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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

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Il seme e l'albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità

Il seme e l’albero. Rivista di scienze sociali, psicologia applicata e politiche di comunità, è una rivista multidisciplinare peer reviewed dedicata alla presentazione di ricerche scientificamente rigorose e originali inerenti ai problemi sociali, alle politiche e agli interventi di comunità. Con la creazione di un luogo per la diffusione e il confronto delle analisi teoriche, dei risultati empirici e dei progressi metodologici, Il seme e l’albero mira a rafforzare il rigore della ricerca psicosociale e a promuovere la conoscenza presso operatori del territorio, psicologi, educatori, assistenti sociali, ricercatori e amministratori.

 

"... il mezzo può essere paragonato ad un seme, il fine ad un albero: fra il fine e il mezzo vi è la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l'albero"  (Mahatma Ghandi)


Ultimo numero:

N° 3/2016 Aprile 2017

Volume 2

Sommario:

EDITORIALE

 

Passaggi, transiti, evoluzioni. I tempi scorrono, le vicende incalzano, la storia procede mutando gli elementi della società, delle culture, delle comunicazioni. Compito di chi si pone nell’ottica di voler capire per governare, per quanto esso sia possibile, le prospettive di cambiamento della contemporaneità, è quello di leggere e interpretare, facendo tesoro di quanto si esperisce per proporre una riflessione di cui molti possano servirsi. [...]

DOI: 10.1400/250255

EDITORIALE

 

Passaggi, transiti, evoluzioni. I tempi scorrono, le vicende incalzano, la storia procede mutando gli elementi della società, delle culture, delle comunicazioni. Compito di chi si pone nell’ottica di voler capire per governare, per quanto esso sia possibile, le prospettive di cambiamento della contemporaneità, è quello di leggere e interpretare, facendo tesoro di quanto si esperisce per proporre una riflessione di cui molti possano servirsi.

La Fondazione Andrea Devoto si proietta verso una fase nuova della propria storia: per adeguarsi a contesti nuovi, per cercare di tutelare la propria storia e la propria identità, ma anche per attitudine costitutiva al cambiamento. È inevitabile che la rivista, Il seme e l’albero, nata nell’ambito delle sue attività e del pensiero elaborato, la segua nei suoi percorsi e nelle sue progressioni. La rivista cerca, quindi, un volto che renda ragione delle necessità presenti, un volto a cui guardare per capire cosa la Fondazione vuole costruire per il tempo che sarà. Da tempo riflettiamo sulla necessità che volontariato, associazioni del privato sociale e tutti gli enti che si mettono in relazione con Università e pubbliche amministrazioni traducano tutto questo lavoro in una proposta culturale, quella tessuta di vita reale conosciuta e condivisa attraverso le narrazioni e le testimonianze. Cultura non è accademia, scuola intesa in senso restrittivo, dimensione per classi ristrette. Cultura è comunicazione dell’umano che si scopre in sé, tanto più prezioso ed importante se negato, contraddetto, marginalizzato o represso. Questa rivista continuerà sulla strada dell’intrecciare competenze riflettute, frutto di studio e analisi, e ciò che emerge dall’esperienza di operatori, volontari, accoglienti ed accolti. Chi può dare con il proprio lavoro o la propria disponibilità gratuita e chi lascia il tesoro delle proprie fatiche, fragilità, marginalità. Nella coscienza lucida che tra uni ed altri non sussistono le differenze nella dignità, semmai nei percorsi di vita. Ci pare non ci sia altro modo per proseguire quella via che Andrea Devoto, a suo tempo, ha percorso e ci ha indicato.

 

Il direttore

Andrea Bigalli


Riassunto: il testo tratta delle fondamentali categorie interpretative in relazione ai nuovi fenomeni sociali e la questione della globalizzazione come paradigma storiografico. La demografia e l’emigrazione sono considerate insieme al problema del razzismo istituzionale; infine, l’autore riflette sull’alternativa tra intercultura e multiculturalismo.

DOI: 10.1400/250256

FENOMENI VECCHI E NUOVI:

QUALI CATEGORIE INTERPRETATIVE?

 

Massimo Cervelli*

*Storico

 

Riassunto: il testo tratta delle fondamentali categorie interpretative in relazione ai nuovi fenomeni sociali e la questione della globalizzazione come paradigma storiografico. La demografia e l’emigrazione sono considerate insieme al problema del razzismo istituzionale; infine, l’autore riflette sull’alternativa tra intercultura e multiculturalismo.

 

Parole chiave: Categorie interpretative, razzismo istituzionale, intercultura, multiculturalismo, demografia.

 

Abstract: Old and new phenomena. The text discusses fundamental interpretative categories related to new social phenomena and the question of  globalization as historiographic paradigm.  Demography and migration are considered, at once with the problem of institutional racism; and the alternative choice between  cross-culture and multiculturalism.

 

Key words: Interpretative categories, institutional racism, cross-culture, multiculturalism, demography.

 

 

 

C’è un atteggiamento diffuso, fra chi si occupa di problematiche sociali, che porta a vedere il tempo presente come un tempo da rincorrere, essendo caratterizzato dalla proliferazione di sempre nuove tematiche, spesso emergenziali, e dai cui, potendo, possibilità biologicamente negata, si fuggirebbe volentieri.

I dati del rapporto Oxfam, relativi al 2015, parlano di 62 (sessantadue!) esseri viventi che hanno accumulato la stessa ricchezza della metà degli abitanti della terra - 3,6 miliardi di persone, il 50% più povero del pianeta. Può sembrare un vuoto esercizio, ma ha, invece, un valore indicativo sottolineare la contrazione del numero di persone che detengono la stessa ricchezza di metà dell’umanità: erano trecentottantotto nel 2011, ottanta nel 2014.

Questo avviene in un contesto dove l’1% della popolazione mondiale possiede più del restante 99%. Queste cifre sono, conclude Oxfam, “la prova definitiva che viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza ha raggiunto livelli senza precedenti da oltre un secolo”.

Il fatto di non ritenere il tempo presente un proprio alleato, come la necessaria dimensione temporale in cui comprendere, definire, affrontare, superare positivamente le grosse questioni (ecologiche, di genere, di sfruttamenti) generatrici di disuguaglianze, che crescono esponenzialmente, non è dovuto solo all’evidenza dei dati, sopra riportati, o al pessimismo indotto dal corso delle cose del nostro tempo.

Il primo fattore, quando siamo di fronte a dei fenomeni, è la comprensione. E’ proprio questa appare strabica, disorientata, piena di buoni principi, ma spesso assente di concretezza. Mancano, o sono palesemente inadeguati, gli strumenti necessari per comprendere: le categorie interpretative.

E’ come se un’analista approcciasse alla persona considerandola con le stesse caratteristiche e proprietà che avevano le donne e gli uomini della Vienna dove esercitava Freud, o un antropologo guardasse ai processi metropolitani con il bagaglio dei suoi predecessori di un secolo fa.

Ogni fenomeno necessita, per essere compreso e spiegato, di proprie categorie interpretative. Nel campo delle discipline storiche, ormai da una ventina d’anni, si va operando una rivisitazione di molte delle categorie utilizzate nel campo della storia politica ed economica. E’ stato spostato il punto focale dalla storia: dalle economie e dalla dimensione spaziale nazionale/internazionale, al loro confronto ed interazione nell’ambito di una storia globale. Il campo spaziale non è più l’Occidente, con l’aggiunta di quello che una volta veniva definito il Vicino Oriente, ma il mondo intero: la storia dell’umanità è sempre avvenuta su uno scenario globale. Gli esiti degli studi post coloniali sono il prodotto di questo cambio di paradigma, e la storia di genere offre una categoria interpretativa potentissima per rileggere l'intera storia dell'umanità, nei suoi rapporti di potere e produzione di identità.

Eppure, anche gli storici hanno tardato a fare dei processi di globalizzazione, che hanno definito un mondo sempre più interconnesso e, contemporaneamente, hanno reso imprescindibile la prospettiva della storia globale, una categoria storiografica[1].

 

1. PROCESSI IN ATTO

 

Demografia

Il rapporto Onu, World Population Prospects: The 2015 Revision,[2] sostiene che il tasso di crescita della popolazione mondiale abbia già raggiunto il suo culmine, ma gli effetti non siano ancora finiti, nonostante il rallentamento in atto arriveremo a 8,5 miliardi entro il 2030, e, secondo questa stima, a 9,7 miliardi nel 2050 e 11,2 miliardi nel 2100. Fermiamo l’attenzione sulla progressione: eravamo un miliardo e seicentomila all’inizio del Novecento, un miliardo nel 1820 e seicento milioni nel 1700.

 

Migrazione un fenomeno globale

I dati dell’ONU (International Migrant Report 2015)[3] stimano in 244 (duecentoquarantaquattro) milioni i migranti, ovvero le “persone che vivono in un paese diverso rispetto a quello di origine”, un numero equivalente al 3% della popolazione mondiale. Andando a scoprire quali sono i paesi che danno più vigore a questo flusso, troviamo al primo posto l’India, sedici milioni, ed al secondo il Messico con dodici milioni. Dei venti paesi con maggiore emigrazione ben undici sono asiatici, sei europei e soltanto uno africano.

La migrazione riguarda un doppio fenomeno, i migranti economici, definiti allegramente come “spontanei”, e i migranti forzati, chiamati “sfollati” se restano all’interno di uno stato e “rifugiati” se, invece, hanno attraversato una frontiera.

I dati forniti dal rapporto annuale dell'UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), Global Trends 2015,[4] stimano in 65,3 milioni il numero dei migranti forzati, in crescita rispetto ai 59,5 dell’anno precedente. UNHCR pone l’attenzione sul fatto che, in una popolazione mondiale di 7.349 miliardi di persone, questi numeri significano che una persona su centotredici è oggi un richiedente asilo, uno sfollato o rifugiato – approssimativamente si calcola siano circa quaranta milioni gli sfollati, ventuno i rifugiati e tre milioni i richiedenti asilo (International Migrant Report 2015). La stessa fonte ci dice che ben l’86% di questa moltitudine ha trovato rifugio in paesi in via di sviluppo (Pakistan, Giordania, Kenia).

 

L’impatto delle migrazioni sui paesi UE

L’Italia ha poco meno di cinque milioni di residenti stranieri, dato che la colloca al terzo posto, nell’ambito dell’UE, come numero di presenze, dopo la Germania, sette milioni e mezzo, e la Gran Bretagna prossima ai cinque milioni e mezzo. La visuale cambia, se prendiamo in considerazione la percentuale rappresentata dai residenti stranieri nei singoli paesi: in Italia l’incidenza è dell’8,2%, in Spagna del 10%, in Austria del 13%. I numeri servono a farci capire la dimensione dei flussi migratori che interessano l’Europa: sicuramente massicci, ma molto relativi in termini generali.

 

Italia: l’integrazione subalterna

L’Italia non ha mai definito un proprio modello di accoglienza dell’immigrazione. Quando si sottolinea questo aspetto, viene risposto che è dovuto all’essere divenuta solo recentemente terra d’immigrazione, a differenza della Francia e dell’Inghilterra, potenze coloniali, che hanno sviluppato risposte diverse: quella francese, assimilazionista, e il pluralismo ineguale del Regno Unito. In realtà l’assenza di risposta italiana è stata causata dall’incomprensione del carattere epocale dei flussi migratori, e, soprattutto, dall’aver subordinato tutte le misure ed i provvedimenti legislativi, dalla prima legge Martelli, 1990, ad oggi, al primato del mercato. Il mercato del lavoro, voglioso di liberarsi di “lacci e lacciuoli”, aveva bisogno di manodopera dequalificata, in larga parte irregolare, per abbassare drasticamente il costo del lavoro e distruggere il sistema di tutele e diritti, normativo e contrattuale, statuito nell’epoca fordista. Conseguentemente, gli interventi che si sono susseguiti hanno riproposto l’elemento della sanatoria, e gli ingressi cosiddetti “programmati”, come unici elementi di governo del fenomeno. Discende da qui l’inserimento degli immigrati tramite il mercato del lavoro, praticando un’ “integrazione subalterna”, che ha contrapposto la cittadinanza economica alla cittadinanza reale.

Riepilogando: le proiezioni demografiche definiscono uno scenario futuro, su cui è necessario e possibile agire, per creare le condizioni di tenuta della biosfera; i processi migratori, le grandi migrazioni, non sono un fenomeno limitato ai nostri tempi, bensì una caratteristica della vita umana nella biosfera[5]. Conseguentemente, l’accento non va posto su di essi, ma sui fattori scatenanti: le diseguaglianze, appunto, i vuoti, locali e globali, di diritti e democrazia.

 

2. RAZZISMI

 

Razzismo istituzionale

E’ una definizione immediatamente comprensibile, poiché richiama le politiche, le norme, e le loro applicazioni, penali e amministrative (ordinanze, provvedimenti), che generano misure penalizzanti e discriminatorie nei confronti della popolazione immigrata. Razzismo istituzionale è diventato una categoria interpretativa, ben definita, che riguarda modalità funzionali e comportamenti delle istituzioni, con l’esperienza della Commissione MacPherson. Il 22 aprile del 1993 Stephen Lawrence, diciotto anni, figlio di immigrati giamaicani, era, con un amico, in attesa di un autobus per tornare a casa, zona di Eltham, nel sudest di Londra. Fu aggredito da una banda di ragazzi bianchi che, dopo averlo insultato, lo colpirono con due coltellate al torso. Lawrence cerco di fuggire, ma, dopo pochi metri, crollò a terra e morì per le ferite ricevute. Le successive indagini non dettero nessun esito. La Commissione, guidata dal giudice MacPherson, fu istituita per verificare se il fallimento delle indagini fosse dovuto a pregiudizi razziali presenti nella polizia. Quindi, il compito della Commissione era di chiarire l’eventuale presenza di comportamenti pregiudiziali e discriminatori nella polizia britannica verso la popolazione di origine straniera. La Commissione non guardò il dito, ma la luna, elaborando una definizione del razzismo istituzionale: “quel complesso di leggi, costumi e pratiche vigenti che sistematicamente riflettono e producono le disuguaglianze nella società. Se conseguenze razziste sono imputabili a leggi, costumi e pratiche istituzionali, l’istituzione è razzista sia se gli individui che mantengono queste pratiche hanno intenzioni razziste, sia se non le hanno. […] [Sono istituzioni razziste] strutture, politiche, processi e pratiche organizzative che, spesso senza intenzione o consapevolezza, determinano che le minoranze etniche siano trattate in modo ingiusto e meno ugualmente”. Il criterio di identificazione delle istituzioni razziste riguarda quindi gli effetti discriminatori prodotti, non le intenzioni dell’ente o dei suoi funzionari. Ciò significa che per determinare il razzismo di un’istituzione non è necessario che i funzionari abbiano pregiudizi e finalità oppressive o che vi sia un’esplicita ideologia razzista: basta che una certa legge, una politica, una pratica vigente di fatto crei, perpetui o aggravi la disuguaglianza di minoranze etniche, culturali, religiose o nazionali[6].

 

Ordinari razzismi in cronaca

Quest’estate il settimanale L’Espresso, n. 37, 11 settembre 2016, ha denunciato, con un articolo di Fabrizio Gatti, entrato da clandestino nella struttura, la situazione disumana del Cara di Borgo Mezzanone, vicino a Foggia, Centro d’accoglienza per richiedenti d’asilo, il terzo per dimensioni in Italia. Nel centro, caratterizzato dall’essere zona franca rispetto alle leggi della Repubblica, è consentito libero accesso all’organizzazione e al reclutamento della criminalità organizzata e ai caporali che li mettono al servizio dell’agricoltura locale. La gestione del Cara di Borgo Mezzanone prevede che i soggetti gestori ricevano ventidue euro a persona per complessivi, cifre del settimanale, quindici milioni d’appalto in tre anni. Pochi mesi prima la stampa riportava, nelle cronache sull’inchiesta cosiddetta “Mafia Capitale”, le espressioni, in telefonate intercettate, di Salvatore Buzzi, factotum della cooperativa “29 giugno”: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”, ed in un’altra “Noi quest’anno abbiamo chiuso con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi, gli utili li abbiamo fatti sui zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero”.

 

 

Imprenditori politici del razzismo[7]           

Sull’intero pianeta assistiamo ai successi ed alle nefandezze, con muri realizzati e promessi, deportazioni, ghetti, lager promossi e promessi, degli “imprenditori politici del razzismo”, una categoria esistente da tempo e ben definita, ma che si preferisce oscurare, quasi che le menzogne, le aberrazioni, l’istigazione all’odio razziale appartenessero alla “normale” dialettica politica. I meccanismi sono ben chiari, agiscono con il concorso dei mass media, non necessariamente complici, ma spesso semplici amplificatori di una situazione che si fonda sullo spargimento a piene mani del seme della paura: timore dell’oggi, sotto forma di insicurezza, e del domani, privo di prospettiva. Si fa leva sui disastri, sul fallimento economico dell’Occidente neoliberista che ha prodotto quella concentrazione di ricchezza, riportata nei dati succitati, facendo esplodere le disuguaglianze sociali, deregolando ogni sfera della vita, materiale ed immateriale, distruggendo valori e piegando le istituzioni. La grande crisi del 2008, derivata dai virtuosismi della finanza globalizzata, è stata fatta pagare alle persone comuni dei paesi cosiddetti sviluppati, determinando un diffuso immiserimento e una generale precarizzazione del reddito.

       In questo contesto, non ci vuole un particolare acume per speculare politicamente, basta ridurre la complessità, propria dei processi globali, a una banale semplificazione, indicando il capro espiatorio, gli immigrati che ci “invadono”, per eccitare un corpo sociale, privo di valori e di sicurezze, che trova nel “nemico”, finalmente individuato, la causa di quanto sta producendo, a loro, sofferenza.

Ma, per l’azione degli imprenditori politici del razzismo, è necessaria l’esistenza della materia prima, del razzismo, appunto. Una delle affermazioni che ha fatto socialmente più danno, scambiando quel che si vorrebbe con la realtà, è “l’Italia non è razzista”. Una comica riproposizione postmoderna del vecchio, e drammatico, assunto degli “italiani brava gente”. Eppure i media, giornalmente, danno conto di manifestazioni di ostilità, di un sentimento consolidato di prevenzione e discriminazione verso i neri, in quanto tali, i musulmani, gli ebrei.

 

3. INTERCULTURA E MULTICULTURALITÀ

 

Sinonimi o bivio?

L’immigrazione stanziale richiede delle politiche d’integrazione a 360° con interventi sociali, dalle politiche abitative a quelle socio-sanitarie, dalla scuola agli interventi educativi e culturali, che rappresentano fattori di esclusione ben più potenti dei primi. Sono le sfide, finora disattese, delle politiche di inclusione sociale in una società aperta, orientata al futuro, dove devono essere radicati i diritti di cittadinanza. Sfide difficili e, soprattutto, sfide sensibili.

La società che diventa multietnica e multiculturale è un dato di fatto che, di per sé, non produce nessun livello di integrazione. Al contrario, come osservava Amartya Sen[8], il multiculturalismo, da strategia di integrazione, senza perdita della propria cultura di origine, diventa elemento costitutivo di separatezza, generando “una pluralità di monoculturalismi”.

La società multiculturale può generare e moltiplicare separazione, quando assume come scopo principale la conservazione e la riproduzione della propria cultura, con la chiusura ed il rifiuto del rapporto con gli altri gruppi.

Spesso multicuralismo ed intercultura vengono usati (quasi) come sinonimi, provocando una profonda confusione. La multiculturalità è una situazione di fatto, l’interculturalità è un ponte costruito fra le diverse culture per farle interagire alla ricerca di valori comuni su cui basare la convivenza e la coesione sociale. Letteralmente: intercultura è “l’insieme di attività dirette a favorire la conoscenza e l'incontro fra culture diverse”.

La diversità, la differenza culturale non può essere ridotta a motivo di conflitto, è la fonte di arricchimento e di crescita della società[9], se il mantenimento della propria cultura non impedisce un flusso continuo di scambi e collaborazione. La presenza di più culture nello stesso contesto culturale è tipica dei processi dell’età contemporanea, caratterizzata dalla globalizzazione delle relazioni, dei mercati, delle reti di comunicazione. La cultura contemporanea è il prodotto di questi scambi: è interculturale di default.

Parlare di società interculturale significa imparare a muoversi consapevolmente nella complessità della cultura contemporanea, nei nuovi e vecchi saperi. Significa salvaguardare la diversità culturale[10] a partire dai diritti fondamentali, come la libertà di espressione, e le condizioni per applicarla, poter parlare la propria lingua, poter leggere nella propria lingua segnalazioni e notizie importanti della città dove si vive. Significa garantire possibilità di partecipazione, di accesso e di fruizione nei diversi processi di produzione culturale, di offerta dei servizi a tutte le persone, indipendentemente dal sesso, dall’età e dalla provenienza. L’intercultura non è l’evoluzione spontanea e naturale della realtà multiculturale, della coesistenza di popoli e culture; è il risultato di un impegno intenzionale e condiviso, che oggi va strutturato a vari livelli: politico, sociale, culturale, educativo.

 

L’educazione interculturale

Le azioni educative devono favorire l'integrazione fra le culture, assumendo il meticciato come occasione e molla di sviluppo. Il progetto formativo, nell’epoca della globalizzazione, si basa sull'incontro e sulla reciproca contaminazione tra le culture. L'educazione interculturale prepara l'individuo ad esercitare la cittadinanza democratica e il rispetto dei diritti umani[11].

Ormai da tempo, il Consiglio d’Europa ha definito l’educazione interculturale una linea d’azione pedagogica ed educativa che adatta l’insegnamento (obiettivi, contenuti, metodi) alle nuove esigenze della società pluriculturale, pluriconfessionale, multietnica – contraddistinta dalla eterogeneità linguistica e culturale.

Non si tratta di una materia nuova, in più: coinvolge tutte le materie e tutti gli alunni, comporta la revisione dei programmi e l’apertura all’interazione con le agenzie formative extrascolastiche. I sistemi educativi e formativi hanno il compito di costruire cittadini consapevoli che razzismo, antisemitismo, intolleranza non devono trovare posto nella nostra società.

Le competenze di base per la società della conoscenza sono competenze professionali e tecniche, ma anche relazionali e personali, compresa la sensibilizzazione per l’arte e la cultura, e costituiscono il capitale umano che consente di essere cittadini attivi. Gli stranieri sono i più svantaggiati, ma, paradossalmente, sono protagonisti potenziali della società della conoscenza in cui vivono, il loro bilinguismo di origine può essere trasformato come fattore di potenziale vantaggio e contributo da offrire alla società.

 

La seconda generazione[12] ovvero le aspettative dei giovani

Le figlie ed i figli degli immigrati non hanno scelto, né di partire dai luoghi dove sono nati, né di nascere “da stranieri”. Per quanto possano apparire simili ai loro coetanei, come movenze e abbigliamento, vivono tutte le tensioni della loro età, in particolare la fase adolescenziale, acuite dalla criticità della propria condizione, dalla frequenza degli episodi di discriminazione, anche a bassa e bassissima intensità, subiti; dalle infinite barriere poste dalla società dove sono “ospiti”.

Lo sdoppiamento linguistico, l’italiano fuori e la lingua originaria in casa; la socializzazione su base etnica, l’aggregazione sulla comune origine; la difficoltà di conciliarla con le amicizie di ragazzi autoctoni.

E’ rovesciato il ruolo nella famiglia rispetto ai genitori: sta ai ragazzi esercitare le relazioni sociali, mediare tra gli operatori dei servizi socio educativi ed i genitori. La crescita avviene nella difficoltà del raccontarsi, nel difficoltoso misurarsi con la realtà circostante, costruendo il proprio io tra la conservazione della cultura d’origine e gli usi e i costumi della società dove si vive, in cui si ripone grandi aspettative, che spesso si squagliano come neve al sole, con la volontà di riuscire “qui ed ora” e di non fare la stessa vita, gli stessi lavori dei propri genitori.

Il sistema scolastico è il principale indicatore dell’inserimento sociale. Le rilevazioni evidenziano il ritardo scolastico accumulato dagli alunni stranieri, un ritardo che si amplifica nella secondaria di primo grado ed aumenta ulteriormente in quella di secondo grado. L’esclusione scolastica crea un bacino potenziale di reclutamento nell’illegalità su cui occorrerebbe intervenire prioritariamente.

 

La pratica interculturale, un’innovazione di processo

Proviamo a mettere un po’ di concetti in ordine.

La cultura, il complesso di pratiche e conoscenze collettive, è la materia prima determinante per la crescita e l’innovazione, sia sociale che economica, di una società.

La promozione del diritto alla cultura è un fattore strategico, irrinunciabile, di integrazione sociale e di esercizio attivo della cittadinanza.

L’intercultura non è un settore d’intervento a se stante, ma l’approccio coerente alla natura pluralistica della società contemporanea, indispensabile alla promozione dello sviluppo delle potenzialità umane.

La pratica interculturale rappresenta un motore di innovazione nei processi e nei prodotti culturali, imponendo modalità e strumenti innovativi per la progettazione e la valutazione di iniziative, eventi, servizi, produzioni culturali.

I luoghi. Musei e biblioteche nascono con la caratteristica di essere interculturali. I servizi, la didattica, devono rafforzare e non perdere questo tratto d’origine. Gli istituti culturali hanno un ruolo insostituibile nei processi di integrazione. Devono essere attrattivi per i nuovi cittadini, rappresentare un veicolo di promozione della loro partecipazione alla comunità locale, ideando ed utilizzando app, servizi mobili, percorsi capaci di raggiungere i nuovi cittadini dove vivono e si aggregano.

 

Imparare dall’arte

L’arte contemporanea è, per definizione, il territorio di rappresentazione della deriva dei migranti. Lo stiamo vedendo a Firenze, grazie all’innesco operato da Ai Weiwei, con i ventidue gommoni arancioni appesi sopra le bifore di Palazzo Strozzi. Lo vediamo con le molteplici forme di rappresentazione visuale, diverse da quelle operate dall’informazione giornalistica, perché capaci di dare il segno umano delle tragedie e di cogliere nel vivo i sentimenti di chi “guarda”.

The Mapping Journey Project, creazione dell'artista franco-marocchina Bouchra Khalili, è un esempio di narrazione diretta arrivato, negli scorsi mesi, al MOMA di New York, nell’atrio, a sottolineare l’accoglienza dei visitatori. Otto, uomini e donne, persone che tracciano, con un pennarello indelebile, su una carta geografica i propri viaggi, con tempi, tappe, soste. Ogni racconto ha il proprio video, tutti realizzati tra il 2008 e il 2011, con il pennarello che traccia i punti sulla mappa.

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

L. Balbo, L. Manconi, I razzismi possibili, Feltrinelli, Milano, 1990;

C. Bartoli, Razzisti per legge: L'Italia che discrimina, Laterza, Roma, 2012;

B. Chiarelli, Migrazioni. Antropologia e storia di una rivoluzione in atto, Vallecchi, Firenze, 1992;

T. Detti, G. Gozzini, Globalizzazione e storia contemporanea, in Storia contemporanea: l'Ottocento, Mondadori, Milano, 2011;

A. Sen, Confusione illiberale, in Corriere della sera, 23.08.2006;

United Nations Department of Economic and Social Affairs, International Migrant Report 2015, http://www.un.org/en/development/desa/population/migration/publications/migrationreport/docs/MigrationReport2015_Highlights.pdf;

United Nations Department of Economic and Social Affairs, World Population Prospects: The 2015 Revision, https://esa.un.org/unpd/wpp/Publications/Files/Key_Findings_WPP_2015.pdf;

UNHCR, Global Trends: forced displacement in 2015, http://www.unhcr.org/576408cd7.pdf;

UNESCO, Dichiarazione universale dell'UNESCO sulla diversità culturale, Parigi, 2 novembre 2001, http://www.unesco.org/new/fileadmin/MULTIMEDIA/HQ/CLT/diversity/pdf/declaration_cultural_diversity_it.pdf;

Raccomandazione CM/Rec (2010)7 del Comitato dei Ministri agli stati membri sulla Carta del Consiglio d’Europa sull’educazione per la cittadinanza democratica e l’educazione ai diritti umani, 11 maggio 2010.

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Massimo Cervelli, nato a Firenze il 15 aprile 1955, laureato in Lettere presso l’Università di Firenze, ha lavorato per la Regione Toscana dal gennaio 1979 al marzo 2016, occupandosi, tra le altre cose, di sistemi documentari, promozione della cultura contemporanea, politica della memoria. Giornalista.

 


[1] Tommaso Detti - Giovanni Gozzini, Globalizzazione e storia contemporanea, p. 6-10, in Storia contemporanea l'Ottocento, Bruno Mondadori, 2011.

[2]World Population Prospects: The 2015 Revision https://esa.un.org/unpd/wpp/Publications/Files/Key_Findings_WPP_2015.pdf

[3] International Migrant Report 2015 http://www.un.org/en/development/desa/population/migration/publications/migrationreport/docs/MigrationReport2015_Highlights.pdf

[4] UNHCR, Global Trends 2015 http://www.unhcr.org/576408cd7.pdf

[5] “Migrare é una caratteristica di molte specie animali, uomo compreso. Gli individui umani da tempo immemorabile si sono mossi in gruppi di luogo in luogo alla ricerca di alimenti o per evitare pericoli. Leggende e resti archeologici diversi dimostrano le tracce di antichi movimenti. La diffusione stessa dell'umanità primitiva dalla culla africana all'Eurasia é un fenomeno migratorio che col passare delle generazioni ha plasmato le diverse popolazioni adattandole alle differenti condizioni ambientali. I fenomeni migratori hanno trasformato le terre e i continenti e la composizione biologica, etnica e linguistica dei loro abitanti. Anche se negli ultimi 400 anni le grandi ondate migratorie sono state principalmente operate dalla sottospecie caucasica, altre popolazioni vi hanno contribuito e per il passato esistono documenti che attestano migrazioni di interi popoli”, Brunetto Chiarelli, Migrazioni. Antropologia e storia di una rivoluzione in atto. Firenze, Vallecchi, 1992, p. 5.

[6] Razzisti per legge: L'Italia che discrimina, Clelia Bartoli, Laterza, 2012.

[7] “imprenditori politici del razzismo”, espressione coniata da Luigi Manconi in L. Balbo - L. Manconi, I razzismi possibili, Feltrinelli, Milano, 1990.

[8] Confusione illiberale di Amartya Sen pubblicato sul Corriere della sera del 23.08.2006.

[9] Non è possibile affrontare il confronto di genere tra donne e uomini senza contestualizzarlo nella concreta realtà del multiculturalismo; né è possibile affrontare il confronto tra culture di popoli diversi eludendo le concrete realtà delle donne e degli uomini nell’ambito di ogni cultura; né è possibile affrontare il difficile rapporto tra generazioni ignorando i modelli culturali e i linguaggi che hanno formato e formano ogni generazione.

[10] Dichiarazione universale dell'UNESCO sulla diversità culturale, Adottata all'unanimità a Parigi durante la trentunesima sessione della Conferenza Generale dell'UNESCO, Parigi, 2 novembre 2001 http://www.unesco.org/new/fileadmin/MULTIMEDIA/HQ/CLT/diversity/pdf/declaration_cultural_diversity_it.pdf

[11] Raccomandazione CM/Rec (2010) 7 del Comitato dei Ministri agli stati membri sulla Carta del Consiglio d’Europa sull’educazione per la cittadinanza democratica e l’educazione ai diritti umani.

[12] In letteratura l’espressione seconda generazione è usata in senso ampio per indicare non soltanto i figli di immigrati nati nel paese d’accoglienza, ma anche altre tipologie di minori: arrivati per ricongiungimenti familiari, adottati, minori non accompagnati giunti sul territorio nazionale, nomadi, figli di coppie miste.

Keywords:

Riassunto: l’autrice fa riferimento ad alcuni modelli di inclusione dei migranti: l’acculturazione e l’inculturazione (preferita alla prima perché comprende valori acquisiti dinamicamente e non considerando solo quelli della cultura maggioritaria), nonché l’assimilazione segmentata, per cui l’integrazione dei giovani stranieri avviene a partire dalle caratteristiche economiche e sociali dei gruppi d’appartenenza. Si sottolinea come i giovani migranti di prima generazione abbiano maggiore successo scolastico rispetto a quelli di seconda generazione, che vedono deluse le aspettative di inclusione. Seguono due esempi di ricerche svolte in Toscana, in ambito scolastico e ospedaliero, in cui si evidenzia l’importanza del supporto istituzionale ai programmi di sensibilizzazione e formazione interculturale. L’inclusione è dunque praticabile: un Paese sicuro è inclusivo e non “blindato”.

DOI: 10.1400/250259

STRATEGIE INCLUSIVE PER IL BENESSERE DEI CITTADINI MIGRANTI

 

Patrizia Meringolo*

* Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia, Università di Firenze

 

Riassunto: l’autrice fa riferimento ad alcuni modelli di inclusione dei migranti: l’acculturazione e l’inculturazione (preferita alla prima perché comprende valori acquisiti dinamicamente e non considerando solo quelli della cultura maggioritaria), nonché l’assimilazione segmentata, per cui l’integrazione dei giovani stranieri avviene a partire dalle caratteristiche economiche e sociali dei gruppi d’appartenenza. Si sottolinea come i giovani migranti di prima generazione abbiano maggiore successo scolastico rispetto a quelli di seconda generazione, che vedono deluse le aspettative di inclusione. Seguono due esempi di ricerche svolte in Toscana, in ambito scolastico e ospedaliero, in cui si evidenzia l’importanza del supporto istituzionale ai programmi di sensibilizzazione e formazione interculturale. L’inclusione è dunque praticabile: un Paese sicuro è inclusivo e non “blindato”.

 

Parole chiave: migranti, inclusione, inculturazione, assimilazione segmentata, formazione interculturale.

 

Abstract: Migrants and wellness. The author refers to some inclusion models for migrants: acculturation and inculturation, as well as segmented assimilation, which means integration of young migrants starting from socio-economic features of the ethnic group. She highlights the migrant paradox and how the scholastic careers of second generation’s migrants make worse; this is due to disappointed expectations of inclusion. Then she illustrates two researches, developed in Tuscany, in a school and in a hospital: the importance of the institution support is highlighted. The inclusion is possible, a safe nation is inclusive and not a locked country.

 

Key words: migrants, inclusion, inculturation, segmented assimilation, intercultural training.

 

 

 

 

1. Una premessa necessaria

Come ho avuto modo di dire in occasioni recenti (Meringolo, 2016), la migrazione è un fenomeno, e non un problema. La specie umana abita il pianeta, e del resto tutte le specie si spostano per cercare condizioni di vita accettabili.

Può essere però un problema negli antecedenti (guerre, povertà, intolleranza…) e nelle conseguenze (ancora intolleranza, discriminazioni, difesa del territorio…).

Certamente i processi migratori nel nostro contesto hanno specifiche difficoltà storiche e geografiche: geografiche perché il nostro paese è il primo incontrato nel viaggio dei migranti, spesso un paese di transito, con le tragiche difficoltà che conosciamo, e storiche perché siamo diventati negli ultimi venti anni un paese “ospite”, dopo essere stati un paese di partenza nei secoli passati, e questo porta a peculiari difficoltà di tipo relazionale.

La psicologia sociale e di comunità, di cui mi occupo, non si sostituisce alle analisi storiche, economiche, politiche e anche urbanistiche, di cui peraltro si avvale e con cui dialoga, ma si occupa degli aspetti psicologici che rendono difficoltosa la convivenza:

- come il fatto che in tempi di crisi il migrante, il rifugiato, il richiedente asilo diventa un capro espiatorio, a cui si attribuiscono caratteristiche e reati che hanno altra origine e altre caratteristiche;

- come il fatto che forzare una omologazione di tipi diversi di persone si è già dimostrato una scelta perdente, che origina pregiudizio e discriminazione;

- come il fatto che le ricerche dimostrano che la città sicura è quella inclusiva e non quella “blindata” (si pensi al cosiddetto “modello toscano” di accoglienza, piccoli gruppi, in piccole città, supportati dal coinvolgimento delle comunità locali).

 

2. I numeri del fenomeno

E’ sempre difficile dare dati certi per un fenomeno complesso e in gran parte sommerso. I numeri possono prestarsi ad interpretazioni controverse, fuorvianti e spesso manipolabili per indurre una sorta di sindrome da accerchiamento.

Tuttavia alcuni cenni (e fonti) possono essere forniti. Il Dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione riporta i dati mensili sulle presenze dei migranti (2016) nei centri di accoglienza, nei Cie, nelle strutture temporanee, nell'ambito del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e sull'andamento degli sbarchi. I dati della primavera 2016 indicano come presenze totali 111.081 persone (di cui il 7% in Toscana), di cui circa 12.000 richiedenti asilo.

Secondo i dati di Caritas e Fondazione Migrantes (2015), che spesso offrono una visione più articolata, accedendo anche a dati provenienti direttamente dalle strutture associative, il numero degli stranieri residenti in Europa è continuato a crescere giungendo, nel 2015, a circa il 7% della popolazione totale. Tra i paesi europei l’Italia è all’undicesimo posto per presenze di cittadini migranti, preceduta dalla Germania (che ha il numero più consistente) e dal Regno Unito.

Ovviamente – considerando le grandi aree a livello mondiale – la migrazione più consistente è quella dal Sud al Nord del mondo, seguita da un flusso Sud-Sud, che noi probabilmente non avvertiamo, ad esempio quando riguarda le migrazioni all’interno del continente africano, ma che pure è consistente.

 

3. Il punto di vista della psicologia sociale e di comunità

Nell’incontro tra culture diverse, conseguente a eventi migratori, emergono alcuni modelli basilari per costruire ricerche ed interventi. In particolare il tema dell’identità sociale (come, cioè, l’individuo percepisce se stesso in relazione all’appartenenza ad un gruppo emozionalmente significativo, cfr. Tajfel e Turner, 1979) si interseca su questa questione con gli studi sulle strategie di acculturazione. Il processo di «acculturazione» non viene considerato dagli studiosi come un percorso individuale, ma come la risultante di fattori psicologici e sociali.

Citiamo, tra i modelli maggiormente utilizzati, l’Acculturative Stress Theory (Berry, Kim, Minde, Mok, 1987; Berry, Phinney, Sam, Vedder, 2006), l’Interactive Acculturation Model (Bourhis, Barrette, El-Geledi, Schmidt, 2009; Bourhis, Moise, Perreault, Senécal, 1997). Va tuttavia anche citata l’importanza della scolarizzazione e del livello di istruzione per i giovani migranti (Hurd, Zimmerman, 2010) per favorire l’inclusione (Birman, 1998; Di Bello, Meringolo, 2010; Gonzales et al., 2008; Portes, Rumbaut, 2001, 2005; Portes, Zou, 1993). E ci sono infine studi recenti, che inquadrano il fenomeno in una nuova luce, sul coinvolgimento di immigrati in attività di civic engagement (Alfieri, Marzana, Marta, Martinez, 2016).

Alcuni nodi teorici sono tuttora aperti e in discussione: ad esempio la distinzione tra “acculturazione” e “inculturazione”. Nonostante le precisazioni che sia Berry (cit.) che Bouhris (cit.) sottolineano, in particolare specificando che acculturazione non significa aderenza alla cultura di maggioranza, questo termine è stato criticato, preferendo quello di inculturazione (Weinreich, 2009). Quest’ultimo, infatti, comprende valori che vengono acquisiti dinamicamente, per cui a elementi della propria cultura si intrecciamo aspetti provenienti da altre culture, compresi alcuni derivati da quella del gruppo sociale di maggioranza.

Un ulteriore dibattito si è aperto su quello che viene detto il “paradosso del migrante”(migrant paradox), riferendosi al fatto che i giovani migranti, pur vivendo in condizioni socioeconomiche svantaggiate, sembrano avere minori problemi di trasgressioni, carenza di rendimento scolastico (la cosiddetta esternalizzazione dei problemi) e di disagi psicologici o psichiatrici (l’internalizzazione) (Garcia Coll, 2005; Georgiades, Boyle, Duku, 2007) dei coetanei autoctoni.

La situazione tenderebbe a peggiorare nella seconda generazione, quando le aspettative di inclusione vengono deluse, come si è visto in molte situazioni verificatesi nella grandi città europee. A questo proposito Ahmed Djouder ha analizzato, all’indomani delle prime rivolte nelle banlieue parigine, la condizione psicologica e sociale dei figli dei migranti, divisa tra le aspettative dei genitori, spesso diverse e più elevate rispetto a quelle di un qualsiasi genitore francese, e le condizioni reali della loro vita quotidiana. I loro genitori danno grande importanza agli studi, perché l’accesso al sapere da parte dei figli è lo scopo della loro vita e della loro migrazione: “... il loro sogno inconfessato è vedere i figli che riscattano il loro onore, il loro onore ferito […]. Vederli dimostrare […] che non erano dei buoni a nulla, visto che i loro figli ce l’hanno fatta” (Djouder, 2006, trad. it. 2007, p.59-60).

Nel nostro paese i giovani migranti sembrano invece uniformarsi maggiormente ai loro coetanei, seguendo l’esempio dei pari per alcuni comportamenti a rischio per la salute (anche in presenza di famiglie con alte competenze educative) (Cristini, et al. 2011). Sono comunque ancora relativamente pochi quelli di seconda generazione, se non per alcune etnie come quella cinese, e i dati sono quindi ancora molto imprecisi.

E, infine, l’ “assimilazione segmentata”: si tratta di un concetto che ha l’obiettivo di descrivere l’integrazione dei giovani stranieri a partire dalle caratteristiche sociali ed economiche dei singoli gruppi etnici. Prende in considerazione sia la prospettiva economica sia le caratteristiche personali e di gruppo, basate sulle competenze dei singoli e sul capitale sociale posseduto (e cioè le reti di relazioni formali e informali che sono di supporto durante l’evento migratorio). In generale, come è logico aspettarsi, le persone meno istruite e con una rete di relazioni debole hanno più difficoltà ad integrarsi. La possibilità di inclusione è pertanto collegabile alle risorse e alle relazioni a disposizione della famiglia del giovane e non soltanto alle sue scelte individuali (Portes, Rumbaut, 2001, 2005).

 

4. Alcuni esempi di ricerche svolte in Toscana: la prima in un contesto scolastico e la seconda in un contesto ospedaliero.

L’interesse che tali ricerche possono rivestire risiede nel loro essere svolte in contesti reali – e non di laboratorio o tra gli studenti di psicologia – e nella possibilità di chiarire il senso dei modelli teorici di riferimento.

Il primo contesto a cui ci riferiamo è una scuola superiore toscana con alta presenza di alunni immigrati (Remaschi et al., 2012). Si tratta di un Istituto Superiore statale della periferia fiorentina, caratterizzato dall’avere la più alta percentuale di studenti stranieri del territorio, in genere alunni cinesi, nati in Italia da cittadini immigrati, integrati a livello economico e abitativo. Gli alunni presentano importanti dati di drop out scolastico, spesso indipendente dal loro successo negli studi e legato piuttosto alle necessità economiche della famiglia.

La ricerca faceva parte del Progetto “Fondamenta sicure di cittadinanza”, finanziato dal MIUR e realizzato dalla scuola in collaborazione con il nostro Dipartimento.

I partecipanti sono stati 124 studenti, di cui le femmine erano il 65%, e gli alunni stranieri il 48%, con una età media di 16 anni (min.14 e max 19).

I risultati hanno rilevato – tra l’altro – che le attività svolte nel tempo libero erano sostanzialmente simili nei due gruppi. Tra di esse le più frequenti apparivano: trascorrere tempo con gli amici, navigare su Internet e partecipare a social network (sebbene siano gli studenti italiani a possedere significativamente più computer), e guardare la televisione. Generalmente gli studenti stranieri hanno indicato un tempo minore degli italiani dedicato alle attività di tempo libero. Per quanto riguardava le relazioni tra pari, se da una parte erano gli alunni immigrati a dichiarare un maggior numero di amici, provenienti soprattutto della stessa nazione di origine, dall’altra sono stati gli italiani a dichiarare di percepire un supporto sociale più consistente da parte loro.

La prima questione di cui presentiamo i dati in questo contributo riguarda l’interesse degli studenti intervistati per la loro cultura di origine. Riteniamo importante tale aspetto, perché qualsiasi programma di integrazione non può prescindere – se non vogliamo ottenere una mera omologazione al nostro stile di vita, che peraltro, come vedremo più avanti, viene valutato negativamente dagli stessi studenti – dalla conoscenza delle proprie origini.

Come possiamo osservare (le risposte andavano da 1= per niente a 5= moltissimo) in genere sono le studentesse che percepiscono un maggior senso di appartenenza alla propria cultura di origine (che raggiunge una differenza significativa, la cui rilevanza è indicata da uno o più asterischi, per quanto riguarda la ricerca di informazioni):

 

 

Media

Maschi

Media

Femmine

Documentarsi

3,20

3,55

Percepire appartenenza

3,44

3,87

Percepire una appartenenza significativa

3,52

3,72

Comprendere maggiormente la cultura di origine

2,92

3,45

* Informarsi

2,80

3,45

Sentirsi legati al gruppo di origine

3,28

3,66

 

 

Un altro dato interessante – che può essere una indicazione di futuro disagio – riguarda la loro percezione di discriminazione:

 

 

Media

Maschi

Media

Femmine

Non sentirsi aiutati

2,40

2,09

Non riuscire a distinguersi dagli altri

2,68

2,81

Non ottenere i voti meritati

2,48

1,98

Percepire pregiudizi

2,64

2,51

Sentirsi esclusi dalle attività

2,16

1,74

Incontrare più ostacoli degli altri

2,40

2,60

* Non riuscire ad esprimersi

3,00

2,34

Sentirsi derisi

3,38

3,55

 

 

Notiamo come sia importante, soprattutto per i ragazzi, il non riuscire ad esprimersi, e – per tutti – il sentirsi derisi. E possiamo notare anche il disagio legato al non riuscire “a distinguersi dagli altri” (come avviene in una acculturazione omologante).

E infine le dimensioni specificatamente psicologiche del fenomeno.

Mentre non sembrano particolarmente evidenti le manifestazioni esteriori di disagio, notiamo invece i comportamenti “internalizzati” (sempre in una scala da 1= per niente a 5= moltissimo). Pur non essendo clinicamente rilevanti, hanno tuttavia caratteristiche che dovrebbero indurre ad attente riflessioni:

 

 

Media

Maschi

Media

Femmine

*** Problemi alimentari

1,28

2,04

Non riuscire ad allontanare la malinconia

1,48

1,56

Sentire di valere come gli altri

1,72

2,02

Percepire qualsiasi cosa come uno sforzo

1,84

1,79

Avere speranze per il futuro

2,12

2,48

* Avvertire la vita come fallimento

1,28

1,79

** Avere paura

1,40

2,00

Sentirsi felici

2,28

2,77

Difficoltà a comunicare

1,80

2,02

** Sentirsi solo/a

1,32

2,06

Non percepire le persone amichevoli

1,24

1,46

* Divertirsi nel tempo libero

2,04

2,58

** Pianto

1,40

2,06

** Sentirsi tristi

1,48

2,10

Percepire di non piacere agli altri

1,32

1,69

 

 

Il secondo contesto derivante dai nostri studi riguarda il contesto sanitario (Dolfi, Redolfi, Meringolo, 2014).

Mentre molte ricerche e interventi si sono riferiti, in particolare in Toscana, agli ambiti scolatici, pochissimi studi hanno come scenario i luoghi della salute.

Il contributo di cui illustriamo alcuni dati (presentati a conferenze internazionali e in fase di pubblicazione) è relativo agli esiti psicologici di un training, unico – a quanto ci risulta - nella nostra regione, sulle competenze interculturali del personale infermieristico.

La ricerca si è basata sugli studi relativi alla Cultural Competence svolti negli Stati Uniti (Balcazar, Suarez-Balcazar, Taylor-Ritzler, 2009; Suarez-Balcazar, Balcazar, Taylor-Ritzler, Portillo, Rodakowski, & Martinez, 2011) ed è stata svolta in occasione del corso “L’assistenza Transculturale”, realizzato all’Azienda Universitaria Ospedaliera Careggi di Firenze.

L’obiettivo è stato quello di indagare il livello delle competenze interculturali nel personale infermieristico, verificandone eventuali differenze in tre condizioni: a) nessun corso di formazione; b) prima del corso; c) dopo il corso.

I partecipanti sono stati 332, di cui 175 con nessun training, 81 nel momento Pre-training 81, e 76 Post-training.

Dall’indagine sono emersi alcuni aspetti rilevanti. In primo luogo l’efficacia del training, che si manifesta non solo nel confronto tra prima e dopo la frequenza al corso, ma già tra coloro che decidono di seguirlo e coloro che non lo fanno (sia per carenza di motivazione che per mancanza di possibilità). Si rileva infatti che il cambiamento di atteggiamento sembra verificarsi fin dalla decisione di partecipare ad un corso – non obbligatorio – su queste tematiche.

Presentiamo in questa sede, per brevità, le correlazioni maggiormente rilevanti e significative da un punto di vista statistico.

 

 

 
 


 

 

Vediamo nel grafico che acquisire una maggior consapevolezza e competenza in ambito interculturale cambia il rapporto con i pazienti non autoctoni, incrementando significativamente le emozioni positive nei loro riguardi (empatia, interesse, sentirsi “a proprio agio”) e diminuendo quelle negative (sentirsi ansioso/a, insicuro, e talvolta perfino diffidente).

Vediamo inoltre, nella figura successiva, come una formazione interculturale porti a un maggior empowerment delle figure professionali infermieristiche.

                

 

Altra cosa da segnalare, è l’emergere della necessità del sostegno istituzionale a qualsiasi programma di sensibilizzazione e di formazione interculturale.

Con un intervento formativo aumentano dunque le conoscenze, le abilità e la sensibilità al problema, ma anche la percezione di inadeguatezza del supporto fornito dall’organizzazione.

Una politica di integrazione non può, infatti, prescindere da una politica della salute che includa questi temi nelle proprie strategie di intervento, fornendo sostegno e adeguando il proprio funzionamento organizzativo all’esistenza di utenti che provengono da paesi diversi dal nostro.

L’attenzione al tema e la formazione in quest’ambito costituiscono quindi un’esigenza ormai irrinunciabile per le nostre comunità locali, e dovrebbero essere al centro degli interventi di tutela della salute della cittadinanza in tutte le sue articolazioni e complessità.

 

5. Osservazioni conclusive

Sulle politiche della salute esistono esempi e strumenti scientificamente fondati e socialmente di grande utilità per il ricercatore, lo scienziato sociale, il policy maker, ma anche il cittadino sensibile e coinvolto sul tema.

Il primo che vorrei citare è il Corso online su Salute globale e equità nella salute, a cura dell’Università degli Studi di Firenze, prodotto nell’ambito del progetto “Equal opportunities for health: action for development” e realizzato da Medici con l’Africa Cuamm, con il supporto dell’Unione Europea (Maciocco, Santomauro, 2014).

Il secondo si riferisce a “The Migrant Integration Policy Index (MIPEX)” (MIPEX, 2015), uno strumento che misura e offre dati relativi alle misure politiche di integrazione in tutti gli stati Europei e in altri paesi, quali l’Australia, il Canada, il Giappone, la Nuova Zelanda e gli USA. Il sito fornisce una quantità notevole e sistematizzata di notizie, suddivise per grandi tematiche e comprendenti – accanto alle politiche per il lavoro, la famiglia, la partecipazione politica, l’accesso alla nazionalità e alla residenza, il contrasto alla discriminazione – anche le politiche sulla salute. Ogni singolo aspetto viene valutato in base a indici di rilevanza che permettono una comparazione tra le situazioni dei diversi paesi.

 

Le ricerche e le esperienze sembrano quindi dimostrare che l’inclusione è praticabile, governabile e che può avere esiti positivi di vivibilità per tutti.

Il paese sicuro, in sostanza, appare essere quello inclusivo e non quello “blindato”: maggiori sono le possibilità di crescita che vengono offerte e migliori saranno le relazioni intergruppi che si stabiliscono.

Costruire l’inclusione e il rispetto per le differenze vuol dire lavorare su questo tema con intelligenza e con volontà, accettando di ri-pensare vecchi paradigmi per considerare approcci nuovi. E soprattutto con la consapevolezza che il rispetto per chi porta una storia e una cultura diversa è, in definitiva, il rispetto verso il diritto di ognuno di noi alla propria diversità e unicità.

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

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Note biografiche sull’autore

 

Patrizia Meringolo fa parte del Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze, ed è Ordinaria di Psicologia dei gruppi e di comunità e di Empowerment di Comunità e Metodi qualitativi di ricerca nella Scuola di Psicologia. La sua ricerca degli ultimi anni ha riguardato gli stili di vita e la promozione della salute, e aspetti psicosociali legati alle migrazioni, alle differenze di genere, al rischio in età giovanile. Fa parte del Comitato scientifico dello spin-off accademico LabCom.

Keywords:

Riassunto: L’articolo descrive le recenti trasformazioni del percorso di formazione e dell’ingresso nel mercato del lavoro degli assistenti sociali in Italia basandosi su dati di Almalaurea e su dati di ricerche recenti: il quadro che emerge è di una rapida perdita del vantaggio occupazionale della categoria rispetto all’insieme delle altre lauree triennali con un effetto della crisi economica più marcato che in altri ambiti. I posti di lavoro garantiti nel settore pubblico sono diminuiti molto velocemente portando a diminuzioni sensibili della retribuzione e della tenure oltre che alla ricerca di lavori lontani dalla propria formazione. Si esaminano le probabili ricadute di queste trasformazioni sulle pratiche professionali della relazione di aiuto e i principi fondamentali della professione di Assistente sociale.

DOI: 10.1400/250262

LE TRASFORMAZIONI DELLA PROFESSIONE DI ASSISTENTE SOCIALE NELLA CRISI ECONOMICA

 

Laura Bini*, Rosanna Trifiletti*

*Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Firenze

 

 

 

 

Riassunto: L’articolo descrive le recenti trasformazioni del percorso di formazione e dell’ingresso nel mercato del lavoro degli assistenti sociali in Italia basandosi su dati di Almalaurea e su dati di ricerche recenti: il quadro che emerge è di una rapida perdita del vantaggio occupazionale della categoria rispetto all’insieme delle altre lauree triennali con un effetto della crisi economica più marcato che in altri ambiti. I posti di lavoro garantiti nel settore pubblico sono diminuiti molto velocemente portando a diminuzioni sensibili della retribuzione e della tenure oltre che alla ricerca di lavori lontani dalla propria formazione. Si esaminano le probabili ricadute di queste trasformazioni sulle pratiche professionali della relazione di aiuto e i principi fondamentali della professione di Assistente sociale.

 

Parole chiave: Assistenti sociali, precarizzazione lavorativa, lavoro sociale nella crisi, relazione di aiuto, fiducia.

 

Abstract: Trasformation of the social workers career. The paper describes the recent transformation of the training and entry into the labor market of social workers in Italy relying on Almalaurea data and on recent survey data: the picture that emerges is of a rapid loss of employment advantage of the category compared to all the other three-year degrees with a more pronounced effect of the economic crisis than in other areas. The places of guaranteed public sector employment fell very quickly leading to sharp drops in remuneration and tenure, as well as looking for work away from their training. The likely impact of these changes on the professional practices of the helping relationship and the basic principles of the Social Worker profession is analyzed.

Key words: Social workers, precarious work; social work in the crisis; helping relationship; trust.

 

 

 

1.1 Le garanzie decrescenti del percorso di formazione[1]

La professione di Assistente sociale si è sempre appoggiata nel nostro paese, come nella maggior parte dei paesi europei (Campanini 2015), su un percorso di formazione marcatamente professionalizzante che, però, nel caso dell’Università italiana pre-riforme e pre Processo di Bologna[2], si collocava ai margini dell’accademia con il suo forte investimento nei tirocini (Lorenz 2009; Tognetti Bordogna 2015) e l’elevato numero di insegnamenti professionali. Questo percorso è stato, così, a lungo “diverso” e relativamente immune dai difetti classici dell’Università italiana su cui la riforma si proponeva di intervenire ed è, poi, effettivamente intervenuta con un qualche iniziale successo: l’eccessivo prolungamento degli studi oltre il corso legale e l’occupabilità a titolo conseguito. Paradossalmente oggi la traiettoria di graduale accademicizzazione dei corsi di laurea di Servizio sociale (cfr. Facchini e Tonon Giraldo 2010) sembra farli muovere in direzione evolutiva contraria al complesso delle altre lauree: cioè sembra di assistere ad una netta perdita dei vantaggi di questo percorso in termini di tempestività dell’inserimento nel mercato del lavoro ed anche di occupabilità più in generale; questo avviene non solo per una comprensibile convergenza dovuta all’introduzione dei tirocini nelle altre aree disciplinari, che così recuperano nelle due direzioni, ma va molto oltre, come cercherò di mostrare.

Il relativo successo delle riforme è testimoniato dal calo dell’età media alla laurea di oltre due anni nei primi 10 anni della riforma nella totalità dei settori, se considerata al netto dei ritardi nell’immatricolazione (Cammelli 2010, p.19). E si è anche visto, verso la fine della crisi economica, un qualche minimo effetto di diminuzione della disoccupazione ad un anno dalla laurea (oltre tre punti percentuali per la coorte dei laureati del 2014 rispetto a quella del 2013), sempre considerando l’insieme dei corsi di laurea e pur dopo la macroscopica perdita di occasioni di occupazione negli anni della crisi (Consorzio Almalaurea 2016, p. 63 ). L’effetto della riforma di produrre una quota crescente di laureati nei termini legali del corso di laurea è visibile anche nel caso di Servizio sociale, ma i vantaggi occupazionali di questo percorso formativo si sono dileguati con la crisi in misura assai più marcata che per l’insieme delle lauree triennali:

 

Tab. 1 Lavorare ad un anno dalla laurea

 

Tutte le triennali

Di cui maschi

Di cui femmine

 Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

Di cui femmine

Lavorava nel 2009

 45,9

 45,6

 46,2

  54,9

 56,5

54,7

Lavorava nel 2015

 38,4

 37,5

 39,0

  38,7

 49,7

37,9

 

differenza

  -7,5

  -8,1

 - 7,2

 -16,2

 -6,8

-16,8

 

Disoccupato nel 2009

 20,4

 18,5

 21,6

 24,2

 24,5

 24,2

Disoccupato nel 2015

 25,3

 23,1

 26,7

 37,4

 26,0

 38,2

differenza

+ 4,9

 + 4,6

 + 5,1

+13,2

 +1,5

 +14,0

Fonte Almalaurea 2010 e 2016[3]

 

Come si evince dalla tab.1, infatti, mentre l’insieme dei laureati triennali con la crisi ha meno facilmente un’occupazione ad un anno dalla laurea, perdendo 7 punti percentuali e mezzo in sei anni (con lievi differenze di genere, comunque a favore delle femmine), i triennalisti di servizio sociale ne perdono oltre il doppio, 16,2% e vedono un netto vantaggio dei pochissimi laureati maschi, che evidentemente godono di uno specifico effetto token[4], che li favorisce, mentre le laureate, che sono sempre la stragrande maggioranza nel corso di laurea, sono passate da un consistente vantaggio in termini di occupazione, rispetto all’insieme delle altre laureate, ad uno svantaggio, per la prima volta, di oltre due punti percentuali rispetto alle colleghe di altri indirizzi di studio; allo stesso tempo il loro tasso di disoccupazione esplicito[5] è aumentato in questi stessi anni di 14 punti percentuali e non di 5, come nell’insieme delle laureate triennali di tutti gli indirizzi.

 

1.2 Le difficoltà in aumento nel mercato del lavoro

Trattandosi, nel caso di Servizio sociale, di corsi che sicuramente hanno potuto profittare in tutte le sedi, nel loro percorso di graduale accademicizzazione successivo alla riforma, di insegnamenti sempre più interni all’Università e tenuti da docenti incardinati, per il taglio, ovunque, degli incarichi esterni, le aumentate difficoltà nel passaggio al lavoro vanno riportate in misura verosimilmente maggiore alle dinamiche del mercato del lavoro che non alla formazione in sé, anche se si segnala un inevitabile effetto di riduzione della vicinanza alla professione (Tonon Giraldo 2005). L’ambito lavorativo degli assistenti sociali infatti, in precedenza tradizionalmente garantito dalla sicurezza del settore pubblico, ha visto un aumento consistente degli assistenti sociali attivi nel terzo settore (De Cataldo e Sala 2015, p. 147), anche se questo sembra essere lo sbocco più frequente dei laureati in Servizio sociale che, di fatto, poi fanno gli educatori (Niero et al 2015, p. 169). Nel complesso delle professioni del sociale, infatti, il Censimento Dell’Industria e dei servizi già al 2011 rilevava un aumento intercensuario di 26.604 posti di lavoro dipendente nelle imprese sociali attive nel settore dell’assistenza (Istat 2014). Non si tratta evidentemente di una cifra riferita esclusivamente ai ruoli di assistente sociale, ma di tutti gli addetti con le più diverse qualifiche[6], che li ricomprende.

 Lo dimostra inequivocabilmente la ricerca condotta dall’Università Milano Bicocca nel 2014 su 6 coorti di laureati in servizio sociale di tutta Italia[7], che ha rilevato una percentuale ormai sotto il 30% di laureati triennali che svolgono effettivamente un lavoro di assistente sociale (29%), con quote più elevate nel Nord-Ovest e fra i laureati da oltre 5 anni, che lasciano ancora più scoperti il Centro e Mezzogiorno e le coorti più recenti (Niero et al. 2015, pp. 158-161). E il dato simmetrico più preoccupante rilevato da questa stessa ricerca, in quanto dato che approssima una tendenza di flusso, è il 67% dei triennalisti di tutte le coorti considerate insieme che non hanno mai lavorato come Assistenti sociali (Cacioppo e May 2015, p. 118). La ricerca dimostra, però, anche che l’imprinting culturale e la forza identitaria del percorso professionalizzante non sembrano poi disperdersi troppo, dal momento che la maggior parte delle altre professioni in cui si accetta di lavorare sono comunque nel settore sociosanitario e dei servizi sociali (educatore, formatore, ASA, OSS…), mentre le occupazioni sicuramente fuori dal settore, presumibilmente accettate opportunisticamente, sono solo il 13,3% con una varianza molto minore fra territori (e anche un po’ minore fra le diverse coorti di laurea) ed una tendenziale coincidenza con i lavori nel settore privato for profit (Niero et al. 2015, p. 168).

Va inoltre sicuramente tenuto conto, negli anni più recenti, del progressivo esaurimento fra i laureati triennali di servizio sociale dei diplomati che già lavoravano come assistenti sociali prima della costituzione del percorso universitario, sulla base di titoli di Scuola a fini speciali o di vari tipi di diplomi, universitari e non; questi sceglievano di laurearsi come forma di aggiornamento, spesso con consistenti abbreviazioni di percorso e spesso, quindi, ad un anno dalla laurea triennale semplicemente proseguivano un lavoro precedente, prevalentemente già nel pubblico (Facchini 2010).

 

Tab. 2 Il lavoro nei diversi settori ad un anno dalla laurea

 

Tutte le lauree triennali

 

Di cui maschi

 

      

Di cui femmine

        

Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

 

 

Di cui femmine

   

Lavorava nel pubblico nel 2009

24,3

21,9

25,8

31,9

24,3

32,6

Lavorava nel pubblico nel 2015

13,2

 

 

12,4

 

 

13,7

 

       

13,8

 

 

8,5

 

     

14,3

 

 

Diff.2009/2015

     -11,1

       -9,5

     -12,1

     -18,1

    -15,8

     -18,3

Lavorava nel privato nel 2009

75,6

78,0

74,1

68.0

75,7

67,3

Lavorava nel privato nel 2015

38,4

37,5

39,0

60,8

59,2

61,0

Lavorava nel no profit nel 2015

 7,8

 5,3

 9,5

24,8

31,9

24,3

               

 

Come evidenzia la tab.2, anche i dati Almalaurea illustrano molto chiaramente come sia la perdita dell’accesso privilegiato al lavoro nel settore pubblico che spiega lo svantaggio occupazionale dei laureati di servizio sociale per effetto della crisi, uno svantaggio molto maggiore di quello accumulato dai triennalisti in genere. Al tempo stesso si rileva, nello stesso arco di anni, una maggior tenuta del settore privato per i triennalisti di servizio sociale; quest’ultimo non era distinto dal terzo settore alla misurazione Almalaurea del 2010[8] e rimanda evidentemente a casi di lavori non coerenti o non del tutto coerenti con la formazione ricevuta[9] (cfr. infra). Le occasioni di lavoro nel settore no profit sono, simmetricamente, aumentate assai di più, come è logico, per i laureati di servizio sociale, ma, come già accennato, richiederebbero un’analisi più dettagliata delle situazioni contrattuali più frequenti oltre che dei contenuti del lavoro. Va comunque tenuto conto del fatto che, anche nel settore pubblico, per effetto del blocco delle assunzioni e del taglio dei fondi agli Enti locali si assiste ad una generalizzazione dei contratti a termine (sempre più brevi) e delle sostituzioni come prima forma di accesso al mercato del lavoro, che poi spesso rimangono a lungo l’unica forma accessibile:

 

 

 

Tab.3 La condizione contrattuale nel lavoro

 

Tutte le lauree triennali

 

Di cui maschi

 

      

Di cui femmine

        

 Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

 

 

Di cui femmine

   

Lavorava con contratto stabile nel 2009

38,0

43,8

34,2

40,9

52,7

39,9

Lavorava con contratto stabile nel 2015

 35,7

 41,0

32,3

30,8

43,7

29,6

Diff.2009/2015

      -2,3

       -2,8

     -2,1

     -10,1

     -9,0

     -10,3

 

Anche in questo caso lo svantaggio che i laureati (laureate) in servizio sociale accumulano negli anni della crisi in termini di perdita di posizioni garantite non si può considerare “convergente” con l’insieme delle lauree: risulta evidente che perdono tutto il loro vantaggio iniziale e sono colpite da uno svantaggio consistente che, anche in questo caso, risparmia, almeno un poco, il privilegio di mercato del lavoro della minoranza dei maschi. La diminuzione così marcata di contratti stabili va poi anche spiegata con le accresciute presenze nel terzo settore, dove i laureati che anche lavorino come assistenti sociali, pur godendo, paradossalmente, di qualche margine di autonomia e responsabilità in più che nel settore pubblico, sono nelle ultime coorti assai più lavoratori dipendenti che non soci fondatori di imprese sociali (Fazzi 2013);

 

Tab. 4 Il guadagno medio mensile ad un anno dalla laurea in euro

 

Tutte le lauree triennali

 

Di cui maschi

 

      

Di cui femmine

        

Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

 

 

Di cui femmine

   

Guadagno medio nel 2009

964

1083

888

850

1226

819

Guadagno medio nel 2015

931

 

 

1047

 

 

857

 

       

726

 

 

947

706

 

Diff.2009/2015

      -33

       -36

     -31

     -124

     -279

     -113

 

La verosimile precarietà dei contratti e soprattutto la loro volatilità in termini di brevi durate intervallate da periodi spesso lunghi di disoccupazione, sono ben testimoniate da un forte calo della media dei guadagni dei triennalisti di Servizio sociale che, in questo caso, hanno sempre avuto anche in passato, guadagni inferiori agli altri laureati, ma che, con la crisi, denunciano una perdita molto più consistente, che questa volta colpisce fortemente anche i maschi token; un possibile elemento di spiegazione si può riconoscere nel fatto, già rilevato da Carla Facchini, che i rari maschi si iscrivono a Servizio sociale in misura maggiore che non le loro colleghe come seconda laurea (2010, p. 43), dato forse interpretabile come scelta vocazionale tardiva. In questo senso la loro preziosità di soggetti token, che era verosimilmente anche legata ad un più elevato background familiare (cfr. infra tab. 6) è abbattuta dalla crisi che ha reso in generale meno ricercato dai datori di lavoro il capitale culturale, con effetti di paradossale avvicinamento fra i generi (Reyneri e Pintaldi 2013, pp. 64-74).

 

Tab. 5 quote di coloro che non utilizzano per niente nel lavoro le competenze acquisite nella triennale

 

Tutte le lauree triennali

 

Di cui maschi

 

      

Di cui femmine

        

Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

 

 

Di cui femmine

   

nel 2009

26,4

24,2

27,9

30,2

28,4

30,4

nel 2015

26,6

24,7

 

27,8

36,7

 

26,8

37,6

Diff.2009/2015

0,2

0,5

0,1

6,5

1,6

7,2

 

Un altro indizio aggiuntivo della costrizione ad accettare lavori lontani dal proprio percorso formativo si può trarre dalla tabella 5: anche in questo caso accettare lavori in settori diversi da quelli di elezione vuol dire più chiaramente fare lavori spesso completamente diversi, con l’aggravante che i laureati di servizio sociale (di tutti e due i livelli) sono fra tutti i laureati nelle rilevazioni di Almalaurea quelli che più tradizionalmente apprezzano il percorso universitario seguito e rifarebbero la stessa scelta.

 

1.3 Un primo tentativo di bilancio del declino e dell’impatto sulle pratiche professionali

L’insieme di queste trasformazioni sembra collegarsi a quella proliferazione di professioni del sociale, con cui gli assistenti sociali si trovano a competere, e che si collocano a livelli sempre più bassi di qualificazione, moltiplicandosi negli ultimi anni, spesso come esito di corsi professionalizzanti mirati al reinserimento di disoccupati, disposti a lavorare per compensi sempre più limitati (Gardini e Ferraro 2015, p. 108; cfr. Cipolla et al 2013). Quello che non sembra cambiare negli anni, tuttavia, è la caratterizzazione della scelta del corso di laurea in servizio sociale come tragitto di riscatto sociale di figlie di genitori di classe operaia, e quindi in un certo senso l’effetto della crisi aggrava la trasformazione, poiché, come abbiamo visto, sembra essersi interrotta la tradizionale funzione di mobilità sociale ascensionale (Facchini 2010) del percorso. Eppure l’origine sociale medio bassa sembra continuare a motivare queste laureate nella scelta ed a spiegare l’accettazione di un lavoro purchessia dopo la laurea: si tratta spesso di soggetti, in particolare nel caso delle femmine, che hanno studiato grazie ad un investimento di sacrificio delle loro famiglie, che pervicacemente continuano a cercare lavoro, ad accettare quelli disponibili e non ricadono, a differenza degli altri laureati, nella situazione di giovani “choosy”. La condizione di Neet, infatti, è meno accettata fra loro, la quota di laureati che non ha mai lavorato dopo la laurea è il 42,2% contro il 46,7 dell’insieme dei laureati[10] (Almalaurea 2016; cfr. Galesi et al. 2015) e i percorsi di matrimonio e adultizzazione più precoci sembrano restare simili a quando le garanzie di stabilizzazione lavorativa erano molto più facili da ottenere:

 

Tab. 6 percentuale di laureati con genitori di classe medio-bassa[11]

 

Tutte le lauree triennali

 

Di cui maschi

 

      

Di cui femmine

        

Triennale di servizio sociale

Di cui maschi

 

 

Di cui femmine

   

Di classe operaia nel 2009

 25,1

23,8

 26,0

34,9

32,9

35,1

di classe del lavoro esecutivo nel 2015

 23,9

21,3

 

 25,7

35,4

29,9

35,8

Diff.2009/2015

  -1,2

 -1,5

  -0,3

+ 0,5

-2,8

+ 0,7

 

In definitiva si potrebbe riassumere con efficacia la trasformazione attuale della professione di assistente sociale, da occupazione che, pur a livelli di retribuzione abbastanza modesti, garantiva un veloce inserimento nel mercato del lavoro di ragazze del ceto medio-inferiore e - in tempi più lunghi, una buona quota di approdi a posizioni più stabili - a professione in corso di inferiorizzazione e frammentazione, inserita progressivamente in modo sempre più stabile ai margini del mercato del lavoro, in concorrenza con molte figure similari e più variamente qualificate.

Non c’è dubbio che queste trasformazioni incidano sulla possibilità del lavoro sociale di produrre “capitale sociale di reciprocità” (Pizzorno 1999), cioè quello che si produce nella relazione di una qualche durata tra due o più persone, costruendo sull’aspetto cooperativo della relazione e il riconoscimento reciproco, in altri termini capitalizzando l’esistenza precedente della relazione: basti pensare allo stravolgimento del processo di aiuto, visto con gli occhi dell’utente, se iniziato con assistenti sociali che poi vengono sostituite ogni tre mesi, se non addirittura, più di recente, anche più spesso.

Va inoltre sicuramente segnalata, come dato preoccupante in questo stesso senso, una quota non banale di giovani laureate che, superato l’Esame di Stato e, iscrittesi all’Ordine seguendo il percorso tradizionale, si trovano successivamente costrette dalle difficoltà occupazionali e verosimilmente anche dai costi dell’aggiornamento professionale e della formazione permanente ora obbligatori (Campanini 2010) - senza il supporto di un lavoro di durata accettabile - a rinunciare all’iscrizione: un dato in crescita per come lo si avverte a livello regionale e un campanello d’allarme che CNOAS potrebbe facilmente rilevare a livello nazionale ed aggiornare con regolarità come indicatore importante della crisi della professione.

In conclusione, non si può non rilevare come questa evoluzione de-professionalizzante vada sicuramente in controtendenza a fenomeni emergenti che richiederebbero, proprio al contrario, professionalità più solide e articolate; l’aumento dei bisogni indotto dalla crisi economica contestuale ai tagli nelle risorse degli Enti locali (incremento della povertà assoluta e dei senza fissa dimora, introduzione del SIA, proposte alternative di redditi minimi), ma anche una trasformazione dei rischi sociali emergenti che si è via via imposta all’attenzione dell’opinione pubblica; basti pensare al ruolo dell’Assistente sociale nelle calamità naturali su cui di recente si à cominciato a riflettere in modo più sistematico, nei suoi rapporti con la Protezione civile (Dente 2013; Di Rosa 2012; Tichi 2014) o nel sistema SPRAR, in cui il lavoro è davvero appena agli inizi (Cittalia 2016). O ancora, nelle iniziative di quartiere che si cominciano a sperimentare in alcune città, per sburocratizzare il servizio sociale (come l’esperienza di RAB e Agorà a Milano).

E tutto questo si verifica proprio quando, paradossalmente, il segretariato sociale è forse l’unico ambito delle politiche di assistenza abbastanza diffuso nella realtà dei servizi territoriali, che potrebbe approssimare effettivamente un LEA (Mirabile 2005) facilmente definibile nello spirito della L.328/2000. Vale la pena quindi di delineare le ricadute di questa trasformazione della professione di assistente sociale sulle prassi professionali in modo più articolato.

 

2.1 La precarietà del rapporto lavorativo e la frammentarietà della relazione di aiuto.

Per tentare di chiarire meglio le ricadute di queste trasformazioni della formazione e del mercato del lavoro sulla pratica professionale degli assistenti sociali saranno ricordati qui di seguito, nei loro aspetti fondamentali, alcuni riferimenti teorici rivolti all’analisi della situazione e alcune classiche indicazioni di metodologia professionale, senza, peraltro, tralasciare i principi fondamentali del servizio sociale e le responsabilità derivanti dal codice deontologico.

La precarietà lavorativa non si limita a procurare disagi nell’organizzazione di vita degli assistenti sociali, ma va ad incidere sulla efficacia dei loro interventi. Per esaminarne con attenzione gli effetti per prima cosa è necessario segnalare che la relazione nel processo di aiuto è definita, nelle rappresentazioni degli assistenti sociali, il cuore della professione: l’attività di servizio sociale è, prima di tutto, connotata da contenuti relazionali. I riferimenti del codice deontologico sono chiari e pongono l’accento sulla dimensione promozionale del processo di auto, indicando il rispetto dell’individualità e dell’autodeterminazione quali fondamenti della relazione di aiuto. Da questa evidenza possono derivare alcune considerazioni circa la dimensione metodologica e i fondamenti sui quali poggia la relazione di aiuto.

L’analisi procede dal presupposto che i differenti attori sulla scena del welfare, secondo questa prospettiva, siano tutti compartecipi della realizzazione del processo di aiuto. In particolare l’organizzazione non può essere considerata solo un ambito all’interno del quale si svolgono le pratiche professionali, ma un soggetto attivo che svolge un’importante influenza con le proprie regole di funzionamento e la gestione del rapporto di dipendenza funzionale con l’assistente sociale. Gli altri attori: l’assistente sociale e le persone che si rivolgono ai servizi sono, per definizione, in relazione tra di loro. Si viene così a delineare un sistema all’interno del quale la comunicazione e la posizione occupata da ciascuno sono reciprocamente condizionanti.

Per riferirsi ad una prospettiva sociologica particolarmente stringente nell’interpretazione dei fenomeni che si svolgono nel sistema welfare e cercare di dare un quadro coerente dei processi che si possono attivare nelle situazioni di precarietà lavorativa degli assistenti sociali, sono stati presi a riferimento gli studi sull’applicazione del concetto di “campo”, come definito da Bourdieu, all’attività di servizio sociale da parte dei suoi allievi Emirbayer e Williams (2005). Essi ci ricordano che il welfare e i servizi socio – assistenziali si configurano come un “campo” che, nella specifica concezione bourdieusiana, di “una rete di relazioni effettive tra posizioni definite oggettivamente dalla loro esistenza e nei loro condizionamenti, che impongono poteri diversi a chi le occupa, siano essi agenti o istituzioni” (Marsiglia,2002) individua lo spazio sociale con le caratteristiche di elementi strutturali, derivanti dalle posizioni attribuite a ciascun attore, e l’intreccio relazionale, tipico del rapporto di aiuto che si instaura tra assistenti sociali e le persone che accedono ai servizi.

Il campo è, in questa prospettiva, evidentemente rappresentato, quando si fa riferimento all’assistente sociale, dai servizi intesi come sede, organizzazione e ambito all’interno del quale si svolge l’azione e la strutturazione del welfare per la definizione delle posizioni ricoperte. Mentre le strutture presenti sono, in quanto tali, di difficile modifica e condizionate dalla stratificazione sociale, la dimensione relazionale riporta l’attenzione sulle modalità con le quali i due soggetti entrano in rapporto. Sempre secondo gli Autori citati, lo scambio relazionale implica due aspetti di contenuto diverso: un capitale economico e un capitale simbolico. Entrambi sono strettamente connessi, anche se non sovrapponibili e distinguibili, ai fini dell’analisi oggetto di questo lavoro. L’assioma consente di rendere evidente come nel corso della relazione di aiuto l’assistente sociale scambi con le persone utenti dei servizi una dimensione economica, facilmente individuabile nelle sue diverse articolazioni, e una dimensione simbolica da riconnettere ai processi identitari.

Se l’aspetto di capitale economico è da sempre preso in considerazione dalla letteratura e dalla pratica professionale, quello identitario è rimasto sotto traccia, coperto da riferimenti valoriali ed etici. Se l’attitudine definitoria dell’identità dell’Altro è una prerogativa imprescindibile di qualsiasi relazionale interpersonale, è certo che la posizione asimmetrica, caratteristica di tutte le relazioni di aiuto, pone importanti differenze pur nella reciprocità, riconoscendo il potere simbolico esercitato dagli assistenti sociali nei confronti degli utenti dei servizi. La definizione di “gate-keeper”, attribuita agli assistenti sociali, ben caratterizza il livello di asimmetria presente nelle relazioni di aiuto: l’assistente sociale si pone, strutturalmente, come essenziale tramite nell’accesso alle risorse che il welfare mette a disposizione di coloro che si trovano in situazione di fragilità, ma ha anche contemporaneamente una capacità di intervento sul capitale simbolico.

 

2.2 La metodologia di servizio sociale

Dopo aver chiarito la posizione da un punto di vista della struttura sociale, è necessario riferirsi ai temi tipici del servizio sociale e di come alcuni autori abbiano elaborato e proposto l’argomento della relazione di aiuto, caratterizzandola come fondata sulla conoscenza e sulla fiducia.

Gli autori dei testi di metodologia di servizio sociale individuano la relazione come lo strumento principale e imprescindibile del processo di aiuto. Se ne può dedurre che è proprio nel corso della relazione che gli aspetti economici scambiati sono sovrapposti ad aspetti identitari: nella relazione di aiuto sono scambiati contemporaneamente valori economici e definizioni identitarie. Si può sostenere, a buona ragione, che lo scambio identitario sia sovrastante quello economico, anche quando quest’ultimo rappresenta un importante contributo alla soluzione di problemi di autonomia. L’accesso stesso ai servizi è vissuto da coloro che vi arrivano per la prima volta con una forte ambivalenza per il sentimento di fallimento connesso e di squalifica rispetto alla propria capacità di autonomia.

La premessa è necessaria per poter cogliere come la precarietà e la frammentarietà del rapporto con l’assistente sociale costituiscano una perdita di relazione e di “riparazione” identitaria per le persone che si rivolgono ai servizi. La frequente sostituzione dell’operatore di riferimento diventa, in questa rappresentazione, un vulnus relazionale e identitario. Il soggetto, già di per sé fragile, è posto in una situazione nella quale il suo bisogno primario di riconoscimento identitario prima che economico non è preso in considerazione.

Quale riferimento nel panorama della letteratura di servizio sociale la scelta, che è apparsa come la più congruente con l’obiettivo, mi sembra quella dell’assistente sociale Pittaluga che ha analizzato la relazione di aiuto ponendo in evidenza la funzione di affiancamento e definendo precise indicazioni metodologiche capaci di sostenere il processo di aiuto e sostegno. (Pittaluga, 2000). Più vulnerabile si presenta la situazione più necessaria diventa la continuità della relazione di aiuto affinché il soggetto possa sentirsi identificato come persona “degna” di considerazione. A questo proposito Pittaluga, nel suo testo, propone l’assistente sociale come “l’estraneo di fiducia” perché la persona in difficoltà possa “identificarsi” come meritevole di fiducia. Sono, infatti, due le strategie, complementari tra di loro, che l’A. indica per raggiungere quest’obiettivo: “decolpevolizzazione” per gli eventi e i comportamenti del passato, “responsabilizzazione” per le azioni del futuro.

 

2.3 L’impatto sull’organizzazione e sui mondi vitali

La logica burocratica, fondamento delle organizzazioni, in primis quelle pubbliche, sembra non riconoscere questa dimensione necessaria per un processo di aiuto che abbia come obiettivo il più alto livello di autonomia raggiungibile dal soggetto.

Il tema della frammentazione relazionale, conseguenza inevitabile della precarietà dei rapporti di lavoro in ambito di servizio sociale, va ricollegato alle ricorrenze ben note nelle storie di vita di molti utenti dei servizi. Frequentemente le traiettorie di questi soggetti si presentano con la caratteristica delle fratture relazionali e della conseguente perdita di relazioni familiari e amicali capaci di svolgere funzioni di sostegno: la vulnerabilità attuale ha frequentemente, come correlato, una “desertificazione” relazionale che occorre contrastare avviando relazioni durature all’interno di un progetto.

L’argomento “progetto” introduce un altro elemento spesso richiamato nell’attività e nel metodo del servizio sociale, la cui realizzazione richiede due condizioni preliminari: la continuità del rapporto e la competenza del professionista per la conduzione. La continuità del rapporto richiede la capacità di “stare” in una relazione di aiuto e di fronteggiare richieste e criticità che emergono solo quando si è avviata una dimensione fiduciaria. Dal punto di vista dell’assistente sociale la competenza può essere riassunta nella preparazione e nell’esperienza. Non si può dimenticare che il sapere professionale, definito prassico o esperenziale, si sviluppa a partire da queste due dimensioni che si intrecciano per la definizione di un “saper essere” necessario per fronteggiare gli eventi spiazzanti che connotano particolarmente le traiettorie di vita delle persone in carico ai servizi.

In particolare non si devono dimenticare le famiglie che hanno una permanenza, che può essere definita trans generazionale, nei servizi socio- assistenziali e che presentano un alto livello di vulnerabilità socio-economica, correlata a identità culturalmente definite proprio attraverso la dipendenza dal sistema assistenziale. Queste situazioni, caratterizzate da una relazione di aiuto coinvolgente e duratura, richiedono relazioni di contesto in grado di svolgere un’azione di sostegno all’assistente sociale affinché possa mantenere una prospettiva professionale, relazioni certamente non realizzabili senza una continuità anche con il gruppo professionale di riferimento.

Molti altri potrebbero essere gli spunti intorno ai quali argomentare il rapporto tra precarietà e gli esiti negativi dei processi di aiuto di servizio sociale. A mero titolo indicativo vale ricordare il lavoro di tutela dei soggetti fragili, in particolare dei minori, che richiede conoscenze anche di tipo procedurale e normativo che possono essere acquisite solo nel tempo e con il sostegno della comunità professionale.

La frammentarietà e la precarietà del rapporto di lavoro dell’assistente sociale, in una prospettiva organizzativa, implicano necessariamente un processo di burocratizzazione con un aumento dei costi degli interventi, una permanenza nei servizi delle fasce di popolazione socialmente più vulnerabili che, non ricevendo adeguate risposte di progettazione e accompagnamento, tendono a permanere nell’ambito dell’assistenza sviluppando un’identità connotata in tal senso.

Infine, occorre non dimenticare che la frammentazione del processo di aiuto dà luogo più frequentemente a manifestazioni di violenza nei confronti degli assistenti sociali. Alcuni studi hanno fatto emergere che comportamenti aggressivi nei confronti degli assistenti sociali sono messi in atto più facilmente da chi non ha un rapporto e non ha niente da perdere (Bini e Peruzzi 2016), perché, seguendo la premessa di Bourdieu, l’identità scambiata ha un significato negativo. La scarsa conoscenza della storia dell’individuo e dei suoi stili relazionali possono più facilmente indurre in errori comunicativi che innescano una escalation di aggressività, considerato che allo stesso momento le persone si trovano a doversi rapportare con professionisti diversi e a dover avviare sempre da capo una relazione, connotata dalla riservatezza, spesso caratterizzata da tratti di sofferenza.

 

2.4 Conclusioni

Il processo di precarizzazione della condizione occupazionale degli assistenti sociali ha un evidente impatto sulla organizzazione che si troverà a fronteggiare gli esiti di processi di aiuto non adeguatamente condotti che si presenteranno con domande ripetute di interventi economici o asilari e comunque con crescenti richieste di accesso alla dirigenza e ai decisori politici, creando un circolo vizioso contraddistinto da reciproche squalifiche nel tentativo di legittimazione della propria posizione e del proprio operato. Tale processo ha anche evidenti ricadute di inefficacia e messa in fluttuazione dei principi fondamentali della professione.

Nel panorama appena descritto di semplificazione delle tematiche relative alla fragilità, il servizio sociale diventa l’unico soggetto portatore di complessità sia nelle rappresentazioni del problema sia in termini di operatività. Situazione peraltro ipotizzata da Bourdieu che, utilizzando il concetto di doxa, ben rappresentava come coloro che versano in situazioni di vulnerabilità/fragilità assumano la definizione di coloro che si situano nelle posizioni più alte del potere decisionale.

L’assistente sociale, nella sua posizione intermedia, rischia di essere oggetto di squalifica da parte di entrambi e di assumere su di sé la responsabilità di mancati percorsi di contrasto alla marginalità. Affinché il tema della precarietà lavorativa e degli effetti di questa sulla comunità assuma una rilevanza nella programmazione delle organizzazioni è importante che non rimanga una riflessione all’interno della professione, ma trovi le vie per essere assunta come ottica di analisi anche dai soggetti pubblici, amministratori e decisori, perché la questione, come si è tentato di dimostrare, influenza in maniera determinante la qualità dei servizi rivolti ai cittadini in situazione di disagio e di vulnerabilità sociale con un processo perverso di squalifica e di spinta verso forme di assistenzialismo, del tutto contrari al rispetto della persona e alla domanda di autonomia rivolta ai servizi.            In definitiva la trasformazione del mercato del lavoro, danneggiando la stabilità occupazionale dell’assistente sociale rischia di danneggiare il suo capitale simbolico e la sua funzione di “diffusore della fiducia” nel tessuto sociale (Mutti 1998).

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

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Note biografiche sull’autore

 

Laura Bini, assistente sociale con esperienza ultraventennale nei servizi territoriali, è dottore di ricerca in sociologica della comunicazione, esperta in supervisione, docente a contratto nei corsi di laurea di servizio sociale e laurea magistrale in Disegno e gestione degli interventi sociali dell’Università degli Studi di Firenze.

Rossana Trifiletti è professore associato di Politiche sociali nella Facoltà di Scienze politiche "Cesare Alfieri", Università di Firenze. I suoi interessi di ricerca principali sono la sociologia qualitativa, le politiche sociali, i gender studies, il lavoro delle donne, i metodi qualitativi di comparazione e analisi dei dati. Si occupa anche di storia del pensiero sociologico. Ha partecipato all'Osservatorio nazionale sulla famiglia e a numerosi networks Europei di ricerca su Family obligations, Working and Mothering, Soccare, Workcare, Social Quality and the Changing Relationships between Work, Care and Welfare in Europe, Workcare Synergies.

 


[1] La rivista si propone di analizzare successivamente la condizione dei diversi operatori del sociale, oltre agli assistenti sociali, per la complessità e la diversificazione dei percorsi. I paragrafi 1,1, 1.2 e 1.3 sono di Rossana Trifiletti, i parr. 2.1, 2.2, 2.3 di Laura Bini, le conclusioni sono comuni.

[2] Per processo di Bologna si intende la graduale costruzione di uno spazio Europeo dell’istruzione superiore con l’introduzione di un sistema di titoli comprensibili e comparabili su tre cicli di diverso livello e crescenti possibilità di riconoscimento fra stati.

[3] Tutte le tabelle, ove non diversamente indicato, sono ricavate dal confronto fra la XI e la XVIII Indagine sulla condizione occupazionale dei laureati; www.almalaurea.it

[4] Riprendo qui il concetto di tokenism nell’accezione di Rosabeth Moss Kanter (1993), non tanto nel senso delle assunzioni di individui appartenenti alle minoranze per simulare le pari opportunità, quanto della peculiarità di svantaggio/vantaggio organizzativo dei gruppi di genere fortemente minoritari nelle corporations USA, più esposti alla visibilità ed agli stereotipi ma anche, nel caso in esame, avvertiti come una piacevole eccezione alla strabordante femminilizzazione. Del resto Kanter si riferiva a gruppi token sotto il 15%, qui la proporzione è di molto inferiore.

[5] La rilevazione Almalaurea utilizza qui il tasso di disoccupazione Istat cioè il rapporto sulle forze di lavoro dei soggetti in cerca di occupazione che abbiano effettuato almeno una ricerca di lavoro attiva nei 30 giorni precedenti e si dichiarino disponibili ad accettare un lavoro offerto entro due settimane: va quindi pesato il fatto che si tratta di un corso di laurea a conclusione del quale ci si aspetta in misura maggiore che in altri, di poter lavorare, come indicano le alte quote di laureati che tentano l’Esame di Stato e quelle comparativamente basse di coloro che proseguono nella laurea magistrale in tutte le rilevazioni.

[6] Vale la pena di sottolineare come la errata collocazione della professione nella classificazione Istat delle professioni impedisca un’elaborazione più precisa, oltre ad aver creato negli anni problemi seri ai regolamenti universitari dei Corsi di laurea che la dovevano utilizzare.

[7] La ricerca ha coinvolto 21 sedi universitarie e il 59% dei laureati triennali di Servizio sociale negli anni dal 2006 al 2012 (Sala Decataldo e Respi 2015, pp. 98-100).

[8] E quindi il confronto va condotto nella tabella 2 fra settore privato al 2009 e privato + terzo settore al 2015 con un consistente aumento per i triennalisti di servizio sociale in questi due ambiti sommati, del tutto corrispondente alla diminuzione di occupazioni nel pubblico.

[9] Visto che si possono trascurare per i numeri ancora molto bassi gli assistenti sociali liberi professionisti.

[10] Non sembra opportuno paragonare la classe di chi non studia e non lavora a causa del tasso molto diverso di iscrizioni alla magistrale.

[11] Non vi è differenza di definizione della classe fra le due rilevazioni anche se cambia il termine utilizzato.

Keywords:

Riassunto: l’autrice esamina la famiglia in quanto sistema sociale; dopo una breve storia dei modelli familiari, giunge ad analizzare la moltitudine di modelli odierni e le teorie elaborate a partire da metà Novecento per comprendere queste nuove strutture sociali. Le nuove famiglie vedono costantemente minacciati gli equilibri interni e si trovano in uno stato di precarietà sociale e affettiva. L’autrice illustra, quindi, tre modelli di politiche familiari, ne sottolinea l’aspetto assistenzialistico e la natura matrifocale; insiste, invece, sulla necessità di sostenere l’autonomia delle famiglie e il loro sviluppo.

DOI: 10.1400/250264

FAMIGLIE FRAGILI:

AL CROCEVIA DI FRAGILITA’ E RISORSE

 

Francesca Giomi*

*Psicologa

 

Riassunto: l’autrice esamina la famiglia in quanto sistema sociale; dopo una breve storia dei modelli familiari, giunge ad analizzare la moltitudine di modelli odierni e le teorie elaborate a partire da metà Novecento per comprendere queste nuove strutture sociali. Le nuove famiglie vedono costantemente minacciati gli equilibri interni e si trovano in uno stato di precarietà sociale e affettiva. L’autrice illustra, quindi, tre modelli di politiche familiari, ne sottolinea l’aspetto assistenzialistico e la natura matrifocale; insiste, invece, sulla necessità di sostenere l’autonomia delle famiglie e il loro sviluppo.

 

Parole chiave: famiglia, fragilità, politiche familiari, assistenzialismo, autonomia.

 

Abstract: Weak families. The author considers the family as a social system; she illustrates a short family history and analyzes the plurality of models of contemporary society. New families are weak, their internal balance is threatened by external socio-economic conditions. They need the help from the welfare-state: there are three models of family policy and the author underlines benefits and handicaps; all of them focus on the person, instead of supporting family as such.

 

Key words: family, weakness, family policy, assistance, autonomy.

 

 

 

La famiglia, intesa come perno fondamentale dal quale si erge tutto l’apparato sociale, venne definita nel 1967 da Lèvi-Strauss come “unione durevole, socialmente approvata, di un uomo e di una donna e dei loro figli”; a partire da tale teorizzazione la famiglia è stata connotata come forma sociale primaria in quanto elemento originario di civilizzazione grazie al suo carattere generativo. Già Murdock (1949) identificò la famiglia come forma in assenza della quale la società non potrebbe sussistere, sottolineandone funzioni essenziali alla sopravvivenza societaria. Scabini (1995) definisce la famiglia come quella specifica e unica organizzazione che lega e tiene insieme le differenze originarie e fondamentali dell’umano, quella tra i generi, tra le generazioni e tra le stirpi e che ha come obiettivo e progetto intrinseco la generatività.

Il concetto di famiglia si è evoluto nel corso degli ultimi secoli, passando da una visione della famiglia di tipo piramidale, al cui vertice vi era la figura maschile, a modelli attuali dove la struttura appare bilanciata e paritaria. Attualmente, la famiglia può essere vista come un punto di mediazione tra l’individuo e la Società ed identificata come primo anello della catena del vivere in comunione con gli altri.

Accostando le trasformazioni familiari alle varie fasi storico-sociali, è possibile distinguere differenti assetti familiari emersi durante il susseguirsi delle società primitive, di quelle premoderne, della società borghese della prima modernità, della società di piena industrializzazione della modernità avanzata, fino all’assetto emergente nella formazione storico-sociale postindustriale (Scabini, Cigoli, 2000).

A fianco della lenta evoluzione dei primi assetti familiari lungo oltre due millenni, vi è la rapida e repentina trasformazione avvenuta negli ultimi secoli, che vede nel Novecento un aspro scenario di evoluzioni critiche.

Il Novecento ha innescato, infatti, importanti mutamenti nelle modalità di fare famiglia; nella prima parte del secolo, la cosiddetta “età dell’oro” del matrimonio, si osserva una repentina crescita del vincolo, una diminuzione dell’età del matrimonio ed una liberalizzazione della scelta del coniuge, affiancati dalla progressiva autonomia residenziale della coppia rispetto ai nuclei d’origine e dall’aumento del numero dei figli. Dalla metà degli anni Settanta si affacciano, invece, nuovi comportamenti familiari: il progressivo aumento dell’età del matrimonio, la diminuzione del numero di vincoli con un netto sbilanciamento a favore dei riti civili a fronte di quelli religiosi, un incremento del numero di divorzi, una diminuzione del numero di natività ed un rafforzamento della dinamica di parità fra i partner.

Il mutamento di concezione nei confronti del matrimonio riflette una trasformazione nella rappresentazione culturale della relazione di coppia, nella transizione dalla giovinezza all’età adulta, caratteristica della dimensione privata, e nelle modalità di riconoscimento pubblico del legame nel contesto sociale, caratteristica della dimensione pubblica. La de-istituzionalizzazione del matrimonio che si è verificata nel corso del susseguirsi storico, ha innescato l’affermarsi di nuove forme di relazioni amorose, caratterizzate dalla negoziazione del legame fra pari e dallo svincolo dalla irreversibilità del matrimonio propria delle concezioni precedenti; tale modificazione si riflette nelle nuove convivenze more-uxorio, nelle nozze laiche e nello scioglimento del vincolo matrimoniale (Saraceno e Naldini, 2012).

Anche limitando il campo di osservazione a pochi decenni, si osserva come, dal dopoguerra ad oggi, si siano susseguiti distinti momenti societari, a cui è corrisposto un profondo mutamento degli assetti, della struttura, della funzione e dei ruoli della famiglia, intesi come elementi agenti a livello interno ed esterno al nucleo.

Il primo modello di famiglia affermatosi può essere definito di tipo accumulativo, in quanto presentava un forte impegno verso l’acquisizione di risorse e verso il risparmio economico: nel dopoguerra infatti, a causa delle disastrose condizioni economiche in cui il Paese versava, le famiglie desideravano uscire dallo stato di precarietà economica; tutti i membri della famiglia erano impegnati nel lavoro e la famiglia stessa acquisiva le caratteristiche dell’impresa.

Negli anni seguenti, gli anni del boom economico, anche a seguito dello stile accumulativo che porta a notevoli ricadute a livello economico, emerge un nuovo modello di famiglia: quella peuerocentrica. Disponendo di maggiore risorse economiche, infatti, la famiglia ed i suoi membri possono volgere l’attenzione al futuro della prole; tale mutamento, affiancato dallo sviluppo dei modelli dell’istruzione, fa si che i giovani adulti siano maggiormente proiettati verso il loro sviluppo personale più che verso la costruzione di nuclei compatti.

Negli anni ’70 si afferma una nuova congiuntura economica nel paese: gli assi del petrolio si modificano e con essi tutta la rete produttiva aziendale; tale congiuntura porta ad una nuova trasformazione del modello di famiglia, che diviene una famiglia ripiegata: la crisi del lavoro e le nuove posizioni occupazionali fanno si che la famiglia sia costretta ad un ripiegamento interno.

Dalla fine degli anni ’80 si avvia un nuovo modello di famiglia: la famiglia lunga del giovane adulto. In questo scenario l’età del matrimonio tende ad allungarsi progressivamente e con essa anche l’uscita dei figli dal nucleo di origine. La formazione della coppia prima e della famiglia poi subiscono notevoli variazioni, dando spazio alla nascita di nuclei familiari un tempo impensabili, che diventano legittimi all’interno del contesto socio-culturale. In questi anni si assiste anche ad una trasformazione che riguarda il legame tra matrimonio e fecondità: non soltanto il numero dei figli si abbassa notevolmente, ma si innalza il numero delle nascite fuori dai matrimoni; tale aspetto diviene un indicatore importante della metamorfosi che attraversa la famiglia.

Lungo l’asse storico un importante fattore che ha svolto un ruolo nella modificazione del modello familiare è rappresentato dalle mutate condizioni di ingresso dei giovani nella vita adulta: tale ingresso può essere rappresentato come una transizione su un asse scolastico-professionale e su un asse familiare-matrimoniale. Nella tradizione tale passaggio prevedeva una serie di tappe sincronizzate, soglie simultanee ed irreversibili, in cui la giovinezza veniva interpretata come una fase di moratoria sociale, volta alla sperimentazione di sé; oggi tali tappe sono regolate da nuovi elementi di reversibilità e da nuovi tempi.

I cambiamenti della struttura familiare riguardano quindi i processi di denaturalizzazione del genere e di denaturalizzazione della funzione genitoriale. Se da un lato, infatti, vi è la ricerca di un individualismo e la separazione del legame fra matrimonio, sessualità e riproduzione, dall’altro l’aumento del numero di divorzi, del numero di famiglie monogenitoriali e del numero di famiglie ricomposte ed allargate, hanno contribuito a delineare un quadro generale di famiglie eterogenee e poliedriche.

Le modificazioni dei modelli familiari hanno dato vita ad uno scenario carico di alti tassi di divorzio e di famiglie unipersonali e bassi tassi di natalità. La riduzione del numero dei componenti delle famiglie ha delineato l’attuale <<processo di nuclearizzazione>>, ovvero della diminuzione progressiva delle famiglie estese in contemporanea alla costituzione di nuclei familiari autonomi (Zanfrini, 2011).

Attualmente i dati italiani riportano una diminuzione del tasso di natalità dal 2,5 all’1,4 (Eurostat, 2010), una presenza del circa 4% di famiglie monogenitoriali e ricostituite rispetto al totale e la presenza di circa il 7% di coppie di fatto, coppie non coniugate, convivenze more uxorio e di unioni libere.

A fianco di tale realtà, va inserito l’ampliamento e la complessificazione del concetto stesso di famiglia: oggi non si parla più, infatti, di famiglia, ma di un plurale familiare (Di Caprio e Gritti, 2005/2006) che vede protagonista il fenomeno della pluralizzazione delle forme familiari al cui cospetto i classici modelli di lettura, analisi e intervento, risultano inadeguati; basandosi sulla categorizzazione usata in sociologia e sul concetto di Household, è possibile oggi identificare differenti forme di famiglia:

  • La famiglia allargata, composta da più generazioni;
  • La famiglia nucleare, composta dalla coppia genitoriale e dai figli;
  • La famiglia dei coniugi senza figli, identificata sia nella coppia non generativa che nella famiglia nella tappa di sviluppo del nido vuoto;
  • La famiglia di fatto, fondata sull’unione civile;
  • La famiglia monogenitoriale, composta da un solo genitore e dai figli;
  • La famiglia ricomposta, caratterizzata dalla presenza di figli nati da precedenti unioni;
  • La famiglia pluricomposta, composta da più nuclei familiari tra loro intersecati;
  • La famiglia multietnica, composta da persone appartenenti a differenti culture;
  • La famiglia immigrata, composta da un nucleo familiare che vive in un Paese diverso da quello di origine;
  • La famiglia adottiva, composta dalla coppia genitoriale e dai figli adottivi;
  • La coppia omosessuale, caratterizzata dall’unione di due soggetti dello stesso sesso;
  • La famiglia unipersonale, composta da una sola persona.

 

L’eterogeneità di tale palcoscenico è aumentata esponenzialmente a seguito della situazione migratoria che ha visto l’Italia scenario di numerosi insediamenti da parte di nuclei di differenti origini; se da un lato i flussi migratori potevano costituire un bacino di risorse per lo sviluppo di nuovi modelli, dall’altro si sono verosimilmente cronicizzati come aggregati omogenei e relativamente chiusi. Ad avallare tale situazione si sono poste le politiche attuate nel Paese che, pur cercando di creare inclusione e di potenziare l’integrazione fra culture diverse, hanno dato esiti poco favorevoli. Ne è conseguita una situazione in cui, accanto al variare dei modelli culturali della famiglia italiana, si sono strutturate micro realtà con modelli a sé stanti. In Italia non si può ancora parlare, infatti, di società multietnica se con tale termine si indica un insieme di sottoculture che, pur con propri elementi caratterizzanti, sottostanno a regole e modelli normativi di riferimento condivisi. Nel panorama attuale molti gruppi etnici coabitano in luoghi comuni senza condividerne gli spazi: dagli istituti scolastici, alle società sportive, ai gruppi di pari, le persone appartenenti a culture diverse da quella italiana, tendono ad aggregarsi fra loro; d’altro canto, la stessa società italiana e gli individui che ne fanno parte tendono a basarsi molto più su principi di paura e di diffidenza che su quelli di curiosità ed apertura. Le politiche di integrazione scolastica, sotto il nome ed il buon intento di creare contaminazione e sfumature di cultura, si attuano purtroppo in progetti isolati e frammentati volti soprattutto alla gestione delle emergenze e dei conflitti con la finalità principe di ristabilire ordine e controllo.

Ma se, come sottolineano Scabini e Cigoli (2000), la famiglia è un organizzatore di relazioni primarie, ciò che più di ogni altra cosa dovrebbe catturare la nostra attenzione quando volgiamo lo sguardo alle trasformazioni storiche, è il futuro; più che il passato, dal quale comunque è doveroso partire, dovrebbe interessarci il futuro, nei termini di ciò che è possibile fare e modificare.

La famiglia di oggi, arrovellata fra ricerca di lavoro e precarietà assoluta, si trova spesso sola di fronte alle sfide quotidiane, di fronte all’educazione dei figli ed agli eventi normativi e paranormativi con cui impatta. Come messo in luce dall’Osservatorio per le Politiche Sociali della Provincia di Milano (2007), le famiglie stanno assistendo ad un susseguirsi di sfide che drammaticamente stanno sollecitando la stabilità del ruolo familiare: a partire dalla pericolosa crescita del numero di famiglie sotto la linea di povertà, all’emarginazione, all’isolamento sociale ed alla solitudine di reti di supporto in cui versano, fino alla fragilità delle relazioni e dei legami interni alla famiglia come dimostrato dal crescente tasso di separazioni e divorzi.

Molti studiosi (Francescato, 2012) sostengono che l’incremento della crisi delle coppie e delle famiglie, deriverebbe dall’intreccio di numerosi fattori: i mutamenti della società, dei modelli di produzione e di riproduzione che hanno influenzato le rappresentazioni sulla famiglia; le elevate aspettative che i partner nutrono l’uno nei confronti dell’altra e nei confronti della relazione stessa; l’aspettativa che il partner riesca a sanare bisogni emotivi un tempo attribuiti alla famiglia estesa; il dualismo ideologico caratteristico della rappresentazione attuale di matrimonio (Saraceno e Naldini, 2012).

Di fronte a questo variegato e multiforme panorama, si ergono le politiche, le iniziative territoriali e gli interventi nei confronti delle famiglie; come sostiene Donati, le politiche familiari diventano spesso politiche di sostegno alle semplici (indifferenziate) relazioni di cura (care) e politiche orientate a realizzare uguali opportunità di vita per i singoli individui a prescindere dalle loro relazioni di gender e di generazione. La relazione di coppia viene in buona misura abbandonata a se stessa, mentre la relazione genitore-figlio è fatta oggetto di controlli crescenti e resa sempre più vincolante. Queste misure comportano che le relazioni familiari diventino sempre più anomiche.

Attualmente le politiche familiari mantengono un marcato carattere assistenzialistico. Si nota una forte tendenza a far coincidere la politica familiare con politiche matrifocali centrate sulla donna e sul bambino, con una conseguente perdita del ruolo maschile e indebolimento degli scambi fra le generazioni. Le politiche familiari perdono il carattere esplicito di strumento per sostenere il legame familiare, perché si concentrano sui bisogni dei singoli individui lungo il ciclo di vita individuale (si preferisce parlare di politiche per l’infanzia, i giovani, gli anziani), anziché politiche per i figli, i genitori, i nonni, per la famiglia tutta. Le politiche familiari perdono la specificità rispetto al loro oggetto e diventano indirette, focalizzandosi sui bisogni generici di vita quotidiana (reddito minimo, salute, istruzione, alloggio, lavoro, ecc.) degli individui; in gran parte, le politiche familiari si trasformano in politiche contro la povertà e contro l’esclusione sociale.

Da tale complessa situazione emerge la necessità di trovare nuovi modi di pensare alla famiglia ed a ciò che si può fare per essa. L’obiettivo dovrebbe essere quello di sostenere l’autonomia delle famiglie, fornendo mezzi e regole necessarie al loro sviluppo secondo il principio di sussidiarietà, ma senza operare sostituzioni.

 

 […] L'atteggiamento e la prassi dello Stato verso la famiglia dovrebbero abbandonare l'idea di rendere ancora più passiva la famiglia, il che non significa che debbano esservi meno servizi, ma esattamente il contrario, che occorrono più servizi per la famiglia: la differenza sta nel fatto che le famiglie debbono poter decidere la scelta dei servizi a cui ricorrono e avere influenza sulle modalità con cui questi ultimi sono organizzati […](Donati).

 

La famiglia, se sostenuta e dotata dei mezzi necessari, può nuovamente divenire in grado di svolgere i propri compiti di sviluppo, evolvendo verso forme sempre più integrate di socializzazione.

Il sostegno alla famiglia non può però prescindere dall’attenta considerazione delle differenti forme familiari, in quanto ognuna di esse incarna criticità e potenzialità peculiari; parlare di tipi familiari e di configurazioni relazionali differenti implica impegno ed investimento nell’approcciarsi a mondi non sempre simili a quelli dell’osservatore e soltanto un atteggiamento curioso, disponibile e scevro da preconcetti può garantire l’efficacia dell’intervento stesso. I bisogni che le famiglie oggi presentano risentono delle difficoltà che esse stesse incontrano e per poter aver la speranza di apportare un sostegno utile occorre tenere bene a mente la multicomplessità di livelli che l’operatore si trova di fronte, al fine di pensare interventi costruiti sulle effettive necessità.

L’emergenza infatti, sembra essere proprio quella di prendersi cura della famiglia, considerata come totalità unitaria e come fonte di organizzazione sia personale che sociale, affinché le nuove generazioni possano riappropriarsi progressivamente del potenziale “autoreferenziale” (Maturana e Varela, 1980) del legame familiare e di questo farne il fattore resiliente con cui affrontare le sfide del futuro.

 

 

 

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Note biografiche sull’autore

 

Francesca Giomi è una psicologa, specializzatasi in Psicoterapia familiare e relazionale; da anni si occupa di diagnosi e trattamento dei Disturbi specifici di apprendimento e svolge interventi di formazione nelle scuole. Membro del gruppo di lavoro di psicologia delle disabilità dell'ordine degli psicologi della Toscana, da circa un anno vi ricopre il ruolo di coordinatore. Vice-presidente dell'Associazione Dia.Te.So., si occupa di formazione agli insegnanti, interventi di consulenza e valutazione di persone, coppie, famiglie e gruppi  istituzionali.

Keywords:

Riassunto: A partire dalla presentazione di potenzialità e criticità relative allo studio della memoria quale fonte storica, sia individuale che collettiva, l’autore espone le problematiche di una storia orale rivolta a soggetti “inconsueti”: i migranti, i sordi e i malati mentali. Essi, infatti, richiedono agli studiosi un approccio innovativo, in particolare per i sordi e, ancor più, per i malati mentali, che apra nuovi orizzonti alla ricerca stessa.

DOI: 10.1400/250266

UNA STORIA ORALE INCONSUETA:

MIGRANTI, SORDI, MALATI MENTALI

 

Giovanni Contini*

*AISO (Associazione Italiana di Storia Orale)

 

Riassunto: A partire dalla presentazione di potenzialità e criticità relative allo studio della memoria quale fonte storica, sia individuale che collettiva, l’autore espone le problematiche di una storia orale rivolta a soggetti “inconsueti”: i migranti, i sordi e i malati mentali. Essi, infatti, richiedono agli studiosi un approccio innovativo, in particolare per i sordi e, ancor più, per i malati mentali, che apra nuovi orizzonti alla ricerca stessa.

 

Parole chiave: Storia orale, memoria, migranti, sordi, malati mentali.

 

Abstract: An unusual oral history: migrants, deaf people, mental patients. The author presents potentialities and criticalities of the oral history, related to both individual and collective memory. He also underlines problems connected to “unusual” subjects, such as migrants, deaf people and mental patients. He refers to his own researches, that request a new method to achieve the best result, especially for deaf people and mental patients.

 

Key words: Oral history, memory, migrants, deaf people, mental patients.

 

 

 

Quando parliamo di storia orale intendiamo una ricerca condotta intervistando anziani testimoni di esperienze passate. Le quali possono essere le più varie: esperienze di vita e di lavoro, di lotta politica, di soprusi subiti, di persecuzioni e persino di esecuzioni alle quali il testimone è sfuggito.

Si è molto discusso sul grado di distorsione che una memoria sollecitata a distanza di tanti anni dai fatti introduce nel racconto. Il tempo, infatti, è soggettivo; i testimoni quindi lo dilatano o lo contraggono in funzione dell’importanza che attribuiscono agli eventi che nel tempo si sono svolti. Anni nei quali sono accadute poche cose significative, così, quasi spariscono dal racconto. Mentre la memoria dilata a dismisura i pochi mesi nei quali il testimone è andato incontro a eventi che hanno inciso profondamente sulla sua persona e che lo hanno trasformato radicalmente.

Molto si è scritto anche sulla differenza tra memoria individuale e memoria di comunità. La prima, come dicevo, consiste nel giudizio che l’intervistato da dei successivi passaggi della sua vita. Quindi non solo il tempo viene deformato, ma anche l’ordine nel quale i fatti raccontati si collocano. La seconda, memoria di gruppo o di comunità, si presenta come più conformista rispetto a quella individuale, quasi che la comunità stessa eserciti una censura preventiva e stabilisca quanto si può dire e quanto si deve tacere.

Tanto nel caso della memoria individuale quanto nel caso della memoria collettiva si è scoperto che le indubbie distorsioni (ma solo se riconosciute come tali!) possono fornire elementi interpretativi molto importanti.

La memoria individuale, per esempio, ci indica cosa il testimone giudica importante e cosa no della sua vita. Questo ci permette di ricostruire il suo profilo psicologico, che poi sarà utile per valutare in modo complessivo la sua testimonianza.

Nel caso della memoria di comunità la rappresentazione che collettivamente si è andata costruendo delle vicende del paese, o della fabbrica, o del gruppo al quale i testimoni appartengono ci fornisce, di nuovo, importanti informazioni per ricostruire il profilo del paese, della fabbrica, del gruppo.

A Scarperia, in Mugello, i coltellinai raccontavano la vicenda del declino del loro mestiere nel corso del Novecento attribuendone la causa unicamente a un difetto morale degli abitanti/artigiani, i quali sarebbero stati incapaci di fidarsi gli uni degli altri.

A Santa Croce, invece, si raccontava la storia di un successo imprenditoriale, la nascita di decine di piccole concerie molto dinamiche ed efficienti, attribuendolo di nuovo ad una eccellenza morale del paese, nel quale tutti sarebbero stati disposti a prestare denaro a chi volesse iniziare una nuova impresa, e tutti avrebbero restituito quel denaro sia in caso di successo che in caso di fallimento.

Le interpretazioni dei testimoni, sia che narrassero la loro vita sia che narrassero la rete di rapporti sociali ed economici nei quali erano vissuti, sono state messe a confronto con altre fonti storiografiche, ma anche con parti delle loro stesse interviste che non erano state utilizzate nella spiegazione causale. Proprio dal confronto sono emersi gli allontanamenti del racconto da quanto verosimilmente era accaduto nella vita personale e nella vicenda collettiva.

Nel primo caso si sono potuti mettere a fuoco gli spostamenti cronologici e topologici della narrazione rispetto alla vicenda reale. Nel secondo caso si è potuto appurare quanto più complesse, rispetto a quelle riconosciute dalla narrazione collettiva, fossero state le cause che avevano determinato in un caso il successo, nell’altro l’insuccesso dell’attività produttiva nei due paesi.

A Scarperia, infatti, molte volte i coltellinai si erano fidati gli uni degli altri (avevano per tre volte tentato di costruire una cooperativa di commercializzazione, per esempio) e il vero motivo del fallimento del loro mestiere risiedeva nell’arretratezza tecnologica, nella concorrenza delle grandi fabbriche metal meccaniche fiorentine che avevano “rubato” i giovani artigiani ai loro padri padroni, nelle nuove leggi contro il possesso di coltelli letali emanate nel corso del Novecento.

Dall’altra parte a Santa Croce proprio le interviste portavano molte informazioni su episodi di mancata fiducia, e il successo quindi appariva determinato, invece, da favorevoli condizioni di mercato e da una particolare struttura d’impresa, le piccole fabbriche coordinate in distretto, che aveva assicurato una straordinari flessibilità e una rapidità sorprendente nell’assecondare la domanda di prodotti particolari da parte del mercato.

In entrambi i casi per spiegare successo e insuccesso si sono presi in considerazione unicamente i rapporti interni alla comunità, cioè la capacità o l’incapacità di fidarsi gli uni degli altri. Sono stati ignorati i vincoli esterni che hanno invece contribuito prepotentemente all’esito, positivo in un caso, negativo nell’altro. La spiegazione locale, quindi, è imperfetta e incompleta. Ma è per noi interessante: il fatto di non essere stati capaci di riconoscere, di vedere i vincoli esterni ci dice molto su chi fossero gli attori economici e sociali nei due paesi: persone scarsamente acculturate, che sapevano leggere a malapena e ancor meno sapevano scrivere. Persone, quindi, che potevano controllare solo le relazioni interne alla comunità, mentre quelle esterne restavano per loro in larga parte irraggiungibili.

Mi rendo conto che quanto ho scritto in poche righe non esaurisce affatto quanto ci sarebbe da dire sulla storia orale. Ho solo cercato, partendo dalla mia esperienza, di mostrare alcune difficoltà, dalle quali, però, si è riusciti a ricostruire in modo sottile e complesso anche gli elementi più nascosti di vicende individuali e collettive. Si è riusciti, per così dire, ad attingere ad un più profondo significato di verità partendo anche, e soprattutto, da pareri non completi, in un certo modo falsi.

Ma tutti i testimoni protagonisti delle ricerche che ho menzionato erano “normali”, cioè non erano diversi culturalmente dagli altri membri della comunità, né erano sofferenti per qualche handicap fisico o psichiatrico. Anche i sopravvissuti alle stragi commesse da nazisti e fascisti nell’Italia del 1944 erano “normali”, anche se del tutto anormali furono la violenza che sperimentarono e il dolore che da quell’esperienza ebbero a soffrire, e che non li avrebbe più abbandonati per tutta la vita rendendoli diversi dagli altri.

Da alcuni mesi abbiamo iniziato a Pistoia una ricerca sui migranti, che ha come scopo quello di produrre un video dedicato ad un argomento sempre più importante, nel bene e soprattutto nel male. Il panorama che abbiamo sondato è stato di incredibile varietà, a conferma del fatto che, se ogni storia è una storia personale, questo vale anche e soprattutto per i migranti. Così abbiamo potuto osservare una grande differenza tra i migranti di religione islamica a seconda che i narratori fossero uomini o donne; queste ultime proponevano una lettura molto critica delle società di partenza, e anche delle famiglie islamiche nell’emigrazione. A loro avviso i figli vengono ingabbiati in una serie di regole e divieti che impediscono loro di far parte realmente della nuova realtà in Italia, ma non riescono ad evitare che i rapporti con la comunità di origine si allentino e divengano ambigui a causa della lontananza. Si creano quindi dei giovani isolati, risentiti e con forti problemi di identità, che cercano una socializzazione sui social, con i rischi connessi. Questi problemi non sono emersi, ad oggi, nel caso di interviste con uomini.

Nel caso dei migranti di religione islamica anche la situazione di partenza gioca un ruolo fondamentale: chi emigra dal Senegal, dalla Tunisia o dalla Palestina declina in modo molto diverso il rapporto tra religione ed esperienza migratoria.

Quello che ci è sembrato particolarmente interessante è il giudizio che i migranti hanno dato della situazione di arrivo, cioè di Pistoia. Il nostro campione è estremamente diversificato, perché si va da migranti arrivati dal sud d’Italia negli anni Sessanta a migranti albanesi arrivati, insieme a senegalesi, tunisini e palestinesi, tra gli anni Novanta e il decennio successivo. Al problema dell’immigrazione i pistoiesi hanno risposto in modo assai diverso man mano che esso si intensificava, con un atteggiamento molto più favorevole all’inizio, che poi è venuto mutando nel tempo fino all’attuale diffidenza e ostilità. Tuttavia, nonostante le differenze di partenza e quelle dovute al mutare delle reazioni locali col passare del tempo, tutti i migranti sono concordi nel segnalare gli stessi problemi incontrati all’arrivo: una certa freddezza e diffidenza e la tendenza dei locali a sfruttare la debolezza dei nuovi arrivati nei rapporti di lavoro (prestazioni non pagate o pagate meno di quanto fosse stato convenuto, ricatti attraverso l’improvvisa negazione di un alloggio precedentemente accordato in caso di vertenze sindacali, ecc.). Contemporaneamente viene riconosciuta da quasi tutti gli intervistati una certezza delle regole che dava sicurezza e permetteva di iniziare un’attività imprenditoriale propria. Naturalmente anche questi esiti variano molto da persona a persona, gli albanesi sembrano coloro che più di tutti sono riusciti, nel contesto pistoiese (oggi ci sono oltre cento imprese albanesi nella provincia).

Recentemente abbiamo organizzato a Roma una scuola di AISO (l’Associazione italiana di storia orale) dedicata ai sordi. Sembra strano che dei non udenti siano interessati proprio ad un tipo di storiografia che si fonda sulla parola parlata e ascoltata, sulla comunicazione orale. Ma in realtà la possibilità di fissare una storia non attraverso la scrittura, ma attraverso la lingua che viene utilizzata nel confronto faccia a faccia, la lingua dei segni, è ancora più importante per i sordi che per gli udenti.

I sordi, infatti, hanno difficoltà ad utilizzare perfettamente la scrittura proprio perché nel loro caso si tratta di un tipo di comunicazione che non ha nessun rapporto con la comunicazione spontanea, cioè con quello che equivale alla nostra lingua parlata, nel loro caso il linguaggio dei segni. Nel caso degli udenti, alla lingua parlata corrisponde una scrittura fonetica che la riproduce fissandola, nel caso dei sordi, invece, tra i segni e la scrittura non c’è relazione diretta. Quindi, se registrare in video i racconti degli anziani è fondamentale per loro come per noi, nel loro caso la videoregistrazione assume una seconda importantissima funzione: quella di fissare in modo simile a quanto fa la scrittura per gli udenti il racconto con i segni. Di “congelarlo” in una forma permanente. Un risultato straordinario, se pensiamo che fino ad oggi la loro lingua per segni non ha avuto niente di simile.

Durante la scuola di Roma è stato mostrato un video dei tardi anni Ottanta, che mostrava alcune interviste con anziani sordi; ebbene i più giovani tra i partecipanti alla scuola non riuscivano a capire cosa “dicessero” quegli anziani, dal momento che nel breve arco di trenta anni il linguaggio dei segni era cambiato enormemente. In modo simile a come cambiano tutte le lingue che non siano agganciate ad una scrittura fonetica. A come sono cambiati, per esempio, i linguaggi europei quando nell’alto medioevo la presa dello scritto sul parlato si è attenuata fin quasi a sparire, e in pochi secoli sono emerse lingue nuove e tra loro molto diverse come le neolatine (italiano, spagnolo, francese, ecc). Facendo un altro esempio, ma parlo di qualcosa che conosco in modo approssimativo, anche in Cina il linguaggio parlato per molto tempo si è evoluto assai rapidamente, dato che anche in quel caso quanto veniva verbalizzato non corrispondeva ad una scrittura fonetica, che riproduce il suono, ma si affiancava nella significazione a quanto veniva scritto nei caratteri della scrittura cinese tradizionale, di tipo ideogrammatico e non fonetico.

Nel caso dei migranti e dei sordi dal punto di vista metodologico ed ermeneutico non ci sono differenze rispetto a quanto accade quando si intervistano italiani residenti da molte generazioni nello stesso luogo e senza problemi di handicap fisici. Nel caso della storia orale declinata nel linguaggio dei segni si può anzi prevedere che essa diverrà la principale forma della storiografia che vorrà ricostruire il vissuto degli individui che hanno fatto parte delle comunità sorde, e svolgerà la funzione che la scrittura ha svolto per gli udenti. Per noi di AISO il rapporto con loro è stato quindi entusiasmante per la novità di quanto imparavamo e le promesse che la videoregistrazione ha in serbo per il futuro.

Quando tuttavia si tratti di intervistare, invece, i malati mentali la situazione diventa assai frustrante e complessa, tutto il quadro ermeneutico sopra delineato incontra grosse difficoltà e bisogna trasformarlo.

Si tratta, infatti, di interagire con individui che hanno una percezione assai diversa del tempo e di quella che chiamiamo esperienza di vita. In alcuni casi abbiamo di fronte persone per le quali non vale la consueta tripartizione passato/presente/futuro, dal momento che essi vivono in un eterno presente (alcuni psichiatri di scuola fenomenologica sostengono che questa condizione è il loro modo di cancellare l’angoscia della morte). Anche le esperienze di queste persone non sono state vissute e non vengono ricordate come di consueto, ma assumono valenza metaforica e spesso non sono poste in una sequenza cronologica. Il delirio è certamente un’esperienza, ma diventa molto difficile parlare del delirio per chi lo vive. O narrare attraverso il delirio, dato che esso segnala qualcosa, ma non racconta eventi vissuti in una realtà riconoscibile anche da parte di terzi. Inoltre, e a causa di questa situazione, si tratta di persone che non si trovano a loro agio sedendo di fronte a qualcuno per parlare, ma che si esprimono, quando decidono di farlo, nel corso delle loro attività quotidiane. E che individuano immediatamente l’artificialità di quella che è la situazione più frequente in storia orale: testimone e ricercatore seduti uno di fronte all’altro, impegnati in un confronto che può durare anche alcune ore.

Mi è successo di intervistare una persona che normalmente dialoga con presenze fantasmatiche e che non vive vestito ma si avvolge in una coperta; in occasione dell’intervista si era (o era stato) vestito di tutto punto, ma durante il colloquio si mostrava annoiato e diceva assai poco, interrompendo continuamente le nostre domande con domande sue, per poi affermare che l’intervista “poteva essere interessante per noi “civili” ma non per “quelli come lui” ”. Alla fine dell’intervista, a telecamera spenta, è entrato nella stanza uno psichiatra che lo aveva aiutato nel passato, e lui gli ha rivolto una domanda accorata; se ricordo bene gli ha detto: “dottore io ho un cane ma non lo vedo da tanto tempo, so che ha avuto un terribile incidente ma mi sta cercando da trent’anni. Pensa che se mi trova saprà riconoscermi?”. Era una comunicazione estremamente interessante e commovente, ma apparve alla fine dell’incontro, ed era diretta a una persona amica, mentre con degli estranei come noi, con dei “civili”, aveva parlato per buona educazione, ma senza essere minimamente interessato alla cosa. Era sembrato divertito e partecipe solo quando aveva elencato esattamente tutti gli oggetti che aveva rotto durante la seconda fase della sua vita, quella nella quale era stato definito schizofrenico: piatti, televisioni, telefoni.

Sia nel caso dei sordi che nel caso dei malati mentali sarà necessario individuare inedite modalità di intervista. Nel primo caso un primo problema è emerso durante i lavori della scuola di Roma: le interviste devono essere condotte da sordi con sordi o possono intervistare anche gli udenti che abbiano imparato il linguaggio dei sordi? Le opinioni erano discordi, alcuni sostenevano che il linguaggio imparato dagli udenti non è “realmente” il linguaggio di chi, per così dire, lo parla come “lingua madre” perché sordo dalla nascita. Quindi gli udenti, a loro parere, non dovrebbero intervistare i sordi anziani, perché la loro imperfetta conoscenza della lingua pregiudicherebbe l’esito del colloquio. Altri sostenevano una tesi contraria: l’intervista condotta da udenti capaci di parlare la lingua dei segni renderebbe meno claustrofobica la situazione dato che la curiosità dell’udente, un “diverso”, per un mondo sconosciuto potrebbe più facilmente stimolare l’interesse del sordo anziano a raccontargli la sua storia. La comunità sorda non è infatti molto estesa e quindi, secondo i sostenitori di questa tesi, nel caso di sordi giovani che intervistassero sordi anziani il rischio sarebbe quello del conformismo, e anche di uno scarso stimolo a parlare dato che tutti conoscono, più o meno, le storie di tutti gli altri.

Nel caso dei malati mentali si dovranno abbandonare le modalità consuete dell’intervista di storia orale, come dicevo. Con cosa sostituirle non è ancora chiaro. A mio parere sarà necessario inserire come “intervistatori” persone che gli intervistati conoscono da lungo tempo e delle quali si fidano: infermieri, psichiatri, parenti. Probabilmente il “set” del colloquio dovrà essere mobile e non fisso, forse anche lo schema domanda/risposta dovrà attenuarsi e saltare, le informazioni dovranno essere raccolte anche e soprattutto nella comunicazione non verbale, che ormai sappiamo costituire una parte preponderante anche nei colloqui tra noi cosiddetti “sani”. 

Nel caso dei migranti, infine, segnalo un problema molto importante. Oggi utilizziamo la telecamera perché indubbiamente essa ci permette la raccolta di informazioni molto più complete, dal momento che la comunicazione non verbale è predominante nel caso di incontri nei quali si narri la propria esperienza. Tuttavia, per i migranti clandestini la telecamera costituisce un rischio fortissimo dal momento che svela completamente la loro identità, e anche la registrazione solo in audio può diventare un’arma importante rivolta contro di loro, che sono ancora immersi nella prima, e durissima, fase della loro vicenda migratoria. Per non metterli a rischio siamo così costretti a interloquire solo con migranti ormai in regola, e dobbiamo escludere dalle nostre ricerche proprio i migranti appena arrivati e non ancora in regola con i permessi, perdendo la possibilità di raccogliere le impressioni e le opinioni di chi arriva nella primissima fase, che è molto difficile per loro, ma potrebbe essere molto interessante per noi.

 

 

 

Bibliografia

 

G. Contini (a cura di), Santa Croce sull’Arno: biografie di imprenditori, Museo della zona del cuoio, Santa Croce sull’Arno, 1987;

L. Ardiccioni, G. Contini, Vivere di coltelli. Per una storia dell'artigianato dei ferri taglienti a Scarperia, Centro Editoriale Toscano, Firenze, 1989;

G. Contini, A. Martini, Verba manent: l’uso delle fonti orali per la storia contemporanea, La nuova Italia scientifica, Roma, 1993;

G. Contini, Le fonti audiovisive: una risorsa e alcuni problemi, in Italia contemporanea, vol. 07/2014, n. 275, pp. 279-289.

 

 

 

Note biografiche sull’autore

 

Giovanni Contini dal 1984 al 2014 ha diretto la sezione "archivi audiovisivi" della Sovrintendenza Archivistica per la Toscana. Dal 1992 ha rappresentato l'Italia nel Comitato per la Tradizione Orale del Consiglio Internazionale degli archivi. Dirige la collana "Storia e Memoria". Ha pubblicato oltre cento saggi di storia agraria, storia delle relazioni industriali, storia sociale, storia orale ed antropologia storica. Negli ultimi anni si è occupato di storia della memoria, e in particolare della storia della memoria dei massacri di civili nel corso della seconda guerra mondiale. Tra le monografie, ricordiamo: Memoria e storia; Santa Croce sull’Arno: biografie di imprenditori; (con L.Ardiccioni) Vivere di coltelli; (con A.Martini) Verba manent: l'uso delle fonti orali per la storia contemporanea; La memoria divisa; (Con Carolina Lussana) La forma e le cose; Una storia in Maremma; Aristocrazia contadina. Dal 2012 è presidente di AISO (associazione italiana di storia orale).

Keywords:

RECENSIONE

a cura di Fabio Bracci*

*Sociologo

Il male come scelta. Una lettura non deterministica dell’etica dello sterminio.

Alberto Burgio, Marina Lalatta Costerbosa, Orgoglio e genocidio. L’etica dello sterminio nella Germania nazista, Derive Approdi, 2016, pp. 352, € 20,00.

“Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro”. La celebre sentenza pronunciata nel 1949 dal filosofo Theodor W. Adorno, sebbene dallo stesso Adorno parzialmente ritrattata negli anni suc­cessivi, esprime un orientamento del pensiero ancora oggi molto diffuso. Da decenni ci si interroga sulla rappresentabilità del male connaturato allo sterminio nazista, e sulla possibilità stessa di pene­trare le ragioni individuali e collettive che condussero milioni di cittadini tedeschi a rendersi prota­gonisti, sostenitori o complici di un progetto politico fondato sull’omicidio di massa e sull’annichi­limento dei nemici del Volk. E tuttavia accade che sia proprio la enormità stessa degli eventi che si vorrebbero comprendere a sospingere chi si avvicina a quei luoghi e a quei temi – i luoghi e i temi del dolore e del male per antonomasia – verso la tesi della impossibilità di giungere non solo ad una loro comprensione, ma anche ad una loro rappresentazione adeguata. [...]

DOI: 10.1400/250267

RECENSIONE

a cura di Fabio Bracci*

*Sociologo

 

Il male come scelta. Una lettura non deterministica dell’etica dello sterminio.

Alberto Burgio, Marina Lalatta Costerbosa, Orgoglio e genocidio. L’etica dello sterminio nella Germania nazista, Derive Approdi, 2016, pp. 352, € 20,00.

 

“Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro”. La celebre sentenza pronunciata nel 1949 dal filosofo Theodor W. Adorno, sebbene dallo stesso Adorno parzialmente ritrattata negli anni suc­cessivi, esprime un orientamento del pensiero ancora oggi molto diffuso. Da decenni ci si interroga sulla rappresentabilità del male connaturato allo sterminio nazista, e sulla possibilità stessa di pene­trare le ragioni individuali e collettive che condussero milioni di cittadini tedeschi a rendersi prota­gonisti, sostenitori o complici di un progetto politico fondato sull’omicidio di massa e sull’annichi­limento dei nemici del Volk. E tuttavia accade che sia proprio la enormità stessa degli eventi che si vorrebbero comprendere a sospingere chi si avvicina a quei luoghi e a quei temi – i luoghi e i temi del dolore e del male per antonomasia – verso la tesi della impossibilità di giungere non solo ad una loro comprensione, ma anche ad una loro rappresentazione adeguata.

L’eco di questa paralisi del pensiero risuona in molti studi e riflessioni. Le tracce di questo orientamento si rinvengono nei riferimenti al carattere demoniaco o alla follia del progetto hitleria­no, così come nel ricorso – talora persino sbrigativo, quasi a voler allontanare da sé ogni rischio di approfondimento ulteriore – alla mostruosità extraumana del comportamento dei carnefici. Per quanto comprensibile emotivamente, un atteggiamento di questo tipo nega la possibilità di accettare ciò che fa realmente problema: la constatazione che non solo i gerarchi, ma anche gran parte degli animatori e dei sostenitori del regime – dalle élites militari ai burocrati, dai magistrati agli ‘uomini senza storia’ – erano persone drammaticamente ‘normali’, intendendo con tale aggettivo l’assenza di patologie psichiatriche conclamate o di turbe psichiche idonee ad escludere l’imputabilità per le azioni criminali compiute.

Ma se i nazisti e i loro sostenitori non erano né demoni né folli, ed il loro comportamento s’inscrive a pieno titolo nella gamma dei comportamenti umani, perché essi vollero? E perché pro­prio essi e non altri? È esattamente attorno a questi interrogativi che si struttura il volume di Alber­to Burgio e Marina Lalatta Costerbosa Orgoglio e genocidio. L’etica dello sterminio nella Germa­nia nazista. La riflessione prende le mosse dal radicale rifiuto di porsi al riparo dietro alle tesi del ‘sadismo’ o dei ‘mostri indemoniati’. Inaccettabile, affermano subito gli autori, accontentarsi di di­chiarare l’accaduto incomprensibile: come se comprendere significasse giustificare, o attenuare le responsabilità degli autori dei crimini. E’ vero, invece, il contrario, giacché chi rinuncia a compren­dere si sottrae all’onere del giudizio, “e non giudicare è – questo sì – un primo modo di assolvere” (p. 6). Rinunciare ad avventurarsi su questo terreno non ci priverebbe soltanto della possibilità di conoscere una parte decisiva della storia del nostro tempo; lascerebbe senza risposta l’interrogativo angoscioso che da anni si pongono persone come Horst Münzberger (figlio di un sottoufficiale delle SS operante nel campo di Treblinka), incapace di trovare un senso al comportamento del padre; in ultima analisi, lascerebbe ognuno di noi totalmente “all’oscuro sul conto di noi stessi, della nostra riserva di aggressività, della reale portata delle nostre potenzialità distruttive” (p. 162).

Per rispondere agli interrogativi centrali del volume, e per cercare quindi di cogliere la “forma della mente o dell’anima” degli attori di questa vicenda, gli autori scelgono di ricorrere al contributo della filosofia. Sotto questo profilo appare utile confrontare il testo in esame con il libro dello stori­co francese Johann Chapoutot, anch’esso uscito nel 2016 (La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti, Einaudi, 2016, pp. 476, € 32,00). Entrambe le opere condividono l’assunto di partenza, identificabile nel tentativo di sottrarre la ricerca sul nazismo e sulle ragioni dello sterminio all’area dell’indicibilità. Come Burgio e Costerbosa, anche Chapoutot ritiene che la disumanizzazione dei nazisti sia dannosa. Rappresentandolo come non-umano, la tesi del ‘male incomprensibile’ rende impossibile indagare l’universo mentale nazista, obiettivo al quale punta invece dichiaratamente l’autore. Basandosi sullo spoglio di una notevole quantità di materiali di diversa provenienza (ma­nuali, trattati, pamphlet, articoli di giornali, documenti di partito), La legge del sangue intende, infat­ti, compiere uno studio della normatività nazista, ed in particolare “prendere sul serio” il punto di vi­sta nazista e ricostruirne i valori e il senso interni, senza ridurre il fenomeno ad una questione de­moniaca o psichiatrica.

In Orgoglio e genocidio gli autori scelgono, invece, di indagare il tema da una prospettiva filo­sofica. La scelta è importante perché prefigura – come si vedrà tra breve – la risposta alla domanda centrale del libro (perché vollero). Ma ciò che rende tale scelta meritevole di attenzione è innanzi tutto la deliberata intenzione degli autori di restituire piena dignità alla filosofia non soltanto come sapere e ambito disciplinare, ma come vero e proprio strumento di conoscenza. Non a caso nel volu­me se ne sottolineano le peculiarità rispetto alle scienze empiriche (sociologia, storia, psicologia so­ciale) che si sono confrontate o si confrontano con la stessa domanda formulata all’inizio del volu­me. Poiché “alla filosofia interessa tutto”, al di fuori ed al di là della delimitazione degli ambiti di­sciplinari e dei vincoli metodologici che derivano dalla scelta di un ambito specifico, il campo d’interesse dell’indagine filosofica si può spingere ben oltre la soglia rispetto alla quale lo storico, il sociologo e lo psicologo sociale vacillano (e dalla quale – in genere – si ritraggono). E oltre la so­glia decisiva ci sono proprio le “domande esorbitanti” sul senso ultimo dell’agire, l’incomprimibile necessità di scendere al fondo delle visioni del mondo di coloro i quali giunsero a considerare l’omicidio degli inermi come un atto morale. 

Perché, dunque. La tesi dell’obbedienza cadaverica (Kadavergehorsam), che evoca la sacrali­tà del comando (“un ordine è un ordine”), non basta a spiegare il più tragico bagno di sangue della storia europea. Per Burgio e Costerbosa considerare i carnefici come meri esecutori è una semplifi­cazione intollerabile, che annulla il peso delle scelte individuali e della libertà personale. Gli autori ricordano che in molti casi sarebbe stato possibile sottrarsi agli ordini, ove lo si fosse voluto (anche attraverso espedienti: sollevare obiezioni tecniche, defilarsi, dichiararsi soggettivamente incapaci); evidenziano, inoltre, come la relativa autonomia di cui erano dotati i livelli intermedi della burocra­zia fu spesso impiegata per individuare soluzioni tecniche ‘appropriate’ ai problemi pratici posti dall’organizzazione dello sterminio. E ciò fino a dar prova di un’adesione così entusiastica da oltre­passare in non pochi casi per efferatezza persino gli ordini dei superiori.

Qui, di nuovo, vale la pena mettere a confronto Orgoglio e genocidio con il volume di Cha­poutot. Per lo storico francese è la legge del sangue (espressione che non a caso ritroviamo nel tito­lo del libro) a dare senso e orientamento alla mentalità nazista, programmaticamente concentrata nella difesa della comunità di popolo (Volkgemeinscahft) e organicamente cementata dalla comune appartenenza alla ‘razza nordica’. Per i nazisti religione, diritto e morale sono una cosa sola, come la natura, perché il diritto nordico (tedesco) non è altro che un diritto consuetudinario del popolo; la lotta, la guerra, la soppressione del debole sono azioni naturali, leggi della vita, da invocare contro l’astrazione delle leggi rabbiniche e il formalismo delle norme universalistiche. È su questo retroter­ra ideologico, culturale e normativo che – secondo Chapoutot – si costruisce e si sviluppa l’adesione individuale e collettiva al nazismo, ed è sempre all’interno di questi quadri socio-culturali che si deve ricercare una risposta ai perché.

Burgio e Costerbosa non mancano di fornire una descrizione accurata dei fattori storici e cul­turali che precedettero e favorirono l’avvento e il consolidamento del regime. Assai efficaci sono le pagine del libro nelle quali i due autori evidenziano come il nazismo sia stato capace di integrare elementi di continuità rispetto al retroterra culturale dei decenni precedenti con alcune specificità ‘innovative’ proprie (“la cifra rivoluzionaria” del regime). L’introiezione del principio di autorità come dovere di sottomissione, il manicheismo, il nazionalismo aggressivo, il militarismo, il senti­mento di appartenenza a una comunità originaria (“tu non sei niente, il tuo Volk è tutto”) sono i tratti che dominarono la ‘pedagogia nera’ delle generazioni di cittadini tedeschi nate tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, ponendo le basi morali e socio-culturali per la sedimentazione della ideologia na­zista. Quest’ultima seppe però anche offrire risposte specifiche alle discontinuità che s’imposero con la prima guerra mondiale e il dissesto economico-finanziario che travolse la Germania negli anni Venti: il razzismo verso gli ‘esseri inferiori’, il rifiuto sistematico dell’ambivalenza e l’esalta­zione della superiorità della ‘razza nordica’, sinistramente condensati dal Führerprinzip, furono in grado di canalizzare in modo originale (anche grazie alla costruzione di un apparato mediatico po­tentissimo) le paure e i risentimenti presenti nella società tedesca, rappresentando altresì – come so­stenne uno psicoterapeuta tedesco degli anni Trenta – “una salutare risposta al diffuso bisogno di psicoterapia suggestiva”.

Il volume offre una significativa riprova della capacità del regime di orientare a proprio favo­re parti importanti della riflessione teorica e del dibattito pubblico sviluppatisi nei decenni prece­denti. Illustrando l’uso nazista del principio di legalità, esso mostra come il regime hitleriano seppe utilizzare una concezione legalistica (giuspositivistica) del diritto, piegando ai propri fini (volti a di­mostrare l’impossibilità di una “ingiustizia legale” e l’obbligo morale e ideologico di adempiere a quanto richiesto dalla legge) tanto la teoria della ‘dottrina pura’ del diritto di Kelsen quanto – persi­no – l’imperativo categorico kantiano. Il giurista Carl Schmitt preparò il terreno attraverso la rice­zione della concezione giuspositivistica, mentre il filosofo del diritto neohegeliano Karl Larenz in­verò quella tradizione nella visione comunitaristica e organicistica del diritto del Volkgemeinschaft. Punto di congiunzione dei due filoni di pensiero fu la persona del Führer, concepito come custode della tradizione di valori sulla quale doveva fondarsi la giuridicità nazista.

Tuttavia, per quanto la ricostruzione del contesto sia molto accurata, il vero obiettivo di Bur­gio e Costerbosa resta quello di provare ad entrare nella “mente degli attori”. Rispetto a Chapoutot, lo scarto avviene esattamente su questo punto. Secondo gli autori di Orgoglio e genocidio i pur ne­cessari tentativi di ricostruire le ragioni storiche, culturali e sociali del fenomeno nazista rischiano di spiegare allo stesso tempo troppo e troppo poco; in particolare essi rischiano di limitare le possi­bilità di comprensione del comportamento dei singoli individui, ponendo in secondo piano la que­stione della loro responsabilità morale. Per gli autori, infatti, le interpretazioni iper-deterministiche focalizzate esclusivamente sulle condizioni ambientali e di contesto (gli ordini, le ideologie del tem­po, la macchina burocratica ecc.) rimuovono o oscurano il lato umano, cancellando il momento li­minale della scelta individuale.

Nell’ultimo capitolo del volume la trattazione si volge così alla rilettura del pensiero arend­tiano, che gli autori considerano come il tentativo più coraggioso di oltrepassare i limiti delle inda­gini focalizzate esclusivamente sui fattori culturali ed ambientali. Un tentativo segnato peraltro da una evoluzione significativa, perché ne Le origini del totalitarismo (1948) la filosofa appariva anco­ra schiacciata dalla mostruosa ampiezza dell’impresa nazista, concepita come manifestazione ab­norme della volontà di uomini “senza psiche”, strutturalmente sfuggenti “a qualsiasi tentativo di analisi psicologica”. In quel quadro marcato dai tratti dell’incomprensibilità non si dava scelta, e l’incommensurabile gravità degli eventi si rovesciava paradossalmente in un giudizio di assoluzione collettiva (“tutti gli individui coinvolti sono soggettivamente innocenti”).

Sollecitata da una lettera di Karl Jaspers – contrario a qualsiasi interpretazione del nazismo nei termini dell’inumano e del demoniaco – la riflessione arendtiana giunse a maturazione con il celeberrimo La banalità del male (1963), il diario steso dall’autrice, inviata del settimanale New Yorker, per raccontare lo svolgimento del processo Eichmann a Gerusalemme. Ciò che interessa ad Arendt ne La banalità è capire perché Eichmann ha voluto. E di fronte alla straniante ‘normalità’ del burocrate dello sterminio, il tema del libro diventa nulla di meno che il mistero della libertà, “la libera scelta per il male estremo da parte di una persona libera e pienamente capace di intendere e volere” (p. 298). Un tema di per sé sovra-individuale, che diventa paradigmatico non solo delle scelte personali dell’imputato, ma anche del punto di vista e dell’orientamento della maggioranza dei cittadini tedeschi del tempo. A partire dal vincolo posto dalla dinamica processuale – chiamata a giudicare della responsabilità penale personale di Eichmann –, s’impone quindi una riflessione filo­sofica e morale sull’autodeterminazione del soggetto agente, riflessione che libera il campo da ogni via di fuga deterministica.

La risposta al perché si può ricercare a questo livello, ed è straordinariamente semplice ed inquietante allo stesso tempo. Secondo Arendt il male estremo di Eichmann è stupido, “privo di sen­so e di profondità”, e deriva dall’assenza di pensiero (thoughtlessness). Come efficacemente sottoli­neano gli autori, questo concetto arendtiano non dev’essere inteso né come sinonimo di un deficit cognitivo né come indicativo dell’impossibilità di accedere all’utilizzo della razionalità per lo svol­gimento delle attività quotidiane o per affrontare problemi pratici. Si riferisce invece all’occulta­mento deliberato della riflessione sul senso della vita: in sostanza, chiama in causa l’assenza di pen­siero morale, di ciò che orienta le scelte tra bene e male, bello e brutto. Poiché si tratta di una prero­gativa del pensiero che secondo Arendt appartiene a tutti, chi non pensa nell’accezione appena indicata “evita di farlo”, compiendo perciò un gesto intenzionale di omissione.

Gli autori valorizzano l’intuizione arendtiana, non soltanto per sottolineare che ‘male’ e ottusi­tà morale sono intrinsecamente connessi, giacché chi si rende protagonista di atti criminali estremi lo può fare soltanto silenziando il dubbio e imponendosi – attraverso una sorta di “impermeabilità autistica” reiterata e routinizzata (il “muro del non-pensiero”) – l’indifferenza verso gli altri. Al di là e oltre le infinite polemiche che accompagnarono la pubblicazione del volume, essi sono mossi so­prattutto dalla volontà di evidenziare come la fenomenologia dell’ottusità (riscontrata anche nelle testimonianze di altri gerarchi nazisti come Rudolf Höss, primo comandante del campo di Auschwi­tz, e Franz Stangl, comandante dei campi di Belzec e Treblinka) rappresenti nulla di meno che una scelta. E dunque al perché vollero si può provare a rispondere tenendo conto – certamente – dei fat­tori storici e culturali, ma lo si deve fare anche accettando la possibilità che gli individui scelgano deliberatamente il ‘male’: in qualsiasi condizione, a ciascuno “un pur minimo spazio di scelta è sempre dato”, e sempre permane – qualunque sia il contesto – “uno spazio di consapevolezza e au­tonomia privo di fondamento e incausato” (p. 221).

Seguendo lo stesso percorso analitico gli autori cercano di rispondere anche all’altra domanda chiave: perché proprio i tedeschi? In Orgoglio e genocidio si rifiuta di aderire alla tesi baumaniana del nazismo come espressione estrema e degenerata della modernità, tesi che elude la questione del­le specificità storiche e culturali della Germania della prima metà del secolo XX. Allo stesso tempo non si vogliono avallare le teorie che rinviano a risposte tautologiche, fondate sulla naturalizzazione della spiegazione (perché i tedeschi? Perché sono tedeschi!). Il punto di partenza della riflessione degli autori è che gran parte dei tedeschi ‘spettatori’ – una delle tre categorie di soggetti responsabili individuate dal libro, insieme ai ‘carnefici’ ed alla ‘zona grigia’ dei collaboratori – sapeva e non po­teva limitarsi a giustificare il proprio operato rappresentandosi come semplici ‘rotelle di un ingra­naggio’. Dato che persecuzioni e deportazioni erano pubbliche, e che solo di rado il popolo tedesco fu apatico e indifferente, mostrandosi per lo più entusiasta e partecipe (assai spesso addirittura ze­lante), ciò significa che il regime godeva di un consenso significativo. E poiché questo nodo non è eludibile (il nazismo come “forma di un popolo”, come scrisse Thomas Mann), l’unico modo per ri­spondere alla domanda non è appellarsi al ‘carattere nazionale tedesco’, ma riformulare il quesito (“che cosa ci dice sul loro conto il fatto che essi scelsero il nazismo?”) per rispondere come sopra: in ultima analisi la riformulazione della domanda ci dice che i tedeschi lo fecero perché vollero così e perché “la loro libertà (...) volle assumere una forma che è sempre disponibile per la libertà uma­na: la forma della violenza, dell’irrazionalità e della distruzione” (p. 340).

Vale infine la pena sottolineare che una parte importante del libro è dedicata ad analizzare in modo dettagliato la nascita e lo sviluppo della cosiddetta ‘etica dello sterminio’. Sotto questo profi­lo l’aspetto più originale del volume non si trova nella descrizione dei meccanismi operativi che concorsero alla diffusione della ‘visione del mondo’ nazista (la deumanizzazione delle vittime, con il conseguente, sistematico, ribaltamento dei criteri di giudizio morale; l’intreccio di convinzioni ideologiche e opportunismi; il rifiuto della compassione e della pietà, viste come atteggiamenti che avrebbero potuto indebolire la battaglia eroica contro i nemici e mettere a rischio il popolo germani­co). Il punto importante è che il regime avvertiva un forte bisogno di “sentirsi nel giusto”, nel tenta­tivo di legittimare anche eticamente le proprie politiche criminali. Da qui si sviluppò la costante at­tenzione attribuita alla scuola ed alla pedagogia, concepite come strumenti per rafforzare l’identifi­cazione in una comunità ideale pensata come perfetta in quanto razzialmente omogenea.

Tuttavia, ed è questo l’aspetto più interessante della riflessione, la ‘rivoluzione etica’ finaliz­zata a rovesciare i criteri morali tradizionali ed a rendere legittimo – e perfino eroico – l’atto di uc­cidere non riuscì ad eliminare completamente i codici morali preesistenti. Contrariamente a quanto sostenuto da Chapoutot, secondo il quale l’automatizzazione dei comportamenti condusse a can­cellare ogni residuo conflitto di coscienza, per Burgio e Costerbosa i tedeschi “vissero come funam­boli su un filo, costretti a vivere in un equilibrio precario tra mondi morali diversi” (p. 215). Per ta­citare la propria coscienza non del tutto sopita i tedeschi dovettero mettere in atto un sofisti­cato meccanismo di negazione, repressione ed autoinganno (una vera e propria “strategia di evita­mento”). In particolare, per inibire il senso morale ed abdicare dalle responsabilità, i sostenitori del regime dovettero ricorrere a strategie complesse di scomposizione della realtà (l’isolamento di singoli frammenti del reale, isolati e inoffensivi, rispetto al quadro generale) e della propria coscien­za (la cosiddetta scissione o ‘duplicazione’ dell’Io).

Sia l’assenza di pensiero (la thoughtlessness), sia l’assenza di riflessione critica sulla realtà non sono fenomeni circoscrivibili – in modo sin troppo consolatorio – ad un periodo buio e ormai passato della storia. Sono invece aspetti che si possono rintracciare in varia misura anche nelle so­cietà contemporanee, veri e propri agenti patogeni che vediamo all’opera in tutti i processi di esclu­sione e disumanizzazione con i quali abbiamo ancora oggi sin troppa familiarità. Burgio e Costerbo­sa ci fanno comprendere in modo chiaro che nei fenomeni analizzati nel volume non c’è nulla di ra­dicalmente estraneo alla storia umana, e che il rischio del ‘male estremo’ non è definitivamente scongiurato. Non fosse altro che per questo, Orgoglio e genocidio è un libro che merita di essere let­to.