occasione di Abu Ghraib, sia anche in occasione del G8 di Genova, per cercare di capire il senso di questi eventi e quali caratteristiche abbia (o non abbia) una istituzione per permettere che si verifichino. E per istituzione si può intendere lo Stato, la polizia, l'esercito… Questo ovviamente senza eludere la responsabilità individuale perché altrimenti torniamo alla teoria della "rotella" di Eichmann (che diceva di essere, appunto, una rotella). Quindi da una parte gli studi servono a capire le storture politiche e istituzionali e che fanno sì che esistano oggi dei crimini che si verificano o in situazioni specifiche, oppure dei crimini legati ad una situazione che colpisce i più deboli tra i deboli, e penso alle morti dei bambini tra i migranti che naufragano vicino alle nostre coste. Dall'altra parte la cosa che colpisce del male, e su cui dovremmo far riflettere i ragazzi, non è solo la sua “spettacolarità” ma la depersonalizzazione, cioè l'annientamento delle vittime come persona. Primo Levi lo descrive molto bene a partire dal numero che gli fu attribuito: quando ti hanno svuotato di tutto sei solo una larva, sei solo un numero, a quel punto sei già morto dentro e il resto è, come dire, spettacolo per il regime. C'è un bellissimo monumento a Boston, uno dei molti monumenti alla Shoah, costituito da alcune torri di cristallo sulle quali sono scritti tutti i numeri degli internati. Primo Levi fa molte riflessioni sulla deumanizzazione, sullo svuotamento, sulla riduzione delle persone ad un numero. Non a caso molti interessi di Devoto convergono sulla salute mentale, la marginalità: tutte situazioni in cui è presente l'annientamento. E questa è una riflessione che riguarda la Memoria.

C'è poi l’aspetto dei legami fragili e della fragilità dei legami, che è ciò di cui ci stiamo occupando. In quest’ambito, come ricordava Bigalli prima, stiamo vivendo una situazione molto pericolosa per le persone umane: la perdita dell'empatia, questo lo vediamo sia in alcuni attentati particolarmente cruenti, e anche nelle cosiddette guerre intelligenti con le bombe intelligenti che colpiscono come se si trattasse di un video gioco. L'empatia serve anche nelle specie non umane a moderare l'aggressività, inclusa quella verso il nemico. Se si toglie la possibilità di relazione interpersonale, la possibilità di empatia, le possibilità distruttive si moltiplicano. La perdita dell'empatia la vediamo anche nell’aumento di alcuni delitti. Non mi riferisco ai delitti della criminalità organizzata ma a quelli legati a relazioni intime, come il femminicidio, in primo luogo, e poi gli infanticidi, o i matricidi, come se i legami familiari non proteggessero dall'aggressività e dal passaggio all'atto. In psicologia si parla di "passaggio all'atto" quando una componente aggressiva diventa tout court un delitto, senza una minima elaborazione, o diventa tout court un reato: ho bisogno di una cosa, la prendo, una persona mi dà noia, la elimino. Elimino il problema azzerandolo. Su questo sono d'accordo con chi ha detto che manca l'idea della sconfitta, il fatto di non essere abituati a fare conto con il senso del limite. La sconfitta serve, e va elaborata, e ugualmente in una situazione di futuro incerto avere la possibilità di elaborare il senso del limite è importante.

E infine manca la cultura del conflitto, insufficiente per vari motivi, a mio avviso anche legati a una perdita di senso della politica e del conflitto politico. Con "cultura del conflitto" mi riferisco a quando a partire da idee diverse, e conservando probabilmente idee diverse, si impara a trovare un accordo tra i propri bisogni e i bisogni dell'altro, senza compromessi ma piuttosto con negoziati, in modo da arrivare ad un punto accettabile per entrambi. Per far questo occorre la cultura del conflitto. Se la perdiamo ci rimane solo la supremazia del più forte oppure il passaggio all'atto. Ma stiamo attenti, più persone si mettono nella condizione di non aver nulla da perdere, più il passaggio all'atto diventa probabile. Ovvero, se non diamo potere anche all'ultimo è molto difficile trovarlo capace di a negoziare qualcosa, non ne ha la possibilità.

Per finire: l'identità. E’ importante rivendicare la propria identità, è un fatto di salute mentale. Se non sono fiera della mia identità o per lo meno se non vi sono affezionata, pur essendo flessibile e aperta al cambiamento, non sono sufficientemente sana. Una delle cose sconvolgenti della Shoah, ma probabilmente di tutti gli eccidi, è che sono proprio le identità dichiarate le prime ad essere stigmatizzate e annientate: una religione, il colore della pelle, se rivendicato in quanto tale, il genere, se rivendicato in quanto tale, l'appartenenza politica.

 

Fabio Berti, docente del Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università di Siena:

In questi giorni ci stiamo avviando a celebrare le giornate della memoria e mi vengono in mente alcune domande: quale memoria e la memoria di chi. Perché sappiamo bene che finiamo per dimenticare spesso il nostro passato, penso ad esempio alle violenze che sono state perpetrate in nome di Dio nei secoli scorsi. Pensando alla memoria di chi, mi viene subito in mente la questione dell'immigrazione. In Italia, rimanendo circoscritti al nostro caso nazionale, abitano cinque milioni di stranieri che vengono da centoventi Paesi, portatori di esperienze e di storie completamente diverse da quelle di noi italiani. Quale è la memoria che condividiamo con gli stranieri, con i migranti che sono arrivati nel nostro Paese? Probabilmente la loro memoria è una memoria molto diversa dalla nostra. Ci sono, sì, degli elementi che potremmo condividere, i famosi valori universali, i diritti umani, tutta una serie di questioni che hanno una valenza etica probabilmente portante, ma qui non stiamo parlando dei valori ultimi e di alcuni principi che valgono in senso assoluto. I loro sono passati molto diversi che raccontano storie molto diverse, e in genere sono storie che a noi non interessano. Le storie dei migranti a noi, tendenzialmente, non interessano. Quello che stiamo cercando di fare, è condividere questa memoria. E’ anche quello che fa la Regione Toscana, come raccontava prima Cervelli. La Regione Toscana sta cercando di condividere una certa memoria con i giovani, anche con quei giovani che sono portatori di storie diverse. Il rischio è che la memoria diventi una memoria a senso unico, e dunque portatrice di elementi di nuovo conflittuali. Tra l'altro i migranti non solo hanno memorie diverse, ma vivono una dimensione segregativa che in tempi passati è stata vissuta, per esempio, ad Auschwitz. Non è che io voglia esasperare la questione, so bene che Auschwitz è stata cosa ben diversa e i lavori di Devoto ce lo dicono chiaramente. Però la questione della segregazione rischia di riproporsi, magari con intensità diversa, ma con modalità altrettanto importanti. La segregazione nei confini, per esempio, la segregazione riguardo l'accesso ai diritti; segregazioni o costruzioni di nuovi recinti sia di carattere materiale sia di carattere relazionale, provocano la marginalizzazione all'interno dei contesti sociali in cui vivono molti immigrati. Da questo punto di vista l'esperienza migratoria oggi ripropone tutta una serie di questioni che in qualche modo ci devono far riflettere sulla memoria, su quale memoria, e su come fare a evitare il rischio che il lavoro sulla memoria diventi una retorica della memoria. E' un problema serio, dal mio punto di vista. Dobbiamo stare attenti che la memoria non venga, non tanto esasperata, quanto utilizzata per riproporre una storia che non è più la storia di tutti.

Poi c'è una seconda questione che utilizzo in modo provocatorio, riprendo un po' anche il titolo dell'iniziativa di questo pomeriggio, ha a che fare col rapporto tra storia, memoria e futuro, in una società che ha grande difficoltà a confrontarsi con il futuro. La nostra è una società in cui il futuro è fortemente messo in discussione. Di mestiere faccio il sociologo e ho presente tutta una serie di dati statistici, quantitativi, che ci parlano, per esempio, di diseguaglianze crescenti, di marginalità crescenti, che si combinano con la crisi ambientale. Tutti abbiamo visto in questi giorni cosa vuol dire crisi ambientale a partire dalle polveri sottili nelle città. C'è tutto un sistema partecipativo fortemente in crisi. La crisi della politica si combina con la crisi della partecipazione anche alle associazioni, che sono state a lungo una grande forza e che oggi soffrono della difficoltà di tante persone di essere coinvolte nella condivisione di beni collettivi. Tutti questi dati mettono in evidenza come lo sguardo nei confronti del futuro sia uno sguardo timoroso, incerto. Sociologi famosi utilizzerebbero metafore quali "società dell'incertezza", "società del rischio". Sono tutte metafore sintomatiche dei tempi che stiamo vivendo, dai contesti sociali in cui il futuro è un futuro cui si guarda con sempre crescente difficoltà, e ciò mette in crisi la questione della memoria. Mette in crisi la questione della memoria perché chi ha di fronte a sé difficoltà in molti campi, in molti settori materiali della vita quotidiana, ha grande difficoltà a volgere lo sguardo al passato per riproporre, valorizzare e utilizzare la memoria di cui è portatore. Oltre a fare il mio mestiere di docente universitario, sono anche assessore in un piccolo comune, assessore alle politiche sociali, e tutte le settimane ricevo sette, otto, dieci persone, dieci famiglie, che vengono con le richieste che potete immaginare: la casa, il lavoro. Queste persone provengono quasi sempre da situazioni culturali estremamente basse, vivono sistemi relazionali decisamente fragili - sono quello che in passato avremmo chiamato il sottoproletariato urbano, con deprivazioni in termini formativi, culturali, professionali. Incontrandoli, ogni volta mi domando, e me lo domando ora riflettendo sul lavoro sulla memoria, che cosa possano condividere con il nostro concetto di memoria tante di queste persone che si trovano in condizione di estrema fragilità sociale, prima ancora che economica. La questione centrale diventa perciò, dal mio punto di vista, rileggere il tema della memoria nei confronti del futuro, come riuscire a condividere la nostra memoria, questa Memoria, con una pluralità di gruppi sociali che noi non prendiamo troppo spesso in considerazione: i migranti, gli ultimi degli ultimi, che inevitabilmente hanno ben altro di cui preoccuparsi, che riflettere sul nostro passato e su come valorizzare il nostro passato per evitare di ricommettere gli stessi errori.

Il problema è che gli stessi errori possono riaccadere proprio perché ci sono situazioni che parlano di diseguaglianze crescenti, di mancanza di giustizia sociale. Per me la memoria è importante, ma questo dal mio punto di vista estremamente privilegiato e mi posso permettere di riflettere sul tema della memoria con una certa facilità. Però per riflettere e poter condividere ancora la questione della memoria ho l’impressione che, se non iniziamo a lavorare, a combinare attentamente memoria con giustizia sociale, finiremo per fare della memoria un retaggio retorico del passato. Finiremo per farne una cosa da “libri di testo”, una cosa da gruppi “elitari”. Perché, se permettiamo la permanenza di situazioni di crescente marginalità, di fenomeni di segregazione, il rischio è di ritornare esattamente al punto di partenza. E la storia ci insegna bene che è molto facile tornare ai punti di partenza. La storia è piena di corsi e ricorsi, quasi mai abbiamo fatto tesoro della storia, quasi mai abbiamo appreso la lezione che la storia ci propone. Ci siamo sempre ricaduti, in un modo o in un altro. Per evitare di ricaderci ho l’impressione che si debba intervenire e mettere mano a questioni concrete facendo attenzione a non fare retorica della giustizia sociale, altra cosa di cui si parla da centocinquanta anni. Il Manifesto del Partito Comunista è stato pubblicato a metà dell’Ottocento, oltre centocinquanta anni dopo non mi sembra che siano stati fatti molti passi avanti. I pochi passi avanti fatti nella seconda metà del Novecento si stanno “bruciando” quasi completamente e i dati ce lo mostrano chiaramente. Quanto avevamo conquistato nell’immediato secondo dopoguerra, durante quelli che gli economisti chiamano “i trenta anni gloriosi”, tra il ’45 e la metà degli anni ‘70, ora lo stiamo perdendo rapidamente perché sono iniziati di nuovo processi economici e sociali che vanno nella direzione inversa. Vorrei dunque proporvi una lettura pessimista, nel senso che non è detto che sia sufficiente riflettere sulla memoria per metterci al sicuro dal ripetere quello che è accaduto settanta anni fa.

 

Fabio Bracci, Sociologo:

Io sono qui per due motivi, una ragione più contingente e una più profonda e, contrariamente a quello che pensavo prima di venire qui, parlerò della ragione più profonda. La ragione contingente è che ho avuto l’onore di essere invitato a maggio dalla Fondazione a intervenire nel corso di un convegno in cui mi è stato chiesto di parlare di un testo di Andrea Devoto. A partire da quel momento si sono sviluppati dei contatti, dei rapporti, e siamo arrivati ad oggi. La ragione più profonda è di carattere intrinsecamente personale. C’è infatti una storia familiare che mi lega al tema di oggi di cui non ho mai parlato, perché faccio un po’ fatica a farlo, ma che adesso cercherò di raccontare brevemente.

Mio nonno era operaio alla Pignone e contribuì a organizzare gli scioperi del marzo del ’44, nel periodo dell’occupazione nazifascista. Gli scioperi furono preceduti da un’attività di “micro-sabotaggio” nei reparti e naturalmente scattò la ritorsione su segnalazione dei capi-reparto. Un certo numero di operai, individuati come organizzatori degli scioperi, furono prelevati a casa nella notte e insieme a centinaia di altre persone provenienti da tutta la Toscana per lo stesso motivo furono concentrate in Piazza Santa Maria Novella. Da lì partirono - dal binario 6, dove oggi c’è la lapide -, e furono deportati a Mauthausen. Dal campo di concentramento mio nonno non tornò.

Perché racconto questa storia oggi? C’è un tema di cui si discute spesso quando si parla di memoria, quello che si definisce come “paradigma vittimario”. Ma non è questo il punto, non voglio rivendicare nessun tipo di “prerogativa” o “diritto” speciale rispetto alla posizione che occupo qui oggi. Racconto la storia per un altro motivo: mio padre è morto qualche anno fa, ma io con lui di questa storia non ho mai parlato in modo esplicito. Non abbiamo mai parlato per pudore, credo, e per il motivo di cui parlava prima Bigalli quando è intervenuto: perché la memoria è dolore. Mio padre mi ha sempre comunicato, in forme non esplicite ma chiare, che lui voleva guardare avanti. Immagino cosa possa essere stato alla sua età – allora aveva 12 anni – la deportazione di suo padre: l’incarnazione degli incubi peggiori delle fiabe nere. L’uomo nero – simbolicamente ma anche politicamente – arriva, entra in casa e ti preleva la figura di riferimento, perché il padre è la figura di riferimento. Pur non avendone mai parlato direttamente con mio padre, per me la figura di mio nonno è sempre stata molto importante. Ho cercato di informarmi, ho anche partecipato ad alcune commemorazioni insieme a mio padre. Qualche volta sono andato con lui alla loggia delle Leopoldine, dove l’8 marzo di ogni anno si tiene la cerimonia per ricordare il trasporto in Germania dei deportati politici.

Dunque, in primis, la memoria è dolore; però a questo punto ne parlo pubblicamente perché forse è arrivato il momento di liberarmi di un peso. Perché questa ritrosia a comunicare, a parlare di questo evento che fa parte della mia storia familiare è spiegabile con i motivi di cui ho parlato ma anche con una ritrosìa a fare di un evento personale drammatico un elemento di discussione pubblica. Oggi però è cambiato il contesto. E faccio un esempio che può chiarire quello che voglio dire. Qualche settimana fa mia figlia Emma mi disse: “babbo ti rendi conto che tu sei nato quando la guerra era finita da poco più di venti anni?” Io ho riflettuto molto su questa frase, e ho fatto delle considerazioni che si ricollegano a quello che diceva Bigalli precedentemente e che è stato detto anche da altri. In quella frase ho colto l’intenzione di ricollegare la memoria personale, singolare, con i quadri collettivi e storici più generali. La memoria – è stato detto – è intrinsecamente un fatto caldo, emotivo, singolare, non universalizzabile, perché la memoria è memoria di fatti specifici; la storia invece ha una dimensione altra, sta ‘sopra’, e in qualche modo ha una dimensione più oggettivante rispetto ai fatti individuali. Lo sforzo che ognuno può e deve fare con gli strumenti a disposizione è cercare di ricondurre i quadri individuali, la propria esistenza individuale, la propria quotidianità, il proprio stare nel mondo, alla dimensione collettiva. E quindi a una dimensione storica e sociale.

Un sociologo critico americano che amo moltissimo parla di ‘immaginazione sociologica’, che non è altro che la capacità di ricondurre le vicende del quotidiano, dell’esistenza individuale, del privato, ai grandi quadri storico-sociali, quindi alle determinanti sociali dei moventi dell’azione umana. Avere questa sensibilità è importante, per un sociologo. Ma secondo me questa capacità è importante per tutti: la sensibilità di ricondurre la dimensione individuale della memoria alla dimensione collettiva della storia. Tuttavia ciò apre un’altra questione, perché espone intrinsecamente la memoria al rischio di manipolazione: noi abbiamo parlato della memoria dal punto di vista della funzione etico-politica, e quindi del dovere di ricordare per evitare che non si ripetano certi eventi. Credo invece, e questo lo ha detto implicitamente Bigalli nel suo intervento, che la funzione della memoria sia in ultima istanza un’altra (da qui tra l’altro discende il movente etico-politico e la necessità di ricordare che naturalmente condivido): la memoria è una funzione umana intrinsecamente cognitiva, perché serve a fare di noi ciò che siamo. Sul concetto di identità potremmo discutere a lungo. Un libro che ho amato moltissimo – “L’ossessione identitaria” di Remotti – mette in discussione l’idea dell’esistenza di un’identità statica; ma resta il fatto che noi – sia individualmente che collettivamente – siamo ciò che siamo in quanto depositari di fatti, significati, che rimettiamo in fila in un certo modo. Ovvero, abbiamo la capacità di manipolazione dei simboli, che ha a che fare con la memoria, e a seconda del modo in cui manipoliamo gli eventi, i fatti, i significati costruiamo continuamente dei particolari profili identitari. Siccome questa funzione è strutturante – per richiamare il termine usato da Bigalli –, una funzione intrinsecamente umana, è anche una funzione intrinsecamente esposta al rischio di manipolazione. E’ qui che nasce, secondo me, la necessità di avere la capacità di concepire lo sforzo di ricollegare i quadri individuali a quelli collettivi, di cogliere il senso evolutivo, gli elementi forti che sono presenti nel deposito di memoria che ciascuno può portare dentro di sé.

Serve ricollocare l’identità individuale all’interno di un percorso evolutivo che sia storico, sociale, culturale, dargli un significato attraverso un’attività che però prima o poi si deve scontrare con la dimensione del potere. Perché il potere questo lavoro lo fa, quotidianamente. Ci offre infatti costantemente dei significati di ciò che siamo stati: i concetti usati nel dibattito pubblico sono sostanzialmente dei depositi di pezzi di significato e di memoria che continuamente ci vengono riproposti in forma acritica. Faccio solo un ultimo esempio: “le democrazie occidentali” si richiamano di continuo a ciò che “siamo stati”, ma il riferimento è ad un’idea che è spesso distorta e manipolata, perché altrimenti negli ultimi venti anni non sarebbero state fatte le cose che sono state fatte in giro per il mondo in nome delle “democrazie occidentali”. E qui mi fermo, scusandomi ancora per la dimensione personale dell’intervento.

 

 


[1] La seguente tavola rotonda si è tenuta in occasione del convegno “Il futuro del passato. Memoria, legami fragili e nuova cittadinanza”, Firenze, 23 gennaio 2016.

Keywords:

Riassunto: Il contributo di Don Virginio Colmegna affronta il grande problema dell’esclusione sociale, tema oggigiorno più che mai discusso e di emergenza continua a livello mondiale. Questo fenomeno viene visto e analizzato nelle sue diverse forme e cause. Gli esclusi sociali sono individuati in tutte quelle persone con disagi e limiti di accesso agli ambiti sociali prioritari. Il discordo dell’emarginazione si allaccia anche a quello degli homeless, ossia i senza tetto, condizione oggi in costante e allarmante aumento nelle città. Viene lanciato un monito affinché questo problema venga affrontato in modo più forte e risoluto.

 

DOI: 10.1400/248409

 

 

IL MONDO DEGLI ESCLUSI

 

Don Virginio Colmegna*

*Fondazione Casa della Carità “Angelo Abriani” – Milano

 

Riassunto: Il contributo di Don Virginio Colmegna affronta il grande problema dell’esclusione sociale, tema oggigiorno più che mai discusso e di emergenza continua a livello mondiale. Questo fenomeno viene visto e analizzato nelle sue diverse forme e cause. Gli esclusi sociali sono individuati in tutte quelle persone con disagi e limiti di accesso agli ambiti sociali prioritari. Il discordo dell’emarginazione si allaccia anche a quello degli homeless, ossia i senza tetto, condizione oggi in costante e allarmante aumento nelle città. Viene lanciato un monito affinché questo problema venga affrontato in modo più forte e risoluto.

 

Parole chiave: esclusione, emarginazione, disagio, diritti, sofferenza.

 

 

Abstract: The world of the excluded. Don Virginio Colmegna discusses the problem of social exclusion, a theme extremely urgent and discussed nowadays. This phenomenon is considered in its various forms and causes. People socially excluded suffer disabilities and limits in the access to primary social contexts and services. The homeless suffer a peculiar condition of exclusion, which is becoming more and more common in cities all around the world.

 

 

Key words: exclusion, emargination, desease, rights, suffering.

 

 

 

[1]Mi piacerebbe partire da una citazione dell’OMS: “Senza pace e giustizia sociale, senza cibo e sufficiente acqua, senza una educazione e una abitazione decente, senza che ognuno e tutti abbiano un ruolo da svolgere nella società ed un reddito adeguato, non ci può essere salute, né crescita reale né sviluppo sociale”. Vi è una forte correlazione con l’enciclica “Laudato sii” di Papa Francesco. Partire da questo concetto significa porre come obiettivo prioritario la lotta alla eradicazione di problemi complessi e sicuramente multidimensionali che sono legati all’esclusione di una fetta di persone dai diritti di cittadinanza. Dalla risoluzione del fenomeno della marginalità sociale dipende il benessere non solo dei singoli cittadini ma della comunità globale. Ed è un fenomeno che ci riguarda tutti, che non tocca solamente il sud del mondo ma che è presente anche nelle grandi metropoli ed è proprio per questo che in Casa della Carità, accanto all’accoglienza, portiamo avanti da anni un centro studio che si occupa proprio della sofferenza urbana, dell’esclusione e della conseguente vulnerabilità psicofisica, prodotta dalle grandi metropoli.

Parlando di esclusione pensiamo all’impossibilità, all’incapacità o alla discriminazione di un individuo nella sua partecipazione alle attività sociali e personali ed è una condizione che è determinata da una somma di condizioni di disagio e dal limitato accesso ad ambiti sociali prioritari come l’istruzione, l’alloggio, il lavoro, la vita politica. Il volere del Cardinal Martini fu proprio quello di lasciare un segno alla città di Milano a partire dalla cura degli esclusi, che siano essi persone senza dimora, disabili, detenuti o ex detenuti, persone con dipendenza da gioco o da sostanze, anziani, immigrati, rom, persone sfrattate… insomma tutte le diverse facce degli abitanti di Casa della Carità. La caratteristica comune che lega tutte queste persone come un filo rosso è la perdita del senso di appartenenza ad una determinata comunità e quindi l’esclusione a livelli estremi: avere a che fare con gli homeless, significa proprio entrare nel mondo più emblematico di questa disgregazione di ruoli e di legami.

I concetti di esclusione sociale e povertà non coincidono, ma sono strettamente collegati da un rapporto causa-effetto. La povertà costituisce una delle dimensioni dell’esclusione sociale, che fa riferimento ad una situazione più estesa e complessa. Dagli studi internazionali emerge una definizione del fenomeno dell’esclusione sociale inteso come processo di impoverimento, dovuto all’interazione e alla somma di più fattori di rischio. Secondo questa visione la povertà rappresenta la dimensione a cui un individuo può approdare come stadio finale di tale processo. L’impoverimento non riguarda, quindi, unicamente l’aspetto economico, ma in senso più ampio anche quello relazionale e sociale.

L’esclusione rimanda al concetto di discriminazione e comprende problematiche molto diverse fra loro, ma strettamente correlate, come la marginalità, la precarietà economica, la deprivazione culturale, la solitudine, la carenza di legami familiari e sociali. Per definire queste situazioni di forte disagio, tipiche delle società moderne e in particolare dei contesti urbani, si parla oggi di nuove povertà”. Con questa espressione non si fa riferimento semplicemente ad una deprivazione di tipo economico, oggettivamente quantificabile, ma soprattutto ad un senso di insicurezza sociale, di vulnerabilità, di mancanza di relazioni, di precarietà lavorativa e di inadeguatezza rispetto ad un sistema dominato dalla competitività e dalla produttività.

Le nuove povertà sono la diretta conseguenza di dinamiche dovute al sistema del mercato globale, che possono determinare il repentino cambiamento di fattori economici, demografici e sociali. Questa indeterminatezza fa sì che nessuno sia del tutto esente dal pericolo di precipitare in una situazione di deprivazione nelle diverse fasi della vita. Le categorie più vulnerabili sono maggiormente soggette al rischio. Si tratta di problematiche multidimensionali e in costante divenire che possono, però, essere modificate attraverso adeguate scelte politiche. L’adozione di interventi economici e sociali efficaci, in grado di arrestare il moltiplicarsi dei processi di emarginazione, è la via principale da percorrere per favorire la reintegrazione dei cosiddetti esclusi. Per questo negli ultimi anni il tema della lotta alla povertà e all’esclusione sociale abbia assunto un ruolo centrale all’interno delle agende politiche, sia a livello nazionale che globale. Nei Millennium Development Goals, stabiliti dall’ONU nel 2000, il primo degli otto obiettivi riguarda proprio l’eradicazione della povertà; più precisamente la dichiarazione auspica che il numero di persone che soffrono la fame e vivono in condizioni di estrema povertà venga ridotto del 50%. Il fenomeno ha infatti raggiunto dimensioni tali che ancora oggi circa un miliardo di persone si trova in situazioni di deprivazione materiale e sociale gravissime. Questo obiettivo riguarda anche i Paesi industrializzati, non esenti dal problema della povertà e dell’esclusione sociale. La conferma che questi fenomeni esistono ed hanno una loro specificità anche nel Nord del mondo è evidenziata, ad esempio, dalla crescente importanza assunta dal tema anche all’interno delle politiche comunitarie.

In Italia i dati ISTAT del 2014 riportano una percentuale di persone che vivono in povertà assoluta pari al 6,8%, contro il 3,1 % del 2007, vuol dire che la percentuale si è raddoppiata in soli 7 anni. La lotta alla povertà e all'esclusione sociale è uno degli obbiettivi strategici affermati dal Consiglio Europeo. A Lisbona, nel 2000, è stato avviato un importante tentativo di coordinamento delle politiche nazionali di inclusione, il “processo di inclusione e di protezione sociale”. Gli obbiettivi proposti erano:

  • Assicurare un equo e qualificato livello di assistenza sociale e sanitaria;
  • Prevenire le situazioni di povertà, agendo direttamente sulle cause e sui fattori che le determinano;
  • Promuovere la realizzazione di una rete di servizi, accessibili a tutti, per favorire la prevenzione, l'accompagnamento e il reinserimento sociale;
  • Garantire a tutti la possibilità di esercitare i diritti legati cittadinanza.

Esiste una moltitudine di cittadini, che pur essendo riconosciuti giuridicamente tali, non hanno la possibilità di esercitare i diritti di cui sono titolari, ma sono tenuti ad osservare tutti quelli che sono i doveri legati alla cittadinanza, trovandosi a vivere in situazioni di forte marginalità. Penso per esempio a tanti nostri ospiti, che, non vedendosi riconosciuta la cittadinanza, non hanno la capacità giuridica di far valere i propri diritti. Le conseguenze negative di questo tipo di atteggiamento si ripercuotono sia sugli individui, che sulla comunità cui appartengono. Infatti il perdurare di situazioni di negazione dei diritti determina una forte accentuazione delle tensioni e della conflittualità sociale.

Per affrontare il problema dell’esclusione sociale è fondamentale quindi il ruolo sia delle istituzioni, che della società civile, per l’ideazione e la messa in atto di strategie di contrasto. In questa prospettiva la società civile è chiamata a recuperare la sua natura comunitaria. L’inclusione e la reintegrazione delle persone colpite da situazioni di bisogno di tipo relazionale, infatti, è possibile solo attraverso la società civile. In questa ottica, quindi, viene a modificarsi il ruolo del welfare, che non può più essere una prerogativa unicamente istituzionale. C’è un bel libro di Joseph Stiglitz, ”Il prezzo della diseguaglianza”, che documenta bene il divario che oggi separa l’1% della popolazione dal restante 99%. Il 99% è la stragrande maggioranza che soffre le conseguenze della crisi: con la diminuzione del reddito, spesso con la perdita del lavoro, e conseguentemente della casa. Il restante 1% vive in una realtà parallela, vedendo aumentare in maniera esponenziale la propria ricchezza e d il proprio benessere.

Teniamo conto anche del tracollo della mobilità intergenerazionale: i bambini di oggi hanno speranze molto contenute di poter migliorare la loro situazione di partenza. I poveri rimangono poveri. E lo svantaggio economico si traduce, come spiega Stiglitz in problemi di salute, abbandono scolastico e sempre più spesso nei sintomi tipici della depressione in condizioni di marginalità: alcolismo, ricorso alla compulsione da gioco d’azzardo, patologie mediche da “cibo spazzatura”, obesità e diabete. La povertà ammala: chi è più povero è più esposto al rischio di perdere la salute. E’ documentato come le malattie croniche, nei gruppi più sfavoriti, insorgano prima e siano spesso associate. Lo studio sui determinanti sociali della salute, che in Casa della Carità è una priorità, sia attraverso le ricerche effettuate dal Centro studi Souq (accesso ai diritti di salute) sia attraverso l’aver chiamato sir Michael Marmot ad una conferenza internazionale, riguarda proprio la forte correlazione statistica tra la presenza di esclusione, marginalità occupazionale e l’incidenza di malattie cronico degenerative.

Vorrei ora addentrarmi nel discorso specifico degli homeless avendo subito presente la peculiarità della multidimensionalità del fenomeno. Il termine italiano barbone, che proviene da birbone, cioè delinquente e malfattore (ne parla Federico Bonadonna), rimanda alle situazioni di degrado fisico e mentale delle persone costrette a vivere senza una casa. È comunque inevitabile notare l’assonanza con la parola barba che, pur non costituendone la radice, è in genere associata a poca pulizia, devianza e quindi di fatto alla figura del barbone. Anche il termine francese clochard, da clocher che significa zoppicare, era spesso riferito a persone poco intelligenti.

Parlando di homeless ci sono almeno tre punti di osservazione da cui iniziare:

  • La presenza continua di bisogni e di problemi diversi: da una parte i bisogni primari (casa, cibo), dall’altra condizioni di malattia fisica o mentale, tossicodipendenza o alcolismo, isolamento dalle reti familiari, difficoltà nelle relazioni interpersonali, che si sommano ai bisogni primari. Una grande metropoli anonima, poco affettiva, amplifica queste situazioni;
  • E’ un percorso che nel tempo diventa via via degradante: spesso è un processo di cronicizzazione che si autoalimenta attraverso successive rotture e perdite di ruolo e di riconoscimento nelle relazioni, fino a che, ad un certo punto, il processo di emarginazione non può più essere contrastato;
  • Le difficoltà a trovare risposte nei servizi istituzionali per le elevate barriere di accesso: troppo spesso le persone senza dimora sono state utenti di servizi, finché i servizi le hanno riconosciute come tali, cioè come persone con una residenza e portatrici di un bisogno unico e ben individuabile. L’insorgere contemporaneo di problematiche diverse che si sommano provoca un effetto distorsivo da parte dei servizi e quella che noi abbiamo provato a chiamare “teoria del flipper”.

Noi poi ci occupiamo di quel sottogruppo di persone, tante, che oltre a non avere un’abitazione esterna hanno perso una “abitazione per il sé”, cioè un luogo mentale interno stabile. Sono persone caratterizzate da tanti traumi, dalla loro negazione dei bisogni, da atteggiamenti masochistici o spesso da un sentimento di franca onnipotenza che deriva da tratti narcisistici o psicotici. In questo gruppo di persone, senza casa e con problemi di salute psichica, è rilevata l’aumentata presenza di stranieri, sia regolari che non (si considerino le persone seguite nei centri che, una volta scaduta la convenzione, possono solo tornare per strada). Si notano la diminuzione dell’età media (18/40 anni) e la presenza di diverse donne (plastic bag ladies). La condizione femminile di senza dimora risulta più problematica, rispetto a quella maschile, a causa del maggior numero di patologie psichiche presenti. Per quanto riguarda gli uomini, invece, la spinta verso questa condizione è rappresentata spesso da crisi economiche e dalla perdita del lavoro. Gli uomini sono, inoltre, più coinvolti in situazioni di tossicodipendenza e alcolismo. Si registra inoltre una tendenza alla cronicità e alla presenza di un cosiddetto “zoccolo duro” che rifiuta i centri. L’importanza delle relazioni sociali nell’evitare l’innesco di processi di impoverimento che conducono, in ultima istanza, l’individuo sulla strada, prima ancora che a livello teorico, la si può cogliere nei numeri relativi alla condizione affettivo-relazionale dei senza dimora: oltre i 2/3 dei senza dimora non ha alcuna relazione con la propria famiglia, i 3/5 sono persone celibi o nubili, e ben 1/4 è reduce da un’esperienza di separazione o di divorzio.

Dai dati dei censimenti sugli homeless vediamo come l’homelessness è un fenomeno eminentemente urbano. Mentre nelle campagne la presenza più accentuata di reti di solidarietà e di controllo sociale svolge una funzione di freno riguardo al manifestarsi di forme di anomia e devianza, è la città stessa a produrre povertà e allentamento dei legami sociali. In particolare, per quanto riguarda la realtà italiana, quasi la totalità del fenomeno sarebbe riscontrabile nelle grandi città del centro-nord, mentre nei piccoli e medi centri dell’Italia meridionale il fenomeno sarebbe quasi del tutto assente.

E’ importante pensare, per chi si occupa di homeless, a come sono modificati i concetti di spazio e di tempo nelle persone che vivono per strada. Il tempo in strada è fatto di lunghe attese (l’attesa che apra il dormitorio, che si liberi una panchina, che si possa racimolare qualcosa da mangiare), momenti vuoti, noia, apatia. Ed in una realtà così poco strutturata, i confini fra passato e presente si sfumano, i ricordi si confondono con le esperienze presenti, e senza un ordine cronologico, si finisce col perdere il senso della propria storia. Scriveva Erving Goffman già nel 1959:

 

Se il passato compare in termini di eventi traumatici e rotture dolorose, e il presente è fatto di giornate piene di imprevisti e difficoltà da affrontare, ne deriva che il futuro risulta quasi sempre una dimensione assente. Il presente, sempre uguale a se stesso, si dilata, e la rassegnata accettazione della situazione non dà spazio a progetti e aspirazioni.

 

Oltre alla dimensione temporale, anche quella spaziale è alterata. Lo spazio urbano viene ad essere utilizzato in funzione della possibilità di trovare risorse, creando così degli itinerari che verranno percorsi ogni giorno, continuamente. Un esempio di questi luoghi, scelti dagli homeless per vivere la propria esclusione sociale, sono le stazioni ferroviarie e gli aeroporti, così come tutti quelli che chiamiamo “non-luoghi”, sede delle poche relazioni possibili e di attività che possono garantire un minimo sostentamento. Aree, normalmente di passaggio, che per questi soggetti diventano luogo privilegiato di risorse e protezione. Se lo spazio e il tempo, non più scanditi da eventi significativi, perdono senso, i ricordi vengono sostituiti da storie fantasiose, compaiono i deliri spesso di carattere persecutorio o i comportamenti regressivi, che portano talvolta a stati di passività assoluta. Da qui si sviluppa un ampio spettro di psicopatologie, in particolare psicosi schizofreniche, disordini della personalità, dipendenza da alcol e da altre sostanze.

Sono pochi gli studi epidemiologici sulla popolazione degli homeless pubblicati in Italia. In tutte le indagini, condotte sia in Italia che in altri Paesi, la schizofrenia è indubbiamente la psicosi più rappresentata, seguita dalla depressione conclamata e dal disturbo bipolare. Anche le patologie meno gravi, ma indubbiamente invalidanti, sono presenti: disturbi d’ansia, fobie, attacchi di panico. Tra gli homeless è frequente la comorbidità: psicosi o disturbi dell’umore si riscontrano spesso associati a disturbi di personalità o ad abuso di sostanze.

Sono proprio queste le persone di cui noi ci occupiamo attraverso il progetto Diogene. Come scriveva Franco Basaglia nelle conferenze di Belo Horizonte del 1977:

 

A questo punto comincia una nuova pratica e ogni volta è una perdita ed un acquisto di identità. Io credo che, nel momento in cui si cerca la specificità della psichiatria sei come Diogene che, dentro la botte, andava alla ricerca dell’uomo… Penso che il problema della specificità della psichiatria ed il problema della conoscenza si pongono quando non hai più le certezze delle vecchie conoscenze….

 

Per concludere vorrei sottolineare come la lotta all’esclusione e all’homelessness abbia necessità di un ripensamento di nuove politiche attive, dove la povertà non deve essere vista come fenomeno fastidioso da nascondere o solamente da contenere, dove l’unica azione non può tradursi nel controllo sociale. Da qui nasce la scelta dello stile di accoglienza di Casa della Carità che non vive come una realtà assistenzialistica, ma che è motivata sempre da una spinta al cambiamento, alla ricerca della cura come elemento necessario di emancipazione per il recupero dei primari diritti di cittadinanza.

 


[1] Il seguente contributo di don Colmegna è stato presentato al convegno “Margini, persone, comunità. La salute mentale nel grave disagio sociale”, Firenze, 27 maggio 2016.

Keywords:

Riassunto: Il Centro di Salute Mentale di Via A. di Giorgio, afferente al Dipartimento di Salute Mentale della ASL RM/1, in considerazione dell’elevato numero di fallimenti degli interventi operati sulla popolazione dei Senza Fissa Dimora, ha analizzato il fenomeno alla luce di due variabili: l’organizzazione operativa della risposta ed il profilo psicopatologico dei S.F.D. Questa analisi ha prodotto la costituzione di una equipe costituita da operatori del DSM, del SOS del Comune di Roma, Vigili Urbani ed associazioni di Volontariato. Sul piano psicopatologico sembra efficace la distinzione in “home-first”, soggetti SFD per condizioni di povertà e “home-less” persone con disagio psichico reattivo a fallimenti del progetto di vita. La costituzione di un gruppo di lavoro integrato, ha permesso di gestire con maggiore efficacia situazioni che in passato ponevano in scacco istituzioni ed operatori. Tale tipo di intervento richiede una rete di collaborazioni fra servizi che abbiano chiare le competenze reciproche. L’intervento non ha richiesto alcun investimento economico supplementare.

DOI: 10.1400/248410

 

HOME-LESS, HOME-FIRST E PROCESSI DI CURA

INTERVENTI COMPLESSI PER SFD NELLA CORNICE DI UN CENTRO DI SALUTE MENTALE

 

Silvia Raimondi, Giuseppe Riefolo*

*Dipartimento di Salute Mentale - ASL Roma 1

 

Riassunto: Il Centro di Salute Mentale di Via A. di Giorgio, afferente al Dipartimento di Salute Mentale della ASL RM/1, in considerazione dell’elevato numero di fallimenti degli interventi operati sulla popolazione dei Senza Fissa Dimora, ha analizzato il fenomeno alla luce di due variabili: l’organizzazione operativa della risposta ed il profilo psicopatologico dei S.F.D. Questa analisi ha prodotto la costituzione di una equipe costituita da operatori del DSM, del SOS del Comune di Roma, Vigili Urbani ed associazioni di Volontariato. Sul piano psicopatologico sembra efficace la distinzione in “home-first”, soggetti SFD per condizioni di povertà e “home-less” persone con disagio psichico reattivo a fallimenti del progetto di vita. La costituzione di un gruppo di lavoro integrato, ha permesso di gestire con maggiore efficacia situazioni che in passato ponevano in scacco istituzioni ed operatori. Tale tipo di intervento richiede una rete di collaborazioni fra servizi che abbiano chiare le competenze reciproche. L’intervento non ha richiesto alcun investimento economico supplementare.

 

Parole chiave: home-first, homeless, povertà, psicopatologie, lavoro d’equipe.

 

Abstract: Home-less, home-first and therapy process. Complicated operations for home-less in a context of a mental health center. The Public Mental Health Service A. Giorgio, afferent to the Mental Health Department ASL RM / 1, due to the many failures of the actions undertaken on the  Homeless’ population, has analyzed the phenomenon through two variables: the operational organization of the response and the psychopathological profile of the homeless population. The result implied the constitution of a team made up of staff belonging to the Mental Health Department, the Social Emergency Room of the City of Rome, the traffic police and voluntary associations. The distinction in two main categories, "home-first", a condition due to concrete poverty and "home-less" people with psychic disorders responsive to life project’s failures, seems effective even on a psychopathological area. The establishment of an integrated working group, allowed to manage more effectively situations which in the past led to certain failures. This kind of intervention needs a network of partnerships between services where each competence is clearly known. To be underlined that this intervention did not required any additional financial investment.

 

Key words: home-first, homeless, poverty, psychopatholgies, teamwork.

 

 

[1]1. Premessa

 

Lavorando in un servizio territoriale pubblico di Salute Mentale a Roma, spesso ci sono arrivate richieste di intervento per soggetti senza fissa dimora (SFD), i quali, a vario livello di intensità e di gravità psicopatologica, presentano disturbi del comportamento. Puntualmente, in questi casi, la domanda non arriva direttamente dai pazienti, ma è posta da comuni cittadini, operatori di associazioni di volontariato o operatori sociali di altri servizi pubblici o ancora da forze dell'ordine o vigili urbani. Puntualmente ci si trova nella condizione di non poter dare alcuna risposta a tale tipo di domanda per il fatto che questa è posta secondo modalità molto improvvisate, dove, sulla spinta dell'urgenza, si avanzano richieste alle quali il nostro servizio non può dare seguito. Puntualmente ci viene chiesto di "occuparci della situazione di grave disagio" senza considerare che, in ogni caso, un servizio psichiatrico territoriale pubblico non è in grado di effettuare interventi di urgenza, non dispone di soluzioni assistenziali di ordine economico, né di sostegno alla quotidianità, né di tipo residenziale per questi casi.

Tale modalità molto aspecifica e sostenuta solo sull'urgenza, produce puntualmente un profondo senso di impotenza nel nostro servizio e contestualmente irritazione nei servizi richiedenti il nostro intervento. Nella migliore delle ipotesi in simili circostanze si tenta di prescrivere o somministrare una terapia farmacologica quando possibile, ma con estrema difficoltà in quanto, in un Centro di Salute Mentale, non sono disponibili farmaci per le urgenze e la prescrizione di una terapia farmacologica ha poco senso se il paziente non ha le condizioni minime per mantenere la necessaria continuità e adesione alla cura, né per disporsi a tornare per i controlli successivi.

Da sempre questo tipo di utenza rappresenta per i servizi psichiatrici territoriali un elemento di impotenza, ma soprattutto è sempre stato evidente come tutti i servizi coinvolti a vario titolo, devono arrendersi di fronte alla impossibilità di stabilire percorsi di cura e di assistenza adeguati e soddisfacenti.

 

 

2. Prime considerazioni

 

Alla luce di quanto fin qui descritto, a partire dal 2010, in concomitanza con una delle tante richieste “urgenti” proposte al nostro servizio, iniziamo ad occuparci del problema in modo organico, analizzando sia le caratteristiche dei quadri patologici che ci si presentano, sia le difficoltà di collaborazione fra le molte istituzioni coinvolte a vario titolo.

Iniziamo tale analisi a partire dal secondo punto, ovvero dall'evidenza di una difficoltà di dialogo e cooperazione fra agenzie ed operatori differenti. Da un'analisi anche molto elementare emerge che ognuna delle organizzazioni coinvolte non conosce le competenze e le specificità delle altre e ciascuna proietta sulle altre istituzioni o sugli altri operatori il peso dell’urgenza e soprattutto la frustrazione della propria impotenza di fronte alla complessità dei casi che si presentano. La apparente “gravità” dei casi, in effetti, comincia a definirsi meglio proprio in ordine alla dimensione della “complessità” della domanda, che in quanto tale, necessita di un intervento per così dire “multidisciplinare”, dove si rende necessaria la collaborazione e l'intervento di più organizzazioni.

 

3. Il livello organizzativo

 

Il primo livello di intervento che abbiamo pensato è stato quello di contattare tutte le organizzazioni - private, di volontariato, pubbliche, sanitarie, assistenziali... - che a vario titolo risultano coinvolte nella domanda di intervento urgente che questo tipo di pazienti evoca. Si è proceduto ad una serie di incontri preliminari in cui ribadire la necessità della conoscenza reciproca, delle rispettive competenze e specificità, per poi stabilire percorsi articolati possibili in situazioni di urgenza socio-sanitaria che coinvolgessero soggetti SFD.

In quanto servizi sanitari per la salute mentale abbiamo ribadito il nostro interesse ad occuparci di pazienti che presentino problemi di ordine psicopatologico, collaborando con operatori di altre organizzazioni allo scopo di sostenere possibili percorsi di cura, dai più impegnativi che implichino anche ricoveri ospedalieri in Trattamento Sanitario Obbligatorio, fino ad interventi verso pazienti che accettino le cure ambulatoriali presso il nostro servizio. Da diversi anni quindi, questo gruppo integrato si riunisce ogni due mesi con un triplice obiettivo:

1. monitoraggio dei bisogni di questo tipo di utenza nel territorio del nostro servizio (un territorio di circa 100.000 abitanti);

2. monitoraggio dei casi già seguiti dove l'aiuto delle organizzazioni di volontariato è essenziale in quanto sono i volontari, soprattutto, a mantenere i contatti tra il nostro servizio e i pazienti;

3. accoglienza di nuovi casi e definizione dei possibili interventi.

 

4. Il livello psicopatologico

 

Un secondo momento di analisi ha riguardato la possibilità di definire soprattutto da un punto di vista psicodinamico gli aspetti peculiari del tipo di utenza che molto spesso sono offuscate dalla prevalenza di aspetti sociali regrediti o degradati. La nostra esperienza con questo tipo di pazienti suggerisce la presenza di uno specifico quadro patologico al confine fra disturbi borderline o schizoidi di personalità e disturbi schizofrenici, che comunque richiamano, con diverso livello di intensità, caratteristiche di reattività ad esperienze di vita traumatiche contingenti.

In ambito psicopatologico queste caratteristiche di "reattività traumatica" si organizzano e riscontrano frequentemente su strutture di personalità sufficientemente integre, ovvero con ampie aree della personalità sostanzialmente sane. Tale prognosi positiva confligge con l'apparente estrema gravità che il quadro clinico sembra suggerire, sostanzialmente per il fatto che la componente di degrado sociale viene a prevalere e a connotare la componente più evidente del quadro clinico. Inoltre, soprattutto analizzando alcuni comportamenti "attivi" dei pazienti più gravemente dissociati, emerge come molto spesso essi riescano ad organizzare e mantenere "attivamente" separati, o in conflitto fra loro, i diversi operatori che se ne occupano (spesso sono disponibili con alcuni operatori, ma ostili ad altri; da alcuni operatori accettano soluzioni solo finché queste soluzioni non coinvolgano altri operatori o altre organizzazioni; sul piano della sussistenza elementare risultano particolarmente capaci per quanto, alcune volte, in conflitto con le proposte di alcuni operatori...).

La storia clinica di alcuni di questi pazienti risulta estremamente significativa ed esemplare nel senso di evidenziare una tipica attitudine a tenere separati tutti i contesti di realtà che si occupano di loro: in tutti i pazienti di cui ci siamo occupati, compresi soprattutto due nord-africani che hanno avuto bisogno di ricovero in TSO, emerge sempre come questo tipo di paziente si collochi attivamente in una sorta di "terra di nessuno" dove essi organizzano l'impossibilità di poter andare avanti, ma anche di poter tornare indietro rispetto ad eventuali esperienze di migrazione (per quanto riguarda pazienti migranti) o di allontanamento dal proprio domicilio (per quanto riguarda soggetti italiani che per motivi psicopatologici si sono allontanati dal proprio contesto familiare).

Nei due casi più gravi di cui ci stiamo tuttora occupando, è evidente che entrambi siano venuti in Italia con progetti lavorativi o di studio particolarmente organizzati, ma che non abbiano saputo rispondere alle difficoltà qui incontrate ripercorrendo la via del ritorno nel proprio paese di origine, così collocandosi in una dimensione senza tempo e senza processo che li salva dalla insostenibile verifica depressiva di presentare un fallimento del proprio progetto di vita.

In questi due casi tale soluzione “terra di nessuno", al momento del nostro intervento è in essere già da circa 25 anni e il nostro intervento integrato fra diverse organizzazioni ha sicuramente permesso di riattivare parametri dell'ordine temporale e processuale che ora fanno pensare alla possibilità di un prossimo reintegro di questi pazienti nel proprio contesto di origine.

In un relativamente breve periodo di intervento il nostro gruppo si è occupato di venti pazienti, perlopiù di etnia slava e nordafricana, alcuni dei quali molto gravi hanno avuto bisogno di ricoveri presso servizi psichiatrici di diagnosi e cura, mentre altri sono stati seguiti (e lo sono tuttora) ambulatorialmente. Al momento i pazienti italiani di cui ci siamo occupati sono due, uno dei quali dopo alcuni mesi di presa in carico, è rientrato in Calabria, sua terra di origine, seguito dalla sua famiglia e dai servizi della sua regione. Altri pazienti sono stati seguiti per un periodo e poi, magari hanno fatto perdere nuovamente le loro tracce.

L'intervento, quindi, per soggetti SFD con problemi psicopatologici comporta in prima battuta che si proceda ad una separazione sul piano dell'inquadramento psicopatologico tra:

 

1. disturbi psicologici dovuti all'esperienza della povertà concreta;

2. disturbi psicopatologici dovuti a fallimenti di progetti di vita.

 

Nel primo caso i disturbi psicopatologici sono riferibili a modalità di adattamento a contesti sociali regrediti che permettono al soggetto un sufficiente funzionamento sociale. In questa categoria i soggetti mantengono, a livelli di organizzazione primitiva, le proprie competenze di relazione sociale, la competenza ad organizzare progetti di sopravvivenza e, quindi, la competenza, spesso molto ben strutturata ed articolata, alla conoscenza di percorsi di utilizzo di soluzioni assistenziali che, soprattutto, abbiano la caratteristica di non esporli a livelli anche minimi di responsabilità e di processualità che imponga la loro partecipazione e collaborazione attiva. Si tratta della gran parte dei soggetti SFD, che peraltro sono in grande aumento negli ultimi tempi segnati dalla crisi economica, che riescono a contattare direttamente o indirettamente le istituzioni assistenziali o anche sanitarie, che sanno organizzare autonomamente soluzioni di vita residenziali (occupando casali abbandonati, utilizzando ponti, ecc...) accedendo a piccole soluzioni di aggregazione sociale, organizzando e condividendo le proprie soluzioni di vita con altri, definendo piccoli gruppi coesi su modalità estremamente concrete di sopravvivenza.

Nel secondo caso i pazienti risultano decisamente “organizzati” in una modalità di relazione nettamente dissociata con nessuna o scarsissima capacità di relazione. Si tratta di soggetti che, prima ancora che reattivi a esperienze di povertà concreta, sembrano aver organizzato una modalità esistenziale dissociata a seguito di - e quindi reattiva a - esperienze di fallimento di progetti di vita. La soluzione dissociativa sembra essere l'ultima soluzione vitale di una sorta di suicidio psicologico-esistenziale per cui questi soggetti, nella loro soluzione psicopatologica, si mantengono in vita, ma in un contesto relazionale per il quale loro devono essere trasparenti, anzi invisibili. Si tratta di una profonda ferita narcisistica che si organizza a livello ontologico, in persone per altro sostanzialmente sane. Per fortuna, nell'ambivalenza vitale del sintomo, mentre per alcuni versi cercano soluzioni per la propria invisibilità, parallelamente si collocano in contesti sociali dove la loro visibilità si segnala in modo particolare per motivi di ordine concreto e sociale. Infatti, solitamente occupano posti frequentati da molta gente (parchi, giardinetti,...) o si collocano all'incrocio di importanti arterie stradali sia urbane che extraurbane. A differenza della prima tipologia di utenti, questo tipo di pazienti non accede a posti di sufficiente emarginazione e distanza dal rumore sociale, anzi sembra cercare questa dimensione secondo modalità automatiche e, soprattutto, si tratta di pazienti che non cercano ed evitano attivamente ogni forma di aggregazione con altri soggetti SFD.

In un paio di casi tra i più gravi seguiti dal nostro gruppo, un paziente vivendo in un giardino pubblico riservato al passeggio dei cani, ne aveva assimilato totalmente le abitudini di vita - sul piano alimentare e dei bisogni fisiologici -, mentre l'altro, sempre vivendo all'interno di un parco molto frequentato, si era costituito una trincea di giornali e cellophan e viveva nella convinzione di non avere pelle o organi interni (infatti la prima parte dell'intervento, durata alcuni mesi in regime di ricovero, ha permesso che ciascuno dei due pazienti recuperasse le abitudini alimentari e dell'uso degli sfinteri e si riconoscesse capace di avere pelle ed organi interni...). In questo tipo di pazienti ciò che appare come degrado e perdita di competenze vitali, in realtà va considerato come progetto attivo, di ordine dissociativo, da parte del paziente, il quale (ovviamente sul piano inconscio) si mantiene all'interno di una socialità anonima e diffusa, mentre tende a disarticolare ogni nesso che possa legarlo sul piano relazionale specifico al contesto sociale e, soprattutto, interrompe difensivamente ogni possibile nesso che il contesto sociale che lo circonda e che si occupa di lui possa organizzare, anche attraverso il coordinamento di interventi.

Intendiamo affermare che la disorganizzazione, l'autoreferenzialità e il costante senso di risentimento e fallimento in cui puntualmente operano tutte le istituzioni che si occupano di questo fenomeno, è da riferire soprattutto alla collusione delle nostre organizzazioni con un progetto patologico (dissociativo) attivo, sostenuto da questo tipo di pazienti. Non a caso, questo secondo tipo di pazienti risulta sostanzialmente inavvicinabile da ogni programma di recupero con grande frustrazione degli operatori che se ne occupano, mentre il primo gruppo - ovvero quelli che sanno organizzare la regressione dovuta all'esperienza di povertà concreta - risultano molto più gratificanti per gli operatori che se ne prendono cura, in quanto rispondono seppur in modo concreto, alle sollecitazioni finalizzate alla loro integrazione ed assistenza.

 

5. Home-first, home-less

 

Volendo utilizzare uno slogan avanzato nel convegno SMES tenutosi a Roma nel 2013, potremmo dire che la prima categoria di pazienti corrisponderebbe alla definizione di "home-first", dove è la mancanza di un bene primario e la contingenza delle condizioni di vita scadute a determinare gli aspetti più gravi del disagio; mentre la seconda aderisce alla condizione di "home-less", dove non è la povertà il fattore precipitante quella condizione. La rete interdisciplinare che è stata organizzata dal nostro gruppo si è occupata in modo essenziale di questo secondo gruppo di pazienti in cui un profondo disturbo psicopatologico riferibile all'identità sembra essere preminente nella determinazione della marginalità.

Per il primo gruppo di pazienti riteniamo che gli interventi di sostegno sociale, magari affiancati anche da possibili consulenze di ordine psicopatologico, risultino preminenti e spesso risolutivi (per quanto questi pazienti vadano comunque rispettati nella loro esperienza traumatica della povertà che ne motiva molto spesso la estrema organizzazione concreta spesso stabilizzata).

Nell'intervento verso la categoria di pazienti psicopatologicamente più gravi che abbiamo definito "home-less" vi è la necessità che una serie di servizi i quali - a vario titolo sono sempre stati coinvolti ma in modo autoreferenziale - si organizzino a rete definendo le reciproche competenze e soprattutto percorsi positivi possibili attraverso cui prendersi cura di questi soggetti (ribadiamo che, sul piano formale, questi pazienti non potrebbero essere ricoverati presso Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura - SPDC - perché solitamente non pazienti in acuzie e, peraltro, potrebbero non essere seguiti dai nostri servizi psichiatrici territoriali in quanto, solitamente, non volontari o, comunque, non collaborativi...).

 

6. Particolarità delle difese dissociative

 

L'organizzazione e, soprattutto, la “manutenzione” di una rete composta dai vari servizi sanitari, sociali e di volontariato, permette che questo tipo di pazienti possa ricevere cure e che possano rientrare nei percorsi di sostegno sociale necessario.

Tale intervento risulta inoltre estremamente più economico - oltre che più efficace - rispetto a quanto finora realizzato, in quanto l’assenza di coordinamento invalida l’esito delle iniziative, spesso inutilmente reiterate ed inefficaci, con attivazione di grave conflittualità ed effetto di delega fra i diversi operatori e le diverse organizzazioni convocate per "risolvere" il caso.

E’ importante ribadire che, a differenza della gravità apparente delle situazioni di disturbo psicopatologico e disagio sociale in cui incontriamo questo tipo di pazienti, si tratta di soggetti sostanzialmente "sani", ovvero capaci di organizzare difese dissociative rispetto ad eventi gravemente traumatici per la loro esperienza. L'alta reattività del quadro clinico, per definizione, in psicopatologia significa esistenza di una buona struttura di personalità capace di organizzare difese dissociative prima di frammentarsi nella destrutturazione schizofrenica.

Le difficoltà emerse in questo tipo di intervento sono dovute soprattutto alla completa mancanza di reti e protocolli relativi alla integrazione delle funzioni fra le diverse organizzazioni coinvolte: ciò implica che piuttosto che operare in un assetto di assunzione di responsabilità, si attivino comportamenti di delega e di evitamento, protettivi rispetto ai livelli di fallimento e frustrazione conseguenti alla assenza di progetti prestabiliti e concertati.

Un ultimo rilievo riguarda l'entità quantitativa del fenomeno che, dal nostro vertice, appare estremamente esiguo, ma di tale difficoltà che spesso pochi casi sembrano attivare un grande clima di impotenza e di confusione nei vari servizi coinvolti. Sarebbe utile, a nostro parere, che le organizzazioni comunali organizzassero un centro di raccordo e di collegamento fra le diverse istituzioni e che fossero definiti possibili percorsi clinici e riabilitativi per le diverse tipologie di utenti (gravi carenze permangono sul piano dei contatti con le ambasciate o con i servizi sociali per difficoltà di ordine normativo: spesso questi utenti sono sprovvisti di documenti necessari per l’accesso a vari dispositivi assistenziali, anche di natura medica).

 

 

 

 

7. Claudio

 

Quando lo incontriamo Claudio ha circa 30 anni. Ce lo segnala un gruppo di volontari che opera nella zona di Roma nord e che partecipa agli incontri del nostro gruppo di lavoro sui SFD presso il Centro di Salute Mentale.

Da circa tre anni, ormai, Claudio si è insediato nel parco di un istituto di riabilitazione per soggetti con gravi patologie neurologiche, gestito da religiosi. Nel parco si è costruito una capanna con mezzi di fortuna e non accetta l’invito a spostarsi in un luogo più protetto che i religiosi gli offrono. Resiste ad ogni tentativo fatto dai servizi sanitari e dai vigili urbani perché abbandoni quel luogo. Gli unici contatti sono con il gruppo di volontari che ogni sabato gestisce il servizio docce utilizzato da Claudio. Di lui si sa solamente che è italiano, originario della Calabria. Non accetta di dare sue notizie a nessuno. Con un volontario del gruppo ha particolare familiarità e fiducia e, quando ci viene segnalato, questo volontario viene incaricato da parte del gruppo di tentare di accompagnarlo in ambulatorio per essere visitato dallo psichiatra del gruppo.

Questo approccio rappresenta solamente un modo semplice di stabilire un contatto e presentare proposte rispettose della capacità di scelta di Claudio. Con sorpresa del gruppo Claudio accetta di arrivare in ambulatorio e di essere visitato dallo psichiatra. Durante il colloquio, per quanto con temi deliranti e toni ipomaniacali, racconta la sua storia di figlio di una famiglia numerosa e povera della provincia di Reggio Calabria, di essere stato seguito, in Calabria, dai servizi psichiatrici e di essere partito per Roma spinto da motivazioni deliranti di “espiazione di gravi colpe”.

Sul piano diagnostico Claudio presenta un chiaro quadro clinico di “paranoia”, ben strutturata su tematiche deliranti in cui i temi sono organizzati su antichi vissuti di colpe sessuali ed incestuose riferiti soprattutto alla sorella. La scelta di fuga dal proprio paese di origine, i vagabondaggi e l’esposizione ad una “vita all’aperto dove il tetto dovesse essere solo il cielo” sono evidenti tentativi di espiazione dalle gravi colpe di cui Claudio si accusa. Il suo abitare in un prato rappresenta la condizione per un necessario rapporto con “Dio che dal cielo può sempre essere in contatto con me per controllarmi e proteggermi”.

Claudio viene tranquillizzato: l’incontro con uno psichiatra non metterà a rischio i suoi “contatti” che lo rassicurano e senza i quali lui sicuramente si sentirebbe perso, ma è una buona cosa che lui assuma un farmaco neurolettico depot (Aloperidolo, 100 mg, fiale) al fine di essere aiutato ad avere una “maggiore concentrazione e chiarezza dei pensieri”. Sul piano strettamente tecnico, questo tipo di intervento vuole essere una comunicazione di assoluto rispetto dell’organizzazione psichica del paziente a cui si può accedere attraverso l’ambiguità del registro comunicativo, attivando così un livello di cura e sostegno psicologico attraverso operazioni semplici e concrete. In sostanza si tratta del linguaggio regredito delle organizzazioni psicotiche in generale che può essere mediato da una “relazione psicofarmacologica” (Racamier, Carreter, 1972).

In effetti Claudio, dopo aver chiesto informazioni e rassicurazioni, accetta di effettuare l’iniezione del farmaco che dovrà ripetere dopo 3 settimane. Gli vengono spiegati i rischi di eventuali effetti collaterali e il motivo per cui si sta decidendo di introdurre un farmaco. La funzione del farmaco è anche quella di mettere le premesse per successivi incontri al fine concreto di “controlli della terapia” che Claudio accetta.

Si organizza così una piccola équipe di riferimento per Claudio, composta dal volontario, dallo psichiatra e da un’assistente sociale del Dipartimento di Salute Mentale (DSM). Claudio ritorna prima dell’appuntamento fissato poiché ha visibili effetti collaterali dovuti al farmaco (parkinsonismo, acatisia e rigidità articolari), ma non ne è turbato, anzi manifesta la sua fiducia nel medico perché “sono effetti collaterali di cui lei, dottore, mi aveva parlato…”. Questa volta viene in ambulatorio per capire se c’è una soluzione. Gli viene quindi modificata la terapia che produce da subito buon esito. Durante gli incontri successivi, dove Claudio pian piano riesce ad arrivare anche da solo e non più accompagnato dal volontario, si riescono a raccogliere dati importanti che permettono di contattare i familiari in Calabria ed i servizi psichiatrici da cui è stato seguito anni addietro. Attraverso una nostra mediazione viene ricontattato il direttore del centro riabilitativo nel cui parco ancora vive. Diventa possibile, quindi, che Claudio accetti di abbandonare la baracca nel parco e sia ospitato all’interno dell’istituto dove partecipa, con grande impegno e successo, all’accompagnamento di un paziente gravemente tetraplegico.

A questo punto si pensa di invitare la madre a Roma, dove si organizza un incontro con il figlio presso il nostro servizio. L’incontro è positivo pur ribadendo Claudio la decisione irremovibile di non voler mai più tornare in Calabria.

Intanto la terapia farmacologica viene assunta con regolarità da Claudio che si presenta presso il nostro servizio ogni 3 settimane. I temi deliranti appaiono sempre meno espliciti e migliora notevolmente anche la sua capacità critica. In accordo con la madre e con il paziente, si decide di aprire una pratica di riconoscimento di invalidità che viene avviata da noi nonostante lui sia residente ufficialmente in Calabria. Questo ci dà modo di contattare i servizi di Reggio Calabria che si dichiarano disposti a seguirlo qualora lui accettasse di ritornare a casa. A questo punto ci raggiungono al Centro di Salute Mentale la madre accompagnata da una sorella e finalmente, al fine di effettuare le necessarie visite mediche per il riconoscimento di invalidità, Claudio accetta di tornare in Calabria dove continua la terapia farmacologica presso i servizi psichiatrici della sua residenza preventivamente contattati da noi.

Claudio è andato via da Roma da più di tre anni e in questo periodo ha mantenuto contatti telefonici soprattutto con il volontario, mentre in alcune occasioni, attraverso il volontario è stato possibile anche per lo psichiatra poterlo salutare ed avere sue notizie. Ci racconta di un buon inserimento nel suo contesto familiare e sociale (fa piccoli lavori in campagna…) e in alcune occasioni è stato a trovare la sorella ed altri familiari emigrati a Torino.

 

 

8. Alcune considerazioni.

 

Questo progetto e la sua buona riuscita sono stati realizzabili grazie alla costituzione di un gruppo operativo per la gestione di soggetti SFD specificamente costituito presso il Centro di Salute Mentale del territorio. Tale gruppo si avvale di una rete di collaborazioni complementari fra istituzioni e servizi che solitamente sono chiusi nelle proprie competenze specifiche, che semplicemente rinviano ad altri servizi la necessità e l’onere degli interventi. Solamente in questo modo è stato quindi possibile accogliere e dare seguito alla domanda portata dal volontario che segnalava le precarie condizioni di Claudio, mentre per anni le richieste del volontario o del direttore dell’Istituto Riabilitativo o degli stessi Vigili Urbani, sono cadute nel vuoto dovuto all’assenza di rete fra i vari servizi.

In Italia, in questi casi, la rete fra istituzioni e servizi non è prevista e l’autonomia e le rispettive “mission” di ciascun servizio sostanzialmente impediscono la organizzazione di una rete coordinata di intervento, con grande dispendio di energie anche economiche oltre la frustrazione degli operatori coinvolti. Sicuramente l’intervento coordinato di rete è risultato, in questo caso come in altri effettuati dal gruppo in questi anni, efficace sul piano degli esiti e non ha richiesto alcuna risorsa economica aggiuntiva rispetto a quelle in dotazione a ciascun servizio. Rispetto ad altri casi, nonostante la gravità clinica inizialmente molto esplicita, non è stato necessario attivare alcuna operazione di ricovero e tanto meno di ricovero obbligatorio poiché nel contatto con Claudio, mediato dalla profonda fiducia che lui aveva nel volontario che se ne occupava, è stato sufficiente organizzare un contesto relazionale positivo anche attraverso la sostanziale tolleranza, da parte del nostro gruppo, delle “soluzioni psicotiche” adottate da Claudio che si sono lentamente modificate parallelamente alla sua capacità di recuperare una buona dimensione relazionale, fino a quel momento pervasa solo da sensi di colpa rispetto a cui il suo vagabondare risultava reattivo e “psicoticamente risolutivo”.

La gestione di questo caso è stata, alla fine, estremamente semplice ed economica soprattutto perché sono emerse insospettate capacità di integrazione da parte di Claudio oltre che disponibilità alla collaborazione da parte della famiglia.

Trattandosi di un soggetto di nazionalità italiana, non è stato difficile che un servizio del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) se ne potesse occupare. C’è da segnalare, comunque, che sul piano strettamente formale il nostro servizio, a Roma, avrebbe potuto evitare di occuparsene in quanto il soggetto, residente in altro territorio, non risultava di nostra “competenza territoriale” e, pertanto, già la stessa “competenza territoriale” in questo caso (come di solito accade) avrebbe potuto inaugurare una sequela di rinvii di competenze fra servizi con l’esito di lasciare un soggetto psichicamente sofferente e bisognoso privo di cure, nel suo attivo e raffinato collocarsi stabilmente sul crinale delle competenze dei vari servizi, ovvero quel luogo che abbiamo definito, la “terra di nessuno”.

Pertanto, sarebbe necessario che le modalità di organizzazione a rete dei vari servizi non siano solo affidate a posizioni volontaristiche di alcuni operatori, ma che possano organizzarsi in precisi nuclei di intervento per questo tipo di soggetti ed in precise normative che descrivano il percorso di presa in carico di pazienti SFD con problemi psichiatrici. Si tratterebbe, a nostro parere, di trovare modalità che spostino l’organizzazione dei servizi dalla “competenza territoriale” alla “competenza clinica” attraverso l’organizzazione di apposite équipe multidisciplinari per questo tipo di utenza, che magari facciano capo alle amministrazioni comunali prima che sanitarie.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

ASSNAS (a cura di Franca Dente e Graziella Povero); Giornata Mondiale contro la povertà estrema 17 ottobre 2003: I Senza Fissa Dimora in Italia

 

AA.VV., DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE 2015 , ROMA Centro Studi e Ricerche IDOS, 2015

 

Comunità di Sant’Egidio “Rapporto sulla povertà a Roma e nel Lazio 2012” , Milano, Francesco Mondadori, 2012

 

Assessorato alle Politiche per la Promozione della Salute, Storie di barboni rasati a secco, Roma, Armando Editore, 2000

 

Mental Health Foundation, Mental Health and Housing, Policy paper (prepared by Jonny Savage), 2016

 

 


[1] Il seguente contributo è relativo al convegno “Margini, persone, comunità. La salute mentale nel grave disagio sociale”, Firenze, 27 maggio 2016.

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